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martedì 29 giugno 2010

Avvertenza ai giornalisti cattolici: nel difendere il Papa non dimenticatevi del primato di giurisdizione e insieme della libertà della Chiesa

In questi giorni, con tutte le notizie di chiamata in causa del "Vaticano" o dello stesso Pontefice, leggo interventi di giornalisti, sicuramente benintenzionati che, per difendere il Papa, in realtà ne mortificano le prerogative. E quel che è peggio incorrono nelle censure stabilite dal Concilio Vaticano I.
Negli USA alcuni avvocati vogliono far passare la tesi secondo la quale responsabile ultimo dei preti abusatori sarebbe il Papa. E quindi deve poter essere chiamato a testimoniare o addirittura essere citato in processi civili per risarcimento danni. Qui già vediamo il punto: dopo aver mandato in bancarotta le diocesi americane, ripulite per far fronte ai veri (ma anche ai presunti) scandali di preti a suon di dollari, adesso l'attenzione degli avvocati succhiasoldi si rivolge alle "favoleggiate" casse vaticane.
Mettendo da parte questo aspetto, come dicevo, ci sono difensori del Papa che tendono a mostrare come "la Chiesa non è una multinazionale, e quindi il Papa non è il presidente responsabile ultimo di ogni dipendente". Altri scrivono che "ogni vescovo è papa a casa sua", e perciò il Pontefice non ha motivo di essere citato in giudizio. Tutte cose interessanti e forse rilevanti, ma teologicamente sostenibili? Pare proprio di no.
Vorrei ricordare, a chi cerca di salvare il Papa riducendo il suo ruolo, che noi cattolici crediamo per fede (essendo un dogma) che il Romano Pontefice ha nella chiesa un "primato di giurisdizione" che si configura nel modo definito al cap. III della Costituzione dogmatica Pastor Aeternus (1870):
Insegniamo, perciò, e dichiariamo che la chiesa Romana, per disposizione del Signore, ha un primato di potere ordinario su tutte le altre; e che questa potestà di giurisdizione del Romano pontefice, essendo veramente episcopale, è immediata: quindi i pastori e i fedeli, di qualsiasi rito e dignità, sia considerati singolarmente che nel loro insieme, sono tenuti al dovere della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza verso di essa, non solo in ciò che riguarda la fede e i costumi, ma anche in ciò che riguarda la disciplina e il governo della chiesa sparsa su tutta la terra. Di modo che, conservando l’unità della comunione e della professione della stessa fede col Romano pontefice, la chiesa di Cristo sia un solo gregge sotto un solo sommo pastore. Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi senza mettere in pericolo la fede e la salvezza.....
Perciò se qualcuno dirà che il Romano pontefice ha solo un potere di vigilanza o di direzione, e non, invece, la piena e suprema potestà di giurisdizione su tutta la chiesa, non solo in materia di fede e di costumi, ma anche in ciò che riguarda la disciplina e il governo della chiesa universale; o che egli ha solo una parte principale, e non, invece, la completa pienezza di questa potestà; o che essa non è ordinaria ed immediata, sia su tutte le singole chiese, che su tutti i singoli pastori: sia anatema.

Mi pare sufficientemente chiaro. Non si può sminuire la portata della giurisdizione ordinaria, piena e suprema, vere episcopalis, e immediata del Romano Pontefice su tutti e singoli i pastori, non solo per quello che riguarda l'insegnamento di fede e morale, ma anche per ciò che riguarda la disciplina (è il caso dei preti pedofili) e il governo della chiesa (è il caso dei vescovi che coprivano).
Il Papa ha quindi responsabilità di correggere gli abusi, di condannare i colpevoli e di cacciarli dalla loro dignità in tutte le chiese del mondo, non solo a Roma.
Ma allora è giusto che venga citato in tribunale dallo Stato che lo accusa di negligenza?
Assolutamente NO. Ma non per la sua limitata giurisdizione, ma perchè nell'esercizio della suprema giurisdizione nella Chiesa non può esserci nessuna ingerenza dello Stato. Questo violerebbe la libertà della Chiesa e metterebbe in serio pericolo la separazione fra Stato e Chiesa che sta tanto a cuore, per es., agli statunitensi.
Il punto è proprio la separazione tra Chiesa e Stato: il singolo criminale, anche se prete, è colpevole per le sue azioni in quanto individuo, non in quanto appartenente alla Chiesa. Questo deve essere messo ben in chiaro. Qualcuno mi spiega come mai nessun avvocato, perseguendo un cattolico laico pedofilo, si sogna di chiamare in causa il suo vescovo? Eppure è appartenente alla Chiesa quanto il prete e ha - sotto questo profilo - gli stessi obblighi morali e legali. Negli USA invece è prevalsa la tesi che il prete sia un dipendente dell'organizzazione Chiesa, ed agisca sempre e comunque in quanto tale. Ma questo è inaccettabile.
La questione capitale è proprio questa. Non si può mescolare la responsabilità personale con la responsabilità ecclesiale. Per nessuno: chierico o laico che sia.
Ma in questo modo i preti corrotti continueranno a essere nascosti e coperti dai loro superiori!
Quando si diceva che la chiesa è una "società perfetta" non si diceva una sciocchezza. E non si intendeva che fosse una società "impeccabile", ma che non dipende da nessun potere esterno. Neanche per la giustizia. Non sopporta interferenze. La Chiesa ha i propri tribunali e il proprio diritto. Il prete pedofilo deve essere deferito e - se provato colpevole - condannato dalla Chiesa in quanto prete cattolico. Contemporaneamente o successivamente sarà anche processato e condannato in quanto cittadino di un certo stato. I vescovi che coprivano e spostavano i colpevoli, invece, sono condannabili in sede ecclesiale: dovrebbero certamente essere deposti o dare le dimissioni (come Benedetto XVI ha messo in chiaro). Ma non è possibile che siano processati in sede civile per quello che riguarda il loro ministero, compiuto bene o male che sia. 
Altrimenti la Chiesa perderebbe ogni possibilità di azione. Ci sarà sempre chi accusa un vescovo o il Papa perchè non gli piace il modo in cui conduce la Chiesa. Non sposta il parroco che mi sta a noia? E io minaccio di andare in tribunale accusandolo di pedofilia. La Caritas non mi dà quello che mi serve? E io vado a denunciare il prete direttore per tentato abuso di minori.... E naturalmente chiamo in causa papa e vescovi che non hanno detto niente (dando per scontato che sapevano tutto). 
Non è più finita.
Per questo è bene ed è giusto che la Santa Sede  (non lo stato del Vaticano che non c'entra niente!!!!) sia protetta da uno status internazionale e dall'immunità che ne consegue. Non perchè il Papa possa fare ciò che vuole, ma per garantirgli quel minimo di libertà necessaria ad espletare il suo ministero universale in tutta la Chiesa sparsa tra le nazioni.
Ricapitolando: il Pontefice esercita la guida e suprema potestà su tutta la Chiesa e sui singoli pastori, e mi pare che Papa Benedetto stia mettendo in pratica molto bene questa responsabilità. Ma questa potestà che egli esercita nella Chiesa non può e non deve essere giudicata secondo metri esterni alla Chiesa, la quale non risponde allo Stato nell'esercizio delle sue prerogative religiose e di governo interno.

Approfondimenti

Le catene di San Pietro e l'unione tra Oriente ed Occidente

La festa dei Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, ci propone come lettura la pericope della prigionia e liberazione miracolosa del principe degli Apostoli.
Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere.
Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione.
Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui.
Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva». (At 12)

Le catene che tennero prigioniero il primo Papa della Chiesa furono, secondo la tradizione, conservate dai cristiani di Gerusalemme. Secoli dopo esse furono donate dal Patriarca della città, Giovenale, all'imperatrice Elia Eudocia, pellegrina in Terra Santa dalla sede imperiale di Costantinopoli, dove risiedeva. La figlia di costei, Licinia Eudossia, moglie dell'imperatore Valentiniano III, ricevute le catene dalla madre, si affrettò a donarle a Leone Magno. Il Santo Padre le accostò alle catene utilizzate per la prigionia di San Pietro nel Carcere Mamertino dell'Urbe. Appena si toccarono le due catene si fusero per divenire una soltanto. A ricordo e celebrazione perpetua del miracolo, nel 442 d.C s'iniziarono i lavori per la costruzione della Basilica detta di San pietro in vincoli (in latino vincula=catene) che poggia su una presistente domus ecclesiae del III secolo.
I due "vincula" di Pietro, fusi ormai in un'unica inestricabile catena, sono tuttora conservati e visibili sotto l'altare della Basilica.

E' interessante il valore simbolico che possiamo notare nell'unione delle catene d'Oriente (Gerusalemme-Costantinopoli) e d'Occidente (Roma). Il giorno dei patroni di Roma (29 giugno) segna un momento ecumenico importante: la delegazione orientale visita il Papa e con lui partecipa alle celebrazioni liturgiche. La storia ci insegna che l'unione non avviene tra i fasti e i successi, ma tra le catene. Proprio ora, in questi tempi, le chiese divise d'Oriente e d'Occidente si stanno avvicinando - e voglia il cielo che messe a contatto diventino una!-.
Ma questi tempi, sono tempi di catene, di persecuzioni. Persecuzioni in Oriente (si pensi alle ristrettezze e torture inflitte ai cristiani in Medio Oriente, ai martiri della Turchia e degli altri paesi a maggioranza islamica), e adesso si vanno svelando anche le persecuzioni in Occidente (attacchi mediatici ben congegnati, vilipendi giustizialisti, veri e propri abusi di preti e vescovi indegni in combutta con poteri laici deviati). La storia ci insegna che solo quando Pietro è in catene si vede l'agire di Dio: perchè non paia che sono gli uomini a vincere, ma si colga la mano del Signore nell'opera.
Chissà che le sofferenze del tempo presente, alcune ahimè ben meritate, non portino come frutto l'unione delle Chiese, martoriate e avversate dal mondo, che potrà credere - però- solo quando vedrà l'unità tra i cristiani.

lunedì 28 giugno 2010

Il Papa sta annunciando la creazione del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione

Durante i primi vespri per la festa dei SS. Pietro e Paolo, papa Benedetto ha (appena) annunciato la creazione del nuovo Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione del mondo scristianizzato e secolarizzato. Una "Propaganda Fide" - nel vero senso della parola - per quanti hanno perso la Fede.
Il popolo riunito nella Basilica di San Paolo accoglie la conclusione dell'omelia papale con un applauso.

Approfondimenti e testi, qui

Il Papa accoglie gli ospiti ortodossi per la festa dei Patroni di Roma


Oggi il Pontefice ha ricevuto in Vaticano una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, inviata da Bartolomeo I per la Festa dei Santi Patroni di Roma. La delegazione è guidata dal metropolita di Sassima, Gennadios.
Ad essi si è rivolto così nel discorso ufficiale:
Abbiamo la speranza che il dialogo cattolico-ortodosso “continuerà a fare significativi progressi”: è quanto affermato stamani da Benedetto XVI nell’udienza alla delegazione del Patriarcato ecumenico, avvenuta in un clima di grande cordialità. Il Papa ha sottolineato che, nel Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente dell’ottobre prossimo, il tema della cooperazione ecumenica riceverà una grande attenzione, come già evidenziato nell’Instrumentum laboris, consegnato ai presuli della regione durante la recente visita a Cipro...
“Le difficoltà che i cristiani del Medio Oriente stanno sperimentando – ha osservato – sono in larga misura comuni a tutti”. E le ha sintetizzate nel “vivere come una minoranza e desiderare una libertà religiosa autentica e la pace”. Il Papa ha soggiunto che è necessario “il dialogo con le comunità islamiche ed ebree”. In tale contesto, ha quindi espresso compiacimento per la presenza al Sinodo di una delegazione del Patriarcato ecumenico. Benedetto XVI ha inoltre ricordato che la Commissione internazionale congiunta per il dialogo teologico sta discutendo sul “Ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo Millennio”. Un momento cruciale, ha detto il Papa, augurandosi che si possa progredire nello studio di questo delicato e importante argomento, in particolare nella prossima sessione plenaria della Commissione a Vienna...

Il Pontefice ha ringraziato il Signore per il fatto che le relazioni tra cattolici e ortodossi “sono caratterizzate da sentimenti di mutua fiducia, stima e fraternità” come testimoniato dai tanti incontri che si sono tenuti quest’anno tra esponenti della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa. Ed ha menzionato come segno incoraggiante di questa fase la lettera patriarcale e sinodale di Bartolomeo I del febbraio scorso in cui il Patriarca ecumenico ha messo l’accento sull’importanza del dialogo.

(Radio Vaticana)

Meditazione sul canto d'ingresso della Solennità dei SS. Pietro e Paolo: Nunc scio vere



Introito per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo:
(At 12,11) Nunc scio vere, quia misit Dóminus Angelum suum: et erípuit me de manu Heródis, et de omni exspectatióne plebis Iudæórum.
(Ps 138,1.2) Dómine, probásti me, et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam, et resurrectiónem meam.
V. Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula saeculorum. Amen.
trad: Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva.

Il Messale Romano di Paolo VI, come spesso accade, sostituisce l'antifona che si trova nel Graduale (riformato) con un'altra. Non si sa con quale criterio, se non il fatto che le antifone del Messale si intendono per la Messa letta, cioè senza canti, e quindi vanno recitate, mentre nella messa in canto si devono utilizzare i testi del Graduale Romanum, che sono i veri canti del nostro rito. Fortunatamente la maggior parte dei canti del Graduale Romanum e le loro collocazioni sono rimasti indenni, e quindi li ritroviamo al loro posto tradizionale, almeno nei libri, in attesa di vederli "risuscitati" nel canto delle nostre chiese.
Veniamo dunque all'introito della messa del giorno dei santi Pietro e Paolo (solennità che ha pure una messa vigiliare). 
Il testo è tratto dall'ultimo versetto della prima lettura: Atti degli Apostoli 12,11, il riconoscimento dell'intervento di Dio che fa uscire l'apostolo dalla prigione.
Molto interessante leggere questa pericope nel momento attuale della Chiesa, in cui i suoi pastori (non solo in Belgio) sono perseguitati e in alcuni paesi si chiede addirittura un mandato di arresto nei confronti del Papa. E il tutto è gradito all'opinione pubblica giustizialista, che cerca sempre un capro espiatorio, come ai tempi di Erode. Ma l'intervento di Dio è libero, inaspettato e non-violento. Gli Atti degli apostoli ci mostrano la Chiesa che prega incessantemente per Pietro e per quanti sono in carcere ingiustamente. Non chiama gli avvocati, non combatte sui giornali. La Chiesa perseguitata prega e Dio interviene e libera i suoi dalle catene. Senza frastuoni e senza fanfare. Solo una volta passato il pericolo Pietro può dire: Adesso so che il Signore ha mandato il suo Angelo e mi ha liberato. Sosteniamo nella preghiera il nostro Pietro, papa Benedetto, e chiediamo al Signore di mandargli presto il suo Angelo a strapparlo dalle mani di quanti odiano la Chiesa. Però ricordiamo sempre la promessa del Signore, affinchè non perdiamo la pace e la serenità anche in mezzo alle bufere di questo mondo: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa (è il versetto dell'alleluia della festa odierna!)

venerdì 25 giugno 2010

La fine dell'immunità ecclesiastica. Una riflessione sull'attualità

Da mesi stiamo assistendo alle continue inquisizioni, perquisizioni e accuse a personaggi ecclesiastici del basso e dell'alto clero. In questi ultimi giorni, addirittura, tutto pare accelerare, con le inchieste che coinvolgono il card. Sepe e le ben più disgustose perquisizioni a sorpresa ai vescovi belgi (andando a ledere la privacy delle vittime di abusi).
Cosa sta accadendo? Davvero c'è una persecuzione in atto contro la Chiesa Cattolica? La mia tesi è un'altra, anche se effettivamente non sono da escludere attacchi concertati da parte di forze contrarie alla Chiesa. Mi pare, però, che ciò che stiamo vedendo è la conseguenza della secolarizzazione. La Chiesa non è più difesa, almeno psicologicamente, dallo sguardo di magistrature e polizie del mondo. In effetti, se la Chiesa è percepita dalla società come un'organizzazione tra le tante, un'associazione religiosa con i suoi capi e le sue attività, allora deve aspettarsi un trattamento non diverso da tutti gli altri. Vescovi e cardinali non possono più pretendere, in virtù del loro ministero, nessuna "immunità", nonostante accordi internazionali o tradizioni che prevenivano, fino a poco tempo fa, certi atteggiamenti degli inquisitori laici nei confronti del clero.
Nel piano di riforma di Papa Ratzinger questo non è un inconveniente, a lungo termine. Nel breve periodo è certo fastidioso vedere trattati come criminali vescovi e preti che, magari, hanno fatto bene il loro lavoro e sono sottoposti a sospetti e calunnie. Spesso i giusti finiscono nel calderone con i colpevoli. Ma, a lungo termine, come dicevo, questa perdita di "immunità clericale" non può che far bene alla Chiesa, liberandola dei tanti parassiti (anche in vesti paonazze) che hanno approfittato dell'impunità nei trascorsi decenni. Non solo di una impunità penale (molto spesso, soprattutto per le questioni di gestione "personalizzata" di denaro non si tratta di veri e propri reati), ma anche di una impunità morale, per cui tutto era giustificato perchè "a fin di bene" o passato sotto silenzio con l'ipocrita distinzione tra sfera pubblica e sfera privata (dicotomia che per un prete o un religioso, ovviamente, non ha senso).
Le quotidiane crisi attuali ci mostrano che le società civili non hanno più "timori reverenziali" nè "sudditanze psicologiche" nei riguardi degli ecclesiastici. Anche nella nostra italietta cattolica questo si vede ogni giorno di più. All'estero, mi pare, si arriva pure ad esagerare: non si rispettano neanche i cardinali defunti!
La cura? Ovviamente quella proposta dal Papa. E prima di lui da Gesù Cristo: l'esterno deve essere il riflesso dell'interno. Cioè che si predica e ciò che si fa deve essere congruente e non in dissonanza. I "sepolcri imbiancati" non fermano più chi vuole controllare il marciume che vi è racchiuso... Le ricette ci sono, antiche e semplici: la gestione ecclesiastica del denaro (solitamente offerto dai poveri per altri più poveri) deve essere limpida e irreprensibile, e la gestione della castità dei celibi ecclesiastici deve andare ben al di là dell'evitare abusi infantili. Ma certamente tutto si impernia sull'umiltà, virtù sempre rara e da recuperare negli ambienti curiali e monastici, nonostante sia spesso lodata. L'umiltà che porta ad evitare l'abuso del potere, ancorchè sacro, e il carrierismo, la scalata da una sede all'altra di vescovi che desiderano ascendere e di arcivescovi che vedono approssimarsi la porpora...
Quindi ben venga l'occhio pubblico e indagatore, se serve a purificare la Vigna del Signore e rimettere in riga i suoi operai, non sempre umili come l'attuale Servo dei Servi di Dio, il buon Benedetto XVI.

giovedì 24 giugno 2010

San Giovanni Battista e il nome delle note

Guido d'Arezzo nella sua Epistola ad Michaelem (1032) descrive il modo di mandare a mente le diverse note:
"Se dunque desideri imprimerti nella mmeoria un suono o un neuma ... devi individuare quel suono o quel neuma all'inizio di un melodia che ti sia notissima ... Come è ad esempio questo canto di cui mi servo per istruire i fanciulli, siano principianti che esperti:

Vedi come questa melodia nelle sue sei sezioni abbia inizio con sei suoni differenti? Così se uno avrà imparato l'inizio di ciascuna sezione, dopo essersi esercitato tanto da saper subito intonare senza esitazione qualsiasi sezione desideri, potrà intonare facilmente quegli stessi sei suoni ovunque li veda, secondo le loro proprietà. (Guido d'Arezzo, Le opere, a cura di Angelo Rusconi, Firenze 2005, p. 137)


Ecco dunque l'inno della Festa di San Giovanni Battista, che dà il nome alle note e permette - nell'intenzione di Guido - di intonare qualunque melodia gregoriana individuando alcune altezze fisse delle note.




Ut queant laxis resonare fibris
mira gestorum famuli tuorum,
solve polluti labii reatum, sancte Iohanmes.
Perché i fedeli sulla lenta lira possano cantare la tue grandi gesta, sciogli la colpa dell'impuro labbro, o San Giovanni.
Nuntius celso veniens Olympo
te patri magnum fore nasciturum,
nomen et vitae seriem gerendae ordine promit.
Un angelo disceso dall'alto Olimpo rivela al padre la tua grande nascita, ed il nome e, per ordine, le gesta della tua vita.
Ille promissi dubius superni
perdidit promptae rnodulos loquelae,
sed reformasti genitus peremptae organa vocis.
Egli dubbioso della promessa divina, perdette l'uso della pronta favella, ma tu nascendo gli ridonasti l'organo della perduta voce.
Ventris obstruso positus cubili
senseras regem thalamo manentem;
hinc parens nati meritis uterque abdita pandit.
Nascosto ancora nel seno della madre, sentisti il Re che giaceva nel talamo; ed ecco ambo le nadri, per merito del figlio, schiudono il pondo ascoso.
Antra deserti teneris sub annis
civium turmas fugiens petisti,
ne levi saltem maculare vitam famine posses.
Dalla tenera età, lasciando i luoghi abitati, ti rifugiasti negli antri del deserto, per non macchiare la tua vita con una sola parola leggera.
Praebuit hirtum tegimen camelus
artubus sacris, strophium bidentes,
cui latex haustum, sociata pastum mella locustis.
Il cammello ti offrì una dura veste al casto fianco, gli agnelli una cintura, a te, cui l'acqua fu bevanda, e furono cibo miele e locuste.
Ceteri tantum cecinere vatum
corde praesago iubar adfuturum,
tu quidem mundi scelus auferentem indice prodis.
Gli altri profeti vaticinarono soltanto presagendo nel cuore la luce ventura; ma tu mostri col dito Colui che toglie la colpa del mondo.
Non fuit vasti spatium per orbis
sanctior quisquam genitus Iohanne,
qui nefas saecli meruit lavantem tingere lymphis.
Non nacque per lo spazio del vasto mondo alcun altro più santo di Giovanni, che meritò lavare coll'acqua Colui che lava i peccati della terra.
O nimis felix meritique celsi,
nesciens labem nivei pudoris,
praepotens martyr eremique cultor, maxime vatum!
O te felice, adorno di alti meriti, che non conosci macchia, al niveo pudore, potente martire, ed anacoreta, massimo dei profeti!
Serta ter denis alios coronant
aucta crementis, duplicata quosdam,
trina centeno cumulata fructu te, sacer, ornant.
Trenta serti coronano alcuni santi, il doppio di questi ne corona altri, ma il triplo ti adorna, aumentato del frutto, con cento corone.
Nunc potens nostri meritis opimis
pectoris duros lapides repelle,
asperum planans iter et reflexos dirige calles,
Perciò, ricco di tanti meriti, sciogli la durezza del nostro cuore di pietra appianando l'aspro cammino; drizza il nostro storto sentiero,
ut pius mundi sator et redemptor
mentibus pulsa livione puris
rite dignetur veniens sacratos ponere gressus.
affinché il Fattore e Redentore del mondo alle anime purificate da macchia di colpa si degni, venendo, guidare, pietoso, i santi passi.
Laudibus cives celebrant superni
te, Deus simplex pariterque trine,
supplices ac nos veniam precamur, parce redemptis.
Te i cittadini del cielo con lodi celebrino, Dio uno e trino, supplici anche noi ti chiediamo perdono: abbi pietà dei redenti.

Questo testo, diviso in varie sezioni, viene cantanto alle diverse ore dell'ufficio divino.

lunedì 21 giugno 2010

Dalla piazza alla chiesa: Principi, cantanti e ballerine davanti all'altare di Pietrelcina


Ieri sera su Rai 1 si è ripetuta l'ennesima edizione del programma di intrattenimento (classificato dalla Rai come cultura) in onore di Padre Pio (Una voce per Padre Pio), che ho potuto seguire insieme ad un "grosso superiore" del nostro Ordine che transitava per il convento in cui dimoro. Tale confratello si doleva grandemente pensando alle lettere e telefonate che, all'indomani della trasmissione, avrebbe ricevuto il padre Generale dei Cappuccini, (e non intendeva comunicazioni di rallegramenti...). Al di là delle valutazioni "caritative" (o meglio di fund rising) che giustificano questi programmi spettacolar-religiosi, mi chiedo se sia proprio un omaggio a Padre Pio (o ad altri santi francescani che vengono "onorati" con simili kermesse...) e soprattutto se un santo come Pio da Pietrelcina possa davvero esser contento di principi adulatori e cantanti scollacciate che intonano davanti all'altare della Vergine Maria, per l'occasione illuminato da luci psichedeliche. Il tutto condito da frati che ricordano i fioretti del Santo e sacerdoti in camicia hawaiana che fanno lo spot per i bambini dell'Africa. Hanno visto il programma ben 4.494.000 telespettatori, uno share del 21,08%. Niente male come risultato, anzi un successone.
Finchè questi spettacoli si fanno "in faciem ecclesiae", cioè sulle piazze di fronte alle case di Dio, si può anche chiudere tutti e due gli occhi e le orecchie per il presunto "fin di bene" che agitano. Ma quando, pur a causa di piogge torrenziali a cui nessuno aveva pensato costruendo un palco coperto, gli spettacoli di puro intrattenimento sono trasferiti all'interno delle chiese, proprio nel luogo della celebrazione, allora qualcosa non va. E a niente serve, dopo che i buoi sono entrati in chiesa, dire che si è cambiata "location" all'ultimo momento a causa del maltempo. Forse bastava costruire prima un palco coperto, anche se meno esteticamente attraente....

C'è poi da aggiungere che qualche annetto fa, nel 2004, la Conferenza Episcopale Italiana, nel decennio pastorale dedicato alla comunicazione, aveva pubblicato un valido e voluminoso documento, anzi un direttorio, dal titolo Comunicazione e Missione. Ahimè come tanti documenti non fu molto letto, nè forse preso in mano, neppure da chi ha la telecamera facile. Perciò vi ripropongo solo un breve passaggio tra i più importanti. Esso tratta dei criteri generali per la partecipazione di religiosi e chierici a trasmissioni televisive (o radiofoniche o di altro genere), distinguendo quelle in cui si discute e si interviene "a nome della Chiesa" o su argomenti di "fede e morale" e spettacoli di altro genere:

VII. I MEDIA NELLA MISSIONE DELLA CHIESA
La presenza di chierici e religiosi nei media

Se appare difficile stabilire norme rigide, anche per la varietà delle situazioni e la molteplicità dei media, non possono invece mancare alcuni criteri di discernimento e di prudenza, in conformità con quanto indicato dal Codice di diritto canonico. È necessario che i chierici e i membri di istituti religiosi che partecipano a trasmissioni radiofoniche o televisive che trattino questioni attinenti la dottrina cattolica o la morale dispongano della licenza, almeno presunta, del proprio Ordinario. Si astengano, comunque, dall’intervenire in programmi di mero intrattenimento e quando la loro presenza può suscitare turbamento o scandalo nei fedeli [146]. Chi interviene abitualmente sulla stampa o partecipa in maniera continuativa a trasmissioni radiofoniche o televisive che illustrano la dottrina cristiana richieda la licenza dell’Ordinario proprio o dell’Ordinario del luogo [147].
Tali criteri normativi si applicano per analogia a tutti i media e alle nuove forme di comunicazione. È, comunque, opportuno che quanti intervengono attraverso i media consultino previamente, a seconda dell’ambito, l’ufficio per le comunicazioni sociali, nazionale o diocesano, che in base alle situazioni potrà offrire ulteriori elementi per una valutazione ponderata e saggia. Sono, in ogni caso, da evitare interventi e presenze che, per la loro collocazione e per le modalità espressive, possano essere tacciati di superficialità o di futilità.

146 Cf Codice di Diritto Canonico, can. 831 § 2.
147 Cf Codice di Diritto Canonic, can. 772 § 1

Interessante l'ultima frase, non trovate? Collocazione e modalità espressive... Non so quanto l'alleanza Chiesa-televisione-spettacolo sia utile oggigiorno alla causa del Vangelo, soprattutto se in contemporanea a certe trasmissioni tutti i TG rilanciano le forti parole del Papa:
"Il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale"... "Chi aspira al sacerdozio  per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero"... "Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell'opinione pubblica. Per essere considerato, dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi".

giovedì 17 giugno 2010

Chi è Marc Ouellet, cardinale e preconizzato prefetto della Congr. dei Vescovi?

Se davvero, alla fine, il Card. Marc Ouellet riceverà il mandato di essere il nuovo prefetto della "fabbrica dei Vescovi", i ratzingeriani saranno tutti contenti.
E sì, perchè il Cardinale canadese non può essere tacciato di progressismo neanche per sbaglio. Esempi abbondano: ha invitato nel 2007 la FSSP (tradizionalisti in comunione con Roma) ad aprire una parrocchia nella sua diocesi di Quebec; dopo la morte di ogni seminario minore, ne ha risuscitato uno, riaprendo nel 2008 la formazione e il discernimento per il presbiterato agli adolescenti....

Nato in Quebec nel 1944 Marc Ouellet, dopo aver ottenuto la Licenza in Teologia, è stato ordinato sacerdote per la diocesi di Amos nel fatidico 1968. Nel 1972 entrò tra i Sulpiziani, dopo aver servito presso il seminario da loro tenuto. Poi a Roma, nel 1974, per studiare filosofia all'Angelicum. Tornato in patria come insegnante, nel 1976 diventa professore del Grand Séminaire de Montréal. Di nuovo a Roma, ottiene nel 1983 il dottorato in Teologia alla Gregoriana. Divenuto rettore di vari seminari, nel 2002 fu anche nominato docente di Dogmatica all'Istituto Giovanni Paolo II per la Famiglia (Roma).
Intanto dal 2001 era stato ordinato dal Papa vescovo titolare e segretario del Pontificio Consiglio per l'unità dei Cristiani. I cardinali Re e Sodano furono i suoi conconsacranti insieme a Giovanni Paolo II.
Dal gennaio 2003 serve la Chiesa come 14° arcivescovo metropolita del Quebec e primate del Canada e da ottobre dello stesso anno è cardinale.
Marc Ouellet fa parte della redazione dell'edizione nordamericana di Communio, la rivista teologica di stampo ratzingeriano-balthasariano, è un sostenitore dell'adorazione eucaristica (ha organizzato anche dei congressi eucaristici) e fautore del ritorno del canto gregoriano. Parla francese, inglese, tedesco, italiano e spagnolo, cosa quantomai utile ad un prefetto di congregazione romana importante come quella dei vescovi.
Inoltre non nasconde la sua percezione per cui la Chiesa è perseguitata, soprattutto nel secolarizzato Canada, proprio perchè dice verità scomode.
Ora rimane da vedere se dopo un canonista proveniente dalla carriera diplomatica (card. Re), avremo alla guida della congregazione dei vescovi un teologo dal curriculum accademico-pastorale.

mercoledì 16 giugno 2010

La celebrazione eucaristica secondo Papa Benedetto

Ieri il Santo Padre ha tenuto un solenne discorso di apertura del Convegno ecclesiale della diocesi di Roma, convegno centrato sull'Eucaristia domenicale e la testimonianza della carità. Dall'allocuzione papale estrapolo alcune righe sulla dimensione liturgica della celebrazione. In esse Benedetto XVI ribadisce accoratamente alcuni capisaldi del suo insegnamento sulla liturgia in continuità con la Tradizione. Inoltre il buon Papa teologo non si limita a dire ai suoi preti cosa bisogna fare all'altare, ma aggiunge anche i perché teologici e spirituali.
Interpolati in rosso i miei commenti, in grassetto le sottolineature:

La Santa Messa, celebrata nel rispetto delle norme liturgiche [le norme liturgiche non sono una gabbia, sono semplicemente l'alveo in cui scorre il fiume: non è bene che il fiume straripi, e non è bene che si infrangano continuamente gli argini della liturgia che la contengono, e le concedono di essere un fiume navigabile da tutti i fedeli] e con un’adeguata valorizzazione della ricchezza dei segni e dei gesti [il Papa mette in guardia dalla liturgia minimalista: tavolini al posto di altari, striscette di stoffa al posto delle stole e casule, eliminazione delle immagini sacre, sparizione dei gesti di adorazione come l'inginocchiarsi, incensare, il cantare le parti del sacerdote ecc.], favorisce e promuove la crescita della fede eucaristica [la liturgia celebrata secondo le norme e dando valore e senso a gesti e segni, fa crescere la consapevolezza di essere al cospetto di Dio, e nel caso della Messa promuove efficacemente la fede nella presenza reale eucaristica (di cui il Papa parla nei paragrafi precedenti)].
Nella celebrazione eucaristica noi non inventiamo qualcosa, ma entriamo in una realtà che ci precede, anzi che abbraccia cielo e terra e quindi anche passato, futuro e presente. [L'eucaristia non si INVENTA, non si creano testi al momento, nè si cambiano, perchè è una realtà che si riceve, una realtà addirittura cosmica. Volesse il cielo che tutti i sacerdoti capissero quanto danno si fa ogni volta che si cambiano o inventano parole o gesti della Santa Messa!]

Questa apertura universale, questo incontro con tutti i figli e le figlie di Dio è la grandezza dell’Eucaristia: andiamo incontro alla realtà di Dio presente nel corpo e sangue del Risorto tra di noi. Quindi, le prescrizioni liturgiche dettate dalla Chiesa non sono cose esteriori, ma esprimono concretamente questa realtà della rivelazione del corpo e sangue di Cristo e così la preghiera rivela la fede secondo l’antico principio lex orandi - lex credendi.[qui si ribadisce, secondo l'antico adagio, che il modo di pregare rivela ciò che si crede, e quindi ciò che si crede deve informare la preghiera. La liturgia e le sue prescrizioni non sono esteriorità, come pensano i disincarnati intellettualisti, ma comunicazione esteriore, espressione concreta, di una realtà spirituale. Questa è la dinamica dei sacramenti: segni sensibili di una grazia invisibile, segni non cambiabili a piacere, pena il rischio di non significare la grazia e quindi di non conferirla] E per questo possiamo dire che “la migliore catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata” (BENEDETTO XVI, Esort. ap. post-sinod. Sacramentum caritatis, 64) [non servono tante catechesi di chiacchiere, se l'eucaristia è vissuta come una realtà sacra. Altrimenti si deve raccontare e spiegare ciò di cui gli uditori non hanno esperienza...]. È necessario che nella liturgia emerga con chiarezza la dimensione trascendente, quella del Mistero, dell’incontro con il Divino, che illumina ed eleva anche quella “orizzontale”, ossia il legame di comunione e di solidarietà che esiste fra quanti appartengono alla Chiesa [la dimensione misterico-sacrificale illumina la dimensione conviviale, la linea di incontro e comunione con il trascendente eleva ed invera la linea comunionale orizzontale]. Infatti, quando prevale quest’ultima non si comprende pienamente la bellezza, la profondità e l’importanza del mistero celebrato [grossa botta alla "Messa come festa tra di noi" inculcata ai bambini di prima comunione. Non deve prevalere l'elemento di solidarietà umana, peraltro immancabile, altrimenti si sovverte l'ordine sacramentale: la comunione al sacrificio divino rende possibile la comunione umana. E' falso affermare che se ci sentiamo e ci sforziamo di essere in comunione tra noi allora Dio è in mezzo a noi! La comunione umana è manifestazione, mai causa della presenza divina]. Cari fratelli nel sacerdozio, a voi il Vescovo ha affidato, nel giorno dell’Ordinazione sacerdotale, il compito di presiedere l’Eucaristia [i preti sono ministri, servi a cui è affidato un compito dalla Chiesa, non si devono sentire padroni dei sacramenti ]. Abbiate sempre a cuore l’esercizio di questa missione: celebrate i divini misteri con intensa partecipazione interiore [anche per i preti, come per i laici, la prima partecipazione attiva è interiore, non esteriore, nel fare, leggere, brigare....], perché gli uomini e le donne della nostra Città possano essere santificati, messi in contatto con Dio, verità assoluta e amore eterno [il Papa ribadisce che la liturgia è prima incontro con Dio e santificazione, non assemblea istruttiva e festaiola che rinforza ritualmente i legami umani....].

AGGIORNAMENTO SERALE: Vedo ora che Magister ha commentato lo stesso discorso del Papa evidenziando gli stessi passi qui sopra citati.

martedì 15 giugno 2010

Transito di Sant'Antonio, le foto di p. Andrea

Ecco il set di foto scattate da p. Andrea che ci mostra la processione-rievocazione dell'ultimo tratto del cammino terreno di sant'Antonio, verso la chiesetta dell'Arcella (Padova Nord), da dove volò al cielo. Questo momento si svolge la sera del 12 giugno e attira moltissimi fedeli e devoti del Santo di Padova al secondo santuario antoniano della città.

domenica 13 giugno 2010

Un augurio a tutti da Padova nel giorno di Sant'Antonio


In questi ultimi giorni ho potuto scrivere ben poco, sono i giorni più caldi per noi frati di Padova. E in un lampo è arrivato il giorno della festa, il 13 giugno. Il giorno del "Santo" dei miracoli.
Pregate per noi poveri religiosi, suoi lontanissimi confratelli e sbiaditissimi imitatori, e sosteneteci nell'odierno gioioso assalto dei devoti di Sant'Antonio.
Potete guardare in ogni momento del giorno, in diretta, la webcam sulla Basilica del Santo da questa "finestra virtuale" qui sotto: la Basilica aprirà alle 5:30, la processione partirà verso le 18:00

www.basilicadelsanto.org  per tutte le informazioni sulla festa

Se non l'avete vista ieri, vi consiglio la puntata di Sulla Via di Damasco che è stata dedicata a Sant'Antonio, santo della devozione e della carità. Davvero un bel lavoro di RAI 2.

giovedì 10 giugno 2010

Inno per il Sacro Cuore

Per i primi Vespri della Solennità del Sacro Cuore, è indicato dalla Liturgia delle Ore questo inno di San Bernardo, semplice e profondo. L'ho già presentato, commentato e tradotto in questo post qui.


Jesu, dúlcis memória,
Dans véra córdis gáudia:
Sed super mel et ómnia
Ejus dúlcis præséntia.

Nil cánitur suávius,
Nil audítur jucúndius,
Nil cogitátur dúlcius,
Quam Jésus Déi Fílius.

Jésu, spes pæniténtibus,
Quan píus es peténtibus !
Quan bónus te quæréntibus !
Sed quid inveniéntibus ?

Nec língua válet dícere,
Nec líttera exprímere:
Expértus pótest crédere,
Quid sit Jésum dilígere.

Sis, Jésu, nóstrum gáudium,
Qui est futúrus praémium
Sit nóstra in te glória,
Per cúncta semper saécula. Amen

Qui lo stesso popolarissimo canto eseguito da un coro femminile tedesco

mercoledì 9 giugno 2010

Sant'Antonio, santo della carità e l'approvazione pontificia dei "tredici martedì"

Sant'Antonio verso la fine del XIX secolo diventa sempre più un santo della carità, e si divulga la devozione molto concreta del "pane di sant'Antonio". Il Breve pontificio che vi riporto è una testimonianza della spinta di Leone XIII per coniugare la devozione ai santi con la pratica della solidarietà cristiana. Egli in certo modo lega l'approvazione papale della pratica dei Tredici Martedì (o domeniche) in onore del Santo dei miracoli, alla pia pratica dell'obolo per il pane. Interessantissimo come il Papa unisca la figura del santo Taumaturgo con quella di San Vincenzo de Paoli, in modo da coniugare i gruppi (francescani e vincenziani) che ai due santi fanno riferimento. Fino ad oggi, mi risulta, l'Arciconfraternita di Sant'Antonio, che raccoglie le offerte del pane in onore del Santo, collabora con la San Vincenzo della città di Padova per distribuire ai poveri ciò che è necessario, manifestando di continuare la tradizione benedetta da Papa Leone XIII.
Ecco il testo originale e una mia traduzione della lettera pontificia, che risponde alla domanda inoltrata dal ministro generale dei Frati Minori Conventuali, padre Lorenzo Caratelli. Si trova in ASS 30(1897-1898), 478-479.


BREVE quo Indulgentia plenaria donatur fidelis, qui per tredecim ferias tertias vel dominicas continuas vacaverit piis meditationes vel supplicationibus, vel aliis pietatis exercitationibus ad Dei gloriam et S. Antonii Patavini honorem.
LEO PP. XIII.
Ad perpetuam rei memoriam.
Iucundo animum Nostrum sensu perfuderunt, Nostrisque plane responderunt optatis supplices litterae, quas modo Dilectus Filius Laurentius Caratelli Ordinis Minorum S. Francisci Conventualium Minister Generalis ad Nos dedit significans, cupere se atque optare, ut S. Antonii Patavini cultus ubique gentium augeatur in dies singulos et provehatur. Verum catholici omnes propriam habent rationem cur Beatum Antonium praecipuo
prosequantur honore, excolant obsequio. Ille enim singulari Dei concessu et munere gratias et beneficia quotidiana populo christiano conferre ita solet, ut ipsa Ecclesia hortetur quemlibet fidelem ad eum confugere, si quaerit miracula. Accedit etiam calamitosis hisce temporibus quod Antonius Patavinus, quasi icto caritatis foedere cum S. Vincentio a Paulo, quodammodo consocietur, atque ambo amice coniurent ad levandas vel saltem deliniendas aerumnas miseriasque tenuioris plebis, ita ut beneficiis alter panem comparet, alter diribeat. Et multis quidem in templis ad stipem cogendam in alimentum egenorum posita est suavis imago S. Antonii in ulnis gestantis Puerum Deum, et quasi gratias ab Eo implorantis, quae imago invitare quodam
modo christifideles ac provocare videtur ad expetenda beneficia, quibus acceptis dent stipem obligatam, quae absumatur in emptione panis pro pauperculis. Ex quo fit ut Vincentianae Sodalitates, quae proletariorum familiis necessaria vitae cibaria ex instituto dispensant, validum ab Antonio praesidium et columen sibi polliceantur. Quae cum ita sint volenti libentique animo Nos admotis precibus obsecundamus, et ad augendam fidelium religionem animarumque salutem coelestibus Ecclesiae thesauris pia charitate intenti, omnibus et singulis utriusque sexus christifidelibus, qui vere poenitentes et confessi ac S. Communione refecti, tredecim feriis tertiis continuis et non interpolatis vel tredecim Dominicis item continuis et non interpolatis, quolibet intra
annum tempore, ad cuiusque arbitrium eligendis, piis meditationibus vel supplicationibus vel aliis pietatis exercitationibus ad Dei gloriam eiusdem Sancti honorem vacaverint, qua ex his feriis tertiis vel Dominicis id praestiterint, Plenariam omnium peccatorum suorum Indulgentiam et remissionem vel defunctis applicabilem
misericorditer in Domino concedimus. In contrarium faciem non obstant, quibuscumque. Praesentibus perpetuis futuris temporibus valituris. Volumus autem, ut praesentium Litterarum transumptio seu exemplis etiam impressis manu alicuius Notarii publici subscriptis, sigillo personae in ecclesiastica dignitate constitutae munitis eadem prorsus fides adhibitur, quae adhiberetur ipsis praesentibus, si forent exhibitae vel ostensae;
et praecipimus, ut praesentium Litterarum (quod nisi fiat nullas easdem esse volumus) exemplar ad Secretariam S. Congregationis Indulgentiis Sacrisque Reliquiis praepositae deferatur iuxta Decretum ab eadem S. Congregatione die XIX Ianuarii MDCCLVI latum et a Benedicto XIV Decessore Nostro rec.
mem. die XXVIII dicti mensis probatum. Datum Romae apud S. Petrum sub annulo Piscatoris die I Martii MDCCCXCVIII Pontificatus Nostri Anno vigesimo.
Pro Dno Card. MACCHI
NICOLAUS MARINI Substitutus.

Hanno dato gran gioia all’animo Nostro e ai nostri voti han corrisposto le lettere di supplica che ci ha inviato il molto diletto figlio Lorenzo Caratelli, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali di S. Francesco, in cui manifesta il desiderio e la speranza che il culto di Sant’Antonio di Padova ovunque si accresca di giorno in giorno e sia promosso.
E davvero tutti i cattolici hanno buone ragioni per trattare con sommo onore e venerare con deferenza il Beato Antonio. Questi infatti per singolare concessione e dono di Dio è solito distribuire al popolo cristiano grazie e benefici quotidiani, tanto che la Chiesa stessa esorta ogni fedele, se cerca miracoli, a ricorrere a lui.
Accade anche, in questi tempi calamitosi, che Antonio di Padova, come per un patto di carità, sia in qualche modo associato a San Vincenzo de Paoli, e tutti e due si prodighino insieme come amici ad eliminare o almeno ad alleviare le afflizioni e le miserie della gente più fragile, cosicchè per beneficenza l’uno procuri il pane, l’ altro lo distribuisca.
In molte chiese, infatti, al fine di raccogliere offerte per dar da mangiare ai poveri, è stata posta la dolce immagine di Sant’Antonio che porta sulle braccia il Dio bambino ed è quasi in atto di implorare grazie da Lui. Quest’immagine pare in qualche modo invitare e provocare i fedeli a chiedere favori, perché una volta li abbiano ricevuti diano l’offerta promessa, la quale viene accolta per comprare pane per i poverelli. Per questo accade che i gruppi della San Vincenzo, i quali per loro compito istituzionale dispensano alle famiglie indigenti generi alimentari di prima necessità, si vedono offrire da Antonio valido aiuto e sostegno.
Per tali motivazioni, davvero volentieri Noi desideriamo assecondare le richieste pervenuteci, e per promuovere la religiosità dei fedeli e la salvezza delle anime, con gli occhi fissi con devota carità ai tesori celesti della Chiesa, a tutti i fedeli di ambo i sessi, che veramente pentiti, confessati e comunicati, avranno condotto per tredici martedì continui e senza interruzione (o per tredici domeniche ugualmente continue e non interrotte), a loro piacere nel tempo di un anno, pie meditazioni o preghiere o altri esercizi di pietà, liberamente scelti da ciascuno, a gloria di Dio e in onore di Sant’Antonio, una volta che abbiano osservato ciò in quei martedì o domeniche, concediamo l’indulgenza plenaria e la remissione di tutti i loro peccati, applicabile anche ai defunti. Nonostante qualunque cosa in contrario. Quanto è qui stabilito sarà valido in perpetuo per il futuro.
Vogliamo che alla traduzione o alle copie della presente lettera, anche stampate, purché firmate da un pubblico notaio, e munite del sigillo di una persona ecclesiastica costituita in autorità, si dia la stessa fede, che si attribuirebbe all'originale, se fosse esibito o mostrato; e ordiniamo che un’esemplare di questa lettera (che non vogliamo abbia valore se ciò non si faccia) sia consegnato alla Segreteria della S.Congregazione preposta alle Indulgenze e alle Sacre Reliquie, secondo il decreto emesso dalla medesima S. Congregazione il 19 gennaio 1756 e approvato da Benedetto XIV nostro predecessore di venerata memoria, il 28 dello stesso mese.
Data a Roma presso san Pietro sotto l’anello del Pescatore, il 1° marzo 1898, ventesimo del Nostro pontificato.
I santi Antonio e Vincenzo - vetrate dipinte

lunedì 7 giugno 2010

La parresia di mons. Luigi Padovese gli è costata cara. Oggi i funerali del vescovo martire

Dopo le ultime rivelazioni dell'agenzia informativa ASIANEWS e le notizie dell'uccisione del Vescovo Luigi Padovese in Turchia (leggete il commento di Tornielli), è sempre più vistoso il motivo di odio religioso che ha condotto alla morte il capo dei vescovi cattolici in Turchia.
Ascoltate questa intervista del 28 ottobre 2009 al Vescovo come presidente della conferenza episcopale, e potrete capire perchè era una voce scomoda:

Per conoscere meglio il pensiero del Vescovo-Martire mons. Luigi Padovese c'è anche questo bell'articolo: http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=513

domenica 6 giugno 2010

Sant'Antonio sacerdote e il pensiero di Antonio sul sacerdote, alla luce degli insegnamenti di Papa Benedetto XVI

Volge al termine l'anno sacerdotale. Non potevamo da questo blog non lanciare qualche messaggio antoniano a proposito del sacerdozio, visto che Antonio è il primo santo sacerdote dell'Ordine Francescano, diventato santo proprio in quanto grande predicatore del Vangelo e apostolo della confessione sacramentale. Ma si sa, gli impegni sono tanti e le ristrettezze di tempo danno poco spazio a pensare e scrivere. Ci viene in soccorso un caro confratello, vicario della Basilica del Santo di Padova, che ha recentemente tenuto una conferenza interessante su questo tema. Gentilmente me l'ha passata e con il suo permesso la giro ai visitatori. Non è bene che i tesori, piccoli o grandi, siano nascosti. Buona lettura

Sant’Antonio di Padova, Sacerdote

Introduzione

Innanzitutto una breve inquadratura storica. Non sappiamo con certezza quando sant’Antonio abbia ricevuto l’ordinazione sacerdotale, come del resto non si conosce l’anno esatto della sua nascita. Egli venne alla luce di questo mondo a Lisbona circa l’anno 1195; al fonte battesimale ricevette il nome di Fernando. Allo stato attuale gli esperti concordano sul fatto che “Antonio era già sacerdote al momento d’abbracciare la forma vitae francescana. L’ordinazione gli fu conferita nella canonia agostiniana di Santa Cruz in Coimbra, probabilmente correndo il 1220, quando era nel suo 25° anno” [1] Il nostro Santo non ebbe, quindi, una lunghissima esperienza sacerdotale: soltanto 11 anni (morì infatti il 13 giugno 1231), al massimo 12 o 13 (suggestivo, il numero 13, nella vicenda biografica del Santo…). Fu, inoltre, quasi del tutto sacerdote francescano, perché in quel medesimo anno 1220 il canonico agostiniano Fernando chiese ed ottenne di entrare nell’Ordine dei Frati Minori, prendendo il nome di Antonio, il grande Padre del monachesimo.

Il ministero sacerdotale di frate Antonio si dispiegò negli anni che seguirono il Concilio Lateranense IV, celebrato nel 1215, evento ecclesiale che contraddistinse il pontificato di Innocenzo III (1198-1216), al quale va il merito, tra l’altro, di aver dato la prima approvazione (1209) ai penitenti di Assisi, guidati da Francesco. Il Concilio, uno dei più importante nella storia della Chiesa, con la partecipazione di molti padri (più di 1200), era stato convocato da papa Innocenzo con due finalità primarie: l’organizzazione di una nuova crociata e, soprattutto, la riforma della Chiesa, che stava in grande sofferenza. Furono approvati numerosi canoni per la riforma morale del clero, la disciplina ecclesiastica, l’amministrazione del Sacramenti. Si raccomandò ai vescovi di istituire nelle cattedrali e nelle chiese conventuali predicatori stabili e di istruire adeguatamente i candidati al sacerdozio; la vita religiosa e morale del popolo ricevette impulso e disciplina, fu stabilito l’obbligo per i fedeli della Confessione annuale, raggiunta l’età della ragione, e della Comunione almeno a Pasqua (il cosiddetto “precetto pasquale”). Quella del Lateranense IV fu la legislazione più importante prima del Concilio di Trento ed ebbe il merito di adattare la Chiesa del sec. XIII ai bisogni del tempo. Sant’Antonio seppe fare la sua parte.

Un ulteriore inquadratura, per comprendere il ministero sacerdotale di Antonio, è quella che ci viene offerta dalle Fonti francescane: La Regola bollata, innanzitutto, approvata da Onorio III il 29 novembre 1223, che al cap. IX disciplina il ministero dei predicatori, e la successiva lettera di san Francesco ad Antonio, con la quale lo autorizza ad insegnare la teologia ai frati. E, di fatto, frate Antonio fu il primo maestro di teologia dell’Ordine minoritico.

Così recita la Regola bollata, al cap. IX: “I frati non predichino nella diocesi di alcun vescovo, qualora dallo stesso vescovo sia stato loro proibito[2]. E nessuno dei frati osi assolutamente predicare al popolo, se prima non sia stato esaminato o approvato dal ministro generale di questa fraternità e dal medesimo non gli sia stato concesso l’ufficio della predicazione. Ammonisco inoltre ed esorto gli stessi frati che, nella predicazione che fanno, le loro parole siano esaminate e caste, a utilità e a edificazione del popolo, annunciando ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e la gloria con brevità di discorso, poiché brevi discorsi fece il Signore sulla terra”[3]. Si tratta di una predicazione tipicamente morale-penitenziale, come fu quella dei predicatori francescani della prima ora, che ebbe in frate Antonio un originale e insigne esponente.

Breve e intenso è il testo della lettera, o meglio del biglietto inviato da Francesco ad Antonio: “A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in questa occupazione tu non estingua lo spirito dell’orazione e della devozione, come sta scritto nella Regola”[4].

Sant’Antonio, sacerdote francescano

Un grande passo per il Santo avvenne con l’ingresso nell’Ordine francescano, dopo il forte impatto che ebbe in lui il martirio avvenuto in Marocco (16 gennaio 1220) dei primi frati minori. Il canonico agostiniano Fernando aveva visto giungere a Santa Cruz in Coimbra le reliquie dei protomartiri francescani e il desiderio di una vita più evangelica, fino al martirio, lo aveva spinto ad imbarcarsi anche lui per il Marocco, rivestito del povero saio francescano. Ma per lui la Provvidenza aveva in serbo altri progetti e fu costretto da una malattia a ritornare sui suoi passi. E sappiamo come egli approdò nelle nostre terre che divennero il teatro, assieme al sud della Francia, del suo ministero sacerdotale.
Le biografie più antiche del Santo, pur con qualche lacuna, ce lo presentano soprattutto nella sua intensa attività di predicatore, fino alla grande quaresima del 1231 a Padova, pochi mesi prima della morte. Furono molteplici i frutti di rinnovamento cristiano tra i fedeli e di conversione degli eretici. La sua grande opera, i Sermoni, ci testimoniano “con eloquenza” della vasta cultura che egli ebbe modo di perfezionare particolarmente durante la permanenza nella canonia agostiniana di Santa Cruz a Coimbra. I Sermoni, come sappiamo, non sono le prediche di sant’Antonio. Si tratta, infatti, di un’opera scritta a tavolino, da definire meglio come “Commentario biblico-patristico-liturgico-esistenziale”, destinata ai predicatori francescani, un manuale da studio, un compendio di interpretazione della Scrittura, un formulario di teologia, con i pregi e con i limiti di un prodotto tipico della cultura del primo duecento. L’opera del Dottore Evangelico (titolo che la Chiesa gli ha riconosciuto nel 1946) segue lo svolgimento dell’anno liturgico, le domeniche e le feste mariane e dei santi. Il tempo a disposizione non mi permette di dire di più, ma non mancano gli strumenti per approfondire, se volete.

Dai Sermoni e dalle biografie del Santo noi possiamo tracciare un ritratto completo del sacerdote francescano Antonio, che nella sua opera ci lascia con chiarezza il suo pensiero sul sacerdozio stesso, sulla figura del sacerdote, ma anche del religioso. Frate Antonio rivolge di frequente il suo discorso al clero, per lo più in forma di richiamo, rimprovero, esortazione e, in questo, spesso accomuna clero regolare e clero secolare. Pur non essendo i Sermoni un trattato di teologia vero e proprio, tuttavia si può cogliere in essi una riflessione teologia circa il sacerdozio, come pure sulla vita religiosa. Viene affermato con chiarezza che il sacerdozio è sacramento della Chiesa. In forza del sacramento dell’Ordine, i sacerdoti partecipano così intimamente al sacerdozio eterno di Cristo, da diventare suoi ministri e rappresentanti non solo per ufficio, ma quasi per natura. Nella persona di Cristo e della sua Chiesa, essi hanno il compito di evangelizzare e istruire tutti gli uomini, radunarli e governarli nella Chiesa, santificarli con l’amministrazione dei sacramenti. Essi sono, dunque i costruttori del corpo mistico di Cristo. A sant’Antonio sta a cuore non solo la realtà sacramentale e la missione del sacerdote, ma anche – e si potrebbe dire soprattutto – la sua vita, la sua esemplarità. Tutto il discorso del Santo è teso a far sì che il sacerdote abbia a prendere piena coscienza della grazia del suo sacerdozio e a viverne di conseguenza: cioè, come persona consacrata e convertita, che ha il compito specifico di chiamare a conversione e santificare.

Il sacerdote, secondo sant’Antonio, è l’uomo dell’altare, del sacrificio, dell’Eucaristia, dell’Assoluzione; egli fonda sempre le sue argomentazioni su una solida base biblica. Il significato fondamentale del termine «sacerdote», per il nostro Santo, è propriamente quello di “uomo del sacro”, ossia “uomo del sacrificio”. E a questo proposito sant’Antonio concentra la sua riflessione sul potere eucaristico e su ciò che apre la strada all’Eucaristia, come, e specialmente, l’assoluzione del peccato. Sull’assoluzione sacramentale nella Penitenza, il pensiero del Santo è molto ampio e non privo di una certa originalità. Egli non esita a dire: “Il sacerdote è il vicario di Cristo Gesù e del suo amore”[5]. Per questo egli assolve, libera, dona la vita.

Il sacerdote, inoltre, è la guida della comunità per mezzo del ministero della Parola. La testimonianza del Santo a questo riguarda è di assoluto rilievo: è la Parola ad avere il primato nella vita della comunità cristiana. È di assolto rilievo questo primato nella sua opera, che contiene più di seimila citazioni della Scrittura! “Archa Testamenti” lo chiamò Papa Gregorio IX, che ebbe modo di ascoltare a lungo frate Antonio, nel 1230, durante la missione svolta dal Santo presso la Curia Romana, assieme ad altri frati, su incarico del Capitolo generale. Il medesimo Pontefice canonizzò Antonio il 30 maggio 1232.

Commentando la lettera dell’apostolo san Giacomo (cap. 5), sant’Antonio scrive: “L’agricoltore che coltiva e monda il campo, è il predicatore, il quale con il sudore del suo volto e con il vomere della parola, coltiva il campo, cioè le anime dei fedeli… queste sono il campo del Signore”[6].
Il ministero sacerdotale esiste per permettere al sacerdozio di Cristo, ossia a Cristo capo, di collocarsi nel mondo in cui viviamo, alla portata di coloro ai quali è rivolto. È molto bella questa espressione del Santo: “I prelati della Chiesa sono il volto di Cristo, per mezzo dei quali, come attraverso il volto, noi conosciamo Dio”[7]. I sacerdoti, come già gli apostoli, e prima ancora Gesù, non sono mandati per rimpiazzare, sostituire un assente, ma per consentire una pienezza di azione, unica e insostituibile, come Cristo è stato inviato per dare al Padre una pienezza di presenza tra gli uomini. È in questo senso che sant’Antonio esclama: “Il sacerdote è il vicario di Cristo… vicario del suo amore”.

A partire da tutto questo sant’Antonio, constatando la condotta mediocre, spesso anche lacunosa, del clero del suo tempo, chiede ai sacerdoti un’adeguata consapevolezza della loro dignità e responsabilità e consegna loro le indispensabili linee ascetiche.

a) Il sacerdote deve coltivare le virtù umane. La sua vita “deve essere ordinata e condotta con sapienza, perché sia innanzitutto retta per quanto riguarda se stesso, comprensiva per quanto riguarda il suddito; piena di onestà e di modestia, abile nel proporre e persuadere, affettuoso con i buoni, comprensivo e capace di compatire, di giudicare rettamente, secondo giustizia, per non fare differenze e opposizione di persone”[8].

b) Il sacerdote è amante della povertà, come il suo maestro, Cristo, che predilesse i poveri. Vigorose sono le pagine del Santo sul tema della povertà, a volte addirittura violente. Senza amore alla povertà (come condizione di umiltà e come tensione apostolica), il sacerdote rischia di compromettersi con il mondo della ricchezza, che è spesso il mondo della prepotenza, dell’ingiustizia, del vizio. Scrive il Santo: “Tre sono i vizi propri del sacerdote: la negligenza nel ministero, che perde le anime; l’avarizia che dissacra l’altare del Signore; la gola e la lussuria come necessaria conseguenza di corruzione”[9].

c) Il sacerdote deve conformarsi a Cristo. È questo un tema trattato in modo ampio e bellissimo, e sul quale il Santo esprime di continuo la sua presenza e la sua sensibilità interiore. Ogni cristiano è santo nella misura in cui stabilisce un rapporto interpersonale con Cristo, che lo vivifica e lo salva. Il sacerdote deve vivere questo rapporto in modo particolare, proprio per la posizione di servizio a Cristo capo, che il sacramento dell’Ordine gli conferisce nella comunione del corpo mistico. Attraverso la chiamata e il sacramento, Cristo entra nella vita del sacerdote come una presenza di identificazione, sia a livello di ciò che il sacerdote deve essere, sia a livello di ciò che deve fare.

Bellissimo il testo che troviamo nella domenica fra l’ottava di Natale: “Cristo è la sapienza… la prudenza… la virtù di Dio… In lui è l’intelligenza di tutto. Lui è il cibo, come pane degli angeli e nutrimento dei giusti. Lui è la luce degli occhi. Lui è la nostra pace, lui che ha riconciliato cielo e terra. Impara, dunque, questa sapienza per essere saggio; questa prudenza per difenderti; questa virtù per aver coraggio; questa vita per mantenerti; questo cibo per non cadere di stanchezza; questa luce per vedere; questa pace per riposarti”[10].

Tre Icone

Nelle scorse settimane, Papa Benedetto XVI si è soffermato, durante le udienze generali sui tre uffici (tria munera) che il sacramento dell’Ordine conferisce al sacerdote. A ciascuna delle tre funzioni possiamo efficacemente accostare altrettante significative “icone” che ben esprimono il ministero sacerdotale di sant’Antonio.
“Oggi, - ha detto il Papa - in piena emergenza educativa, il munus docendi della Chiesa, esercitato concretamente attraverso il ministero di ciascun sacerdote, risulta particolarmente importante. Viviamo in una grande confusione circa le scelte fondamentali della nostra vita... In questa situazione si realizza la parola del Signore, che ebbe compassione della folla perché erano come pecore senza pastore. (cfr Mc 6, 34)... Questa è la funzione in persona Christi del sacerdote: rendere presente, nella confusione e nel disorientamento dei nostri tempi, la luce della parola di Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro mondo”[11].
Sant’Antonio ha esercitato in modo mirabile la potestà di insegnare, sia come “docente” di teologia nell’Ordine, sia come infaticabile predicatore.

Benedetto XVI ha dedicato a sant’Antonio di Padova la catechesi dell’udienza generale del 10 febbraio 2010, felice sintesi dell’esperienza umana, spirituale e apostolica del Santo. Riporto soltanto il passaggio conclusivo: “Possa Antonio di Padova, tanto venerato dai fedeli, intercedere per la Chiesa intera, e soprattutto per coloro che si dedicano alla predicazione. Questi, traendo ispirazione dal suo esempio, abbiano cura di unire solida e sana dottrina, pietà sincera e fervorosa, incisività nella comunicazione. In quest’anno sacerdotale, preghiamo perché i sacerdoti e i diaconi svolgano con sollecitudine questo ministero di annuncio e attualizzazione della Parola di Dio ai fedeli, soprattutto attraverso le omelie liturgiche. Siano esse una presentazione efficace dell’eterna bellezza di Cristo, proprio come Antonio raccomandava: «Se predichi Gesù, egli scioglie i cuori duri; se lo invochi, addolcisci le amare tentazioni; se lo pensi, ti illumina il cuore; se lo leggi, egli ti sazia la mente» (Sermones Dominicales et Festivi III, p. 59)”[12].
L’icona che esprime il munus docendi in sant’Antonio è la sua predicazione dal noce. L’artista Pietro Annigoni l’ha ben rappresentato nel grande affresco (1985) della controfacciata della Basilica: quasi sospeso tra cielo e terra, mediatore tra Dio e gli uomini, Antonio offre alla gente bisognosa di verità la luce della Parola.
Attraverso la potestà di santificare, il sacerdote rende attuale la salvezza operata da Cristo. “Chi salva il mondo e l’uomo? – si è chiesto il Papa commentando il munus santificandi –. L’unica risposta che possiamo dare è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si attualizza il Mistero della morte e risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? Nell’azione di Cristo mediante la Chiesa, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale redentrice del Figlio di Dio, nel Sacramento della Riconciliazione, in cui dalla morte del peccato si torna alla vita nuova, e in ogni altro atto sacramentale di santificazione (cfr PO, 5)”[13].

Sant’Antonio è stato esemplare ministro dell’Eucaristia, che egli celebrava quotidianamente, e della Riconciliazione. La “giornata-tipo” del Santo, durante la famosa quaresima del 1231, da lui predicata ogni giorno (fu il primo ad inaugurare una tradizione che ebbe fortuna nei secoli), era questa: celebrata la Messa al mattino, teneva la predica al popolo, dapprima nelle chiese, poi nelle piazze di Padova e quindi nei prati fuori delle mura cittadine, a causa del crescendo continua della folla che accorreva ad ascoltarlo; la Vita prima testimonia che non di rado assistevano al discorso anche trentamila persone, mentre dominava un impressionante silenzio, perché “tutti tenevano sospeso l’animo e l’orecchio verso di lui che parlava”[14]. Poi Antonio diventava instancabile confessore per tutta la giornata. L’autore della prima biografia del Santo nota con meraviglia che, “afflitto com’era da continua infermità, tuttavia, per lo zelo instancabile delle anime, egli perseverasse nel predicare, nell’insegnare e nell’ascoltare le confessioni fino al tramonto del sole, e molto spesso digiuno”[15]. E inoltre: “Non posso passar sotto silenzio come egli induceva a confessare i peccati una moltitudine così grande di uomini e donne, da non essere bastanti a udirli né i frati, né altri sacerdoti, che in non piccola schiera lo accompagnavano”[16].

Uomo sempre coerente, Antonio! Non solo ha scritto (e molto) e predicato (ancora di più) sulla penitenza e confessione dei peccati, ma è stato egli stesso un grande confessore.

Benedetto XVI ha più volte esortato i sacerdoti, in questo anno sacerdotale, a “tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il Sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui ‘abitare’ più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina, accanto alla Presenza reale nell’Eucaristia (Discorso alla Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010)”[17].

L’icona che suggestivamente “racconta” il munus santificandi di Antonio potrebbe essere quella dove il Santo, rivestito dei paramenti sacerdotali, porta l’Eucaristia, mentre anche la mula di un eretico, digiuna da tre giorni, si inginocchia davanti al SS. Sacramento. Il grande Donatello ha descritto la scena in uno dei mirabili bassorilievi bronzei che adornano l’altare maggiore della Basilica.

E, infine, il munus gubernandi. Sant’Antonio lo ha esercitato, in particolare, quando ha svolto l’ufficio di Custode e Ministro dei frati, in Francia e nell’Italia del Nord. Esso è legato al concetto di “gerarchia”, così presentato da Benedetto XVI: “Generalmente, si dice che il significato della parola gerarchia sarebbe ‘sacro dominio’, ma il vero significato non è questo, è ‘sacra origine’, cioè: questa autorità non viene dall’uomo stesso, ma ha origine nel sacro, nel Sacramento; sottomette quindi la persona alla vocazione, al mistero di Cristo; fa del singolo un servitore di Cristo e solo in quanto servo di Cristo questi può governare, guidare per Cristo e con Cristo. Perciò chi entra nel sacro Ordine del Sacramento, la ‘gerarchia’, non è un autocrate, ma entra in un legame nuovo di obbedienza a Cristo: è legato a Lui in comunione con gli altri membri del sacro Ordine, del Sacerdozio”[18].

Sant’Antonio ha esercitato la sua ‘autorità’ in autentica obbedienza a Cristo e, da esemplare discepolo di Francesco d’Assisi, soprattutto per difendere i poveri, gli ultimi, gli indifesi, compresi i piccoli, i bambini: molti dei miracoli operati dal Santo hanno come protagonisti i bambini.

Se sant’Antonio può essere giustamente chiamato “Defensor fidei”, per la sua straordinaria predicazione indirizzata a difendere la retta fede (contro le varie eresie che allora imperversavano), egli può essere anche definito “Defensor pauperum”, sempre sollecito delle sorti dei deboli, degli indifesi, degli oppressi, privati della libertà e rinchiusi in carcere, strozzati dall’usura che nel suo tempo tristemente opprimeva tanta povera gente.

Due sono gli episodi molto espressivi, che si collocano alla fine della sua breve esistenza terrena: l’intervento, durante la sua predicazione quaresimale, presso il comune di Padova, che il 17 marzo 1231 (era il lunedì santo), deliberò – “su istanza del venerabile frate Antonio, dell’Ordine dei frati Minori” – che da allora in poi nessuno fosse detenuto nelle carceri a causa dei suoi debiti, qualora egli fosse disposto a rinunciare ai suoi beni; e poi, nel mese di maggio, l’incontro di Antonio – ormai ammalato e stanco – con Ezzelino III da Romano, a Verona, per perorare la liberazione di alcuni padovani. Impresa che non gli riuscì, ma che fu comunque eroica, viste le gravi condizioni di salute in cui versava.

Pietro Annigoni ha raccontato questo episodio con un suo affresco nella Cappella delle benedizioni (1982). Il Santo sta fieramente diritto davanti al tiranno, che aveva fama di sanguinario, armato della sola potenza della Parola, rappresentata dal libro che tiene tra le mani; Ezzelino, contorto e ripiegato su di sé, appare come spaventato di fronte all’uomo di Dio, che sempre sostiene il suo servo. “Nel nostro tempo – annota il minorita francesce Giovanni de la Rochelle (+1245) – mai abbiamo udito un consolatore così dolce dei poveri e un così aspro accusatore dei potenti”.

Il piombino del muratore

Scrive sant’Antonio: “La giustizia dei santi (la loro santità) è come un filo a piombo che viene teso su ogni anima fedele, affinché misuri e conformi la sua vita sull’esempio della loro”[19].

A lode di Dio e del suo servo Antonio!

Fr. Giorgio Laggioni, OfmConv

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[1] V. Gamboso, Saggio di cronotassi antoniana, «Il Santo» 21 (1981), 515-598.
[2] Si applica una norma della Costituzione 3 del concilio Lateranense IV.
[3] Rb IX: FF 98-99.
[4] FF 251.
[5] Sermones, II, p. 587.
[6] Sermones, I, p. 308.
[7] Sermones, I, p. 54.
[8] Sermones, III, p. 137-38.
[9] Sermones, I, p. 502.
[10] Sermones, II, p. 525.
[11] Udienza generale, 14 aprile 2010.
[12] Udienza generale, 10 febbraio 2010.
[13] Udienza generale, 5 maggio 2010.
[14] Vita prima o Assidua, I, 13, 7.
[15] Ivi, I, 11, 7.
[16] Ivi, I, 13, 13.
[17] Udienza generale, 5 maggio 2010.
[18] Udienza generale, 26 maggio 2010.
[19] Sermones, I, 11.

venerdì 4 giugno 2010

Si quaeris miracula del XVII sec. - Musica missionaria della California Francescana.

frati del '600 missionari in America

Ecco un altro Si quaeris per solennizzare questi giorni della Tredicina di Sant'Antonio. Questa volta saltiamo nelle terre americane, in particolare in California, al tempo della prima evangelizzazione portata avanti dalle missioni francescane. Importanti città dell'estremo West e Sud degli Stati Uniti sono indelebilmente segnate nel nome dall'attività evangelizzatrice e organizzatrice dei frati, pensiamo a San Francisco, Santa Clara, San Luis, San Bernardino, San Diego, San Antonio, Sacramento, Los Angeles (Santa Maria de los angeles, cioè il titolo francescano della Vergine degli angeli) e perfino Cupertino (San Giuseppe da Copertino!). Il Coro hispanico di Mallorca (in una registrazione del 1965) canta questo pezzo di polifonia "missionaria" popolare risalente al 1640, commovente nella sua semplice bellezza e sentimento.


Una delle tante chiese dedicate a Sant'Antonio edificate dai francescani spagnoli durante l'evangelizzazione della California.
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