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lunedì 30 aprile 2012

Sondaggio su mettere o rimuovere il crocifisso: a che punto siamo?

Guarda, guarda il risultato - parziale - del sondaggio, di cui abbiamo parlato qui. C'è ancora tempo per votare, se non l'avete ancora fatto. Andate al sito del quotidiano l'Adige, e inviate il vostro parere.

Crocifisso nelle aule scolastiche, va messo?


51% (449 voti)
No
49% (424 voti)
Totale voti: 873

Si chiude aprile, mese dedicato alla preghiera per le vocazioni. Il Papa ordina i preti per la sua Diocesi

Ieri Papa Benedetto ha ordinato nove presbiteri per la sua Diocesi di Roma (riferimento nel Regina Caeli). Un numero piccolo potremmo dire. Poche vocazioni? Non ci sono giovani che "vogliono farsi ordinare dal Papa? E' evidente che da parecchio non vediamo più maxiordinazioni di cinquantine (e oltre) di preti provenienti da tutto il mondo e appartenenti a diocesi,  congregazioni religiose o altri istituti che coglievano l'occasione per darsi visibilità. Lo stile pastorale di Benedetto, in questo, è parecchio difforme da quello del venerato predecessore. Come ogni vescovo, anche il Papa provvede i pastori per le parrocchie della sua Chiesa locale, lasciando ai vescovi delle singole diocesi di ordinare i propri collaboratori nel ministero. E' un segnale che Benedetto lancia: non c'è bisogno di mettersi la medaglia "ordinato prete dal Papa", l'importante è essere sacerdote secondo il cuore di Cristo.
Inoltre questa scelta "restrittiva" vuole ribadire che il Sommo Pontefice è, prima di tutto, vescovo di Roma, e deve mostrare sollecitudine per la sua Chiesa particolare. Solo in quanto buon Pastore della Chiesa romana è anche investito della guida di tutti i cristiani, non il contrario. Davvero Benedetto XVI, pur non essendo romano o italiano di nascita, non perde occasione per mostrare la sua "romanità" acquisita. 
Ora ascoltiamo e leggiamo l'omelia offerta ieri in occasione della messa per l'ordinazione presbiterale:



OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica Vaticana, IV Domenica di Pasqua, 29 aprile 2012

Venerati Fratelli,
cari Ordinandi,
cari fratelli e sorelle!

La tradizione romana di celebrare le Ordinazioni sacerdotali in questa IV Domenica di Pasqua, la domenica «del Buon Pastore», contiene una grande ricchezza di significato, legata alla convergenza tra la Parola di Dio, il Rito liturgico e il Tempo pasquale in cui si colloca. In particolare, la figura del pastore, così rilevante nella Sacra Scrittura e naturalmente molto importante per la definizione del sacerdote, acquista la sua piena verità e chiarezza sul volto di Cristo, nella luce del Mistero della sua morte e risurrezione. Da questa ricchezza anche voi, cari Ordinandi, potrete sempre attingere, ogni giorno della vostra vita, e così il vostro sacerdozio sarà continuamente rinnovato.

Quest’anno il brano evangelico è quello centrale del capitolo 10 di Giovanni e inizia proprio con l’affermazione di Gesù: «Io sono il buon pastore», a cui subito segue la prima caratteristica fondamentale: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Ecco: qui noi siamo immediatamente condotti al centro, al culmine della rivelazione di Dio come pastore del suo popolo; questo centro e culmine è Gesù, precisamente Gesù che muore sulla croce e risorge dal sepolcro il terzo giorno, risorge con tutta la sua umanità, e in questo modo coinvolge noi, ogni uomo, nel suo passaggio dalla morte alla vita. Questo avvenimento – la Pasqua di Cristo – in cui si realizza pienamente e definitivamente l’opera pastorale di Dio, è un avvenimento sacrificale: perciò il Buon Pastore e il Sommo Sacerdote coincidono nella persona di Gesù che ha dato la vita per noi.

Ma osserviamo brevemente anche le prime due Letture e il Salmo responsoriale (Sal 118). Il brano degli Atti degli Apostoli (4,8-12) ci presenta la testimonianza di san Pietro davanti ai capi del popolo e agli anziani di Gerusalemme, dopo la prodigiosa guarigione dello storpio. Pietro afferma con grande franchezza che «Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo»; e aggiunge: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (vv. 11-12). L’Apostolo interpreta poi alla luce del mistero pasquale di Cristo il Salmo 118, in cui l’orante rende grazie a Dio che ha risposto al suo grido d’aiuto e lo ha tratto in salvo. Dice questo Salmo: «La pietra scartata dai costruttori / è divenuta la pietra d’angolo. / Questo è stato fatto dal Signore: / una meraviglia ai nostri occhi» (Sal 118,22-23). Gesù ha vissuto proprio questa esperienza: di essere scartato dai capi del suo popolo e riabilitato da Dio, posto a fondamento di un nuovo tempio, di un nuovo popolo che darà lode al Signore con frutti di giustizia (cfr Mt 21,42-43). Dunque, la prima Lettura e il Salmo responsoriale, che è lo stesso Salmo 118, richiamano fortemente il contesto pasquale, e con questa immagine della pietra scartata e ristabilita attirano il nostro sguardo su Gesù morto e risorto.

La seconda Lettura, tratta dalla Prima Lettera di Giovanni (3,1-2), ci parla invece del frutto della Pasqua di Cristo: il nostro essere diventati figli di Dio. Nelle parole di Giovanni si sente ancora tutto lo stupore per questo dono: non soltanto siamo chiamati figli di Dio, ma «lo siamo realmente» (v. 1). In effetti, la condizione filiale dell’uomo è il frutto dell’opera salvifica di Gesù: con la sua incarnazione, con la sua morte e risurrezione e con il dono dello Spirito Santo Egli ha inserito l’uomo dentro una relazione nuova con Dio, la sua stessa relazione con il Padre. Per questo Gesù risorto dice: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). E’ una relazione già pienamente reale, ma che non è ancora pienamente manifestata: lo sarà alla fine, quando – se Dio vorrà – potremo vedere il suo volto senza veli (cfr v. 2).

Cari Ordinandi, è là che ci vuole condurre il Buon Pastore! E’ là che il sacerdote è chiamato a condurre i fedeli a lui affidati: alla vita vera, la vita «in abbondanza» (Gv 10,10). Torniamo dunque al Vangelo, e alla parabola del pastore. «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Gesù insiste su questa caratteristica essenziale del vero pastore che è Lui stesso: quella del «dare la propria vita». Lo ripete tre volte, e alla fine conclude dicendo: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). E’ questo chiaramente il tratto qualificante del pastore così come Gesù lo interpreta in prima persona, secondo la volontà del Padre che lo ha mandato. La figura biblica del re-pastore, che comprende principalmente il compito di reggere il popolo di Dio, di tenerlo unito e guidarlo, tutta questa funzione regale si realizza pienamente in Gesù Cristo nella dimensione sacrificale, nell’offerta della vita. Si realizza, in una parola, nel mistero della Croce, cioè nel supremo atto di umiltà e di amore oblativo. Dice l’abate Teodoro Studita: «Per mezzo della croce noi, pecorelle di Cristo, siamo stati radunati in un unico ovile e siamo destinati alle eterne dimore» (Discorso sull’adorazione della croce: PG 99, 699).

In questa prospettiva orientano le formule del Rito dell’Ordinazione dei Presbiteri, che stiamo celebrando. Ad esempio, tra le domande che riguardano gli «impegni degli eletti», l’ultima, che ha un carattere culminante e in qualche modo sintetico, dice così: «Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». Il sacerdote è infatti colui che viene inserito in un modo singolare nel mistero del Sacrificio di Cristo, con una unione personale a Lui, per prolungare la sua missione salvifica. Questa unione, che avviene grazie al Sacramento dell’Ordine, chiede di diventare “sempre più stretta” per la generosa corrispondenza del sacerdote stesso. Per questo, cari Ordinandi, tra poco voi risponderete a questa domanda dicendo: «Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio». Successivamente, nei Riti esplicativi, al momento dell’unzione crismale, il celebrante dice: «Il Signore Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio». E poi, alla consegna del pane e del vino: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Risalta con forza che, per il sacerdote, celebrare ogni giorno la Santa Messa non significa svolgere una funzione rituale, ma compiere una missione che coinvolge interamente e profondamente l’esistenza, in comunione con Cristo risorto che, nella sua Chiesa, continua ad attuare il Sacrificio redentore.

Questa dimensione eucaristica-sacrificale è inseparabile da quella pastorale e ne costituisce il nucleo di verità e di forza salvifica, da cui dipende l’efficacia di ogni attività. Naturalmente non parliamo della efficacia soltanto sul piano psicologico o sociale, ma della fecondità vitale della presenza di Dio al livello umano profondo. La stessa predicazione, le opere, i gesti di vario genere che la Chiesa compie con le sue molteplici iniziative, perderebbero la loro fecondità salvifica se venisse meno la celebrazione del Sacrificio di Cristo. E questa è affidata ai sacerdoti ordinati. In effetti, il presbitero è chiamato a vivere in se stesso ciò che ha sperimentato Gesù in prima persona, cioè a darsi pienamente alla predicazione e alla guarigione dell’uomo da ogni male del corpo e dello spirito, e poi, alla fine, riassumere tutto nel gesto supremo del «dare la vita» per gli uomini, gesto che trova la sua espressione sacramentale nell’Eucaristia, memoriale perpetuo della Pasqua di Gesù. E’ solo attraverso questa «porta» del Sacrificio pasquale che gli uomini e le donne di tutti i tempi e luoghi possono entrare nella vita eterna; è attraverso questa «via santa» che possono compiere l’esodo che li conduce alla «terra promessa» della vera libertà, ai «pascoli erbosi» della pace e della gioia senza fine (cfr Gv 10,7.9; Sal 77,14.20-21; Sal 23,2).

Cari Ordinandi, questa Parola di Dio illumini tutta la vostra vita. E quando il peso della croce si farà più pesante, sappiate che quella è l’ora più preziosa, per voi e per le persone a voi affidate: rinnovando con fede e con amore il vostro «sì, con l’aiuto di Dio lo voglio», voi coopererete con Cristo, Sommo Sacerdote e Buon Pastore, a pascere le sue pecorelle – magari quella sola che si era smarrita, ma per la quale si fa grande festa in Cielo! La Vergine Maria, Salus Populi Romani, vegli sempre su ciascuno di voi e sul vostro cammino. Amen.

domenica 29 aprile 2012

"Per molti e per tutti": editoriale di p. Lombardi sulla lettera del Papa ai vescovi tedeschi

Hic est enim calix Sanguinis mei, Novi et Aeterni Testamenti,
qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum
P. Lombardi, per il programma "Octava dies", ha rilanciato il tema della Lettera di Benedetto XVI all'Arcivescovo Presidente e alla Conferenza episcopale della sua terra natia, epistola che ha come oggetto la traduzione delle parole della consacrazione del Sangue di Cristo. Tutti sappiamo che il Papa sta spingendo fortemente verso il ripristino di una più letterale traduzione dei testi liturgici, e nella lettera spiega i motivi di questa generale preferenza e in particolare la necessità di tradurre più fedelmente (alla lettera, senza interpretazioni teologiche) l'espressione "pro multis" delle parole consacratorie.
In attesa che il sito Vaticano (o l'Osservatore o qualche traduttore di buona volontà) ci offra una versione dal tedesco all'italiano della missiva papale [per ora c'è in originale tedesco, anche se circolano nella Rete alcune traduzioni non ufficiali in spagnolo e inglese.], leggiamo le parole del direttore della Radio Vaticana e della Sala Stampa (vedi qui la fonte, a cui ho aggiunto solo qualche sottolineatura):

"Per molti e per tutti": il Papa chiarisce le parole della Messa. Il commento di padre Lombardi

Che cosa ha fatto il Papa a Castelgandolfo nella settimana dopo la Pasqua? Ha preso carta e penna e ha scritto nella sua lingua una lettera un po’ speciale, diretta ai vescovi tedeschi, che pochi giorni dopo l’hanno pubblicata. Riguarda la traduzione delle parole della consacrazione del calice del sangue del Signore nel corso della messa. La traduzione “per molti”, più fedele al testo biblico, va preferita a “per tutti”, che intendeva rendere più esplicita l’universalità della salvezza portata da Cristo.

Qualcuno penserà che il tema sia solo per raffinati specialisti. In realtà permette di capire che cosa è importante per il Papa e con quale atteggiamento spirituale egli lo affronti. Per il Papa le parole dell’istituzione dell’Eucarestia sono assolutamente fondamentali, siamo al cuore della vita della Chiesa. Con il “per molti”, Gesù si identifica con il Servo di Jahwé annunciato dal profeta Isaia; ripetendo queste parole esprimiamo quindi meglio una duplice fedeltà: la nostra fedeltà alla parola di Gesù, e la fedeltà di Gesù alla parola della Scrittura. Il fatto che Gesù sia morto per la salvezza di tutti è fuori da ogni dubbio, quindi è compito di una buona catechesi spiegarlo ai fedeli, ma spiegare allo stesso tempo il significato profondo delle parole dell’istituzione dell’Eucaristia.

Il Signore si offre “per voi e per molti”: ci sentiamo direttamente coinvolti e nella gratitudine diventiamo responsabili della salvezza promessa a tutti. Il Papa – che già aveva trattato di questo nel suo libro su Gesù - ci dona ora un esempio profondo e affascinante di catechesi su alcune delle parole più importanti della fede cristiana. Una lezione di amore e di rispetto vissuto per la Parola di Dio, di riflessione teologica e spirituale altissima ed essenziale, per vivere con più profondità l’Eucaristia. Il Papa termina dicendo che nell’Anno della fede dobbiamo impegnarci in questa direzione. Speriamo di farlo per davvero.

Se, dunque, qualcuno può indicarci come leggere la lettera del Papa in traduzione, non esiti a postare dove trovarla nei commenti o via email. Grazie.


PS. Per chi è interessato ad un approfondimento e a qualche restroscena, consiglio un articolo interessante e ben fatto di Gianni Valente su Vatican Insider: L’intervento di Benedetto XVI sulla formula di consacrazione del vino durante la messa chiude una disputa sotterranea che ha diviso i vescovi

venerdì 27 aprile 2012

Canti non appropriati in occasione dei funerali? La parola ai vescovi italiani

Alcune email mi sollecitavano a "dire la mia" a proposito di canzoni di cantautori contemporanei suonate o comunque eseguite in occasione di recenti funerali. Non penso sia minimamente importante il mio parere personale, né rilevante. Come non lo è - in questo campo - quello del direttore di Avvenire, il quale può d'altronde avere i suoi legittimi gusti musicali. Ma certo è da tenere in considerazione ciò che i vescovi italiani hanno voluto nella recentissima revisione del Rito delle Esequie. I nostri vescovi, previdenti, buoni conoscitori dell'italiana indisciplina, dopo le Premesse generali (che normano il rito per la chiesa intera), hanno approvato e inserito alcune "Precisazioni" che valgono per il nostro Bel Paese. Al num. 6 (pag. 30 del rituale del 2012) troviamo scritto così, a proposito del "commiato" che può seguire la liturgia esequiale:
...Si eviti il ricorso a testi o immagini registrati, come pure l'esecuzione di canti o musiche estranei alla liturgia.
Mi pare chiaro e non c'è bisogno di aggiungere altro, basta leggere quello che con tanta fatica i nostri vescovi discutono e approvano. Non c'è spazio per le polemiche e le palizzate. Se i preti, senza curarsi del volere dei loro vescovi, continuano a ritenersi padroni della liturgia, almeno non prendiamocela con i legittimi pastori che cercano - come possono - addirittura di ricordare gentilmente le ovvietà sopra esposte: cioè di non fare, ad esempio, Power Point con le foto migliori del defunto, non tappezzare la chiesa di cartelloni che salutano e inneggiano allo scomparso, non portarsi all'interno della chiesa maxi-stereo con i CD preferiti dal caro estinto... Tutto questo, in sè,  non è affatto male, sia chiaro. Ci vuole anche l'umano e tenero ricordo. Ma, per favore, non all'altare, non dall'ambone (anche questo ricordano i vescovi: di non usare l'ambone della Chiesa per le eulogie funebri e di non trasformare le preghiere dei fedeli in parole di saluto rivolte al morto invece che a Dio). Per ogni cosa c'è il suo momento,..., diceva già l'antico Qohelet (3,1).

Il semplice fatto che si polemizzi su queste cose fa capire che forse non basta preparare una nuova traduzione dei testi, se poi non la si presenta al clero e ai laici e si evita di sobbarcarsi le necessarie conferenze formative per i sacerdoti per far penetrare il vero senso delle "novità". 

giovedì 26 aprile 2012

Per chi si "illude" che "belare in gregoriano" avvicini a Dio: i canti del Buon Pastore

Domenica prossima, la IV di Pasqua nella forma Ordinaria, è la "Domenica del Buon Pastore" (nella Forma Straordinaria era domenica scorsa, cioè la II post Pascha). I canti proposti dal Graduale post-conciliare, ovviamente canti gregoriani, sono adatti a noi, povere pecorelle a cui piace "belare in gregoriano", come ha recentemente svilito il canto proprio della Chiesa romana lo storico del Concilio Alberto Melloni (leggete qui l'articolo riportato dal prof. Augé).
Melloni, pur sapendo benissimo che i belati gregoriani sono stati autorevolmente promossi dai documenti conciliari, dice - stranamente - che non possono essere considerati come una regola. E invece, dobbiamo ribadirlo, sono proprio una "regola", nel senso che il canto gregoriano rimane il punto di paragone, il metro di misura, per verificare ogni musica sacra e ogni canto per la liturgia. Non si deve sempre cantare in gregoriano, ovviamente, ma si deve riconoscere che è e rimane il canto proprio della Liturgia, la radice da cui può germogliare la novità, sia essa polifonia o canto più popolare.
Quindi, per onorare con santi "belati" il buon Pastore, che festeggeremo fra pochi giorni, riascoltiamo (e magari impariamo) l'alleluia e il canto di comunione di domenica prossima. Il testo dei due canti è lo stesso (nel nuovo Graduale, non è del tutto identico in quello vecchio, da cui ho attinto il video dell'alleluia):
Io sono il buon pastore e pascolo le mie pecore

Io sono il buon pastore e conosco le mie pecore ed esse conoscono me

Scrivevo in tempi non sospetti a proposito dell'antifona di comunione (vedi qui). Questo testo ci fa risentire proprio l'onomatopea della pecorella (in quel "cognoscunt me meae" in cui il suono della "e" appare proprio un belare!). Ai "cristiani adulti", non so perché, non piace sentirsi pecorella del Signore, a noi francescani all'antica, che discendiamo teologicamente da Agostino, piace invece ripetere col Dottore d'Ippona: "per voi sono pastore, con voi faccio parte del gregge".


Alleluia Ego sum Pastor Bonus (scarica qui lo spartito in PDF)


Antifona alla Comunione: Ego sum Pastor Bonus (Scarica qui lo spartito dell'antifona)

mercoledì 25 aprile 2012

Allarme sondaggio: contribuite con i vostri voti a far appendere i crocifissi nella scuola

Mi avvisa un utente che sul quotidiano trentino "L'Adige", è stato lanciato un sondaggio che chiede: "Il crocifisso nella aule scolastiche, va messo?". Nonostante ormai tutti sappiano che la risposta "legale" è "il crocifisso deve rimanere dov'è", è bene che ciascuno vada a cliccare sul "Sì", per ribadire anche in questi sondaggi online che la maggioranza cristiana esiste e vuol farsi sentire.
Quindi contribuite con il vostro click a far entrare in circolo l'idea che il crocifisso sta benissimo nelle aule scolastiche.
Qui il link a cui trovare il sondaggio: http://www.ladige.it/sondaggi/crocifisso-aule-scolastiche-va-messo

Votate e diffondete!!

martedì 24 aprile 2012

Il blog Cantuale Antonianum tra i primi siti a poter esporre il widget Vaticano

E' appena arrivata l'autorizzazione dal Servizio Internet Vaticano - Direzione delle Telecomunicazioni, con relativo invio del codice, ad esporre sul nostro Blog l'ambito e nuovissimo widget che permette l'accesso diretto alle risorse web della Santa Sede. Probabilmente anche voi lo vedete per la prima volta. Ma sono sicuro che fra qualche giorno apparirà in moltissimi siti cattolici, offrendo altrettante "finestre" per moltiplicare il ricorso veloce e agile al sito www.vatican.va.
Un ringraziamento ai membri dello staff del Servizio Internet Vaticano per questo nuovo strumento che ci permettono di utilizzare. Eccolo qui sotto, per ora, poi lo sposterò su una barra laterale. Aggiornato all'ultim'ora e perfettamente funzionante, con pulsanti per vedere anche Twitter e l'ultimo video del canale YouTube Vatican:



Che cosa si intende - nella Chiesa - per "dare l'autorizzazione per pubblicare" un testo destinato alla catechesi?

Un anonimo lettore, manda un apparentemente dotto commento che dobbiamo smontare - per solo amore di verità -, in quanto rivela la sottile mentalità farisaica di chi vuole giocare con il diritto, sollevando questioni formali, senza tener conto delle particolarità del diritto canonico, il quale si interessa del bene delle anime, non - in primo luogo - di cavilli da giureconsulti (non sempre ben informati...). Io, certo, non pretendo di essere un esperto di diritto, ma chi ha mandato il suo commento non ha neppure lui un'invidiabile conoscenza di ciò di cui parla, per usare un eufemismo. E comunque, da vari macroscopici indizi, il commentatore mostra di prendere granchi grandi come case. Per essere gentili. Iniziamo il vaglio.

1) Il commento si riferisce a questo post, che dovreste utilmente rileggere:

2) Il testo del commento inviato dice:
Forse, caro Fr A.R., dovrebbe considerare meglio cosa si intende nel diritto (in generale, ma anche nel diritto canonico) col termine "pubblicazione". Il diritto, come tutte le scienze ha un linguaggio tecnico se si ignora il quale si rischia di incorrere in errori e confusione. Pubblicare in linguaggio giuridico non si riferisce ad un atto materiale di stampa, ma ad una consegna nelle mani di un organo pubblico, il quale garantisca che il testo non sia modificato senza autorizzazione e che il testo non sia occultato. E’ solo l’organo pubblico che garantisce ciò, e non l’edizione, che è un fatto privato e può contenere refusi, alterazioni, o semplicemente essere oggetto di riedizione. In questo caso per pubblicazione si intende il deposito del testo già approvato presso gli archivi della Santa Sede. Vada in Vaticano e chieda di prenderne visione. La decisione di concederglielo o meno non è in mano ai NC ma alla Santa Sede, e da parte loro con la consegna alla Biblioteca Vaticana la disponibilità al pubblico è pienamente effettuata. La “pubblicazione” come accordo commerciale con un editore per realizzare un testo a stampa acquistabile in libreria non è un obbligo per nessuno, ed è un fatto privato non “pubblico".
La messa a disposizione tramite l’organo pubblico non vuol dire che si debba metterle il testo su un piatto d’argento, affinchè lei lo esamini e giudichi se è cattolico. Questo lo hanno già fatto coloro che ne hanno l’autorità. Pertanto lei può chiederne una copia o prenderne visione andando in Vaticano, e sarà poi l’organo pubblico a determinare se e come farglielo consultare. Quel testo non appartiene più nè ai NC, nè a lei o a me. Quel testo è un atto della Chiesa, perchè è lo Statuto di un associazione PUBBLICA di fedeli su cui la Santa Sede ha messo il suo sigillo.
Grazie per l'ospitalità.  :) 
3) L'anonimo commentatore in buona fede, probabilmente più esperto di diritto commerciale che di diritto della Santa Chiesa, commette vari e gravi errori, che ora esporremo (ed essendo alquanto comuni cerchiamo di correggerli):

a) Il Cammino Neocatecumenale non è e non ha mai voluto essere una ASSOCIAZIONE PUBBLICA DI FEDELI, come asserito dall'anonimo. E qui si vede che lo scrivente non ne fa parte, o è un "novizio". Quante volte deve ripeterlo il povero Kiko che non vuole sentir parlare per il Cammino di "Associazione"?
E infatti il Cammino Neocatecumenale, dicono gli Statuti, è una Fondazione di religione e di Culto (basta leggere la nota 3 dell'art 1 §3).

b) Il caro commentatore non si accorge però di che cosa si sta esattamente parlando nell'articolo che commenta e di quale documento si discuta nel post. Non si tratta, come egli afferma nel concludere la sua filippica, dello STATUTO del movimento (il quale è stato pubblicato, divulgato, ciclostilato e può essere trovato anche qua), ma del Direttorio per la Catechesi del Cammino Neocatecumenale (se il giurista-commentatore non ha colto la differenza tra l'uno e l'altro documento, lascio ai lettori l'ardua sentenza....). Comunque sia continuiamo nel merito.

c) Nel linguaggio ecclesiale un testo viene "approvato PER la pubblicazione", e questo non coincide con il linguaggio del diritto civile (o diritto "in generale" come dice l'amico) che prevede il deposito di statuti o altri regolamenti di aziende per darne la necessaria pubblicità, cioè perché non venga occultato. Quest'ultima è una precauzione necessaria in altri ambiti. Nessuno, infatti, può o vuole occultare la dottrina della Chiesa o il vangelo; anzi devono essere annunciati ad ogni creatura per comando di Cristo!  La Chiesa, però, volendo tutelare i fedeli da opinioni eventualmente non conformi alla dottrina cattolica, prevede che i testi che trattano di fede e morale, prima di essere divulgati, usati pubblicamente, in forma scritta (stampata o meno, non importa il supporto) vengano vagliati e approvati. Tanto più un documento che si propone di essere un DIRETTORIO PER LA CATECHESI, cioè di un testo di riferimento per l'insegnamento della fede. Dice il Diritto canonico in maniera generale:
Can. 823 - § 1. Perché sia conservata l'integrità della verità della fede e dei costumi, i pastori della Chiesa hanno il dovere e il diritto di vigilare che non si arrechi danno alla fede e ai costumi dei fedeli con gli scritti o con l'uso degli strumenti di comunicazione sociale; parimenti di esigere che vengano sottoposti al proprio giudizio prima della pubblicazione gli scritti dei fedeli che toccano la fede o i costumi; e altresì di riprovare gli scritti che portino danno alla retta fede o ai buoni costumi.
§ 2. Il dovere e il diritto, di cui al § 1, competono ai Vescovi, sia singolarmente sia riuniti nei concili particolari o nelle Conferenze Episcopali nei riguardi dei fedeli alla loro cura affidati, d'altro lato competono alla suprema autorità della Chiesa nei riguardi di tutto il popolo di Dio.
Per quanto poi riguarda il nostro caso, il decreto di approvazione del Direttorio Catechetico si riferisce ad esso come a "sussidio valido e vincolante per le catechesi del Cammino Neocatecumenale" (vedi qui). Perciò ad esso si applica il seguente canone che si riferisce a "scritti pertinenti all'istruzione catechetica":
Can. 827 - § 1. I catechismi come pure gli altri scritti pertinenti all'istruzione catechetica o le loro versioni, per essere pubblicati, devono avere l'approvazione dell'Ordinario del luogo, fermo restando il disposto del can. 775, § 2.
§ 2. Qualora non siano stati pubblicati con l'approvazione della competente autorità ecclesiastica o da essa successivamente approvati, nelle scuole, sia elementari sia medie sia superiori, non possono essere adottati come testi-base dell'insegnamento i libri che toccano questioni concernenti la sacra Scrittura, la teologia, il diritto canonico, la storia ecclesiastica e le discipline religiose o morali.
§ 3. Si raccomanda che i libri che trattano le materie di cui al § 2, sebbene non siano adoperati come testi d'insegnamento, e parimenti gli scritti in cui ci sono elementi che riguardano in modo peculiare la religione o l'onestà dei costumi, vengano sottoposti al giudizio dell'Ordinario del luogo.
§ 4. Nelle chiese o negli oratori non si possono esporre, vendere o dare libri o altri scritti che trattano di questioni di religione o di costumi, se non sono stati pubblicati con licenza della competente autorità ecclesiastica o da questa successivamente approvati.
Ovviamente trattandosi di un testo di catechesi destinato virtualmente a tutto il popolo di Dio non è approvato da un Ordinario di qualche luogo, ma dalla Santa Sede. Se un parroco scrive un catechismo per la sua parrocchia (e può farlo) ha bisogno dell'approvazione, se Kiko scrive un direttorio catechistico per i neocatecumenali ha bisogno dell'approvazione. E si ritiene che sia il parroco che Kiko non intendano tenere in un cassetto o nel chiuso di polverosi scaffali un'unica copia del loro testo che con tanta fatica hanno composto. O sbaglio?

4) Come si può ampiamente costatare, nel vocabolario del Diritto della Chiesa pubblicare vuol proprio dire "rendere pubblico", divulgare con lo scritto - in questo caso -, perché non si tratta di semplici documenti che riguardano il funzionamento interno di una associazione, ma di testi destinati - per loro stessa natura - a diventare predicazione pubblica, fatta a nome della Chiesa, e devono perciò essere diffusi e dati in mano a quanti dovranno usarli in maniera "vincolante".

5) Inoltre, proprio per evitare gli errori materiali che l'anonimo commentatore paventa, la Chiesa prevede che prima di tutto vengano approvati gli scritti per la pubblicazione, poi, se di essi vengono fatte nuove edizioni o traduzioni, anche queste, di volta in volta, siano controllate e approvate singolarmente. La prudenza non è mai troppa:
Can. 829 - L'approvazione o la licenza di pubblicare un'opera ha valore per il testo originale, non però per le sue nuove edizioni o traduzioni.
6) Il commentatore sornione e ironico afferma poi: "La messa a disposizione tramite l’organo pubblico non vuol dire che si debba metterle il testo su un piatto d’argento, affinchè lei lo esamini e giudichi se è cattolico". E io rispondo: non pretendo di avere il testo su un piatto d'argento, e tantomeno ritengo di dover giudicare "se è cattolico". Il problema è che questo testo è destinato alla catechesi (cioè per sua natura è un testo che pretende di essere reso pubblico in qualche forma) e io, come presbitero o parroco o vescovo, ho il dovere di controllare che ciò che viene detto corrisponda al testo approvato. Se per caso sorgono dubbi o ambiguità a chi pensa si rivolgeranno i fedeli per avere un chiarimento? Ma se non ho accesso al sussidio, come posso svolgere il compito che mi è stato affidato dall'Autorità ecclesiastica, al quale mi sono assogettato dal giorno della sacra ordinazione e del quale dovrò render conto a Dio? 

7) Personalmente ritengo che il ritardo nella pubblicazione si sia verificato solo a causa dell'iter che è stato seguito per far approvare in maniera specifica, dalla Congregazione per il Culto Divino, le "celebrazioni" particolari del Movimento, mentre il resto del testo è approvato dal Pontificio Consiglio per i Laici su mandato della Congregazione della Dottrina della Fede. Adesso, dopo l'ultima approvazione di qualche mese fa, non dovrebbero esserci più ostacoli al "rendere pubblico" un testo per la catechesi che la Chiesa ha con tanto impegno fornito del proprio sigillo di approvazione.

8) Mi pare di aver ampiamente risposto all'anonimo che deve informasi meglio sul peculiare gergo del diritto ecclesiale, soprattutto per quello che riguarda la "Funzione di insegnare nella Chiesa", il cosiddetto "munus docendi", che - per quanto ne so - non mi sembra abbia paralleli nel diritto pubblico o privato che sia. Perciò sostenere che: "Pubblicare in linguaggio giuridico non si riferisce ad un atto materiale di stampa, ma ad una consegna nelle mani di un organo pubblico" potrà anche valere in altro ambito (perfino nel diritto canonico, per esempio quando si parla di fare le "pubblicazioni per il matrimonio", dove non si intende ovviamente "stampare il libretto della liturgia di nozze"!), ma non ha lo stesso significato quando si tratta di predicazione e di catechesi e di pubblicazioni che hanno per oggetto la fede e la morale.

9) Aspettiamo, quindi, fiduciosi, di poter prima o poi vedere diffuso in ogni forma - come merita - il testo del Direttorio Catechetico che non è - lo ricordo ancora - destinato solo ad un movimento o una associazione come un regolamento interno, ma a tutti i fedeli (e anche a quelli che vogliono diventare fedeli), compresi i pastori.

lunedì 23 aprile 2012

La chiesa di cartone per i terremotati in Nuova Zelanda

L'agenzia Fides, qualche giorno fa ha lanciato in Italia la notizia, riprendendola da Associated Press: dopo il devastante terremoto del 21 febbraio 2011, che ha lesionato gli edifici più antichi della città neozelandese di Chistchurch, è stato deciso di rimpiazzare la cattedrale ottocentesca (vedi foto sopra) che dà il nome alla città e ne rappresenteva, fino ad oggi, il simbolo. Troppo costoso e pericoloso tentare di ripararla. Il campanile è completamente collassato, le strutture interne della chiesa e la facciata sono state abbattute per sicurezza. Che fare? Con spirito pragmatico e lucidità del nuovo mondo ecco che: 
"La chiesa anglicana sarà ricostruita temporaneamente con il cartone, in attesa dell’edificio permanente previsto. La cattedrale Vittoriana in stile gotico, che dominava il centro della piazza della città, è stata demolita dopo i gravi danni causati dal terremoto. La nuova struttura, progettata dall’architetto giapponese Shigeru Ban, noto per la costruzione di una chiesa di cartone costruita dopo il terremoto del 1995 di Kobe, in Giappone, verrà situata nel luogo dove sorgeva un’altra chiesa storica andata distrutta. Questo edificio provvisorio, oltre ad essere un simbolo di speranza per il futuro della città, sarà fatto con tubi di cartone, travi in legno, acciaio strutturale e una piazzola di cemento, ed è destinata a durare più di 20 anni. Dovrebbe essere pronta per il prossimo Natale".
Sì, cari lettori, avete letto bene. Una chiesa di cartone! L'idea mi pareva piuttosto sorprendente. Perciò mi sono documentato e sono andato a cercare i progetti. E devo dire che non è niente male per essere una chiesa prefabbricata e temporanea! Una struttura semplice ma luminosa, senza velleità, e per di più ecologica anche se non proprio economica (3 milioni e mezzo di dollari americani), che permetterà ai fratelli anglicani di continuare a pregare e lodare Dio. Ben diversa dalla struttura avveniristica e nuvolosa che avevano proposto, se vi ricordate, dopo il terremoto dell'Aquila, come chiesa provvisoria....(potete leggere qui).   A proposito: che fine ha fatto la "Chiesa della Risurrezione" di Eusebi che doveva essere completata per la fine del 2010? Le ultime notizie sono dell'aprile 2011: il progetto esecutivo era arrivato solo a dicembre 2010, ma da allora non si è saputo più nulla (se avete aggiornamenti, postateli pure nei commenti). Non si sa neppure dove dovrebbe sorgere la chiesa provvisoria "da costruire in pochissimo tempo". E pare non ci siano nemmeno le risorse, cioè i soldini. Speriamo che i fratelli anglicani siano più fortunati degli aquilani. Tra l'altro, anche all'Aquila doveva sorgere un auditorium "di cartone" progettato dallo stesso architetto giapponese che ha disegnato la chiesa per la Nuova Zelanda. Ma il progetto aquilano è stato "snaturato", realizzato in acciaio, invece che con il materiale previsto dal suo ideatore.
C'è da dire, comunque, in riferimento alla "chiesa di cartone": evviva la semplicità. Ecco le foto:


Rendering del progetto nel suo ambiente
E la cattedrale cattolica del Santissimo Sacramento? Anche questa è stata severamente danneggiata. Ma pare - grazie a Dio - che la bella chiesa neoclassica non debba essere abbattuta e possa - col tempo - venir restaurata. 




venerdì 20 aprile 2012

Confessione per iscritto e fantasiose liturgie penitenziali portoghesi

Vi posto un video che sta suscitando vivaci e numerose discussioni all'interno della blogosfera cattolica... per diversi motivi, alcuni dei quali non così scontati, mentre altri, più seri, passano inosservati. Possiamo anche fare un esercizio di lettura da punti di vista diversi: teologico-sacramentale; liturgico, canonistico... e ne otterremo valutazioni diverse. Sia chiaro che a nessuno è consigliato di seguire l'esempio qui sotto mostrato. Anzi!
Si tratta del modo di confessare i giovanissimi (e i non-più-giovani) di p. Julio, sacerdote portoghese della parrocchia di Espinhel diocesi di Aveiro.



La didascalia del video precisa che, durante la Messa con i bambini, p. Julio riceve le confessioni con i peccati scritti su foglietti di carta, che dopo la lettura privata del prete vengono macinati nella macchinetta distruggi-documenti, posta sopra l'altare. Intanto il coro di "Arcel" esegue canti penitenziali adatti a creare l'atmosfera. Alla fine il sacerdote dà l'assoluzione a tutti quelli che si sono così confessati.

Dove sono i problemi di questa celebrazione?

Molti grideranno allo scandalo per il fatto che il sacerdote non ascolta i peccati ma li legge sul foglietto. E invece questo non solo non è un abuso - secondo i moralisti tradizionali e canonisti - ma è di per sé pure previsto (sebbene in circostanze limitate) fin dal tempo precedente la manualistica: i peccati devono essere "comunicati" al sacerdote attraverso la voce, ma possono essere comunicati anche per mezzo segni o gesti, tra questi, in primo luogo, i segni scritti (pensate a quando bisogna confessare dei sordomuti, a me è capitato varie volte!). Già San Tommaso nel Supplemento alla III parte della Summa, questione 9, art. 3, ritiene possibile, in presenza, aprire al confessore la propria coscienza per iscritto, se non è possibile fare altrimenti (infatti la parola vocalmente espressa rimane la maniera più adatta e degna). L'atto della confessione è così importante e personale che "quando non possiamo farlo in un dato modo, dobbiamo confessarci in un altro, secondo le nostre possibilità". L'importante è esprimere i peccati in maniera integrale.
Quindi, se il penitente scrive tutti i suoi peccati mortali sul foglietto e lo consegna al confessore, il quale legge tutto, anche per un moralista come Sant'Alfonso Maria de' Liguori, la materia minima per il sacramento c'è.
Figuriamoci che, per il Diritto canonico, Can. 990: "Non è proibito [nemmeno!] confessarsi tramite l'interprete, evitati comunque gli abusi e gli scandali e fermo restando il disposto del can. 983, §2.", purché l'interprete, ovviamente, riporti quanto personalmente vuole confessare il penitente e costui, in presenza, possa ricevere l'assoluzione
Il problema - a mio avviso - è semmai se ci sia necessità di ricorrere ad altro modo che la parola parlata e, in seconda battuta, la fretta con cui vengono letti i peccati (soprattutto degli adulti) e la poca serietà nel considerare i bisogni spirituali delle persone (grandi o piccole) che vengono a confessarsi: magari necessitano di una domanda di chiarimento, di una parola di consiglio, di un approfondimento per la fede... che non pare esserci, stando al video in esame. Certo non è questione di diritto o sacramentaria, ma di serietà pastorale e zelo spirituale per il bene delle anime.

Pare poi abbastanza ridicolo il fatto che, quelli che tuonano dicendo che in confessione non si dovrebbe "fare la lista della spesa" dei propri peccati, siano spesso gli stessi che approvano la "singolare iniziativa" (o almeno sorvolano sul fatto) di confessare bambini e grandini, attraverso vere e proprie "liste di peccati", messi per iscritto! Ironia del linguaggio.

Il gesto di distruggere i foglietti dei peccati, anche se può piacere tanto ai liturgisti che cercano sempre nuovi "simboli", in realtà è un requisito che un buon canonista non può che apprezzare: bisogna tutelare anche in questo caso il sigillo del segreto della confessione. Quindi si eliminano fisicamente i supporti della comunicazione dei peccati. La cosa sconveniente, e che contravviene alle norme liturgiche, è porre SOPRA l'altare quello scatolone onnivoro! No, è veramente fastidioso. Poteva bastare uno sgabello o qualche altro supporto. L'altare è solo per il Corpo e Sangue di Cristo, nemmeno le reliquie dei Santi - dicono oggi i liturgisti - sono al loro posto appoggiate sulla sacra Mensa. Figuriamoci i distruggi-documenti! Un braciere con delle fiamme che divorano i foglietti mi parrebbe, comunque, più appropriato e simbolico rispetto all'uso dell'elettrodomestico.

L'assoluzione comune dopo la confessione individuale non deve essere confusa con l'assoluzione generale senza previa confessione (Cf. Introduzione al Rito della Penitenza). Tuttavia la forma mostrata dal video appare un ibrido: c'è la "confessione" individuale, ma l'assoluzione è generale. Nella forma della liturgia penitenziale comunitaria, tuttavia, è previsto che sia la confessione, sia l'assoluzione rimangano individuali, non quindi la sola confessione. Ciò che accade nel video, però, differisce comunque dal caso dell'assoluzione generale senza previa confessione, permessa solo a giudizio del Vescovo e solo in caso di gravissima necessità, che qui però non ricorre e non si verifica.
E' evidente poi, dal filmato, che molti ragazzini al momento dell'assoluzione non sono assolutamente attenti a ciò che sta avvenendo e forse neppure lo sanno. Comunque i sacramenti, anche l'assoluzione sacramentale, "funziona" ex opere operato, non per l'attenzione del ricevente. Altro discorso è quello sulla fruttuosità del sacramento, che ne può essere implicata... Mischiare le forme del rito della penitenza rimane, a mio avviso, un abuso. Questo però non invalida l'assoluzione.

Grave è anche la mancanza di una parola sulla soddisfazione che è una "parte integrante" del sacramento della confessione. Quella che comunemente viene detta "penitenza" è in realtà il segno del desiderio di cambiare vita, di riparare i peccati commessi, il segno di essere davvero risorti con Cristo a Vita nuova.
Oggi, ahimé, è talmente sottovalutata - nonostante sia ben prevista e inculcata dal rituale - che spesso il prete non dice niente a proposito della pratica penitenziale da far seguire alla confessione dei peccati. E così va in fumo la necessaria riparazione, che deve legare gesto liturgico e vita. La soddisfazione, infatti, può consistere in tre cose (oltre l'ovvio evitare i peccati confessati), e cioè preghiera, digiuno e carità (compresa l'elemosina, ma i gesti di carità sono ben più ampi della sola elemosina). E la soddisfazione penitenziale deve essere adattata a ciascun penitente, a seconda dei peccati confessati e della sua condizione di vita, di età, salute, ecc. come ricorda anche il Can. 981: "A seconda della qualità e del numero dei peccati e tenuto conto della condizione del penitente, il confessore imponga salutari e opportune soddisfazioni; il penitente è tenuto all'obbligo di adempierle personalmente"
Evidentemente padre Julio sorvola su questa terza, importante, caratteristica del sacramento della riconciliazione.

Ma oltrepassando i problemi già visti, la cosa più grave, dal punto di vista della disciplina liturgica e della coerenza sacramentale, per cui non si deve mai fare una cosa del genere, è che questo sacramento della confessione è inserito - a quanto scrive lo stesso sacerdote nel postare il video - all'interno della celebrazione della Santa Messa! (lo si capisce anche dalla stola color verde del sacerdote, che neppure si preoccupa di indossare la casula...)
Questo è un grave abuso, come specificato in Redemptionis Sacramentum 76:
...Secondo l’antichissima tradizione della Chiesa romana, non è lecito unire il sacramento della Penitenza con la santa Messa in modo tale che diventi un’unica azione liturgica. Ciò non impedisce, tuttavia, che dei Sacerdoti, salvo coloro che celebrano o concelebrano la santa Messa, ascoltino le confessioni dei fedeli che lo desiderino, anche mentre si celebra la Messa nello stesso luogo, per venire incontro alle necessità dei fedeli. Ciò tuttavia si svolga nella maniera opportuna.
L'unico sacramento che non può mai essere incluso all'interno della Santa Messa è proprio il sacramento della Penitenza, perché esso prepara alla partecipazione piena all'altare del Signore, va "premesso" ad essa. Anche qui fa sorridere il fatto che mentre molti preti si scandalizzano che "durante" la Messa altri sacerdoti, nei confessionali, siano a disposizione per le confessioni, arrivino ad approvare l'inserire "nella" Messa il sacramento della riconciliazione, magari per i bambini che fanno "la festa del perdono" o "della Prima Confessione"!

PS. Altre considerazioni a parte, mi sembra tuttavia che quello della confessione "scritta" sia un pallino dei sacerdoti portoghesi. A parte il p. Julio, anche un altro prete, originario di Lisbona, è conosciuto per una sua famosa confessione ricevuta per iscritto (ma in circostanze molto diverse!!). Si tratta nientemeno che di Sant'Antonio di Padova (nativo, appunto, della città lusitana). Si narra che un giorno dovette leggere la lunga lista di peccati di un penitente che per la vergogna e le lacrime non riusciva a parlare e fu invitato da Antonio a comunicare per iscritto tutti i suoi peccati. Non avendo, però, il Santo taumaturgo a disposizione un distruggi-documenti, dovette ricorrere...ad un miracolo: ogni riga che Antonio leggeva, scompariva prodigiosamente appena letta, finché percorsa tutta la lista, il foglio tornò bianco e immacolato, come l'anima del penitente che era ricorso al Santo confessore.
Sant'Antonio regge il foglio, diventato candido, su cui erano scritti i peccati

giovedì 19 aprile 2012

Preti in pole position: il cardinale di New York scala la classifica di Time Magazine

Il Time magazine ha pubblicato la lista delle 100 persone più influenti tra le quali verrà scelta la Persona dell'anno 2012.

Dopo un primo scrutinio via internet, aperto al pubblico, destando una certa sorpresa, l'Arcivescovo di New Your, Cardinal Timothy Dolan, ha ricevuto più di 42.000 voti. Giovane cardinale dell'ultima infornata, Timothy Dolan è uno dei Principi della Chiesa più simpatici e più "outspoken" come si dice in inglese, cioè franchi, chiari, senza peli sulla lingua.

Si è piazzato così al numero 16 su 100 (vedi fonte), in testa rispetto a Lady Gaga e Barack Obama e dell'attore George Clooney (fonte). E questo nonostante gli scandali e gli altri attacchi contro la Chiesa Cattolica, ormai ai ferri corti con il governo degli USA

Di recente, infatti, il Cardinal Dolan è stato severamente critico rispetto alla legislazione sulla sanità promossa dall'amministrazione Obama. Questa infatti richiederebbe alle istituzioni collegate con la Chiesa di pagare un'assicurazione sanitaria che copra anche gli anticoncezionali, comprese le "pillole del giorno dopo", cioè veri e propri farmaci abortivi. Cosa a cui la Chiesa Cattolica (insieme ad altre confessioni religiose) si oppone fermamente, senza se e senza ma, e con una forte unità fra tutti i vescovi.

Il verdetto su chi sarà la "Persona dell'anno" è ora nelle mani dei giornalisti e direttori del Time. Il passaggio o il fallimento della riforma del servizio sanitario statunitense e il ruolo giocato dal Card. Dolan in questo, potrebbe rivelarsi un fattore decisivo.

mercoledì 18 aprile 2012

Fellay, si dice, "ha firmato". Ma non tutti i suoi sono d'accordo con lui. Nemmeno Lefebvre stesso?

Si percepisce un certo contrasto all'interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i lefebvriani (leggi qui). Mentre l'ala "cattolica" si rallegra (leggi qui) della probabile capitolazione dei vertici alle richieste dottrinali del Papa (che per primo ha concesso tutto quello che i lefebvriani, da sempre, chiedevano), c'è un'aula "rigorista", che non intende piegarsi e cerca di spegnere gli entusiasmi (il comunicato oggi uscito da Menzingen ne è un segno chiaro - si veda anche qui -)
Purtroppo sappiamo che questi ultimi possono richiamarsi alla più autentica eredità dell'arcivescovo scomunicato Marcel Lefebvre, iniziatore dell'irregolare società di chierici tradizionalista, mai piegatosi alle richieste della Santa Sede. Accetterebbe lui, oggi, l'accordo dottrinale proposto da Ratzinger Papa, quello stesso Ratzinger Cardinale a cui più volte disse "NO" in vita, come ci testimonia il video-discorso che qui vi accludo?? A voi la risposta, dopo aver ascoltato il discorso (o letto i sottotitoli se non capite bene il francese). Comunque rimarrà la domanda: Quanto sincera potrà essere l'accettazione dottrinale di chi, fino a ieri, continuava a dire che non intendeva piegarsi alle pretese di una Roma "che ha perso la Fede"? Anche questo resta da scoprire... Speriamo e preghiamo per un vero e duraturo risanamento degli strappi nella veste di Cristo che è la sua Chiesa. Papa Benedetto se lo meriterebbe davvero.

lunedì 16 aprile 2012

16 aprile: Memoria di Santa Bernadette Subirous, la veggente di Lourdes

Il Martirologio Romano, alla pagina odierna, riporta:

A Nevers sempre in Francia, santa Maria Bernarda Soubirous, vergine, che, nata nella cittadina di Lourdes da famiglia poverissima, ancora fanciulla sperimentò la presenza della beata Maria Vergine Immacolata e, in seguito, preso l’abito religioso, condusse una vita di umiltà e nascondimento.

Era il 16 aprile 1879. Bernadette aveva appena 35 anni.
Notate le ultime parole del ricordo del Martirlogio: "condusse una vita di umiltà e nascondimento". Non sono lì a caso, e paiono mettere in luce il comportamento di chi davvero ha fatto esperienza del misterioso contatto con la Vergine Maria. Questo tratto è comune a Berbardette e a Lucia di Fatima: lasciare i riflettori e i flash e i microfoni di Radio e TV, per nascondesi al mondo e vivere nascoste in Cristo. 
La Madonna, ci insegna Bernadette, non ha bisogno di pubblicità, e tantomeno di veggenti che continuano a girare il mondo con visioni "programmate" e ad affermare che proprio la Vergine di Nazareth vuole che "tutti credano alle sue apparizioni", sacerdoti compresi. Nemmeno la Chiesa pretende tanto per quelle che comunque restano sempre "rivelazioni private".

Le veggenti "riconosciute" dalla Chiesa non hanno costruito alberghi, non hanno "promosso" le loro visioni, non hanno dato avvio ad associazioni per raccogliere fondi. Solo obbedienza alla Chiesa e nascondimento al mondo. Dopo aver incontrato il soprannaturale non avevano più interesse per queste cose, pur buone, ma non più per loro. Che differenza con attuali esperienze che tante folle italiane attirano ad una parrocchia che vuol farsi passare per Santuario senza esserlo.

Oggi, dunque, ci rivolgiamo con fiducia alla giovane Santa di Lourdes, perché porti luce e consiglio ai tanti cristiani che, in barba alle indicazioni della Chiesa, elevano a eccessiva gloria mondana altri sedicenti veggenti senza approvazione. Il Signore mostri la sua verità, e permetta a quanti sono vittime inconsapevoli di inganni di vederla.

Buon Compleanno e Buon Ministero Petrino, Santo Padre!

Rilancio su questo blog, a titolo di augurio al Santo Padre Benedetto XVI per i suoi 85 anni, questo bel "cartoncino" virtuale, preparato con affetto dalla instancabile Laica Domenicana Caterina63.

Commento: Il Papa, fin da piccolo, sperimenta in questo "perdere e ritrovare", pur se in maniera semplice e "a misura di bambino", la dinamica del mistero pasquale. Anche Gesù, tanto seguito, ascoltato e venerato dai suoi discepoli, sparisce e lascia un grande vuoto. Ma nel giorno di Pasqua torna tra i suoi, la sua presenza è il vero regalo della festa. Ed è tanto più gradito, perché tanto Gesù (quanto l'orsetto), erano ormai sentiti irrecuperabili e irrimediabilmente perduti. Ecco la tristezza che si cambia in gioia. E un bambino di nome Joseph, come tutti i piccoli già vero teologo in miniatura, in quel Natale che gli rimase sempre in mente, ebbe la sua prima esperienza di morte e risurrezione.

domenica 15 aprile 2012

La Sacra Tunica di Cristo e il messaggio del Papa... in italiano


E' iniziata venerdì scorso, 13 aprile, l'ostensione della Sacra Tunica di Cristo conservata a Treviri. Si tratta della preziosa reliquia della veste inconsutile (cioè senza cuciture) portata da Gesù anche durante la passione. Questa tunica nemmeno i soldati romani vollero lacerarla - secondo il racconto di Giovanni - ma la tirarono a sorte.
Secondo la leggenda fu portata a Treviri, in Germania, dall'imperatrice madre di Costantino, Santa Elena. Quest'anno ricorre il 5° centenario della prima esposizione pubblica dell'insigne reliquia della tunica di Cristo, e Papa Benedetto XVI ha voluto indirizzare uno speciale messaggio per l'occasione, inviando anche un suo delegato - il card. Ouellet - a rappresentarlo alle solenni celebrazioni.
Visto che il sito vaticano e tutti i media cattolici, anche l'Osservatore, non hanno trovato tempo per tradurre questa piccola, bella e devota lettera, ho perso qualche minuto per farne una versione italiana. Ecco qua:

Lettera di Benedetto XVI al Card. Marc Ouellet, nominato Inviato Straordinario alle celebrazioni di Treviri in onore della "Sacra Tunica" di Nostro Signore Gesù Cristo.


Venerabili Fratri Nostro
Marco S.R.E. Cardinali Ouellet, P.S.S.
Congregationis pro Episcopis Praefecto

Trevirensi in urbe, perantiqua et celeberrima, plurima reperiuntur christianae fidei testimonia. Illa enim iam primo saeculo sedes episcopalis est constituta. Ibi magnus sanctus Athanasius, intrepidus fidei defensor, e dioecesi sua iniuriose expulsus, moratus est. Ibi natus est Doctor mellifluus, sanctus Ambrosius Mediolanensis. Ibi miracula operabatur sanctus Martinus Turonensis. Ibi tot alii vixerunt sancti viri et mulieres, qui multum ad huius urbis et regionis incolarum sanctificationem contulerunt. Ibidem quoque novimus Sacram Tunicam venerandam a saeculis magna populi fidelis spiritali cum utilitate visitari colique.

Recenter sacrorum Antistes Trevirensis Venerabilis Frater Stephanus Ackermann certiores Nos fecit a feria VI infra octavam Paschae hoc anno peregrinationem aperiri et in ecclesia cathedrali Trevirensi unum per mensem publicam fieri ostensionem reliquiae Sacrae Tunicae Domini nostri Iesu Christi, de qua post crucifixionem, dum dividebant vestimenta eius, milites sortiti sunt, ne scinderent eam. Haec autem ostensio peculiaris quingentos memorat annos elapsos ab illo die quo, postulante imperatore Maximiliano I, anno MDXII Archiepiscopus Richardus von Greiffenklau zu Vollrads aperuit altare et ipsi imperatori multisque aliis sacram vestem venerandam palam demonstravit.

Nos hanc faustam quingentesimam anniversariam recordationem magni ponderis arbitramur et inceptum omnino laudamus et comprobamus. Idcirco magno cum gaudio accepimus humanam Praesulis Trevirensis invitationem. Cum vero Ipsi adire non possumus, perlibenter illuc Legatum mittimus, qui Personam Nostram gerebit. Ad te mentem Nostram fidentes convertimus, Venerabilis Frater Noster, qui Congregationi pro Episcopis diligenter praees atque dilectionem tuam et sollicitudinem in Christi Ecclesiam et Romanum Pontificem testificatus es.

Quapropter libenter hisce Litteris Nostrum Missum Extraordinarium te nominamus. Die igitur decimo tertio mensis Aprilis Treviris liturgicis celebrationibus Nostro nomine praesidebis Nostramque omnibus significabis salutationem. Sacram Tunicam una cum ceteris Praesulibus omnique credenti populo reverenter veneraberis. Christi "autem tunica inconsutilis, desuper contexta per totum" (Io 19, 23) bene discipulorum ostendit communitatem, pro qua Dominus in novissima cena enixe oravit Patrem "ut sint unum" (Io 17, 11). Hac data occasione hortaberis populum Dei ad intensam orationem pro christianorum unitate, necessaria "ut mundus credat" in Iesum Christum, unicum Salvatorem missum a Deo Patre (cfr Io 17, 21).

Nos legationem tuam, Venerabilis Frater Noster, veluti in spiritu adstantes precibus prosequimur atque Benedictionem Apostolicam, caelestis gratiae nuntiam et propensae Nostrae voluntatis testem, tibi imprimis libenter impertimus, quam volumus nomine Nostro Episcopo Trevirensi, cunctis Pastoribus, religiosis viris et mulieribus, christifidelibus, civilibus auctoritatibus et omnibus celebrationes participantibus peramanter largiaris.

Ex Aedibus Vaticanis, die VII mensis Martii, anno MMXII, Pontificatus Nostri septimo.
Al Nostro Venerabile Fratello
Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi

Nell’antica e famosissima città di Treviri, si trovano parecchie testimonianze della fede cristiana. Questa città fin dal primo secolo è stata elevata a sede episcopale. Lì dimorò il grande sant’Atanasio, difensore intrepido della fede, vergognosamente esiliato dalla sua diocesi. Lì nacque il Dottore mellifluo, sant’Ambrogio di Milano. Lì operò miracoli san Martino di Tour. Tanti altri santi uomini e donne vissero lì, e diedero un grande apporto alla santificazione di questa città e degli abitanti della regione.
Sappiamo anche che proprio qui è visitata e onorata da secoli, con grande profitto spirituale del popolo fedele, la veneranda Sacra Tunica.


Recentemente il Vescovo di Treviri, il venerabile fratello Stephan Ackermann, ci ha fatto sapere che dal venerdì tra l’Ottava di Pasqua di quest’anno, comincerà un pellegrinaggio e per un mese, presso la Chiesa cattedrale di Treviri, si farà pubblica ostensione della reliquia della Sacra Tunica di Nostro Signore Gesù Cristo, quella tunica che dopo la crocifissione i soldati – mentre si dividevano le sue vesti – vollero tirare a sorte per non stracciarla.
Questa particolare ostensione, inoltre,
commemora i cinquecento anni dal giorno in cui, nel 1512, su richiesta dell’Imperatore Massimiliano I, l’arcivescovo Riccardo von Greiffenklau zu Vollrads aprì l’altare e mostrò all’imperatore e a molti altri la sacra e venerabile veste.

Noi consideriamo di grande importanza questa fausta memoria cinquecentenaria e in tutto lodiamo e approviamo ciò che è stato organizzato. Perciò abbiamo ricevuto con gran gioia il gentile invito del Presule Trevirense. Ma non potendo partecipare in prima persona, assai volentieri mandiamo colà un Nostro Legato, che ci rappresenti.
Abbiamo pensato con fiducia a te, Venerabile Fratello nostro, che con diligenza presiedi la Congregazione per i vescovi, e hai dato testimonianza del tuo amore e sollecitudine alla Chiesa di Cristo e al Romano pontefice.


Per tali motivi, volentieri con questa lettera ti nominiamo Nostro Inviato Straordinario.
Quindi, il giorno 13 aprile, a nome Nostro presiederai le celebrazioni liturgiche e porterai a tutti il Nostro saluto. Venererai con devozione la Sacra Tunica insieme agli altri presuli e a tutto il popolo credente.
“La tunica senza cuciture” di Cristo, “tessuta tutta d’un pezzo” (Gv 19,23) simboleggia bene la comunità dei discepoli, per la quale il Signore nell’ultima cena pregò insistitentemente il Padre “che siano una cosa sola” (Gv 17,11)
In questa occasione esorterai il popolo i Dio ad una intensa preghiera per l’unità dei Cristiani, unità necessaria “perché il mondo creda” in Gesù Cristo, unico Salvatore mandato da Dio Padre (cf. Gv 17,21).

Noi accompagniamo con la preghiera il tuo invio, Venerabile fratello, come fossimo presenti lì in spirito. E impartiamo a te la Benedizione Apostolica, apportatrice di grazia celeste e segno della Nostra benevolenza. Questa stessa benedizione desideriamo che, a nome Nostro, tu elargisca con grande affetto a tutti i Pastori, religiosi e religiose, fedeli laici, autorità civili e militari e a tutti i partecipanti alle celebrazioni.

Dal Vaticano 7 marzo 2012, settimo del Nostro Pontificato.

sabato 14 aprile 2012

La fede di Tommaso e la misericordia di Gesù

Sant'Antonio mette in relazione le cicatrici nelle mani di Gesù risorto, mostrate all'incredulo Tommaso per accendere il lui la fede, con il passo di Isaia "Ti ho disegnato nelle mie mani". Unisce così il simbolo della risurrezione con il segno della mano trafitta di Cristo sulla Croce: 
«Otto giorno dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi!» (Gv 20,26). ...
«Disse poi a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato: e non essere più incredulo, ma credente. Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio! Gesù gli disse: Perché mi hai veduto, hai creduto. Beati quelli che, pur non avendo visto, hanno creduto» (Gv 20,27-29).
    Dice il Signore per bocca di Isaia: «Io ti ho disegnato nelle mie mani» (Is 49,16). Osserva che per scrivere sono necessarie tre cose: carta, inchiostro e penna. Le mani di Cristo furono la carta, il suo sangue l'inchiostro e i chiodi la penna. Cristo dunque ci disegnò nelle sue mani per tre ragioni. Primo, per mostrare al Padre le cicatrici delle piaghe che aveva subìto per noi, e indurlo così alla misericordia. Secondo, per non dimenticarsi mai di noi, e perciò egli stesso dice per bocca di Isaia: «Può forse una donna dimenticare il suo bambino, e non aver più pietà del figlio del suo grembo? Ma anche se essa si dimenticherà, io non mi dimenticherò di te. Ecco, io ti ho disegnato nelle mie mani» (Is 49,15-16). Terzo, scrisse nelle sue mani come noi dobbiamo essere e che cosa dobbiamo credere. Non essere dunque incredulo, o Tommaso, o cristiano, ma credente! «Esclamò Tommaso: Mio Signore e mio Dio!», ecc. Rispondendogli, il Signore non disse: Perché hai toccato, ma «perché hai veduto», perché la vista è in qualche modo un senso generale, che di solito è di aiuto agli altri quattro. Dice la Glossa: Forse non osò toccare, ma guardò solamente, o forse anche guardò toccando. Vedeva e toccava un uomo, e al di là di questo, eliminato ogni dubbio, credette che era Dio, professando così ciò che non vedeva. «Tommaso, hai veduto me» uomo, «e hai creduto» me Dio.
Antonio di Padova, Sermoni, Ottava di Pasqua §11


venerdì 13 aprile 2012

I canti gioiosi dell'Ottava di Pasqua

Per ogni giorno dell'Ottava di Pasqua la Messa, sempre con tono festivo, presenta in entrambe le forme del rito romano (i canti sono gli stessi), delle bellissime antifone di introito. Vi posto quelli di ieri, oggi e domani, a titolo di esempio.

Domani, sabato, abbiamo quest'antifona che inneggia all'uscita del popolo di Israele dall'Egitto (sal 104,43):

Eduxit Dominus populum suum in exsultatione, Alleluia:
et electos suos in laetitia, Alleluia, Alleluia.
Confitemini Domino, et invocate nomen eius:
annuntiate inter gentes opera eius.


Il Signore ha liberato il suo popolo, e gli ha dato esultanza,
ha colmato di gioia i suoi eletti, alleluia.
Lodate il Signore, invocate il suo nome
annunciate tra le nazioni le sue opere.




Oggi, venerdì (Feria VI) ci viene proposto dal sal 77,53 un canto molto simile nell'incipit a quello di ieri. Vi si inneggia al passaggio del Mar Rosso e alla sommersione degli Egiziani nel mare (canto adatto al venerdì: ricorda, con l'immagine anticotestamentaria di vittoria, il senso della croce, salvezza per chi rinasce nelle acque del Battesimo, sconfitta per il diavolo, nemico dell'uomo, sommerso nelle acque):

Edúxit Dóminus pópulum suum in spe,
et inimícos eórum opéruit mare, allelúia.

Il Signore, ha liberato il suo popolo e gli ha dato speranza;
i suoi nemici li ha sommersi nel mare, alleluia.


Ieri, giovedì (Feria V), abbiamo letto (o cantato) dal Libro della Sapienza 10,20-21:

Victrícem manum tuam, Dómine,
laudavérunt páriter, quia sapiéntia apéruit os mutum,
et linguas infántium fecit disértas, allelúia.

Si leva un coro di lodi, o Signore, alla tua vittoria,
perché la sapienza ha aperto la bocca dei muti
e ha sciolto la lingua dei bambini, alleluia.

giovedì 12 aprile 2012

Un ripasso del canto Regina Caeli

L'antifona mariana del tempo di Pasqua, in gregoriano:



Testo, traduzione e altra musica sul saluto mariano di Pasqua, lo trovate a questo post dell'anno scorso: Regina coeli: lode alla Vergine nel tempo di Risurrezione

mercoledì 11 aprile 2012

Il Commento di Giovanni Paolo II alla sequenza "Victimae Paschali"

Per conoscere e meglio apprezzare la Sequenza pasquale, che troppo poco si ascolta nelle nostre Messe dell'Ottava di Pasqua, perché è diventata - ahimé - facoltativa. Ecco qui l'interessante messaggio Urbi et Orbi preparato da Giovanni Paolo II nel 1987, dove fa il commento al testo venerabile di Wipo di Burgundia (XI sec.).

COMMENTO ALLA SEQUENZA DI PASQUA 
del Beato Papa Giovanni Paolo II
(19 aprile 1987 fonte: qui)

1. “Victimae paschali laudes immolent christiani”.
Alla vittima pasquale la lode e la gloria! 
Cristiani, uniamoci in questo inno!
Cristiani di Roma e del mondo!
Uniamoci nell’adorazione della Vittima pasquale,
nell’adorazione dell’Agnello immolato,
nell’adorazione del Signore risorto!

2. Agnus redemit oves”:
“L’agnello ha redento il suo gregge,
l’innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre”. 

Ecco Cristo! Ecco il nostro Redentore! Il Redentore del mondo!
Ha donato la sua vita per le pecore.
Uniamoci nell’adorazione di questa morte
che ci porta la vita,
perché l’amore è più potente della morte:
ecco, la morte accettata per amore vince la morte!
Ecco, la morte accettata per amore
rivela Dio, che è l’amante della vita,
il quale vuole che noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cf. Gv 10, 10)
- che abbiamo la vita stessa che è in lui.
Alla Vittima pasquale la massima gloria e la lode più alta!
Nella sua morte è la riconciliazione col Padre.
Questa è la riconciliazione dei peccatori con Dio
la riconciliazione dell’uomo, il quale a causa del peccato muore a Dio
e non ha più in sé la vita che è in Dio e solo in Dio.
Soltanto in Dio.
La morte di Cristo è un nuovo inizio.
L’inizio della vita che non ha fine.
Non ha fine, perché è da Dio e in Dio.
Mentre la creatura muore, Dio vive!
Quando muore Cristo, tutto il creato rinasce.
Sii benedetta, morte vivificante! Benedetto il giorno che ci è stato dato dal Signore.

3. Sii benedetto Cristo, Figlio del Dio vivente!
Sii benedetto Figlio dell’uomo, Figlio di Maria,
benedetto, perché sei entrato nella storia dell’uomo e del mondo,
fino ai confini della morte:
Mors et vita duello conflixere mirando”:
“Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa”. 

Sì. La storia dell’uomo e del mondo è segnata dal mistero della morte,
segnata col marchio del morire - da un capo all’altro.
Hai preso questo marchio su di te, Figlio eternamente generato,
Figlio consustanziale al Padre: vita da vita,
e l’hai portato attraverso i confini della morte, che grava sulla creazione,
attraverso i confini della nostra morte umana,
per rivelare in essa lo Spirito che dà la vita.

4. Noi tutti che veniamo nel mondo portando la morte con noi,
noi che nasciamo dalle nostre madri terrene
segnati dalla ineluttabilità del morire,
viviamo della potenza dello Spirito.
E nella potenza di questo Spirito, che ci è dato dal Padre,
per opera della tua morte, o Cristo,
attraversiamo i confini della morte che è in noi
e ci innalziamo dal peccato alla vita
rivelata nella tua risurrezione!
Tu sei il Signore della vita, tu, consustanziale al Padre,
che è la stessa vita, insieme con te,
nello Spirito Santo che è l’amore stesso
- e proprio l’amore è vita!
Nella tua morte, o Cristo, la morte è apparsa inerme
di fronte all’amore. E la vita ha vinto.
Mors et vita duello conflixere mirando.
Dux vitae mortuus, regnat vivus”.

5. Tu, che sei il Risorto e “regni vivo” per sempre,
resta accanto all’uomo,
all’uomo di oggi
che la morte col suo fascino tenebroso
in mille modi tenta ed insidia.
Concedi che egli riscopra la vita come dono
che in ogni sua manifestazione rivela l’amore del Padre:
quando si riversa nei rinati dal fonte battesimale,
o zampilla in ogni fibra del corpo
che si muove, respira, gioisce;
quando si dispiega nella multiforme varietà degli animali,
o riveste la terra di alberi, di erbe, di fiori.
Ogni forma di vita ha nel Padre tuo l’inesauribile sorgente.
Da lui fluisce senza sosta
e a lui infallibilmente ritorna:
a lui, munifico datore di ogni dono perfetto (cf. Gc 1, 17).

6. In Dio ha origine in modo singolare
la vita dell’essere umano,
che egli stesso modella a sua immagine quando sboccia
nel seno materno.
Non s’estingua nell’uomo contemporaneo
la meraviglia riverente per il mistero d’amore
che ne avvolge l’ingresso nel mondo!
Ti preghiamo, Signore dei vivi!
Fa’ che l’uomo dell’era tecnologica
non riduca se stesso ad oggetto,
ma rispetti, già nel primo suo inizio,
l’irrinunciabile dignità che gli è propria.
Fa’ che viva, in sintonia col piano divino,
l’unica logica che gli si addice,
quella del dono da persona a persona
in un contesto di amore
espresso attraverso la carne nel gesto
che fin dalle origini
Dio volle a suggello del dono.

7. Fa’, o Signore, che l’uomo sempre rispetti
la trascendente dignità di ogni suo simile,
povero o affamato che sia,
prigioniero, malato, moribondo,
ferito nel corpo o nel cuore,
in preda al dubbio o tentato dalla disperazione.
Sempre egli resta Figlio di Dio,
perché il dono di Dio non conosce pentimenti.
A tutti è offerto il perdono e la risurrezione.
Ciascuno merita rispetto e sostegno.
Merita amore.

8. Dic nobis Maria, quid vidisti in via”:
“Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?” 

visitando, all’alba del terzo giorno, la tomba,
il luogo dove era stato sepolto.
Raccontaci, Maria di Magdala, tu che hai tanto amato.
Ecco, hai trovato la tomba vuota:
Sepulcrum Christi viventis,
et gloriam vidi Resurgentis
”.
Il Signore vive! Ho visto il Risorto.
Angelicos testes, sudarium et vestes”.
Chi ha potuto renderne testimonianza? quale lingua umana?
Soltanto gli angeli potevano spiegare
che cosa significasse quella tomba vuota
e il sudario abbandonato. 

Il Signore vive! Ho visto la gloria di lui,
pieno di grazia e di verità (cf. Gv 1, 14).
Ho visto la gloria
Surrexit Christus spes mea”:
“Cristo, mia speranza, è risorto,
e vi precede in Galilea”.

9. Sì. Prima lì, nella terra che l’ha dato
come Figlio dell’uomo.
Nella terra
della sua infanzia e della giovinezza.
Nella terra della vita nascosta.
Prima lì, in Galilea per incontrare gli apostoli.
E poi . . .
E poi, mediante la testimonianza degli apostoli,
in tanti luoghi, a tante nazioni, popoli e razze!
Oggi la voce di questo messaggio pasquale
risonato in Gerusalemme,
presso la tomba vuota,
desidera raggiungere tutti:
Scimus Christum surrexisse a mortuis vere”,
, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
“Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza”.
Amen, alleluia!

Ascoltiamo la Sequenza Victimae Paschali nell'intepretazione di un cantore polacco, in onore del caro Giovanni Paolo II:
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