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martedì 26 aprile 2011

La differenza fra "reato" e "peccato" e il valore dell'intenzione di non peccare per ricevere l'assoluzione

Innanzitutto leggetevi questa storia, riportata da Orazio la Rocca su Repubblica, pregate per la protagonista e per la sua conversione, e per i frati - loro malgrado - sotto i riflettori dei media (e ad essi va tutto il mio appoggio e solidarietà fraterna).
Sembra quasi surreale dover spiegare che chi ha l'intenzione di commettere un peccato e non vuole fermamente evitarlo non può essere assolto in confessione, "semplicemente" perchè non solo non è pentito, ma rimane intenzionato a commettere un peccato. Eppure chissà quante volte un siffatto penitente avrà detto l'atto di dolore rivolto a Dio: Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni di peccato. (Ma dimentico che l'atto di dolore non è più tanto conosciuto e spesso nemmeno richiesto....). Qui pare si corra verso l'occasione di peccato, altro che fuggire!

Comunque sia l'episodio avvenuto nella Chiesa di San Francesco di Treviso e di cui parla perfino Repubblica, oltre che la stampa locale, è un sintomo della confusione morale e religiosa esistente tra gli stessi "praticanti". 
Una donna nubile confessa ad un frate che ha intenzione di sposare un divorziato. Alla domanda ovvia del frate che le chiede di rinunciare a questo proposito contro l'indissolubilità del matrimonio la signorina risponde un chiaro e secco "no". E se ne va inveendo contro la Chiesa retrograda e che "fa schifo", perchè non solo non ammette i divorziati risposati alla comunione ("cosa inconcepibile al giorno d'oggi" - afferma la signorina), ma addirittura giudica le intenzioni. E mentre ammette omicidi e mafiosi alla confessione e all'assoluzione, rifiuta già i sacramenti a chi "solo" esprime l'intenzione di sposare un divorziato.

La coscienza di questa penitente non distingue prima di tutto fra: A) peccato commesso e B) peccato che si può e si deve evitare. Secondariamente non distingue tra: A) peccatore pentito del male fatto e che non può riparare del tutto (pensiamo ad un omicida che non può risuscitare il morto, ma ha comunque bisogno del sacramento) e B) "giusto" che vuole peccare deliberatamente (e quindi, per logica, non solo non è pentito, ma vuole commettere un peccato, nonostante sappia che è peccato).
Anzi, direi di più, lo sfogo della signorina in questione mostra come non si comprenda in radice la differenza tra reato e peccato. Il reato deve ovviamente essere consumato per poter esser poi sanzionato, ma il peccato è commesso già con l'intenzione di farlo e con il non voler cambiarla. E quindi perseverando in una situazione di peccato non si può essere assolti. Nel caso in esame, tra l'altro, il confessore cercava di dissuadere la "penitente" (in-penitente) a non commettere adulterio. Ma essa perseverando nella sua decisione legava le mani al confessore, che avrebbe fatto malissimo ad agire diversamente.
Noi, poi, non sappiamo cosa abbia detto o abbia saputo in più il confessore, il quale essendo tenuto al sigillo sacramentale non ha parlato direttamente, ma attraverso il suo superiore e in linea generica, cioè su quanto già di pubblico dominio per via delle esternazioni della signorina. Ricordiamo, infatti, che un confessore non può e non deve difendersi da accuse del genere se non ricordando ciò che dice la Chiesa e senza mai scendere nei particolari del caso che non deve per nessuna ragione rivelare.
Per questo, ancora di più, approvo l'attento operato del superiore p. Marco e la discrezione dei Frati di Treviso, e mi rattristo di questa spettacolarizzazione di un singolo caso. Speriamo solo che tutto questo clamore faccia riflettere la "nubenda", la faccia desistere e tornare alla santa Madre Chiesa, che non giudica nessuno, ma non può permettere che una sua figlia cada nel peccato senza cercare in ogni modo di fermarla.

lunedì 25 aprile 2011

Messa solenne di Pasqua - lo splendore della forma ordinaria alla Basilica di sant'Antonio

Un assaggio della messa solenne pasquale celebrata ieri, presso la Pontificia Basilica di S. Antonio in Padova, presieduta - come tradizione - dal M. Rev. Padre Provinciale dei Minori Conventuali e accompagnata dal canto della Cappella Musicale. Raramente posto liturgie "della casa", ma penso che sarebbero educative. Dobbiamo dirlo con chiarezza: non c'è solo la messa antica che richiama folle di fedeli, come pare dai racconti di certi siti un po' troppo "dedicati". A volte però, sull'altro lato della barricata, si sente dire che l'eccessiva lunghezza della liturgia, il canto "incomprensibile" della polifonia, o la solennità delle messe cantate allontanerebbero i cristiani dalla Chiesa e dal suo culto. L'esperienza della nostra Basilica dice il contrario. La forma ordinaria del Rito Romano fatta come si deve, e con la dovuta solennità nelle feste maggiori, edifica il popolo di Dio e richiama chi desidera onorare Dio con ciò che c'è di più bello e armonioso. Non contrapponiamo, ma uniamo, traendo dal tesoro della Chiesa, come il saggio scriba, "cose vecchie e cose nuove".

domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua con il tropario pasquale bizantino

“Χριστὸς ἀνέστη ἐκ νεκρῶν θανάτῳ θάνατον πατήσας,
καὶ τοῖς ἐν τοῖς μνήμασι ζωὴν χαρισάμενος”.


Christus resurrexit a mortuis, Morte mortem calcavit,
et entibus in sepulchris Vitam donavit.



Cristo è risorto dai morti, calpestando con la sua morte la Morte. E a quanti erano nel sepolcro ha donato la vita.


Questo è il tropario della Pasqua, il ritornello innico pasquale che accompagna la Veglia e il tempo pasquale nelle Chiese bizantine: un concentrato potentissimo di teologia della risurrezione, in cui sentiamo risuonare le voci dei santi Padri orientali con tutta la loro fede nel risorto e negli effetti della risurrezione.

sabato 23 aprile 2011

La Pasqua di Cristo e gli auguri del Dottore Evangelico

Dice così Sant'Antonio, nel suo sermone per la Risurrezione del Signore (§ 16), abbracciando insieme il Sabato santo e l'alba della Pasqua e l'incontro definitivo con Cristo nella Pasqua eterna:

Orsù dunque, carissimi fratelli, che siete qui riuniti per festeggiare la Pasqua di Risurrezione, io vi supplico di comperare con il denaro della buona volontà, insieme alle pie donne, gli aromi delle virtù, con i quali possiate ungere le membra di Cristo con l'amabilità della parola e con il profumo del buon esempio; vi supplico, pensando alla vostra morte, di venire e di entrare nel sepolcro della celeste contemplazione, nella quale vedrete l'angelo dell'Eterno Consiglio, il Figlio di Dio, assiso alla destra del Padre. Egli nella risurrezione finale, quando verrà a giudicare il mondo nel fuoco, si svelerà a voi, non dico dieci volte, ma per sempre: in eterno e nei secoli dei secoli lo vedrete come egli è, con lui godrete, con lui regnerete.
Si degni di concederci tutto questo colui che è risorto da morte: a lui sia onore e gloria, dominio e potestà nei cieli e sulla terra per i secoli eterni.
E ogni fedele, in questo giorno di letizia pasquale, esclami: Amen, alleluia!

venerdì 22 aprile 2011

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi

V) Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R) Quia per sanctam crucem et mortem tuam redemisti mundum.

Oremus — Respice, quaesumus, Domine, super hanc familiam tuam pro qua Dominus noster Jesus Christus non dubitavit manibus tradi nocentium et crucis subire tormentum. Qui tecum vivit et regnat in saecula saeculorum. Amen.

Preghiamo
Guarda con amore, Padre, questa tua famiglia, per la quale il Signore nostro Gesù Cristo non esitò a consegnarsi nelle mani dei nemici e a subire il supplizio della croce. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Preghiamo ascoltando l'inno Siro-malankarese per l'adorazione della Croce:



Ci prostriamo davanti alla tua Croce, per mezzo della quale
abbiamo ricevuto la salvezza per le nostre anime 
e con il buon ladrone esclamiamo:
"O Messia, ricordati di noi quando entrerai nel tuo Regno".

Il mistero della Redenzione spiegato ai semplici da sant'Antonio di Padova

Il Santo predicatore francescano Antonio di Padova racconta e interpreta la storia che qui vi riporto. Sintetizza con una similitudine l'incarnazione, la passione, la morte, la risurrezione e l'ascensione al cielo di Gesù, mostrandone il dramma, i sentimenti e gli effetti.
Un consiglio ai sacerdoti predicatori: prendiamo esempio dai santi del passato e dal loro strabiliante successo. Parliamo con semplicità e con immagini, ma parliamo delle cose che contano. Non usate paroloni che risultano astratti e aridi come Kenosi, Kerigma, o anche Redenzione, Espiazione.... Comunicate però il contenuto salvifico della storia di Gesù. Fatelo vedere.

Il Signore e il suo anello
...Si legge che un re aveva un anello d'oro, ornato di una gemma preziosa. L'anello, che gli era molto caro, gli si sfilò dal dito e cadde in una cloaca, per cui ne ebbe un grande dispiacere. Non trovando nessuno che fosse in grado di ricuperare l'anello, deposte le vesti della sua regale dignità, vestito di sacco si calò nella cloaca, cercò a lungo l'anello, e finalmente lo trovò: trovatolo, pieno di gioia lo riportò con sé nella reggia.
Quel re è figura del Figlio di Dio; l'anello rappresenta il genere umano; la gemma preziosa incastonata nell'anello è l'anima dell'uomo. Questi dal gaudio del paradiso terrestre, quasi sfilandosi dal dito di Dio, cadde nella cloaca dell'inferno; il Figlio di Dio ebbe grande dispiacere di questa perdita. 
Egli cercò tra gli angeli e tra gli uomini qualcuno che ricuperasse l'anello, ma non trovò nessuno, perché nessuno era in grado di farlo. 
Allora depose le sue vesti, annientò se stesso, indossò il sacco della nostra miseria, cercò l'anello per trentatré anni, e alla fine discese agli inferi e lì trovò Adamo con tutta la sua posterità: pieno di letizia prese tutti con sé e li riportò all'eterna felicità. 
(Antonio di Padova, Sermoni, In Coena Dom., §3)

giovedì 21 aprile 2011

L'omelia di Benedetto XVI per il Giovedì Santo nella Cena del Signore. Video e testo

Per chi si fosse perso questa "perla" omiletica del nostro Santo Padre, ecco il video e, sotto, il link al testo completo del Papa.


Ecco qui il testo completo dell'omelia, dal blog su Il magistero di Benedetto XVI

Cito solo un passaggio da meditare:
Dalle parabole di Gesù sui banchetti sappiamo che Egli conosce la realtà dei posti rimasti vuoti, la risposta negativa, il disinteresse per Lui e per la sua vicinanza. I posti vuoti al banchetto nuziale del Signore, con o senza scuse, sono per noi, ormai da tempo, non una parabola, bensì una realtà presente, proprio in quei Paesi ai quali Egli aveva manifestato la sua vicinanza particolare. Gesù sapeva anche di ospiti che sarebbero sì venuti, ma senza essere vestiti in modo nuziale – senza gioia per la sua vicinanza, seguendo solo un’abitudine, e con tutt’altro orientamento della loro vita. San Gregorio Magno, in una delle sue omelie, si domandava: Che genere di persone sono quelle che vengono senza abito nuziale? In che cosa consiste questo abito e come lo si acquista? La sua risposta è: Quelli che sono stati chiamati e vengono hanno in qualche modo fede. È la fede che apre loro la porta. Ma manca loro l’abito nuziale dell’amore. Chi vive la fede non come amore non è preparato per le nozze e viene mandato fuori. La comunione eucaristica richiede la fede, ma la fede richiede l’amore, altrimenti è morta anche come fede.

Il Papa illustra il mistero del Getsemani: le due volontà di Cristo e la sua umana obbedienza

Al cuore della catechesi di mercoledì scorso (20 aprile) papa Benedetto ha voluto soffermarsi ampiamente su un particolare del mistero celebrato nel Giovedì Santo. Ha commentato e illustrato in maniera approfondita l'agonia di Gesù al Getsemani, parlando delle due volontà, umana e divina, in Cristo e dell'obbedienza umana che Gesù volontariamente sceglie, nonostante l'orrore della morte e della sofferenza. Si tratta, cioè, di una meditazione che scaturisce dal dogma "ditelita", ovvero quello che riconosce in Cristo due distinte volontà, procedenti dalle sue due nature, benché in lui unica sia la Persona, ovvero quella del Verbo eterno (vedi: monotelismo).
Il Terzo Concilio di Costantinopoli (680-681), sesto tra quelli ecumenici, stabilì che:
In Cristo "vi sono due volontà naturali e due operazioni naturali, indivisibilmente, immutabilmente, inseparabilmente e senza confusione, secondo l'insegnamento dei santi padri. I due voleri naturali non sono, come dicono gli empi eretici, in contrasto fra loro, tutt'altro. Ma il volere umano è subordinato, non si oppone nè resiste, si sottopone, invece, al volere divino e onnipotente".

La risposta di Papa Onorio I alle domande del monotelita Sergio, patriarca di Costantinopoli, era questa:
"Confessiamo una sola volontà di nostro Signore Gesù Cristo, unico agente della Divinità e dell’umanità, perché in lui non era volontà alcuna della carne, né ripugnante al volere divino. Se a causa delle opere della Divinità e dell’umanità si debbano dire o intendere una o due operazioni, non è di nostra incombenza e la lasciamo ai grammatici; piuttosto bisogna abbandonare le innovazioni nelle parole che possono dare scandalo e specialmente non parlare di una o due operazioni".
Tale affermazione fu condannata come eretica, perchè tacciata di sostenere tesi contrarie al ditelismo di forma calcedonese. Onorio rimane così l'unico dei vescovi di Roma ad esser stato condannato come eretico ad un concilio ecumenico (celebrato comunque una quarantina d'anni dopo la sua morte!). Tuttavia - si sostiene giustamente - Onorio non sarebbe stato condannato in quanto Papa che parla ex cathedra, cioè maestro che insegna la fede, ma in quanto dottore privato che esponeva il suo pensiero, in questo caso in disaccordo con la dottrina della Chiesa (che, peraltro, non intendeva affatto autoritativamente esprimere o definire). Ciò è dimostrato dagli atti stessi del Concilio di Costantinopoli III, che ribadiscono l'autorità apostolica della Chiesa di Roma "che no è mai caduta in errore". Comunque sia, non è chiaro dalla famosa risposta di Onorio se lui intendesse dire che non c'erano in Cristo due volontà distinte tra loro (l'umana e la divina) o piuttosto - come pare più probabile - che non ci sono due volontà in contrasto tra loro, ma che l'umana è perfettamente allineata e consenziente alla volontà divina.

Rileggiamo, ora, la catechesi del Santo Padre, la quale risplende non solo di ortodossia, ma di fine intuito spirituale ed è ricca per la meditazione di questa giornata:

...Il Giovedì Santo, infine, si chiude con l’Adorazione eucaristica, nel ricordo dell’agonia del Signore nell’orto del Getsemani. Lasciato il cenacolo, Egli si ritirò a pregare, da solo, al cospetto del Padre. In quel momento di comunione profonda, i Vangeli raccontano che Gesù sperimentò una grande angoscia, una sofferenza tale da fargli sudare sangue (cfr Mt 26,38).

Nella consapevolezza della sua imminente morte in croce, Egli sente una grande angoscia e la vicinanza della morte. In questa situazione, appare anche un elemento di grande importanza per tutta la Chiesa. Gesù dice ai suoi: rimanete qui e vigilate; e questo appello alla vigilanza concerne proprio questo momento di angoscia, di minaccia, nella quale arriverà il proditore [traditore], ma concerne tutta la storia della Chiesa.

E' un messaggio permanente per tutti i tempi, perché la sonnolenza dei discepoli era non solo il problema di quel momento, ma è il problema di tutta la storia. La questione è in che cosa consiste questa sonnolenza, in che cosa consisterebbe la vigilanza alla quale il Signore ci invita. Direi che la sonnolenza dei discepoli lungo la storia è una certa insensibiltà dell'anima per il potere del male, un’insensibilità per tutto il male del mondo.

Noi non vogliamo lasciarci turbare troppo da queste cose, vogliamo dimenticarle: pensiamo che forse non sarà così grave, e dimentichiamo. E non è soltanto insensibilità per il male, mentre dovremmo vegliare per fare il bene, per lottare per la forza del bene. È insensibilità per Dio: questa è la nostra vera sonnolenza; questa insensibilità per la presenza di Dio che ci rende insensibili anche per il male. Non sentiamo Dio - ci disturberebbe - e così non sentiamo, naturalmente, anche la forza del male e rimaniamo sulla strada della nostra comodità.

L'adorazione notturna del Giovedì Santo, l'essere vigili col Signore, dovrebbe essere proprio il momento per farci riflettere sulla sonnolenza dei discepoli, dei difensori di Gesù, degli apostoli, di noi, che non vediamo, non vogliamo vedere tutta la forza del male, e che non vogliamo entrare nella sua passione per il bene, per la presenza di Dio nel mondo, per l'amore del prossimo e di Dio.

Poi, il Signore comincia a pregare. I tre apostoli - Pietro, Giacomo, Giovanni - dormono, ma qualche volta si svegliano e sentono il ritornello di questa preghiera del Signore: “Non la mia volontà, ma la tua sia realizzata”.

Che cos'è questa mia volontà, che cos'è questa tua volontà, di cui parla il Signore? La mia volontà è “che non dovrebbe morire”, che gli sia risparmiato questo calice della sofferenza: è la volontà umana, della natura umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo essere, la vita, l'abisso della morte, il terrore del nulla, questa minaccia della sofferenza.

E Lui più di noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la morte, questa paura naturale della morte, ancora più di noi, sente l'abisso del male. Sente, con la morte, anche tutta la sofferenza dell'umanità. Sente che tutto questo è il calice che deve bere, deve far bere a se stesso, accettare il male del mondo, tutto ciò che è terribile, l’avversione contro Dio, tutto il peccato. E possiamo capire come Gesù, con la sua anima umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla volontà del Padre, che è anche la vera volontà del Figlio.

E così Gesù trasforma, in questa preghiera, l’avversione naturale, l’avversione contro il calice, contro la sua missione di morire per noi; trasforma questa sua volontà naturale in volontà di Dio, in un “sì” alla volontà di Dio. L'uomo di per sé è tentato di opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è autonomo; oppone la propria autonomia contro l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è tutto il dramma dell'umanità.

Ma in verità questa autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità e nell'amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà, che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l'autonomia, tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di Dio. Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra avversione contro la volontà di Dio e la nostra avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con la volontà del Padre: “Non la mia volontà ma la tua”. In questa trasformazione del “no” in “sì”, in questo inserimento della volontà creaturale nella volontà del Padre, Egli trasforma l'umanità e ci redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del Figlio. La mia volontà c'è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa è la verità e l'amore.

Un ulteriore elemento di questa preghiera mi sembra importante. I tre testimoni hanno conservato - come appare nella Sacra Scrittura - la parola ebraica o aramaica con la quale il Signore ha parlato al Padre, lo ha chiamato: “Abbà”, padre. Ma questa formula, “Abbà”, è una forma familiare del termine padre, una forma che si usa solo in famiglia, che non si è mai usata nei confronti di Dio. Qui vediamo nell'intimo di Gesù come parla in famiglia, parla veramente come Figlio col Padre. Vediamo il mistero trinitario: il Figlio che parla col Padre e redime l'umanità.

Ancora un’osservazione. La Lettera agli Ebrei ci ha dato una profonda interpretazione di questa preghiera del Signore, di questo dramma del Getsemani. Dice: queste lacrime di Gesù, questa preghiera, queste grida di Gesù, questa angoscia, tutto questo non è semplicemente una concessione alla debolezza della carne, come si potrebbe dire. Proprio così realizza l'incarico del Sommo Sacerdote, perché il Sommo Sacerdote deve portare l'essere umano, con tutti i suoi problemi e le sofferenze, all'altezza di Dio. E la Lettera agli Ebrei dice: con tutte queste grida, lacrime, sofferenze, preghiere, il Signore ha portato la nostra realtà a Dio (cfr Eb 5,7ss). E usa questa parola greca “prosferein”, che è il termine tecnico per quanto deve fare il Sommo Sacerdote per offrire, per portare in alto le sue mani.

Proprio in questo dramma del Getsemani, dove sembra che la forza di Dio non sia più presente, Gesù realizza la funzione del Sommo Sacerdote. E dice inoltre che in questo atto di obbedienza, cioè di conformazione della volontà naturale umana alla volontà di Dio, viene perfezionato come sacerdote. E usa di nuovo la parola tecnica per ordinare sacerdote. Proprio così diventa realmente il Sommo Sacerdote dell'umanità e apre così il cielo e la porta alla risurrezione.

Se riflettiamo su questo dramma del Getsemani, possiamo anche vedere il grande contrasto tra Gesù con la sua angoscia, con la sua sofferenza, in confronto con il grande filosofo Socrate, che rimane pacifico, senza perturbazione davanti alla morte. E sembra questo l'ideale. Possiamo ammirare questo filosofo, ma la missione di Gesù era un'altra. La sua missione non era questa totale indifferenza e libertà; la sua missione era portare in sé tutta la nostra sofferenza, tutto il dramma umano. E perciò proprio questa umiliazione del Getsemani è essenziale per la missione dell'Uomo-Dio. Egli porta in sé la nostra sofferenza, la nostra povertà, e la trasforma secondo la volontà di Dio. E così apre le porte del cielo, apre il cielo: questa tenda del Santissimo, che finora l’uomo ha chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e obbedienza....

Il testo completo della Catechesi di Benedetto XVI, con video integrale, è reperibile qui: http://benedictxvi.tv/site/2011/04/20/general-audience/


Qui sotto un estratto:

mercoledì 20 aprile 2011

I lamenti del Signore sulla Croce: residui arcaici in greco nella liturgia latina

Gli Improperia sono versetti cantati antifonicamente e responsorialmente durante l'adorazione della Croce del Venerdì santo.
Il testo, di reminescenza biblica, benchè forse derivato anche da contaminazioni con l'apocrifa Apocalisse di Esdra, immagina i "rimproveri" che Gesù rivolge agli ebrei dalla croce. Di fatto parte di questi sovrappongono le parole di Cristo a quelli di Dio stesso quando ricorda agli ebrei la salvezza concessa attraverso Mosé.
Il rito è antichissimo, già testimoniato a Gerusalemme nel III sec. (descritto dalla pellegrina  Eteria) fu accolto anche in Occidente verso il VI secolo.
La prima parte, delle due sezioni in cui si divide, prevede tre improperia (destinate ai solisti del coro):

[1] Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi! — Quia eduxi te de terra Aegypti: parasti Crucem Salvatori tuo. Popolo mio, che ti ho fatto? In cosa ti ho contrariato? Rispondimi. (Cf. Mi 6,3) — Ti ho liberato dall'Egitto e tu prepari la croce per il tuo salvatore? (Cf. Mi 6,4)

[2] Quia eduxi te per desertum quadraginta annis, et manna cibavi te, et introduxi in terram satis optimam: parasti Crucem Salvatori tuo. Ti ho condotto quarant'anni attraverso il deserto, ti ho cibato con la manna, ti ho portato in una terra rigogliosa e tu prepari la croce per il tuo salvatore? (Cf. Dt 8,2-3.7)

[3] Quid ultra debui facere tibi, et non feci? Ego quidem plantavi te vineam meam speciosissimam: et tu facta es mihi nimis amara: aceto namque sitim meam potasti: et lancea perforasti latus Salvatori tuo. Cos'altro dovrei fare che non ho fatto? (Cf. Is 5,4) Ho piantato per te la mia florida vigna e tu ti sei comportato in modo così amaro: hai dato aceto per dissetar la mia sete e hai aperto il fianco con una lancia al tuo salvatore. (Sal 69,22).

Ad ogni strofa risponde il primo coro con il Trisaghion greco (da hagios, santo) a cui replica l'altro coro con la traduzione latina. In tutta la liturgia romana si trova unicamente in questo testo e in questo giorno dell'anno il canto - comunissimo tra gli orientali - dell'inno in onore del "tre volte Santo": Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi!

Hagios o Theos – Sanctus Deus
Hagios Ischyros – Sanctus Fortis
Hagios Athanatos, eleison hymas – Sanctus Immortalis, miserere nobis.



Lo stesso canto eseguito da un coro femminile italiano

Lo spartito dal Graduale Triplex:


























Fonte: www.examenapium.it

martedì 19 aprile 2011

I libretti delle celebrazioni pasquali del Papa: punti di riferimento per le nostre liturgie

E' ovvio che le liturgie di una piccola parrocchia di quartiere non possano (e non debbano) essere solenni o ricercate come le celebrazioni papali in San Pietro. Ma questo non significa che queste ultime non siano punti di riferimento, obiettivi trainanti che si pongono come modelli ed esempi. La nobile semplicità, non finiremo mai di ripeterlo, non significa sciatteria; e - soprattutto - niente e nessuno può esimere dall'utilizzare i testi liturgici prescritti, sia per quanto riguarda le preghiere sacerdotali, sia per quanto riguarda i canti (a meno che non si debba ricorrere come ultima spiaggia ad un "altro canto adatto e approvato").
Vi segnalo pertanto i libretti delle celebrazioni del Sommo Pontefice approntati per le imminenti feste pasquali:

Messa del Crisma


Messa in Cena Domini, 21 aprile


Celebrazione della Passione del Signore, Venerdì santo, 22 aprile


Veglia Pasquale, 23 aprile


Santa Messa del giorno di Pasqua, 24 aprile

Desidero far notare solo un paio di cose per quanto riguarda la liturgia del Venerdì Santo.
1) Qualcuno si è stupito di vedere che dopo la prima lettura e dopo l'epistola siano presenti il Tractus e il Graduale, al posto dell'ormai onnipresente "Salmo responsoriale" e "acclamazione al Vangelo". Ma non è affatto strano: la riforma liturgica non ha eliminato nè l'uomo nè l'altro. Ha introdotto ANCHE il salmo in forma responsoriale, intendendolo come "oppure", non come modalità esclusiva di canto interlezionale. I libri liturgici, anche il popolare "Messale Gregoriano", presentano l'opzione operata da Guido Marini per la liturgia papale come la prima scelta. E di certo il "Christus factus est" è da tempi immemorabili il canto di risposta all'epistola del giorno e insieme preparazione all'ascolto della Passione del Signore.

2) Il rito dello svelamento della Croce. Il triplice canto che accompagna l'ostensione del sacro legno è stato diviso tra il Papa che lo intona e il cantore che lo compie. Richiede un certo fiato e giustamente si vuole risparmiare al Papa uno sforzo e una intonazione protratta che, anche in ragione della sua età, non è proprio agevole, ma insieme non si vuole rinunciare a questo bellissimo e struggente invitatorio gregoriano. La risposta è fatta dalla Schola (a cui si possono unire i fedeli che conoscono il canto). Per richiamare a momento di adorazione, il diacono inviterà i presenti ad inginocchiarsi, a sostare e in preghiera e poi a rialzarsi, per tre volte, dopo ogni scoprimento e ostensione della croce. Perciò canterà ogni volta il "flectamus genua - levate".
Nulla vieta che in ogni celebrazione parrocchiale - con o senza canto - si inviti il popolo ad inginocchiarsi subito dopo lo scoprimento della croce: troppo spesso si corre subito al bacio e si trascura la lenta processione con cui la croce è portata all'altare, mostrata e venerata lungo la navata della chiesa.



domenica 17 aprile 2011

Che la Forza (di Dio) sia con te!

Oggi Papa Benedetto, nella sua predica memorabile della Domenica delle Palme, ha illustrato una delle metafore più belle, e a mio avviso una delle più utili, per la comprensione della "lotta spirituale" tra bene e male nel cuore di ogni persona. Così la sintetizzava un articolo del SIR (se volete leggere l'intera omelia, andate qui):

“I Padri – ha ricordato il Pontefice – hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato, c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto”. L’uomo “si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà”. Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, “il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo ‘cuore’ deve essere elevato”, ma da soli “siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio”. Anzi, “proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente”. Secondo Benedetto XVI, “le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità” soltanto se “siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore”.

L'epica battaglia tra le forze può anche essere descritta con piccole variazioni su tema, offerteci dalla scoperta delle forze della natura: il peccato originale è il peso che tira in basso, la grazia di Dio potremmo dire che è una forza magnetica che attira il "grave", la palla metallica che tende a cadere, e lo attira proprio perchè è metallica! Ma come sottolinea bene il Papa, non basta la grazia, se non c'è la nostra libera adesione (risposta d'amore e di volontà).

Tutto questo parlare di forze (positive e negative) che lottano per il controllo dell'uomo, non può non far pensare alla saga della Forza per eccellenza, Star Wars, Guerre stellari. Il suo successo enorme di tale saga è ovviamente dato, in buona parte, dall'aver utilizzato sapientemente gli archetipi umani e le strutture del racconto che già erano ben conosciute dagli autori biblici e dagli antichi scrittori (i quali ben conoscevano ed erano maestri nell'uso del simbolo, della metafora e anche del paradosso). Forse un po' di metafore, come mostra il Papa con le forze dei differenti campi gravitazionali che attirano il cuore umano, farebbe bene anche alle prediche dei sacerdoti, troppo spesso accusate a ragione di essere "astratte" e incapaci di "illustrare" la realtà spirituale che desiderano (anche con buona volontà) comunicare.
Giusto per sorridire: Papa Benedetto nei panni del saggio maestro Yoda



sabato 16 aprile 2011

Chiara d'Assisi, madre di tutti i figli e le figlie di San Francesco: 800 anni fa iniziava la sua vita religiosa

Domenica delle Palme 1211, Assisi, notte fonda, la giovane Chiara esce dalla "porta dei morti" del nobile palazzo di famiglia per correre alla chiesetta della Porziuncola, dove il Serafico Padre Francesco la consacra a Dio, tagliandole i capelli. Nasce in quel momento la famiglia femminile del francescanesimo, e Chiara diventerà per tutti, frati, suore e laici, la "Madre" accanto al "Padre".

Domenica delle Palme 2011: da questa sera, tutti i figli e le figlie di Francesco e Chiara ricordano l'anno centenario della scelta coraggiosa e controcorrente della ragazza di Assisi, che si fece povera e reclusa per essere sposa di Cristo e madre di innumerevoli sante vergini.

Avevo preparato un post già l'anno scorso con testi e video su questo snodo fondamentale della Storia francescana. Lo trovate a questo collegamento dove potete leggere il Capitolo IV della Legenda di Santa Chiara in cui troviamo il resoconto dell'avvenimento.

Vi posto qui tutto il programma degli eventi di questo 8° Centenario in onore di Madre Chiara:

Scarica qui il PDF con il programma annuale delle Celebrazioni del Centenario clariano

Infine, una "video-ispirazione" con la bella canzone di Santa Chiara dal Musical "Forza Venite Gente", accompagnata da foto dei luoghi cari all'iniziatrice delle Povere Dame:

Il papa nomina il vescovo di Vicenza, e manda un segnale indiretto per Milano

La nomina di Mons. Beniamino Pizziol a Vescovo di Vicenza, oltre ad essere graditissima all'intera regione ecclesiastica triveneta, manda un segnale indiretto anche sulla scelta del futuro arcivescovo di Milano. Visto che il prescelto per la diocesi Berica era - nientemeno - che ausiliare di Venezia, oltre ad essere vicario generale, pare ora davvero difficile che il Papa, nel giro di poche settimane, chieda anche al Cardinale Patriarca Angelo Scola di trasferirsi a Milano - come ancora spesso si continua a vociferare. Decapitare la diocesi della Laguna, privandola in un colpo di tutti i suoi pastori, e proprio nell'imminenza del Convegno ecclesiale dell'anno prossimo, mi parrebbe una scelta alquanto improbabile. Per questo motivo non esito a dire che - secondo il buon senso - la nomina di Pizziol dovrebbe definitivamente chiudere le porte alle chiacchiere su Scola a Milano.
cattedrale di Vicenza

NOMINA DEL VESCOVO DI VICENZA (ITALIA)
Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Vescovo di Vicenza (Italia) S.E. Mons. Beniamino Pizziol, finora Vescovo titolare di Cittanova e Ausiliare di Venezia.

S.E. Mons. Beniamino Pizziol è nato a Ca’ Vio-Treporti, patriarcato e provincia di Venezia, il 15 giugno 1947.
Ha percorso l’itinerario formativo nel Seminario Minore e Maggiore di Venezia fino all’ordinazione sacerdotale, ricevuta il 3 dicembre 1972 dall’allora Patriarca di Venezia, il Cardinale Albino Luciani.
Da giovane chierico, ha ottenuto dal Cardinale Patriarca il permesso di svolgere un’attività lavorativa per breve periodo.
Ha frequentato i corsi di Liturgia Pastorale presso l’Istituto Santa Giustina di Padova.
Dal 1972 al 1987, è stato Vicario Parrocchiale. Dal 1987 al 2002, è stato Parroco di San Trovaso in Venezia e Incaricato della Pastorale Universitaria. Dal 1996 al 2002, è stato Assistente dell’AIMC e della FUCI. Dal 1997 al 2002, ha svolto l’incarico di Pro Vicario Foraneo. Dal 1999 al 2002, è stato Membro del Collegio dei Consultori.
Dal 2002, è Vicario Generale di Venezia e Canonico Onorario di San Marco e dal 2007 Moderatore della curia patriarcale.
Eletto alla Chiesa titolare di Cittanova e nominato Ausiliare di Venezia il 15 gennaio 2008, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 24 febbraio successivo.

martedì 12 aprile 2011

Orazione colletta per il Beato Papa Giovanni Paolo II


Mi unisco al compiacimento di padre Scalese per la felice formulazione della colletta in onore dell'imminente beato Giovanni Paolo II. Eccola qui:

«Deus, dives in misericórdia,
qui beátum Ioánnem Paulum, papam,
univérsæ Ecclésiæ tuæ præésse voluísti,
præsta, quǽsumus, ut, eius institútis edócti,
corda nostra salutíferæ grátiæ Christi,
uníus redemptóris hóminis, fidénter aperiámus».

Ed ecco la traduzione ufficiale:

«O Dio, ricco di misericordia,
che hai chiamato il beato Giovanni Paolo II, papa,
a guidare l’intera tua Chiesa,
concedi a noi, forti del suo insegnamento,
di aprire con fiducia i nostri cuori
alla grazia salvifica di Cristo,
unico Redentore dell’uomo».

Così commenta il blogger di "Senza peli sulla lingua"
In questa orazione c’è il Giovanni Paolo II migliore, quello dell’«Aprite le porte a Cristo!» e quello delle sue prime encicliche (Redemptor hominis e Dives in misericordia); c’è il Giovanni Paolo II che ha diffuso nella Chiesa la devozione alla divina misericordia (a mio parere, il suo merito piú grande) e quello che, con il Grande Giubileo del 2000 e la dichiarazione Dominus Iesus, ha riaffermato l’unicità di Cristo Salvatore. Nessun cenno al dialogo interreligioso e allo “spirito di Assisi”. Ciò dimostra che la Chiesa, in barba al politicamente corretto a cui pure deve di volta in volta, per opportunità, sottomettersi, riesce poi a distinguere ciò che vale ed è duraturo dall’«erba che germoglia: al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca» (Sal 89:5-6). Tutto è bene quel che finisce bene.
L'unico appunto potrebbe essere a proposito del "cursus" della quinta riga: "corda nostra salutíferæ grátiæ Christi". Ha ragione padre Zulhsdorf che chiede una semplice inversione per migliorare non di poco l'andamento della lettura: "corda nostra grátiæ Christi salutíferæ". Il "fidenter aperiamus", invece, mi piace così e non invertirei, perchè mette l'accento sull'aprire dei cuori, piuttosto che sottolineare la modalità (con fiducia) con cui aprirli.

Teologicamente, inoltre, ritengo per nulla esagerato evidenziare e magnificare quell'uníus redemptóris hóminis. Non tanto perchè riprende il titolo della prima enciclica del beato papa, la Redemptor hominis, quanto per l'unius che precede. Ho controllato sulle concordanze del Messale Romano III edizione e posso affermare che è la prima volta che una tale espressione entra a far parte della liturgia. 
Abbiamo qui un bell'esempio di come la LEX CREDENDI, nella formulazione chiarificatrice della Dominus Iesus, sia oggi entrata a plasmare la LEX ORANDI. L'unico, il solo Redentore dell'umanità è Cristo. Ora questa non è più soltanto un'affermazione teologico-dogmatica, ma è diventata pure un'espressione della fede liturgica della Chiesa, che plasmerà nel tempo - si spera - la comprensione retta di Cristo. Nonostante ci siano ancora quanti si ostinano a pensare (e a divulgare) che Giovanni Paolo II avrebbe insegnato che tutte le vie religiose sono cammini equivalenti di salvezza.

lunedì 11 aprile 2011

Il canto della "Oratio universalis" nella liturgia del Venerdì Santo nella Passione del Signore

Una bella domanda, arrivata proprio oggi, e che mi stimola non poco:

Salve, sono un ragazzo di 19 anni, appassionato di liturgia e gregoriano; volevo sapere, se possbile, quale è la melodia latina, gregoriana, per cantare l'orazione universale, dove si può trovare lo sprtito, esiste qualche video ?
Grazie tante, e tanti auguri di una felice e santa Pasqua.

Magari anche chi ha più anni di 19 si chiedesse: "ma la grande preghiera universale, possibile che non sia un canto?"!!. E infatti la preghiera universale (come anche le preghiere dei fedeli di ogni messa) sono parti del recitativo liturgico, come ben segnalato nei messali antichi e moderni.
Per quello che riguarda l'italiano, si può reperire la melodia "nuova" della preghiera universale del Venerdì Santo spulciando l'appendice del Messale Romano (CEI) II edizione.
Per il canto in latino c'è la melodia gregoriana, utilizzabile in realtà, tale e quale, sia per il testo latino che per quello in lingua vernacola.
La struttura della preghiera universale è la seguente: a) un diacono o cantore propone l'intenzione in canto; b) Se è il caso - dicono le rubriche - lo stesso diacono può invitare a inginocchiarsi e poi a rialzarsi durante il momento silenzioso (che va sempre fatto) durante il quale l'assemblea prega per l'intenzione proposta; c) il sacerdote celebrante conclude con un'orazione sul tono della colletta (nel tonus ferialis secondo il Vetus Ordo, oppure a scelta nel tono semplice o nel tono solenne (= tonus antiquus) secondo la III edizione del Missale Romanum. Quest'ultimo tono va sempre impiegato se il diacono utilizza le esortazioni "flectamus genua" "levate".).
Vi propongo qui sotto il canto delle intenzioni secondo il Novus Ordo in latino (traduzione dei testi è disponibile qui). Attenzione: nella registrazione il cantore sbaglia nel dare l'annuncio "levate" dopo l'orazione presidenziale: esso va dato prima che il celebrante la intoni.


Fonte del canto: inchoro.net


I. Pro sancta Ecclesia
Oremus, dilectissimi nobis, pro Ecclesia sancta Dei, ut eam Deus et Dominus noster pacificare, adunare et custodire dignetur toto orbe terrarum, detque nobis, quietam et tranquillam vitam degentibus, glorificare Deum Patrem omnipotentem.

Omnipotens sempiterne Deus, qui gloriam tuam omnibus in Christo gentibus revelasti: custodi opera misericordiae tuae, ut Ecclesia tua, toto orbe diffusa, stabili fide in confessione tui nominis perseveret. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
II. Pro Papa 
Oremus et pro beatissimo Papa nostro N., ut Deus et Dominus noster, qui elegit eum in ordine episcopatus, salvum atque incolumem custodiat Ecclesiae suae sanctae, ad regendum populum sanctum Dei.

Deinde sacerdos: Omnipotens sempiterne Deus, cuius iudicio universa fundantur, respice propitius ad preces nostras, et electum nobis Antistitem tua pietate conserva, ut christiana plebs, quae te gubernatur auctore, sub ipso Pontifice, fidei suae meritis augeatur. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
III. Pro omnibus ordinibus gradibusque fidelium
Oremus et pro Episcopo nostro N., pro omnibus Episcopis, presbyteris, diaconis Ecclesiae, et universa plebe fidelium.

Omnipotens sempiterne Deus, cuius Spiritu totum corpus Ecclesiae sanctificatur et regitur, exaudi nos pro ministris tuis supplicantes, ut, gratiae tuae munere, ab omnibus tibi fideliter serviatur. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
IV. Pro catechumenis
Oremus et pro catechumenis (nostris), ut Deus et Dominus noster adaperiat aures praecordiorum ipsorum ianuamque misericordiae, ut, per lavacrum regenerationis accepta remissione omnium peccatorum, et ipsi inveniantur in Christo Iesu Domino nostro.

Omnipotens sempiterne Deus, qui Ecclesiam tuam nova semper prole fecundas, auge fidem et intellectum catechumenis (nostris), ut, renati fonte baptismatis, adoptionis tuae filiis aggregentur. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
V. Pro unitate Christianorum
Oremus et pro universis fratribus in Christum credentibus, ut Deus et Dominus noster eos, veritatem facientes, in una Ecclesia sua congregare et custodire dignetur.

Omnipotens sempiterne Deus, qui dispersa congregas et congregata conservas, ad gregem Filii tui placatus intende, ut, quos unum baptisma sacravit, eos et fidei iungat integritas et vinculum societ caritatis. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
VI. Pro Iudaeis 
Oremus et pro Iudaeis, ut, ad quos prius locutus est Dominus Deus noster, eis tribuat in sui nominis amore et in sui foderis fidelitate proficere.

Omnipotens sempiterne Deus, qui promissiones tuas Abrahae eiusque semini contulisti, Ecclesiae tuae preces clementer exaudi, ut populus acquisitionis prioris ad redemptionis mereatur plenitudinem pervenire. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
VII. Pro iis qui in Christum non credunt
Oremus et pro iis qui in Christum non credunt, ut, luce Sancti Spiritus illustrati, viam salutis et ipsi valeant introire.

Omnipotens sempiterne Deus, fac ut qui Christum non confitentur, coram te sincero corde ambulantes, inveniant veritatem, nosque, mutuo proficientes semper amore et ad tuae vitae mysterium plenius percipiendum sollicitos, perfectiores effice tuae testes caritatis in mundo. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
VIII. Pro iis qui in Deum non credunt
Oremus et pro iis qui Deum non agnoscunt, ut, quae recta sunt sincero corde sectantes, ad ipsum Deum pervenire mereantur.

Oratio in silentio. Deinde sacerdos: Omnipotens sempiterne Deus, qui cunctos homines condidisti, ut te semper desiderando quaererent et inveniendo quiescerent, praesta, quaesumus, ut inter noxia quaeque obstacula omnes, tuae signa pietatis et in te credentium testimonium bonorum operum percipientes, te solum verum Deum nostrique generis Patrem gaudeant confiteri. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
IX. Pro rempublicam moderantibus 
Oremus et pro omnibus rempublicam moderantibus, ut Deus et Dominus noster mentes et corda eorum secundum voluntatem suam dirigat ad veram omnium pacem et libertatem.

Omnipotens sempiterne Deus, in cuius manu sunt hominum corda et iura populorum, respice benignus ad eos, qui nos in potestate moderantur, ut ubique terrarum populorum prosperitas, pacis securitas et religionis libertas, te largiente, consistant. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.
X. Pro tribulatis
Oremus, dilectissimi nobis, Deum Patrem omnipotentem, ut cunctis mundo purget erroribus, morbos auferat, famem depellat, aperiat carceres, vincula solvat, viatoribus securitatem, peregrinantibus reditum, infirmantibus sanitatem atque morientibus salutem indulgeat.

Omnipotens sempiterne Deus, maestorum consolatio, laborantium fortitudo, perveniant ad te preces de quacumque tribulatione clamantium, ut omnes sibi in necessitatibus suis misericordiam tuam gaudeant affuisse. Per Christum Dominum nostrum. R. Amen.

Lo spartito qui sotto riporta i testi del 1962 (la musica non cambia tra nuovo e vecchio rito):


domenica 10 aprile 2011

Per la Domenica delle palme: Gloria Laus in italiano, con musica approvata da Bach

Nei paesi di tradizione protestante il canto degli inni è connaturato all'espressione musicale delle chiese e delle assemblee liturgiche. Spesso, dal '500 in poi, molti degli antichi inni latini sono stati tradotti e musicati nelle diverse lingue europee, divenendo in parecchi casi dei "best-seller" internazionali.
Per la Domenica delle palme, nella tradizione cattolica, abbiamo il venerando inno di Teodolfo d'Aquitania (IX sec.) Gloria laus et honor tibi sit, entrato stabilmente tra i canti della processione che dà il via alla Settimana Santa (trovate un post con musica e video a questo link).

Melchior Teschner, compositore protestante tedesco, nel 1614 scrisse la musica per un inno di ringraziamento composto dal suo pastore: Valet will ich dir geben. Tale musica si diffuse nell'Inghilterra anglicana, e gli venne adattato un testo inglese (All glory, laud and honour) che traduceva, per l'appunto, il Gloria Laus (per questo la melodia è conosciuta in ambiente anglosassone come St. Theodulph, dal nome del compositore delle parole latine dell'inno).
J.S. Bach utilizzò pure lui questa attraente melodia, inserendola nella sua Passione secondo Giovanni come: "In meines Herzens Grunde", ottavo corale dell'opera.


Ho rielaborato il testo inglese in italiano, in forma metrica. E' da ben tre anni che lo limo e lo rifinisco, senza essere ancora del tutto soddisfatto del risultato. Comunque sia mi pare cantabile, un decente "altro canto adatto" da sostituire al tradizionale Gloria laus, che parecchi trovano - musicalmente - un po' triste per accompagnare la processione delle Palme (non avendo un ritmo processionale è poi difficile da far cantare al popolo, anche solo il ritornello).



a Cristo nostro Re.
Eterno Redentore,        
cantiamo Osanna a Te

Tu sei Re d’Israele
e figlio di David.
Tu sei il Benedetto
nel nome del Signor

Gli angeli t’acclamano
nei cieli da lassù,
gli uomini in coro
rispondono così:

Gli ebrei popolo eletto
con palme vennero.
Noi povere preghiere
poniamo innanzi a te

Davanti a te mantelli
a terra stesero,
ascolta chi t’invoca,
o re d’ogni bontà.

Con inni d’esultanza
quel giorno si cantò,
le nostre voci oggi
al cielo giungano.

mercoledì 6 aprile 2011

Domanda sull'inno Vexilla Regis

Essendo tempo di Vexilla Regis, mi sono procurato online una versione dello spartito (qua vita mortem pertulit). Nelle incisioni noto però che il testo cantato presenta alcune varianti (quo carne carnis conditor...). Quale è la versione che effettivamente andrebbe cantata? E dove reperire eventualmente lo spartito della versione "quo carne carnis conditor"?
Vi sarei molto grato se poteste darmi un aiuto.

Guglielmo 



Innanzitutto complimenti a Guglielmo, che denota una sensibilità per i canti intessuti nella tradizione della nostra chiesa latina e, inoltre, mostra interesse per il contenuto del testo liturgico, benchè in latino, e non solo per la meravigliosa musica che lo adorna.
Come la grande maggioranza degli inni, anche Vexilla Regis non scampò alla riforma di Urbano VIII che volle raddrizzare le gambe a tutti i testi che a lui parevano non abbastanza "classici" o elevati. Il gusto seicentesco purista del Papa che si reputava un poeta latinista portò, effettivamente, a migliorie formali di certi inni, ma certo a scapito del contenuto teologico di scritti redatti spesso da grandi santi del passato. Per questo motivo il latino medievale degli inni venne sottoposto ad una profonda revisione, con massicci interventi testuali per rendere più scorrevole o solamente più aulico il testo degli inni.
Dunque il "qua vita morte pertulit" è una di quelle correzioni operate al tempo di Papa Urbano, mentre l'originale scritto da San Venanzio Fortunato nel VII sec. recita "quo carne carnis conditor".
Praticamente i correttori presero gli ultimi due versetti dell'8a stanza e li sostituirono ai secondi due versetti della prima stanza, cambiando poi l'originale "reddidit" con il più eufonico "pertulit". Ci sono poi anche altre differenze rispetto all'originale, la più vistosa delle quali è l'eliminazione delle strofe 2; 7 e 8 dall'edizione ubaniana (le strofe 2 e 7 sono anche oggi eliminate insieme alla 4, e l'8a è diventata l'attuale 5a). Le strofe finali sono quelle attestate a partire dal X secolo, pur con varianti.
Comunque già dai tempi di Pio X la tendenza è di tornare alla versione "antiqua" degli inni (che spesso appaiono in appendice ad alcune edizioni del breviario). Il "Liber Hymnarius" di Solesmes, frutto della riforma liturgica post-conciliare, riabilita tutti i testi in forma antica che erano stati cambiati nel Breviarium Romanum. 
Il canto del Vexilla Regis secondo la forma oggi restituitaci dai monaci gregorianisti francesi risale dunque al X secolo, e la trovi, caro Guglielmo, a questa pagina del Cantuale Antonianum. L'inno è eseguito dalla Schola Gregoriana femminile del Maestro Vianini.

La musica è a pag. 58 (qui lo spartito e il seguito) del liber Hymnarius, il quale, a pag. 60, riporta anche la musica (con qualche neuma in meno rispetto alla precedente) secondo l'edizione vaticana con il testo di papa Urbano (qui lo spartito), perchè questa versione è di gran lunga più popolare (la trovi anche nel vecchio "liber usualis") e non c'è nessun problema ad utilizzarla come  tale nella liturgia.

Per comodità mostro una sinossi con il testo originale, quello modificato dal Papa Urbano e quello restaurato con l'ultima riforma:

Originale antico
Revisione Urbano VIII
Testo attuale
Vexilla regis prodeunt, 
fulget crucis mysterium, 
quo carne carnis conditor 
suspensus est patibulo.

Confixa clavis viscera 
tendens manus, vestigia 
redemptionis gratia 
hic inmolata est hostia.

Quo vulneratus insuper 
mucrone diro lanceae, 
ut nos lavaret crimine, 
manavit unda et sanguine.

Inpleta sunt quae concinit 
David fideli carmine, 
dicendo nationibus: 
regnavit a ligno deus.

Arbor decora et fulgida, 
ornata regis purpura, 
electa, digno stipite 
tam sancta membra tangere!

Beata cuius brachiis 
pretium pependit sæculi! 
statera facta est corporis 
praedam tulitque Tartari.

Fundis aroma cortice, 
vincis sapore nectare, 
iucunda fructu fertili 
plaudis triumpho nobili.

Salve ara, salve victima 
de passionis gloria, 
qua vita mortem pertulit 
et morte vitam reddidit.

Vexilla Regis prodeunt:
fulget Crucis mysterium,
qua vita mortem pertulit,
et mortem vita protulit.






Quæ vulnerata lanceæ
mucrone diro, criminum
ut nos lavaret sordibus,
manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quæ concinit
David fideli carmine,
dicendo nationibus:
regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,
ornata Regis purpura,
electa digno stipite
tam sancta membra tangere.

Beata, cuius brachiis
pretium pependit sæculi:
statera facta corporis,
tulitque prædam tartari.











Ave, o Crux spes unica,
hoc passionis tempore
piis adauge gratiam,
reisque dele crimina.

Te, fons salutis Trinitas,
collaudet omnis spiritus:
quibus Crucis victoriam
largiris, adde præmium.

Vexilla regis prodeunt, 
fulget crucis mysterium, 
quo carne carnis conditor 
suspensus est patibulo.






Quo vulneratus insuper 
mucrone diro lanceae, 
ut nos lavaret crimine, 
manavit unda et sanguine.






Arbor decora et fulgida, 
ornata regis purpura, 
electa, digno stipite 
tam sancta membra tangere!

Beata cuius brachiis 
pretium pependit sæculi! 
statera facta est corporis 
praedam tulitque Tartari.






Salve ara, salve victima 
de passionis gloria, 
qua vita mortem pertulit 
et morte vitam reddidit.

O Crux, ave, spes unica,
hoc passionis tempore
piis adauge gratiam,
reisque dele crimina.

Te, fons salutis Trinitas,
collaudet omnis spiritus:
quos per Crucis mysterium
salvas, fove per sæcula.

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