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mercoledì 31 marzo 2010

Triduo Pasquale: un testo chiave

Vi propongo per la meditazione del Santo Triduo che si apre con i riti vespertini della Cena del Signore, il canto che segna con la sua inconfondibile melodia e il suo testo biblico il significato profondo dei giorni che la Chiesa si appresta a rivivere.
Mi riferisco all'Antifona Christus factus est. Ne ho parlato spesso in questo periodo. Qui trovate il post dell'anno scorso con un paio di video-gregoriani e lo spartito.
San Paolo scrive ai Filippesi (2,8-11), delineando in modo poetico il mistero della morte e della risurrezione del Signore:
Cristo si è fatto obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l'ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome.


L'abbassamento, lo svuotamento, non è solo preludio o anticipo dell'innalzamento glorioso. Ne è causa. Perchè il Figlio si è volontariamente sottomesso alla morte, è stato glorificato sopra ogni essere e creatura nei cieli, sulla terra e sotto terra. L'obbedienza ha vinto la prima disobbedienza. Il peccato di Adamo è stato sciolto nel sangue di Cristo. E la liberazione (redenzione e riconciliazione) interessa tutti, come tutti sono colpiti dalle conseguenze del peccato originale.
Chi viene unito a Cristo nel Battesimo della sua morte, lo sarà anche nella sua Risurrezione per mezzo dell'effusione dello Spirito Santo.

Ascoltiamo ora un paio di esecuzioni di questa antifona, che viene ripetuta spesso nelle liturgie del Triduo Pasquale. La prima versione è il testo gregoriano cantato da un coro femminile. La seconda è una polifonia semplice, spagnola, interpretata dal coro della celeberrima Confraternita del "Santísimo Cristo del Espíritu Santo" di Zamora:





Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem,
mortem autem crucis.
V. Propter quod et Deus exaltavit illum
et dedit illi nomen, quod est super omne nomen.

martedì 30 marzo 2010

La risurrezione di Cristo e la nostra risurrezione nel pensiero del Santo di Padova

Un breve articolo sulla teologia antoniana: la dinamica della rinascita morale e spirituale del singolo cristiano è per sant'Antonio tutta radicata nell'evento pasquale di morte e risurrezione di Gesù Cristo. I motivi teologici della confessione pasquale stanno nel legame inscindibile tra redenzione soggettiva e redenzione oggettiva da cui la prima dipende.

La risurrezione di Cristo e la nostra risurrezione nel pensiero del Santo di Padova
di padre A.R.

La vita di Gesù, secondo sant’Antonio, è simboleggiata tutta quanta dallo scorrere di un anno: l’anno di Grazia del Signore predetto dal profeta Isaia (61,1-2). Ma stranamente, la risurrezione di Cristo viene rassomigliata dal Santo Dottore alla stagione autunnale, e non alla primavera, come ci potremmo aspettare. Nell’inverno è simboleggiata la nascita di Gesù, che viene nel silenzio di tutte le cose, e insieme la rigida persecuzione di Erode, la quale come una gelata ha distrutto i piccoli che germogliavano senza poter uccidere, però, l’autore della vita. La primavera è per il Santo la stagione della predicazione di Cristo, della sua attività a favore degli uomini. In quella primavera è fiorito il ministero pubblico di Gesù, annunciatore della promessa di vita eterna. Alla primavera segue l’estate, con il suo calore e ardore. Antonio vi vede il tempo della Passione del Signore, in cui l’amore ardente del Figlio di Dio ha voluto rimanere confitto in Croce per distruggere il potere del peccato e di Satana. C’è infine l’autunno della Risurrezione: il tempo del raccolto. Il grano ormai mietuto viene vagliato, separato dalla pula, cioè dalla paglia della sofferenza corporale che è soffiata via dal vento di Dio, lo Spirito Santo. La polvere della mortalità viene eliminata, e il corpo di Cristo, omai immortale, è riposto dal Padre nell’eterno granaio del Cielo (l’Ascensione di Gesù).
Nel compiersi di questo ciclo, Antonio vede dunque il buon seminatore raccogliere il centuplo, perché dopo la risurrezione gli Apostoli, illuminati dallo Spirito, portarono il lieto messaggio di Cristo a tutte le creature, diffondendo la fede nel Signore risorto in ogni angolo del mondo.

Nella visione spirituale di sant’Antonio non si può mai disgiungere il gaudio della Risurrezione dalla contemplazione della Passione e morte del Signore. La morte in Croce è il sacrificio che ci redime, la lotta vittoriosa di Cristo con il Demonio, la sconfitta del primo peccato d’orgoglio per l’obbedienza totale del Figlio di Dio sino alla fine. Ma la risurrezione del Signore è il segno della potenza di Dio, è il sigillo che mostra come autentica l’opera di salvezza del crocifisso, che altrimenti lascia sgomenti e smarriti. Solo nella risurrezione si accende nel cuore dell’uomo la luce che lo illumina interiormente, per vedere con gli occhi di Dio tutta la vita terrena di Cristo, la sua nascita, il suo insegnamento e la sua crudele crocifissione.

Antonio applica in due modi la dinamica della morte e della risurrezione all’esperienza di ogni essere umano che vuole unirsi e rimanere unito a Cristo.
In senso sacramentale, come già diceva San Paolo e i Padri della Chiesa, ogni uomo si unisce alla morte di Cristo e alla sua risurrezione con il Battesimo. Siamo battezzati nell’acqua, come dire: sepolti con Cristo, ma emergiamo dall’acqua, insieme a Cristo che lascia il sepolcro.
Eppure dopo il Battesimo, dice Antonio, tanti cristiani tornano a morire con il peccato che volontariamente commettono. Scelgono di essere schiavi del peccato e della morte, rendendo vana per loro la stessa morte di Gesù in croce. Come è possibile essere liberati da questa morte che ognuno ha scelto? Con la confessione, risponde Antonio. Anzi con la triplice azione della penitenza. Essa infatti consiste prima di tutto nella contrizione, cioè nel riconoscersi peccatori, sentendo il rimorso per il male che si è commesso come se si spezzasse il cuore. Ma questo dolore per i peccati rimarrebbe sterile, se non portasse alla confessione vera e propria. Antonio ha delle pagine bellissime sulla confessione, la cui forza proviene dal sangue di Cristo sparso sulla croce. E’ questo sangue che scioglie i nodi del peccato, permettendo al peccatore di essere liberato. Da solo, infatti, nessuno può liberarsi dai propri peccati. Ma come alla morte del Signore segue la Risurrezione, così alla confessione - che è morire a se stessi calpestando il proprio orgoglio - deve seguire la riparazione, che è realmente la risurrezione dell’esistenza dell’ex-peccatore.
Il fiore della confessione diventa il frutto della soddisfazione - dice il Santo di Padova -, cioè del riparare con le opere e con le azioni al male che si è commesso. Offrendo al prossimo l’amore vero e fattivo, l’uomo sperimenta nella sua vita personale la risurrezione del Signore: «Dobbiamo offrire al prossimo il nostro amore – scrive Antonio nei suoi SermoniCome Cristo, dopo la sua risurrezione, apparve ai discepoli e cambiò la loro tristezza in gioia, così noi, risorgendo dalle opere di morte alla gloria del Padre, dobbiamo rallegrarci con il prossimo e camminare insieme nella vita nuova. E qual è la vita nuova se non l’amore e la carità verso il prossimo? “Io vi do un comandamento nuovo - dice il Signore - che vi amiate a vicenda” (Gv 13,34). E nel Levitico: “Quando arriverà il raccolto nuovo, dovete gettare via le cose vecchie” (Lv 26,10); e le cose vecchie sono l’ira, l’invidia, e tutti gli altri vizi enumerati dall’Apostolo (cf. Gal 5,20-21)».
La confessione pasquale, come si vede, prende un senso profondo in questa prospettiva antoniana: con il nostro riconoscerci peccatori, farci liberare dai lacci del peccato e rialzarci a vita nuova nelle opere di carità e di misericordia compiamo il mistero della morte e della risurrezione di Cristo, che ha dato la vita per il perdono dei peccati dell’umanità intera.
L’uomo, dunque, risorge con Cristo quando si getta alle spalle la vita vecchia, tutta centrata su di sé, e riesce a staccarsi dai propri vizi per regalarsi, attraverso l’amore del prossimo, a Dio stesso. Ci si innalza a Dio mentre ci si abbassa nell’umiltà, proprio come Cristo che si umiliò nella passione per essere esaltato dal Padre nella gloria della Risurrezione.
Gesù, infatti, non ci insegna a cercare il sentiero della gloria eterna evitando la via dolorosa della Croce. Non è questo il suo messaggio. Antonio lo coglie perfettamente e se ne fa eco nelle predicazione indirizzata a noi e a quanti cercano di evitare la passione e di giungere alla Pasqua attraverso qualche scorciatoia. Senza l’albero della croce, non è possibile ottenere il frutto della risurrezione – afferma il Dottore evangelico – e ci ammonisce: «Presumete di poter salire per altra via al monte Tabor, al riposo della luce, alla gloria della beatitudine celeste, invece che per la scala dell’umiltà, della povertà e della passione del Signore? Convincetevi che non è possibile! Ecco la parola del Signore: “Chi vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24)».
Concludendo il suo sermone nel giorno di Pasqua, Antonio riassume la sua esortazione a non aver paura della sofferenza, della morte e della penitenza, ma ad abbracciarle con il coraggio di Cristo, perché sono il cammino paradossale che porta alla vita vera e senza fine:
«Orsù dunque, carissimi fratelli, che siete qui riuniti per festeggiare la Pasqua di Risurrezione, io vi supplico di comperare con il denaro della buona volontà, insieme alle pie donne, gli aromi delle virtù, con i quali possiate ungere le membra di Cristo con l’amabilità della parola e con il profumo del buon esempio; vi supplico, pensando alla vostra morte, di venire e di entrare nel sepolcro della celeste contemplazione, nella quale vedrete l’angelo dell’Eterno Consiglio, il Figlio di Dio, assiso alla destra del Padre. Egli nella risurrezione finale, quando verrà a giudicare il mondo nel fuoco, si svelerà a voi per sempre: in eterno e nei secoli dei secoli lo vedrete come egli è, con lui godrete, con lui regnerete. Si degni di concederci tutto questo colui che è risorto da morte: a lui sia onore e gloria, dominio e potestà nei cieli e sulla terra per i secoli eterni. E ogni fedele, in questo giorno di letizia pasquale, esclami: Amen, alleluia!»



domenica 28 marzo 2010

Pueri hebraeorum: il canto della giornata della gioventù.

Domenica delle Palme: giornata mondiale della gioventù. Non è certo una novità inventata da Giovanni Paolo II che la gioventù sia una delle protagoniste attive della Domenica delle Palme. Infatti nella liturgia latina, l'ingresso di Gesù a Gerusalemme è ricordato da due antifone particolari, che ricordano come i fanciulli ebrei, portando rami d'ulivo e di palma, accorrevano incontro al Signore, acclamando "Osanna nel più alto dei cieli".
Eccovi la stessa antifona nella redazione gregoriana e nel canto polifonico di Tomas Luis de Victoria:



Domenica delle Palme 2010



Augurando a tutti buona Settimana Santa, ecco qualche post del passato, ma ancora d'attualità, sulla Domenica delle Palme:

Esame dell'oremus della Domenica delle Palme e la sua traduzione CEI

Il canto Gloria Laus a Cristo che entra a Gerusalemme

Ingrediente Domino: altra Antifona d'ingresso per la Domenica delle Palme

e qualche foto della celebrazione del Papa di oggi:




venerdì 26 marzo 2010

S.Antonio in Sri Lanka: 3 milioni di devoti hanno reso omaggio alle reliquie del Santo.


Il rettore della Basilica di Padova in processione con mons. Malcom Ranjith per le vie di Colombo
Sono appena tornato dallo Sri Lanka, dove ho avuto la gioia e l'onore di accompagnare le reliquie di sant'Antonio dal 7 al 24 marzo, per un pellegrinaggio che ha finito per coinvolgere tutte le diocesi dell'isola di Ceylon; e non solo i cattolici, ma anche moltissimi appartenenti alla religione buddista e induista. Leggi qui la notizia da AsiaNews.

Sant'Antonio apostolo del dialogo in vista dell'annuncio
I frati del Santo sono giunti nella terra srilankese su invito dell'Arcivescovo di Colombo, mons. Malcom Ranjith. Proprio l'arcivescovo, al termine del pellegrinaggio, ci riferiva che - stando ai dati della polizia - circa tre milioni di persone avevano sfilato davanti al busto-reliquiario del Santo. Ciò che impressiona è che i cattolici del paese ammontano al massimo a 1,5 milioni. Quindi l'altra meta di pellegrini era composta da non cattolici e soprattutto non cristiani, affascinati e toccati dalla santità che anche essi hanno potuto sperimentare nella persona di Antonio, attraverso qualche grazia o miracolo di cui sono stati oggetto. L'attrazione incredibile che il Santo di Padova provoca sul popolo srilankese ci invitava a riflettere su quanto sia vero il motto coniato da Pio XI per il Dottore Evangelico: attraverso Antonio a Gesù. E davvero molti buddisti e induisti si interrogavano su quel piccolo bambino che Antonio tiene in braccio, desideroso di farlo conoscere e abbracciare a quanti sono ancora lontani da lui, magari senza colpa. Anche dopo 8 secoli Antonio si dimostra un potente evangelizzatore. Attraverso i segni della potenza di Dio invita con gentilezza ma con chiarezza a guardare al Dio di Gesù Cristo, salvatore universale e unico di ogni essere umano.

La reliquia del Santo passa davanti ad un tempio Indù dove è oggetto di lancio di fiori da parte dei "devoti" non cristiani

La devozione: la fede semplice che accomuna clero e popolo dello Sri Lanka
Un secondo rilievo, frutto dell'esperienza di questi giorni. Vedendo l'espressione esterna della religiosità dei preti e dei vescovi dello Sri Lanka, noi visitatori occidentali rimanevamo al principio un po' sorpresi. Proprio i membri del Clero e gli stessi vescovi erano i più emozionati e trepidanti nell'avvicinarsi e baciare le reliquie del Santo. La stessa lunghezza d'onda di devozione semplice e soda scorreva nel clero e nel popolo e sosteneva gli immensi sforzi organizzativi di questo tour del Santo di Padova. Chiese aperte tutta la notte per dar modo alle file interminabili di persone di rendere omaggio al loro Santo; processioni di ore e ore sotto il sole per permettere a tutti almeno di vedere il busto con il Santo; accoglienze trionfali e commozione, come se non si fosse al cospetto di una reliquia, ma della persona vivente, qui e ora. L'illuminismo e il razionalismo in questo paese dell'Oriente non sono penetrati, e questa specie di immunità al virus del modernismo (che non esclude però i benefici e le risorse della modernità) mostrava che è possibile anche oggi una visione simbolica e sacramentale in linea con la tradizione cristiana di sempre.
La partecipazione del popolo alla Liturgia è quanto di più estatico ci sia. I canti, i gesti misurati e mai eccessivi, la comunione devota in ginocchio e sulla lingua, sono tutte caratteristiche del culto mai perse nella patria di mons. Ranjith. E questo spiegava molte cose riguardo la sua attitudine e il suo lavoro come segretario della Congregazione che si occupa della Liturgia. Il ritorno in patria dell'Arcivescovo lo vede ora molto impegnato nella formazione del clero, soprattutto formazione spirituale e liturgica. Infatti, se è vero che i preti sono molto religiosi, bisogna anche ammettere che i parecchi casi la mancanza di conoscenza e una certa evidente ignoranza li porta a commettere abusi causati più dalla eccessiva devozione che da malafede.

Antonio, apostolo di riconciliazione in un paese ancora tanto ferito dalla guerra civile
Le reliquie del Santo hanno potuto visitare non solo il Sud e l'Ovest dell'Isola, ma anche la parte Settentrionale e Orientale, teatro negli ultimi trent'anni della sanguinosa guerra civile tra Tamil e Cingalesi. Le ostilità sono finite nel maggio dello scorso anno, con una terribile carneficina di 25 mila persone nella zona di Jaffna. E proprio questa città martoriata è stata una delle tappe più sentite e coinvolgenti del pellegrinaggio delle reliquie. Gli occidentali non sono ancora ammessi in questa zona dell'Isola. Ma per Antonio e i suoi frati il governo ha aperto le porte, sapendo quanto era grande l'attesa degli abitanti della zona che non avrebbero altrimenti potuto esprimere la loro devozione. Le case distrutte, i mutilati dalle mine antiuomo, i campi profughi con ancora 80 mila persone e i campi di "rieducazione" per i prigionieri di guerra parlano di morte e odio.
Ma il sorriso e la speranza di tanta gente che finalmente può affollare le chiese e le strade senza paura di saltare per aria riempiva l'atmosfera di un senso di speranza difficile da comunicare. Più di 200 mila persone si è portata nella notte sulla spianata del Santuario antoniano di Jaffna per partecipare alla messa, alle 5 del mattino, per il saluto alle reliquie del Santo in partenza per l'altra città martire, Mannar.



giovedì 25 marzo 2010

Gli atti della Santa Sede Online


Buone notizie dalla Santa Sede, è proprio il caso di dirlo. Finalmente i bollettini ufficiali, con tutti i documenti e gli atti dei pontefici e della Segreteria di Stato e degli organi che dipendono dalla Sede Apostolica sono consultabili via Web. Non più estenuanti ricerche sui volumi cartacei. Ora per trovare un motu proprio degli anni '40 bastano quattro click! Un meraviglioso passo avanti. Gli Acta Apostolicae Sedes arrivano fino all'edizione del 2007. Il tutto in formato PDF universalmente utilizzabile.

Consultate ASS e AAS a questo indirizzo:


sabato 6 marzo 2010

Un aiuto ai terremotati in Cile attraverso i frati francescani

Vi invito a leggere i post dei nostri "Frati in Cile", che scrivono e descrivono la situazione post-terremoto delle popolazioni tra cui vivono. Sono frati italiani, della Provincia settentrionale dei francescani conventuali, legati alla Basilica del Santo.
Si preoccupano, giustamente, del momento non lontano che vedrà spegnersi i riflettori e rimanere i problemi e i senzatetto.
Per questo, per quanti desiderano mettere il loro aiuto in mani sicure, riporto gli estremi della Caritas Antoniana, sapendo che le eventuali offerte andranno direttamente e senza tanti passaggi a persone conosciute e affidabili in loco:

causale "PER TERREMOTATI CILE"
conto corrente postale di Caritas Antoniana: C/C 12742326
intestato a: PPFMC Caritas S. Antonio - Onlus
Via Donatello, 21 - 35123 Padova

bonifico bancario al Cod.IBAN: IT05 S050 1812 1010 0000 0505020
di Banca Popolare Etica con la stessa intestazione e identica causale sopra specificate.

Le mani della statua dell'Immacolata nella Chiesa dei conventuali di Santiago del Cile

venerdì 5 marzo 2010

Con sant'Antonio in Sri Lanka chiamati da mons. Malcom Ranjith

Il reliquiario in partenza per il pellegrinaggio in Sri Lanka

In risposta all'invito di Mons. Malcom Ranjith, arcivescovo di Colombo, domani 6 marzo parte una piccola delegazione di frati della Basilica del Santo di Padova, per accompagnare sant'Antonio in visita ai fedeli e devoti dello Sri Lanka. Questo pellegrinaggio delle reliquie del Santo avviene in occasione del 175 anniversario della dedicazione del primo e principale santuario antoniano dell'Isola: St. Anthony - Kochchikade. I portoghesi colonizzatori fecero conoscere alle genti locali il Santo nativo di Lisbona, e da allora i cristiani srilankesi non l'hanno più lasciato.
Adesso, al termine della sanguinosa guerra che ha diviso per troppi anni la popolazione, in un momento di "guado" politico, anche la Chiesa sta cercando di unire le diverse componenti del popolo di Dio e della società multietnica e multireligiosa dell'Isola. Preghiamo perchè questa visita possa dare i frutti sperati e ravvivare la certezza nella Provvidenza divina e nell'aiuto dei santi nei cristiani locali.
Visto che anche il vostro blogger fa parte dei compagni di viaggio del Santo, penso che sarò abbastanza occupato in questi giorni (ci attendono in più di metà delle diocesi dello Sri Lanka).
Vi saluterò sicuramente il carissmo mons. Ranjith, venuto l'anno scorso di persona a Padova per assicurarsi dell'organizzazione di questa visita.
Ci risentiamo dopo il 23 marzo.

giovedì 4 marzo 2010

Catechesi del Papa sul Dottore Serafico

I santi Bonaventura e Antonio, xv sec. (San Marino)

Continuando il ciclo di catechesi sui dottori e teologi del XIII secolo, papa Benedetto ha esposto mercoledì scorso la vita e l'opera di San Bonaventura, teologo e dottore francescano. Questa catechesi completa un classico dittico dei due grandi e santi maestri dell'Ordine dei Minori, cioè Antonio e Bonaventura. Leggiamo e meditiamo


CATECHESI DEL SANTO PADRE su
San Bonaventura da Bagnoregio

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei parlare di san Bonaventura da Bagnoregio.

Vi confido che, nel proporvi questo argomento, avverto una certa nostalgia, perché ripenso alle ricerche che, da giovane studioso, ho condotto proprio su questo autore, a me particolarmente caro. La sua conoscenza ha inciso non poco nella mia formazione. Con molta gioia qualche mese fa mi sono recato in pellegrinaggio al suo luogo natio, Bagnoregio, una cittadina italiana, nel Lazio, che ne custodisce con venerazione la memoria.

Nato probabilmente nel 1217 e morto nel 1274, egli visse nel XIII secolo, un’epoca in cui la fede cristiana, penetrata profondamente nella cultura e nella società dell’Europa, ispirò imperiture opere nel campo della letteratura, delle arti visive, della filosofia e della teologia. Tra le grandi figure cristiane che contribuirono alla composizione di questa armonia tra fede e cultura si staglia appunto Bonaventura, uomo di azione e di contemplazione, di profonda pietà e di prudenza nel governo.

Si chiamava Giovanni da Fidanza. Un episodio che accadde quando era ancora ragazzo segnò profondamente la sua vita, come egli stesso racconta. Era stato colpito da una grave malattia e neppure suo padre, che era medico, sperava ormai di salvarlo dalla morte. Sua madre, allora, ricorse all’intercessione di Francesco d’Assisi, da poco canonizzato. E Giovanni guarì.

La figura del Poverello di Assisi gli divenne ancora più familiare qualche anno dopo, quando si trovava a Parigi, dove si era recato per i suoi studi. Aveva ottenuto il diploma di Maestro d’Arti, che potremmo paragonare a quello di un prestigioso Liceo dei nostri tempi. A quel punto, come tanti giovani del passato e anche di oggi, Giovanni si pose una domanda cruciale: “Che cosa devo fare della mia vita?”. Affascinato dalla testimonianza di fervore e radicalità evangelica dei Frati Minori, che erano giunti a Parigi nel 1219, Giovanni bussò alle porte del Convento francescano di quella città, e chiese di essere accolto nella grande famiglia dei discepoli di Francesco.
Molti anni dopo, egli spiegò le ragioni della sua scelta: in san Francesco e nel movimento da lui iniziato ravvisava l’azione di Cristo. Scriveva così in una lettera indirizzata ad un altro frate: “Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa. La Chiesa cominciò con semplici pescatori, e si arricchì in seguito di dottori molto illustri e sapienti; la religione del beato Francesco non è stata stabilita dalla prudenza degli uomini, ma da Cristo” (Epistula de tribus quaestionibus ad magistrum innominatum, in Opere di San Bonaventura. Introduzione generale, Roma 1990, p. 29).

Pertanto, intorno all’anno 1243 Giovanni vestì il saio francescano e assunse il nome di Bonaventura. Venne subito indirizzato agli studi, e frequentò la Facoltà di Teologia dell’Università di Parigi, seguendo un insieme di corsi molto impegnativi. Conseguì i vari titoli richiesti dalla carriera accademica, quelli di “baccelliere biblico” e di “baccelliere sentenziario”.

Così Bonaventura studiò a fondo la Sacra Scrittura, le Sentenze di Pietro Lombardo, il manuale di teologia di quel tempo, e i più importanti autori di teologia e, a contatto con i maestri e gli studenti che affluivano a Parigi da tutta l’Europa, maturò una propria riflessione personale e una sensibilità spirituale di grande valore che, nel corso degli anni successivi, seppe trasfondere nelle sue opere e nei suoi sermoni, diventando così uno dei teologi più importanti della storia della Chiesa. È significativo ricordare il titolo della tesi che egli difese per essere abilitato all’insegnamento della teologia, la licentia ubique docendi, come si diceva allora. La sua dissertazione aveva come titolo Questioni sulla conoscenza di Cristo. Questo argomento mostra il ruolo centrale che Cristo ebbe sempre nella vita e nell’insegnamento di Bonaventura. Possiamo dire senz’altro che tutto il suo pensiero fu profondamente cristocentrico.

In quegli anni a Parigi, la città di adozione di Bonaventura, divampava una violenta polemica contro i Frati Minori di Francesco d’Assisi e i Frati Predicatori di Domenico di Guzman. Si contestava il loro diritto di insegnare nell’Università, e si metteva in dubbio persino l’autenticità della loro vita consacrata. Certamente, i cambiamenti introdotti dagli Ordini Mendicanti nel modo di intendere la vita religiosa, di cui ho parlato nelle catechesi precedenti, erano talmente innovativi che non tutti riuscivano a comprenderli. Si aggiungevano poi, come qualche volta accade anche tra persone sinceramente religiose, motivi di debolezza umana, come l’invidia e la gelosia.

Bonaventura, anche se circondato dall’opposizione degli altri maestri universitari, aveva già iniziato a insegnare presso la cattedra di teologia dei Francescani e, per rispondere a chi contestava gli Ordini Mendicanti, compose uno scritto intitolato La perfezione evangelica. In questo dimostra come gli Ordini Mendicanti, in specie i Frati Minori, praticando i voti di povertà, di castità e di obbedienza, seguivano i consigli del Vangelo stesso.

Al di là di queste circostanze storiche, l’insegnamento fornito da Bonaventura in questa sua opera e nella sua vita rimane sempre attuale: la Chiesa è resa più luminosa e bella dalla fedeltà alla vocazione di quei suoi figli e di quelle sue figlie che non solo mettono in pratica i precetti evangelici ma, per la grazia di Dio, sono chiamati ad osservarne i consigli e testimoniano così, con il loro stile di vita povero, casto e obbediente, che il Vangelo è sorgente di gioia e di perfezione.

Il conflitto fu acquietato, almeno per un certo tempo, e, per intervento personale del Papa Alessandro IV, nel 1257, Bonaventura fu riconosciuto ufficialmente come dottore e maestro dell’Università parigina. Tuttavia egli dovette rinunciare a questo prestigioso incarico, perché in quello stesso anno il Capitolo generale dell’Ordine lo elesse Ministro generale.

Svolse questo incarico per diciassette anni con saggezza e dedizione, visitando le province, scrivendo ai fratelli, intervenendo talvolta con una certa severità per eliminare abusi.

Quando Bonaventura iniziò questo servizio, l’Ordine dei Frati Minori si era sviluppato in modo prodigioso: erano più di 30.000 i Frati sparsi in tutto l’Occidente con presenze missionarie nell’Africa del Nord, in Medio Oriente, e anche a Pechino. Occorreva consolidare questa espansione e soprattutto conferirle, in piena fedeltà al carisma di Francesco, unità di azione e di spirito. Infatti, tra i seguaci del santo di Assisi si registravano diversi modi di interpretarne il messaggio ed esisteva realmente il rischio di una frattura interna. Per evitare questo pericolo, il Capitolo generale dell’Ordine a Narbona, nel 1260, accettò e ratificò un testo proposto da Bonaventura, in cui si raccoglievano e si unificavano le norme che regolavano la vita quotidiana dei Frati minori.

Bonaventura intuiva, tuttavia, che le disposizioni legislative, per quanto ispirate a saggezza e moderazione, non erano sufficienti ad assicurare la comunione dello spirito e dei cuori. Bisognava condividere gli stessi ideali e le stesse motivazioni. Per questo motivo, Bonaventura volle presentare l’autentico carisma di Francesco, la sua vita ed il suo insegnamento. Raccolse, perciò, con grande zelo documenti riguardanti il Poverello e ascoltò con attenzione i ricordi di coloro che avevano conosciuto direttamente Francesco. Ne nacque una biografia, storicamente ben fondata, del santo di Assisi, intitolata Legenda Maior, redatta anche in forma più succinta, e chiamata perciò Legenda minor. La parola latina, "Legenda", a differenza di quella italiana, non indica un frutto della fantasia, ma, al contrario, “Legenda” significa un testo autorevole, “da leggersi” ufficialmente. Infatti, il Capitolo generale dei Frati Minori del 1263, riunitosi a Pisa, riconobbe nella biografia di san Bonaventura il ritratto più fedele del Fondatore e divenne la biografia ufficiale del santo.

Qual è l’immagine di san Francesco che emerge dal cuore e dalla penna del suo figlio devoto e successore, san Bonaventura? Punto essenziale, Francesco è un alter Christus, un uomo che ha cercato appassionatamente Cristo. Nell’amore che spinge all’imitazione, egli si è conformato interamente a Lui. Bonaventura additava questo ideale vivo a tutti i seguaci di Francesco.

Questo ideale, valido per ogni cristiano, ieri, oggi, sempre, è stato indicato come programma anche per la Chiesa del Terzo Millennio dal mio Venerabile Predecessore Giovanni Paolo II. Tale programma, egli scriveva nella Lettera Tertio Millennio ineunte, si incentra “in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste” (n. 29).

Nel 1273 la vita di san Bonaventura conobbe un altro cambiamento. Il Papa Gregorio X lo volle consacrare Vescovo e nominare Cardinale.

Gli chiese anche di preparare un importantissimo evento ecclesiale: il II Concilio Ecumenico di Lione, che aveva come scopo il ristabilmento della comunione tra la Chiesa Latina e quella Greca. Egli si dedicò a questo compito con diligenza, ma non riuscì a vedere la conclusione di quell’assise ecumenica, perché morì durante il suo svolgimento. Un anonimo notaio pontificio compose un elogio di Bonaventura, che ci offre un ritratto conclusivo di questo grande santo ed eccellente teologo: “Uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini... Dio infatti gli aveva donato una tale grazia, che tutti coloro che lo vedevano erano pervasi da un amore che il cuore non poteva celare” (cfr J.G. Bougerol, Bonaventura, in A. Vauchez (a cura), Storia dei santi e della santità cristiana. Vol. VI. L’epoca del rinnovamento evangelico, Milano 1991, p. 91).

Raccogliamo l’eredità di questo santo Dottore della Chiesa, che ci ricorda il senso della nostra vita con le seguenti parole: “Sulla terra… possiamo contemplare l’immensità divina mediante il ragionamento e l’ammirazione; nella patria celeste, invece, mediante la visione, quando saremo fatti simili a Dio, e mediante l’estasi ... entreremo nel gaudio di Dio” (La conoscenza di Cristo, q. 6, conclusione, in Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici /1, Roma 1993, p. 187).
Grazie.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana


Il libro del Papa, cioè la sua tesi su san Bonaventura è questo:


lunedì 1 marzo 2010

Alter Christus: videomeditazioni sul sacerdozio dalla Congregazione per il Clero

La Congregazione per il Clero è senz'altro la più attiva in Vaticano nello sperimentare nuove forme di comunicazione e di utilizzo dell'Internet. Dopo gli sforzi per offrire una biblioteca telematica a preti e diaconi, ora lancia tre video, tradotti in cinque lingue, per spiegare ai cattolici (soprattutto i giovani che frequentano Youtube) quale sia l'identità e la funzione del sacerdote nella Chiesa e nei confronti dell'Eucaristia: Alter Christus. I video sono realizzati da HM television.
E come dice sempre un mio caro confratello, entusiasta promotore vocazionale, ripetiamo insieme e con convinzione il mantra: "Vocazioni! Vocazioni! Vocazioni!"





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