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mercoledì 31 dicembre 2008

TE DEUM: grazie Signore per l'anno che si chiude

Un Te Deum virtuale, mentre tutti cantiamo il nostro Te Deum liturgico per ringraziare il Signore dell'anno trascorso e dei benefici ricevuti. Un grazie a Dio per tutti i lettori del Blog, le loro mail e commenti (anche per quelli non pubblicati o non pubblicabili), nella speranza di continuare insieme a scoprire le meraviglie della nostra Fede, dell'intelligenza di questa Fede e della celebrazione della medesima.



Te Deum laudámus:
te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem,
omnis terra venerátur.
tibi omnes ángeli,
tibi cæli
et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim
incessábili voce proclámant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus,
Dòminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra
maiestátis glóriæ tuæ.
Te gloriòsus
apostolòrum chorus,
te prophetárum
laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus
laudat exércitus.
Te per orbem terrarum
sancta confitétur Ecclésia,
Patrem imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum
et únicum Filium;
Sanctum quoque
Paráclitum Spíritum.
Tu rex glòriæ, Christe.
Tu Patris sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus
hóminem,
non horrúisti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo,
aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes,
in glória Patris.
Iudex créderis esse ventúrus.
Te ergo quǽsumus,
tuis famulis súbveni,
quos pretiòso sanguine redemísti.
Ætérna fac cum sanctis tuis
in glória numerári.
Salvum fac pópulum tuum, Dómine,
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, et extólle illos
usque in ætérnum.
Per síngulos dies benedícimus te;
et laudámus nomen tuum
in sǽculum, et in sǽculum sǽculi.
Dignáre, Dòmine,
die isto sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, miserére nostri.
Fiat misericórdia tua,
Dómine, super nos,
quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi:
non confúndar in ætérnum.

La saggezza del Card. Newman: consiglio sull'orlo del nuovo anno


Ho trovato questa citazione del Card. Newman (che come sapete adoro) e non ho resistito a tradurla e postarla. Sia una specie di augurio per l'anno "nuovo". Le novità bisogna sempre metterle alla prova, come ben sapeva il buon cardinale, e testare da quale Spirito vengano. Buon discernimento per il 2009!


«Pensi che (il Principe della menzogna) sia così inesperto del suo mestiere, tanto da chiederti apertamente e chiaramente di unirti a lui nella sua guerra contro la Verità? No, egli prima ti offre un’esca per tentarti. Ti promette libertà civili; ti promette uguaglianza, ti promette commercio e ricchezza, promette sgravi delle imposte; egli ti promette riforme. Questo è il modo in cui nasconde da te il tipo di opera nella quale ti sta cacciando; egli tenta di farti andare contro i governanti e i superiori; fa così egli stesso per primo, e t’induce a imitarlo; oppure ti promette illuminazione, - ti offre conoscenza, scienza, e filosofia, allargamento delle tue visioni. Schernisce i tempi andati, e schernisce ogni istituzione li tenga in onore. E’ lui a suggerirti cosa dire, e poi ti ascolta, ti loda, e ti incoraggia. Egli ti invita a salire in alto. Ti mostra in che modo diventare come Dio. Poi ride e scherza con te, e diventa tuo intimo amico; poi ti prende per mano, e intreccia le sue dita tra le tue, le afferra, e allora sei diventato suo».

Venerabile card. John Henry Newman, The Patristical Idea of Antichrist, in Discussions and Arguments, London 1907, pag. 60.


martedì 30 dicembre 2008

La Messa del 3 gennaio: SS. Nome di Gesù.

La messa che si trova nell'Editio III del Missale Romanum di Paolo VI è diversa sia dalla corrispondente Messa del 1962 sia dalla Messa votiva presente già nelle precedenti edizioni del Messale postconciliare.
Quella che viene tuttora indicata dalla Editio III come Missa votiva SS. Nominis Iesu è presente nel proprio dei santi del Missale Romano-Seraphicum del 1974. Vi posto questi due differenti testi e la traduzione (secondo la CEI).

Messa del 3 gennaio nel Missale Romanum (ed. Tertia)
Ant. ad introitum (Ph 2,10-11) In nómine Iesu omne genu flectátur, caeléstium, terréstrium et infernórum; et omnis língua confiteátur quia Dóminus Iesus Christus in glória est Dei Patris.
Collecta
Deus, qui salútem humáni géneris in Verbi tui incarnatióne fundásti, da pópulis tuis misericórdiam quam depóscunt, ut sciant omnes non esse, quam Unigéniti tui, nomen áliud invócandum. Qui tecum. 
Super oblata
Largitátis tuae múnera deferéntes, quaesumus, Dómine, ut sicut Christo usque ad mortem obodiénti salutíferum nomen dedísti, ita nobis eius virtúte muníri concéde. Per Christum.
Ant. ad communionem (Ps 8,2)
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in univérsa terra!
Post communionem
Hóstia sumpta, Dómine, quam Christi nomen honorántes tuae obtúlimus maiestáti, grátiam tuam, quaesumus, nobis infúndat ubérrime, ut et nostra in caelis esse scripta nómina gaudeámus. Per Christum.

Messa del 3 gennaio nel Missale Seraphicum (1974) – si trova come Messa votiva del Santissimo Nome di Gesù nel Missale Romanum (ed. Tertia)
Ant. ad introitum (Ph 2,10-11) In nómine Iesu omne genu flectátur, caeléstium, terréstrium et infernórum; et omnis língua confiteátur quia Dóminus Iesus Christus in glória est Dei Patris.
Collecta
Sanctíssimum Iesu nomen venerántibus, nobis, Dómine, concéde propítius, ut, eius in hac vita dulcédine perfruéntes, sempitérno gáudio in pátria repleámur. Per Dóminum. 
Super oblata
In eius nómine, Pater omnípotens, múnera nostra dignáre suscípere, in quo quidquid petiérimus nos certe consecutúros esse confídimus, ipso Fílio tuo benigníssime pollicénte. Qui vivit et regnat in saecula saeculórum. 
Ant. ad communionem (Ac 4,12)
Non est áliud nomen sub caelo datum homínibus, in quo opórteat nos salvos fíeri.
Post communionem
Tua nobis, quaesumus, Dómine, miseratióne concéde, ut in his sacris mystériis Dóminum Iesum dignis obséquiis venerémur, in cuius nómine voluísti omne genu flecti, omnésque hómines inveníre salútem. Per Christum.

Messa votiva del SS. Nome di Gesù nel Messale Romano in Italiano (ed. II) e Messa propria del 3 gennaio nel Messale Francescano attuale. Riporto anche le letture.
Antifona d'Ingresso   Fil 2, 10-11
Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
Colletta
Guarda, o Padre, questa tua famiglia, che onora il santo Nome di Gesù tuo Figlio; donaci di gustare la sua dolcezza in questa vita, per godere la felicità eterna nella patria del cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Prima Lettura  Fil 2, 6-11
Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi. 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù  ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. 
Salmo Responsoriale   Dal Salmo 112
R. Sia sempre benedetto il nome del Signore.
Lodate, servi del Signore,
lodate il nome del Signore.
Sia benedetto il nome del Signore,
ora e sempre.

Dal sorgere del sole al suo tramonto
sia lodato il nome del Signore.
Su tutti i popoli eccelso è il Signore,
più alta dei cieli è la sua gloria.

Chi è pari al Signore nostro Dio
che siede nell’alto
e si china a guardare
nei cieli e sulla terra?
Canto al Vangelo   Sal 95,2 
Alleluia, alleluia.
Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
Alleluia.
Vangelo   Mt 1,18-25
Lo chiamerai Gesù.
Dal vangelo secondo Matteo
La madre di Gesù, Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa «Dio con noi». Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.  
Sulle Offerte
Accetta, o Padre, le nostre offerte e preghiere in nome del Cristo tuo Figlio: te le offriamo fiduciosi nella sua promessa che ogni domanda fatta nel suo Nome sarà esaudita. Per Cristo nostro Signore.
Comunione  At 4, 12
Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che abbiamo salvezza.
Dopo la Comunione
Padre misericordioso, che ci hai accolti alla tua mensa, donaci la grazia di adorare con fede viva in questi santi misteri il Signore Gesù, nel cui Nome hai voluto che ogni ginocchio si pieghi e ogni uomo trovi la salvezza. Per Cristo nostro Signore.

La festa del Nome di Gesù: Jesu dulcis memoria

Il monogramma di Cristo fra i santi Antonio e Bernardino - A.Mantegna, Basilica del Santo - Padova
Per noi francescani, la festa del Santissimo Nome di Gesù, fissata per il 3 gennaio, è sempre rimasta una delle celebrazioni caratteristiche del tempo di Natale, fin dai tempi di San Bernardino da Siena, che divulgò nelle sue prediche, l'amore per il nome di Gesù (anche se solo dal 1530 Clemente VII permise di celebrarne l'ufficio). Il popolare monogramma di Cristo (IHS) inscritto in un sole è stato diffuso dal quattrocentesco predicatore, parecchio prima che Sant'Ignazio di Loyola lo assumesse come simbolo della Compagnia di Gesù (ma spesso i gesuiti non conoscono bene l'origine del loro stemma). Comunque sia: questa memoria è stata reintrodotta nel calendario generale della chiesa (ma rimane memoria facoltativa) con la Terza edizione del Messale Romano (2001), che per ora esiste solo in latino (e c'è da chiedersi - a proposito - quanto dovremo ancora  aspettare per la traduzione italiana di questa "editio tertia"?).
Un canto quanto mai appropriato al tempo di Natale e alla festività del Nome di Gesù è Jesu dulcis memoria, il cui testo pare risalire a San Bernardo di Chiaravalle. Ve lo posto in latino (con traduzione nientemeno che di Luigi Giussani), corredato di spartito e di video tutorial per impararlo (se già non lo sapete).
E' l'inno dell'Ufficio del giorno (almeno nella Liturgia delle Ore secondo il rito serafico), ma può essere usato anche per la messa, e spesso veniva proposto come canto di esposizione all'adorazione eucaristica.




Iesu dulcis memoria, testo completo e traduzione di L. Giussani:

Iesu dulcis memoria
Dans vera cordis gaudia
Sed super mel et omnia
Eius dulcis praesentia.


Nil canitur suavius
Nil auditur iucundius
Nil cogitatur dulcius
Quam Jesus Dei Filius.


Iesu, spes paenitentibus
Quam pius es petentibus
Quam bonus Te quaerentibus
Sed quid invenientibus?


Iesu dulcedo cordium
Fons vivus lumen mentium
Excedens omne gaudium
Et omne desiderium.

Nec lingua valet dicere
Nec littera exprimere
Expertus potest credere
Quid sit Iesum diligere.


Iesu Rex admirabilis
Et triumphator nobilis
Dulcedo ineffabilis
Totus desiderabilis.

Mane nobiscum Domine
Et nos illustra lumine
Pulsa mentis caligine
Mundum reple dulcedine.


Quando cor nostrum visitas
Tunc lucet ei veritas
Mundi vilescit vanitas
Et intus fervet Caritas.


Iesum omnes agnoscite
Amorem eius poscite
Iesum ardenter quaerite
Quaerendo in ardescite.

Iesu flos matris Virginis
Amor nostrae dulcedinis
Tibi laus honor numinis
Regnum beatitudinis.


Iesu summa benignitas
Mira cordis iucunditas
In comprehensa bonitas
Tua me stringit Caritas.


Iam quod quaesivi video
Quod concupivi teneo
Amore Iesu langueo
Et corde totus ardeo.


O Iesu mi dulcissime
Spes suspirantis animae
Te quaerunt piae lacrymae
Et clamor mentis intimae.


Sis, Iesu, nostrum gaudium,
Qui es futurus praemium:
Sit nostra in te gloria
Per cuncta semper saecula.

Amen.

O Gesù, ricordo di dolcezza
Sorgente di forza vera al cuore
Ma sopra ogni dolcezza
Dolcezza è la Sua Presenza.


Nulla si canta di più soave
Nulla si ode di più giocondo
Nulla di più dolce si pensa
Che Gesù, Figlio di Dio.


Gesù, speranza di chi ritorna al bene
Quanto sei pietoso verso chi Ti desidera
Quanto sei buono verso chi ti cerca
Ma che sarai per chi ti trova?

Gesù, dolcezza del cuore
Fonte viva, luce della mente
Al di là di qualsiasi gioia
E qualsiasi desiderio.


La bocca non sa dire
La parola non sa esprimere
Solo chi lo prova può credere
Ciò che sia amare Gesù.


Gesù Re ammirabile
E nobile trionfatore,
Dolcezza ineffabile,
Totalmente desiderabile!


Rimani con noi Signore
E illuminaci con la Tua luce,
Dissipa l’oscurità della mente; 
Reso puro, riempimi di dolcezza!

Quando visiti il nostro cuore,
Allora brilla su di esso la verità,
Perde valore la vanità del mondo
E dentro arde la Carità.


Riconoscete tutti Gesù,
Chiedete il Suo amore,
Cercate ardentemente Gesù,
Infiammatevi nel cercarLo!


Gesù fiore di Madre Vergine,
Amore della nostra dolcezza:
A Te la lode e l’onore della potenza
E il Regno della beatitudine.


Gesù, suprema bontà,
Gioia straordinaria del cuore,
E insieme tenera benevolenza:
La Tua Carità mi strugge.


Vedo già ciò che ho cercato
Possiedo ciò che ho desiderato;
Languo d’amore, Gesù, 
E ardo tutto in cuore.


O Gesù mio dolcissimo
Speranza dell’anima che sospira
Ti cercano le lacrime pietose
E il grido del profondo dell’animo.


Sii, o Gesù, la nostra gioia,
Tu che sarai l’eterno premio; 
In te sia la nostra gloria
Per ogni tempo.

Amen.



altro video:

lunedì 29 dicembre 2008

Intervista su "IL TEMPO" a Guido Marini: retroscena e riletture della liturgia pontificia

Il TEMPO 28/12/2008

Il Papa dalla loggia centrale della Basilica Vaticana, il giorno di Natale, con la mozzetta e la stola. Niente piviale, mitria o pastorale, trattandosi di una benedizione solenne che non comporta un particolare rito liturgico. Mozzetta e stola, dunque.

Così l'hanno seguito in centinaia di milioni di persone in ogni parte del mondo.
Una scelta di sobrietà e di essenzialità? No, semplicemente una ricerca di ordine, di pulizia anche nei paramenti nell'era della globalizzazione mediatica. Benedetto XVI guarda anche a questi particolari, attento a non ingenerare confusioni, a non annacquare soprattutto il mistero o la celebrazione dei sacramenti nel tritatutto delle immagini. Ma è sulla liturgia che l'attenzione papale è del tutto particolare. Bastava seguire, appena poche ore prima, il solenne rito della messa della notte di Natale per rendersene conto. La «Kalenda» al termine della veglia e prima della liturgia; i lunghi silenzi; l'inginocchiatoio per i fedeli che facevano la comunione; il crocifisso al centro dell'altare e dei candelieri, belli ma forse ingombranti per la ripresa televisiva, l'omaggio floreale dei bambini collocato al termine della messa.
E le modifiche non si fermeranno qui. In questa partita sottile ha al suo fianco un monsignore giovane (43 anni) e «sottile» come Guido Marini, laureato in diritto canonico. Da quattordici mesi è il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie. Ha sostituito il vescovo Piero Marini, per anni al fianco di Giovanni Paolo II. Sacerdote genovese schivo, un po' timido, ma con le idee chiare e distinte. Un uomo pio, dolce e con un sorriso disarmante che te lo rendono immediatamente simpatico. Questa e una delle sue prime, rare interviste.
Monsignor Guido Marini, chi sono stati i suoi maestri?
«Quando sono entrato in seminario era arcivescovo il cardinale Giuseppe Siri. Sono stato ordinato sacerdote dal cardinale Canestri. Sette anni come segretario di Canestri e sette col cardinale Dionigi Tettamanzi. Il cardinale Tarcisio Bertone mi ha nominato responsabile dell'ufficio scuola dell'arcidiocesi, direttore spirituale in seminario dove insegnavo diritto canonico. Poi cancelliere della curia e prefetto responsabile della cattedrale. Col cardinale Tettamanzi ho iniziato i primi passi come cerimoniere».
«Liturgia culmine della vita della Chiesa, tempo e luogo di rapporto profondo con Dio», come dice Benedetto XVI. Da dove le è venuto questo amore per la liturgia?
«È stato un amore giovanile nel senso che la mia vocazione ha le sue radici nella liturgia; l'amore per il Signore è stato anche l'amore per la liturgia come luogo d'incontro col Signore. A Genova poi c'è sempre stato un importante movimento liturgico».
Suppongo che sia stato il cardinale Tarcisio Bertone, divenuto Segretario di Stato della Santa Sede a proporre il suo nome a Benedetto XVI.
«Sì, la proposta mi è arrivata tramite il cardinale Bertone. "Il Papa - mi ha spiegato - sta pensando al tuo nome"».
Col Papa bavarese, stiamo assistendo ad una operazione di restyling liturgico o a qualcosa di più profondo?
«È qualcosa di più profondo nella linea della continuità, non della rottura. C'è uno sviluppo nel rispetto della tradizione».
Da quando è arrivato lei i cambiamenti o le correzioni ci sono stati. Alcuni impercettibili, altri più vistosi.
«Il cambiamento è diversificato. Uno è stata la collocazione del crocifisso al centro dell'altare per indicare che il celebrante e l'assemblea dei fedeli non si guardano, ma insieme guardano verso il Signore che è il centro della loro preghiera. L'altro aspetto è la comunione data in ginocchio dal Santo Padre e distribuita in bocca. Ciò per mettere in evidenza la dimensione del mistero, la presenza viva di Gesù nella Santissima Eucarestia. Anche l'atteggiamento, la postura sono importanti perché aiutano l'adorazione e la devozione dei fedeli».
Papa Benedetto è il primo Papa che non ha nel suo stemma la tiara. Ha cambiato il pallio del suo inizio di ministero apostolico ed ha abbandonato il caratteristico pastorale, dell'artista Scorzelli, donato dai milanesi a Paolo VI. Quel pastorale a forma di croce fu usato anche da Papa Luciani e da Giovanni Paolo II. Papa Ratzinger ha scelto una ferula. Una semplice croce.
«Come dice lei, il pastorale papale è la ferula, la croce senza il crocifisso, dando a questa un uso più consueto e abituale e non soltanto straordinario. Accanto a tale considerazione si è imposta una questione pratica: un pastorale più leggero e lo abbiamo trovato nella sacrestia papale».
Abbiamo già accennato all'introduzione del silenzio nella messa. A Roma, al centro della cristianità, le liturgie appaiono nella loro splendida solennità. E la lingua di Cicerone, il latino, svetta su tutte. Poi si pensa ad anticipare il segno della pace e ad un saluto finale diverso da parte del celebrante. L'intenzione è quella di recuperare in pieno il carattere non arbitrario del culto. La creatività e spontaneità come una minaccia.
«Non sarei così drastico e non mi piace neppure l'espressione, usata da qualcuno, di "bonifica liturgica". È uno sviluppo che valorizza ulteriormente ciò che ha fatto egregiamente e per tanti anni, come maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, il mio predecessore, il vescovo Piero Marini. Le questioni da lei sollevate circa lo spostamento del segno della pace o altro non competono al mio ufficio bensì alla Congregazione per il Culto Divino e al nuovo prefetto, il cardinale Antonio Canizares. Io ho il compito di impegnarmi a realizzare in modo esemplare l'unità e la cattolicità di tutti coloro che partecipano alla celebrazione della Santa Messa papale».
Quando vedremo Papa Benedetto celebrare la messa in latino secondo il rito romano straordinario, quello di san Pio V? Il «motu proprio» io, personalmente, l'ho interpretato come un atto di liberalità, di apertura, non di chiusura.
«Non lo so. Molti fedeli si sono avvalsi di questa possibilità. Deciderà il Papa, se lo crederà opportuno».
Nella «Esortazione Apostolica» post-sinodale sulla liturgia, Joseph Ratzinger si è soffermato su tanti aspetti. Ha persino proposto che le chiese siano rivolte verso oriente, verso la città Santa di Gerusalemme. Lui, un anno fa, ha celebrato messa nella Cappella Sistina con le spalle rivolte al popolo. Chi glielo ha proposto?
«Gliel'ho proposto io. La Cappella Sistina è uno scrigno di tesori. Sembrava una forzatura alterarne la bellezza costruendo un palco artificiale, posticcio. Nel rito ordinario, questo celebrare "con le spalle rivolte al popolo", è una modalità prevista. Però sottolineo: non si voltano le spalle ai fedeli, bensì celebrante e fedeli sono rivolti verso l'unico punto che conta che è il crocifisso».
«Il Papa veste Cristo non Prada» si è letto addirittura su «L'Osservatore Romano». Il look di Benedetto XVI colpisce e intriga. Paramenti, mitre, croci pettorali, cattedre su cui siede, mozzette e stole. Siamo di fronte ad un Papa elegante. È una invenzione giornalistica?
«Già dire "elegante", nel linguaggio di oggi, sembrerebbe significare un Papa che ama aspetti esteriori, mondani. Un occhio attento avverte che c'è una ricerca che sposa tradizione e modernità. Non è la logica di un improponibile ritorno al passato ma è un riequilibrio fra passato e presente. È la ricerca, se vuole, della bellezza e dell'armonia, che sono rivelazione del mistero di Dio».
Cosa vedremo in Camerun e in Angola? Le liturgie africane sono pittoresche, popolari, dove c'è una totalità che si esprime anche con la danza, i tamburi. Lei sarà messo alla prova…
(Ride). «Solo adesso stiamo preparando il viaggio. Cercheremo di mettere insieme ciò che vale per tutti con le tradizioni locali. Con la sua sola presenza il Papa richiama la Chiesa, una, santa, cattolica. Troveremo la sintesi fra ciò che unisce la Chiesa sul rito romano e aspetti tipici, sensibilità culturali. Inculturazione della fede e della liturgia e dimensione universale».
La liturgia è un sedimentato, un patrimonio millenario. Il messale è intessuto di citazioni dalla Bibbia ai Padri della Chiesa dell'Oriente e dell'Occidente. Salmi responsoriali, orazioni o collette, il sacramentario che è la parte centrale della messa. È un patrimonio intoccabile.
Ogni volta che c'è una celebrazione lei si consulta col Papa? Che tipo di comunicazione c'è?
«Molto semplice. Il Papa viene interpellato nelle cose rilevanti e prima di una celebrazione ha tutti i testi. Di solito, gli inviamo delle note scritte e lui risponde per iscritto, di suo pugno».
Lei sta facendo un'esperienza forte e straordinaria. Episodi che l'hanno toccata?
"Sì, è una esperienza forte. Mi ha colpito il viaggio del Papa negli Stati Uniti. Essendo il mio primo viaggio internazionale col Santo Padre c'era il sapore della novità. Un viaggio emozionante per l'affetto e il calore, per il clima spirituale. E mi ha colpito la consegna del pallio, in giugno, ai metropoliti. Un metropolita si è rivolto così al Papa in ginocchio: "Padre Santo, vengo da una diocesi in cui il mio predecessore ha patito il martirio per la fede. Preghi per me perché anch'io possa essere un martire". Ho capito ancora di più cosa significa essere Chiesa».
C'è grande sintonia, feeling fra lei e il Papa?
«Da parte mia è assoluta».
Come definirebbe Papa Benedetto XVI, lei che ha fortuna di stargli accanto?
«Unisce ad una eccezionale levatura intellettuale una grandissima semplicità e dolcezza. È un tratto caratteristico della sua figura spirituale e umana. È una realtà che verifico e tocco con mano. Il fatto di essere vicino al Papa, a questo Papa, è una grande grazia per il mio sacerdozio».

sabato 27 dicembre 2008

Un po' di allegria: le pubblicità... battezzate!

Ho scoperto che su Youtube, tra i milioni di video divertenti, ce ne sono alcuni di un genere particolare: pubblicità di marche famose rilette come esilaranti spot della chiesa cattolica. Incredibile ma vero. Ve ne posto un paio: uno preso dalla Coca cola che dice: "La chiesa cattolica, quella che ti ha portato il vero babbo natale" con ovvio riferimento al vecchio grasso vestito di rosso inventato dalla Coca Cola company per Natale (e nel video rimpiazzato da una icona di San Nicola che scaccia il Santa Claus).
Il secondo video fa il verso a MacDonald's e al suo motto: "I'm loving it". Diventa uno spot per la Madre di Dio (la grande M) con la scritta "I'm loving her", cioè "La amo". Più cattolico di così!



La preghiera Eucaristica II sarebbe di Sant'Ippolito? Per modo di dire.

Santo Stefano con Sant'IppolitoUn post pepato e ben documentato fa bella mostra di sè sul blog messainlatino aperto di recente.
Da qualche tempo si discute animatamente sulla preghiera eucaristica II del Messale Romano di Paolo VI, una abile invenzione ispirata al testo di un certo pseudo-Ippolito (ma qualcuno pensa addirittura fosse una preghiera di ambiente ariano). Comunque sia, il post di Messainlatino, fa una bella analisi, attraverso un puntiglioso raffronto fra i testi autentici di questo autore del II secolo e i rimaneggiamenti moderni, che portano il nome di preghiera eucaristica II.
Alla fine, chiunque legga senza pregiudizi, potrà vedere che - al limite - gli estensori della "preghiera eucaristica più breve del messale" si sono tutt'al più ispirati allo scritto del buon Ippolito, accuratamente tagliando tutto quello che poteva vagamente ferire orecchie "moderne" e abbondantemente integrando. La cosa più vistosa è invece il vero e proprio "assassinio" dell'epiclesi post-consacratoria (rimproverato anche dagli orientali), sacrificata alla ragion teologica della moderna latinità che aborrisce ogni epiclesi dopo la trasustanziazione (ma accetta di buon grado le invocazioni allo Spirito Santo per l'unione dei comunicandi).
Non vi tedio ulteriormente e vi lascio leggere con tutta l'attenzione necessaria la bella analisi che trovate qui: http://blog.messainlatino.it/2008/12/chi-padrone-del-passato-padrone-del.html

venerdì 26 dicembre 2008

L'inno dei vespri del tempo di Natale: Christe redemptor omnium

Giovanni Vianini ci propone l'inno gegoriano del tempo di Natale, insieme a A solis ortus cardine, uno dei capolavori dell'innodia latina cristiana.



Christe, Redemptor omnium,
ex Patre, Patris unice,
solus ante principium
natus ineffabiliter.

Tu lumen, tu splendor Patris,
tu spes perennis omnium,
intende quas fundunt preces
tui per orbem servuli.

Salutis auctor, recole
quod nostri quondam corporis,
ex illibata Virgine
nascendo, formam sumpseris.

Hic praesens testatur dies,
currens per anni circulum,
quod a solus sede Patris
mundi salus adveneris.

Hunc caelum, terra, hunc mare,
hunc omne quod in eis est,
auctorem adventus tui
laudat exsultans cantico.

Nos quoque, qui sancto tuo
redempti sumus sanguine,
ob diem natalis tui
hymnum novum concinimus.

Iesu, tibi sit gloria,
qui natus es de Virgine,
cum Patre et almo Spiritu,
in sempiterna saecula. Amen.


Traduzione in Italiano:


1. Cristo, redentore di tutti, nato dal Padre, suo Unigenito,
il solo nato ineffabilmente prima dell'inizio.

2. Tu luce, tu splendore del Padre, tu perenne speranza di
tutti, ascolta le preghiere che ti rivolgono i tuoi servi
sulla terra.

3. Ricordati, salvatore, che un tempo, nascendo dalla Vergine intatta,
hai assunto visibilmente il nostro corpo.

4. Questo giorno presente, ripresentandosi nel giro dell’anno, attesta
che tu solo sei venuto dalla sede del Padre quale salvezza del mondo.

5. Il cielo la terra e il mare, e tutto ciò che è in essi
glorificano con un inno di esultanza l'Autore della tua venuta.

6. Noi pure, che siamo stati redenti dal tuo sacro sangue, per il
giorno della tua nascita cantiamo un inno nuovo.

7. A te Gesù sia gloria, nato dalla Vergine, al Padre e al Santo Spirito
nei secoli eterni. Amen

Lo spartito stampabile e cantabile (cliccare sull'immagine piccola):



Credits: http://www.cantoambrosiano.com/CHRISTE%20REDEMPTOR%20OMNIUM.pdf

giovedì 25 dicembre 2008

Hodie Christus Natus est.

Antifona al Magnificat del Natale

Hodie Christus natus est:
Hodie Salvator apparuit:
Hodie in terra canunt Angeli,
laetantur Archangeli
Hodie exsultant justi, dicentes:
Gloria in excelsis Deo.
Alleluia.

Oggi Cristo è nato; oggi è apparso il Salvatore: oggi sulla terra cantano gli Angeli, oggi i giusti esultanodicendo: Gloria a Dio nel più alto dei cieli, alleluia

Quando la chiesa si dà da fare...

card. Dionigi Tettamanzi - arcivescovo di MilanoIl messaggio natalizio del Card. Tettamanzi è in spirito particolarmente "milanese": pratico e fattivo. Detto fatto, vista la crisi economica che incombe, oltre a predicare sobrietà e pazienza, l'arcivescovo di Milano ha pensato ad un fondo di prima necessità per le persone che perderanno il lavoro a causa della recessione economica. Ecco la notizia come la offre Repubblica.
In questi casi, bisogna proprio dirlo, la tempestività e la concretezza sono quanto di meglio la chiesa può offrire. Oro, incenso e mirra al Re dei Re, certo, ma senza mai dimenticare l'immagine vivente di Dio che è ogni uomo. Davvero solo la chiesa, e lo dimostra, sa vivere con la testa in cielo e i piedi ben piantati per terra. Chissà che tante chiese locali imitino la buona e fruttuosa idea di quella ambrosiana.

L'arcivescovo di Milano destinerà un milione di euro a chi perde il lavoro
La crisi nelle omelie di Natale
Tettamanzi apre un fondo disoccupati


L'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha invece affrontato la crisi costituendo un Fondo famiglia-lavoro per venire incontro a chi sta perdendo l'occupazione. Come avvio di questo fondo ha messo a disposizione un milione di euro attingendo - ha annunciato nel corso dell'omelia della Messa di mezzanotte in un Duomo gremito - "dall'otto per mille destinato per opere di carità, da offerte pervenute in questi giorni per la carità dell'arcivescovo, da scelte di sobrietà della diocesi e mie personali".

Anche Tettamanzi ha dedicato gran parte dell'omelia alla crisi in occasione di un Natale che ci chiama "a un supplemento speciale di fraternità e solidarietà": una crisi di "portata mondiale", che secondo gli esperti non ha manifestato ancora "pienamente i suoi effetti destabilizzanti". "Non possiamo stare a guardare" ha detto l'arcivescovo ai fedeli. "Occorre agire. E l'azione ora deve privilegiare chi nei prossimi mesi perderà il lavoro" ha detto il cardinale invocando "gesti concreti di solidarietà" nella sobrietà. Da qui l'idea di costituire un fondo, chiedendo alle comunità cristiane della diocesi di prestare particolare attenzione alle famiglie in difficoltà a causa del lavoro e di aderirvi. E sarà compito di sacerdoti e laici decidere come parteciparvi: rimandando spese non urgenti, destinando percentuali del bilancio parrocchiale. Le modalità di gestione - che Caritas Ambrosiana e Acli stanno già studiando - verranno rese note successivamente. Il cardinale ha solo anticipato alcune direttrici: "la distribuzione dei fondi non avverrà immediatamente ma nei prossimi mesi e non sarà a pioggia ma a destinazione mirata" perché "queste risorse non devono essere una forma di assistenzialismo, affinché chi perde il lavoro non perda anche la propria dignità". 

Tutto il pezzo di Repubblica: http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/esteri/benedetto-xvi-28/cardinali-crisi/cardinali-crisi.html

La notizia sul Corriere della Sera: http://www.corriere.it/esteri/08_dicembre_25/tettamanzi_fondo_crisi_69c66f06-d25d-11dd-a5a4-00144f02aabc.shtml

Il discorso di papa Benedetto e la Benedizione Urbi et Orbi

BUON NATALE DAL CANTUALE!

Lo splendore del Natale nella sacrestia di Sant'Antonio

La Notte Santa in tutto lo splendore dell'arte a servizio della liturgia. In questo post natalizio, dedicato a tutti i cultori della bellezza nel culto divino, presento alcuni dei più preziosi e impressionanti paramenti della Basilica di Sant'Antonio:

Camice in pizzo di filo d'oro zecchino, una rarità piena di luce.


Camice ricamato a tombolo con la Basilica del Santo nel tondo centrale...

...e il sigillo del Comune di Padova sull'altro lato

Sulle maniche lo stemma antoniano della comunità del Santo

Il P. Rettore in piviale per presiedere la Veglia prima della Messa di Mezzanotte. (Notate lo sguardo compiaciuto del ritratto di papa Benedetto alle spalle dei fotografati)

Lo stesso P. Rettore con la pianeta ricamata da Maria Teresa d'Austria (1717-1780), l'imperatrice che personalmente la donò alla sacrestia della Basilica. Questa preziosissima pianeta viene usata tradizionalmente una volta l'anno, a Natale.

Un primo piano della Pianeta di Maria Teresa d'Austria, tempestata di sferule d'oro a comporre i grappoli d'uva. Pesante svariati chili, ma di effetto incredibilmente solenne. Uno splendore offerto alla maestà divina dall'Imperatrice d'Austria.

mercoledì 24 dicembre 2008

Il libretto della messa papale di Mezzanotte

Introito delle messa di Mezzanotte in gregoriano Dominus dixit ad me, Magnum nomen Domini Emmanuel all'offertorio, Adeste fideles alla comunione e Tu scendi dalle stelle come canto finale: ecco cosa propone il Papa per la liturgia della notte santa. La cornice dell'ordinario sarà la Missa de Angelis con il Credo III. Solennità e popolarità sposate insieme nella messa della "notte dolcissima".
Potete scaricare e vedere il tutto, nel libretto che i cerimonieri pontifici hanno già reso disponibile su internet a questo indirizzo: http://www.pccs.it/tj/christmas/2008/Libretto_24.pdf
Lo staff di Guido Marini ha preparato con cura la liturgia come un esempio robusto di messa in latino secondo la forma ordinaria. 
La traduzione in italiano accompagna ogni preghiera e canto (a parte quelli conosciuti a memoria dell'ordinario della messa). Chi volesse prendere esempio da questo opuscolo per una liturgia latina in cui tutti possono partecipare, farà un regalo di Natale graditissimo a Sua Santità.
Buona Vigilia.




Esecuzione corale di Dominus dixit

martedì 23 dicembre 2008

Regalo di Natale per il Papa: Benedetto a maggio in Terra Santa

Notizia dell'antivigilia di Natale: il Patriarca Latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal, ha confermato che a maggio 2009 Papa Benedetto sarà in visita apostolica alle chiese di Terra Santa. Questa la sua dichiarazione: "Carissimi fratelli e sorelle, ci e' molto lieto comunicarvi il desiderio di Sua Santita' il Sommo Pontefice Benedetto XVI di visitare la Terra Santa, nel prossimo mese di maggio, come pellegrino, per pregare con noi e per noi, e per rendersi conto personalmente delle nostre reali condizioni in questa regione"
Approfondimenti qui: http://www.asca.it/news-PAPA__A_MAGGIO_IN_ISRAELE__PATRIARCA_GERUSALEMME_CONFERMA_(SERVIZIO)-798989-ORA-.html

e qui: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=316661

e qui: http://iltempo.ilsole24ore.com/adnkronos/?q=YToxOntzOjEyOiJ4bWxfZmlsZW5hbWUiO3M6MjE6IkFETjIwMDgxMjIzMTE1NzM2LnhtbCI7fQ==

e qui: http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/esteri/benedetto-xvi-28/visita-terrasanta/visita-terrasanta.html?rss?ref=rephpnews

L'introito del Natale: Puer natus est nobis

Scrive Jeffrey Tucker su NLM: "Per secoli, il primo suono del giorno di Natale veniva udito nelle inconfondibili note del "Puer natus est," che era e rimane l'introito per la Messa natalizia del Giorno in tutte le forme del rito Romano. L'intervallo di quinta con cui si apre, nel canto gregoriano segnala di solito un annuncio importante, e qui ce n'è uno incomparabilmente importante.

Non so pensare ad un caso migliore per sostituire l'inno processionale (es. canzone di Natale..) che questo introito proprio. Abbiamo ascoltato canzoni natalizie da settimane, se non mesi. Questo canto invece si sente solo alla messa di quest'unico giorno. Dirò di più: questo canto sensazionale dovrebbe essere udito in ogni parrocchia del mondo nel giorno glorioso del 25 dicembre. Questa musica è il giorno di Natale."


Puer natus est nobis,
et filius datus est nobis:
cuius imperium super humerum eius
et vocabitur nomen eius,
magni consilii Angelus.
Cantate Domino canticum novum: quia mirabilia fecit


Un bambino è nato per noi,
un figlio ci è stato dato:
sulle Sue spalle è la Sua sovranità,
e sarà chiamato Rivelatore del mistero di Dio.
Cantate al Signore un canto nuovo: perché ha compiuto meraviglie.






Il breviario antico completamente online

Ecco un altro breviario elettronico
Forse molti lettori già lo conoscono (io l'ho scoperto ieri). Si tratta di un sito che propone tutto il breviario tradizionale in latino e inglese. Ottima la leggibilità e la struttura del sito. Utile per chi voglia conoscere meglio le ricchezze della teologia liturgica classica contenute nel divino ufficio. Il link: http://divinumofficium.com/

lunedì 22 dicembre 2008

Il discorso natalizio del Papa alla Curia Romana. In difesa della GMG


Anche quest'anno, per lo scambio degli auguri, papa Benedetto XVI convoca la Curia Romana al gran completo e pronuncia il suo discorso.
Tutto incentrato, quest'ultimo, sul Sinodo e sulla "corretta ermeneutica" della GMG. Il papa difende la Giornata della Gioventù di Sydney, ma ancor più traccia l'intepretazione ecclesiale di questa grande festa della fede. Vi riporto sotto il passaggio saliente.
L'intero discorso è reperibile qui: http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/23093.php?index=23093〈=it


Dice dunque Benedetto XVI:

"L’Australia mai prima aveva visto tanta gente da tutti i continenti come durante la Giornata Mondiale della Gioventù, neppure in occasione dell’Olimpiade. E se precedentemente c’era stato il timore che la comparsa in massa di giovani potesse comportare qualche disturbo dell’ordine pubblico, paralizzare il traffico, ostacolare la vita quotidiana, provocare violenza e dar spazio alla droga, tutto ciò si è dimostrato infondato. È stata una festa della gioia – una gioia che infine ha coinvolto anche i riluttanti: alla fine nessuno si è sentito molestato. Le giornate sono diventate una festa per tutti, anzi solo allora ci si è veramente resi conto di che cosa sia una festa – un avvenimento in cui tutti sono, per così dire, fuori di sé, al di là di se stessi e proprio così con sé e con gli altri. Qual è quindi la natura di ciò che succede in una Giornata Mondiale della Gioventù? Quali sono le forze che vi agiscono? Analisi in voga tendono a considerare queste giornate come una variante della moderna cultura giovanile, come una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale con il Papa quale star. Con o senza la fede, questi festival sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così si pensa di poter rimuovere la questione su Dio. Ci sono anche voci cattoliche che vanno in questa direzione valutando tutto ciò come un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato per la questione sulla fede e sulla presenza del Vangelo nel nostro tempo. Sarebbero momenti di una festosa estasi, che però in fin dei conti lascerebbero poi tutto come prima, senza influire in modo più profondo sulla vita.

Con ciò, tuttavia, la peculiarità di quelle giornate e il carattere particolare della loro gioia, della loro forza creatrice di comunione, non trovano alcuna spiegazione. Anzitutto è importante tener conto del fatto che le Giornate Mondiali della Gioventù non consistono soltanto in quell’unica settimana in cui si rendono pubblicamente visibili al mondo. C’è un lungo cammino esteriore ed interiore che conduce ad esse. La Croce, accompagnata dall’immagine della Madre del Signore, fa un pellegrinaggio attraverso i Paesi. La fede, a modo suo, ha bisogno del vedere e del toccare. L’incontro con la croce, che viene toccata e portata, diventa un incontro interiore con Colui che sulla croce è morto per noi. L’incontro con la Croce suscita nell’intimo dei giovani la memoria di quel Dio che ha voluto farsi uomo e soffrire con noi. E vediamo la donna che Egli ci ha dato come Madre. Le Giornate solenni sono soltanto il culmine di un lungo cammino, col quale si va incontro gli uni agli altri e insieme si va incontro a Cristo. In Australia non per caso la lunga Via Crucis attraverso la città è diventata l’evento culminante di quelle giornate. Essa riassumeva ancora una volta tutto ciò che era accaduto negli anni precedenti ed indicava Colui che riunisce insieme tutti noi: quel Dio che ci ama sino alla Croce. Così anche il Papa non è la star intorno alla quale gira il tutto. Egli è totalmente e solamente Vicario. Rimanda all’Altro che sta in mezzo a noi. Infine la Liturgia solenne è il centro dell’insieme, perché in essa avviene ciò che noi non possiamo realizzare e di cui, tuttavia, siamo sempre in attesa. Lui è presente. Lui entra in mezzo a noi. È squarciato il cielo e questo rende luminosa la terra. È questo che rende lieta e aperta la vita e unisce gli uni con gli altri in una gioia che non è paragonabile con l’estasi di un festival rock. Friedrich Nietzsche ha detto una volta: "L’abilità non sta nell’organizzare una festa, ma nel trovare le persone capaci di trarne gioia". Secondo la Scrittura, la gioia è frutto della Spirito Santo (cfr Gal 5, 22): questo frutto era abbondantemente percepibile nei giorni di Sydney. Come un lungo cammino precede le Giornate Mondiali della Gioventù, così ne deriva anche il camminare successivo. Si formano delle amicizie che incoraggiano ad uno stile di vita diverso e lo sostengono dal di dentro. Le grandi Giornate hanno, non da ultimo, lo scopo di suscitare tali amicizie e di far sorgere in questo modo nel mondo luoghi di vita nella fede, che sono insieme luoghi di speranza e di carità vissuta."

Quando la comunicazione liturgica va in corto circuito

Guardate i filmati qui sotto, poi li analizziamo:



Altro filmato simile: http://it.youtube.com/watch?v=k0dXeAzGVX4#

Che cosa succede? Un gruppo di danzatrici, brave per la verità e senza troppe esagerazioni, si producono in una performance durante una santa messa, al momento della "presentazione delle offerte". Il canto su cui ballano invita a lodare Dio con il corpo. Il popolo che partecipa alla messa guarda compiaciuto, partecipa sottolineando il ritmo, e alla fine applaude.
Dal punto di vista della teologia della comunicazione, prima ancora che da un punto di vista semplicemente liturgico, quell'applauso cambia tutto il significato della danza, a parole e nelle intenzioni indirizzata a Dio, ma in realtà vissuta come uno spettacolo per gli uomini, a cui essi rispondono applaudendo, come in un teatro.
In Africa, dove i movimenti ritmici accompagnano le lunghe processioni offertoriali, non succede nulla del genere. In un clima di raccoglimento e di gioiosa espressione di gratitudine i fedeli avanzano a ritmo di danza, portando le loro offerte. Non c'è musica in playback, non c'è una danza senza che nelle mani di chi danza ci siano i doni veri e propri (anche in India, dove esiste qualcosa di simile, le danzatrici offrono sempre luci, incensi e fiori).
Una cosa è lo spettacolo, un'altra il culto a Dio.
Anche le parole del sacerdote, che si sente in dovere di spiegare e interpretare questa "novità" fanno capire che la danza nel contesto della liturgia occidentale è fuori luogo. Non in quanto movimento del corpo, ma in quanto è percepita come spettacolo, come momento di svago per lo spettatore, non come linguaggio simbolico che dica a Dio ciò che è altrimenti inesprimibile. Un conto è parlare con Dio, un altro esibirsi per l'uomo. Nella nostra cultura la danza non ha a che vedere con il sacro. Quindi inserire balli nel contesto liturgico, qui da noi, è una forzatura culturale prima ancora che un abuso liturgico.
Lo stesso sacerdote, a sottolineare - senza rendersene conto - che questa danza non è integrata nel rito afferma: "adesso andiamo avanti con la messa". Se quel balletto fosse sentito parte dell'offertorio non ci sarebbe stato bisogno di spiegazioni e non sarebbe percepito come un intermezzo che interrompe la messa.
Non desidero con questo post scatenare urla di orrore nei tradizionalisti né piccati commenti in quanti desiderano una deregulation emozionale della liturgia, ma dar da pensare attraverso le scienze della comunicazione e della significazione: nella liturgia tutto deve avere un senso rivolto a Dio, senza attori e spettatori. Questo è attualmente e culturalmente impedito alla danza, che in occidente - lo ripeto - non ha una valenza liturgica di questo tipo.
Ciò non toglie che l'espressione corporea possa essere una lode a Dio dal punto di vista soggettivo, ma non può entrare come linguaggio condiviso, che trascende l'espressione personale, e deve essere comunemente decodificato da quanti ne vengono coinvolti.

Ascoltate questo potente e chiaro intervento del Card. Arinze. Per chi non parla inglese il Cardinale esprime la differenza culturale fra i popoli Europei e Americani e i popoli Africani e Asiatici. Chiarendo che danza nei popoli occidentale implica ballo fra uomo e donna o spettacolo. Non è così per i popoli africani e asiatici, ci sono anche in questi popoli danze inaccettabili nella liturgia, ma ci sono altri movimenti fisici di preghiera che aiutano la devozione.

domenica 21 dicembre 2008

Mons. Guido Marini presenta le celebrazioni papali del Natale



Come molti curiosoni liturgico-teologico aspettavano, ecco confermate le scelte di "continuità visibile" proposte da qualche anno da Sua Santità. Ottimo spunto per gli zelanti cerimonieri pontifici sparsi nelle basiliche di tutto il mondo. Quelli più vicini a noi, per la verità, alcuni di questi riti e modi di celebrare li adottano già, qualcun altro - ne siamo certi - è in via di applicazione...

Vaticano: Nella liturgia la gioia della Natività

Da Roma MIMMO MUOLO


Il Natale è caratterizzato dalla gioia. E anche le celebrazioni liturgiche che il Papa si appresta a presiedere nel tempo natalizio devono trasmettere questa lieta notizia. Attraverso le parole, i gesti, i silenzi, la musica e il canto. Insomma, come ricorda una nota dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie, «attraverso il rito nel suo complesso».
Numerosi sono gli elementi di interesse, e anche di novità, che riguardano quest’anno le liturgie in Vaticano, a partire dalla Notte di Natale, fino al Battesimo di Gesù, che quest’anno cade domenica 11 gennaio. Innanzitutto, ricorda monsignor Guido Marini, «ciò che è importante è che il rito risplenda luminoso e, dunque, capace di esprimere ciò che contiene». «Non si tratta di fare cose nuove – afferma il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie – ma di fare in modo nuovo quanto la Chiesa ci invita a compiere nel rito. Qui sta il grande compito di ogni liturgia esemplarmente celebrata e davvero vissuta».
Le novità
Quest’anno, ad esempio, «la statua in legno della Vergine in trono con il Bambino benedicente sarà collocata accanto all’altare della Confessione, a partire dalla notte del 24 dicembre, fino al 6 gennaio. «Il tempo natalizio, infatti, è anche un tempo mariano». E la Madonna «non distoglie dal mistero del Figlio di Dio che si fa uomo, ma al contrario aiuta a comprenderlo nel significato più vero». Altra 'novità', che diviene consuetudine, è quella di far precedere le singole liturgie da un periodo di 15-20 minuti di musica e letture, per «disporre l’animo dei fedeli al clima di preghiera e di raccoglimento». Così come in tutti i riti, sia dopo l’omelia del Papa, sia dopo la distribuzione della Comunione verrà osservato un breve silenzio, «per assimilare il dono della Parola ascoltata e dell’Eucaristia di cui ci si è nutriti ».
«Non ci sono, invece, particolari novità in merito alla vesti liturgiche – spiega la nota – la cui scelta va sempre nel senso della continuità e del sano equilibrio tra passato e presente, variando gli stili adottati, e nel senso della nobile bellezza che si addice alla celebrazione dei misteri del Signore». In particolare nel giorno dell’Epifania il Papa indosserà una pianeta, come ha già fatto in qualche altra celebrazione, «a sottolineare ancora una volta la continuità tra passato e presente».
Pio XII impartisce la benedizione urbi et orbi nel 1952 senza piviale, con mozzetta e stola
Nella benedizione Urbi et Orbi del giorno di Natale, invece, Benedetto XVI non indosserà il piviale, ma la mozzetta con la stola, poiché si tratta di «una benedizione solenne che non comporta un particolare rito liturgico».

La notte di Natale
La Messa della notte sarà preceduta da una breve veglia di preghiera, che si concluderà con il canto della Kalenda, (un testo che contiene l’annuncio del Natale, così come l’Exultet quello della Pasqua). Anche questa è una novità poiché la Kalenda non è più prevista all’interno della celebrazione eucaristica, ma in una collocazione più rispondente alla sua natura, dal momento che, fa notare monsignor Marini, «il martirologio romano prevede il canto della Kalenda nel giorno della vigilia di Natale alla conclusione delle Lodi o di un’ora minore della Liturgia delle Ore». Per lo stesso motivo, al canto del Gloria, dopo l’intonazione del Pontefice, saranno suonate le campane con l’accompagnamento dell’organo, ma non vi sarà il consueto rito dell’omaggio floreale dei bambini. Questo omaggio è stato spostato al termine della celebrazione eucaristica, quando il Papa si recherà davanti al presepio per la collocazione dell’immagine del Bambino Gesù. In quel momento alcuni bambini, in rappresentanza dei vari continenti, deporranno l’omaggio floreale davanti al Bambinello. Come di consueto, accanto all’immagine di Gesù Bambino verrà collocato anche il libro dei Vangeli a sottolineare che il Verbo di Dio si è fatto carne.

Le altre celebrazioni
Dopo la recita dei Vespri del 31 dicembre, ci sarà l’esposizione del Santissimo con il canto del Te Deum di ringraziamento e la conseguente benedizione eucaristica, «a significare la centralità dell’adorazione nella vita della Chiesa e dei discepoli del Signore». Nella Messa del 1° gennaio, invece, le preghiere dei fedeli saranno ispirate al Messaggio del Papa per la Giornata mondiale per la pace. Brani di questo Messaggio verranno letti in preparazione alla Messa, insieme al
Memorare, la celebre preghiera alla Madonna composta da san Bernardo. Al termine della Messa, al canto di un’antifona mariana, il Papa venererà l’immagine artistica della Madonna. Presentazione dei doni e preghiera dei fedeli saranno effettuate anche da alcuni bambini e adulti provenienti dal Libano.

IL GESTO
Il Battesimo nella Cappella Sistina per 13 bambini

S aranno 13 i bambini che l’11 gennaio riceveranno il Battesimo dalle mani del Papa, il quale amministrerà per la quarta volta nel suo Pontificato il primo sacramento della vita cristiana ai neonati. La celebrazione si terrà nella Cappella Sistina dove troveranno posto le famiglie dei piccoli (tutti figli di dipendenti vaticani), con i padrini e le madrine. Un ruolo particolare avranno anche i fratellini dei battezzandi: alcuni di loro, infatti, porteranno all’altare i doni all’offertorio. Anche quest’anno sarà utilizzato l’altare proprio della Cappella Sistina, «per non alterare la bellezza e l’armonia di questo gioiello architettonico». Ciò «significa – spiega una nota dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie – che in alcuni momenti il Papa, si rivolgerà verso il Crocifisso, sottolineando così il corretto orientamento della celebrazione eucaristica». «Non si tratta di voltare le spalle al popolo – aggiunge monsignor Marini – ma di assumere lo stesso orientamento dell’assemblea, che guarda proprio verso il Crocifisso». Per il resto la celebrazione avrà il consueto svolgimento e verrà utilizzato il Messale ordinario. Benedetto XVI durante il rito del Battesimo attingerà l’acqua dal fonte in bronzo dello scultore Toffetti. Il Pontefice, come di consueto, verserà l’acqua sulla testa dei piccoli con una conchiglia dorata, che rimanda al pellegrinaggio, «simboleggiando il nuovo cammino dei battezzati». «Sarà, dunque, una festa della vita e della famiglia – conclude la nota –. La famiglia dei figli di Dio, stretti intorno al Papa, che come tutti gli altri vescovi celebra durante l’anno i sacramenti». (M.Mu.)

Fonte: Avvenire

foto: NLM

Accendi le candele dell'Avvento

Per chi non ha in casa una vera corona dell'Avvento, vi riproduco queste belle candele virtuali che ho trovato al sito della TV cattolica americana EWTN
Accendetele da sinistra a destra (con il fiammifero cliccate sugli stoppini, non è difficile insomma...) e dite una preghierina per il blogger che ve le presenta.
Ancora buon Avvento a tutti!




sabato 20 dicembre 2008

L'Osservatore Romano: la Bibbia non l'hanno scoperta ieri...

Interessantissimo articolo dell'Osservatore che rilancia l'esegesi spirituale del Medioevo, il metodo dei vittorini prima e poi dei mendicanti - certo non scientifico, ma sapienziale - di lettura della Sacra Scrittura. Mi piace ricordare che questo metodo trova uno dei suoi ultimi intraprendenti fautori nel nostro Sant'Antonio di Padova, che lo applica nei suoi Sermones.
Chi voglia conoscerli li trova tutti in Internet, in Italiano e Latino. Il Messaggero di Sant'Antonio, che stampa il volume, propone on line l'intero testo ricercabile
Li possiamo trovare qui: http://www.santantonio.org/portale/sermones/indice.asp
Per le ricerche: http://www.santantonio.org/portale/sermones/default.asp
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L'esegesi biblica medievale
Lo studio delle fonti è come la manna inesauribile e sempre gustosa

di Raffaele Savigni
Università di Bologna


L'esegesi biblica medievale è stata oggetto di un rinnovato interesse negli anni centrali del secolo scorso. Un interesse che si è tradotto in una serie di studi, articolati secondo due diverse linee interpretative: l'una riconducibile a padre Henri De Lubac - che nella sua opera monumentale Exégèse médiévale (1959-1964) ha rivalutato l'esegesi spirituale dei Padri incentrata sulla dottrina dei quattro sensi della Scrittura - l'altra a Beryl Smalley (1905-1984) e a padre Ceslas Spicq, che hanno rivolto l'attenzione soprattutto alla riscoperta dell'esegesi storico-letterale già valorizzata da Girolamo da parte di un gruppo di esegeti dei secoli xii e xiii, nel quadro di una più generale rinascita degli studi e di una più chiara distinzione tra esegesi scientifica e teologia. Lo studio della Bibbia nel medioevo di Beryl Smalley è stata quest'anno pubblicato nella sua terza edizione - a cura di Gian Luca Potestà - dalle edizioni Dehoniane di Bologna.
La prima edizione inglese dell'opera di Smalley, punto di arrivo di una serie di ricerche analitiche sui manoscritti, risale al 1941, e privilegia il xii secolo. Nel 1952 venne pubblicata una seconda edizione, notevolmente ampliata, che proseguiva la trattazione sino agli albori del Trecento, considerato come un punto di svolta, in quanto lo spazio dell'interpretazione spirituale, ormai separato da quello dell'esegesi scientifica - sempre più spesso identificata con l'approccio storico-filologico - sarebbe stato d'ora in poi non più quello dell'esegesi allegorica tradizionale, ma quello della mistica e della devozione. Di tale edizione venne pubblicata nel 1972 la traduzione italiana, corredata da un saggio introduttivo di Claudio Leonardi (L'esegesi biblica medievale come problema storico): quest'ultimo intravvedeva tanto nel de Lubac, quanto nella Smalley, una sostanziale incomprensione per il senso storico-profetico, privilegiato da Gioacchino da Fiore, e suggeriva quindi un diverso approccio all'esegesi medievale, partendo dal presupposto secondo cui "il proprio dell'esegesi è la storia. Profezia significa giudizio sulla storia e annuncio per la storia e nella storia" (prospettiva ripresa nella Premessa al volume La Bibbia nel Medioevo, a cura di Giuseppe Cremascoli e Claudio Leonardi, Bologna 1996, p. 13). La terza edizione inglese, che risale al 1983 (un anno prima della morte dell'autrice), si differenziava per una nuova Prefazione e per l'aggiornamento della bibliografia. Essa viene ora pubblicata in traduzione italiana per iniziativa di Gian Luca Potestà, che nel 2001 aveva già promosso la traduzione di un altro lavoro fondamentale della Smalley, pubblicato in inglese nel 1985 (I Vangeli nelle scuole medievali: secoli xii e xiii, Padova, Edizioni Francescane, 2001).
Come osserva nella premessa Potestà, Lo studio della Bibbia nel Medioevo "è un classico, che sfugge al rapido invecchiamento cui sono generalmente sottoposti i saggi scientifici", e "rappresenta un contributo alla conoscenza della storia intellettuale dell'occidente medievale nel suo complesso", superando i confini di una storia dell'esegesi strettamente intesa: l'autrice osservava infatti che "la storia della cultura biblica dipende da quella dell'organizzazione e della riforma religiose". Certo, si tratta di una sintesi "fortemente sbilanciata", in quanto privilegia nettamente i secoli xii e xiii, considerati come un periodo intellettualmente fecondo e fortemente innovativo rispetto alla tradizione monastica sino a quel momento egemone.
La Smalley ha condotto il suo lavoro sulle biblioteche e sui manoscritti, incentrandolo sull'epoca di formazione della Glossa ordinaria e sugli autori che, utilizzando i nuovi strumenti di lavoro e di analisi forniti dalle scuole (come i correctoria) nel contesto di un dialogo fruttuoso con l'esegesi ebraica (il cui esponente più noto è Rashi di Troyes), seppero ridare nuova vitalità all'interpretazione letterale: in particolare Andrea di San Vittore, che influenzò largamente Pietro Lombardo, Pietro il Cantore, Stefano Langton e altri esegeti successivi. Anche i frati predicatori, in particolare Ugo di Saint Cher, assumono un rilievo centrale nella sua ricostruzione, che si arresta alla fine del xiii secolo, lasciando intravvedere una valutazione meno positiva degli sviluppi successivi.
Potestà osserva inoltre che l'opera della Smalley, incentrata sulla riflessione delle élites cristiane in una fase storica caratterizzata da "contatti cordiali tra studiosi cristiani e studiosi giudei", purtroppo entrati in crisi nei secoli successivi, può essere adeguatamente compresa solo tenendo conto della sua collaborazione con studiosi ebrei (come Louis Rabinowitz) e della sua volontà di contrastare l'antisemitismo diffuso degli anni Trenta: per questo la studiosa "disinnesca qualsiasi elemento potenzialmente antigiudaico nel quadro dell'esegesi cristiana medievale", sottolineando piuttosto la disponibilità di Andrea di San Vittore a recepire l'esegesi ebraica - da lui tendenzialmente identificata con il senso letterale - e quindi a interpretare in chiave non immediatamente cristologica ma in primo luogo storico-politica diversi passi profetici dell'Antico Testamento, tanto da essere accusato di "giudaizzare". Pur rilevando in Andrea la mancanza di interesse per la speculazione teologica e l'assenza di un preciso criterio per distinguere un salmo messianico da uno che si riferisce a Davide o Salomone - solo Guerrico di Saint Quentin e poi Tommaso d'Aquino identificheranno il senso letterale col significato espressamente inteso dall'autore - la Smalley sottolinea il fatto che nel complesso "i cristiani, studiando l'ebraico, nonché il pensiero e le tradizioni giudaiche, fecero un buon affare".
Nelle prime due edizioni dell'opera spiccavano le figure di Anselmo di Laon, di Andrea di San Vittore e di Tommaso d'Aquino, e veniva particolarmente sottolineato il ruolo dei frati mendicanti - che nel tredicesimo secolo avrebbero liberato l'esegesi propriamente intesa dal peso ingombrante di speculazioni teologico-apocalittiche a essa estranee - mentre veniva sbrigativamente liquidata la figura di Gioacchino da Fiore; e il riemergente interesse - nel secondo dopoguerra così come nel Trecento - per il misticismo appariva all'autrice come un esempio "affascinante, sebbene allarmante, del modo in cui la storia dell'esegesi si prolunga in quella dei suoi storici". Nella prefazione alla terza edizione la Smalley tracciava "un bilancio, a distanza, del significato e dei limiti dell'opera", riconoscendo che essa era frutto di un'epoca in cui l'esegesi della Scrittura secondo i quattro sensi "era considerata irrilevante, addirittura bizzarra", e operava una parziale retractatio, riconoscendo, sia pure con qualche riserva - "l'esposizione spirituale in quel tempo ha prodotto un bambino vigoroso, pur non essendo il bambino che mi preoccuperei di adottare" - il ruolo dell'esegesi spirituale, che, come aveva osservato De Lubac, "era essenziale per lo studio e l'insegnamento devoto della Bibbia", in quanto "il senso storico-letterale, come era inteso nel medioevo, era troppo arido e troppo poco edificante per soddisfare i lettori medievali".
I Vittorini, e lo stesso Andrea, le apparivano ora "meno originali e pionieristici" di quanto pensasse in precedenza, ed emergevano più chiaramente le ricadute dell'esegesi sul piano politico ed ecclesiologico, ora illustrate da lavori come quello di Philippe Buc, L'ambiguïté du Livre (Paris 1994). Anche per quanto riguarda gli esegeti carolingi la Smalley tendeva ora a sfumare alcuni giudizi un po' sbrigativi espressi in precedenza - "Studiare i commenti di Alcuino, di Claudio di Torino, di Rabano Mauro e di Walafrido Stradone (...) equivale semplicemente a studiare le loro fonti" (p. 108) - invitando a "considerare i loro metodi e i loro libri alla luce degli obiettivi loro propri, quelli di un ambizioso programma educativo".
Offrendo al pubblico italiano l'ultima edizione del volume della Smalley, il Potestà fornisce altresì al lettore un impegnativo bilancio critico degli studi più recenti e un prezioso strumento per orientarsi in un panorama storiografico sempre più ricco, caratterizzato da una rinnovata attenzione all'esegesi ebraica - non priva di possibili ricadute sul piano teologico per quanto riguarda l'interpretazione del concetto di "ispirazione", non più concepito come una sorta di dettatura del testo sacro da parte dello Spirito - e dal proliferare di studi sul processo di formazione della Glossa ordinaria, su figure di primo piano come Pietro il Cantore, Ugo di Saint Cher, Stefano Langton, Nicolò di Lyra, sulla diffusione della Bibbia tra i laici e sulle volgarizzazioni dei testi biblici. Alla luce delle ricerche sviluppate da Gilbert Dahan e Guy Lobrichon, riconducibili in qualche modo al magistero della Smalley, il quadro appare ora assai più complesso e articolato. Da parte sua Robert Lerner (La festa di Abramo, Roma 2002) ha attirato l'attenzione sull'esistenza di un filone "filogiudaico" di matrice gioachimita, che, per quanto minoritario, scalfisce "la consolidata rappresentazione del cristianesimo medievale come compattamente antigiudaico".
Potremmo concludere con le parole finali di un volume del Dahan (L'exégèse chrétienne de la Bible en Occident médiéval. xii-xive siècle, Parias 1989), che ha ripreso e sviluppato l'ampliamento di prospettiva dell'ultima Smalley, più disponibile a riconoscere la legittimità di un approccio diversificato alla Scrittura: "Mi chiedo in quale misura i commentari medievali non siano, ben più che mere spiegazioni dei testi, una meditazione prolungata sul fatto stesso dell'esegesi (...) Ciascuna glossa, sia pure semplicemente grammaticale, rinnova il mistero di ridire una parola divina (...) L'esegesi non può essere se non un invito ad andare sempre più lontano, a far avanzare la ruota, perché ciascuna generazione, ciascun uomo possa aggiungere il suo sforzo agli sforzi che l'hanno preceduto; ciascuno troverà la manna di suo gusto, sapendo che è inesauribile e sempre gustosa".

(©L'Osservatore Romano - 20 dicembre 2008)
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