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martedì 31 marzo 2009

"La verità vi farà liberi": Papa Benedetto si prende cura dei Legionari di Cristo nella tempesta

E' arrivata la notizia anticipata nelle scorse settimane: il Papa non lascia sola la Congregazione dei Legionari di Cristo scossa dagli scandali perpetrati dal suo fondatore Marcial Maciel (leggere qui il resoconto di Magister). Speriamo e preghiamo che possano uscire da questo vicolo cieco, ripudiando totalmente il culto del loro indegno fondatore e le attività di quanti hanno coperto il suo esecrabile operato. Rivolgendosi direttamento a Cristo possano compiere, con l'aiuto della Santa Sede, una seria opera di rifondazione. 

Il Papa invia una visita apostolica ai Legionari di Cristo

Città del Vaticano, 31 mar. (Apcom) - Benedetto XVI ha disposto la nomina di una equipe di prelati (vescovi o ecclesiastici) che realizzeranno una visita apostolica alle istituzioni dei Legionari di Cristo. Lo riferisce l'agenzia Zenit, secondo cui il compito dei visitatori apostolici consisterà nel conoscere da vicino la vita e l'apostolato della Congregazione e nell'informare successivamente la Santa Sede. Recentemente è apparsa la notizia che padre Marcial Maciel, morto lo scorso anno, avesse una relazione segreta con una donna da cui aveva avuto una figlia [oltre alle precedenti accuse di pedofilia e di poca trasparenza nell'uso delle finanze della Congregazione ndr.]
La disposizione del Pontefice è stata comunicata dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, in una lettera inviata al Superiore dei Legionari di Cristo, padre Alvaro Corcuera, che la Congregazione ha reso pubblica oggi sulla sua pagina web:
Il cardinal Bertone afferma che "Sua Santità Benedetto XVI rinnova ai Legionari di Cristo, ai membri del Movimento Regnum Christi e a tutti coloro che vi sono spiritualmente vicini, la sua solidarietà e la sua preghiera in questi momenti delicati. Il Santo Padre - aggiunge - cosciente degli alti ideali che vi animano, e della fortezza e spirito di preghiera con cui state affrontando le attuali circostanze, vi incoraggia a continuare la ricerca del bene per la Chiesa e per la società, mediante le iniziative e le istituzioni che sono a voi proprie. A questo proposito, potrete contare sempre sull'aiuto della Santa Sede affinché, attraverso la verità e la trasparenza, in un clima di dialogo fraterno e costruttivo, superiate le difficoltà esistenti", dichiara Bertone.

In una lettera indirizzata ai Legionari di Cristo in occasione dell'annuncio della visita apostolica, padre Corcuera ringrazia il Papa per questo ulteriore aiuto offerto loro per far fronte alle attuali vicissitudini. "Pieni di fiducia nella Provvidenza divina e in nostra Madre, la Chiesa, che vigila per l'autentico bene dei suoi figli, ci disponiamo ora ad accogliere i visitatori apostolici che, durante i prossimi mesi, verranno a conoscere da vicino la vita e l'apostolato della Legione di Cristo", scrive. "Confermiamo la nostra donazione ed eleviamo la nostra preghiera affinché Dio ci conceda di continuare a cercare la santità alla quale Lui ci chiama e affinché possiamo portare a pienezza il carisma che ci ha affidato", conclude il Superiore.

Le lettere del Segretario di Stato e del Direttore Generale della Legione sono a disposizione nel sito ufficiale della Congregazione

Le potature della liturgia quaresimale e il loro senso mistico

Traduco e posto un articolo che ho colto sul blog di fr. Z. Mi è piaciuto molto per il tono spirituale e la lettura mistica della liturgia quaresimale e del Triduo Santo. L'originale è a questo link
La foto è di Orbis Catholicus, che ne ha parecchie altre splendide.

Durante la Quaresima perdiamo tante cose. Siamo come “potati” attraverso la liturgia. La Santa Chiesa sperimenta una sorta di “morte liturgica” prima della festa della Risurrezione. L’alleluia se ne va dalla Settuagesima per chi segue il rito antico (all’inizio della Quaresima per tutti). La musica e i fiori ci lasciano il mercoledì delle Ceneri. Con la domenica V (o di Passione) le statue e le immagine vengono coperte da drappi violacei. Ancor oggi, l’Ordo della Chiesa Universale pubblicato dalla Santa Sede prevede che nella V domenica di Quaresima possano essere velate le immagini delle chiese. Tradizionalmente le croci restano velate fino alla fine della Celebrazione della Passione del Signore il Venerdì Santo, le immagini e le statue fino all’inizio della Veglia Pasquale.
Fr. Z riferisce che nella sua parrocchia nativa in Minnesota, la grande statuta della Pietà è disvelata, appropriatamente, anch’essa il Venerdì Santo.
Sempre come parte della potatura, nella forma straordinaria del rito romano, nella domenica di Passione scompaiono alcuni Gloria Patri alla fine di certe preghiere. Quando poi entriamo nel Sacro Triduo le potature aumentano. Dopo la Messa in Cena Domini del Giovedì Santo il Santissimo Sacramento è rimosso dal tabernacolo dell’altar maggior e l’altare stesso viene spogliato. Campane e campanelle sono rimpiazzate da rumorosi strumenti di legno (crepitacula). Al Venerdì Santo non c’è neppure una Messa. Infine, iniziamo la veglia pasquale privati perfino della stessa luce! E’ come se la Chiesa stessa fosse completamente morta, insieme al suo Signore nella tomba.
Questa morte liturgica della Chiesa rivela quanto Cristo abbia “svuotato” se stesso della sua gloria, al fine di salvarci dai nostri peccati e di insegnare a noi chi siamo veramente.
La chiesa, poi, ritorna d’improvviso, gloriosamente, alla vita nella Veglia Pasquale. Nell’antichità la Veglia era celebrata nella notte profonda. Nell’oscurità, una singola scintilla scaturita dalla pietra focaia si spandeva in fiamme. E le fiamme si spargevano per tutta la chiesa. Se ci mettiamo in connessione mente e cuore con la liturgia della Chiesa in cui questi sacri misteri sono ri-presentati, allora, per mezzo della nostra “attiva recettività”, diventiamo partecipi dei misteri di salvezza della vita, morte e risurrezione di Cristo. Per essere iniziati a questa “attiva recettività” dobbiamo naturalmente essere membri battezzati della Chiesa e in stato di grazia.

La conferenza di Don N.Bux a Monopoli.

Rinascimento Sacro ha messo in linea la conferenza sulla riforma della liturgia secondo papa Benedetto XVI di Don Nicola Bux tenuta il 27 marzo scorso a Monopoli.
Per scaricarla cliccate qui: Download

domenica 29 marzo 2009

L'inno vespertino delle domeniche di quaresima: Audi benigne conditor

Ringraziando sempre per lo splendido lavoro il maestro Giovanni Vianini, ascoltiamo in questa quinta domenica di Quaresima, l'inno dei vespri Audi benigne conditor, registrato dal vivo dalla Schola gregoriana Mediolanensis.

sabato 28 marzo 2009

Newman: "I Padri mi fecero cattolico". Il ruolo dei Padri della Chiesa nella spiritualità del grande cardinale inglese

Ormai praticamente non passa giorno senza che l'Osservatore Romano pubblichi un articolo dedicato a John Henry Newman, cardinale inglese del sec. XIX, convertitosi al cattolicesimo e ideatore del movimento di Oxford per il ritorno dell'anglicanesimo nella famiglia cattolica.
Il suo pensiero, quanto mai fecondo, stimola i teologi contemporanei: sia per la sua visione dei rapporti tra fede, ragione e immaginazione, per quanto riguarda la teologia fondamentale e il funzionamento dell'actus fidei, sia, su un altro versante, per la sua ecclesiologia permeata dalla dottrina patristica, che lo conduce a riconoscere la continuità della fede professata dalla Chiesa antica e dal cattolicesimo a lui contemporaneo. L'articolo di oggi, di Inos Biffi, tratta appunto del tema cruciale: l'incontro di Newman con i grandi padri, in particolare i Cappadoci e Atanasio.

Newman e i Padri della Chiesa: un incontro decisivo 
Gli amici del quarto secolo che fanno bella ogni stagione

di Inos Biffi

Il 13 marzo 1864, domenica di Passione, alle sette del mattino, nel Testamento scritto in attesa della morte, Newman dichiarava: "Affido l'anima mia e il mio corpo alla Santissima Trinità e ai meriti e alla grazia di nostro Signore Gesù, il Dio Incarnato; all'intercessione e alla compassione della nostra cara madre Maria; a san Giuseppe; a san Filippo, mio padre, padre di un figlio indegno; a san Giovanni evangelista; a san Giovanni Battista; a sant'Enrico; a sant'Atanasio, a san Gregorio di Nazianzo; a san Giovanni Crisostomo e a sant'Ambrogio.
L'affido altresì a san Pietro, a san Gregorio I, a san Leone e al grande apostolo san Paolo".
Non sorprende che nell'attesa della morte - che sarebbe sopravvenuta più di un quarto di secolo dopo, nel 1890 - Newman si affidasse alla Santissima Trinità, a Gesù Cristo, a Maria e a Giuseppe, a san Filippo Neri, fondatore degli oratoriani - ai quali apparteneva, e del quale era devotissimo - a san Giovanni Battista e agli apostoli Giovanni, Pietro e Paolo, e a sant'Enrico, del quale, con quello di Giovanni, portava il nome.
Non è però neppure sorprendente - ma molto significativo - che, dopo aver "passato la sua vita nell'intimità dei Padri" (Henri Brémond), Newman si affidasse in morte a quei padri e dottori che rappresentavano ai suoi occhi la gloriosa Chiesa antica: dopo la frequentazione durante tutta la sua vita, a partire dall'adolescenza, non poteva, certo, dimenticarli in morte. Essi erano stati "le sorgenti della sua conversione e della sua vita interiore" (Denis Gorce); li aveva cantati nelle sue più belle liriche; li aveva raccolti con premurosa devozione, in edizioni raffinate, nella sua biblioteca, per stare con loro; li aveva studiati a lungo e con entusiasmo: non poteva dubitare che si sarebbero presentati ad accoglierlo sulla soglia dell'eternità.
L'incontro di Newman con i Padri, con "queste prime luci della Chiesa", come egli li chiama, fu un incontro precoce. Era il 1816, quando questo "sublime inquieto" (Gorce) sperimentò - lo scrive nell'Apologia pro vita sua - "un grande rivolgimento di pensieri", incominciando "a subire l'ascendente di un credo ben definito" e ad accogliere "nella mente certe impressioni sul dogma che, per la grazia di Dio, non sono mai più scomparse né sbiadite".
La storia dei Padri diviene allora, in certa misura, la storia di Newman. E il pensiero va a quello che per lui aveva significato lo studio degli "amici del secolo IV", "il secolo di elezione di Newman", nel quale egli "si trova tutt'intiero" e che è "il suo luogo intellettuale (...) il paesaggio dell'anima che porta nel proprio intimo e trasfigura le sue giornate" (Gorce) - e va al Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, che si concluderà con la scelta dolorosa e doverosa, e insieme gioiosa e liberante, della conversione alla Chiesa cattolica, quando, proprio alla scuola dei padri, sentì sciogliersi l'ostacolo che lo teneva lontano da essa.
Dal dicembre 1832 al giugno 1833 Newman avrebbe compiuto il celebre viaggio nel Mediteranno da cui resterà incantato. Quelle acque, scriverà alla madre il 19 dicembre 1832, gli ricordavano Atanasio, che le aveva attraversate - "Qui il grande Atanasio viaggiò verso Roma" - e lo avvicinavano alle terre dei padri greci, e particolarmente dei "suoi Cappadoci". Il loro ricordo si trasfigura allora in poesia: la poesia che, d'altronde, anima tutta l'opera di Newman.
A bordo della Hermes, tra Zante e Patrasso, Newman canta i Padri greci, "la pagina variegata, tutta splendore di Clemente", "e Dionigi, guida saggia nel giorno del dubbio e della pena", "e Origene dall'occhio d'aquila", e, dopo Basilio, - col suo "alto proposito di colpire l'eresia imperiale" - "la grazia divinamente insegnata del Nazianzeno", e "Atanasio dal cuore regale", che altrove definirà "instancabile Atanasio"; mentre un'intera poesia sarà dedicata a Gregorio di Nazianzo.
Né meno poeticamente ispirato è un brano di prosa del saggio sul Crisostomo, dove quattro dottori della Chiesa sono paragonati alle quattro stagioni: "(Basilio) somigliava a una calma, mite, composta giornata d'autunno; san Giovanni Crisostomo era invece una giornata di primavera, luminosa e piovosa, splendida fra sprazzi di pioggia. Gregorio era l'estate piena, con un lungo intervallo di dolce quiete; la sua monotonia era interrotta da lampi e tuoni. E sant'Atanasio ci dà l'immagine dell'inverno rigido e accanito, con i suoi venti violenti, i terreni incolti, il sonno della grande madre, e in cielo le stelle luminose".
"I Padri mi fecero cattolico": Newman stesso lo dichiara a Edward B. Pusey. Questi aveva criticato il culto cattolico a Maria, ritenendolo uno sviluppo anomalo della pietà cristiana e un grave ostacolo per l'intesa degli anglicani coi cattolici, e Newman nella nota lettera a Pusey risponderà: "Non mi vergogno di basarmi sui Padri, e non penso minimamente di allontanarmene. La storia dei loro tempi non è ancora per me un vecchio almanacco. I Padri mi fecero cattolico (The Fathers made me a Catholic), ed io non intendo buttare a terra la scala con la quale sono salito per entrare nella Chiesa".
E, dopo aver terminato The Church of the Fathers, scriverà: "La mia Chiesa dei Padri è ora terminata. È il libro più bello - the prettiest book - che io abbia scritto. E non c'è da sorprendersi, dal momento che si compone tutto di parole e di opere dei Padri".
È lui stesso a riferire quanto si diceva: "Intorno a noi da ogni parte si alzavano voci, a gridare che i Tracts e gli scritti dei Padri ci avrebbero portato al cattolicesimo prima che ci avvedessimo" e a ricordare il suo prosternarsi "con amore e venerazione ai piedi di coloro - sta parlando dei padri calcedonesi - la cui immagine ebbi sempre davanti agli occhi e le cui armoniose parole risuonarono sempre al mio orecchio e sulle mie labbra". Si viene drammaticamente accorgendo che l'antica ortodossia patristica e conciliare continuava nella Chiesa di Roma, e la sua coscienza gli imponeva di prendere la decisione coerente: "Se sant'Ambrogio e sant'Atanasio tornassero all'improvviso in vita - scrive nello Sviluppo della dottrina cristiana - non vi ha dubbio quale confessione riconoscerebbero come la loro". Commenta con finezza il Gorce: "Newman non ha che da cantare il Nunc dimittis (...) Dopo essere stati gli strumenti della sua agonia, i Padri sono diventati finalmente gli artefici della sua risurrezione".
Newman stesso nell'Apologia pro vita sua ricorderà come nella stesura de Gli ariani del iv secolo i Padri abbiano via via influito su di lui. Così, scrive: "La vasta filosofia di Clemente e Origene mi entusiasmò (...) Certe parti del loro insegnamento, di per sé magnifiche, mi giungevano come una musica nell'orecchio della mia anima, quasi fossero la risposta a idee che, con ben poco incoraggiamento all'esterno, io accarezzavo da tanto tempo".
Fatto quindi cattolico, Newman affermerà che la lettura dei Padri era per lui fonte di "delizia"; egli li sentiva e li considerava come suoi familiari. Alcuni di essi erano i suoi "vecchi amici del secolo iv". Gli scritti dei padri erano i suoi "archivi di famiglia".
"Mi ricordo bene - scrive Newman - come, entrato finalmente nella comunione cattolica, baciavo i volumi di sant'Atanasio e di san Basilio con delizia, con la percezione che in essi ritrovavo molto di più di quello che avevo perduto, e come dicevo a queste pagine inanimate, quasi parlando direttamente ai gloriosi santi che le hanno lasciate in eredità alla Chiesa: "Ora, senza possibilità alcuna di errore, voi siete miei, e io sono vostro"".
I Padri - è l'osservazione del geniale Brémond - sono rievocati da Newman non come figure definitivamente perdute nel passato, ma come suoi veri contemporanei: "Poeta, veggente, la Chiesa dei Padri gli è presente e familiare quanto i suoi amici di Oxford e di Birmingham", così come "Ciro, in cui Teodoreto vive in esilio, "uggiosa, banale, con la sua popolazione insignificante", è Birmingham. Antiochia, l'elegante e la raffinata, ora che Alessandria ha perso il suo Atanasio, Antiochia è Oxford".
"Sempre il ricordo dei Padri - annota il Gorce - dorme in fondo alla sua anima, pronto a rivivere e a manifestarsi. Passando a Milano, nel recarsi a Roma, (...) egli si sentirà perfettamente at home nella grande città patristica". Newman aveva scritto: "Questo è il luogo più meraviglioso (...) Milano presenta maggiori richiami, che non Roma, con la storia che mi è familiare. Qui ci fu sant'Ambrogio, sant'Agostino, santa Monica, sant'Atanasio".
D'altronde, Newman non accostava i padri in modo astratto, unicamente interessato, da storico e da teologo, allo studio della loro dottrina, ma al fine - sono le sue parole - di penetrare nella loro "vita reale, nascosta, ma umana o, come si dice, l'"interno" di queste gloriose creature di Dio".

(©L'Osservatore Romano - 28 marzo 2009)

La Via Crucis di Liszt sotto le cupole della Basilica del Santo di Padova

La serata di venerdì 27 ha visto la Basilica di Sant'Antonio di Padova immersa nella musica meditativa della "Via Crucis di Liszt", eseguita dalla Cappella Musicale del Santo diretta dal Maestro Valerio Casarin. Alternandosi alle parti per organo e coro, alcuni attori hanno letto brani dalle stazioni della celeberrima Via Crucis preparata nel 2005 dall'allora Card. Ratzinger. 
Vera e penetrante musica sacra, alternata alla riflessione sulla Passione di Cristo. Ho registrato alcune parti dell'esecuzione. Qui vi propongo il "Vexilla Regis", posto come prologo a tutta la composizione di Liszt e la Prima caduta di Gesù.







Liszt lavorò alla “Via Crucis” dal 1873 fino al 1879. La documentazione del travagliato lavoro di composizione trova riscontro in tanta corrispondenza del periodo. Nell’ottobre del 1878 scrisse ad esempio alla baronessa Olga Von Meyendorff, dicendosi completamente assorbito dalla composizione della Via Crucis e nel contempo stupefatto della musica che gli aveva invaso la mente. 
La Via Crucis non fu mai ascoltata nei tempi di Liszt. Non fu pubblicata fino al 1938, nove anni dopo la prima esecuzione avvenuta a Budapest, il Venerdì Santo del 1929. Composta per coro misto, solisti, organo o piano, include un prologo (“Vexilla Regis prodeunt…”) e 14 parti brevi, ciascuna delle quali rappresenta una stazione del percorso sulla via del Calvario. Il lavoro è pertanto una “musica della Passione”, caratterizzata dalla semplicità dei significati e dall’intervento essenziale e modesto degli esecutori.
(Da: La VIA CRUCIS di Liszt - Dizionario della Musica e dei Musicisti – UTET).

venerdì 27 marzo 2009

Canti per l'adorazione Eucaristica: l'intramontabile "Adoro te devote"

Un concentrato di dottrina e di poesia che accompagna dai tempi di San Tommaso d'Aquino (suo autore) i momenti dedicati all'adorazione eucaristica. In questo periodo, in molte parrocchie e chiese si attivano le tradizionali "Quarant'ore", giornate dedicate all'adorazione eucaristica intensiva per prepararsi alla settimana santa, o per viverne i primi tre giorni con particolare concentrazione, in attesa dell'inizio del Triduo pasquale.
Vi propongo tutto il materiale necessario a studiare e apprezzare questo canto, con la speranza che vogliate e possiate eseguirlo (al limite anche nella sua traduzione italiana: "O Gesù ti adoro")


Il testo Latino e Italiano 
Adóro te devóte, latens Déitas,
Quae sub his figúris vere látitas:
Tibi se cor meum totum súbiicit,
Quia te contémplans totum déficit.

Visus, tactus, gustus in te fállitur,
Sed audítu solo tuto créditur.
Credo, quidquid dixit Dei Fílus:
Nil hoc verbo Veritátis vérius.

In cruce latébat sola Déitas,
At hic latet simul et humánitas;
Ambo tamen credens atque cónfitens,    
Peto quod petívit latro paénitens.

Plagas, sicut Thomas, non intúeor;
Deum tamen meum te confíteor.
Fac me tibi semper magis crédere,
In te spem habére, te dilígere.

O memoriále mortis Dómini!
Panis vivus, vitam praestan hómini!
praesta meae menti de te vívere.
Et te illi semper dulce sápere.

Pie pellicáne, Iesu Dómine,
me immúndum munda tuo sánguine.
Cuius una stilla salvum fácere
Totum mundum quit ab omni scélere.

Iesu, quem velátum nunc aspício,
Oro fiat illud quod tam sítio;
Ut te reveláta cernens fácie,
Visu sim beátus tuae glóriae. Amen.
Adoro Te devotamente, oh Dio nascosto,
Sotto queste apparenze Ti celi veramente:
A te tutto il mio cuore si abbandona,
Perché, contemplandoTi, tutto vien meno.

La vista, il tatto, il gusto, in Te si ingannano
Ma solo con l'udito si crede con sicurezza:
Credo tutto ciò che disse il Figlio di Dio,
Nulla è più vero di questa parola di verità.

Sulla croce era nascosta la sola divinità,
Ma qui è celata anche l'umanità:
Eppure credendo e confessando entrambe,
Chiedo ciò che domandò il ladrone penitente.

Le piaghe, come Tommaso, non vedo,
Tuttavia confesso Te mio Dio.
Fammi credere sempre più in Te,
Che in Te io abbia speranza, che io Ti ami.

Oh memoriale della morte del Signore,
Pane vivo, che dai vita all'uomo,
Concedi al mio spirito di vivere di Te,
E di gustarTi in questo modo sempre dolcemente.

Oh pio Pellicano, Signore Gesù,
Purifica me, immondo, col tuo sangue,
Del quale una sola goccia può salvare
Il mondo intero da ogni peccato.

Oh Gesù, che velato ora ammiro,
Prego che avvenga ciò che tanto bramo,
Che, contemplandoTi col volto rivelato,
A tal visione io sia beato della tua gloria.










La figura del "pio pellicano" che si ferisce per nutrire i piccoli col suo sangue è simbolo di Cristo che accetta di versare il sangue per dar la vita a noi uomini e nutrirci col suo corpo.

La versione cantabile in italiano

O Gesù ti adoro, Ostia candida,
sotto un vel di pane, nutri l'anima.
Solo in te il mio cuore si abbandonerà,
perché tutto è vano se contemplo te.

L'occhio, il tatto, il gusto non arriva a te,
ma la tua parola resta salva in me:
Figlio sei di Dio, nostra verità;
nulla di più vero, se ci parli tu.

Hai nascosto in Croce la divinità,
sull'altare veli pur l'umanità;
Uomo Dio la fede ti rivela a me,
come al buon ladrone dammi un giorno il ciel.

Anche se le piaghe non mi fai toccar,
grido con Tommaso: “Sei il mio Signor”;
cresca in me la fede, voglio in te sperar
pace trovi il cuore solo nel tuo amor.

Sei ricordo eterno che morì il Signor,
pane vivo, vita, tu diventi in me.
Fa’ che la mia mente, luce attinga a te
e della tua manna porti il gusto in sé.

Come il pellicano nutri noi di te;
dal peccato grido: “Lavami, Signor”.
Il tuo sangue è fuoco, brucia il nostro error,
una sola stilla, tutti puoi salvar.

Ora guardo l'Ostia, che ti cela a me,
ardo dalla sete di vedere te:
quando questa carne si dissolverà,
il tuo viso, Luce, si disvelerà. Amen.

giovedì 26 marzo 2009

Preghiere Fedelmente Tradotte: colletta del giovedì IV settimana di Quaresima

Giovedì della IV settimana di Quaresima (Missale Romanum ed Typica II = III).
La colletta di oggi, nel Messale Romano tradotto dalla CEI, ci mostra in modo lampante l'idea di traduzione che è all'opera in quei testi che vengono quotidianamente usati per la celebrazione qui in Italia. Spesso non si tratta di tradurre, ma come in questo caso, pur sepolto in mezzo ad una settimana di quaresima, il Messale Italiano adatta, interpreta, e alla fine offre una preghiera che dice altre cose rispetto all'originale. Vediamo:

Traduzione CEI
O Padre, che ci hai dato la grazia di purificarci con la penitenza e di santificarci con le opere di carità fraterna, fa' che camminiamo fedelmente nella via dei tuoi precetti, per giungere rinnovati alle feste pasquali. Per il nostro Signore...

Originale latino:
Cleméntiam tuam, Dómine, súpplici voto depóscimus, ut nos fámulos tuos, pæniténtia emendátos et bonis opéribus erudítos, in mandátis tuis fácias perseveráre sincéros, et ad paschália festa perveníre illæsos. Per Dóminum.

traduzione letterale
O Signore, con preghiera di supplica insistentemente chiediamo la tua clemenza, affinchè, purificati dalla penitenza, e divenuti esperti nel fare le buone opere, tu faccia perseverare con lealtà noi tuoi figli nei tuoi comandamenti, e ci faccia arrivare incolumi alle feste pasquali

La preghiera latina inizia chiedendo con insistenza (deposcimus) al Signore (Domine)  la sua misericordia, la sua clemenza (clementiam) perchè possiamo essere purificati dalla penitenza e diventare ben istruiti (eruditos), ben capaci di praticare le buone opere. Ma questi sono due prerequisiti affinchè il Signore ci conceda soprattutto di perserverare con onestà, leali, (sinceros, cioè genuini, non falsi) nella via dei suoi comandamenti (mandatis) e ci faccia giungere senza ferite, senza lesioni (illaesos = evidentemente senza lesioni causate dal peccato in senso spirituale, ma anche - come si dice - sani e salvi in senso globale) a festeggiare la Pasqua.

La traduzione CEI dice a Dio, in modo diretto dice: Padre che ci hai dato la grazia di purificarci con la penitenza e di santificarci con le opere di carità fraterna (siamo già purificati e già addirittura santificati per mezzo delle buone opere, alla faccia di San Paolo: ma allora perchè continuiamo la Quaresima...?) , fa' che camminiamo fedelmente nella via dei tuoi precetti, (come in moltissime preghiere si dà quasi un ordine a Dio, non c'è supplica, nè richiesta di clemenza davanti alla maestà divina, ma un semplice: fa' questo, fammi quello). Poi qui la traduzione dice: "fa tu che noi camminiamo" il latino, più umilmente chiedeva "ti preghiamo che tu ci faccia perseverare, cioè: tienici saldi che non cadiamo dalla perseveranza dei comandamenti". Infine la traduzione CEI si inventa una clausola finale: per giungere rinnovati alle feste pasquali. L'originale chiede a Dio di farci perseverare nel cammino e di giungere senza lesioni o ferite alla meta delle feste. Illaesos viene reso da "rinnovati", che fa perdere la metafora della guarigione o dell'esser preservati dal pericolo che si può incontrare lungo il cammino. 

Padre Ernesto Caroli: se ne va un grande appassionato di Sant'Antonio

Il giorno 23 marzo Si è spento all'età di 92 anni p. Ernesto Caroli, dei frati Minori di Bologna.
Fu uno dei fondatori dell'Antoniano e dello Zecchino d'Oro, oltre che di opere sociali, caritative e culturali. Tutto nel nome del santo francescano che tanto amava e di cui tantissimo si fidava: Sant'Antonio.
Il suo funerale sarà celebrato domani, 27 marzo, alle 10:30 a Bologna, nella locale Basilica di Sant'Antonio.
Il mio ricordo di padre Caroli è legato particolarmente ai libri da lui curati, soprattutto per l'ambito della diffusione del pensiero dei grandi scrittori francescani, oltre che del santo Fondatore.
Degni di nota i dizionari da lui curati e pubblicati per i tipi del Messaggero di Padova, la casa editrice dei Frati del Santo: Dizionario Francescano, Dizionario Antoniano e Dizionario Bonaventuriano. La collana dei "Mistici Francescani" è un'altra delle monumentali iniziative culturali intraprese dal padre Ernesto. Per finire, non si può dimenticare che anche il volume delle "Fonti Francescane" è edito a cura dell'instancabile Caroli il quale, fin dal 1972, promosse in ogni modo il Movimento Francescano (Mo.Fra.), volto a riuniere e far collaborare tutti i religiosi e laici che si richiamano all'ideale del Poverello di Assisi.
Per conoscere meglio la vita e l'opera a tutto campo di E. Caroli leggete questa intervista

Ristrutturazione blog

Notizie di dietrologia bloggeristica:
Come vedete il blog è in fase di ristrutturazione. E' spuntata una terza colonna, per rendere meno lunga la pagina e alleviare la fatica di girare vorticosamente la rotellina del mouse. Altri piccoli accorgimenti sono in via di implementazione. Spero che i lettori lo trovino di loro gradimento e abbiano pazienza di alcune prove che possono disturbare la normale navigazione.
Pace e Bene

mercoledì 25 marzo 2009

L'Annunciazione nei sermoni di Sant'Antonio

Qualche pensiero del Dottore Evangelico sulla festività di oggi

Da Maria piena di grazia è traboccata per noi la salvezza
E rispondendo l'angelo disse [a Maria]: Lo Spirito Santo scenderà su di te" (Lc 1,35). Giacché prima aveva detto "piena di grazia", e qui dice "scenderà", dà a capire che come da un vaso già pieno, se vi si aggiunge qualcosa, ciò che vi è aggiunto trabocca, così alcune gocce della sua grazia sarebbero traboccate su di noi.
(Sermone dell’Annunciazione II, §8)

Maria arcobaleno di pace fra Dio e l'umanità
Maria fu poi arcobaleno splendente nel concepimento del Figlio di Dio. L'arcobaleno si forma con il sole che entra in una nuvola… In questo giorno il Figlio di Dio, sole di giustizia, entrò nella nube, cioè nel seno della Vergine gloriosa, e questa diventò quasi un arcobaleno, segno dell'alleanza, della pace e della riconciliazione, tra le nuvole della gloria, cioè tra Dio e i peccatori. Leggiamo infatti nella Genesi: "Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell'alleanza tra me e la terra" (Gn 9,13).
Ricòrdati che le nuvole erano due: l'ira di Dio e la colpa dell'uomo. Dio e l'uomo combattevano tra loro. Dio, con la spada della sua ira, ferì l'uomo e lo condannò alla morte; l'uomo con la spada della colpa, peccò mortalmente contro Dio. Ma dopo che il sole entrò nella Vergine, fu fatta la pace e la riconciliazione, perché lo stesso Dio e Figlio della Vergine, dando completa riparazione al Padre per la colpa dell'uomo, fermò l'ira del Padre affinché non colpisse l'uomo.
…Dice l'Ecclesiastico: "Osserva l'arcobaleno e benedici colui che l'ha fatto: è bellissimo nel suo splendore. Avvolge il cielo con un cerchio di gloria" (Eccli 43,12-13). Contempla l'arcobaleno, considera cioè la bellezza, la santità, la dignità della beata Vergine Maria e benedici con il cuore, con la bocca e con le opere il suo Figlio, che così l'ha voluta. È veramente stupenda nello splendore della sua santità, sopra tutte le figlie di Dio. Ella avvolse il cielo, cioè circondò la divinità, con un cerchio di gloria, vale a dire con la sua gloriosa umanità.
(Sermone dell’Annunciazione I, §6)

Preghiera di S. Antonio alla Vergine nel giorno dell'Annunciazione
Orsù, dunque, nostra Signora, unica speranza! Illumina, ti supplichiamo, la nostra mente con lo splendore della tua grazia, purificala con il candore della tua purezza, riscaldala con il calore della tua presenza. Riconcilia tutti noi con il tuo Figlio, affinché possiamo giungere allo splendore della sua gloria.
Ce lo conceda colui che oggi, all'annuncio dell'angelo, ha voluto prendere da te la sua carne gloriosa e restare chiuso per nove mesi nel tuo grembo. A lui onore e gloria per i secoli eterni. Amen.
(Sermone dell’Annunciazione I)

martedì 24 marzo 2009

L'inculturazione della liturgia in Africa secondo Guido Marini

Dall'Osservatore Romano di domani un'interessante intervista a Mons. Guido Marini, maestro delle Celebrazioni del Somm Pontefice.
Due rilievi:
a) Mons. Marini, finalmente, fa appello al duplice movimento, più volte ribadito negli scritti del Concilio Vaticano II, che vede il movimento discendente dell'inculturazione della fede (e della liturgia di conseguenza) accompagnato sempre dall'altro movimento, quello ascendente, della evangelizzazione della cultura.
Come l'incarnazione è il mistero-guida dell'inculturazione, così la risurrezione-pentecoste è il mistero-guida della evangelizzazione delle culture, che sono tutte segnate da elementi incompatibili con la fede e l'espressione cristiana: per questo tutte le culture, sebbene siano in grado di accogliere e far fiorire il Vangelo, devono anche sottomettersi all'azione risanante e elevante della Parola di Dio. La liturgia è in questo un campo proficuo per vedere come i due movimenti non possono essere presi indipendentemente (come pure qualcuno ancora predica)
b) Mons. Marini dimentica di dire una cosa importante, forse perchè non è stata richiesta dall'intervistatore. La liturgia non è l'unico luogo dove si debba esercitare l'inculturazione del vangelo e dell'espressione cristiana adattata al popolo locale. Anzi. Mentre la liturgia dovrebbe essere quanto più formale e uniforme nell'ambito di una stessa chiesa, c'è tutto il campo della devozione e pietà popolare per dare grande spazio (e legittimo) alle espressioni di colore e di gusto locale. Dopo il Concilio, la lotta furibonda contro la pietà popolare, che in molti luoghi zelanti preti hanno cercato di sradicare, ha fatto perdere la percezione della complementarietà di queste forme popolari di preghiere, tipico spazio del genio locale, che devono essere opportunamente coltivate come fioritura culturale ed emozionale accanto all'ambito della liturgia, che deve tutelare l'espressione oggettiva del dato di fede.
Il danno enorme si è avuto quanto ci si è resi conto che tutte le forme soppresse di pietà popolare hanno trovato il modo di sfogarsi nella liturgia: uno dei motivi delle stravaganze nostrane (non africane) è che la liturgia è diventata l'unico "contenitore" anche per la devozione del popolo, che non trova più, in molte parrocchie, il suo autentico canale distinto, sebbene sempre indirizzato e purificato, dall'azione liturgica in quanto tale

A colloquio con monsignor Guido Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie 


Le cerimonie africane con elementi tipici e universali 

di Mario Ponzi 

A Yaoundé è iniziata, almeno questa è la speranza, una stagione nuova per l'Africa. Una stagione di riconciliazione, di giustizia e di pace. E la Chiesa è insieme a questo popolo immenso, con tutto il suo fardello di dolori e di sofferenze, ma anche con tutto il prezioso tesoro di valori contenuti nella sua cultura tradizionale, con la genuinità e la freschezza della sua fede e con il suo profondo rispetto per il sacro. 
Il Papa, durante l'incontro con i giornalisti al seguito, a bordo dell'aereo sulla via del ritorno a Roma, tra gli altri argomenti affrontati, ha voluto sottolineare proprio questa caratteristica dell'anima africana, il senso del sacro. Anche durante le celebrazioni presiedute in questi giorni, nelle quali sono stati inseriti elementi espressivi della religiosità e della cultura africana, ha mostrato di apprezzarne la compostezza, la fede sincera che riescono effettivamente a esprimere e la forza trainante che esercitano sull'assemblea dei fedeli, rendendone viva e concreta la partecipazione. Esemplare in questo senso è stata la messa nello stadio Amadou Ahidjo di Yaoundé per la consegna dell'Instrumentum laboris, dove un coro di oltre sessantamila persone ha sottolineato i momenti salienti come un'unica voce. La cosiddetta "africanizzazione" della messa ha sempre costituito oggetto, non tanto di discussione quanto piuttosto di studio e di verifica. Ne abbiamo parlato con il maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, monsignor Guido Marini, il quale ha rilasciato questa intervista al nostro giornale. 

Il Papa incontrando i giornalisti ha voluto sottolineare la bellezza delle celebrazioni liturgiche vissute in Africa, mettendone in risalto la grande dignità e la sacralità, manifestate anche attraverso alcune modalità espressive tipiche della cultura africana. A lei cosa è sembrato? 

Sicuramente abbiamo partecipato a celebrazioni liturgiche durante le quali si è respirato il senso del sacro, in un clima di grande dignità, e tutto vi ha contribuito: il canto, il silenzio, la parola, alcune gestualità tipiche della cultura africana, le espressioni di gioia contenuta e religiosa. Sono stati incontri di preghiera molto intensi nei quali si è avuta la grazia di entrare nella bellezza del mistero di Dio e della Chiesa. 

Come sono state preparate le celebrazioni liturgiche? 

Si è lavorato a lungo e per tempo perché tutto potesse realizzarsi nel migliore dei modi. Prima, come di consueto per la preparazione dei viaggi, abbiamo avuto alcune riunioni a Roma con i responsabili liturgici locali; poi ci siamo recati sul posto per visitare i luoghi delle celebrazioni e portare avanti la preparazione avviata; infine, durante il viaggio papale, abbiamo fatto ancora qualche sopralluogo e le prove con tutti gli incaricati dei diversi servizi liturgici. La collaborazione è stata molto cordiale e generosa, e da parte dei responsabili locali per la liturgia vi è stata molta disponibilità a seguire le indicazioni ricevute e a definire insieme anche i dettagli. 

Secondo lei come si può conciliare la necessità del rispetto dei canoni della liturgia con la manifesta volontà degli africani di esprimere la loro fede secondo la cultura tradizionale africana che del resto ha innato, come ha voluto ricordare il Papa, il rispetto per il sacro? 

Sono del parere che il punto di partenza debba essere sempre la realtà più intima e vera della liturgia, il suo essere celebrazione del mistero del Signore, della sua morte e risurrezione per noi uomini e per la nostra salvezza, preghiera della Chiesa nella quale tutti entriamo in vista di una conversione vera della vita. Quando le diverse espressioni culturali vengono messe al servizio di questa celebrazione è possibile che trovino adeguato spazio ed espressione nella liturgia. Non la devono cambiare, perché la liturgia è un dono prezioso donato alla Chiesa e da essa vissuto nella continuità della sua tradizione, che non è modificabile soggettivamente e arbitrariamente; possono però offrirle una forma espressiva culturale, tipica e arricchente. Mi pare di poter affermare che questo è quanto è stato vissuto nei giorni della visita di Benedetto XVI in Africa. 

Le sette religiose basano il successo del loro proselitismo proprio sulla capacità di mimetizzarsi con la cultura africana. Visto che gli africani sembrano tenere molto all'inserimento nelle loro celebrazioni di elementi tipici della loro cultura cosa si può fare per aiutarli a identificarsi sempre meglio e sempre di più con la celebrazione della messa? 

Il discorso riguardante le sette comporta una molteplicità di problematiche, tra l'altro complesse. Penso, tuttavia, che per quanto attiene alla liturgia la possibilità che la cultura africana possa trovare adeguata collocazione nella celebrazione dei misteri del Signore sia senza dubbio di aiuto a superare il pericolo dell'adesione alle sette. Ritengo che sia importante anche ricordare che non tutte le espressioni culturali sono compatibili con la liturgia della Chiesa: vi può essere la necessità di educazione e di purificazione. È questo, d'altra parte, il cammino necessario di ogni cultura che si incontra con il Vangelo: ne rimane sanata e purificata e diventa capace di dargli una nuova espressione storica. 

Il Papa è sembrato gradire le forme espressive manifestate durante le celebrazioni africane. 

Mi sembra di sì, considerando anche le parole avute al riguardo da Benedetto XVI durante l'incontro con i giornalisti sull'aereo durante il viaggio di ritorno dall'Africa. Mi pare che il gradimento sia rivolto al fatto che in tali celebrazioni si è vissuto un intenso senso del sacro e del mistero, che grande è stato il raccoglimento, nonostante la grande folla di partecipanti, e che si è realizzata una fruttuosa compresenza di elementi tipici locali e di elementi universali. Si stavano vivendo delle celebrazioni liturgiche in Africa, ma si stava vivendo al contempo una celebrazione liturgica della Chiesa universale. 

(©L'Osservatore Romano - 25 marzo 2009)

Solo uno spostamento

Come ormai tutti sapete, la notizia inizialmente diffusa di sospensione di ordinazioni della FSSPX in Germania era un tantino gonfiata. Si tratta solo di spostamento dalla Germania alla Svizzera di ordinazione di suddiaconi, per non promuovere la polemica con il vescovo di Regensburg, molto duro con i lefebvriani.

lunedì 23 marzo 2009

Un gesto di costosa ma vera obbedienza "spirituale": la FSSPX tedesca sospende le ordinazioni

Aggiornamento 2: Il Priesterseminar Herz Jesu mi conferma che le ordinazioni da Zaitzkofen (Germania) vengono semplicemente trasferite in Svizzera (Econe). Nell'email che ho ricevuto in risposta non ci sono motivazioni, ma solo la smentita della cancellazione che è solo uno spostamento locale. Il comunicato ufficiale di mons. Fellay però dice che: "Questa decisione vuole essere gesto di distensione dopo la revoca delle ingiuste scomuniche che gravavano sui vescovi della Fraternità e le violente reazioni che ne sono seguite".

Il vescovo di Regensburg Gerhard Ludwig Müller all'inizio di marzo aveva negato il permesso alla Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare nuovi presbiteri nel suo territorio (nella foto il seminario tedesco della FSSPX). Il 2 marzo in un'intervista a Der Spiegel mons. Fellay rifiutava categoricamente di sottomettersi a tale divieto, definendolo non necessario e inopportuno, e dicendo che questa richiesta faceva tornare indietro di 10 anni il colloquio tra le parti.

Ma oggi una agenzia di notizie citata da fr. Z ci informerebbe che i lefebvriani tedeschi hanno cancellato le previste ordinazioni di sabato prossimo che si sarebbero dovute tenere a Zaitzkofen in Baviera. Attenzione: la notizia è stata ridimensionata. L'agenda web del seminario dice che le ordinazioni sacerdotali sono programmate [e per ora tali rimangono] per il 27 di giugno, per marzo non ce ne sarebbero (si poteva pensare ad ordinazioni diaconali, ma si tratta semplicemente dell'istituzione di suddiaconi [secondo Cathcon]).

Se la notizia sarà confermata, è un gesto di clamorosa obbedienza. Un segno vero e concreto di dialogo. Possiamo immaginare quanto costi rimandare per dei giovani diaconi la loro ordinazione presbiterale. Ma è sicuramente il più bel sacrificio che per ora possono offrire al Signore, affinchè si affretti il rietro nella piena comunione con la Chiesa Cattolica. Dopotutto, è meglio aspettare qualche mese, fosse pure un anno, piuttosto che perseverare nella censura della sospensione a divinis e celebrare la prima Messa in stato di disobbedienza esterna alla Santa Sede. 
Sperando che sia tutto vero, questo gesto di riconciliazione sarà il più bel regalo che i vescovi lefebvriani e tutti gli aderenti potevano fare a Papa Benedetto, per ringraziarlo concretamente della revoca delle scomuniche.


Le impressioni del Papa al ritorno dal viaggio in Africa

Papa Benedetto ha detto ai giornalisti durante il viaggio di rientro a Roma, tra le altre impressioni della sua visita pastorale in terra africana:
"Mi ha fatto grande impressione lo spirito di raccoglimento nelle liturgie, il forte senso del sacro: nelle liturgie non c’è autopresentazione dei gruppi, autoanimazione, ma c’è la presenza del sacro, di Dio stesso; anche i movimenti erano sempre movimenti di rispetto e di coscienza della presenza divina. Questo mi ha fatto una grande impressione".


Video della S.Messa a Luanda

sabato 21 marzo 2009

Papa Benedetto: il discorso ai giovani dell'Angola

Se non l'avete già letto, fatelo subito. Parlo del discorso del Papa ai giovani africani dell'Angola. Toccante e di una chiarezza cristallina. Questo è predicare il vangelo senza sconti e senza concessioni alle mode. Eppure con un tono e con un riferimento che parla di vera, pratica, concreta "inculturazione". Non quella che i teologi e i professori di teologia (io compreso) analizzano in teoria sui banchi universitari, ma quella dolce ed esigente di chi, per volere dello Spirito Santo, è chiamato a confermare nella fede i suoi fratelli.
Leggetelo, meditelo. Ne riparleremo:



















Ragazze angolane con le magliette del papa e di sant'Antonio! Che spettacolo

venerdì 20 marzo 2009

La crisi della Santa Sede nella comunicazione con i media

Damian Thompson del quotidiano inglese Telegraph (ma con lui molti altri giornalisti ed esperti della comunicazione) stanno ormai facendo qualche considerazione professionale dietro gli ultimi grossi problemi di comunicazione da parte della Santa Sede.
Nel suo ultimo post sulla questione il buon Thompson, dopo aver messo in rilievo che i più malevoli nemici di papa Benedetto sono proprio i cattolici che dovrebbero essergli fedeli alleati e invece imperversano sui media "laici", scrive una condanna senza appello:

Tutto questo rende ancora più urgente che l'ufficio stampa del Vaticano sia completamente ristrutturato. Nel permettere che fosse posta a bordo dell'aereo papale una domanda sui preservativi, padre Lombardi ha fatto "un casino spettacolare". Dovrebbe andarsene. Il Papa ha bisogno di un portavoce verso i media molto più sottile e geniale - se non altro per proteggerlo dai Cattolici stessi.

Il problema c'è ed è evidente: le domande in una conferenza stampa papale sono approvate, non possono essere a ruota libera (vedi post di Rodari). Ma chi ha vigilato su ciò che sarebbe stato chiesto al Papa non aveva idea del problemino? E di chi è la responsabilità per quelle risposte ritoccate nei testi diffusi dalla Sala Stampa vaticana? Questi sono solo gli ultimi dei grossi incidenti mediatici che tutti ben conosciamo (Williamson, le scomuniche, le fughe di notizie, il vescovo ausiliare di Linz...). Purtroppo la risposta, in tutti i casi, è padre Federico Lombardi.
E' possibile continuare con questo macello?
Padre Lombardi, perchè non fa lui un passo indietro prima che glielo chiedano altri? Si occupi della Radio Vaticana, lo fa benissimo, e insista perchè si torni al modello "Navarro Valls" per il portavoce del Papa. Anche l'entourage del Papa e tutti i collaboratori della Curia, avendo un portavoce a tempo pieno ed esclusivo, con professionalità adeguata, non ne avranno che benefici.

Il Concilio "pastorale" e lo scisma che non esisteva: le leggende sono dure a morire

Ho letto attentamente l'ultima intervista di Fellay su Il Foglio di oggi a cura degli intelligenti e "spiritosi" Gnocchi e Palmaro (fanno veramente bene libri ironici e arguti...dovreste davvero leggerli). La trovate qui.

A tutti quelli che la leggeranno chiedo solo di fare delle semplici domande a chi l'ha rilasciata e a chi l'ha divulgata, giusto per non lasciarsi "affascinare" eccessivamente da alcune affermazioni. In particolare, ogni volta che i lefebvriani rilasciano dichiarazioni, con gentilezza e delicatezza continuano a insistere su:

A) Il concilio Vaticano II si qualificò "pastorale" e non "dogmatico"
B) L'ordinazione illecita dei quattro vescovi sembrò un'atto scismatico, ma non lo fu (e quindi le scomuniche non erano valide).

Quando sentite queste frasi chiedete al vostro interlocutore con serietà e sicurezza:

A) Ci può mostrare quale degli altri 20 Concili Ecumenici della Chiesa si è dichiarato "Concilio dogmatico"? La vogliamo finire di opporre "pastorale" a "dogmatico"? Il Concilio Vaticano II, definito da alcuni concilio "pastorale" (quasi fosse una parolaccia), ha approvato - con tanto di firma di Lefebvre - due Costituzioni DOGMATICHE: la DEI VERBUM sulla Parola di Dio e la sua trasmissione attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione, e la LUMEN GENTIUM sulla Chiesa.
Il Concilio di Trento, di grazia, dove si è definito "dogmatico"? Qualcuno ce lo può mostrare? Non è più corretto affermare che ha emanato dei "documenti dogmatici"?
E forse è meglio far sapere che tutti i Concili affrontano la DOTTRINA della Chiesa, e quindi sono DOTTRINALI. Alcuni poi affrontano anche questioni DISCIPLINARI (vedi Trento). Ma sono tutti PASTORALI, cioè segno concreto e magisteriale della sollecitudine dei pastori del gregge di Cristo. I pastori, nella Chiesa, guidano il popolo con il loro magistero. Se no possono anche fare a meno di radunarsi in Concilio Ecumenico!
Smettiamola di sminuire il Sacrosanto Ventunesimo Concilio Ecumenico Vaticano II con giochi di parole che non hanno nessun senso, e da tanto tempo non si sentivano più. 

Leggiamo insieme questo passo dell'articolo Il Concilio Vaticano II atto di fede di Giovanni XXIII di Mons. Vincenzo Carbone Consultore della Congregazione per le Cause dei Santi e per anni Archivista del Concilio Vaticano II (Osservatore Romano 3 settembre 2000):
Giovanni XXIII....nella prima enciclica Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959) specificò che lo scopo precipuo del Concilio era di "promuovere l'incremento della fede cattolica e un salutare rinnovamento dei costumi del popolo cristiano, e di aggiornare la disciplina ecclesiastica secondo le necessità dei tempi", per il bene della Chiesa e la salute delle anime.

Nella prima riunione della commissione antipreparatoria (30 giugno 1959) ripeté che la Chiesa, con il Concilio, si proponeva di attingere nuovo vigore per la sua missione. Fedele ai sacri principi e all’immutabile dottrina di Cristo, seguendo le orme della tradizione, intendeva rinsaldare la propria vita e coesione di fronte alle odierne situazioni, con efficienti norme di condotta e di attività. Il nuovo rigoglio di fervore e di opere sarebbe stato un richiamo all'unità per quelli che sono separati dalla Sede Apostolica.
Estranea al pensiero di Giovanni XXIII fu l'interpretazione di chi restrinse la "pastorale" a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina, e intese "l'aggiornamento" nel senso di relativizzare secondo lo spirito del mondo i dogmi, le leggi e le strutture della Chiesa.
In Giovanni XXIII - dichiarò Paolo VI - "fu così vivo e fermo il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera".

All'apertura del Concilio (11 ottobre 1962), Giovanni XXIII disse che più di tutto interessava al Concilio che la dottrina cristiana fosse custodita e insegnata in forma più efficace; ma per poter raggiungere i molteplici campi dell'attività umana, era necessario che la Chiesa, senza discostarsi dal patrimonio della verità, guardasse anche al presente, alle situazioni e ai modi nuovi di vita.
Il Concilio voleva trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti; non si doveva però soltanto custodire il prezioso tesoro, bisognava proseguire il cammino della Chiesa, dedicandosi all'opera che il presente esigeva.
Lo scopo primario del Concilio non era la discussione di alcuni punti di dottrina, ma l'approfondimento e l'esposizione di essa secondo le attuali esigenze, esposti adottando la forma più corrispondente al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale. 
Quando il Papa apprese le erronee interpretazioni delle sue parole, esclamò: "Non è questo il pensiero del Papa!". 
L'indirizzo del Concilio voluto da Giovanni XXIII continuò anche quando egli non vi fu più.
B) Il secondo problema, quello di negare la realtà scismatica delle ordinazioni, è un'altra favola, che racconta, racconta, alla fine dovrebbe essere creduta. Non ci fu scisma perchè si trattava di ordinazione in stato di grave necessità (come se la Chiesa che stava con il Papa fosse ormai priva di vescovi validi). Non ci fu scisma perchè, secondo Fellay: "Le ordinazioni episcopali avvennero effettivamente senza l'accordo esplicito di Papa Giovanni Paolo II. Ma in quelle circostanze storiche era evidente che non si trattava di un atto di ribellione alla Santa Sede". 
Correggiamo: le ordinazioni episcopali non avvennero "senza accordo esplicito", ma come tutti sanno "contro l'ordine esplicito" di non procedere ad esse. Cosa molto, molto diversa: vera e propria ribellione, che il Papa cercò in tutti i modi di prevenire.
Un certo Card. Ratzinger seguì tutta la vicenda, e probabilmente ben conosce ogni retroscena, visto che era in prima linea nei colloqui con Lefebvre. Eppure neanche lui, poverino, si sarebbe accorto che non si trattava di "ribellione", non gli fu "evidente". Un vero pasticcione questo card. Ratzinger, non si è accorto dell'evidenza!
BASTA. Gli interventi e lettera di Papa Benedetto sono stati chiari e lucidi. Lasciamo stare, per favore, le recriminazione e i tentativi di cammuffare la realtà. Meglio la sincera ammissione dei fatti. La scomunica non c'è più, ma c'era ed era seria.

Dichiarava Benedetto XVI al termine dell'udienza del Mercoledì 28/01/2009
"...ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro Vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza mandato pontificio. Ho compiuto questo atto di paterna misericordia, perché ripetutamente questi Presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II".
Nel decreto di remissione del 21 gennaio si diceva:
Con questo atto si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica. Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie, vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione. [Che bisogno c'era di revocare una scomunica per togliere lo scandalo della divisione fra cristiani, se un atto scismatico non era quello che "sembrava"?]
Dice la Lettera di Benedetto XVI sulla remissione delle scomuniche:
La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio.

Rimangono questioni dottrinali aperte, finchè non di riconosce il valore del Concilio, e questo impedisce ai vescovi di essere pienamente reintegrati:

Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.... i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi.
Inoltre, un passo del decreto di remissione delle scomuniche, citava una lettera di Fellay del 15 dicembre 2009 inviata alla Santa Sede, in cui si diceva:
Mons. Fellay afferma, tra l'altro: "Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l'attuale situazione".
Ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, che tra gli insegnamenti della Chiesa Cattolica Romana ci sono anche quelli del Concilio Ecumenico Vaticano II. Attenzione, mi riferisco solo ai testi autentici, non l'interpretazione o la teologia che su di essi si è sviluppata.
Fellay ci spieghi: è possibile, secondo la Santa Tradizione, che un Concilio Ecumenico, erri in materia di Dogma e Morale? Allora, ci faccia il piacere di non confondere i piccoli, anche nelle interviste. Dica chiaro: "Accettiamo i testi dogmatici del Concilio Vaticano II, e continuiamo a discutere sull'interpretazione di tutto il resto". Questo sì che aiuterà la Chiesa. Non le interviste ambigue e in certi passi ammiccanti, nonostante le buone intenzioni di chi le rilascia e di chi le riceve.
La Verità non farà liberi solo i modernisti, ma anche chi non vuol riconoscere che è ora di decidersi a rientrare, con tutti gli onori, per la porta aperta (a prezzo di tanti sacrifici) dal nuovo papa buono: Benedetto XVI.

giovedì 19 marzo 2009

TE DEUM per il Papa alla Basilica di Sant'Antonio

Papa Benedetto con p. Tasca, ministro generale dei francescani conventuali, i frati della Basilica del Santo
Con la solita asciutta sobrietà, il Rettore della Pontificia Basilica di S.Antonio di Padova, ha annunciato oggi che - secondo la tradizione del Santuario antoniano - anche quest'anno, tra un mese esatto, verrà celebrato il solenne pontificale del Delegato Pontificio nella ricorrenza dell'Elezione del Santo Padre Benedetto XVI (nella foto con il Ministro Generale dei frati francescani conventuali).

Quest'anno il 19 aprile cade proprio di domenica: sarà così possibile festeggiare e pregare per il Papa nel giorno preciso della sua chiamata al Soglio di Pietro (solitamente la celebrazione viene spostata alla domenica più vicina).
Molti santuari e basiliche, di questi tempi, stanno organizzando preghiere, veglie e messe a sostegno del Papa. Ed è giusto e doveroso, visto come spesso è trattato dai mass media e perfino dai governi.
Devo sottolineare, però, (e lo faccio con una punta d'orgoglio), che la nostra Basilica, almeno fino all'anno passato, era ormai praticamente l'unica fuori Roma a continuare l'ininterrotta tradizione di festeggiare solennemente in modo pubblico la fausta ricorrenza dell'elezione del Romano Pontefice (alla cui sola giurisdizione è sottoposto il Santuario internazionale di Sant'Antonio): indipendentemente dalle critiche o dagli elogi, il Papa ha sempre bisogno e diritto alla preghiera della Chiesa universale che egli si impegna a servire. Speriamo che tanti seguano questo esempio.

Vi rilancio quindi l'invito che è, intanto, uscito sul sito ufficiale della Basilica (lo trovate nella pagina degli appuntamenti). Spero di vedervi numerosi il 19 aprile alle ore 17:00, anche per ascoltare il canto della Cappella Musicale del Santo, che farà vibrare perfino le vetrate con le note del solenne Te Deum di ringraziamento a conclusione del sacro rito.

Domenica 19 aprile 2009, alle ore 17, secondo la consolidata tradizione della Basilica di Sant'Antonio, il Delegato pontificio Mons. F. Gioia celebrerà solennemente con i frati addetti al Santuario il IV anniversario dell'elezione al Soglio di Pietro di Papa Benedetto XVI.
Canta la Cappella Musicale del Santo, che eseguirà anche il Te Deum di ringraziamento per il Santo Padre.

Tanti auguri Santità: San Giuseppe protegga la Chiesa Universale


Con l'augurio carissimo di salute e pace per il nostro caro Papa Benedetto XVI, nel giorno del suo onomastico, facciamo anche una preghiera a San Giuseppe per tutta la Chiesa Universale di cui è speciale patrono. In questi momenti mi pare che ce ne sia un gran bisogno. 

mercoledì 18 marzo 2009

Giovanni Paolo II l'aveva già detto, e tante tante volte...

A tutti i cari colleghi della stampa che non si ricordano oggi che cosa "la Chiesa" sosteneva ieri. 
Prima di scatenarvi nelle peripezie linguistiche sulla "prima volta" che un papa usa una certa parola, cerchiamo di andare al sodo guardando le notizie. Come sapete la prima qualità di una notizia è di essere NUOVA. Purtroppo per papa Benedetto e per voi, cari amici della stampa, quello che riportate con titoloni sensazionalistici era già stato detto e stradetto da Giovanni Paolo II.
Però se voi cercate sul sito vaticano (magari tramite Google) "preservativo" (anche nella sua variante plurale) trovate risultati= zero. Ecco che subito gridate alla "novità". Ma le parole qui non c'entrano. Andiamo alla sostanza. 
Per risparmiarvi il lavoro, l'ho fatto un po' io, riportandovi solo alcuni passi, tra i più recenti, del magistero ordinario del "venerato predecessore" dell'attuale Papa.
Leggete voi, e citate nei vostri articoli. Grazie.

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELLO ZAMBIA IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Venerdì, 3 settembre 1999


Le influenze culturali esterne e le pratiche tradizionali, quali la poligamia, rappresentano una minaccia all'unità e alla stabilità delle famiglie nello Zambia. Lo stesso vale per il divorzio, l'aborto, la mentalità sempre più favorevole alla contraccezione e per il comportamento sessuale irresponsabile che aggrava la piaga dell'AIDS. Tutti questi fattori sviliscono la dignità umana in un modo che rende sempre più difficile l'impegno del matrimonio 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1999/september/documents/hf_jp-ii_spe_03091999_ad-limina-zambia_it.html


AI VESCOVI DELLE CONFERENZE EPISCOPALI DEL GAMBIA, DELLA LIBERIA E DELLA SIERRA LEONE IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

Sabato, 15 febbraio 2003

Purtroppo, questo Vangelo di vita, fonte di speranza e di stabilità, viene minacciato nei vostri Paesi dalla diffusione della poligamia, del divorzio, dell'aborto, della prostituzione, del traffico di esseri umani e da una mentalità a favore della contraccezione. Questi stessi fattori contribuiscono a un'attività sessuale irresponsabile e immorale che porta alla diffusione dell'AIDS, una pandemia che non può essere ignorata. 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/2003/february/documents/hf_jp-ii_spe_20030215_liberia-gambia-sierra-leone_it.html


DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DI RITO LATINO DELL'INDIA IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

Martedì, 3 giugno 2003

Al contempo una comprensione non corretta della legge morale ha portato molte persone a giustificare le attività sessuali immorali con il pretesto della libertà, che a sua volta ha comportato una comune accettazione della mentalità contraccettiva (cfr Familiaris consortio, n. 6). Le conseguenze di una simile attività irresponsabile non solo minacciano l'istituzione della famiglia, ma contribuiscono anche alla diffusione dell'HIV/AIDS, che in alcune parti del vostro Paese sta raggiungendo proporzioni epidemiche.

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/2003/june/documents/hf_jp-ii_spe_20030603_ad-limina-india_it.html


MESSAGGIO DI GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DELLA TANZANIA IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

Dal Policlinico Gemelli, 11 marzo 2005

 

La promozione degli autentici valori familiari è tanto più urgente a motivo del terribile flagello dell'AIDS che affligge il vostro Paese e così tanto il continente africano. La fedeltà in seno al matrimonio e l'astinenza al di fuori di esso sono gli unici metodi sicuri per limitare l'ulteriore diffusione dell'infezione. La trasmissione di questo messaggio deve essere l'elemento chiave della risposta della Chiesa all'epidemia. 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/2005/march/documents/hf_jp-ii_spe_20050311_bishops-tanzania_it.html
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