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lunedì 28 febbraio 2011

Immutemur habitu: semplice canto polifonico per l'inizio della Quaresima

E' già ora di pensare ai canti di Quaresima, anzi è già tardi! Poichè non c'è solo il Gregoriano, e qualche coro si lamenta perchè non offro attenzioni al canto polifonico, cerco di rimediare.
L'antifona quaresimale che vi segnalo si trova nel Messale all'inizio della distribuizione delle sacre ceneri, sia nella forma antica che in quella moderna del rito romano. Per i cori propongo questo adattamento polifonico semplicissimo, ma assai efficace, opera di José Mauricio Nunes Garcia, compositore settecentesco. Insieme al video musicale, trovate sotto lo spartito con le quattro voci e naturalmente il testo con la traduzione. Tutto il necessario per ottime prove per i cori parrocchiali. 
Il testo dell'antifona, come potete vedere, riassume praticamente tutta la Quaresima: cambiamento di comportamento, simbolizzato dall'uso di cenere e cilicio, digiuno e pianto sui peccati davanti al Signore, perché si riconosce che grande è la misericordia del nostro Dio nel rimettere i peccati.

Immutemur habitu, in cinere et cilicio:
ieiunemus, et ploremus ante Dominum:
quia multum misericors est dimittere peccata nostra Deus noster.
Rinnoviamo la nostra vita, usiamo cenere e cilicio,
digiuniamo e piangiamo davanti al Signore:
perchè il nostro Dio è molto misericordioso nel perdonare i nostri peccati




Scarica qui lo spartito

sabato 26 febbraio 2011

La messa è finita: quando le chiese sconsacrate vengono riutilizzate

A seguito di questo servizio su Repubblica online sulla mostra fotografica "La Messa è finita", ho trovato l'intera collezione di foto a questo link
Si tratta della testimonianza fotografica di una triste ma ben nota realtà: mentre si costruiscono orrendi mostri di cemento armato (chiamandoli impropriamente "chiese"), semplici ma decorosi edifici sacri del passato perdono la loro funzione e vengono adibiti ad altro: quando va bene diventano teatri o sale da convegno, ma anche mediateche o biblioteche. A volte finiscono per esser riutilizzate come ristoranti o addirittura officine meccaniche. Meglio così, ahimè, che veder luoghi cattolici diventare templi di altre religioni. Però rimane sconsolante pensare che dove si riponeva il santissimo Sacramento, ora c'è un registratore di cassa o un palcoscenico al posto dell'altare.

Alla FNAC di Milano (via Torino), dal 23 febbraio al 29 marzo, è allestita una Mostra fotografica di Andrea di Martino che presenta le tante soluzioni italiane di "riciclo" delle chiese dismesse dalla comunità cristiana.

chiesa-teatro

Birrerie, officine, laboratori… Andrea Di Martino racconta le nuove destinazioni d’uso delle chiese sconsacrate in Italia. Con questo lavoro ha vinto l’edizione 2010 del Premio Amilcare G. Ponchielli, creato dal GRIN. Le foto, rigorose e apparentemente semplici, fanno scoprire spesso realtà sorprendenti. «Quello che mi affascina nella fotografia di architettura, spesso statica, inanimata, priva di presenza umana, è la capacità di farmi immaginare la vita», racconta l’autore. «In questo senso le chiese sconsacrate sono per me luoghi molto particolari, hanno un richiamo a più voci: la vita sacra, la rinascita, la vita profana».
chiesa-salotto
chiesa-tavola calda

Che ne pensate del fenomeno "riutilizzo chiese sconsacrate"? Per vedere altre "realizzazioni" cliccate qui.

martedì 22 febbraio 2011

Festa del primato di Pietro

Diceva nel 2009, all'Angelus del 22 febbraio, papa Benedetto XVI:

"...la festa della Cattedra di san Pietro, importante ricorrenza liturgica ... pone in luce il ministero del Successore del Principe degli Apostoli. La Cattedra di Pietro simboleggia l’autorità del Vescovo di Roma, chiamato a svolgere un peculiare servizio nei confronti dell’intero Popolo di Dio. Subito dopo il martirio dei santi Pietro e Paolo, alla Chiesa di Roma venne infatti riconosciuto il ruolo primaziale in tutta la comunità cattolica, ruolo attestato già nel II secolo da sant’Ignazio di Antiochia (Ai Romani, Pref.: Funk, I, 252) e da sant’Ireneo di Lione (Contro le eresie III, 3, 2-3). Questo singolare e specifico ministero del Vescovo di Roma è stato ribadito dal Concilio Vaticano II. "Nella comunione ecclesiastica, - leggiamo nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa - vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni, rimanendo integro il primato della Cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale della carità (cfr S. Ign. Ant., Ad Rom., Pref.), tutela le varietà legittime, e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva" (Lumen gentium, 13).
Cari fratelli e sorelle, questa festa mi offre l’occasione per chiedervi di accompagnarmi con le vostre preghiere, perché possa compiere fedelmente l’alto compito che la Provvidenza divina mi ha affidato quale Successore dell’apostolo Pietro."

Preghiamo, dunque, per il nostro beatissimo Papa Benedetto XVI:

Luteranorum Coetibus! L'ordinariato anglocattolico americano pronto a imbarcare anche gli Anglo-Luterani: L'unità della Chiesa è contagiosa

Una notizia inaspettata e consolante, soprattutto perchè esce in questo giorno dedicato all'unità della Fede significata dalla roccia che è l'apostolo Pietro e i suoi successori. La minuscola comunità ecclesiale americana denominata "Chiesa cattolica anglo-luterana", in pratica una denominazione luterana in terra statunitense, in comunione con alcune chiese anglicane tradizionaliste, ma per il resto indipendente da tutti e da tutto..., è stata accettata per far parte del condendo Ordinariato americano da erigere in conformità alla Costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus. Cinque "vescovi" per cinque parrocchie paiono un po' tanti, ma l'accoglienza cattolica è davvero generosa. Speriamo bene! Ci vuole infatti cautela nell'imbarcare tutte le schegge di chiese e comunità ecclesiali prodottesi dalla frammentazione causata dalla Riforma, anche se non si può certo dire di no a chi desidera l'unità cattolica.

Nel maggio 2009 la Anglo-Lutheran Catholic Church (ALCC) scrisse una lettere al Cardinal Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani. In tale missiva si affermava che la ALCC: “desidera correggere gli errori di padre Martin Lutero, e ritornare all'Una, Santa e Vera Chiesa Cattolica stabilita da Nostro Signore Gesù Cristo per mezzo del beatissimo Pietro”. Quella lettera fu trasmessa per competenza alla Congregazione per la Dottrina della Fede. La Congregazione rispose che si sarebbe data seria attenzione alla richiesta di piena unità lì espressa.
Quando poi papa Benedetto lancio Anglicanorum Coetibus la ALCC, pur contenta per l'offerta fatta ai fratelli anglicani, non pensò di dover rispondere a tale offerta, perchè essendo di origine luterana non pensava fosse un appello a cui poter aderire.
Ma nell'ottobre 2010 una lettera di mons. Ladaria, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, invitata i luterani americani a rivolgersi al delegato papale per l'istituzione dell'Ordinariato anglo-cattolico, al quale - se lo volevano - potevano aderire anche loro.
Con umiltà, la ALCC ha risposto con un sonoro "YES", inviando subito una lettera al Cardinal Wuerl in ottemperanza alle direttive ricevute dalla Cong. per la Dottrina della Fede, dove chiedeva di far parte "di questa meravigliosa riunificazione all'interno del Corpo di Cristo".
Concludeva il comunicato della ALCC:
"E' con grande gioia e profonda gratitudine, quindi, che la Chiesa cattolica anglo-luterana fa conoscere la sua intenzione di entrare dell'Ordinariato americano secondo le disposizioni del Anglicanorum coetibus, e attende di servire con tutti i nostri fratelli e sorelle in Cristo, per annullare la Riforma e ripristinare la visibile e corporativa unità dell'Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa di Cristo".

lunedì 21 febbraio 2011

La TV dei vescovi si converte al Gregoriano... merito di Papa Benedetto.

da Settimo cielo di Sandro Magister
Lo scoop l’ha fatto domenica 20 febbraio il giornale di Cremona, “La Provincia“. In apertura della sua sezione cultura, ha dato per primo la notizia di una nuova trasmissione di TV 2000 che prenderà il via il 12 marzo, vigilia della prima domenica di Quaresima.
L’indizio che ha messo all’erta “La Provincia” è stato il camion-regia che stazionava dalla sera del venerdì accanto a una chiesa del centro storico della città, quella di Sant’Abbondio, la chiesa nella quale fu battezzato un grandissimo cremonese, il musicista Claudio Monteverdi.
Anche questa volta con la musica a far da protagonista, nella città che è patria dei più bravi liutai del mondo, da Stradivari a oggi.
Nella chiesa di Sant’Abbondio, infatti, con la regia di Pina Cataldo, si stavano registrando dei canti in gregoriano per ciascuna domenica della prossima Quaresima. A eseguirli era uno dei cori italiani più affermati nel campo: i Cantori Gregoriani diretti dal maestro Fulvio Rampi, anche lui cremonese.
Questi canti, di sabato in sabato, saranno infatti uno dei momenti forti della nuova trasmissione di TV 2000.
La trasmissione – secondo quanto ha anticipato “La Provincia” – avrà per titolo “La domenica con Benedetto XVI” e si articolerà in tre momenti: arte, parola, musica.
La parola sarà quella di papa Benedetto. Dal suo ricco archivio di splendide omelie saranno ripresi e rilanciati, di sabato in sabato, i brani che più aiuteranno a capire e a gustare le letture della messa del giorno successivo.
L’arte farà invece da “ouverture” alla trasmissione. Ogni volta, il grande storico dell’arte Timothy Verdon mostrerà e illustrerà tre capolavori anch’essi legati ai temi e ai soggetti della messa del giorno dopo, gli stessi messi in luce dal papa.
E infine la musica, a coronamento del tutto. Di ciascuna domenica della prossima Quaresima i Cantori Gregoriani faranno ascoltare l’introito e il “communio”, accompagnati da un commento del maestro Rampi che ne svelerà le meraviglie musicali e liturgiche.
Da Pasqua in avanti, ai Cantori Gregoriani si alternerà anche un secondo coro diretto dal maestro Rampi, il Coro Sicardo (dal nome di una grande vescovo di Cremona del secolo XII), specializzato in canto polifonico, che eseguirà mottetti di Palestrina, Monteverdi e altri grandi autori, anch’essi legati ai testi liturgici di ciascuna domenica.
“La domenica con Benedetto XVI” durerà circa mezz’ora, andrà in onda ogni sabato e coprirà l’intero anno liturgico, senza mai andare in vacanza.
Si annuncia come un pezzo forte del nuovo corso impresso ai programmi di TV 2000 da Dino Boffo, dallo scorso 18 ottobre direttore del palinsesto di questa tv, di proprietà della conferenza episcopale italiana.
TV 2000 è nata sul satellite – e infatti si chiamava fino all’anno scorso SAT 2000 – ma ora è man mano visibile in tutta Italia sul digitale terrestre, al canale 28.
Arte e musica sono due filoni sui quali si sta particolarmente impegnando e

martedì 15 febbraio 2011

Musica di Vivaldi per la Festa della Lingua di Sant'Antonio

Anche Vivaldi, di nome Antonio, devoto del suo Santo onomastico, scrisse nel 1712 un concerto per violino, oboe archi e basso continuo, in onore della festa padovana della Lingua incorrotta di Sant'Antonio, festa che ricorre proprio oggi 15 febbraio.
Commemora il ritrovamento nel 1263, durante la prima ricognizione delle reliquie del Santo di Padova, della lingua di Antonio, ancora vermiglia e intatta. San Bonaventura che presiedeva il rito ne fu stupito e consolato, e riconobbe i meriti della lingua prodigiosa di Antonio.

Ecco, dunque, l'intero Concerto in re maggiore di Vivaldi, RV 212, per la "Solennità della Sacra Lingua di Sant'Antonio".


Il primo e secondo movimento del Concerto, Allegro & Largo, lo trovate qui in un'altra interpretazione

Vedi anche: Canto per la festa della Traslazione delle reliquie di Sant'Antonio

domenica 13 febbraio 2011

Ricordando la visita di Sant'Antonio alla diocesi di Colombo - Sri Lanka

Mentre ci avviciniamo alla festa della Traslazione delle reliquie di Sant'Antonio di Padova (15 febbraio), vi propongo questo video che mostra gli ultimi due giorni dell'epico viaggio delle reliquie del Santo in tutte le diocesi dello Sri Lanka, organizzato dall'attuale Card. di Colombo, Sua Eminenza Mons. Malcom Ranjith. Insieme alle foto che mostrano la devozione del clero e del popolo della capitale srilankese per il Santo padovano, c'è anche come colonna sonora una canzoncina di devozione popolare locale che chiede "Sant'Antonio prega per noi", in lingua singalese.


Nel video successivo vi posto il canto liturgico nazionale dello Sri Lanka in onore del Santo dei Miracoli sant'Antonio: Paduwa Nagaraye. E' cantato anche questo dalla famosa cantante locale Latha Walpola. E' interessante notare che canti e inni cattolici vengono spesso arrangiati in stile Pop e proposti dai cantanti anche nei loro concerti. L'espressione della propria fede nella sfera pubblica è sentita in tutta l'Asia, e in particolar modo nell'isola srilankese, come assolutamente normale e auspicabile, sia che si tratti di buddhismo (prevalente), sia che si tratti di cristianesimo.

mercoledì 9 febbraio 2011

Che fine ha fatto la lingua liturgica dell'Occidente?

Vi riporto senza commento (ma ce ne sarebbero di commenti da fare....) l'articolo del prof. Lang sulla lingua liturgica della Chiesa d'Occidente, che l'autore "osa" inserire nella categoria di "lingua sacra" (mi immagino appena l'orrore dei liturgisti di scuola contemporanea per questa blasfèmia degna di condanna a morte....). Recuperando comunque ovvie e naturali categorie antropologiche, sociologiche oltre che teologiche, il prof. Lang ci offre in condensato una lode del latino liturgico e delle sue virtù (che nessun Concilio ha mai pensato neanche lontanamente di debellare.... ma tant'è siamo arrivati dove siamo arrivati). Speriamo che anche questo semplice, ma incisivo articolo, possa essere un'ennesima goccia che scava la roccia (o meglio il cranio più duro della roccia dei liturgisti difensori strenui della "Sacra e immutabile Tradizione degli ultimi 40 anni"). Interessantissimo il modo con cui il padre Lang smonta, senza nominarle, alcuni dei pretestuosi e sempre ripetuti argomenti contro la reintroduzione del latino nella liturgia. In particolare fa capire, senza dirlo, che dopo anni e anni di memorizzazione dei testi nelle diverse lingue vernacole, non siamo nella condizione del pre-Concilio. Tutti i frequentatori della Messa domenicale sanno benissimo il Gloria, il Credo, il Santo e tutte le risposte e perfino le preghiere eucaristiche nella propria lingua. Non dovrebbero perciò aver alcun problema nel comprendere cosa "si dice" in latino! Tanto più che con un semplice foglietto possono seguire agevolmente, anche se di lingue madri diverse, la stessa liturgia cattolicamente latina.... E così un po' di commento preventivo ce l'ho messo!
Un grazie a Zenit che ci dà l'opportunità di leggere questo bell'articolo.


LA LINGUA DELLA CELEBRAZIONE LITURGICA
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di Padre Uwe Michael Lang. Officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

La lingua non è soltanto uno strumento che serve per comunicare fatti, e deve farlo nel modo più semplice ed efficiente, ma è anche il mezzo per esprimere la nostra mens in un modo che coinvolga tutta la persona. Di conseguenza, la lingua è anche il mezzo in cui si esprimono i pensieri e le esperienze religiosi.
La lingua adoperata nel culto divino, ovvero la “lingua sacra” non si spinge fino alla glossolalia (cf 1Cor 14) o al mistico silenzio, escludendo completamente la comunicazione umana, o almeno tentando di farlo. Tuttavia, si riduce l’elemento della comprensibilità a favore di altri elementi, in particolare quello espressivo. Christine Mohrmann, la grande storica del latino dei cristiani, afferma che la lingua sacra è un modo specifico di “organizzare” l’esperienza religiosa. Infatti, la Mohrmann sostiene che ogni forma di credere nella realtà soprannaturale, nell’esistenza di un essere trascendente, conduce necessariamente all’adozione di una forma di lingua sacra nel culto, mentre un laicismo radicale porta a respingere ogni forma di essa. In tal senso, il Cardinale Albert Malcolm Ranjith ha ricordato in un’intervista: «L’uso di una lingua sacra è tradizione in tutto il mondo. Nell’Induismo la lingua di preghiera è il sanscrito, che non è più in uso. Nel Buddismo si usa il Pali, lingua che oggi solo i monaci buddisti studiano. Nell’Islam si impiega l’arabo del Corano. L’uso di una lingua sacra ci aiuta a vivere la sensazione dell’al-di-là» (La Repubblica, 31 luglio 2008, p. 42).

L’uso di una lingua sacra nella celebrazione liturgica fa parte di ciò che san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae chiama la solemnitas. Il Dottore Angelico insegna: «Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono» (Summa Theologiae III, 64, 2; cf. 83, 4).
La lingua sacra, essendo il mezzo di espressione non solo degli individui, ma di una comunità che segue le sue tradizioni, è conservatrice: mantiene le forme linguistiche arcaiche con tenacia. Inoltre, vengono introdotti in essa elementi esterni, in quanto associazioni ad un’antica tradizione religiosa. Un caso paradigmatico è il vocabolario biblico ebraico nel latino usato dai cristiani (amen, alleluia, osanna ecc.), come ha osservato già sant’Agostino (cf. De doctrina christiana II, 34-35 [11,16]).

Lungo la storia, si è adoperata un’ampia varietà di lingue nel culto cristiano: il greco nella tradizione bizantina; le diverse lingue delle tradizioni orientali, come il siriaco, l’armeno, il georgiano, il copto e l’etiopico; il paleoslavo; il latino del rito romano e degli altri riti occidentali. In tutte queste lingue si trovano forme di stile che le separano dalla lingua “ordinaria” ovvero popolare. Spesso questo distacco è conseguenza degli sviluppi linguistici nel linguaggio comune, che poi non sono stati adottati nella lingua liturgica a causa del suo carattere sacro. Tuttavia, nel caso del latino come lingua della liturgia romana, un certo distacco è esistito sin dall’inizio: i romani non parlavano nello stile del Canone o delle orazioni della Messa. Appena il greco è stato sostituito dal latino nella liturgia romana, è stato creato come mezzo di culto un linguaggio fortemente stilizzato, che un cristiano medio della Roma della tarda antichità avrebbe capito non senza difficoltà. Inoltre, lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. Comunque, grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente.

La distanza fra il latino liturgico e la lingua del popolo divenne maggiore con lo sviluppo delle culture e delle lingue nazionali in Europa, per non menzionare i territori di missione. Questa situazione non favoriva la partecipazione dei fedeli nella liturgia e perciò il Concilio Vaticano II volle estendere l’uso del vernacolo, già introdotto in una certa misura nei decenni precedenti, nella celebrazione dei sacramenti (Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 2). Allo stesso tempo, il Concilio ha sottolineato che «l’uso della lingua latina […] sia conservato nei riti latini» (ibid., art. 36, n. 1; cf. anche art. 54). Comunque, i Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata totalmente sostituita dal vernacolo. La frammentazione linguistica del culto cattolico si è spinta così oltre, che molti fedeli oggi possono a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma e altrove. In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Senz’altro il latino contribuisce al carattere sacro e stabile «che attrae molti all’antico uso», come scrive il Santo Padre Benedetto XVI nella sua Lettera ai Vescovi, in occasione della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007). Con l’uso più ampio della lingua latina, scelta del tutto legittima, ma poco usata, «nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità» (ibid.).

Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacolare, come fa notare con esemplare chiarezza l’Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti sulla traduzione dei libri liturgici Liturgiam authenticam del 2001. Un frutto notevole di questa istruzione è la nuova traduzione inglese del Missale Romanum che verrà introdotta in molti paesi anglofoni nel corso di quest’anno.

martedì 8 febbraio 2011

L'altare, le sue trasformazioni organiche nella storia e la discontinuità degli altari contemporanei

L'agenzia Zenit ci segnala un nuovo intervento di don Enrico Finotti sulla storia e sull'attualità dell'altare cristiano. Molto interessante la seconda parte dell'articolo, dopo l'excursus storico, dove si discute sull'utilizzo, oggi auspicabile, degli altari maggiori monumentali delle nostre belle chiese, rinunciando - mi pare di evincere - a tavolini e mensoline provvisori da oltre 40 anni....


ROMA, lunedì, 7 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine in S. Maria a Rovereto (TN), apparso sulla rivista LITURGIA ‘CULMEN ET FONS’ di dicembre 2010.
* * *
La storia dell’altare cristiano è molto varia e manifesta la ricchezza insondabile del mistero della nostra fede. Ogni epoca presenta caratteristiche proprie e si esprime con genialità, secondo le diverse sottolineature e sensibilità teologiche dell’identico dogma della fede. Possiamo catalogare quattro fasi nello sviluppo dell’altare: l’altare antico, medioevale, barocco e attuale.

L’altare antico col ciborio
Il ciborio conferisce all’altare antico una dignità speciale senza intaccarne la struttura, ma circondandola di venerazione e di solennità. Mediante il ciborio la piccola massa dell’altare si impone nello spazio vasto e solenne della basilica e ne è assicurata la sua centralità. Le sue colonne rimandano all’immagine biblica della “Sapienza che si è costruita la casa e ha intagliato le sue sette colonne…ha preparato il vino e ha imbandito la tavola” (Pr 9, 1-2) e la loro staticità afferma la solidità del mistero dell’Incarnazione. Tutto questo si realizza veramente nel sacro Convito dell’Eucaristia. La sua copertura ispira anche l’epiclesi visiva dello Spirito Santo, che è invocazione sempre presente nel divin Sacrificio e la sua cupola apre sull’orizzonte celeste e sovrasta quell’altare sul quale veramente, in mysterio, il cielo discende sulla terra.

L’altare medioevale col dorsale

 L’erezione del dorsale che si sviluppa dall’epoca gotica fino ai nostri giorni dimostra visivamente la necessità di descrivere con il genio dell’arte le dimensioni del mistero che sull’altare si compie. Sia gli eventi della vita del Signore, come quelle della Madonna e dei Santi non sono che aspetti parziali e applicazioni particolari dell’unico sacrificio di Cristo, che viene attuato sacramentalmente nella celebrazione. La varietà dei temi descritti nelle pale degli altari e nelle monumentali strutture dorsali che si sviluppano e salgono dalla mensa dell’altare sono la proclamazione visiva dei mirabili e molteplici frutti dell’unico Sacrificio di Cristo. Il mistero eucaristico si traduce mediante il genio dell’arte nell’infinito prisma dei Santi, che ne sono i frutti eccelsi e il segno glorioso della sua intima ed inesauribile vitalità. Ciò che l’occidente ha espresso col dorsale dell’altare, l’oriente lo esprime con l’iconostasi. Mentre il primo mostra al popolo le meraviglie della grazia sovrastando il sacerdote nell’atto di compiere il divin sacrificio, l’iconostasi orientale comunica al popolo lo splendore dei misteri e dei santi velando il sacerdote che celebra la divina liturgia. Oriente e occidente quindi si trovano d’accordo nella necessità di educare al mistero con la bellezza dell’arte, che a guisa di viticci nasce dall’altare, lo circonda e lo sovrasta offrendo i tanti capolavori secolari dei nostri altari.


L’altare barocco col tabernacolo
Col Concilio Tridentino il tabernacolo viene permanentemente intronizzato sull’altare e in tal modo si sana la secolare bipolarità tra altare e tabernacolo dei secoli precedenti. Effettivamente il tabernacolo ha il suo luogo proprio sulla mensa dell’altare dove il Sacramento nasce, il Sacrificio è offerto e il Pane santo è donato. Nessun luogo è più consono al tabernacolo che quello dell’altare stesso, che così rimane sempre vivo e ‘acceso’ anche fuori della celebrazione. Niente può conferire maggior dignità ed identità all’altare come il Santissimo Sacramento. Infatti, mentre l’altare rimane pur sempre un simbolo sacro, il Sacramento è la presenza viva e personale di Colui che è realmente e permanentemente ‘altare, vittima e sacerdote’. A livello di principio quindi il legame altare e tabernacolo è indissolubile e ogni separazione è sempre precaria e fonte di possibile squilibrio.

L’altare attuale verso il popolo
L’intento pastorale della recente riforma liturgica ha offerto la possibilità - non l’obbligatorietà - della celebrazione verso il popolo. Essa permette certamente molte opportunità, soprattutto pastorali, e consente di evidenziare aspetti che arricchiscono il modo di celebrare il divin Sacrificio. E’ tuttavia necessario non assolutizzare questa concessione e non indulgere ad un nuovo fissismo su una forma ancora recente in via di valutazione. L’apertura mentale ai secoli della storia liturgica, unita ad una inevitabile indagine teologica, deve rendere disponibile la Chiesa a soluzioni varie e a prospettive di nuove sintesi.
Fino al Vaticano II le diverse tipologie degli altari, espressioni delle diverse epoche storiche, di differenti visioni teologiche, di diverse prestazioni liturgiche e di gusti e tecniche artistiche successive sono vissute insieme in pace. I sacerdoti e i fedeli non avevano difficoltà a riconoscere in forme diverse di altari e in stili differenti l’unico altare cristiano che, dall’origine, cammina nel tempo assumendo il genio dei secoli. Si celebrava con spontaneità e senza percepire difficoltà alcuna sull’altare antico, su quello rinascimentale, su quello barocco e su quello di recente costruzione. Dopo il Vaticano II sembra che quella continuità pacifica e normale si sia interrotta. Tutti gli altari precedenti improvvisamente sono stati congedati come inadatti. Essi certo sono ancora ammirati, ma dichiarati inutilizzabili. Vi è quindi una frattura tra il prima e il dopo, fatto che non si era verificato in passato, ma le forme nuove degli altari non cancellavano le precedenti e con esse convivevano in pace. Ed ecco che nelle nostre chiese storiche dalle più piccole alle grandi basiliche l’altar maggiore di sempre domina sovrano, ma resta muto e spoglio di ogni sua insegna. Osserva dall’alto della sua maestà una struttura debole, spessissimo mobile, di dimensioni ridotte che riceve ormai da anni gli onori liturgici e offre la sua mensa alla celebrazione del gran Sacrificio. Cosa è avvenuto? Come mai questo congedo illimitato di tutti gli altari storici? Saranno licenziati per sempre? Essi ricevono la visita guidata dei turisti, sono fotografati, ammirati, descritti in appositi opuscoli e suscitano tanto stupore, sia nella loro architettura monumentale, come nella preziosità dei loro materiali e nella genialità delle loro sculture e pitture, ma il loro sguardo sembra triste. Essi non sono più l’altar maggiore e non possono più pretendere gli onori liturgici. La loro splendida arte li assicura almeno in ordine alla loro sussistenza. Ma non tutti ebbero tale sorte: alcuni di loro furono mutilati o anche del tutto rimossi. I loro migliori amici sembrano essere proprio fuori della chiesa. Coloro che stanno in chiesa li guardano piuttosto male e se potessero … Ma quelli che in qualche modo li osservano da lontano e li visitano quasi da ospiti, li valutano e sempre più si sono organizzati per evitare la loro estinzione. Perché è successo questo fenomeno? Certamente hanno influito due cause, che se buone nel principio, hanno degenerato in applicazioni estreme: la possibilità di celebrare rivolti al popolo e l’intento pastorale di essere il più possibile vicini all’assemblea. Ed ecco che estremizzando queste indicazioni ci si risolse in modo univoco a celebrare assolutamente, sempre e in ogni chiesa verso il popolo. Inoltre si intese la vicinanza al popolo come una prossimità fisica a tutti gli effetti, ossia la visibilità ottica, che richiede distanza ed è più efficace in ordine alla partecipazione, era ritenuta anticonciliare e ogni maestà doveva essere del tutto rimossa dalla forma dell’altare. Esso doveva assumere la rigorosa ed esclusiva forma di una comune mensa. Sguardo al popolo e vicinanza fisica ad esso intesa in modo plebiscitario non poté che congedare ogni altro altare precedente e renderlo inutilizzabile.

Con questi criteri l’altare con dorsale è del tutto giudicato inabile, ma anche l’antico altare con ciborio può essere lasciato in ombra perché troppo lontano dalla gente.
Ma fissare in modo assoluto e insuperabile i due criteri sopra esposti e dichiararli gratuitamente dettati conciliari è difforme dalla realtà. Né il Concilio ha imposto la celebrazione verso il popolo, né ha dichiarato l’inabilità dgli altari storici, né ha ordinato una vicinanza fisica all’assemblea ottenuta ad ogni prezzo. Si tratta allora di uscire dal pregiudizio così diffuso nel postconcilio e di ripensare ad una opportuna riconciliazione.
Credo che non sia possibile, relegare nell’inutilità e nell’abbandono i grandi altari storici, ma la liturgia stessa ne avrebbe giovamento se, rispettando dovutamente e intelligentemente il genio e la tipologia della diverse chiese si celebrasse in modo diversificato. Allora non vi sarà frattura, ma continuità e, soprattutto, si potrà uscire da quella situazione provvisoria di altari fragili e inadatti, che da decenni ormai occupano le zone presbiterali.
Credo che il messaggio del papa Benedetto XVI nel celebrare sull’altare della cappella Sistina sia su questa linea e intenda suscitare una mentalità al riguardo più equilibrata, possibilista e meno fissista.

giovedì 3 febbraio 2011

Canto per la festa della Traslazione delle reliquie di Sant'Antonio

Come già scrissi in altra occasione (vedi qui), ricordo che il 15 febbraio ricorre la festa "invernale" di Sant'Antonio, la festa della traslazione delle sue reliquie, comunemente conosciuta a Padova come "festa della Lingua" incorrotta del Santo (la "festa esterna" alla Basilica del Santo di Padova, con processione, quest'anno sarà celebrata domenica 20 febbraio).
In occasione della ricorrenza si canta l'antifona, composta - pare - da San Bonaventura, dal titolo "O lingua benedicta".
Ve la propongo secondo l'esecuzione di Giovanni Vianini, che la canta in alternanza con le strofe dell'inno antoniano "En gratulemur hodie", secondo l'uso antico della Basilica del Santo nella processione del Venerdì, in ricordo del Transito di Sant'Antonio:


mercoledì 2 febbraio 2011

L'interpretazione mistica di Sant'Antonio a proposito della festa della Presentazione di Gesù al Tempio

Per meglio meditare sulla festa odierna, che chiude dopo 40 giorni il ciclo natalizio, vi posto un passo dai Sermoni di Sant'Antonio di Padova che commenta la processione con le candele accese e il cantico di Simeone. Il senso che, come di frequente, il santo francescano attribuisce a tutto questo è di carattere penitenziale. Non dimentichiamo che tutta la prima predicazione dei frati Minori era incentrata sulla chiamata alla conversione e alla penitenza. Sant'Antonio non fa eccezione, ma continua - sebbene attraverso un tipo di predicazione allegorica basata sulla Bibbia - il ministero e la diffusione dei contenuti tipici del suo Padre san Francesco.

Oggi i fedeli cristiani portano il fuoco splendente con la candela, la quale è formata di cera e di stoppino. Nella fiammella è simboleggiata la divinità, nella cera l'umanità, nello stoppino l'asprezza della passione del Signore.
Come oggi, la beata Vergine portò e offrì nel tempio il Figlio di Dio e suo, e simbolicamente oggi i fedeli portano e offrono il fuoco, offrendo la candela.
E in questi tre elementi è indicata la vera penitenza: nel fuoco l'ardore della contrizione, che sradica tutte le radici dei vizi; nella cera la confessione del peccato: come fonde la cera di fronte al fuoco (cf. Sal 67,3), così per l'ardore del pentimento fluisce dalla bocca di chi si confessa l'accusa del suo peccato, mentre scorrono le lacrime; nello stoppino l'asprezza dell'espiazione e della riparazione.
In questi tre atti c'è Gesù, cioè la salvezza dell'uomo; e chi li avrà offerti a Dio, potrà dire con il giusto Simeone: "Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele" (Lc 2,29-30).
Nota che in questi quattro versetti vengono indicate le quattro beatitudini del penitente.
La prima beatitudine consiste nel perdono totale dei peccati e nella tranquillità della coscienza: "Lascia che il tuo servo vada in pace".
La seconda beatitudine consiste nella separazione dell'anima dal corpo, quando potrà vedere colui nel quale credette e che desiderò: "perché i miei occhi ha visto la tua salvezza".
La terza beatitudine giungerà nell'esame dell'ultimo giudizio, quando sarà detto: Dategli del frutto delle sue mani e le sue stesse opere lo lodino alle porte dell'eternità (cf. Pro 31,31): "preparata da te davanti a tutti i popoli" (Lc 2,31).
La quarta beatitudine sarà nello splendore della gloria eterna, in cui vedrà faccia a faccia e conoscerà come è conosciuto (cf. 1Cor 13,12): "luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele".
(Sant'Antonio di Padova, Pur. della Beata Vergine Maria - I -, § 9)

martedì 1 febbraio 2011

Ave Verum: canto di comunione per ogni occasione

Ci scrive Guglielmo:
Gentili amici, qualcuno di voi saprebbe consigliarmi qualche inno gregoriano da cantare tutte le domeniche alla comunione? Abbiamo cominciato da poco e abbiamo imparato per ora Adoro te devote e Jesu dulcis memoria. Ora vorremmo arricchire un po' il repertorio.
Vi ringrazio in anticipo.

E noi rispondiamo: MA CERTO!!!

Per prima cosa consigliamo di mettere in repertorio il bellissimo Ave verum Corpus, di cui ora riporto l'esecuzione e lo spartito gregoriano. E' un canto del XVI sec., ma la sua diffusione ubiquitaria ne ha fatto uno dei grandi successi di tutti i tempi. Si tratta di un saluto al vero Corpo di Cristo che ci viene presentato dalla Chiesa.

Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine
Vere passum, immolatum in cruce pro homine,
Cujus latus perforatum unda fluxit et sanguine,
Esto nobis praegustatum in mortis examine.
O Jesu dulcis, O Jesu pie, O Jesu, fili Mariae.

Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine,
che veramente patì e fu immolato sulla croce per l'uomo,
dal cui fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue:
Sii da noi gustato nella prova suprema della morte.
O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria.

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