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sabato 31 dicembre 2011

Concludiamo l'anno con il TE DEUM più famoso del mondo

Il Te Deum che vi propongo per concludere l'anno del Signore MMXI è quello di M-A. Charpentier (H 146), il cui preludio è tanto famoso, quanto il resto sconosciuto. Leggi qui la scheda sulla composizione.
E' suonato dall'Orchestra di Lussemburgo e cantato dal coro di Stoccarda, sotto la direzione di Leopol Hager.
Vi ricordo altresì, che andando in chiesa a cantare il Te Deum di fine d'anno, potete ricevere l'indulgenza plenaria, previa una buona confessione, la mancanza di ogni affetto al peccato e la preghiera secondo le intenzioni del Papa.








Latino
Te Deum laudamus:
te Dominum confitemur.
Te aeternum patrem,
omnis terra veneratur.
Tibi omnes angeli,
tibi caeli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:
"Sanctus, Sanctus, Sanctus
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt caeli et terra
majestatis gloriae tuae."
Te gloriosus Apostolorum chorus,
te prophetarum laudabilis numerus,
te martyrum candidatus laudat exercitus.
Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensae maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.
Tu rex gloriae, Christe.
Tu Patris sempiternus es Filius.
Tu, ad liberandum suscepturus hominem,
non horruisti Virginis uterum.
Tu, devicto mortis aculeo,
aperuisti credentibus regna caelorum.
Tu ad dexteram Dei sedes,
in gloria Patris.
Iudex crederis esse venturus.

Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,
quos pretioso sanguine redemisti.
Aeterna fac
cum sanctis tuis in gloria numerari.
Salvum fac populum tuum, Domine,
et benedic hereditati tuae.
Et rege eos,
et extolle illos usque in aeternum.
Per singulos dies benedicimus te;
et laudamus nomen tuum in saeculum,
et in saeculum saeculi.
Dignare, Domine, die isto
sine peccato nos custodire.
Miserere nostri, Domine,
miserere nostri.
Fiat misericordia tua, Domine, super nos,
quem ad modum speravimus in te.
In te, Domine, speravi:
non confundar in aeternum.
Traduzione conoscitiva in italiano
Noi ti lodiamo, Dio,
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre,
tutta la terra ti adora.
A Te cantano tutti gli angeli
e tutte le potenze dei cieli
e i Cherubini e i Serafini,
con voce incessabile:
Santo, Santo, Santo
il Signore Dio degli eserciti.
I cieli e la terra
sono pieni della [maestà della] tua gloria.
Ti acclama il coro glorioso degli apostoli
e [il numero lodevole de]i profeti
e la candida schiera dei martiri;
In tutto il mondo
la santa Chiesa proclama Te
Padre d'immensa maestà
il Tuo venerabile e unico vero Figlio
e lo Spirito Santo Paraclito.
O Cristo, re della gloria,
Tu sei il Figlio eterno del Padre,
per la salvezza dell'uomo,
non hai disdegnato il ventre di una Vergine.
Vincitore della morte,
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio,
nella gloria del Padre.
[Crediamo che] verrai a giudicare
(il mondo alla fine dei tempi).
Dunque Ti chiediamo: soccorri i tuoi servi
che hai redento col tuo Sangue prezioso.
Fa che siano contati coi Tuoi Santi
nella gloria eterna
Salva il tuo popolo, Signore,
e benedici la tua eredità.
e guidali
e sorreggili in eterno
Ogni giorno Ti benediciamo,
lodiamo il tuo nome per sempre.
Degnati oggi, Signore,
di custodirci senza peccato.
Pietà di noi, Signore,
pietà di noi.
Sia sempre su di noi, Signore, la Tua misericordia,
dato che abbiamo sperato in Te.
In Te, Signore, ho sperato:
[fa] che io non sia confuso in eterno.  

Il Te Deum, canto di ringraziamento e di lode alla Trinità

Grazie a mons. Andrea Caniato, incaricato diocesano di Bologna per la Pastorale delle Comunicazioni Sociali, vi posto questa video-spiegazione sul Te Deum, il canto di ringraziamento della Chiesa. Questo inno non viene usato solo a fine anno, come parecchi possono pensare, ma è cantato ad ogni festa e solennità: l'Ufficio delle Letture (Mattutino) si conclude sempre, nelle occasioni festive, con la lode gioiosa per le grandi opere della Trinità:


In questi post trovate tutto il necessario per conoscere meglio il testo e il canto gregoriano del Te Deum:

Te Deum: il canto di ringraziamento.

TE DEUM: grazie Signore per l'anno che si chiude

A questo link, per finire, potete scaricare e leggere il Libretto completo della celebrazione dei Primi Vespri della Solennità della Madre di Dio, con adorazione eucaristica e canto del Te Deum, che Papa Benedetto XVI presiederà questa sera nella Basilica di San Pietro.

venerdì 30 dicembre 2011

L'inno per la festa della Sacra Famiglia: "O lux beata caelitus"

Un esempio di gregoriano "moderno" è l'inno per la festa della Sacra Famiglia. Fu scritto, infatti, da Papa Leone XIII, lo ascoltiamo nello studio che ci propone, come al solito, Giovanni Vianini da Milano:



O lux beáta cælitum
et summa spes mortálium,
Iesu, cui doméstica
arrísit orto cáritas;


María, dives grátia,
o sola quæ casto potes
fovére Iesum péctore,
cum lacte donans óscula;


Tuque ex vetústis pátribus
delécte custos Vírginis,
dulci patris quem nómine
divína Proles ínvocat:


De stirpe Iesse nóbili
nati in salútem géntium,
audíte nos, qui súpplices
ex corde vota fúndimus.


Qua vestra sedes flóruit
virtútis omnis grátia,
hanc detur in domésticis
reférre posse móribus.


Iesu, tuis obœdiens
qui factus es paréntibus,
cum Patre summo ac Spíritu
semper tibi sit glória. Amen.
Luce beata dal cielo e massima speranza dei mortali, Gesù, cui, al nascere, arrise l'amore familiare;


Maria, ricca di grazia, [tu] che, sola, potesti nutrire Gesù al casto petto donandogli baci, insieme con il latte;

e tu, dagli antichi padri scelto custode della Vergine, [tu] che il Figlio Divino chiama con il dolce nome di padre:

Nati dalla nobile stirpe di Jesse per la salvezza delle genti, ascoltate noi che supplici sciogliamo preghiere dal cuore.

Avvenga che questa vostra dimora, che rifulge per la grazia di ogni virtù, possa esser d’esempio nei costumi familiari.

Gesù, che ti sei fatto obbediente ai tuoi genitori, sia sempre gloria a te con l'Altissimo Padre e lo Spirito. Amen


Traduzione di Cattolici Romani

Nello spartito si noterà una strofa in più, la numero 5, che è stata tolta dall'inno nella nuova liturgia delle Ore, eliminando il riferimento vespertino, per poter utilizzare questo testo anche alle lodi.

La Comunità Europea si incontra quest'anno a Berlino: convocata dai fratelli di Taizé

C'è l'Unione Europea basata sulla moneta comune, e l'Unione Europea fondata sulla comune fede cristiana. La prima fa fatica ad incontrarsi e mettersi d'accordo. La seconda, cioè quella che conta davvero, si incontra annualmente per celebrare il passaggio da un anno all'altro, in preghiera, accoglienza e fraternità. La città scelta per il meeting europeo dei giovani convocati dai frères di Taizé è Berlino, simbolo di riunificazione europea, dopo dissidi, guerre, e sofferenze. Dal 28 dicembre al 1° gennaio, dunque, la capitale della Germania è anche capoluogo dei giovani cristiani europei, che vivono una piccola GMG europea dove non è presente il Papa, ma non è "senza" il Papa, che vuole unirsi anche lui alla preghiera. Benedetto XVI ha fatto indirizzare ai convenuti questo messaggio: 
"Mentre siete riuniti a Berlino con migliaia di giovani di tutta l’Europa ed anche di altri continenti, per cercare insieme ai fratelli della Comunità di Taizé di approfondire le sorgenti della fiducia, Sua Santità, Papa Benedetto XVI si unisce a voi nella preghiera e vi incoraggia ad aprire percorsi di fiducia in tutto il mondo.
Voi lo sapete, la fiducia non è cieca ingenuità. Liberandovi dalla schiavitù della paura, questa fiducia, attinta nella vostra fede in Cristo e nella vita del suo Spirito Santo nei vostri cuori, vi rende più lungimiranti e disponibili per rispondere alle numerose sfide e difficoltà alle quali devono far fronte gli uomini e le donne di oggi"
Sul sito della Comunità di Taizé potete leggere alcune testimonianze, e - se la connessione regge - partecipare in streaming alle sessioni del convegno e ai momenti di preghiera. E' inoltre possibile leggere qui le meditazioni di Frère Alois, priore di Taizé.
I canti di Taizé sanno unire le voci e le nazioni diverse, usando spesso e volentieri il latino, la lingua del cristianesimo europeo, lingua di tutti e di nessuno in particolare. Spesso i testi di questi canti, anche se i giovani non se ne rendono conto, sono antichissime antifone tratte dal Graduale Romanum. Magari non ci si pensa, ma i canti di Taizé funzionano perché sono nipoti del canto gregoriano e figli piccolini della polifonia. Senza parentale, grazie a Dio, con la Pop music...
Un video di presentazione di questi incontri annuali:

giovedì 29 dicembre 2011

Niente presepio a Rieti? Ma è proprio così...?

Certe notizie bisogna darle bene e COMPLETE, altrimenti si provoca un maremoto per nulla. Però anche chi compie certe scelte, magari, potrebbe fare dei comunicati stampa che aiutano i giornalisti a non ingannarsi e trarre in errore il pubblico, scatenando reazioni scomposte.
     Oggi, con sconcerto, leggevo su La Bussola quotidiana : "A Rieti hanno ucciso il presepe" e sul blog di Tornielli si rincarava "A Rieti hanno abolito il presepe". Pareva che nella Cattedrale di Rieti, in segno di "sobrietà" e di "crisi" non avessero fatto il presepio. Inorridito da questa corbelleria, perpetrata tra l'altro a pochi passi da Greccio (in diocesi di Rieti), luogo di nascita del presepio, mi sono un po' informato. Non potevo credere che in una cattedrale del genere si premeditasse qualcosa di simile: non allestire il presepio! La sede del vescovo ha dato forse ragione al politicamente corretto delle scuole pubbliche che ostracizzano la natività?
     Allora come stanno le cose? Quello che manca, quest'anno, è il presepio monumentale, storico, quello artistico che tutti i reatini aspettano come tradizione vuole. MA LA RAPPRESENTAZIONE DELLA NATIVITA' NON MANCA! E' stata allestita più semplicemente, in maniera comunque degna e visibile, come testimoniano le foto che sono apparse sul sito del settimanale diocesano e che qui riproduco:
Presepe della Cattedrale di Rieti - 2011: c'è, ma semplice e spoglio.
Ho tratto un sospiro di sollievo, ma non del tutto. La motivazione della scelta del minimalismo presepistico, comunque, rimane risibile, anzi, "piangibile", ed è giustamente fustigata dal pezzo di Tornielli. Che cosa significa: "l'assenza vale più della presenza" - come affermano i responsabili del sobrio presepe? Si sta parlando di sacre rappresentazioni, di visibilità della fede, di espressioni sensibili di ciò che è creduto! Il presepio è esattamente il contrario: "la presenza è necessaria alla speranza"! E san Francesco lo insegna bene: a Natale niente risparmio, non è tempo di far penitenza (altro che "sobrietà"). Anche i muri vanno spalmati di carne, pure se il Natale capitasse di venerdì, arrivò ad affermare il Santo di Assisi in una sua nota iperbole. (Celano, Vita Seconda, FF 787: "Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne; e se questo non è possibile, almeno che ne siano spalmati all'esterno.")
         E allora? Volete insegnare a Francesco la sobrietà? L'amore per la povertà? La salvaguardia del creato?
La storia del presepe di Rieti è un grande autogol comunicativo della diocesi, e su questo non c'è dubbio. Ma non esageriamo, però, amici giornalisti, con le critiche ideologiche ai poveri gestori della cattedrale di Rieti: pensavano di aver fatto una bella trovata, e invece si trovano in mezzo all'aspra bufera del popolo di Internet; non avevano calcolato che se non si è attenti, l'uso disinvolto dei simboli può ritorcersi contro chi li maneggia senza rendersi conto della loro "esplosività" emotiva.
     Intendiamoci: la sobrietà è un valore. Ma non iniziamo dalla liturgia e dal tempio. Se la Chiesa vuole spogliare se stessa e dare una mano alla crisi può guardare prima nei propri conti in banca, e invece di risparmiare e tesaurizzare, per le istituzioni è proprio il momento di spendere e far circolare soldi, dare lavoro perchè nessuno ne dà, commissionare opere e far girare un pochino l'economia.
Forse, invece di fare il presepio minimalista, era proprio il momento di comprare un altro paio di statue del presepe storico, così da aiutare gli artigiani del legno a rischio chiusura.... Un'idea per combattere la crisi dove sta: nel mercato, non sotto le navate della chiesa.

Sullo stato della musica e del canto liturgico: le domande imbarazzanti di Mons. Miserachs Grau pretendono risposte pratiche

La conferenza che qui sotto riporto nella parte più interessante, è di Mons. Valentino Miserachs Grau, preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra, e viene a chiudere i festeggiamenti centenari dell'istituto musicale voluto da San Pio X. Questo discorso è stato tenuto all'assemblea internazionale di Una Voce, lo scorso novembre. E' un'ennesima, forte denuncia dello stato di abbandono, anche da parte di chi dovrebbe tutelarli, del canto e della musica liturgica. Mons. Miserachs Grau si fa alcune importanti domande, che pretendono una risposta: Perché nonostante i documenti siano chiari, la prassi musicale liturgica va nel senso opposto? Come mai norme pratiche vincolanti non ci sono e ognuno fa come gli pare? Come è possibile che si continui a ripetere "uno stizzoso rifiuto nei confronti della vera musica sacra, di ieri e di oggi, sia pur semplice ma scritta a regola d’arte" a vantaggio di forme sciatte ed esecuzioni inaccettabili? 
Speriamo che qualcuno si prenda la briga di rispondere a queste domande. La liturgia e la musica sacra, dopotutto, non sono scienze speculative, ma molto pratiche: se la liturgia con la sua normativa rimane nei messali e non è messa in pratica, se la musica rimane negli spartiti e non la si fa ascoltare, a poco serve e non nutre certo la fede di nessuno.

IMPLICAZIONI DI UN CENTENARIO:
IL PONTIFICIO ISTITUTO DI MUSICA SACRA (1911-2011)

Il Pontificio Istituto di Musica Sacra è stato fondato da San Pio X nel 1911; il breve pontificio Expleverunt di approvazione e lode della Scuola reca la data del 14 novembre 1911, ma le attività avevano già avuto inizio il 5 gennaio dello stesso anno con la celebrazione di una Santa Messa di impetrazione di grazie. I corsi veri e propri iniziarono il 9 gennaio. L’intero anno accademico 2010-2011 è stato dedicato alla commemorazione del centenario di fondazione di quella che si chiamò inizialmente “Scuola Superiore di Musica Sacra”, ma che sotto il pontificato di Pio XI fu annoverata tra gli atenei e le università ecclesiastiche romane, prendendo definitivamente il nome di “Pontificio Istituto di Musica Sacra.
....
Vorrei sottolineare che il Santo Padre Benedetto XVI si è fatto presente alle feste centenarie tramite una sua lettera indirizzata al nostro Gran Cancelliere, Card. Zenon Grocholewski, in cui ha ricordato le benemerenze dell’Istituto in cento anni di storia, e ci ha ricordato come sia importante anche per il futuro continuare ad operare nel solco della grande tradizione, condizione indispensabile per un aggiornamento che abbia tutte le garanzie che la Chiesa ha sempre richiesto come connotati essenziali della musica sacra liturgica: santità, bontà di forme (arte vera) e universalità, nel senso che la musica liturgica sia a tutti proponibile, senza chiudersi in forme astruse o elitarie, e tanto meno ripiegare su imitazioni di banali prodotti di consumo.

Questo è un tasto dolente, il dilagare cioè nelle nostre chiese di un’ondata di pseudo musiche liturgiche veramente improponibili, sia nel testo che nella musica. Eppure la volontà della Chiesa appare chiaramente dalle parole del Santo Padre or ora ricordate. Con simili espressioni si era a noi rivolto nel discorso che tenne in occasione della visita al PIMS del 13 ottobre 2007. È ancora fresco nella nostra memoria il chirografo sulla musica sacra che il Beato Papa Giovanni Paolo II scrisse in data 22 novembre 2003 in commemorazione del centenario del “motu proprio” Inter sollicitudines di San Pio X (22 novembre 1903), assumendo “in totum” i principi più importanti di questo capitale documento, senza dimenticare quanto il Concilio Vaticano II aveva chiaramente espresso nel capitolo VI della Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia, seguendo praticamente le orme di quel Santo Pontefice che volle che il suo “motu proprio” avesse il valore di “codice giuridico della musica sacra”. Viene da domandarsi: se la volontà della Chiesa viene dichiarata a chiare lettere anche ai tempi nostri, come mai la prassi musicale nelle nostre chiese si discosta in modo così evidente dalla sana dottrina?

Alla radice ci sarebbero vari problemi da considerare. Per esempio, il problema del repertorio. Abbiamo accennato ad una doppia dimensione: il pericolo cioè di chiudersi in una cerchia che vorrebbe sperimentare nella liturgia nuove composizioni ritenute di elevata qualità. Occorre dire che l’evoluzione del linguaggio musicale verso incerti orizzonti fa sì che il divario fra la musica “seria” e la sensibilità del popolo diventi via via più profondo. La musica liturgica deve essere “universale”, cioè proponibile a ogni tipo di “pubblico”. È difficile che oggi si scriva buona musica che rechi questo connotato essenziale. Non discuto sul valore di certe produzioni, anche sacre, contemporanee, ma sull’opportunità del loro inserimento nella liturgia; non si può trasformare “l’oratorio” in “laboratorio” di sperimentazioni.

Il secondo aspetto del problema deriva da una falsa interpretazione della dottrina conciliare relativa alla musica sacra. Sta di fatto che il “rinnovamento” liturgico postconciliare, compresa la mancanza quasi totale di una normativa vincolante ad alto livello, ha consentito un progressivo degrado della musica liturgica, fino a diventare per lo più musica di consumo, sui parametri della più sciatta musica leggera. Questa triste prassi determina talvolta atteggiamenti di uno stizzoso rifiuto nei confronti della vera musica sacra, di ieri e di oggi, sia pur semplice ma scritta a regola d’arte. Solo un ravvedimento e una decisa volontà “riformatrice”, che sembra purtroppo di là da venire, potrebbe riportare in chiesa la buona prassi musicale, e con la musica la serietà delle celebrazioni, che non mancherebbero di attirare, attraverso la bellezza, tanta gente, specie giovani, allontanati invece dalla imperante prassi dilettantistica, falsamente popolare, che è stata erroneamente ritenuta, magari in buona fede, efficace strumento di avvicinamento.

Sulla capacità di coinvolgimento di cui è capace la buona musica liturgica vorrei aggiungere soltanto quella che è la mia esperienza personale. Io ho la fortuna di operare, ormai da quasi quarant’anni, come maestro di cappella della romana basilica di Santa Maria Maggiore, ove tutte le domeniche e feste viene celebrata la S. Messa Capitolare in latino, in canto gregoriano e in polifonia, con l’intervento dell’organo e, nelle maggiori solennità, di un sestetto di ottoni. Posso assicurare che i fedeli gremiscono le navate della basilica, e che non mancano mai persone che vengono a ringraziare, commosse fino al pianto, e che addirittura, specie al canto finale dell’Inno alla Madonna “Salus Populi Romani”, battono le mani non potendo contenere l’emozione. La gente è assetata di buona musica! Essa va direttamente al cuore ed è capace di operare persino clamorose conversioni.

Un altro punto cardinale della buona musica liturgica, sempre ricordato dal magistero della Chiesa, riguarda il primato dell’organo a canne. L’organo è stato sempre ritenuto lo strumento principe della liturgia romana e, quindi, tenuto in grande onore e considerazione. Sappiamo bene che altri riti usano altri strumenti, oppure il solo canto senza sorta di accompagnamento strumentale. Ma la Chiesa romana – e anche le chiese nate dopo la riforma luterana – vedono nell’organo lo strumento privilegiato. In modo direi esclusivo nei paesi latini, mentre nei paesi di tradizione anglosassone è frequente nella liturgia anche l’intervento dell’orchestra. Ciò non è dovuto al capriccio o al puro caso: l’organo ha radici molto antiche ed è stato collaudato per lunghi secoli nel suo cammino di perfezionamento. La qualità oggettiva del suo suono prodotto e sostenuto dall’aria insufflata nelle canne, omologabile a quello emesso dalla voce umana, e la ricchezza fonica che gli è propria e che lo rende un mondo a sé – non si tratta infatti di un surrogato dell’orchestra! – giustificano la predilezione che la Chiesa nutre nei suoi confronti. Non per nulla anche il Concilio Vaticano II dedica ispirate parole all’organo quando dice che “il suo suono ha la capacità di aggiungere notevole splendore al culto e di elevare possentemente gli animi a Dio e alle cose celesti”, rievocando così la dottrina precedente, sia di San Pio X, che di Pio XII, specie nella splendida enciclica Musicae sacrae disciplina. Vorrei ricordare a questo proposito che una delle pubblicazioni del PIMS che ha avuto più largo successo è l’opuscolo Iucunde laudemus, che raccoglie i documenti più importanti del magistero della Chiesa relativi alla musica sacra. Proprio in questi giorni, visto che la precedente edizione era completamente esaurita, stiamo dando alle stampe una nuova edizione, aggiornata con ulteriori documenti, sia del magistero precedente che di quello dell’attuale Pontefice.

In questo sia pur rapido sguardo sui punti principali che sono alla base di una buona prassi musicale liturgica, arriva per ultimo quello che dovrebbe essere il primo ad essere considerato, cioè il “canto gregoriano”. Il canto gregoriano è il canto ufficiale della Chiesa romana, come ribadisce il Vaticano II. Il suo repertorio comprende migliaia di pezzi, antichi, meno antichi e addirittura moderni. Certamente il maggior fascino si trova nei brani più antichi, risalenti ai secoli X-XI. Anche in questo caso si tratta di un valore oggettivo, in quanto il canto gregoriano rappresenta una sintesi del canto europeo e mediterraneo, imparentato con il vero e autentico canto popolare, anche delle regioni più lontane del mondo. È un canto profondamente umano, essenziale, nella ricchezza e varietà dei modi, nella libertà ritmica sempre al servizio della parola, nella diversità e vario grado di difficoltà dei singoli brani, a seconda del soggetto a cui è affidata l’esecuzione, etc. È un canto che ha trovato nella Chiesa il suo “humus” più consentaneo, e che costituisce un tesoro unico, di inestimabile valore, anche sotto il punto di vista semplicemente culturale.

Perciò la riscoperta del canto gregoriano è condizione indispensabile per ridare dignità al canto liturgico. E non soltanto come repertorio valido in se stesso, ma anche come esempio e sorgente di ispirazione per le nuove composizioni, come nel caso dei grandi polifonisti del periodo rinascimentale che, seguendo i postulati del concilio tridentino, fecero della tematica gregoriana la struttura portante delle loro meravigliose composizioni. Se nel canto gregoriano abbiamo la strada maestra, perché non seguirla e ostinarci invece a battere sentieri che, in tanti casi, conducono al nulla? Ma per tentare questo lavoro occorre avere persone ben dotate e ben preparate. Tale è lo scopo del Pontificio Istituto di Musica Sacra. Per questi nobili ideali si è battuto durante cento anni, e continuerà a farlo anche nel futuro, convinto di rendere un servizio indispensabile alla Chiesa universale in un campo di primaria importanza qual è la musica sacra liturgica. Ne era talmente convinto San Pio X, che non esitò a scrivere nell’introduzione del suo “motu proprio” queste auree parole: Tra le sollecitudini dell’officio pastorale, non solamente di questa Suprema Cattedra, che per inscrutabile disposizione della Provvidenza, sebbene indegni, occupiamo, ma di ogni Chiesa particolare, senza dubbio è precipua quella di mantenere e promuovere il decoro della Casa di Dio, dove gli augusti misteri della religione si celebrano e dove il popolo cristiano si raduna, onde ricevere la grazia dei Sacramenti, assistere al santo Sacrificio dell’Altare, adorare l’augustissimo Sacramento del Corpo del Signore ed unirsi alla preghiera comune della Chiesa nella pubblica e solenne officiatura liturgica.(…) È però di moto proprio e certa scienza pubblichiamo la presente Nostra Istruzione, alla quale, quasi a codice giuridico della musica sacra, vogliamo dalla pienezza della Nostra Autorità Apostolica sia data forza di legge, imponendone a tutti col presente Nostro Chirografo la più scrupolosa osservanza. Sarebbe veramente da augurarsi che il coraggio di San Pio X trovasse un qualche riscontro anche nella Chiesa dei nostri giorni.

Roma, 2011
Mº Mons. Valentino Miserachs Grau
Preside del PIMS

mercoledì 28 dicembre 2011

Santi innocenti: libretto della santa messa solenne dai francescani di Betlemme

Ho scoperto in rete questo bel libretto, che riporta la Messa dei SS. Innocenti, con il grado di solennità, come si celebra presso la Basilica di Betlemme, nella grotta dei sepolcri dei santi bambini.
Potete scaricarlo a questo collegamento. Oppure sfogliatelo "virtualmente" qui sotto:

martedì 27 dicembre 2011

Una lettera anche troppo chiara del Card. Ranjith sul suo pensiero in materia liturgica. Farà discutere e infiammerà il dibattito

E' stata resa pubblica da New Liturgical Movement una lettera di pochi mesi fa, indirizzata dal Card. Malcom Ranjith di Colombo ai partecipanti alla recente assemblea generale a Roma di "Una Voce", organizzazione internazionale per la salvaguardia e diffusione della Messa in Latino. Il tenore e la chiarezza di questa missiva sono alquanto folgoranti: non lascia dubbi interpretativi, insomma. Il cardinale è ben conosciuto per la sua limpidezza nell'esprimersi e il suo aperto e sincero sostegno per le scelte di Papa Benedetto. Qui egli spiega ulteriormente il suo pensiero sulla Riforma della Riforma e sul programma di ricostruzione liturgica in cui gli pare necessario integrare la conoscenza e la pratica della "forma extraordinaria".
Presento una traduzione "al volo", senza pretesa di precisione né commenti. Chi lo vuole può leggere più sotto il testo originale e postare le proprie opinioni:
"Desidero esprimere, prima di tutto, la mia gratitudine a tutti voi per lo zelo e l'entusiasmo con cui promuovete la causa del ripristino (restauro) delle vere tradizioni liturgiche della Chiesa.
    Come ben sapete, è la liturgia che dà incremento alla fede e alla sua pratica, in maniera eroica, nella vita. La liturgia è  il mezzo con cui vengono sollevati gli esseri umani fino al livello del trascendente e dell'eterno: luogo di un incontro profondo tra Dio e l'uomo 
    La liturgia per questo motivo non può mai essere qualcosa che l'uomo crea. Perché se noi esercitiamo il culto a nostro piacimento e fissiamo noi stessi le regole, allora corriamo il rischio di ricreare il vitello d'oro di Aronne. Dovremmo insistere di continuo sulla liturgia come partecipazione a ciò che Dio stesso compie, altrimenti rischiamo di cadere nell'idolatria. I simboli liturgici ci aiutano a superare ciò che è umano verso ciò che è divino. E' mia ferma convinzione che, in questo ambito, il Vetus Ordo rappresenta in larga misura e nel modo più pieno quella chiamata mistica e trascendente ad un incontro con Dio nella liturgia. E' quindi giunto per noi il momento non solo di rinnovare attraverso radicali modifiche il contenuto della liturgia nuova, ma anche di incoraggiare sempre più un ritorno del Vetus Ordo, come via per un vero rinnovamento della Chiesa,  cosa questa che i Padri, radunati nel Concilio Vaticano II, desideravano. L'attenta lettura della Costituzione conciliare sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, dimostra che i cambiamenti introdotti in seguito, in maniera affrettata, nella Liturgia, non sono mai stati nella mente dei Padri del Concilio. Pertanto è arrivato  per noi il momento di essere coraggiosi nell'operare per una vera riforma della riforma e anche per un ritorno alla vera liturgia della Chiesa, che si era sviluppata nella sua storia bimillenaria in un flusso ininterrotto. Auguro e prego che questo possa realizzarsi. Che Dio benedica i vostri sforzi con il successo" . 
+ cardinal Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo - 24/8/2011


Breve storia di Betlemme e documentario sulla città e la Basilica della Natività


lunedì 26 dicembre 2011

Il canto del prefazio di Natale (praefatio de Nativitate Domini)

Il prefazio del tempo di Natale è una perla della liturgia romana, tratto dagli scritti di San Leone Magno, se non composto tale e quale lo abbiamo dal santo Dottore stesso. Questo testo è passato dall'antico al nuovo messale, senza cambiamenti. Il Papa, nonostante l'età e la voce non più saldissima, l'ha cantato in mondovisione durante la Messa della Notte. Un modello e uno sprone per i nostri ben più giovani celebranti: imparate il vostro mestiere sacerdoti, e ricominciate a cantare LA messa. In italiano, in latino o altra lingua, ma ricominciate a cantare le VOSTRE parti nella santa liturgia. Prendete esempio dal Santo Padre:

PRÆFATIO I DE NATIVITATE DOMINI


Si dice nelle Messe di Natale e della sua ottava; tra l’ottava di Natale, anche nelle Messe con prefazio proprio, fatta eccezione per le Messe che hanno un prefazio proprio dei divini misteri o delle Persone divine; si dice inoltre nelle ferie del Tempo di Natale.

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus:
Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit:
ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amórem rapiámur.
Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus,
cumque omni milítia cæléstis exércitus, hymnum glóriæ tuæ cánimus,
sine fine dicéntes:
Sanctus, Sanctus, Sanctus....


Traduzione CEI: Prefazio di Natale I
Cristo Luce

E' veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.
Nel mistero dei Verbo incarnato
è apparsa agli occhi della nostra mente
la luce nuova del tuo fulgore,
perché conoscendo Dio visibilmente,
per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle cose invisibili.
E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli,
ai Troni e alle Dominazioni
e alla moltitudine dei Cori celesti,
cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria:
Santo, Santo, Santo …



Santi Martiri Nigeriani che seguite l'agnello appena nato, pregate per noi!

"Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 
Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato"
Vangelo di oggi, 26 dicembre: Mt 10,17-22

Santo Stefano, il primo martire, la cui memoria è collocata a ridosso del Natale non è lì per caso: sta a ricordarci continuamente che il Bambino di Betlemme è fonte di contraddizione, e tanti - ai suoi tempi e ai nostri - tentano di chiudere la bocca a lui e ai suoi testimoni. Il bambino Gesù che è nato è fin da subito minacciato e insidiato dall'"enorme drago" dell'Apocalisse, che vuole ingoiarlo insieme a sua Madre, la Vergine fatta Chiesa.
Ancora bombe islamiche hanno insanguinato una comunità in preghiera, nella notte del 25 dicembre. Qui la notizia dell'ANSA. La parrocchia cattolica di Santa Teresa, nella capitale della Nigeria, è stata assaltata con autobombe durante la Messa natalizia, 19 - per ora - i morti accertati. Anche altre comunità cristiane, non cattoliche, hanno subito vergognosi attacchi durante la preghiera. In tutto 32 i caduti. 
Nuovi martiri, per i quali vi invito non tanto a pregare, ma ad invocarli subito, sperando che anche la Santa Sede nei suoi comunicati, sappia con coraggio riprendere le parole scandalose di perdono di Santo Stefano mentre veniva lapidato per la sua testimonianza a Cristo: "Signore, non imputare loro questo peccato!" (At 7,60). Preghiamo, allora, perchè Dio perdoni quanti compiono queste scelleratezze e li converta; e come San Paolo fu conquistato da Santo Stefano, così questi fondamentalisti di oggi possano essere conquistati a Cristo dalle loro vittime innocenti.

domenica 25 dicembre 2011

Responsorio di Natale gregoriano: Verbum caro factum est

Il responsorio breve vespertino del tempo di Natale, con il tono solenne. Da ascoltare e da scaricare e usare nelle celebrazioni del vespro (Scaricate qui tutto il libretto, con le note gregoriane, per lodi e vespri di Natale):


     


Un'altra esecuzione dello stesso resposorio

Buon Natale: aurora in musica

Carissime lettrici e carissimi lettori, Buon Natale! Per allietare la mattina (o il pomeriggio, se vi siete alzati tardi...) di questo giorno santissimo, invece di tediarvi con discorsi da leggere o riflessioni varie, vi propongo solo una meditazione musicale. Il "Natale per strumenti musicali" del nostro amico M.-A. Charpentier, che ci ha già accompagnati con le sue antifone maggiori durante tutta la Novena del Santo Natale.
A tutti voi, ancora una volta, tanti carissimi auguri: Christus natus est pro nobis, alleluia!

Omelia del Papa per la Messa della Notte di Natale 2011: San Francesco e il vedere il volto di Dio



Cari fratelli e sorelle,
La lettura tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo a Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola “apparuit”, che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora: apparuit – “è apparso”. È questa una parola programmatica con cui la Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza del Natale. Prima, gli uomini avevano parlato e creato immagini umane di Dio in molteplici modi. Dio stesso aveva parlato in diversi modi agli uomini (cfrEb 1,1: lettura nella Messa del giorno). Ma ora è avvenuto qualcosa di più: Egli è apparso. Si è mostrato. È uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora.  
         Egli stesso è venuto in mezzo a noi. Questa era per la Chiesa antica la grande gioia del Natale: Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto qualcosa da intuire a partire dalle parole. Egli è “apparso”. Ma ora ci domandiamo: Come è apparso? Chi è Lui veramente? La lettura della Messa dell’aurora dice al riguardo: “apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini” (Tt 3,4). Per gli uomini del tempo precristiano, che di fronte agli orrori e alle contraddizioni del mondo temevano che anche Dio non fosse del tutto buono, ma potesse senz’altro essere anche crudele ed arbitrario, questa era una vera “epifania”, la grande luce che ci è apparsa: Dio è pura bontà. Anche oggi, persone che non riescono più a riconoscere Dio nella fede si domandano se l’ultima potenza che fonda e sorregge il mondo sia veramente buona, o se il male non sia altrettanto potente ed originario quanto il bene e il bello, che in attimi luminosi incontriamo nel nostro cosmo. “Apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli uomini”: questa è una nuova e consolante certezza che ci viene donata a Natale.
      In tutte e tre le Messe del Natale la liturgia cita un brano tratto dal Libro del Profeta Isaia, che descrive ancora più concretamente l’epifania avvenuta a Natale: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine” (Is 9,5s). Non sappiamo se il profeta con questa parola abbia pensato a un qualche bambino nato nel suo periodo storico. Sembra però impossibile. Questo è l’unico testo nell’Antico Testamento in cui di un bambino, di un essere umano si dice: il suo nome sarà Dio potente, Padre per sempre. Siamo di fronte ad una visione che va di gran lunga al di là del momento storico verso ciò che è misterioso, collocato nel futuro. Un bambino, in tutta la sua debolezza, è Dio potente. Un bambino, in tutta la sua indigenza e dipendenza, è Padre per sempre. “E la pace non avrà fine”. Il profeta ne aveva prima parlato come di “una grande luce” e a proposito della pace proveniente da Lui aveva affermato che il bastone dell’aguzzino, ogni calzatura di soldato che marcia rimbombando, ogni mantello intriso di sangue sarebbero stati bruciati (cfr Is 9,1.3-4).
            Dio è apparso – come bambino. Proprio così Egli si contrappone ad ogni violenza e porta un messaggio che è pace. In questo momento, in cui il mondo è continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi; in cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà. E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace. Amiamo il Tuo essere bambino, la Tua non violenza, ma soffriamo per il fatto che la violenza perdura nel mondo, e così Ti preghiamo anche: dimostra la Tua potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro mondo.
             Natale è epifania – il manifestarsi di Dio e della sua grande luce in un bambino che è nato per noi. Nato nella stalla di Betlemme, non nei palazzi dei re. Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale “la festa delle feste” – più di tutte le altre solennità – e l’ha celebrato con “ineffabile premura” (2 Celano, 199:Fonti Francescane, 787). Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da Celano (ivi). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua: nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio stesso. Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia. La risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di Assisi, trasformando la fede in amore. “Apparvero la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini”: questa frase di san Paolo acquistava così una profondità tutta nuova. Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per così dire, toccare Dio e accarezzarlo. Così l’anno liturgico ha ricevuto un secondo centro in una festa che è, anzitutto, una festa del cuore.
            Tutto ciò non ha niente di sentimentalismo. Proprio nella nuova esperienza della realtà dell’umanità di Gesù si rivela il grande mistero della fede. Francesco amava Gesù, il bambino, perché in questo essere bambino gli si rese chiara l’umiltà di Dio. Dio è diventato povero. Il suo Figlio è nato nella povertà della stalla. Nel bambino Gesù, Dio si è fatto dipendente, bisognoso dell’amore di persone umane, in condizione di chiedere il loro – il nostro – amore. Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà e alla semplicità. Preghiamo il Signore di aiutarci ad attraversare con lo sguardo le facciate luccicanti di questo tempo fino a trovare dietro di esse il bambino nella stalla di Betlemme, per scoprire così la vera gioia e la vera luce.
Sulla mangiatoia, che stava tra il bue e l’asino, Francesco faceva celebrare la santissima Eucaristia (cfr 1 Celano, 85: Fonti, 469). Successivamente, sopra questa mangiatoia venne costruito un altare, affinché là dove un tempo gli animali avevano mangiato il fieno, ora gli uomini potessero ricevere, per la salvezza dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, come racconta il Celano (cfr 1 Celano, 87: Fonti, 471). Nella Notte santa di Greccio, Francesco quale diacono aveva personalmente cantato con voce sonora il Vangelo del Natale. Grazie agli splendidi canti natalizi dei frati, la celebrazione sembrava tutta un sussulto di gioia (cfr 1 Celano, 85 e 86: Fonti, 469 e 470). Proprio l’incontro con l’umiltà di Dio si trasformava in gioia: la sua bontà crea la vera festa.
                Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme, scopre che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso il quale gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran parte murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”. Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità esteriore ed interiore che rende il cuore capace di vedere. Dobbiamo chinarci, andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena nato.
           Celebriamo così la liturgia di questa Notte santa e rinunciamo a fissarci su ciò che è materiale, misurabile e toccabile. Lasciamoci rendere semplici da quel Dio che si manifesta al cuore diventato semplice. E preghiamo in quest’ora anzitutto anche per tutti coloro che devono vivere il Natale in povertà, nel dolore, nella condizione di migranti, affinché appaia loro un raggio della bontà di Dio; affinché tocchi loro e noi quella bontà che Dio, con la nascita del suo Figlio nella stalla, ha voluto portare nel mondo. Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 24 dicembre 2011

35mila volte Buon Natale!

A tutti i visitatori del Blog un carissimo augurio di un Santo Natale! Mi avete sorpreso in questo mese con le quasi 35.000 visite in 30 giorni: un grazie anche per questo gradito segno di interesse che, non lo posso negare, stimola e rallegra. Un regalo natalizio, insomma.
Tanti AUGURI!


Canto di offertorio della Messa papale di stanotte: anteprime

Palombella e lo staff liturgico papale hanno scelto il mottetto: Hodie Christus natus est, noe, noe quale canto di offertorio per la Notte Santa del Sommo Pontefice, come ognun può vedere dal libretto della Messa, già a disposizione (qui) del pubblico curioso - e di quanti, volendo seguire la celebrazione papale in TV, potranno usufruirne.

La simpatica parola onomatopeica che conclude ogni versetto, cioè: NOE', NOE', imiterebbe - dicono gli esperti - il suono ritmato delle campane del Natale, che con i loro rintocchi annunciano la nascita del Salvatore. Altri sostengono che sarebbe una contrazione di NOEL (Natale), vestigio di canzoni natalizie da danzare, importate dalla Francia:
Hodie Christus natus est, noe, noe ...       Oggi Cristo è nato, noè, noè...
Hodie Salvator apparuit, noe, noe ...       Oggi è apparso il Salvatore, noè, noè...
Hodie in terra canunt Angeli,                   Oggi sulla terra cantano gli angeli,
laetantur Archangeli, noe, noe ...             si allietano gli arcangeli, noè, noè,...
Hodie exsultant iusti dicentes:                  Oggi esultano i giusti, dicendo:
Gloria in excelsis Deo, noe, noe …          Gloria a Dio nell'alto dei cieli, noè, noè,...

Possiamo ritenere, con una certa approssimazione, che alla messa papale verrà intonato il mottetto rivestito di musica da Giovanni Pierluigi da Palestrina, anche se non è evidenziato l'autore, nel libretto citato sopra.
Vi faccio sentire, comunque, questo bellissimo canto, che riprende il testo dell'antifona al Magnificat dei vespri della solennità natalizia, nella esecuzione del coro della cattedrale cattolica di Westminster, Londra. Una esecuzione inglese che risulterà certo musicalmente parecchio diversa da quella di gusto "romano" della Cappella Sistina, se la scelta cadrà su Palestrina:



Qui si può scaricare anche lo spartito di questo canto a 8 voci del sommo Palestrina

Può essere che il Direttore attuale della Cappella Sistina voglia, però, fare un omaggio al suo predecessore Cardinale. Potrebbe allora scegliere quest'altra versione, scritta dal Maestro Bartorlucci:

venerdì 23 dicembre 2011

E poi parlano del VATICANO!!! La Chiesa paga e i Radicali prendono.

Notiziola del giorno, attinta in rete:
"Radio Radicale. Concessi sette milioni di euro a Radio Radicale per l'anno 2012".

Lo riporta il sito di Repubblica, riferendo sui contenuti del decreto "milleproroghe" in corso di approvazione al Parlamento. La RAI aumenta il canone, e i Radicali, per la loro insostituibile Radio di "servizio pubblico" (ma le bestemmie sono a carico del servizio pubblico?), si fanno dare la mancia.
E poi da quella stessa radio osano fare le prediche a proposito di ICI sull'oratorio o la canonica... i privilegi della Chiesa-piovra e giù giù fino a "Vaticano pagaci tu la manovra"...
Chissà se i radicali vorranno rinunciare a questi soldoni pubblici; visto che il decreto non è ancora approvato possono sempre fare un gesto di grande cuore verso le casse piangenti dello Stato!
E' il caso di dire: "da che pulpito viene la predica!"

Musiche per ultimi scampoli d'Avvento: gregoriano e polifonia

Rorate Coeli gregoriano, il canto dell'Avvento, cantato dal mio coro polifonico preferito: la corale della cattedrale cattolica di Westminster (Londra), sostenuta dai suoi fantastici ragazzi soprano, vere voci angeliche.

A seguire, interpretato dallo stesso coro: Descendit Angelus Domini, (min. 5:11) composizione eccezionale di Tomás Luis de Victoria(1548-1611), il grande musicista spagnolo del tardo rinascimento, uno dei più virtuosi e versati nella musica sacra, a cui si dedicò totalmente. A ragione viene detto "il Palestrina di Spagna".
L'antifona inneggia all'annunciazione di Giovanni Battista a suo padre Zaccaria (cf. Lc 1,11-13) e dice:
Descendit Angelus Domini ad Zachariam dicens: Accipe puerum in senectute tua:
et habebit nomen Joannes Baptista. Ne timeas, quoniam exaudita est oratio tua,
et Elisabeth uxor tua pariet tibi filium: et habebit nomen Joannes Baptista.

giovedì 22 dicembre 2011

Kalenda 2011: canto latino, canto italiano e libretto della veglia e messa natalizia papale

Uno dei problemi nel cantare la Kalenda, cioè l'annuncio solenne della festa del Natale secondo il Martirologio Romano, che si usa per l'ufficio notturno (mattutino) oppure oggi al termine della veglia prima della Messa della Notte, è quello di calcolare la "luna", ovvero il giorno lunare dell'anno in corso. Anche io avevo calcolato male (non sono un asso in matematica, mai stato)... Comunque la luna per il 2011 è "undetricesima", cioè "ventinovesima".
Ecco qui sotto il testo, latino e italiano, per la Kalenda di questo imminente Natale, come la riporta il LIBRETTO DELLA MESSA DELLA NOTTE SANTA curato dall'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Pontefice. Alla Messa viene fatto precedere l'intero Ufficio delle letture cantato in gregoriano. Splendido.


Octavo Kalendas Ianuarii, Luna undetricesima,
innumeris transactis saeculis a creatione mundi, quando in principio Deus creavit caelum et terram, et hominem formavit ad imaginem suam; permultis etiam saeculis ex quo post diluvium Altissimus in nubibus arcum posuerat signum foederis et pacis; a migratione Abrahae, patris nostri in fide, de Ur Chaldaeorum saeculo vigesimo primo; ab egressu populi Israël de Aegypto, Moyse duce, saeculo decimo tertio; ab unctione David in regem anno circiter millesimo; hebdomada sexagesima quinta iuxta Danielis prophetiam; Olympiade centesima nonagesima quinta; ab Urbe condita anno septingentesimo quinquagesimo secundo; anno imperii Caesaris Octaviani Augusti quadragesimo secundo, toto orbe in pace composito, Iesus Christus, aeternus Deus aeternique Patris Filius, mundum volens adventu suo piissimo consecrare, de Spiritu Sancto conceptus   novemque post conceptionem decursis mensibus in Bethlehem Iudae nascitur ex Maria Virgine factus homo.
Nativitas Domini nostri Iesu Christi secundum carnem!

Venticinque dicembre, luna ventinovesima
Trascorsi molti secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio aveva creato il cielo e la terra e aveva fatto l’uomo a sua immagine;
e molti secoli da quando, dopo il diluvio, l’Altissimo aveva fatto risplendere l’arcobaleno, segno di alleanza e di pace;
ventuno secoli dopo la partenza da Ur dei Caldei di Abramo, nostro padre nella fede;
tredici secoli dopo l’uscita di Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè;
circa mille anni dopo l’unzione di Davide quale re di Israele;
nella sessantacinquesima settimana,secondo la profezia di Daniele;
all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade;
nell’anno 752 dalla fondazione di Roma;
nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto;
quando in tutto il mondo regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua venuta, essendo stato concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo:
Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la natura umana.

Qui di seguito due video: il primo con il canto dell'Annuncio di Natale in latino, dalla veglia natalizia dell'anno scorso in San Pietro (qui lo spartito con la musica), e il secondo video, con l'adattamento italiano della melodia gregoriana segnalatoci dall'autore, Giancarlo, che ringrazio.




Il testo secondo il Martirologio in italiano (CEI)
Venticinque dicembre, luna ventinovesima
Trascorsi molti secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio creò il cielo e la terra e plasmò l’uomo a sua immagine; e molti secoli da quando, dopo il diluvio, l’Altissimo aveva fatto risplendere tra le nubi l’arcobaleno, segno di alleanza e di pace; ventuno secoli dopo che Abramo, nostro Padre nella fede, migrò dalla terra di Ur dei Caldei; tredici secoli dopo l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè; circa mille anni dopo l’unzione regale di Davide; nella sessantacinquesima settimana secondo la profezia di Daniele; all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne.

mercoledì 21 dicembre 2011

Nascita e rinascita: incarnazione per la risurrezione, la parola di Benedetto XVI

Oggi Papa Benedetto ha offerto una mirabile catechesi sul Natale, sintetica e precisa come sempre, ispirata al senso liturgico e patristico. Se non avete tempo di leggerla tutta quanta (la potete recuperare qui), almeno date un'occhiata alla seconda parte di essa, che vi riporto qui sotto per vostra comodità. Ruota tutta attorno al tema della unità dell'opera del Salvatore. La missione redentrice è il vertice della storia della salvezza, storia di Dio che viene a riprendersi l'uomo, per riportarlo a casa, costi quel che costi:
O Astro che sorgi... sole di giustizia...vieni ed illumina chi siede nelle tenebre...
...C’è un secondo aspetto al quale vorrei accennare brevemente: l’evento di Betlemme deve essere considerato alla luce del Mistero Pasquale: l’uno e l’altro sono parte dell’unica opera redentrice di Cristo. L’Incarnazione e la nascita di Gesù ci invitano già ad indirizzare lo sguardo verso la sua morte e la sua risurrezione: Natale e Pasqua sono entrambe feste della redenzione. La Pasqua la celebra come vittoria sul peccato e sulla morte: segna il momento finale, quando la gloria dell’Uomo-Dio splende come la luce del giorno; il Natale la celebra come l’entrare di Dio nella storia facendosi uomo per riportare l’uomo a Dio: segna, per così dire, il momento iniziale, quando si intravede il chiarore dell’alba. Ma proprio come l’alba precede e fa già presagire la luce del giorno, così il Natale annuncia già la Croce e la gloria della Risurrezione. Anche i due periodi dell’anno, in cui sono collocate le due grandi feste, almeno in alcune aree del mondo, possono aiutare a comprendere questo aspetto. Infatti, mentre la Pasqua cade all’inizio della primavera, quando il sole vince le dense e fredde nebbie e rinnova la faccia della terra, il Natale cade proprio all’inizio dell’inverno, quando la luce e il calore del sole non riescono a risvegliare la natura, avvolta dal freddo, sotto la cui coltre, però, pulsa la vita e comincia di nuovo la vittoria del sole e del calore.

I Padri della Chiesa leggevano sempre la nascita di Cristo alla luce dall’intera opera redentrice, che trova il suo vertice nel Mistero Pasquale. L’Incarnazione del Figlio di Dio appare non solo come l’inizio e la condizione della salvezza, ma come la presenza stessa del Mistero della nostra salvezza: Dio si fa uomo, nasce bambino come noi, prende la nostra carne per vincere la morte e il peccato. Due significativi testi di san Basilio lo illustrano bene. San Basilio diceva ai fedeli: «Dio assume la carne proprio per distruggere la morte in essa nascosta. Come gli antidoti di un veleno una volta ingeriti ne annullano gli effetti, e come le tenebre di una casa si dissolvono alla luce del sole, così la morte che dominava sull’umana natura fu distrutta dalla presenza di Dio. E come il ghiaccio rimane solido nell’acqua finché dura la notte e regnano le tenebre, ma subito si scioglie al calore del sole, così la morte che aveva regnato fino alla venuta di Cristo, appena apparve la grazia di Dio Salvatore e sorse il sole di giustizia, “fu ingoiata dalla vittoria” (1 Cor 15,54), non potendo coesistere con la Vita» (Omelia sulla nascita di Cristo, 2: PG 31,1461). E ancora san Basilio, in un altro testo, rivolgeva questo invito: «Celebriamo la salvezza del mondo, il natale del genere umano. Oggi è stata rimessa la colpa di Adamo. Ormai non dobbiamo più dire: ”Sei in polvere e in polvere ritornerai” (Gn 3,19), ma: unito a colui che è venuto dal cielo, sarai ammesso in cielo” (Omelia sulla nascita di Cristo, 6: PG 31,1473).

Nel Natale noi incontriamo la tenerezza e l’amore di Dio che si china sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, sui nostri peccati e si abbassa fino a noi. San Paolo afferma che Gesù Cristo «pur essendo nella condizione di Dio… svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7). Guardiamo alla grotta di Betlemme: Dio si abbassa fino ad essere adagiato in una mangiatoia, che è già preludio dell’abbassamento nell’ora della sua passione. Il culmine della storia di amore tra Dio e l’uomo passa attraverso la mangiatoia di Betlemme e il sepolcro di Gerusalemme.

Cari fratelli e sorelle, viviamo con gioia il Natale che si avvicina. Viviamo questo evento meraviglioso: il Figlio di Dio nasce ancora «oggi», Dio è veramente vicino a ciascuno di noi e vuole incontrarci, vuole portarci a Lui. Egli è la vera luce, che dirada e dissolve le tenebre che avvolgono la nostra vita e l’umanità. Viviamo il Natale del Signore contemplando il cammino dell’amore immenso di Dio che ci ha innalzati a Sé attraverso il Mistero di Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione del suo Figlio, poiché – come afferma sant’Agostino - «in [Cristo] la divinità dell’Unigenito si è fatta partecipe della nostra mortalità, affinché noi fossimo partecipi della sua immortalità» (Epistola 187,6,20: PL 33,839-840). Soprattutto contempliamo e viviamo questo Mistero nella celebrazione dell’Eucaristia, centro del Santo Natale; lì si rende presente in modo reale Gesù, vero Pane disceso dal cielo, vero Agnello sacrificato per la nostra salvezza.

Sintesi da ricordare con un'immagine: A Natale nasce... l'Agnello Pasquale!

martedì 20 dicembre 2011

Lefebvriani: Consegnata al Papa la risposta ufficiale al Preambolo

Da notizie dell'ultim'ora pare proprio che il 10 dicembre sia stata consegnata alla Santa Sede, nella persona del Card. Levada, da parte dei superiori generali della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il responso ufficiale al Preambolo dottrinale - comunque ancora non conosciuto - proposto dal Vaticano ai Lefebvriani per la riconciliazione e l'accordo. Questo Preambolo raccoglie i frutti delle lunghe discussioni dottrinali intercorse tra teologi della Santa Sede e teologi del gruppo dissidente. Veniva chiesto ai membri della FSSPX di accoglierlo come base minima per rientrare in comunione con Roma e ottenere uno status giuridico nella Chiesa Cattolica.
Non si conosce il tenore esatto della risposta, che è stata fatta conoscere solo recentemente ai superiori distrettuali della Fraternità.

Fonte: qui

O chiave di Davide

L'antifona maggiore di oggi invoca la "Chiave di Davide":
O Chiave di Davide,
e scettro della casa di Israele,
che apri e nessuno chiude,
chiudi e nessuno apre:
vieni e fa uscire dal carcere
il condannato,
che siede nelle tenebre,
e nell'ombra della morte.
Qual è il significato di questo simbolo che troviamo citato nel libro del profeta Isaia?

Isaia 22,22:
Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire.
Scrive sant'Antonio nel Sermone del Natale (§13):
Dice il Padre, per bocca di Isaia: «Porrò sulla sua spalla la chiave della casa di Davide» (Is 22,22). La chiave è la croce di Cristo, con la quale egli ci ha aperto la porta del cielo. E osserva che la croce è detta «chiave» e «potere»: chiave perché apre il cielo agli eletti, potere perché con la sua potenza precipita i demoni all'inferno.
Anche a Natale non distogliamo lo sguardo dal crocifisso, compimento della missione di Cristo, inaugurata dal mistero della sua incarnazione. Attendiamo la nostra liberazione definitiva nella risurrezione, certi che si è già compiuta - per mezzo della Chiave della Croce - la nostra scarcerazione dal peccato e dalla morte. Per questo mettiamo al centro Cristo crocifisso: punto "cruciale" di ogni nostro pensiero, "chiave" di ogni nostra speranza. Nella tradizione francescana, da San Francesco fino a Padre Pio, la centralità del Cristo Crocifisso si unisce sempre alla devozione per il "Dio umanato", il Dio bambino, nel motivo della contemplazione dell'umiltà di Dio, piccolezza per scelta, volontaria povertà e spogliazione di ogni prerogativa regale, al fine di manifestare l'amore che si dona e si perde per l'amato.
Sul sito della Santa Sede un interessante articolo sulla Centralità del Crocifisso anche nella liturgia

lunedì 19 dicembre 2011

Accogliere Gesù che viene, con la stessa emozione dei carcerati di Rebibbia nei confronti del Papa

«Ahò, questa è la persona più importante del mondo e viene da noi! Ma ve ne rendete conto? Viene da noi! E’ più importante pure del presidente degli Stati Uniti eppure vie’ da noi!».
Questo era il grido, riportato su Avvenire, che si sentiva girare nel carcere di Rebibbia nei giorni precedenti la visita del Papa. La persona importante che trova il tempo per venire a trovare i “reietti”. Questo ha fatto breccia. E insieme ha fatto scalpore che, per la prima volta, il Papa che va a visitare i carcerati non faccia solo il bel discorso di rito, come hanno fatto anche gli altri Papi suoi predecessori, ma ascolti i carcerati, dialoghi con loro, risponda a braccio alle loro spinose domande.
Davvero sorprendente. Nessun uomo pubblico osa tanto, di solito. Solo Papa Benedetto ci ha abituato a questi suoi confronti ravvicinati con le persone e i gruppi ai quale fa visita.
Ma davvero il Papa è “la persona più importante del mondo”? No, ma la rappresenta: è il suo “vice” qui in terra. Ecco perché a lui i carcerati potevano liberamente gridare: “amnistia, amnistia!”, una preghiera, una supplica, che per molti di loro non potrà umanamente vedere realizzazione, per altri forse sì. Eppure tutti accomunava nel chiedere libertà.
Quando viene la persona importante a visitare i carcerati, questi non possono che chiedergli un atto di clemenza, una richiesta di liberazione.
Come ogni giorno, in questa settimana precedente il Natale, facciamo nei confronti di Cristo: “Vieni a riscattarci con il tuo braccio potente” cantava domenica scorsa tutta la Chiesa, e continua oggi con insistenza: “vieni a liberarci, Signore, non tardare” e domani culminerà nella richiesta, quando ciascuno di noi si immedesimerà nel recluso e canterà a Gesù che viene: “fa uscire dal carcere il condannato, che siede nelle tenebre, e nell'ombra della morte”. (vedi qui e qui)
Le ferie d’Avvento sono costellate dalla richiesta di liberazione di coloro che hanno preso coscienza del proprio stato di prigionia nel peccato e aspettano la “persona più importante del mondo”, il Signore, per chiedere a lui, a mani tese, la libertà tanto sospirata.
Al Papa teologo e liturgo tutto questo non sfugge. E non è un caso che abbia scelto di visitare il carcere in questi giorni. Come Cristo si carica e si immedesima nelle persone a lui affidate, anche con quelli che hanno gravemente sbagliato e scontano la pena. Condivide con loro. A Federico che gli diceva:
Troppo poco si parla di noi, spesso in modo così feroce come a volerci eliminare dalla società. Questo ci fa sentire sub-umani. Lei è il Papa di tutti e noi la preghiamo di fare in modo che non ci venga strappata la dignità, insieme alla libertà. Perché non sia più dato per scontato che recluso voglia dire escluso per sempre”, papa Benedetto ha risposto così, non minimizzando o smussando:
Lei ha anche detto che si parla in modo feroce di voi, purtroppo è vero, ma vorrei dire non solo questo, ci sono anche altri che parlano bene di voi e pensano di voi. …. Dobbiamo sopportare che alcuni parlano in modo feroce, parlano in modo feroce anche contro il Papa e tuttavia andiamo avanti”.
Anche il Papa è come un carcerato, a lui troppi danno tutte le colpe del mondo (e della Chiesa) spesso in maniera feroce. E tuttavia "andiamo avanti". In questo mondo siamo pur sempre nella lunga Vigilia del ritorno di Cristo: solo "Domani saprete che il Signore viene, col nuovo giorno vedrete la sua gloria". (ant. 24 dicembre).

Aggiungo qui sotto l'intera trascrizione, offerta dalla Radio Vaticana, del dialogo del Papa con i detenuti:

Domanda 1
Mi chiamo Rocco.Innanzi tutto volevo porgerle il nostro ed il mio personale ringraziamento per questa visita che ci è molto gradita ed assume, in un momento così drammatico per le carceri italiane, un grande contenuto di solidarietà, umanità e conforto. Desidero chiedere a Vostra Santità se questo suo gesto sarà compreso nella sua semplicità, anche dai nostri politici e governanti affinché venga restituita a tutti gli ultimi, compresi noi detenuti, la dignità e la speranza che devono essere riconosciute ad ogni essere vivente. Speranza e dignità indispensabili per riprendere il cammino verso una vita degna di essere vissuta.

Risposta 1
Grazie per le Sue parole. Sento il Suo affetto per il Santo Padre, e sono commosso da questa amicizia che sento da tutti voi. E vorrei dire che penso spesso a voi e prego sempre per voi perché so che è una condizione molto difficile che spesso, invece di aiutare a rinnovare l’amicizia con Dio e con l’umanità, peggiora la situazione, anche interiore. Io sono venuto soprattutto per mostrarvi questa mia vicinanza personale e intima, nella comunione con Cristo che vi ama, come ho detto. Ma certamente questa visita, che vuole essere personale a voi, è anche un gesto pubblico che ricorda ai nostri concittadini, al nostro governo il fatto che ci sono dei grandi problemi e delle difficoltà nelle carceri italiane. E certamente, il senso di queste carceri è proprio quello di aiutare la giustizia, e la giustizia implica come primo fatto la dignità umana. Quindi devono essere costruite così che cresca la dignità, sia rispettata la dignità e voi possiate rinnovare in voi stessi il senso della dignità per meglio rispondere a questa nostra vocazione intima. Abbiamo sentito il ministro della Giustizia, sentito come sente con voi, come sente tutta la realtà vostra e così possiamo essere convinti che il nostro governo e i responsabili faranno il possibile per migliorare questa situazione, per aiutarvi a trovare realmente, qui, una buona realizzazione di una giustizia che vi aiuti a ritornare nella società con tutta la convinzione della vostra vocazione umana e con tutto il rispetto che esige la vostra condizione umana. Quindi, io in quanto posso vorrei sempre dare segni di quanto sia importante che queste carceri rispondano al loro senso di rinnovare la dignità umana e non di attaccare questa dignità, e di migliorarne la condizione. E speriamo che il governo abbia la possibilità e tutte le possibilità per rispondere a questa vocazione. Grazie.

Domanda 2
Mi chiamo Omar.
Santo Padre vorrei domandarle un milione di cose, che ho sempre pensato di chiederti, ma oggi che posso mi rimane difficile farti una domanda. Sono emozionato per l’evento, la tua visita qui in carcere è un fatto molto forte per noi detenuti cristiani cattolici, e perciò più che una domanda preferisco chiederti di permetterci di aggrapparci con te con la nostra sofferenza e quella dei nostri familiari, come un cavo elettrico che comunichi con il Signore Nostro. Ti voglio bene.


Risposta 2
Anch’io ti voglio bene, e sono grato per queste parole che toccano il mio cuore. Penso che questa mia visita mostra che vorrei seguire le parole del Signore che mi toccano sempre, dove dice, l’ho letto nel mio discorso, nell’ultimo giudizio “mi avete visitato nel carcere e sono stato io che vi ho aspettato”. Questa identificazione del Signore con i carcerati ci obbliga profondamente e io stesso devo chiedermi: Ho fatto secondo questo imperativo del Signore? Ho tenuto presente questa parola del Signore? Questo è un motivo perché sono venuto, perché so che in voi il Signore mi aspetta, che voi avete bisogno di questo riconoscimento umano e che avete bisogno di questa presenza del Signore che nel giudizio ultimo ci chiede proprio su questo punto e perciò spero che sempre più possa qui essere realizzato il vero scopo di queste case circondariali di aiutare a ritrovare se stesso, di aiutare e andare avanti con se stesso, nella riconciliazione con se stesso, con gli altri, con Dio, per entrare di nuovo nella società e aiutare nel progresso dell’umanità. Il Signore vi aiuterà, nelle mie preghiere sono sempre con voi. Io so che per me è un obbligo particolare di pregare per voi, di tirare voi, quasi, al Signore, in alto, perché il Signore, tramite la nostra preghiera, aiuta la preghiera, è una realtà. Io invito anche tutti gli altri a pregare, così che un forte cavo, per così dire, sia, che vi tira al Signore e ci collega anche tra di noi, perché andando al Signore siamo anche collegati tra noi. Siate sicuri di questa forza della mia preghiera e invito anche gli altri ad unirsi con voi nella preghiera, così trovare quasi una unica cordata che va verso il Signore.

Domanda 3
Mi chiamo Alberto.
Santità, le sembra giusto che dopo aver perso uno dopo l’altro tutti i componenti della mia famiglia, ora che sono un uomo nuovo, e da un mese papà di una splendida bambina di nome Gaia, non mi concedano la possibilità di tornare a casa, nonostante abbia ampiamente pagato il debito verso la società?

Risposta 3
Anzitutto, felicitazioni! Sono felice che Lei sia padre, che Lei si consideri un uomo nuovo e che abbia una splendida figlia: questo è un dono di Dio. Io, naturalmente, non conosco i dettagli del Suo caso ma spero con Lei che quanto prima Lei possa tornare alla Sua famiglia. Lei sa che per la dottrina della Chiesa la famiglia è fondamentale, importante che il padre possa tenere in braccio la figlia. E così, prego e spero che quanto prima Lei possa realmente avere in braccio Sua figlia, essere con Sua moglie e con Sua figlia per costruire una bella famiglia e così anche collaborare al futuro dell’Italia.

Domanda 4
Santità, sono Federico, parlo a nome dei persone detenute del G14, che è il reparto infermeria.
Cosa possono chiedere degli uomini detenuti, malati e sieropositivi al Papa? Al nostro Papa, già gravato dal peso di tutte le sofferenze del mondo, chiedono che preghi per loro? Che li perdoni? Che li tenga presente nel suo grande cuore? Sì, noi questo vorremmo chiedere, ma soprattutto che portasse la nostra voce dove non viene sentita. Siamo assenti dalle nostre famiglie, ma non nella vita, siamo caduti e nelle nostre cadute abbiamo fatto del male ad altri, ma ci stiamo rialzando.
Troppo poco si parla di noi, spesso in modo così feroce come a volerci eliminare dalla società. Questo ci fa sentire sub-umani. Lei è il Papa di tutti e noi la preghiamo di fare in modo che non ci venga strappata la dignità, insieme alla libertà. Perché non sia più dato per scontato che recluso voglia dire escluso per sempre. La sua presenza è per noi un onore grandissimo! I nostri più cari auguri per il Santo Natale, a tutti.

Risposta 4
Si, mi ha detto parole veramente memorabili, siamo caduti, ma siamo qui per rialzarci. Questo è importante, questo coraggio di rialzarsi, di andare avanti con l’aiuto del Signore e con l’aiuto di tutti gli amici. Lei ha anche detto che si parla in modo feroce di voi, purtroppo è vero, ma vorrei dire non solo questo, ci sono anche altri che parlano bene di voi e pensano di voi. Io penso alla mia piccola famiglia papale, sono circondato da 4 suore laiche e parliamo spesso di questo problema, loro hanno amici in diverse carceri, riceviamo anche doni da loro e diamo da parte nostra il nostro dono, quindi questa realtà è in modo molto positivo presente nella mia famiglia e penso in tante altre. Dobbiamo sopportare che alcuni parlano in modo feroce, parlano in modo feroce anche contro il Papa e tuttavia andiamo avanti. Mi sembra importante incoraggiare tutti che pensino bene, che abbiano il senso delle vostre sofferenze, abbiano il senso di aiutare nel processo di rialzamento e diciamo che io farò il mio per invitare tutti a pensare in questo modo giusto, non in modo dispregiativo, ma in modo umano, pensando che ognuno può cadere, ma Dio vuole che tutti arrivino da Lui, e noi dobbiamo cooperare con lo Spirito di fraternità e di riconoscimento anche della propria fragilità, perché possano realmente rialzarsi e andare avanti con dignità e trovare sempre rispettata la propria dignità, perché cresca, e possano così anche trovare gioia nella vita, perché la vita ci è donata dal Signore e con una sua idea. E se riconosciamo questa idea di Dio che è con noi, anche i passi oscuri hanno il loro senso per darci più la riconoscenza di noi stessi, per aiutare e diventare più noi stessi, più figli di Dio e così e realmente essere felici di essere uomini, perché creati da Dio anche in diverse condizioni difficili. Il Signore vi aiuterà e noi siamo vicini a voi.

Domanda 5
Mi chiamo Gianni, del Reparto G8.
Santità, mi è stato insegnato che il Signore vede e legge dentro di noi, mi chiedo perché l’assoluzione è stata delegata ai preti? Se io la chiedessi in ginocchio, da solo, dentro una stanza, rivolgendomi al Signore, mi assolverebbe? Oppure sarebbe un’assoluzione di diverso valore? Quale sarebbe la differenza?

Risposta 5
Sì: è una grande e vera questione quella che Lei porta a me. Direi due cose. La prima: naturalmente, se Lei si mette in ginocchio e con vero amore di Dio prega che Dio perdoni, perdona. E’ sempre la Dottrina della Chiesa che se uno, con vero pentimento, cioè non solo per evitare pene, difficoltà, ma per amore del bene, per amore di Dio chiede perdono, riceve il perdono da Dio. Questa è la prima parte. Se io realmente conosco che ho fatto male, e se in me è rinato l’amore del bene, la volontà del bene, il pentimento che non ho risposto a questo amore, e chiedo da Dio che è il Bene, il perdono lo dona. Ma c’è un secondo elemento: il peccato non è solamente una cosa “personale”, individuale, tra me e Dio; il peccato ha sempre anche una dimensione sociale, orizzontale. Con il mio peccato personale, tuttavia, anche se forse nessuno lo sa, ho danneggiato anche la comunione della Chiesa, sporcato la comunione della Chiesa, sporcato l’umanità. E perciò questa dimensione sociale, orizzontale del peccato esige che sia assolto anche a livello della comunità umana, della comunità della Chiesa, quasi corporalmente. Quindi, questa seconda dimensione del peccato che non è solo contro Dio ma concerne anche la comunità, esige il sacramento, che è il grande dono nel quale posso, nella confessione, liberarmi di questa cosa e posso realmente ricevere il perdono nel senso anche di una piena riammissione nella comunità della Chiesa viva, del Corpo di Cristo. E così, in questo senso, l’assoluzione necessaria da parte del sacerdote, il sacramento, non è una imposizione che limita la bontà di Dio ma, al contrario, è un’espressione della bontà di Dio perché mi dimostra che anche concretamente, nella comunione della Chiesa, ho ricevuto il perdono e posso ricominciare di nuovo. Quindi, io direi di tenere presenti queste due dimensioni: quella verticale, con Dio, e quella orizzontale, con la comunità della Chiesa e dell’umanità. L’assoluzione del prete, l’assoluzione sacramentale è necessaria per realmente risolvermi, assolvermi da questo legame del male e ri-integrarmi nella volontà di Dio, nell’ottica di Dio, completamente nella sua Chiesa, e darmi la certezza, anche quasi corporale, sacramentale: Dio mi perdona, mi riceve nella comunità dei suoi figli. Penso che dobbiamo imparare a capire il sacramento della penitenza in questo senso: una possibilità di trovare, quasi corporalmente, la bontà del Signore, la certezza della riconciliazione.
Domanda 6
Santità, mi chiamo Nwaihim, reparto G11.
Santo Padre, lo scorso mese è stato in visita pastorale in Africa, nella piccola nazione del Benin, una delle nazioni più povere del mondo. Ha visto la fede e la passione di questi uomini verso Gesù Cristo. Ha visto persone soffrire per cause diverse: razzismo, fame, lavoro minorile…
Le chiedo: loro pongono la speranza e la fede in Dio e muoiono tra povertà e violenze. Perché Dio non li ascolta? Forse Dio ascolta solo i ricchi e i potenti che invece non hanno fede? Grazie Santo Padre.

Risposta 6
Vorrei innanzi tutto dire che sono stato molto felice nella sua terra; l’accoglienza da parte degli africani era calorosissima, ho sentito questa cordialità umana che in Europa è un po’ oscurata perché abbiamo tante altre cose sul nostro cuore che rendono un po’ duro anche il cuore. Qui era una cordialità esuberante, per così dire; ho sentito anche la gioia di vivere, e questa era una delle impressioni belle per me, che nonostante la povertà e tutte le grandi sofferenze che ho anche visto – ho salutato lebbrosi, malati di Aids, eccetera – che nonostante tutti questi problemi e la grande povertà, c’è una gioia di vivere, una gioia di essere una creatura umana, perché c’è una consapevolezza originaria che Dio è buono e mi ama e l’uomo è essere amato da Dio. Quindi questa era per me l’impressione diciamo preponderante, forte; vedere in un Paese sofferente gioia, allegrezza, più che nei paesi ricchi. E questo anche mi fa pensare che nei paesi ricchi la gioia è spesso assente, siamo tutti pienamente occupati con tanti problemi: come fare questo, come conservare questo, comprare ancora… E con la massa delle cose che abbiamo siamo sempre più allontanati da noi stessi e da questa esperienza originaria che Dio c’è e Dio mi è vicino; e perciò direi che avere grande proprietà e avere potere non rende necessariamente felici, non è il più grande dono. Può essere anche, direi, una cosa negativa, che mi impedisce di vivere realmente. Le misure di Dio, i criteri di Dio, sono diversi dai nostri, Dio dà anche a questi poveri gioia, la riconoscenza della sua presenza, fa loro sentire che è vicino a loro anche nella sofferenza, nelle difficoltà, e naturalmente ci chiama tutti perché noi facciamo tutto perché possiamo uscire da queste oscurità delle malattie, della povertà. È un compito nostro e così nel fare questo anche noi possiamo divenire più allegri. Quindi le due parti devono completarsi, noi dobbiamo aiutare perché anche l’Africa, questi paesi poveri, possano trovare il superamento di questi problemi, della povertà, aiutarli a vivere, e loro possono aiutarci a capire che le cose materiali non sono l’ultima parola. E dobbiamo pregare Dio: mostraci, aiutaci, perché ci sia giustizia, perché tutti possano vivere nella gioia di essere tuoi figli!
Un detenuto legge una preghiera

Santità, mi chiamo Stefano, reparto G 11
Preghiera dietro le sbarre
O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.
Sai che non sempre riesco a pensarti con l’attenzione che meriti.
Tu non ti sei dimenticato di me, anche se vivo spesso lontano dalla luce del tuo volto.
Fatti sentire vicino, nonostante tutto, nonostante il mio peccato grande o piccolo, segreto o pubblico che sia.
Dammi la pace interiore, quella che solo tu sai dare.
Dammi la forza di essere vero, sincero; strappa dal mio volto le maschere che oscurano la consapevolezza che io valgo qualcosa solo perché sono tuo figlio. Perdona le mie colpe e dammi insieme la possibilità di fare il bene.
Accorcia le mie notti insonni; dammi la grazia della conversione del cuore.
Ricordati, Padre, di coloro che sono fuori di qui e che mi vogliono ancora bene, perché pensando a loro, io mi ricordi che solo l’amore da vita mentre l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno le lunghe e interminabili giornate. 
Ricordati di me, o Dio, amen.

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