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mercoledì 29 giugno 2011

La giornata del 60° anniversario di sacerdozio di Papa Benedetto, sommelier di Gesù

Un riassunto "mediatico" della giornata di festa della diocesi di Roma, della Chiesa Universale, e di Papa Benedetto XVI in particolare, nel giorno in cui - sommerso dall'affetto e dalla preghiera di tutti noi - ricorda i 60 anni di lavoro "nella vigna del Signore".





Vi riporto, a proposito di viti, uve e viticultura, un passaggio saliente dell'omelia di oggi, in cui papa Benedetto ha ripreso una metafora "vinicola" (che a lui pare piacere parecchio) per parlare del ministero e della vita apostolica:
Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.

Vi rimando al blog di Maranatha.it per leggere l'intero discorso del Papa. E dallo stesso Blog "prendo in prestito" questo bel banner augurale per il Santo Padre, unendomi ai festeggiamenti:

Tesori di sacrestia: la pianeta di San Pietro (con meditazione sul Primato)

Alla Pontificia Basilica del Santo, per la solennità odierna, si usa questa bella pianeta. Non è antica, novecentesca, precisamente del 1950, ma prodotta a partire da un interessante tessuto in seta ordito in fili d'oro, con riflessi molto belli (si intravvede qualcosa nella prima foto, in basso a destra). Inoltre è ricamata interamente a mano in maniera perfetta, con una mandorla raffigurante san Pietro nell'atto di ricevere le chiavi del suo ministero da Gesù. Le colombe con il ramo di ulivo di cui sono cosparsi i galloni ricamati fanno evidente riferimento alla medesima colomba presente sullo stemma del papa di allora, PioXII.



Anche la tiara ricamata sotto la mandorla sottolinea che la festa in onore dell'apostolo Pietro è intimamente collegata con la preghiera per il suo successore, il Papa di Roma, nel quale permane l'ufficio conferito a Pietro, come recita il Concilio Vaticano I, nel secondo capitolo della Costituzione Pastor Aeternus, che vi invito oggi a rileggere e meditare:
Capitolo II - Perpetuità del Primato del Beato Pietro nei Romani Pontefici 
Ciò che dunque il Principe dei pastori, e grande pastore di tutte le pecore, il Signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato Apostolo Pietro per rendere continua la salvezza e perenne il bene della Chiesa, è necessario, per volere di chi l’ha istituita, che duri per sempre nella Chiesa la quale, fondata sulla pietra, si manterrà salda fino alla fine dei secoli. Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. EPHESINI CONCILII, Act. III]. Ne consegue che chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Non tramonta dunque ciò che la verità ha disposto, e il beato Pietro, perseverando nella forza che ha ricevuto, di pietra inoppugnabile, non ha mai distolto la sua mano dal timone della Chiesa [S. LEO M., Serm. III al. II, cap. 3]. È questo dunque il motivo per cui le altre Chiese, cioè tutti i fedeli di ogni parte del mondo, dovevano far capo alla Chiesa di Roma, per la sua posizione di autorevole preminenza, affinché in tale Sede, dalla quale si riversano su tutti i diritti della divina comunione, si articolassero, come membra raccordate alla testa, in un unico corpo [S. IREN., Adv. haer., I, III, c. 3 et CONC. AQUILEI. a. 381 inter epp. S. Ambros., ep. XI] .
Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema.

Aurea luce: inno vespertino per i Santi Pietro e Paolo apostoli

Nella solennità delle "colonne portanti" della Chiesa di Dio, gli apostoli Pietro e Paolo, ascoltiamo l'inno dei vespri in loro onore:


Altra esecuzione alla Basilica di San Paolo in gregoriano e polifonia

Clicca sull'immagine per ingrandire

Aurea luce et decóre róseo,
lux lucis, omne perfudísti sæculum,
décorans cælos ínclito martýrio
hac sacra die, quæ dat reis véniam.

Iánitor cæli, doctor orbis páriter,
iúdices sæcli, vera mundi lúmina,
per crucem alter, alter ense triúmphans,
vitæ senátum laureáti póssident.

O Roma felix, quæ tantórum príncipum
es purpuráta pretióso sánguine,
non laude tua, sed ipsórum méritis
excéllis omnem mundi pulchritúdinem.

Olívæ binæ pietátis únicæ,
fide devótos, spe robústos máxime,
fonte replétos caritátis géminæ
post mortem carnis impetráte vívere.

Sit Trinitáti sempitérna glória,
honor, potéstas atque iubilátio,
in unitáte, cui manet impérium
ex tunc et modo per ætérna sæcula. Amen.

Traduzione rivista a partire da quella di "Cattolici Romani"
1. O luce della luce, hai pervaso tutto il mondo con luce dorata e rosea bellezza, decorando i cieli con un inclito martirio in questo sacro giorno, che dà il perdono ai peccatori.
2. Il portinaio del cielo e insieme il dottore dell’orbe, giudici del mondo, veri lucernari della terra, l’uno attraverso la croce, l’altro trionfando per la spada, entrano a far parte del senato del cielo, incoronati d’alloro.
3. O Roma felice, imporporata dal sangue prezioso di così grandi principi, non per tua lode, ma per i loro meriti eccelli su ogni bellezza del mondo.
4. Due olivi dell’unica religione, dopo la morte della carne ottenete[ci] di vivere devoti per la fede, massimamente robusti nella speranza, riempiti dalla sorgente della duplice carità verso Dio e verso l'uomo.
5. Alla Trinità sia gloria eterna, onore, forza e grida di gioia, nell’unità: a Lei spetta il potere nel passato, nel presente e nei secoli eterni. Amen.

domenica 26 giugno 2011

Adoremus in aeternum Sanctissimum Sacramentum

Solennità del Corpo e Sangue di Cristo
«Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che, almeno una volta l’anno, se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose infatti di cui facciamo  memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è presente con noi nella propria sostanza. Mentre stava infatti per ascendere al cielo disse: “Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20)».
Bolla "Transiturus de hoc mundo" di Urbano IV, 11 agosto 1264, con la quale il Papa estende la festa del Corpus Domini a tutta la Chiesa latina.


Antifona e salmo di adorazione davanti al Santissimo Sacramento esposto:



Ant.: Adoremus in aeternum Sanctissimum Sacramentum.
Laudate Dominum omnes gentes
Laudate eum omnes populi.
Quoniam confirmata est super nos misericordia eius
Et veritas Domini manet in aeternum.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto
Sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula saeculorum. Amen.

Ant.: Adoremus in aeternum Sanctissimum Sacramentum.
Adoriamo per l'eternità il Santissimo Sacramento
Lodate il Signore popoli tutti, lodatelo voi tutte nazioni.
Perchè per sempre è la sua misericordia su di noi, e la verità del Signore rimane in eterno.
Gloria al Padre...

Il Santissimo Sacramento torna, dopo 93 anni, in processione per le strade della Russia!

La Catholic News Agency, CNA, ha diramato la seguente notizia, che qui vi traduco. Questo sì che è vero ecumenismo! E' chiaro ed evidente a tutti infatti, che senza il consenso del Patriarcato Ortodosso di Mosca, non si sarebbe potuta svolgere una tale manifestazione pubblica. Sempre più vicino l'incontro tra il Papa e il Patriarca Kirill, e questi gesti di disponibilità e vera amicizia ecumenica lasciano ben sperare:
La chiesa cattolica di S. Caterina sulla Prospettiva Nevsky - San Pietroburgo
Dopo 93 anni dall'ultima volta, torna a San Pietroburgo, in Russia, la processione cattolica del Corpus Domini.
Il sindaco di San Pietroburgo, la Russia ha concesso il permesso per la prima processione del Corpus Domini che si terrà in città dal 1918.

L'annuncio è stato confermato dall'Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca, lo ha riferito la Radio Vaticana. La processione avrà luogo Domenica 26 giugno [cioè oggi, per chi legge], attraverso la Prospettiva Nevsky, la strada principale della città.

Il viale è stato tradizionalmente chiamato la "via della tolleranza religiosa", perché è fiancheggiata dagli edifici di culto cattolici, ortodossi, luterani e da chiese armene. Secondo funzionari dell'arcidiocesi, l'ultima volta che la processione del Corpus Domini si è svolta sul viale è stato nel 1918.
Ora, 93 anni dopo, i cattolici torneranno sulla Prospettiva Nevsky, guidati da Mons. Paolo Pezzi di Mosca. La processione partirà dopo la Messa di mezzogiorno dalla chiesa di Santa Caterina di Alessandria.
All'interno di questa chiesa, ristrutturata dopo la lunga tormenta del comunismo ateo, i cattolici di San Pietroburgo hanno voluto conservare l'altare laterale del Crocifisso nelle condizioni pietose in cui era stato ridotto dalla dissacrante opera vandalica dei bolscevichi, in modo da ricordare alle future generazioni la persecuzione subìta:

Mandala cattolico: il tappeto artistico di sabbia del Corpus Domini di Calatafimi Segesta

Vi propongo un video fantastico, girato in Time Lapse, durante la realizzazione del tradizionale "Tappeto Artistico" del Corpus Domini, presso la Chiesa di San Michele a Calatafimi Segesta, che quest'anno è esposto dal 20 giugno al 31 luglio 2011. Si tratta di un vero e proprio "Mandala" cattolico, ossia un disegno in sabbia, polveri colorate e altri materiali che vengono stesi su un tracciato disegnato, producendo un tappeto coloratissimo, ma effimero, destinato a svanire nonostante le ore e ore di lavoro necessario ad eseguirlo. Si tratta, come nel caso delle infiorate, di un tributo artistico al Signore, un vero e proprio sacrificio di tempo e pazienza, per rendere più bella la festa della Presenza reale di Cristo.
Il "tappeto" artistico del Corpus Domini, nasce all’interno della chiesa di San Michele, negli anni 50 ad opera di Monsignore Diego Taranto. All’inizio il tappeto era realizzato totalmente in fiori, negli anni sostituiti da altri materiali (segatura di legno, gesso, sabbia, sale grosso), che danno una maggiore possibilità di tonalità, negli anni '90 questa usanza si interrompe [disgrazia!]. Nel 2007, però, il gruppo Idea Giovane [pare che dappertutto i giovani siano tremendamente tradizionalisti...] riprende la tradizione, nel 2009 per dare una memoria storica vengono realizzate delle miniature che si rifanno ai tappeti del 2007 e 2008, in scala 1:5, usando gli stessi materiali e colori.
La Chiesa di San Michele, luogo in cui si tiene questa manifestazione di fede e arte, fu fondata dai confratelli della Congregazione di San Michele nel sec. XIV, e da questi nel 1597 fu ceduta ai Religiosi del Terzo Ordine Francescano (i Terziari Regolari), che la rifecero, ampliando l’attiguo Convento. Ha tre navate e l’interno è arricchito da stucchi, tele e statue lignee.

Le foto qui proposte mostrano alcune fasi della decorazione dell'anno 2009, mentre qui sotto vi allego il video con il disegno di quest'anno. Un applauso e una valanga di complimenti per il lavoro "certosino" di questi ragazzi siciliani!

sabato 25 giugno 2011

Processione del Papa in occasione del Corpus Domini.

Giovedì scorso, nel giorno giusto, Papa Benedetto XVI ha percorso le vie di Roma da San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore, recando il processione il Santissimo Sacramento.
Ecco un video amatoriale dell'arrivo del Papa, del canto finale del Sub tuum praesidium e le acclamazioni del popolo romano festante:

Quando la vecchiaia fa brutti scherzi alla memoria. Il caso del Card. Policarpo e le donne prete

Pare che il cardinale di Lisbona, già suonati per lui i canonici 75 anni d'età che chiederebbero la pensione, ha avuto una proroga di un paio d'annetti. E ha pensato di festeggiare la cosa rilasciando una lunga intervista, in cui - ahinoi - sproloquia su questioni che potevano essere dibattute negli anni '80, ma che oggi sono definitivamente risolte. Mi riferisco all'ordinazione sacerdotale delle donne, che il Cardinale "smemorato" pensa sia ancora una questione teologica di primo piano nella Chiesa Cattolica, e non ricorda (speriamo che lo sappia) che Papa Giovanni Paolo II l'ha già sciolta nel 1994 (leggi qua).
Forse bisogna rivedere i due anni di proroga.... Leggete, per vostra informazione, la notizia che dà Tornielli sul nuovo VaticanInsider. E Tornielli è un tipo che di solito non sobbalza per quasi nulla, ma stavolta è sorpreso dalla poca memoria del Cardinale, pur a proposito di materia non piccola né oggetto di dibattito.

Il patriarca di Lisbona: "Non ci sono ragioni teologiche per escludere le donne dal sacerdozio"

Secondo quanto dichiarato in un’intervista dal cardinale José da Cruz Policarpo, il problema consiste soprattutto in una “forte tradizione, che viene da Gesù”

ANDREA TORNIELLI ROMA
Le donne prete ci saranno «quando Dio vorrà», al momento è meglio «non sollevare la questione». Ma non c’è «alcun ostacolo fondamentale» dal «punto di vista teologico» per le donne sull’altare a dir messa. Si tratta, invece, di «una tradizione» che risale ai tempi di Gesù. Lo ha detto il cardinale José da Cruz Policarpo, settantacinquenne patriarca di Lisbona, appena confermato per altri due anni alla guida della diocesi della capitale portoghese.

Policarpo ha rilasciato una lunga intervista al mensile «OA», il magazine dell’ordine degli avvocati del Portogallo, rilanciata da un’agenzia portoghese. E ha spiegato che al riguardo del sacerdozio femminile «la posizione della Chiesa cattolica si basa molto sul Vangelo, non ha l’autonomia di un partito o di un governo. Si basa sulla fedeltà al Vangelo, alla persona di Gesù e a una tradizione molto forte ricevuta dagli apostoli».

«Giovanni Paolo II – ha continuato Policarpo – in un certo momento è sembrato dirimere la questione». Il riferimento è alla lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), uno dei documenti più brevi di Giovanni Paolo II, con il quale il Papa, dopo la decisione della comunione anglicana di aprire alle donne prete, ribadiva che la Chiesa cattolica non l’avrebbe mai fatto.

«Penso – ha detto il cardinale Policarpo – che la questione non si possa risolvere così. Teologicamente non c’è alcun ostacolo fondamentale (alle donne prete, ndr); c’è questa tradizione, diciamo così: non si è mai fatto in altro modo».

 Alla domanda dell’intervistatrice, incuriosita dall’affermazione del porporato sul fatto che non esistono ragioni teologiche contro le donne prete, Policarpo ha risposto: «Penso che non ci sia alcun ostacolo fondamentale. È un’uguaglianza fondamentale di tutti i membri della Chiesa. Il problema consiste in una forte tradizione, che viene da Gesù e dalla facilità con cui le Chiese riformate hanno concesso il sacerdozio alle donne».
  
Il patriarca di Lisbona ha anche spiegato di ritenere la richiesta delle donne prete un «falso problema», perché le stesse ragazze che gli pongono la domanda, poi scuotono la testa quando lui controbatte se sarebbero disposte a diventare sacerdoti.

Le affermazioni del porporato portoghese sono destinate a far discutere. Un anno dopo quella lettera di Giovanni Paolo II venne infatti posto un questito (dubium) alla Congregazione per la dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger e dal segretario Tarcisio Bertone. Si chiedeva se «la dottrina, secondo la quale la Chiesa non ha la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, proposta nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, come da tenersi in modo definitivo, sia da considerarsi appartenente al deposito della fede». La risposta, approvata da Papa Wojtyla, fu «affermativa».
  
La Congregazione spiegò che «questa dottrina esige un assenso definitivo poiché, fondata nella Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall’inizio, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale», e dunque «si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede».

mercoledì 22 giugno 2011

La registrazione della Missa de Angelis ai tempi di San Pio X

E' apparso su YouTube un nuovo pregevole documento sonoro. Una delle primissime registrazioni di canto gregoriano, incisa nella Basilica Vaticana nel 1904. Si tratta di alcune parti della Missa de Angelis, come la si cantava a Roma ai tempi di san Pio X (eletto da nemmeno un anno al soglio pontificio). La eseguirono i cantori della Sistina, diretti da Antonio Rella, in occasione della celebrazione di San Gregorio Magno. Lo stile è robusto, più simile alla modalità esecutiva che ancor oggi mostrano le parrocchie piuttosto che ai languori mistici di certe esecuzioni monastiche. Anche il testo del Kyrie, come si sente, non era esattamente quello che troviamo nel Graduale odierno rivisto ulteriormente da Solesmes.
Comunque, godiamoci questa antica registrazione, pur con tutti i limiti del tempo e dei fruscii "d'epoca", e gioiamo della continuità che ci testimonia:




Così scriveva s. Pio X a proposito dell'arte e del canto, in occasione del XIII centenario della morte del suo predecessore Gregorio Magno, festeggiato con l'enciclica Iocunda sane del 1904:

"Le arti infine, richiamato l’esemplare supremo d’ogni bellezza che è Dio, dal quale deriva tutta la bellezza della natura, più sicuramente si ritraggono dai volgari concetti e più efficacemente s’innalzano ad esprimere l’idea, che d’ogni arte è vita. Il solo principio di adoperarle a servizio del culto, e quindi di offrire al Signore quanto nella ricchezza, nella bontà ed eleganza delle forme si stima più degno di lui, oh come è stato fecondo di bene! Esso ha creato l’arte sacra, che divenne ed è tuttora il fondamento di ogni arte profana. Abbiamo recentemente di ciò trattato in un particolare Nostro motu proprio, parlando del ristabilimento del canto romano secondo l’avita tradizione e della musica sacra. Ma quelle norme medesime si applicano anche, secondo la varia materia, alle arti, così che conviene alla pittura, alla scultura, all’architettura quel che si dice del canto, giacché di tutte queste nobilissime creazioni del genio la chiesa è stata in ogni tempo ispiratrice e mecenate. L’umanità intera, nutrita di questo sublime ideale, innalza templi grandiosi, e quivi nella casa di Dio, come in casa sua propria, solleva la mente alle cose celesti, in mezzo alle splendide ricchezze di ogni arte bella, tra la maestà delle cerimonie liturgiche, tra le dolcezze del canto.
Tutti questi benefici, ripetiamo, l’azione di papa Gregorio seppe ottenere ai tempi suoi e nei secoli a lui seguenti; e tanto per l’intrinseca efficacia dei princìpi ai quali dobbiamo ricorrere e dei mezzi che abbiamo alla mano, sarà possibile ottenere ancor oggi, mantenendo con ogni studio il buono che per grazia di Dio ancora si conserva "ristorando in Cristo" (Ef 1, 10) quanto per disgrazia dalla retta norma fosse deviato".

domenica 19 giugno 2011

La Trinità e la sua immagine umana nel pensiero di Sant'Antonio di Padova

Come nel denaro è impressa l'effigie del re, così nell'anima nostra è impressa l'immagine della Trinità. Dice il salmo: «È impressa su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (Sal 4,7). E la Glossa commenta: O Signore, la luce del tuo volto, cioè la luce della grazia, con la quale viene reintegrata in noi la tua immagine, per la quale noi siamo simili a te, è impressa in noi, cioè è impressa nella ragione che è la potenza superiore dell'anima: è per essa che noi siamo simili a Dio; è in essa che è impressa quella luce, come un sigillo sulla cera.
   Per volto di Dio s'intende la nostra ragione, perché come attraverso il volto uno viene riconosciuto, così per mezzo dello specchio della ragione si conosce Dio. Però questa ragione è stata deformata dal peccato dell'uomo, e quindi l'uomo ha perduto la somiglianza con Dio: ma poi con la grazia portata da Cristo la somiglianza è stata ripristinata. Infatti l'Apostolo dice: «Rinnovatevi nello spirito nella vostra mente» (Ef 4,23). Questa grazia per la cui opera viene rinnovata l'immagine che era stata creata, qui è chiamata luce.
   Considera che l'immagine è triplice: l'immagine della creazione, nella quale l'uomo è stato creato, cioè la ragione; l'immagine della ricreazione (nuova creazione), con la quale viene ricostituita l'immagine creata, cioè la grazia di Dio che viene infusa nella mente da rinnovare; l'immagine della somiglianza, per la quale l'uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di tutta la Trinità: per la memoria è simile al Padre, per l'intelligenza al Figlio, per l'amore allo Spirito Santo. Dice infatti Agostino: «Che io ti ricordi, che io ti comprenda, che io ti ami». L'uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio: immagine per la conoscenza della verità, somiglianza per l'amore alla virtù. Quindi la luce del volto di Dio è la grazia della giustificazione, di cui viene insignita l'immagine creata. Questa luce è tutto e il vero bene dell'uomo, con il quale viene come contrassegnato, come il denaro lo è con l'effigie del re.
(S.Antonio, Sermoni, Dom. XXIII post Pent. §10)

venerdì 17 giugno 2011

La reliquia di s.Antonio rubata in California è ritrovata e già tornata nella sua chiesa

Mi avvertono gli amici di st. Anthony che la reliquia del Santo di Padova rubata qualche giorno fa a Long Beach, in California,  dalla locale chiesa cattolica, in occasione dell'esposizione per la festa del 13 giugno (leggi qui la notizia del furto), è già stata recuperata dalla polizia locale e restituita al parroco Jose Magana proprio ieri.
Per il furto è stata arrestata la 41enne Maria Solis, nella casa della quale è stata ritrovata la sacra reliquia, messa - tra l'altro - in bella mostra (la ladra era, dopotutto, una devota).
A detta dei giornali la reliquia in questione sarebbe un frammento osseo del santo taumaturgo, conservato in pregevole reliquiario neogotico. Sarebbe stata donata dal Vaticano nel 1902 in occasione dell'apertura della parrocchia di Long Beach dedicata a s. Antonio.
Leggi qui la notizia in inglese:
http://www.presstelegram.com/news/ci_18296881


L'Osservatore Romano invita a non litigare sulla musica sacra: e infatti, pare che il consenso ci sia. Manca solo il buonsenso: mettere in pratica!

Vi riporto due articoli usciti ieri su Repubblica a proposito della scarsa qualità musicale e ancor più testuale dei canti di Chiesa in Italia (trovate tutto a questa pagina del Blog di Raffaella). Sia il pezzo di Smargiassi (a parte il tono appunto un po' smargiasso...), sia la più pacata, ma non meno caustica, intervista di La Rocca, non fanno altro che portar vasi a Samo: lo scoop dell'acqua calda. Ma finalmente anche fuori dei circuiti di sacrestia si dice: "l'acqua è calda!", ovvero il livello delle canzoncine "da messa" (e non solo la musica, lo ribadisco, ma ancor più i testi, per non parlare della media delle esecuzioni) è clamorosamente basso. E non è mai stato così in basso, almeno negli ultimi 1500 anni di musica cristiana. Prima, non si sa.
Quello che stupisce, tuttavia, non è quanto riportato da Repubblica, ma la reazione indispettita dell'Osservatore Romano, a firma di Marcello Filotei, che propone un pezzo incredibile, evidentemente comandato dall'alto, da qualcuno che deve far gettare acqua sul fuoco o mettere una foglia di fico a nudità conclamate. Evidentemente Filotei non è molto convinto della sua filippica, e inciampo parecchio nelle sue argomentazioni. Lo commentiamo sotto. Intanto leggetevi i pezzi che scatenano la reazione:


La Chiesa e la musica di Dio “Mai più Sanremo a messa”
di Michele Smargiassi in “la Repubblica” del 16 giugno 2011

È ora di mettere al bando le «armi di distruzione di messa». Nella Chiesa italiana, spesso divisa, c’è un argomento che mette d’accordo tutti, un po’ più scandalizzati i tradizionalisti, un po’ più ironici i progressisti: le canzoncine devote che si ascoltano ogni domenica in tutte le parrocchie della penisola tra l’introibo e il missa est sono quasi sempre desolanti, banali, lagnose o bizzarre, talora ridicole e a volte perfino sbadatamente eretiche. Tanto che nessuno giurerebbe che lo strepitoso rap che la regista Alice Rohrwacher, appena acclamata a Cannes, fa cantare ai catecumeni nel suo film Corpo celeste («Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta / mi sintonizzo proprio io / e lo faccio apposta») sia del tutto inventato, e non magari ascoltato veramente in qualche oratorio di periferia. Non si può dire che gli allarmi non siano risuonati, è il caso di dire, molto in alto. Già venticinque anni fa l’allora cardinale Ratzinger fu spietato con la playlist degli altari: «Una Chiesa che si riduca a fare solo della musica “corrente” cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta». Oggi, da pontefice amante della musica, insiste sul concetto in un libro, Lodate Dio con arte, applaudito dal maestro Riccardo Muti, anche lui esasperato da «quelle quattro strimpellate di chitarre su testi inutili e insulsi che si ascoltano nelle chiese, un vero insulto». La questione sta diventando spinosa, anzi esplosiva, perché da anni è sullo stile delle celebrazioni che si gioca l’aspra contesa tra conciliaristi e restauratori, con i secondi al facile attacco di quella «eresia dell’informe», come la definisce lo scrittore tedesco Martin Mosebach, che corrode la liturgia a colpi di «canti sguaiati». «A che serve avere belle chiese se la musica è penosa?», insorse dieci anni fa l’allora presidente del Pontificio istituto di musica sacra, il catalano Valentino Miserachs Grau.

La Chiesa francese ha risolto la questione da tempo, con piglio gallicano, stilando una lista rigorosa e vincolante di canti ammessi, una sorta di canatur, versione canora dell’imprimatur. Invece in Italia, sede del cattolicesimo ma anche patria del bel canto, l’anarchia del parrocchia’n'roll sembra ingovernabile. Ogni diocesi dovrebbe possedere un Ufficio di musica sacra tenuto a vigilare sulla serietà del sacro pop, ma di fatto quel che finisce per risuonare tra banchi e navate è quasi sempre frutto della creatività improvvisata di qualche catechista munito di iPod, o di certi sacerdoti chitarristi. La scena, un po’ dovunque, dev’essere quella frettolosa e distratta descritta dal bolognese don Riccardo Pane nel suo sconsolato pamphlet Liturgia creativa: «Prima della messa mi piomba immancabilmente in sacrestia qualcuno a chiedere: “Don, che cosa cantiamo?”, e il mio ritornello è inesorabilmente “vatti a leggere le antifone e vedi se trovi un canto che ci azzecca”».

Il risultato è nelle orecchie di tutti. Reperibile a vagonate anche sui canali di YouTube, pure in versioni medley e remix. Motivetti che non ci azzeccano proprio, incongruità (Signore scende la sera cantato alla messa delle 11 di mattina), cascami di musica di consumo, simil-Ramazzotti e para-Baglioni, esotismi world music con bonghi e maracas (come il cantatissimo Osanna-eh «africano») che sconcertano le vecchiette, azzardi stilistici estremi (c’è un Gloria hip-hop), perfino cover da grandi successi (allucinata la parafrasi del Pater sull’aria di The Sound of Silence di Simon & Garfunkel: «Padre Nostro tu che staiiii / in chi ama veritàaaa…»). La ribellione è nell’aria, un gruppo Facebook frequentato da sacerdoti ha stilato perfino la classifica dei canti più disastrosi: ha vinto con 374 nomination l’Alleluja delle lampadine, ribattezzato così perché di solito è accompagnato da gesti delle mani che sembrano mimare il lavoro di un elettricista. L’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra ha spuntato personalmente a matita rossa dai libretti parrocchiali i canti «che non devono più esserci», come Alleluja la nostra festa, visto che, semmai, la messa è la festa del Signore. Da più parti s’invocano il ripristino d’autorità del Gregoriano e la disciplina monostrumentale dell’organo a canne, o almeno dell’armonium.

Sotto queste pressioni, un paio d’anni fa la Conferenza episcopale chiese al suo consulente don Antonio Parisi, esperto di musica sacra e compositore, di mettere ordine nello sconcertantefrastuono. Povero don Antonio, si trovò di fronte un oceano di quindicimila canti, canzoni e canzoncine estratti da quarantacinque anni di raccolte nazionali e locali. E c’era di tutto. Delle musiche abbiamo detto, ma i testi, i testi ancora peggio. Pieni di parole tronche, da poesiola delle elementari («Il nostro mal / sappi perdonar…»), banali, inappropriate, di orrori grammaticali («Te nel centro del mio cuor»), di espressioni rubate a qualche spot televisivo di banche («Tutto ruota intorno a Te»), quando non sono zeppi di ingenuità (definire Maria «l’irraggiungibile» non è incoraggiante per la partecipazione al rosario) e di veri e propri strafalcioni teologici, commessi sicuramente in buona fede, magari per far quadrare un verso: cantare «Tu che sei nell’universo» solo perché «nell’alto dei Cieli» non ci stava, più che riecheggiare una canzone di Mia Martini significa circoscrivere Dio dentro la sua Creazione, e non va proprio bene.

Un compito immane, defatigante, sconsolante, da cui don Parisi riuscì meritoriamente a far scaturire un Repertorio nazionale di canti per la liturgia che ne seleziona 384 decenti e adeguati, ma che ancora non fa testo: «Non si può procedere per imposizioni», spiega, «bisogna formare, formare persone nelle diocesi, nelle parrocchie, far studiare musica ai presbiteri, agli animatori, ai catechisti, il canto liturgico non è un optional, è un segno sacro».

Giusto non voler guastare l’entusiasmo degli animatori parrocchiali, volonterosi e incolpevoli. Ma il punto è questo, che i canti durante la messa non sono un “accompagnamento”, non sono gli “stacchetti” fra un responsorio e una lettura: fanno parte della liturgia, sono cosa sacra come le parole dell’Elevazione. Come è possibile che la stessa Chiesa che ripristina la messa in latino chiuda un occhio di fronte alla colonna sonora da X-Factor di quella in italiano? I conservatori hanno una spiegazione storica: la profanazione canora cominciò con «la deflagrazione nucleare» chiamata “Messa Beat”. Chi la ricorda? Anno 1965, Concilio appena terminato, fibrillazione del rinnovamento, il maestro Marcello Giombini accantonò le colonne sonore degli spaghetti-western e, ispirato, scrisse una messa musicale «per i giovani». Davvero una bomba atomica. Trasmissioni Rai, concerti, tournée internazionali, benedizione del gesuita padre Arrupe, 45 giri pubblicati dall’etichetta discografica delle Edizioni Paoline. Il torrente non si fermò più, proliferarono i «complessi» da scantinato di canonica, alcune band divennero famose, Angel and the Brains, The Bumpers, per non dire delle due formazioni parallele dei Focolarini, Gen Verde e Gen Rosso, le cui audiocassette infestano ancora gli oratori. Ma fu così che la Chiesa non perse l’onda del Sessantotto. E non fu affatto una sciagura, assicura monsignor Vincenzo De Gregorio, responsabile per la liturgia musicale della Cei: «Prima le messe erano o tutte recitate o tutte cantate, ma cantate solo dal coro, solo da ascoltare. La Messa Beat fu una sana apertura, ed era di qualità, il guaio come sempre sono gli epigoni. Anzi, il guaio è la cultura musicale inesistente degli italiani. In questo Paese ormai si canta solo a messa».

I tradizionalisti sbagliano. Dare la colpa al Concilio è troppo facile, anche la Chiesa guardinga dell’Ottocento ebbe parecchi problemi con le hit parade da altar maggiore. Sentite come nel 1884 la Sacra congregazione dei riti elencò con disgusto quel che rimbombava tra le navate: «Polcke, valzer, mazurche, minuetti, rondò, scottisch, varsoviennes, quadriglie, galop, controdanze, e pezzi profani come inni nazionali, canzoni popolari, erotiche o buffe, romanze…». Il difetto della Chiesa post-conciliare semmai fu trovarsi musicalmente impreparata alla sua stessa rivoluzione liturgica. Con l’abbandono del latino, la Cei predispose il nuovo messale in italiano, ma trascurò il rinnovamento del repertorio canoro. A disposizione c’erano solo un po’ di litanie antiquate, Mira il tuo popolo, T’adoriam ostia divina. «Ai parroci non restò che prendere le canzonette del gruppo rock che faceva le prove in oratorio, o quelle dell’ultimo campeggio scout, e portarle sull’altare», sospira monsignor De Gregorio. Risultato: un’infantilizzazione drastica dei contenuti, degli stili, dei testi.

Eppure ci sono, nel grande mondo ecclesiale, talenti da utilizzare, compositori di qualità. Don Parisi li cita con rispetto: don Marco Frisina, compositore apprezzato anche negli Usa, don Pierangelo Sequeri, autore del diffusissimo Symbolum 77, il gesuita Eugenio Costa, il camilliano Giovanni Maria Rossi, il salesiano Domenico Machetta… «Vedo il bicchiere mezzo pieno: sono passati solo cinquant’anni dalla riforma conciliare, è presto per tirare delle conclusioni». La Cei sta pensando di commissionare a loro un nuovo repertorio, finalmente di qualità. Nell’attesa, quando rintocca la campana della messa, viene ancora il sospetto che le parrocchie d’Italia, come patrono della musica, non invochino santa Cecilia, ma Sanremo.


Monsignor Pablo Colino dirige il Coro della Filarmonica Romana
intervista a Pablo Colino, a cura di Orazio La Rocca
in “la Repubblica” del 16 giugno 2011

«Drammatica, disperata, insignificante». Non usa mezzi termini il maestro don Pablo Colino, nel descrivere lo stato di salute della musica eseguita oggi nelle chiese. Anche se poi tiene a precisare che «c'è ancora la possibilità di capovolgere questa pericolosa tendenza al ribasso, potenziando lo studio della musica sacra e dei canti liturgici, a partire dal gregoriano». Monsignor Colino è universalmente noto come musicista e direttore d'orchestra. Dopo anni di servizio in Vaticano, ora dirige il Coro della Filarmonica Romana. Un'autorità, dunque, in materia di musica religiosa, da anni impegnato a «ripulirla» dalle scorie che, a suo parere, l'hanno compromessa. «È papa Benedetto XVI il primo a chiedercelo e a credere in questo impegno», dice. «Tante volte il pontefice mi ha incoraggiato ad andare avanti, perché la musica sacra è un patrimonio universale, radicato nella più genuina tradizione liturgica».

Maestro Colino, perché la musica sacra e liturgica è in crisi?
«Tutto è precipitato dopo il Concilio Vaticano II, con quella superficiale ondata di pseudorinnovamento che ha fatto tanti danni in quasi tutte le nostre chiese. Basta assistere a una qualsiasi celebrazione liturgica, per sentire orride schitarrate, pianole assordanti e cori superficiali. Il tutto diretto da maestri poco preparati. Anche se non mancano incoraggianti eccezioni che, se coltivate, potrebbero far ben sperare per il futuro».

Potrebbe fare qualche esempio?
«Recentemente, a Terni si è svolto un interessante convegno sulla musica sacra, e, per l'occasione, si sono esibite molte corali giovanili e tanti gruppi di artisti specializzati in musiche liturgiche. È stato bello e interessante sentirli. E anche incoraggiante».

Ma c'è una «ricetta» per rilanciare la musica sacra?
«Occorre tornare allo studio serio, rigoroso e appassionato nelle scholae cantorum, nei conservatori e, magari, nelle scuole. La musica sacra è patrimonio universale, una forma d'arte tra le più alte e immortali. E l'Italia ne è piena, avendo dato i natali ai più grandi autori di musiche liturgiche».

E quali dovrebbero essere i programmi in queste scuole?
«È di fondamentale importanza tornare a diffondere la conoscenza diretta del gregoriano e, parallelamente, affinare la preparazione di musicisti, direttori d'orchestra e di corali. Non si va da nessuna parte senza rigore didattico e senza la conoscenza del gregoriano, la madre della musica sacra, ma oserei dire di tutta la musica, anche di quella contemporanea».


E veniamo, finalmente al pezzo-forte dell'Osservatore di oggi, che cerchiamo di smontare e commentare in parentesi rossa, (cercando di frenare l'impeto....)

Se la musica liturgica diventa un pretesto per litigare
di Marcello Filotei

È paradossale che proprio la liturgia, luogo principe dell'armonia e dell'incontro, sia a volte concepito come una sorta di campo di battaglia da quanti -- ognuno con le proprie rispettabili ragioni -- vorrebbero rivedere le modalità di utilizzo della musica e del canto durante le celebrazioni. [tutto l'editoriale di Filotei cerca di far passare questo assunto: ognuno ha le sue buone ragioni sulla musica liturgica, ma sono opinioni, non si deve litigare su questo argomento. Ma come? Il Concilio non dice proprio niente sul rinnovamento della musica sacra?? Altro che rispettabili ragioni! Si è fatto il contrario di quanto ordinato dai Padri, dalla Tradizione, e dall'arte poetica e musicale, e adesso proprio l'Osservatore invita al relativismo?]
L'argomento è di particolare interesse, tanto che il quotidiano «la Repubblica» gli dedica tre pagine nel numero del 16 giugno, rilevando incongruenze nei testi di alcuni canti moderni e lamentando un basso livello nella qualità dei canti liturgici in genere.
È indubbio che in molti casi il tasso «artistico» dei brani musicali proposti nelle chiese è discutibile, [discutibile... come dire: sì, le canzoncine non si possono sentire, ma io non lo posso dire, lasciato un relativista e opinabile discutibile] ma appare semplicistico -- se non strumentale -- contrapporre questa produzione al corpus gregoriano [non è semplicistico, è solo semplice, è il Concilio Vaticano II che chiede che il gregoriano sia punto di riferimento, modello della produzione sacra, non per ripetere, ma certo per rimanere nella continuità]. L'enorme patrimonio che giunge dai secoli passati, infatti, ispira e si affianca alle nuove proposte. La questione, semmai, è come garantire che i canti di oggi siano di livello artistico degno del ruolo che devono sostenere nella liturgia, un ruolo che non è solo decorativo. [Bella questione: in oltre 40 anni forse nessuno se l'era mai posta? Anche qui Sacrosanctum Concilium e prima ancora Musicam Sacram e perfino Giovanni Paolo II con il suo famoso Chirografo, avevano dato autorevoli risposte, ma l'autore non le conosce? O piuttosto si fa domande retoriche per glissare sulle chiarissime direttive magisteriali tuttora in vigore e orrendamente disattese?]
Cantare il gregoriano non è vietato ed è anzi auspicabile e possibile, anche in forma semplice [grazie della graziosa concessione, peccato che in molte parrocchie ci sia l'ostracismo, più del clero che dal popolo...]. Ma chi si lamenta perché le antiche melodie non sono abbastanza valorizzate, non fa che certificare un problema culturale: nella liturgia spesso, purtroppo, il livello della musica è paragonabile a quello, molto basso, dei brani trasmessi in radio e in televisione, almeno in Italia, come rileva tra l'altro sul giornale romano il consulente per la musica liturgica della Confrenza episcopale italiana, monsignor Vincenzo De Gregorio. [Se invece di repertori nazionali con i canti degli amici compositori, ci si fosse impegnati ad adattare il Graduale Simplex all'italiano, o farne uno proprio per l'italiano, non sarebbe stato meglio. E non era forse richiesto dal Concilio Vaticano II?????]
La qualità dei canti che si ascoltano in chiesa è, in genere, lo specchio di una situazione di degrado culturale più ampio. [che furbata: "non è colpa nostra, è colpa del mondo!". E vuoi vedere che il degrado culturale non c'era ai tempi dei barbari che infestavano l'Europa, mentre i padri latini cantavano i primi canti Gregoriani?]
Tale argomento non può però essere utilizzato per sostenere che tutto quello che è venuto dopo il concilio Vaticano II sia da rigettare in blocco. [Ecco la paura nascosta nell'articolista e che deve in ogni modo esorcizzare! Nessuno rigetta in blocco, ma non si può non essere seri, e far finta di dire che ciò che si sente in chiesa assomigli a quanto il Concilio aveva auspicato. Bisognerebbe essere sordi e ciechi per dire questo.]
Spazio, dunque, a tutte le opinioni  [vedete? "Opinioni". Ma quali opinioni? Qui si parla di testi che non sono biblici e devono essere tali, forme musicali che non sono adatte al canto assembleare perchè sincopate, strumenti che vanno bene ad un concerto rock, non sull'altare e così via. Altro che "spazio a tutte le opinioni", qui ci sono fatti innegabili e che ormai mostrano tutta la loro decrepita insostenibilità], ma non alle strumentalizzazioni di quanti, da una parte e dall'altra, brandiscono come clave le proprie visioni della musica liturgica. [e con questa affermazione l'autore del pezzo si avvia al licenziamento, perché si dà il caso che uno di "quelli faziosi" e "che brandiscono la clava" della musica sacra, si chiami Joseph Ratzinger ed è il suo editore e Papa, e non ha mai fatto mistero, in numerosi scritti, delle sue posizioni in questo campo.] Forse non è ancora chiaro il percorso per arrivare alla composizione di inni moderni, rispettosi della tradizione e di alto livello artistico e che convivano con la giusta valorizzazione del gregoriano. [A quasi cinquant'anni dal Concilio è alquanto avvilente una frase del genere, che dà dello stupido a tutti i compositori. Si sa invece che è stata la mancata vigilanza dei pastori ad aver ridotto la musica liturgica come è adesso. Non diamo la colpa ai compositori, se chi doveva commissionare la musica e pagare gli artisti ha smesso di farlo da cinquant'anni, preferendo il comodo laicato giovanile, non pagato e volenteroso, ma certo non all'altezza del compito che fu di Palestrina, Mozart e Bach, i quali - oltre ad essere compositori - erano anche esecutori e direttori della propria musica in chiesa]. Per il momento però si può evitare di negare dignità artistica a chi sostiene tesi diverse dalle proprie. Almeno per riguardo alla liturgia. ["per riguardo alla liturgia"? Ma è proprio per riguardo alla liturgia che devono essere messe alla berlina non le "tesi diverse", ma le "tesi illegittime", spacciate per rinnovamento conciliare, e non lo sono!]

(©L'Osservatore Romano 17 giugno 2011)

Rileggiamo, caro Filotei, cosa dice il Concilio Vaticano II a proposito delle nuove composizioni di musica sacra. Come vede non è che non si sanno le cose, è che non si vuole proprio applicarle. E' diverso, purtroppo.
Missione dei compositori
SC 121: I musicisti animati da spirito cristiano [non dice "spirito contemporaneo.."] comprendano di essere chiamati [una vocazione per una missione] a coltivare la musica sacra e ad accrescere il suo patrimonio [non dilapidare il patrimonio precedente, ma aggiungere qualche altra perla a ciò che c'è già]. Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra [si distingue ora tra testi e melodie - non ritmi, non arrangiamenti, sono importanti le melodie]; che possano essere cantate non solo dalle maggiori «scholae cantorum», ma che convengano anche alle «scholae» minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l'assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.[In tutta la storia della Chiesa i canti sono considerati testi liturgici, non testi di privati poeti, o ispirati cantautori. Basta con il fai da te, torniamo a musicare - come già qualcuno fa - i testi biblici e liturgici. Stop alle poesiole personali e melense nella messa. IL CONCILIO LO VUOLE.]

giovedì 16 giugno 2011

Aiutiamo Gloria.Tv a fermare la "Messa Western" di Vienna

E' ormai da qualche anno che la benemerita Gloria.tv continua la sua campagna per far fermare la cosiddetta "Messa Western" che si celebra a Vienna in questo periodo, come contorno domenicale della Donauinselfest. Ecco la video-denuncia, in lingua inglese;  ma le immagini non necessitano di tante traduzioni:

Il celebrante pare essere il parroco della Cattedrale, in piena comunione e con il permesso di Sua Eminenza l'arcivescovo Christoph Schönborn.
Il 26 giugno è programmata un'ennesima edizione di questa "Messa da ristorante": i partecipanti vestono con costumi del Far West americano (mi chiedo cosa c'entrino con la mitteleuropea Vienna... comunque pazienza, è una festa a tema), e poi bevono, mangiano e fumano su tavolini da sagra paesana, in attesa di accostarsi allegramente alla Comunione. Una vera e propria...."Santa Cena", con tanto di birra e salsicce, servite prima del Pane Eucaristico: tutti sono invitati a prendere parte al banchetto insieme sacro&profano, cattolici e non cattolici, l'importante è che coloro che non vogliono partecipare siano educati e non disturbino.
Gloria TV ha ben documentato lo svolgimento di queste messe, in cui al posto del profumo dell'incenso si innalzano gli odori invitanti degli hamburger, purtroppo frammisti all'acre odore delle sigarette dei partecipanti e allietati da canti paraliturgici del grande Michael Jackson!
Trovate qui sotto il link al sito appositamente aperto per raccogliere adesioni alla petizione che prega il Card. Schönborn, tanto amico del Papa e suo discepolo, di metter fine a questo show:
Potete far sentire anche voi il vostro sostegno firmando elettronicamente la petizione.
Comunque sia perché non invitare tutti questi signori - probabilmente davvero desiderosi di partecipare alla Messa - in una Chiesa? A Vienna non ne mancano. E se proprio si deve fare la Messa all'aperto, non è il caso di spostarla un tantino... lontano dai pasti?

mercoledì 15 giugno 2011

Furto di reliquia: in California si sono rubati sant'Antonio

E' stata trafugata una reliquia di sant'Antonio dalla Chiesa intitolata al Santo a Long Beach in California. La reliquia era esposta in occasione della festa del 13 giugno, protetta da una cassa in legno e vetro. Nonostante queste precauzioni il giorno dopo, di prima mattina, è risultata rubata. Si sospetta di una donna, non parrocchiana, che è rimasta tutto il giorno presso il tempio antoniano, manifestando un grande interesse per la reliquia. La polizia è convinta che non possa essere un furto per vendere il reliquiario o il suo contenuto, quanto piuttosto un gesto malsano di un devoto eccessivamente desideroso di possedere l'oggetto della sua devozione.
Vi posto un video della TV americana che mostra il luogo del furto, con interviste ai parrocchiani e al sacerdote, visibilmente colpiti dall'accaduto.

 

martedì 14 giugno 2011

La processione di Sant'Antonio a Padova edizione 2011

Si è rinnovato il 13 giugno il gesto devozionale dei Padovani e dei Pellegrini: portare per le vie della città la statua e le reliquie del Santo patrono. Una processione locale e insieme internazionale, quest'anno ancor più che in passato: lingue, costumi, facce diverse, annunciavano la provenienza di devoti di tanti paesi, tutti accomunati dal riferimento al Santo francescano portoghese, padovano per adozione.
Ecco qui un video con le immagini della partecipatissima processione di ieri (circa 100 mila presenze):



Qui non ci sono mortaretti, non ci sono concerti e balli in piazza con contorno di attività ludico-gastronomiche. Niente sagra, solo preghiera, dalle 5,30 del mattino alle 22,30 della sera, condita con la sincera e asciutta devozione del popolo antoniano che accorre da ogni parte a salutare il suo Santo. Un equilibrio tra espressione devozionale, coinvolgimento della società civile che festeggia il suo patrono, e universalismo accogliente, ma senza indulgere a folklorismo esagerato o rumorosa esteriorità.
Quanto sbagliano - comunque - i propugnatori di una fede disincarnata, solo spiriritualismo intellettualista! Privata, in nome di una pretesa purezza cristiana, della dimensione visibile, pubblica e organizzata, l'espressione comunitaria della fede non rimane altro che protestantesimo individualista. Le immagini parlano più di ogni discorso: il popolo di Dio in cammino per le strade del mondo, unito nel percorso ma distinto, non diviso, nelle sue diverse componenti, a seconda delle scelte vocazionali. Popolo accompagnato dai santi e dalla preghiera comunitaria, in direzione della Città del cielo. Ogni processione ben fatta è metafora visibile e tangibile della Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, la Lumen Gentium, che vi invito a ripassare.

lunedì 13 giugno 2011

La Festa di Sant'Antonio: un'occhiata in diretta alla Basilica di Padova

Vi apro una "finestra virtuale" sulla Basilica di Sant'Antonio, per seguire -almeno con l'immagine- la festa che oggi si sta svolgendo in onore del nostro amato Santo. Pregate per i pellegrini, soprattutto perché non si bagnino e possano passare una bella giornata con il Signore e il loro Patrono.

WEBCAM AGGIORNATA IN DIRETTA
Webcam Padova Veneto

Tutte le indicazioni sulla festa, gli orari delle Messe e della processione, li trovate su: www.basilicadelsanto.org

domenica 12 giugno 2011

Sant'Antonio ci parla dello Spirito Santo citando gli inni che ancor oggi cantiamo

«E tutti furono pieni di Spirito Santo» (At 2,24).
Dice in proposito il Signore nel vangelo di oggi: «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Il Padre ha mandato il Consolatore nel nome del Figlio, cioè a gloria del Figlio, per manifestare la gloria del Figlio. Egli - dice - «vi insegnerà» perché sappiate; «vi ricorderà», cioè vi esorterà, perché vogliate; la grazia dello Spirito Santo dà il sapere e il volere. Si canta infatti oggi nella messa: «Vieni, Spirito Santo, e riempi i cuori dei tuoi fedeli», perché abbiano il sapere, «e accendi in essi il fuoco del tuo amore», perché abbiano la volontà di eseguire ciò che hanno saputo (cf. Sequenza della Messa di Pentecoste). Si canta anche: «Mandi il tuo Spirito e sono creati» con la tua sapienza, «e rinnovi la faccia della terra» con la tua volontà di amore (cf. Sal 103,30, si tratta dell'alleluia della Messa di Pentecoste).
Concorda, con queste parole, ciò che leggiamo nelle Lamentazioni di Geremia: «Dall'alto egli ha fatto scendere un fuoco nelle mie ossa e mi ha istruito» (Lam 1,13). È la chiesa che dice: Il Padre «dall'alto», cioè dal Figlio, ha fatto scendere «il fuoco», cioè lo Spirito Santo, «nelle mie ossa», cioè sugli apostoli, e per mezzo di essi «mi ha istruito» perché io sappia e voglia.
(Sant'Antonio, Sermone di Pentecoste, §14)

Qui di seguito il bellissimo Alleluia emitte Spiritum tuum di cui ci parla Antonio nel suo Sermone:


In un altro post avevo già citato un ampio brano del Sermone di Pentecoste del Santo di Padova. Lo si può leggere a questo collegamento: http://www.cantualeantonianum.com/2010/05/santantonio-sermone-di-pentecoste.html


BUONA FESTA DI PENTECOSTE, ALLELUIA ALLELUIA!

sabato 11 giugno 2011

Processioni & meterologia: ovvero come evitare alle statue dei santi il temporale. (latin edition)

Si avvicina pericolosamente il 13 giugno, giorno della Festa del Santo Padovano. Il tempo, stando alle previsioni ormai piuttosto precise, non sarà dei migliori, ma nemmeno dei peggiori - come l'anno scorso! Ecco qui, ora per ora, il grafico. La processione a Padova esce dopo le 18:00.


Il tempo non è nelle nostre mani: nè quello scandido dall'orologio, nè quello che riguarda i fenomeni atmosferici.
Però possiamo pregare, consigliando a Sant'Antonio di non far bagnare la sua statua!

La seguente orazione è antichissima, già presente nel sacramentario Gelasiano ed è particolarmente adatta per quanti prediligono la Forma Straordinaria del rito Romano

Ad poscendam serenitatem (per chiedere il bel tempo)
Oremus
Ad te nos, Domine, clamantes exaudi: et aëris serenitatem nobis tribue supplicantibus ; ut, qui iuste pro peccatis nostris affligimur, misericordia tua praeveniente, clementiam sentiamus. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum, qui vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum.

Per quanti seguono invece la Forma Ordinaria presentiamo quest'altra preghiera, tratta dal Messale di Paolo VI. Questa orazione era già nell'edizione del 1975. Nel messale preconciliare si trova come postcommunio della messa per cacciare le tempeste, è stata poi "promossa" a colletta per chiedere il bel tempo:
Ad petendam serenitatem
Oremus
Omnípotens sempitérne Deus, qui nos et castigándo sanas et ignoscéndo consérvas, præsta supplícibus tuis, ut optáta áeris serenitáte lætémur, et pietátis tuæ donis ad glóriam nóminis tui salutémque nostram semper utámur. Per Dóminum nostrum...

Trad. lett.: O Dio onnipotente ed eterno, che ci risani con il castigo e con il perdono ci conservi, dai ascolto a noi che ti supplichiamo, affinché possiamo rallegrarci del tempo sereno che desideriamo, e usare sempre i doni della tua bontà a gloria del tuo nome e per la nostra salvezza...

E quello che vi riporto qui sotto è il tradimento ufficiale, pardon: la traduzione ufficiale, che ci ammanisce il messale italiano. Si tratta di una completa invenzione-interpretazione:

Dio onnipotente ed eterno, che in ogni evento, triste o lieto, metti alla prova la nostra fede e ci incoraggi alla speranza, ridona a noi, con la serenità del cielo, un segno della tua paterna bontà, perché, nella tranquillità e nella gioia, possiamo lavorare al benessere delle nostre famiglie a gloria del tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Vedete che il testo del messale di Paolo VI, quello originale, non la traduzione che di solito si usa, è molto più tradizionale - anche troppo (non ha paura di parlare del castigo...) - rispetto a come lo si comprende se lo si legge e interpreta senza partire dal latino. Per questo, cari seminaristi, studiate la lingua di Roma o non avrete mai accesso alle fonti autentiche della vostra spiritualità!

La benedizione dei gigli in onore di Sant'Antonio

Come mi è stato richiesto, ecco il formulario della Benedizione dei gigli in onore di Sant'Antonio, in latino (con traduzione conoscitiva), secondo il testo del Rituale Romano-Seraphicum, cioè il rito francescano. E' tradizione benedire i fiori legati alla memoria del Santo di Padova proprio il giorno della sua festa, il 13 giugno.

BENEDIZIONE DEI GIGLI

Il sacerdote indosserà la stola bianca.


Versione latina

C: Adjutorium nostrum in nomine Domini.
T: Qui fecit coelum et terram.
C: Dominus vobiscum.
T: Et cum spiritu tuo.

C: Oremus. Breve pausa di silenzio
Deus, Creator et Conservator generis humani, sanctae puritatis amator, dator gratiae spiritualis et largitor aeternae salutis, bene+dictione tua sancta, bene+dic haec lilia, quae pro gratiis exsolvendis, in honorem sancti Antonii Confessoris tui, supplices hodie tibi praesentamus, et petimus benedici. Infunde illis, salutari signaculo sanctissimae + Crucis, rorem celeste. Tu benignissime, qui ea ad odoris suavitatem, depellendasque infirmitates, humano usui tribuisti; tali virtute reple et confirma, ut quibuscunque morbis adhibita, seu in domibus locisque posita, vel cum devotione portata fuerint, intercedente eodem famulo tuo Antonio, fugent daemones, continentiam salutarem inducant, languores avertant, tibique servientientibus pacem, et gratiam concilient. Per Christum Dominum nostrum.
T: Amen.


Quindi il sacerdote asperge i gigli con l’acqua benedetta dicendo:
tra se C: Asperges me, Domine, hyssopo et mundabor: lavabis me, et super nivem dealbabor.

al popolo C: Ora pro nobis, beate Antonio.
T: Ut digni efficiamur promissionibus Christi.


C: Oremus. Breve pausa di silenzio.
Subveniat plebi tuae, quaesumus, Domine, praeclari Confessoris tui beati Antonii devota et jugis deprecatio: quae in praesenti nos tua gratia dignos efficiat, et in futuro gaudia donet aeterna. Per Christum Dominum nostrum.
T: Amen.

A questo punto vengono distribuiti i gigli.
Versione italiana

C: Il nostro aiuto è nel nome del Signore.
T: Egli ha fatto cielo e terra.
C: Il Signore si con voi.
T: E con il tuo spirito.

C: Preghiamo. Breve pausa di silenzio
O Dio, creatore e salvatore del genere umano, amante della santa purezza, tu che dai ogni grazia spirituale ed elargisci l’eterna salvezza, effondi la tua santa bene+dizione su questi gigli che, in rendimento di grazie, presentiamo a te in onore di S. Antonio confessore e dottore della Chiesa, perché tu li benedica. Per mezzo del segno di salvezza della santa + Croce infondi in questi gigli la tua celeste rugiada. Nella tua bontà li hai dati all’uomo perché li usasse come soave profumo e per allontanare le infermità, colmali della tua potenza e rendila forte in essi affinchè, adoperati contro qualsiasi infermità o conservati nelle case o in altri luoghi, o portati con devozione, per intercessione del tuo servo Antonio, scaccino i demoni, inducano ad una salutare castità, allontanino le malattie, e ottengano pace e grazia a tutti coloro che fedelmente ti servono. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.
T: Amen.

Quindi il sacerdote asperge i gigli con l’acqua benedetta dicendo:
tra se C: Aspergimi Signore con l’issopo e sarò mondato, lavami e sarò più bianco delle neve.

al popolo C: Prega per noi S. Antonio di Padova.
T: E saremo resi degni delle promesse di Cristo.

C: Preghiamo: Breve pausa di silenzio.
La devota e costante invocazione che rivolgiamo al tuo insigne confessore e dottore S. Antonio, sostenga il tuo popolo, o Signore: essa ci renda degni delle tua grazia in questa vita e ci assicuri in futuro l’eterna felicità. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.
T: Amen.

A questo punto vengono distribuiti i gigli.



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