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martedì 30 novembre 2010

Solennità dell'Immacolata: alcune anticipazioni dalla Cappella Musicale del Santo di Padova

Dal nuovo Blog ufficiale dell'antica e prestigiosa Cappella Musicale della Pontificia Basilica di Sant'Antonio colgo volentieri la novità dell'anticipazione dei canti programmati per la festività dell'Immacolata Concezione, celebrata sempre in maniera particolarmente solenne presso la Basilica patavina officiata dai francescani conventuali. Ecco, dunque, il programma per la Messa dell'8 dicembre:


* Introito:
Gaudens Gaudebo
di Raffaele De Giacometti

* Ordinario:
Missa Brevis n.7 Ch. Gounod

* Offertorio:
Ave Maria J. Arcadelt

* Comunione:
Ave Maris Stella A. Sabbattini
O Santissima Melodia Trad.

* Finale:
Cantate Domino V. Miserachs
Tota Pulchra P. Borroni

Accanto all'Ordinario della Missa brevis di Gounod, sintetico nei tempi ma ben intonato alle celebrazioni basilicali, dobbiamo notare la novità dell'Introito Gaudens Gaudebo (che è quello proprio dell'Immacolata) su musica piuttosto contemporanea, che pur fa un inchino al gregoriano, del promettente 22enne compositore veneto De Giacometti: il Maestro Casarin scommette sulla gioventù. L'Ave Maria dell'Offertorio, canto proprio del giorno, lo ascolteremo invece in più classica composizione di Arcadelt. Alla comunione troviamo un Ave Maris stella composto (se indovino bene, nonostante l'eccesso di doppie) da L.A. Sabbatini, uno dei frati maestri di Cappella della Basilica alla fine del '700 inizio '800. I canti che punteggiano la processione, finita la Messa, ci presentano il Cantate Domino dell'attuale preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma, che accompagnerà l'inizio della processione, la quale sarà poi conclusa sulla linea della tradizione, con il Tota Pulchra dell'ottocentesco Maestro di Cappella il francescano padre Borroni: un brano alquanto melodrammatico, eppure classico e atteso dai frequentatori della processione dell'8 dicembre (ne avevo parlato qui).
Il mix di autori di oggi e di ieri ripropone, non senza un certo coraggio, la vera tradizione delle Cappelle musicali dei maggiori templi cattolici d'Europa: fedeltà ai testi liturgici fissati, presentati però con rivestimenti musicali che, al tesoro delle composizioni classiche sempre riverite, non temono di aggiungere il contributo dei contemporanei. Il tempo dirà se le nuove composizioni diverranno a loro volta stelle durevoli di prima grandezza, o se brilleranno per una sola stagione.

Foto: Arciconfraternita di S. Antonio
un momento della celebrazione dell'Immacolata del 2007

lunedì 29 novembre 2010

Chi l'ha detto che il galero non è più di moda? Guardate qui!

Eccezionale Galero-mobile per il neocardinale Malcom Ranjith. Nel suo trionfale ritorno a Colombo, come secondo cardinale in tutta la storia cattolica dello Sri Lanka (l'altro cardinale fu Thomas Cooray, creato da Paolo VI), Sua Eminenza è stato trasportato dall'aeroporto fino alla Basilica  nazionale di Nostra Signora di Lanka su un veicolo appositamente attrezzato, che potete ammirare nelle foto scattate dal suo segretario e fotografo, Don Sunil:


Sua Eminenza sotto il Galerone
La Galero-mobile in movimento
Arrivo alla Basilica di N. S. di Lanka
Sua Eminenza prega davanti alla statua del servo di Dio card. Cooray,
unico suo predecessore, come cardinale, nello Sri Lanka

Festa di Tutti i santi francescani: una canzone poco nota di Branduardi

Tutti i Santi da un Antifonario francescano del 1450-60, attribuito a Cosmè Tura
Trent'anni prima del grande successo de "L'infinitamente piccolo", che mette in musica scritti di Francesco e brani della sua vita, il cantautore Angelo Branduardi aveva composto questa canzone giovanile (1972), intitolata Francesco, che vi propongo. In essa medita sulla figura di Francesco, il quale, con le sue scelte di vita, fa pensare, sfida i giovani di tutti i tempi, e tanti ne ha convinti a seguirlo. Così, mentre festeggiamo la schiera di figli e figlie di San Francesco che dietro a lui sono giunti alla santità seguendone la Regola (di cui oggi si ricorda l'approvazione papale), ascoltiamo queste parole musicate dal menestrello Branduardi:

Che cosa ti ha fatto pensare
che ci fossero cieli più belli
al di là delle mura di casa,
oltre il giardino in fondo alla strada
che cosa ti ha fatto pensare...
E quando hai passato il cancello
sulla strada che sale ad Assisi
tu il figlio del ricco mercante,
senza un soldo e senza le scarpe
Francesco, uomo santo e felice.

E così te ne vai con i tuoi pochi,
tanto ricco nella tua povertà
Così saggio da parlare anche col lupo
tanto sapiente da non volere niente.

Che cosa mi ha fatto pensare
questa sera a cieli più belli
al di là delle mura di casa
oltre il mare in fondo al tramonto
che cosa mi ha fatto pensare...
E quando mi sento già stanco
sulla strada che va poco lontano
io il figlio di un padre qualunque
con le scarpe, ma con poco coraggio
Francesco, mi sento già vecchio.

E così me ne vado da solo
sulla strada che sale ad Assisi
così solo da cercare ad ogni passo
la tua voce che ancora muove il grano
Francesco, uomo Santo e felice.

Il formulario latino della Messa (Paolo VI) del calendario francescano di oggi si trova qui.
Lo stesso formulario in Italiano è reperibile qui

domenica 28 novembre 2010

Avvento: ma è davvero solo il "tempo dell'attesa"?

La colletta della Prima Domenica di Avvento, con cui la Chiesa inizia il nuovo anno liturgico, si esprime in questi termini:

Da, quaesumus, omnipotens Deus,
hanc tuis fidelibus voluntatem,
ut, Christo tuo venienti iustis operibus occurrentes,
eius dextrae sociati, regnum mereantur possidere caeleste.

traduzione CEI:

O Dio, nostro Padre,
suscita in noi la volontà di andare incontro
con le buone opere al tuo Cristo che viene,
perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria
a possedere il regno dei cieli.

versione più letterale:
O Dio onnipotente, ti supplichiamo, dona ai tuoi fedeli la volontà di correre incontro, con opere giuste, al tuo Cristo che viene, perchè accolti alla sua destra, possano meritare di possedere il regno dei cieli.


La preghiera, come si vede, riflette un duplice movimento: Cristo è il "veniente", ma i suoi fedeli sono "occurrentes", cioè sono quelli che gli vanno incontro. La colletta non dice mai "noi", ma piuttosto "tuoi fedeli": possiamo davvero essere sicuri che fra "noi" tutti siano "fedeli" o che proprio "noi" saremo tra coloro che rimangono "fedeli"? Ognuno può dubitare anche di se stesso... e l'umiltà non è mai troppa.
La traduzione CEI, come si vede, evita accuratamente di tradurre il "mereantur" e lo salta a piè pari: chiaramente quella parola significa "meritare". C'è in giro, purtroppo, una teologia protestantica per cui è ormai vietato riferirsi alla sana e cattolica teologia del merito. Eppure è ancora vero che non si va in paradiso senza "opere di giustizia" (opere buone dice la CEI in questa colletta); anzi, sono queste opere il veicolo su cui si "corre" verso Cristo. Ma, si badi bene, è lui che ci associa a sè, alla sua destra: è azione divina l'accoglierci, il chiamarci. E' Sua l'iniziativa il dono di grazia, anche quel dono che ci permette di meritare di possedere il regno celeste. Sembra una contraddizione, eppure è la contemplazione del vero regalo di Natale: il Signore premia in noi la sua azione. La redenzione è infatti gratuita e donata da Cristo con la sua nascita, passione morte e risurrezione. Ma la salvezza individuale e finale consiste nel corrispondere con la propria volontà alla grazia redentrice offerta. Ecco perchè chiediamo all'inizio proprio questo: la volontà di andare verso Cristo. E' lui, si dice in un'altra colletta, che "suscita il volere e l'operare", e come afferma S. Agostino, il Verbo incarnato coronerà in noi i meriti che egli stesso ha guadagnato. Sono nostri, sì, ma per suo dono! E solo se lo vogliamo anche noi. Nessuno sarà "fatto accomodare" alla destra di Cristo se non lo avrà voluto e non sarà andato attivamente incontro a lui nei fratelli, in questa vita.
Altro che "tempo dell'attesa"! L'Avvento è il "tempo dell'Atteso"!

sabato 27 novembre 2010

Primi Vespri della Prima domenica d'Avvento e preghiera per la vita. Il libretto per seguire la celebrazione e cantare

Il libretto dei Primi Vespri papali per l'inizio dell'Avvento è, quest'anno, particolarmente ricco. Non solo perchè tutte le parti dell'assemblea sono arricchite delle note (per non sbagliarsi nel canto dei salmi), ma anche per i testi della Veglia per la vita nascente, la quale può essere ripresa anche nelle parrocchie. Se a qualcuno può servire, ecco il pdf a cura dell'ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice:


venerdì 26 novembre 2010

Intervista dell'OR a mons. Tobin, segretario della Congregazione per i religiosi e consacrati

Intervista a tutto campo, sull'Osservatore Romano di oggi, con il Segretario della Congregazione per i religiosi, recentemente nominato, Mons. Joseph William Tobin, redentorista statunitense, consacrato vescovo il 9 ottobre scorso. Nato a Detroit, ha 58 anni ed è stato superiore generale della sua congregazione. Come potete leggere, la sua visione della vita religiosa è alquanto diversa da quella piuttosto lugubre e spettrale troppo spesso agitata dal Prefetto della stessa Congregazione, l'ormai quasi-pensionato Card. Franc Rodè. 

A colloquio con l'arcivescovo Tobin, segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica 

Religiosi anticonformisti al passo con i tempi


di Nicola Gori
Con il loro stile di vita e la varietà delle loro comunità i religiosi e le religiose sono una risposta concreta a certi pseudovalori imperanti nella società. A cominciare dall'individualismo e dal consumismo, per finire a quel malinteso bisogno di sicurezza che genera paura e sfiducia verso gli altri. Ma per realizzare una risposta all'altezza occorrono consacrati che vivano la sfida della testimonianza evangelica e non persone che cerchino soltanto di mantenere in vita strutture arcaiche. È quanto afferma in questa intervista al nostro giornale l'arcivescovo redentorista statunitense Joseph William Tobin, dallo scorso 2 agosto segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. 


Il suo incarico le apre nuove possibilità per promuovere la vita consacrata nel mondo. Quali sono le sue priorità? 
Sono consapevole che il lavoro del dicastero non è cominciato con il mio arrivo. Ci sono già delle priorità. D'altra parte, dopo diciotto anni di servizio a livello internazionale nella congregazione dei redentoristi, ho qualche idea sulla situazione e sulle aspettative della vita consacrata nel mondo. Certamente, ogni continente ha realtà e problemi specifici. 

Ce ne indica i più importanti? 
In Africa c'è una popolazione molto giovane, ma spesso priva delle strutture formative o economiche per sostenere una congregazione; da qui il bisogno di maggiore attenzione e accompagnamento alla vita consacrata. In Asia, invece, c'è la grande sfida del dialogo. A questo proposito, i vescovi hanno indicato tre grandi priorità:  dialogare con le culture, con le religioni e con i poveri del continente. Mi sembra, invece, che in America Latina ci sia un grande vantaggio grazie agli orientamenti suggeriti dall'episcopato continentale, soprattutto durante la conferenza del 2007 ad Aparecida. In America del nord occorre riscoprire il ruolo della vita consacrata all'interno di una Chiesa in crescita - penso agli Stati Uniti - ma con un numero sempre minore di religiosi. Per l'Europa, infine, credo che l'attenzione riservatale costantemente dal Papa vada letta in questo senso:  un buon maestro ha nel mirino sempre gli studenti più difficili. Le visite compiute in Francia, in Germania e, più di recente, nel Regno Unito e in Spagna, mi sembra mostrino la sua considerazione verso un continente che ha un patrimonio cristiano, ma registra al tempo stesso una disaffezione di molti fedeli nei confronti della Chiesa. 


Come procede la riflessione sulla pastorale vocazionale all'interno degli istituti religiosi, in particolare in quelli femminili? 
Credo che noi consacrati dobbiamo riconoscere alcune cose, a cominciare dal fatto che la cultura giovanile non proviene da un altro pianeta. Se riusciamo a entrare nel mondo dei giovani con una proposta di vita piena e di gioia, credo che il Signore farà fruttificare i nostri sforzi. Non altrettanto, invece, avverrà se andiamo solo alla ricerca di impiegati per sostenere le nostre istituzioni. Durante un incontro con i ragazzi di una delle nostre comunità in Europa, mi ha colpito profondamente quello che ha detto uno di loro:  "Io sono pronto a offrirmi come missionario, non come badante dei palazzi". Evidentemente l'immagine che noi redentoristi offrivamo in quel Paese era quella di una comunità alla ricerca di personale per custodire le istituzioni piuttosto che di persone in grado di offrire una testimonianza missionaria. 


In Occidente diminuiscono le vocazioni alla vita consacrata. Si tratta di una tendenza temporanea o irreversibile? 
Basta leggere la lezione della storia. Nella Francia del periodo post rivoluzionario quasi tutte le congregazioni religiose erano state soppresse e disperse; passata la tempesta, però, grazie a un nuovo impulso dello Spirito Santo, i consacrati hanno trovato modo di rinascere. Parlando sempre della Francia, ricordo che una volta padre Timothy Radcliffe, allora maestro generale dei domenicani, mi confidò che i frati predicatori avevano un numero sorprendente di giovani. Di fronte alla mia incredulità, mi disse:  "La vocazione è un mistero, la chiamata di Dio è sempre un mistero, ma noi domenicani abbiamo fatto delle scelte per dare più chiarezza alla nostra identità. E quindi l'invito dei domenicani si è reso più comprensibile presso i giovani". Ecco il punto centrale:  far comprendere qual è il nostro carisma. Purtroppo, mi sembra che spesso cadiamo nel conformismo e non ci occupiamo più del nucleo della nostra identità da presentare ai giovani. Tuttavia, non credo che questa tendenza sia irreversibile. 


Qual è il modo per far capire ai giovani l'aspetto specifico di un carisma? 
La prima cosa da spiegare è che la missione di una congregazione resta sempre e comunque una "missione", sia essa contemplativa o attiva. Siamo prima dei chiamati e poi degli inviati. Questo implica che non possiamo ridurre la missione a una forma di apostolato:  occorre mettere in rilievo tutta la nostra vita come una missione continua, sia quando siamo in comunità, sia nella preghiera, sia nel servizio pastorale e apostolico. Non dobbiamo fare a pezzi la nostra identità, ma riconoscere che il carisma è un dono di Dio e a noi tocca fare del nostro meglio. 

L'attuale formazione dei novizi e degli aspiranti al sacerdozio risponde alle attese della società contemporanea? 
Mi sembra che queste attese facciano già parte della formazione. Quando parliamo della formazione integrale, bisogna considerarla inserita nel contesto in cui si vive, perché la vita consacrata non è un'esistenza su un altro pianeta, ma è essenzialmente una vita. Quando la gente mi chiede cosa sia la consacrazione, dico sempre che è vita nel vero senso della parola. Noi religiosi abbiamo una serie di valori nei quali crediamo. Questo ci spinge a dare testimonianza e a mettere in discussione quelli che sono gli pseudovalori di una società in un particolare momento storico. Penso per esempio al consumismo e all'individualismo, oggi dominanti. Penso alle divisioni in classi, in razze o in gruppi etnici. Credo che le nostre comunità, spesso composte da persone di varie nazioni e culture, siano una testimonianza concreta che mette in discussione la xenofobia, la paura, la sfiducia degli altri e, più in generale, le sicurezze di certe società. 

Il problema della formazione viene affrontato solo quando ci sono problemi che coinvolgono i consacrati? 
Se si tiene conto della piccola percentuale di consacrati implicati negli scandali, almeno per quanto riguarda gli abusi sessuali, si può concludere che la formazione riesce veramente a plasmare donne e uomini dotati di una  sessualità  matura  e non patologica. 


I vescovi segnalano una certa autonomia del clero regolare nella partecipazione alla vita delle diocesi. È un fenomeno diffuso  o ci sono progressi rispetto al passato? 
Credo che il problema sia reale. Non parliamo di colpe specifiche, piuttosto di una mancanza di conoscenza reciproca. Spesso i religiosi non conoscono gli obiettivi del piano pastorale di una diocesi o di una conferenza episcopale, e neppure se ne interessano. D'altra parte, ci sono pastori che ignorano le esigenze della vita consacrata. Dei religiosi si preoccupano solamente allorché sfuggono al loro controllo. Non è certo un'ottica utile per promuovere la comunione. Orazio diceva che io non posso amare ciò che non conosco. Sia da parte dei religiosi, sia da parte dei vescovi, c'è sempre la sfida di una conoscenza vicendevole. Nel 1978 il nostro dicastero, insieme con la Congregazione per i Vescovi, ha pubblicato il decreto Mutuae relationes per favorire una migliore conoscenza tra clero diocesano e religiosi. Purtroppo, molte delle norme e delle pratiche suggerite da quel documento non sono mai state messe in pratica. C'è da pensare che forse è venuto il momento di rivedere questa mutua relazione. 


Gli istituti religiosi, specialmente quelli femminili, operano una sorta di reclutamento di giovani nei Paesi del terzo mondo per supplire alla scarsità di vocazioni. È una questione ancora attuale? 
Ci sono state delle accuse in passato ma sinceramente non sono in grado di giudicarle. Negli istituti che conosco personalmente, mi sembra che esista una sensibilità diffusa nel rifiutare l'idea di un reclutamento volto a sostenere le istituzioni. Anche perché significherebbe, di fatto, approfittare di certe situazioni sociali ed economiche solo per mantenere in piedi le nostre strutture. Difficilmente si può vedere in questo un valore evangelico. 


In alcuni casi le comunità contemplative sono composte da pochi membri anziani. La soppressione di qualche monastero per concentrare le forze può essere una soluzione al problema? 
Si tratta di una questione attuale, perché nella vita contemplativa, soprattutto in quella femminile, l'autonomia dei monasteri rappresenta un valore e una tradizione molto forte e bella. D'altra parte, può costituire anche un ostacolo alle esigenze di riordino e, eventualmente, di ridimensionamento di una realtà religiosa. In ogni caso, è sempre un'esperienza dolorosa per una comunità scegliere di estinguersi piuttosto che unirsi a un altro monastero. Un serio dialogo tra monasteri è da incoraggiare e da sviluppare per un discernimento più profondo sul carisma della vita contemplativa. A volte siamo chiamati a un processo di kenòsis, di svolta, di rinuncia ad alcuni valori, come quello dell'autonomia, in favore della continuità del dono carismatico della vita contemplativa nella Chiesa. Come ogni professione religiosa è un atto di svuotamento personale, così il problema della mancanza di vocazioni nelle grandi strutture è forse un invito dello Spirito Santo a uno svuotamento, a un processo di kenòsis a livello istituzionale per assicurare che il dono continui. 


Ritiene opportuno che la Congregazione imponga per decreto la chiusura di alcuni monasteri? 
È sempre meglio che queste decisioni siano prese a livello locale e credo che il principio della sussidiarietà indichi questa preferenza. Peraltro, tale principio diventa anche una spada a doppio taglio, nel momento in cui gli interessati non riescono a prendere la decisione e la responsabilità di scegliere. Tuttavia, ogni intervento esterno non deve essere fatto per motivi di potere o di dominio dell'autorità superiore. Piuttosto va improntato alla carità, che ci spinge ad aiutare i fratelli e le sorelle che, per qualche ragione, non riescono ad arrivare a una soluzione. 

Di fronte alla crisi di alcuni ordini tradizionali si riscontrano nuove forme di vita consacrata. Quale rapporto esiste tra antico e nuovo? 
Non so se questa è un'immagine esatta, ma vedo la ricchezza della vita consacrata come un ecosistema. Nella nostra epoca siamo molto sensibili all'ecologia e credo che esista anche una sorta di ecologia ecclesiale. Gli scienziati confermano che la varietà delle specie di flora e di fauna garantisce il futuro di un ecosistema. Da qui la preoccupazione allorquando sparisce o viene minacciata una di esse. Allo stesso modo, la Chiesa deve preoccuparsi quando alcune forme di vita consacrata si trovano a rischio di estinzione, perché questa ecologia ecclesiale è formata da un'ampia varietà. Nella prima lettera ai Corinzi san Paolo scrive che ci sono molti doni, ma unico è lo Spirito che suscita e guida questi doni. Per questo la Chiesa deve ringraziare Dio per il dono delle nuove forme di vita consacrata e non lasciarle sparire senza preoccuparsene, perché ognuna di esse ha un contributo specifico da offrire alla comunità ecclesiale. 

Qual è attualmente il rapporto tra vita consacrata e i movimenti sorti negli ultimi decenni? 
Il dialogo tra i nuovi movimenti ecclesiali e gli istituti tradizionali può essere molto utile. Ricordo di aver visitato poco tempo fa un monastero contemplativo dove le monache erano tutte giovani. È bello certamente vedere una comunità del genere. Anche se non bisogna trascurare il rovescio della medaglia. Laddove non ci sono monache anziane, può mancare l'esperienza e la guida nei momenti di crisi. Allo stesso modo, credo che nella Chiesa il dialogo tra i nuovi movimenti ecclesiali e gli ordini tradizionali possa essere di aiuto reciproco:  ai primi serve per superare le crisi, ai secondi per scoprire nuove energie ed essere più coerenti con l'ispirazione del fondatore.
(©L'Osservatore Romano - 26 novembre 2010)

Rorate caeli dal Graduale Simplex (con strofe in italiano o latino)

Come sapete il maestro di canto gregoriano Gennaro Becchimanzi, OFM conv., sta portando avanti una edizione dei canti del Graduale Simplex (intitolata Gregoriano simplex), provvista di accompagnamenti per organo e adattamento delle strofe salmiche all'italiano oltre che al Latino. Il volume di Avvento e Natale, uscito alle fine del 2008, è particolarmente utile mentre ci avviamo verso l'inizio del nuovo Anno liturgico, che comincia la prossima settimana. 
Potete provvedervi del libro in questione richiedendolo qui (per appena € 19,50).
Oggi vi presento il canto dell'antifona Rorate Caeli, il cui testo è un tipico canto di Avvento (nel Graduale Romanum è l'introito della IV Domenica). Nel Graduale Simplex, che prevede canti adatti ai diversi tempi liturgici, quest'antifona col suo salmo è proposta come canto di ingresso nel secondo schema per le messe del tempo di preparazione al Natale. Come vedete non si tratta della cosiddetta "Prosa di Avvento", che come ritornello ha le prime parole di questo stesso testo. Si tratta invece di un'antifona desunta dall'ufficio divino, con una melodia orecchiabile e "comune" a molte altre antifone nel modo IV.
Da provare e usare anche in parrocchia o in comunità non particolarmente versate nel canto. Le strofe, cantabili in italiano sul tono gregoriano, si armonizzano perfettamente.
Ed ecco l'esecuzione:

giovedì 25 novembre 2010

La melodia dell'inno gregoriano d'Avvento con le parole in Italiano

La melodia dell'inno d'Avvento Conditor alme siderum, che si canta anche con le parole En clara vox, testo tipico della Novena di Natale, ed evidentemente si adatta benissimo con le strofe mattutine di Vox clara ecce intonat (inno delle lodi da cui proviene En clara vox, possiede però anche una melodia propria), è insomma una musica talmente bella e tradizionale della liturgia romana del tempo dell'Attesa che è davvero un peccato non sentirla cantare più spesso.
Per molti il problema insormontabile pare essere la lingua latina, la quale ancora si presenta come un tabù in parecchie parrocchie italiane. Per venire incontro con condiscendenza ai pii desideri di quanti, almeno, cercano di recuperare le melodie gregoriane, propongo il seguente testo in italiano, che si adatta perfettamente alla musica tradizionale. I canti di Avvento semplici e popolari sono pochi. Questo può venire in aiuto per mettere in circolazione un nuovo/antico canto. Una volta imparata bene la melodia, resa familiare e assimilata, anche le parole latine potranno tornare più facilemente. Infatti il testo che vi presento è una libera traduzione ritmica di En clara vox, molto pregevole e certo migliore di quello che l'anno scorso avevo segnalato. 



Grida una voce agl' uomini,
a Dio convertitevi;
il Suo regno è in mezzo a noi,
dall'alto splende ormai Gesù.

Ecco l'Agnello viene a noi,
per cancellare il debito,
chiediamo con le lacrime,
perdono a Dio Altissimo.

Il Creator dei secoli,
discende in mezzo agli uomini,
si incarna per redimere
l'umanità colpevole.

Celeste grazia riempì
Maria, la Purissima,
e il seno duna Vergine
portò un mistero altissimo.

Nel suo cuore umile
Iddio volle scendere:
intatta, semprevergine,
diventa madre di Gesù.

Onore, lode, gloria
al Padre e all'Unigenito,
con il Divino Spirito,
nei secoli dei secoli. Amen




Originale:
En clara vox redárguit,
obscúra quaeque pérsonans,
procul fugéntur sómnia,
ad alto Jesu prómicat.

Et Agnus ad nos míttitur
laxáre gratis débitum,
omnes simul cum lácrymis
precémur indulgéntiam.

Beátus Áuctor saéculi
servíle corpus índuit,
ut carne carnem líberans,
ne pérderet quos cóndidit.

Castae Paréntis víscera
caeléstis intrat grátia
venter puéllae bájulat
secréta quae non nóverat.

Domus pudici péctoris
Templum repénte fit Dei,
intácta, nésciens virum,
concépit alvo Fílium.

Deo Patri sit glória,
Eiusque soli Filio,
cum Spíritu Paráclito
In saéculorum saécula. Amen.


Scarica qui il File MIDI con la melodia

Coro di bambini che cantano questa melodia sia in latino che in inglese:



fonte del testo: www.parrocchiacristoredentore.it/novenaparr.html

martedì 23 novembre 2010

Foto della concelebrazione per la consegna dell'anello ai nuovi Cardinali

Domenica scorsa, dopo il concistoro di sabato, Papa Benedetto ha concelebrato con i 24 nuovi cardinali e ha consegnato loro, durante la Messa, l'anello cardinalizio con l'incisione della croce di Cristo. Ecco le foto che ho scattato nell'occasione.



A ciascun cardinale il Papa, mentre infila l'anello al dito, dice:
Accipe anulum de manu Petri
et noveris dilectione Principis Apostolorum
dilectionem tuam erga Ecclesiam roborari.



Ricevi l’anello dalla mano di Pietro
e sappi che con l’amore del Principe degli Apostoli
si rafforza il tuo amore verso la Chiesa.

domenica 21 novembre 2010

Fino agli estremi confini della terra: Christus vincit!

Dall'Occidente all'Oriente, il gregoriano e il latino uniscono la Chiesa universale in tutte le sue epifanie nelle Chiese particolari.
Dalla Corea cattolica un bell'esempio di fusione tra la melodia tradizionale e internazionale con il testo locale del Christus vincit (그리스도 승리). Senza trascurare il latino: ascoltate tutto il video.


Ma anche in Giappone non trascurano il gregoriano. Qui ascoltiamo il coro della Cattedrale di Tokyo (opprimente costruzione con muri sbilenchi di grigio cemento armato), coro che anima con fede cattolica la vita liturgica dei fedeli nipponici che cantano a voci spiegate. Il brano, naturalmente, sempre Christus vincit: キリスト汝は勝利す


Buona festa di Cristo Re a tutti!

sabato 20 novembre 2010

La "nascita" dei cardinali: qualche commento e foto dal Concistoro vissuto dal vivo

Carissimi amici, sono appena tornato da un'intensa giornata di celebrazione e festeggiamenti per la "nascita" dei nuovi cardinali. Di loro ormai sapete tutto e avete letto di tutto. Vi riporto, quindi, solo alcune foto scattate di persona in Basilica prima e al ricevimento a cui il Card. Ranjith ha avuto la bontà di invitare anche il sottoscritto. 
Piazza San Pietro questa mattina alle 8 era già gremita: tutti a formare un'enorme coda per entrare in Basilica. I fortunati possessori di biglietti gialli e bianchi, però potevano dirigersi per la navata centrale fino al transetto... ma chi stava davanti all'altare godeva di una migliore visuale. I neocardinali sono arrivati alla spicciolata e 10 minuti prima dell'inizio della celebrazione, in processione si sono recati ai loro posti. All'altare papale li attendevano gli altri cardinali.
Il Papa, puntualissimo, ha fatto il suo ingresso in Basilica alle 10.30: pareva non solo sorridente, ma anche in ottima forma. La fanfara dalla loggia delle benedizioni interna ha sottolineato, come è costumanza (anche questa ripristinata), l'arrivo del Papa e dei suoi cardinali. Il card. Amato ha tenuto un indirizzo di omaggio al Santo Padre alquanto scontato, e in alcuni punti un po' irritante, come quando ha citato non solo le diverse provenienze geografiche ma anche la "diversa estrazione sociale" a cui appartengono i cardinali. E io mi chiedevo: "ma che c'entra se uno è figlio di minatori e l'altro di banchieri?".... Ottimo il canto delle letture, pesantuccia - come sempre - la cappella Sistina che vedeva dirigere il suo nuovo Maestro. A proposito del coro della Cappella Sistina è degno di menzione un particolare: quando il Papa ha annunciato la creazione dell'ultimo dei cardinali della presente informata, Sua Eminenza mons. Domenico Bartolucci, i coristi sono scattati in piedi ad applaudire di gusto: sia i grandi che i piccini applaudivano il loro "direttore perpetuo".
Molto acclamati anche i cardinali africani e in modo del tutto particolare mons. Malcom Ranjith, che con la sua umiltà ha potuto toccare con mano quanti amici ha in Italia e non solo in Sri Lanka.
Vi posto qui sotto alcune foto della preparazione, attesa, celebrazione del Concistoro, e nell'album online potete trovare anche le foto meno religiose, ma fraterne e festose, del ricevimento popolare - SriLanka-style - che l'arcivescovo di Colombo ha voluto allestire per i suoi amici e parenti (e come vedete dalle foto anche per gli ospiti buddhisti e non cattolici: un cardinale veramente ecumenico).
 Mons. Marini controlla che tutto sia in ordine
 entrano i coristi
Mons. Ravasi passa sul "red carpet" e saluta come una star 
Tettamanzi lo segue ma più defilato e affabile con i suoi preti
E qui sotto la sfilata dei neo-porporati, a partire dal Card. Amato




 notate lo sguardo sornione e compiaciuto di Burke
 solennità ieratica
 Ravasi nel nascondimento



 Il buon arcivescovo di Colombo
 Yoda?...pardon Sgreccia
Il maestro perpetuo, unico non vescovo della compagnia. A 93 anni ha chiesto la dispensa dall'episcopato! Invece l'ottuagenario Brandmüller si è fatto ordinare sabato scorso in Germania.
 Il Papa
 il segretario
 il coro plaudente

Ave nostro Re, redentore del mondo


Ave, Rex noster, Fíli David, Redémptor mundi, quem prophétæ prædixérunt Salvatórem domui Israël esse ventúrum. Te enim ad salutárem víctimam Pater misit in mundum, quem exspectábant omnes sancti ab orígine mundi, et nunc: Hosánna Fílio David. Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Salve, o nostro Re, Figlio di Davide, Redentore del mondo, che i profeti predissero come il Salvatore di Israele. Il Padre ti ha mandato nel mondo come víttima di salvezza, che tutti i santi aspettavano fin dall’orígine del mondo, e ora dícono: Osanna al Figlio di Davide. Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.

Quest'antifona, composta prima dell'anno 1000, è tra quelle previste per la processione delle Palme nel rito straordinario (1962), tuttavia raramente eseguita, sia per la sua complessità, sia per il fatto che è la settima nella lista dei canti proposti dal Messale Romano (e la processione è sovente più breve). Nel rito di Paolo VI è sparita, ma nulla vieta di riutilizzarla in qualità di canto adatto per la Liturgia di Cristo Re dell'Universo.

Per favore, cari vescovi, non cedete alla tentazione di cambiare il Padre Nostro!

Ormai c'è solo da aspettare e pregare. Mons. Catella, dopo le recenti votazioni CEI sulla nuova traduzione del Messale, tenta di essere rassicurante: "Voglio dire ai nostri parroci di non aver paura - ha puntualizzato Catella - non cambia nulla nella struttura celebrativa della messa e gran parte dei testi rimarranno immutati". Ma tra le modifiche avanzate c'è addirittura un ritocco del Padre Nostro, la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato, quella che proprio i parroci sono soliti introdurre dicendo: "Con le stesse parole di Gesù ci rivolgiamo al Padre...". La frase "non indurci in tentazione" potrebbe essere sostituita, come già fatto nella nuova Bibbia, con "non abbandonarci alla tentazione" (sia in Mt 6,13 che in Lc 11,4. Pur essendo le due versioni del Padre Nostro diverse nei due vangeli, è sorprendente che la domanda "non c'indurre in tentazione" sia invece identica nelle due distinte recensioni della Preghiera del Signore: "καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν". Una prova che proprio questo dicevano i primissimi cristiani, fedeli a Gesù stesso).
Qui non si sta parlando di un piccolo cambiamento, ma di metter mano a correggere le poche sicure ipsissima verba di Gesù che conosciamo. Una bomba. Neanche gli inglesi, che hanno cambiato parecchio della Messa, si sono lontanamente sognati di metter mano al Padre Nostro, per renderlo più accettabile alla sensibilità contemporanea. Ma gli Italiani sì! E non cambiano per adeguare meglio le parole della preghiera domenicale ai testi originali, no! Solo per non rischiare di scandalizzare le orecchie moderne, i cui possessori pare si chiedano di continuo: "ma può Dio indurre in tentazione qualcuno?" e sono grandemente confusi dalle parole di questa petizione del Padre Nostro che pronunciano svariate volte al dì.
Non ci si accorge che la traduzione proposta, se proprio vogliamo dirlo, si espone a domanda di egual tenore: "Ma può Dio abbandonare i suoi figli alla tentazione?", non dice forse la Scrittura (Gc 1,14) che "Dio non permette che siamo tentati sopra le nostre forze"? Quindi è ovvio che non ci abbandona alla tentazione se noi prima non abbiamo abbandonato lui! Ma leggiamo in Mt 4,1: "Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo" (Tunc Iesus ductus est in desertum a Spiritu, ut tentaretur a Diabolo). Lo Spirito Santo è Dio, non ci sono dubbi, ed è proprio lui a condurre Gesù, appena battezzato, verso la tentazione. Passo scandaloso? Non mi pare. Anzi spiega chiaramente che la tentazione viene dal Diavolo, ma è Dio che permette la prova. E se Dio ha trattato in questo modo il Verbo incarnato, forse dovrebbe trattare con più riguardo noi, sue membra?
Al limite, invece di cambiare la parola tradotta in modo corretto, sarebbe stato più comprensibile cambiare la parola effettivamente oggi di accezione negativa, cioè "tentazione", che poteva essere sostituita con la più neutra: "prova".
Se infatti guardiamo i testi originali, si vede benissimo che la traduzione utilizzata in Italiano fin da quando  la preghiera di Gesù esiste nella nostra lingua, è semplicemente un calco del latino, che è a sua volta corrispondente al testo greco. La vulgata recita così: "Et ne nos inducas in tentationem" (= καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν).  Anche l'ebraico e l'aramaico presentano la stessa richiesta, forse non chiara nel preciso significato e tuttavia ben definita nella lettera.
Il "non indurci in tentazione" è insomma uno di quei rari casi in cui c'è una perfetta corrispondenza lessicale tra il testo greco (l'unico originale di cui disponiamo), il latino e l'italiano. Chi vuole modificare l'italiano, in realtà, sta dicendo che non è d'accordo con l'originale greco scritto dall'evangelista e come tale ispirato da Dio. Il traduttore non è chiamato a interpretare questioni teologiche, ma a rendere l'originale nella maniera più aderente e rispettosa. Qui non ci sono questioni di traduzione, ma imbarazzi nella spiegazione.

Che cosa vuol dire, dunque, "non indurci in tentazione"?
Si chiede, apparentemente, a Dio di non portarci davanti alle prove (o in mezzo alle prove = ducere in), insomma, di poterle evitare (i protestanti italiani traducono oggi: "non ci esporre alla tentazione"), ma si deve intendere, invece, di poter superare vittoriosamente le prove che, inevitabilmente, siamo chiamati ad affrontare. Anche Gesù, ricordiamolo (Lc 22,42), pregò il Padre, con umanissimo timore, di far passare il calice della prova della Passione, ma si rimise alla sua volontà (il ditelismo è dogma di fede). Il Padre lo sostenne nella tentazione finale, quella di scappare dalla croce, e Cristo superando la prova potè affermare: "tutto è compiuto" (Gv 19,30).
Che Dio metta alla prova è comunque ben "provato" dalla Scrittura e dal Magistero. Solo qualche esempio tra i più famosi, in cui si vede come tentazione e prova siano sinonimi:
Gen 22,1: Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: "Abramo!". Rispose: "Eccomi!"
(in latino: Quae postquam gesta sunt, tentavit Deus Abraham et dixit ad eum: “Abraham”. Ille respondit: “Adsum”.)
Es. 15,24-25: "Allora il popolo mormorò contro Mosè: "Che cosa berremo?". Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell'acqua e l'acqua divenne dolce. In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova".
(in latino: Et murmuravit populus contra Moysen dicens: “Quid bibemus? ”. At ille clamavit ad Dominum, qui ostendit ei lignum; quod cum misisset in aquas, in dulcedinem versae sunt. Ibi constituit ei praecepta atque iudicia et ibi tentavit eum).

Sant'Agostino comunque ci insegna che "Aliud est autem induci in tentationem aliud tentari. Nam sine tentatione probatus esse nullus potest sive sibi ipse, sicut scriptum est: Qui non est tentatus, qualia scit?" (De Sermone Domini in Monte II,9.30), ovvero: "Una cosa è infatti essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati. Infatti senza la tentazione nessuno è adatto alla prova, tanto in se stesso, come si ha nella Scrittura: Chi non è stato tentato che cosa sa? (Sir 34, 9.11)" Prosegue poi Agostino: "Quindi con quella preghiera non si chiede di non essere tentati, ma di non essere immessi nella tentazione, sulla fattispecie di un tale, a cui è indispensabile essere sottoposto all’esperimento del fuoco, e non chiede di non essere toccato col fuoco, ma di non rimanere bruciato. Infatti la fornace prova gli oggetti del vasaio e la prova della sofferenza gli uomini virtuosi (Sir 27,6)".

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, utilizzando questa locuzione ormai entrata stabilmente nel patrimonio della lingua italiana, così spiega il "non c'indurre in tentazione":

2846 Questa domanda va alla radice della precedente, perché i nostri peccati sono frutto del consenso alla tentazione. Noi chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa. Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in”, [Cf Mt 26,41 ] “non lasciarci soccombere alla tentazione”. “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Gc 1,13 ); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.

2847 Lo Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell'uomo interiore [Cf Lc 8,13-15; At 14,22; 2Tm 3,12 ] in vista di una “virtù provata” (Rm 5,3-5 ) e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte [Cf Gc 1,14-15 ]. Dobbiamo anche distinguere tra “essere tentati” e “consentire” alla tentazione. Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente il suo oggetto è “buono. gradito agli occhi e desiderabile” (Gen 3,6 ), mentre, in realtà, il suo frutto è la morte.

Dio non vuole costringere al bene: vuole esseri liberi. . . La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all'infuori di Dio, ignorano ciò che l'anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere [Origene, De oratione, 29].
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Ricapitolando: in Italiano la locuzione "essere indotto in tentazione" si deve intendere nel senso di "soccombere, cedere alla tentazione". Pregare il Signore perchè non permetta che questo avvenga equivale a dire: "non farci cadere quando siamo tentati", "preservaci dalla caduta nel baratro della tentazione a cui cediamo", mettendo in conto la permissione divina della tentazione. Ma tutto questo non ha niente a che fare con l'abbandono di Dio. Dio non vuole abbandonare i suoi figli tanto quanto non vuole farli cadere apposta nell'abisso del peccato.

Guardando un po' fuori casa, ci pare che riflettano il latino praticamente tutte le traduzioni nelle lingue moderne: 
Inglese: And lead us not into temptation 
Tedesco: Und führe uns nicht in Versuchung
Francese: Et ne nous soumets pas à la tentation
Polacco: I nie wódz nas na pokuszenie
Croato: I ne uvedi nas u napast
Lo spagnolo invece interpreta, ma in modo diverso dalla proposta interpretazione italiana: No nos dejes caer en tentación (mette cioè in luce il "non lasciarci cadere", fallire, quando si è tentati: la proposta dei Padri e del magistero resa esplicita, ma non è la soluzione scelta per la traduzione nella Bibbia dai vescovi italiani).

Conclusione: la proposta "non c'abbandonare alla tentazione" (suono sgradevole a parte) non ha nessun valore aggiunto per entrare nell'uso liturgico, anzi ha parecchie controindicazioni: 1) non rispetta la lettera del testo latino nè quello greco, 2) si tratta di un'interpretazione teologica e non di una traduzione, 3) offusca la realtà della divina permissione delle prove e delle tentazioni, 4) rischia di far credere al Popolo che Dio, se non lo supplichiamo, possa abbandonarci in balia delle tentazioni. 5) Visto che i testi liturgici devono essere tradotti dagli originali liturgici, non direttamente dalla Bibbia o peggio ancora da supposte espressioni aramaiche che non ci sono giunte, si rimanga fedeli al latino: "ne nos inducas in tentationem". 6) Si scontra con un modo ormai acquisito da secoli di esprimere in italiano la Preghiera del Signore e rischia, in definitiva, di creare scandalo e meraviglia tra i fedeli, a cui bisognerà spiegare che: "i vescovi hanno deciso di cambiare il Padre Nostro", non una preghiera qualunque, ma il "compendio del Vangelo"! 7) L'attuale versione "non c'indurre in tentazione", proprio per la sua formulazione, richiede una spiegazione ed è aperta alle diverse sfaccettature della domanda. Invece il "non abbandonarci alla tentazione", che è una precisa interpretazione, preclude tale possibilità.

Facciamo affidamento sui membri italiani della Congregazione del Culto Divino (che deve dare la recognitio ai testi liturgici), perchè difendano l'attuale versione del Padre Nostro, e pensino in particolare alle nonnine delle nostre parrocchie, preservandole dal colpo durissimo che sarebbe vedersi cambiare il Padre Nostro, fosse pure a fin di bene. Non sottovalutiamo, infatti,  il contraccolpo che, anche solo dal punto di vista umano (antropologicamente parlando...), verrebbe dalla modifica delle sacrosante parole di Gesù, così familiari e venerate dai cristiani di ogni lingua, italiano compreso. Sarebbe implicitamente come affermare: "fino ad oggi abbiamo pregato in modo non conforme all'intenzione di Gesù". Ma la preghiera italiana del Pater non ha 40 anni. Dal 1936 è esattamente identica a come la pronunciamo oggi. Però il "non c'indurre in tentazione" è presente in tutte le traduzioni, cattoliche e protestanti, almeno dal XVI secolo! (Specimen quadraginta diversarum atque inter se differentium linguarum & dialectorum; videlicet, Oratio Dominica, totidem linguis expressa. Hieronymus Megiserus. Francoforti, ex typographe'o Ioannis Spiessij, MDXCIII (1593).


Allegato: Per dissipare ogni dubbio teologico ci si rilegga la spiegazione della sesta domanda del Padre Nostro nella parte IV del Catechismo Tridentino. C'è abbondanza di materiale esplicativo che consiglia di lasciare immutata la petizione in esame. Ve ne riporto qualche numero importante:


412. Che cosa sia la tentazione
Per capire il vero significato di questa domanda, bisogna determinare che cosa sia la tentazione, e che cosa voglia dire essere indotti in tentazione.
Si dice tentare il fare un esperimento sopra colui che è tentato, in modo che, cavando da lui ciò che desideriamo, otteniamo la verità; modo di tentare che Dio non usa, perché che cosa non sa Dio? Tutto, infatti, è nudo e scoperto agli occhi di lui (He 4,13). 5'è poi un altro modo di tentare, quando andando più oltre, si cerca di esercitare qualche cosa in bene o in male: in bene, quando si mette alla prova la virtù di uno per poterlo poi, esaminata e constatata la sua virtù, elevare con ricompense ed onori, e mettere cosi l'esempio di lui dinanzi agli occhi degli altri perché lo imitino, incitando tutti a renderne lode al Signore. E questo l'unico modo di tentare che convenga a Dio.

Esempio di esso si trova nel Deuteronomio:Il Signore Iddio vi mette alla prova per chiarire se lo amiate o no (13,3). Cosi si dice che Dio mette in tentazione i suoi fedeli, quando li preme con miseria, malattie, o altre specie di calamità, per mettere in luce la loro pazienza e additare agli altri il dovere del cristiano. In questo modo leggiamo che fu tentato Abramo quando gli fu richiesto di' immolare il figlio; ed egli, avendo ubbidito, resto ai posteri modello di sottomissione e di pazienza singolare (Gn 22). Sempre in quest'ordine di idee è detto di Tobia: Poiché eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti mettesse alla prova (Tb 12,13).

In male, invece, sono tentati gli uomini, quando vengono spinti al peccato o alla morte; e questa è opera del demonio che tenta gli uomini per traviarli e farli cadere: perciò è detto tentatore nella sacra Scrittura (Mt 4,3). In queste tentazioni ora egli eccita gli stimoli interni, servendosi dei sentimenti e dei movimenti dell'animo come di mezzi; ora, invece, assale dall'esterno, adoperando i beni per insuperbirci e i mali per abbatterci; a volte ha come emissari e quasi spie uomini perduti, in prima linea gli eretici che, seduti sulla cattedra di pestilenza, diffondono i germi mortiferi delle cattive dottrine. Cosi spingono al male gli uomini che, essendo già di loro proclivi al male, sono poi sempre vacillanti e pronti a cadere, mancando loro il potere di distinguere e di scegliere tra virtù e vizio.

413. Essere indotti in tentazione significa soccombere alla tentazione

Diciamo di essere indotti in tentazione, quando cediamo alla medesima. Ora noi possiamo esservi indotti cosi in due modi: primo, quando, rimossi dal nostro stato, precipitiamo nel male, verso il quale qualcuno ci ha spinto col tentarci. Ma nessuno è in questo modo indotto in tentazione da Dio, perché per nessuno Dio è causa di peccato, odiando egli tutti quelli che commettono iniquità (Saliti. 5,7). E quanto dice san Giacomo: Nessuno, tentato che sia, dica di essere tentato da Dio; poiché Dio non è tentatore al male (I,13); secondo, possiamo essere tentati, nel senso che uno, sebbene non tenti egli stesso né si adoperi a farci tentare, tuttavia lo permette, mentre potrebbe impedire sia la tentazione che il prevalere di essa. Ebbene, Dio lascia che cosi siano tentati i buoni e i pii, senza privarli però della sua grazia.

Talvolta anzi, quando i nostri peccati lo richiedono, con giusta e impenetrabile sentenza, Dio ci abbandona a noi stessi, e noi cadiamo. Si dice anche che ci induce in tentazione quando ci serviamo dei suoi benefici, che dovevano servire alla nostra salvezza, per operare il male, e consumiamo le sostanze del padre, come il figlio prodigo, in una vita lussuriosa, secondando le nostre basse passioni (Lc 15,12). Allora possiamo ripetere le parole dell'Apostolo: Trovai che il comandamento datomi per la vita, mi ha condotto alla morte (Rm 7,10).

Giunge qui opportuno l'esempio di Gerusalemme, la quale, come dice Ezechiele, sebbene arricchita da Dio di ogni genere d'ornamenti, tanto da farle dire per bocca dello stesso profeta: Eri perfetta nella mia dignità, di cui ti avevo rivestito (Ez 16,14), tuttavia, pur essendo ricolma di doni celesti, fu cosi lontana dal ringraziare il beneficentissimo Dio dei beni suddetti, e dal servirsi di essi per conseguire la beatitudine celeste in vista della quale li aveva ricevuti, che, con somma ingratitudine verso il padre Iddio, avendo rigettato ogni speranza e pensiero dei frutti celesti, si diede perdutamente all'esclusivo godimento dei beni presenti, come Ezechiele la rimprovera lungamente in quel medesimo capitolo. Questa è l'ingratitudine di coloro che, pur avendo ottenuto da Dio abbondante materia per fare del bene, si danno, permettendolo Dio, a una vita viziosa.

E' necessario però badare alle parole usate dalla sacra Scrittura per esprimere questa permissione di Dio, parole le quali, prese nel loro significato proprio, significherebbero un'azione diretta da parte di Dio medesimo. Cosi nell'Esodo si legge: Io indurerò il cuore del Faraone (4,21; 7,3); in Isaia: Acceca il cuore di questo popolo (6,10); e nella lettera ai Romani l'Apostolo scrive: Dio li ha abbandonati alle loro infami passioni, ai loro reprobi sensi (I,26,28). Tutti luoghi questi, ed altri simili, nei quali non si deve credere affatto che l'azione venga da Dio, ma intendere invece che Dio l'ha permessa.

414. Noi non chiediamo di essere immuni da tentazione

Chiarito questo, non riuscirà difficile conoscere qual'é l'oggetto di questa preghiera. Anzitutto, noi chiediamo non di non essere tentati affatto. Infatti, la vita dell'uomo sulla terra è tentazione (Jb 7,1). Del resto questa è utile al genere umano, poiché nella prova noi veniamo a una vera conoscenza di noi stessi e delle nostre forze, per cui ci umiliamo sotto la potente mano di Dio (1P 5,6); e, combattendo virilmente, aspettiamo l'incorruttibile corona di gloria (ivi,4). Poiché anche il lottatore dello stadio non è incoronato se non ha lottato a dovere (2Th 2,5). San Giacomo afferma: Beato l'uomo che sopporta la tentazione, poiché dopo essere stato messo alla prova, riceverà la corona della vita che Dio ha promesso a quelli che lo amano (I,12). Che se qualche volta siamo troppo tormentati dalle tentazioni dei nostri nemici, di grande sollievo sarà il pensare che nostro difensore è un Sommo Sacerdote, il quale a tutti può compatire, essendo stato tentato lui stesso in ogni cosa (He 4,15).

Ma che cosa dunque chiediamo con queste parole? Chiediamo di non essere privati dell'aiuto divino, cosi da acconsentire alla tentazione per inganno, o da cederle per viltà; chiediamo che la grazia di Dio ci soccorra, si da rianimare e rinfrancare contro il male le nostre forze fiaccate. Per cui da una parte dobbiamo sempre implorare il soccorso di Dio in qualunque tentazione, dall'altra, nei casi singoli di afflizione, occorre cercar rifugio nella preghiera.

Cosi leggiamo che fece sempre David per qualsiasi genere di tentazione. Contro la menzogna egli cosi pregava: Non ritirare affatto dalla mia bocca la parola della verità (Ps 98,43); e contro l'avarizia: Inchina il mio cuore ai tuoi insegnamenti, e non ad avarizia (ivi,36); contro le vanità della vita e le lusinghe del desiderio: Storna il mio sguardo, che non veda la vanità (ivi,37). Noi dunque domandiamo di non informare la nostra vita ai bassi desideri, di non stancarci nel resistere alle tentazioni, di non abbandonare la via del Signore, di conservare animo eguale e costante nella fortuna favorevole o avversa, e che Dio mai ci lasci privi della sua tutela. Chiediamo quindi che ci faccia schiacciare Satana sotto i nostri piedi.

Per ulteriori approfondimenti si legga questa pagina, molto circostanziata e documentata, sebbene proveniente da un sito bellamente anticattolico: http://www.controapologetica.info/testi.php?sottotitolo='Non%20ci%20indurre%20in%20tentazione'

venerdì 19 novembre 2010

Gli ultimi saranno i primi: gli inglesi annunciano la costituzione del primo ordinariato per ex anglicani


Si è parlato tanto della TAC nei mesi scorsi (la Traditional Anglican Communion) e dei suoi numerosi vescovi che hanno il merito di aver indirizzato per primi richieste formali di unione con Roma. Invece gli osservatori ecumenici fin dall'uscita di Anglicanorum Coetibus hanno sempre affermato che in Inghilterra e nella Chiesa Madre dell'anglicanesimo non ci sarebbero stati eccessivi entusiasmi per l'offerta papale di tornare in comunione con i cattolici. E invece, proprio oggi, viene annunciata l'imminente costituzione del primo Ordinariato per ex anglicani, e insieme le modalità (compresa la tempistica) per accogliere ministri dei vari ordini e fedeli nei mesi a venire. Il tutto già a partire dal gennaio venturo, con la conclusione dei "riti di passaggio" del primo gruppo della "carovana dell'Ordinariato" per la Pentecoste del 2011. Non c'è che dire. Se questo non è entusiasmo! Cinque vescovi, una cinquantina (per ora) di preti, un numero imprecisato di fedeli stanno per fare un grande salto nelle braccia di santa Madre Chiesa e proprio in Inghilterra! Essendo in quel paese la chiesa Anglicana una chiesa di Stato, è ben duro per i ministri lasciare sicurezze economiche, case, chiese e stipendio per seguire la propria coscienza, che ha riconosciuto non più sostenibile l'appartenenza ad una Chiesa che rinuncia a qualsiasi certezza dogmatica e alla continuità apostolica. Eppure proprio gli inglesi, i primi ad iniziare lo scisma anglicano, saranno anche i primi a mettervi simbolicamente termine, attraverso la geniale struttura inventata per l'occasione da Sua Santità Papa Benedetto XVI. "Gli ultimi saranno i primi" diceva Gesù. Ed è tutto confermato. Quelli che non avrebbero dovuto essere nè interessati, nè tantomeno passare il Tevere, eccoli oggi annunciare addirittura le date delle "nozze".


Ci sono ancora, tuttavia, parecchi nodi da sciogliere. Alcuni paiono già meno problematici di come si presentavano, dopo che il Primate di Canterbury ha fatto accenno in conferenza stampa a Roma, al termine di un colloquio col Papa, che non ci saranno da parte sua o della Chiesa d'Inghilterra tentativi di boicottare i transfughi, e addirittura sono previste "condivisioni" delle stesse chiese parrocchiali per la liturgia.

Rimane più spinosa la questione della riordinazione di vescovi e preti. Non tutti quelli che chiedono di entrare nell'Ordinariato, infatti, hanno le carte in regola per farlo. Ovvero non tutti sono nati (cioè battezzati) anglicani. Un caso eclatante è quello di John Broadhurst, vescovo di Fulham, e capofila del movimento di resistenza cattolica Forward in Faith. Egli è stato battezzato nella Chiesa di Roma e poi si è fatto anglicano e ministro di quella chiesa. La sua posizione è, formalmente, quella di un apostata e che per di più ha posto per anni atti d'ordine pur non essendo prete nè vescovo (gli ordini anglicani, per i cattolici, sono nulli). Le sue irregolarità a ricevere l'ordine sacro nella Chiesa Cattolica sono specificate al canone 1041 del codice di Diritto Canonico, e il suo caso particolare è che ha trovato la fede nel contatto con la chiesa anglicana, pur essendo stato solo battezzato come cattolico. Non pochi sacerdoti anglicani sono nella stessa posizione. Addirittura ci sono quelli che erano stati validamente ordinati preti cattolici e si sono fatti anglicani per potersi sposare, ma ora tornano a Roma. E' evidente che nel loro caso non si darà dispensa. Ben diversa, ovviamente, la situazione di chi è semplicemente impedito a ricevere l'ordine presbiterale per il fatto di essere sposato (a meno che non sia sposato con una divorziata o egli stesso risposato). Per l'impedimento (che non è una irregolarità permanente) di matrimonio (can. 1042) la dispensa viene data con maggior facilità.

Siamo certi che la Congregazione per la Dottrina della Fede, incaricata dell'analisi di tutte le domande degli ex ministri anglicani che chiederanno l'ordinazione, sarà materna, comprensiva, ma anche chiara e senza sconti nei confronti di chi non sarà giudicato ammissibile agli ordini sacri. Si può notare la consapevolezza di tutto questo in alcune formulazioni presenti nel comunicato oggi uscito da parte dei vescovi cattolici di Inghilterra e Galles
Speriamo che la chiarezza e la giustizia del Diritto Canonico romano non venga a scoraggiare quei ministri che vorrebbero passare il Tevere, ma si sentono trattenuti dal fatto che devono riconoscere nulli i loro ordini (e Dio solo sa quanto possa essere psicologicamente e spiritualmente difficile pensare di aver celebrato messa per decenni, senza averlo in realtà mai fatto!). Preghiamo perchè il nuovo Ordinariato sia un successo è la Chiesa Cattolica si dimostri Madre e insieme Maestra di quanti si accostano ad essa.

Fonte: http://www.catholicherald.co.uk/news/2010/11/19/bishops-of-england-and-wales-issue-statement-on-ordinariate/

Un canto per Cristo Re dei Martiri

Come ci mostra l'introito della solennità di Cristo Re dell'Universo, la regalità di Gesù viene presentata secondo Ap 5,12 che recita:
Dignus est Agnus qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem et sapiéntiam, et fortitúdinen, et honórem. Ipsi glória et impériun in sæcula sæculórum.
V. (Ps. 71,1) Deus, judícium tuum Regi da: et justítiam tuam Fílio Regis.

Degno è l'Agnello che è stato ucciso, di ricevere forza, e divinità e sapienza, e fortezza ed onore. A lui gloria e potere nei secoli dei secoli.
V. (sal 71,1) Dio dà al Re il tuo giudizio, al Figlio del Re la tua giustizia.

Il Signore dell'universo è un Agnello sacrificato. Ma a lui, per la sua risurrezione gloriosa, Dio ha concesso forza e potere su ogni principato e potestà, fino al termine dei secoli.
Gesù è il re crocifisso, e nella croce vediamo insieme il giudizio di Dio sul mondo e la giustizia donata a chi, per la fede, è chiamato a diventare figlio di Dio.
I martiri che accompagnano l'Agnello e hanno lavato nel suo sangue le loro vesti sono la scorta d'onore al Re rivestito d'un manto del colore del suo sangue.

Quest'introito della solennità di Cristo Re è stato splendidamente eseguito dal coro della cattedrale cattolica di Westminster in occasione della Messa votiva del Preziosissimo Sangue, celebrata dal Papa Benedetto XVI nella recente visita al Regno Unito. Ve ne propongo la registrazione e lo spartito.

giovedì 18 novembre 2010

Cristiani dell'Iraq, la forza della fede dei martiri

Le televisioni sono reticenti nel mostrare la realtà sconvolgente dell'attacco dei cristiani siri raccolti in preghiera nella Chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad. Ma la rete sta restituendo immagini scioccanti, voci e testimonianze, perchè non venga dimenticato il loro sacrificio e i cristiani dell'Iraq siano sostenuti da tutti i fratelli di fede sparsi nel mondo. Per questo è bene continuare a diffondere con ogni mezzo queste testimonianza di prima mano.
Ecco un video con testi e foto che aiutano a rendersi conto dell'atrocità patita da questi fratelli e insieme la forza della fede che li sostiene e li motiva:

mercoledì 17 novembre 2010

La serietà ecumenica del martirio

La preghiera a Betlemme dei cristiani delle diverse chiese, cattoliche e ortodosse, di Terra Santa per ricordare i martiri di Baghdad, uccisi nella Chiesa Siro-cattolica di Nostra Signora. Testimonianza di unità e fratellanza che si riscopre nella sua forza quando i cristiani sono perseguitati.

Il Papa presenta santa Elisabetta d'Ungheria

Papa Benedetto, il mese scorso, ha dedicato la catechesi del mercoledì (20 ottobre) alla santa francescana di oggi: Elisabetta di Ungheria, presentandola in una maniera davvero affascinante e con particolari anche per me poco conosciuti. Vi ripropongo questo discorso in versione integrale, corredato con qualche immagine della Santa regina dei poveri (come la presentavo in questo post dell'anno passato in cui riportavo anche la liturgia della Santa secondo il Messale Romano-Serafico)

S. Elisabetta
 -Gherardo Starnina 1387-1409
Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei parlarvi di una delle donne del Medioevo che ha suscitato maggiore ammirazione; si tratta di santa Elisabetta d’Ungheria, chiamata anche Elisabetta di Turingia.
Nacque nel 1207; gli storici discutono sul luogo. Suo padre era Andrea II, ricco e potente re di Ungheria, il quale, per rafforzare i legami politici, aveva sposato la contessa tedesca Gertrude di Andechs-Merania, sorella di santa Edvige, la quale era moglie del duca di Slesia. Elisabetta visse nella Corte ungherese solo i primi quattro anni della sua infanzia, assieme a una sorella e tre fratelli. Amava il gioco, la musica e la danza; recitava con fedeltà le sue preghiere e mostrava già particolare attenzione verso i poveri, che aiutava con una buona parola o con un gesto affettuoso.
La sua fanciullezza felice fu bruscamente interrotta quando, dalla lontana Turingia, giunsero dei cavalieri per portarla nella sua nuova sede in Germania centrale. Secondo i costumi di quel tempo, infatti, suo padre aveva stabilito che Elisabetta diventasse principessa di Turingia. Il langravio o conte di quella regione era uno dei sovrani più ricchi ed influenti d’Europa all’inizio del XIII secolo, e il suo castello era centro di magnificenza e di cultura. Ma dietro le feste e l’apparente gloria si nascondevano le ambizioni dei principi feudali, spesso in guerra tra di loro e in conflitto con le autorità reali ed imperiali. In questo contesto, il langravio Hermann accolse ben volentieri il fidanzamento tra suo figlio Ludovico e la principessa ungherese. Elisabetta partì dalla sua patria con una ricca dote e un grande seguito, comprese le sue ancelle personali, due delle quali le rimarranno amiche fedeli fino alla fine. Sono loro che ci hanno lasciato preziose informazioni sull’infanzia e sulla vita della Santa.
Dopo un lungo viaggio giunsero ad Eisenach, per salire poi alla fortezza di Wartburg, il massiccio castello sopra la città. Qui si celebrò il fidanzamento tra Ludovico ed Elisabetta. Negli anni successivi, mentre Ludovico imparava il mestiere di cavaliere, Elisabetta e le sue compagne studiavano tedesco, francese, latino, musica, letteratura e ricamo. Nonostante il fatto che il fidanzamento fosse stato deciso per motivi politici, tra i due giovani nacque un amore sincero, animato dalla fede e dal desiderio di compiere la volontà di Dio. All’età di 18 anni, Ludovico, dopo la morte del padre, iniziò a regnare sulla Turingia. Elisabetta divenne però oggetto di sommesse critiche, perché il suo modo di comportarsi non corrispondeva alla vita di corte. Così anche la celebrazione del matrimonio non fu sfarzosa e le spese per il banchetto furono in parte devolute ai poveri. Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Una volta, entrando in chiesa nella festa dell’Assunzione, si tolse la corona, la depose dinanzi alla croce e rimase prostrata al suolo con il viso coperto. Quando la suocera la rimproverò per quel gesto, ella rispose: "Come posso io, creatura miserabile, continuare ad indossare una corona di dignità terrena, quando vedo il mio Re Gesù Cristo coronato di spine?". Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: "Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza" (nn. 25 e 37). Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune.
Elisabetta praticava assiduamente le opere di misericordia: dava da bere e da mangiare a chi bussava alla sua porta, procurava vestiti, pagava i debiti, si prendeva cura degli infermi e seppelliva i morti. Scendendo dal suo castello, si recava spesso con le sue ancelle nelle case dei poveri, portando pane, carne, farina e altri alimenti. Consegnava i cibi personalmente e controllava con attenzione gli abiti e i giacigli dei poveri. Questo comportamento fu riferito al marito, il quale non solo non ne fu dispiaciuto, ma rispose agli accusatori: "Fin quando non mi vende il castello, ne sono contento!". In questo contesto si colloca il miracolo del pane trasformato in rose: mentre Elisabetta andava per la strada con il suo grembiule pieno di pane per i poveri, incontrò il marito che le chiese cosa stesse portando. Lei aprì il grembiule e, invece del pane, comparvero magnifiche rose. Questo simbolo di carità è presente molte volte nelle raffigurazioni di santa Elisabetta.
Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: "Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura". Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.
La giovane coppia trovò appoggio spirituale nei Frati Minori, che, dal 1222, si diffusero in Turingia. Tra di essi Elisabetta scelse frate Ruggero (Rüdiger) come direttore spirituale. Quando egli le raccontò la vicenda della conversione del giovane e ricco mercante Francesco d’Assisi, Elisabetta si entusiasmò ulteriormente nel suo cammino di vita cristiana. Da quel momento, fu ancora più decisa nel seguire Cristo povero e crocifisso, presente nei poveri. Anche quando nacque il primo figlio, seguito poi da altri due, la nostra Santa non tralasciò mai le sue opere di carità. Aiutò inoltre i Frati Minori a costruire ad Halberstadt un convento, di cui frate Ruggero divenne il superiore. La direzione spirituale di Elisabetta passò, così, a Corrado di Marburgo.
Una dura prova fu l’addio al marito, a fine giugno del 1227 quando Ludovico IV si associò alla crociata dell’imperatore Federico II, ricordando alla sposa che quella era una tradizione per i sovrani di Turingia. Elisabetta rispose: "Non ti tratterrò. Ho dato tutta me stessa a Dio ed ora devo dare anche te". La febbre, però, decimò le truppe e Ludovico stesso cadde malato e morì ad Otranto, prima di imbarcarsi, nel settembre 1227, all’età di ventisette anni. Elisabetta, appresa la notizia, ne fu così addolorata che si ritirò in solitudine, ma poi, fortificata dalla preghiera e consolata dalla speranza di rivederlo in Cielo, ricominciò ad interessarsi degli affari del regno. La attendeva, tuttavia, un’altra prova: suo cognato usurpò il governo della Turingia, dichiarandosi vero erede di Ludovico e accusando Elisabetta di essere una pia donna incompetente nel governare. La giovane vedova, con i tre figli, fu cacciata dal castello di Wartburg e si mise alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi. Solo due delle sue ancelle le rimasero vicino, la accompagnarono e affidarono i tre bambini alle cure degli amici di Ludovico. Peregrinando per i villaggi, Elisabetta lavorava dove veniva accolta, assisteva i malati, filava e cuciva. Durante questo calvario sopportato con grande fede, con pazienza e dedizione a Dio, alcuni parenti, che le erano rimasti fedeli e consideravano illegittimo il governo del cognato, riabilitarono il suo nome. Così Elisabetta, all’inizio del 1228, poté ricevere un reddito appropriato per ritirarsi nel castello di famiglia a Marburgo, dove abitava anche il suo direttore spirituale Fra’ Corrado. Fu lui a riferire al Papa Gregorio IX il seguente fatto: "Il venerdì santo del 1228, poste le mani sull’altare nella cappella della sua città Eisenach, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni frati e familiari, Elisabetta rinunziò alla propria volontà e a tutte le vanità del mondo. Ella voleva rinunziare anche a tutti i possedimenti, ma io la dissuasi per amore dei poveri. Poco dopo costruì un ospedale, raccolse malati e invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili e i più derelitti. Avendola io rimproverata su queste cose, Elisabetta rispose che dai poveri riceveva una speciale grazia ed umiltà" (Epistula magistri Conradi, 14-17).
Le sante Chiara ed Elisabetta
- Giovanni di Paolo 1445
Possiamo scorgere in quest’affermazione una certa esperienza mistica simile a quella vissuta da san Francesco: il Poverello di Assisi dichiarò, infatti, nel suo testamento, che, servendo i lebbrosi, quello che prima gli era amaro fu tramutato in dolcezza dell’anima e del corpo (Testamentum, 1-3). Elisabetta trascorse gli ultimi tre anni nell’ospedale da lei fondato, servendo i malati, vegliando con i moribondi. Cercava sempre di svolgere i servizi più umili e lavori ripugnanti. Ella divenne quella che potremmo chiamare una donna consacrata in mezzo al mondo (soror in saeculo) e formò, con altre sue amiche, vestite in abiti grigi, una comunità religiosa. Non a caso è patrona del Terzo Ordine Regolare di San Francesco e dell’Ordine Francescano Secolare.
Nel novembre del 1231 fu colpita da forti febbri. Quando la notizia della sua malattia si propagò, moltissima gente accorse a vederla. Dopo una decina di giorni, chiese che le porte fossero chiuse, per rimanere da sola con Dio. Nella notte del 17 novembre si addormentò dolcemente nel Signore. Le testimonianze sulla sua santità furono tante e tali che, solo quattro anni più tardi, il Papa Gregorio IX la proclamò Santa e, nello stesso anno, fu consacrata la bella chiesa costruita in suo onore a Marburgo.
Cari fratelli e sorelle, nella figura di santa Elisabetta vediamo come la fede, l'amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell'uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l'amore, la carità. E da questa carità nasce anche la speranza, la certezza che siamo amati da Cristo e che l'amore di Cristo ci aspetta e così ci rende capaci di imitare Cristo e di vedere Cristo negli altri. Santa Elisabetta ci invita a riscoprire Cristo, ad amarLo, ad avere la fede e così trovare la vera giustizia e l'amore, come pure la gioia che un giorno saremo immersi nell'amore divino, nella gioia dell'eternità con Dio. Grazie.

Fonte: Zenit
Il reliquiario di rame dorato di Santa Elisabetta (1235-49) - Marburgo - Germania

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