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martedì 24 settembre 2013

Sui desideri di "quote rosa" nel collegio cardinalizio ovvero dei "Cardinali laici"


Ogni tanto un'idea riparte, non si sa bene da dove, e fa una fiammata improvvisa di "novità" (apparente, perché, in realtà, ciclicamente riproposta). Mi sono però stupito un tantino nel leggere oggi il pezzo della competentissima prof. Lucetta Scaraffia. A mio avviso scritto un po' di getto, certamente col cuore: ha ragione da vendere nel mostrare come le donne non siano sufficientemente ascoltate "di diritto" ai piani alti della Chiesa, ma eccede nell'ottimismo nel pensare che la nomina di donne cardinale: "avrebbe il grande vantaggio di essere possibile, senza implicare il problema spinoso dell’ordinazione sacerdotale femminile".
Ricordo che ai tempi di Giovanni Paolo II si parlava insistentemente del suo progetto di far "cardinale" nientemeno che Madre Teresa di Calcutta. Oggi, con Papa Francesco, che molti vogliono per forza arruolare tra i riformatori della Chiesa (ma a lui basta sistemare la Curia, e dice che la Chiesa non è mai stata meglio di adesso...), ritorna la stessa questione: è tempo di aprire il cardinalato alle donne.
Ora cerchiamo di smontare i troppo facili entusiasmi, mostrando come dietro questa proposta, presentata "così semplice da realizzare", si nascondano più problemi e, in realtà, si celino alcune rivendicazioni femministe mascherate.

Punto 1: Il Cardinalato è visto, da chi lo chiede per le donne, più come un ruolo di potere che come un ministero, un servizio alla Chiesa e soprattutto al Papa. Chi vede la Chiesa come una organizzazione di tipo statale, o comunque una società organizzata alla maniera di questo mondo, non può sopportare che ai vertici non ci siano donne "al comando", come è ovvio in tutte le altre organizzazioni "moderne e occidentali". Ma la Chiesa è questo? E' assimilabile ad un'azienda o ad uno Stato, in cui ci sono rivendicazioni di parte e suffragette? Se la Chiesa è piuttosto la famiglia di Dio, allora già i discorsi si impostano diversamente.

Punto 2: Si parla delle donne cardinali, ma non del motivo di questa assenza: ovvero che non ci sono "laici" nel sacro collegio. I laici, nella Chiesa, sono maschi e femmine, non solo femmine. Il problema, a monte, è che non ci sono cardinali laici, da questo discende la conseguenza per cui non ci sono cardinalesse! Ricordiamo che il collegio attuale, soprattutto per quanto riguarda gli elettori, è composto di soli vescovi (che vengono insigniti del cardinalato). Non ci sono cardinali "laici" da un bel pezzo. E se prima c'erano degli uomini insigniti del cardinalato, ma non ordinati, era perché questi rimandavano sine die l'ordinazione (sì un tempo c'erano cardinali adolescenti di 12 o 14 anni, ma non credo si voglia ritornare a quei tempi) o cardinali con concubine e vita mondana, ma che, almeno per rispetto al sacerdozio, evitavano di farsi imporre le mani). Anche la Chiesa di Roma ha le sue vergogne, ma non mi pare il caso di usare gli abusi come motivi da cui trarre esempi.... (vogliamo parlare dei "cardinali nipoti" - da cui provenivano in maggioranza i cardinali "laici") e affermare che Bergoglio dovrebbe far rivivere anche questa tradizione che dà il nome al nepotismo? Attenzione: ci sono perfino dei santi tra i cardinali nipoti, del calibro di Carlo Borromeo!)

Punto 3: I cosiddetti "cardinali laici" erano in realtà chierici (come ben spiega anche Wikipedia). Secondo il sistema preconciliare: si entrava nello stato clericale con la tonsura e si ricevevano i cosiddetti "ordini minori". Paolo VI ha fatto piazza pulita di questa secolare struttura della Chiesa latina, rimpiazzando con i "ministeri laicali" i venerandi e millenari "ordini minori". Purtroppo non ha spiegato perché e quale vantaggio comportava questo cambiamento, soprattutto perché si rifiutò sempre di aprire alle donne i ministeri ormai "laicali" di accolitato e lettorato. E questo è tuttora vigente ma, dal punto del diritto canonico, senza una valida motivazione (ahimé). Quindi, finché non si risolve almeno la questione dei "ministeri laicali" per le donne, non c'è nessun "varco" (per quello che riguarda gli agganci storici) al cardinalato.

Punto 4: L'ultima eccezione alla regola dell'ordine sacro, cioè che tutti i cardinali siano in uno degli ordini maggiori (diaconato, presbiterato o episcopato) risale al 1858, di quel tutt'altro che modernista Pio IX. Ma fu sanata ben presto dall'ordinazione diaconale di Teodolfo Mertel, che comunque fu l'ultimo cardinale veramente diacono e non, almeno, prete.

Punto 5: I cardinali, tutt'ora, si dividono in tre "ordines", tre classi che prendono il nome dai rispettivi ordini in cui sono, almeno nominalmente, inquadrati: ci sono così cardinali diaconi (preposti alle diaconie di Roma), i cardinali presbiteri (che ricevono un "titolo", cioè una parrocchia o comunque una chiesa in Roma) e i cardinali vescovi (che vengono nominati titolari di una diocesi suburbicaria, una delle 7 diocesi che circondano l'Urbe). Quindi anche teoricamente non c'è - attualmente - previsione per cardinali laici (e perciò nemmeno donne, le quali non possono ricevere nessuno degli ordini maggiori, diaconato compreso).
Se perciò non si risolve in modo rivoluzionario la questione spinosissima del diaconato femminile (come già si è risolta pacificamente quella del presbiterato), non c'è possibilità teorica di ammissione al cardinalato (secondo la sua strutturazione ereditata dal passato e tuttora vigente).

Punto 6: Per volontà del Beato Giovanni XXIII, notoriamente non un retrogrado, tutti i cardinali devono oggi essere ordinati all'episcopato. Se non fossero già episcopi quando sono nominati, vengono al più presto elevati al più alto grado dell'ordine sacro. Le eccezioni ci sono comunque, e alcuni presbiteri (di solito religiosi) innalzati alla porpora con più di 80 anni, e perciò non facenti parte del conclave, rinunziano volentieri a diventare vescovi (tanto più che la mitria ce l'hanno comunque!). Però devono chiedere una apposita dispensa al Papa. Per le donne, o per uomini sposati (anche loro non possono diventare cardinali!), ci vorrebbe una paradossale deroga a ciò a cui non possono accedere, stante la norma attuale dell'episcopato obbligatorio.

Punto 7: I Cardinali sono tali "PERCHE'" sono collaboratori "in sacris" del Vescovo di Roma. Questo attesta l'antica tradizione, nonostante le deviazioni della storia. Sono, cioè, da sempre dei diaconi, preti e vescovi "scelti" da e per il Papa come collaboratori diretti al suo ministero pastorale, oltre ad essere il suo "senato" consultivo. Nella costituzione gerarchia della Chiesa, presentata con limpidezza dalla Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, non figurano i laici (sia uomini che donne). Non è questione femminile, come si vede, ma di differenza delle funzioni e della specificità del sacerdozio ministeriale, diverso "per essenza" e non per "per grado" dal sacerdozio battesimale.

Punto 8: Con il Concilio Vaticano II è cambiata la teologia dell'esercizio dell'autorità nella Chiesa. Prima esistevano il "potere d'ordine" e "il potere di giurisdizione", che erano separabili non solo in pratica, ma perché lo erano nella teoria: il potere d'ordine era conferito col sacramento e proveniva direttamente da Dio, il potere di giurisdizione, invece, pur provenendo da Dio, passava necessariamente per il Vicario di Cristo, che lo regolava come meglio credeva, anche concedendolo a chi non era rivestito del potere d'ordine. 
Il Vaticano II vuole invece tornare ad una concezione per cui il potere sacramentale e quello di giurisdizione vengono ricevuti entrambe direttamente con l'ordine sacro, anche se poi la giurisdizione è ristretta o comunque regolata dal Papa. Il cambio di visione è lì da 50 anni, ma ancora molti fanno orecchie da mercante su questo punto di Riforma conciliare dell'ecclesiologia quando si tratta di avanzare l'agenda del "potere ai laici". Di per sé era più semplice prima che dopo il Concilio pensare a cardinali donne (o laici in generale)!

Punto 9: Nella Chiesa ci sono molti "titoli" o uffici che non sono gradi dell'ordine sacro, ma che richiedono che chi li riceve ed esercita sia già ordinato o sia almeno "capace" di ricevere l'ordine. Facciamo un esempio grosso: "il Sommo Pontificato". Di per sè, in teoria, tutti gli uomini battezzati in comunione con la Chiesa cattolica possono essere eletti Papa. Ma devono avere i requisiti minimi per essere ordinati vescovi: perché il sommo pontificato richiede l'essere vescovo di Roma. Perciò non devono essere sposati e non avere altri impedimenti che non possano farli accedere non tanto al "Papato", ma semplicemente all'episcopato.
Lo stesso principio, in piccolo, vale anche per i "canonici" in un capitolo cattedrale, o per i "parroci" ufficio che richiede l'ordine presbiterale (ma non tutti i preti hanno il titolo di parroco, e un diacono o un laico, anche se ne esercitano molte "funzioni" non per questo sono "parroco"). Così è il Cardinale.

Punto 10: Papa Francesco ha più volte fatto un appello ad approfondire la teologia al femminile per la vita della Chiesa, ma con questo non ha chiamato a modificare il Diritto canonico o l'esercizio del ministero sacerdotale. Piuttosto si riferisce alla necessità di comprendere sempre meglio come mai l'uomo e la donna, sia nella realtà biologica che in quella spirituale, sono diversi e complementari, e quale sia il rispettivo "genio" che deve essere esercitato a vantaggio di tutto il Corpo di Cristo, pur nel rispetto della differenza "di genere". I richiami che spesso Papa Bergoglio fa alla "maternità" in tutte le sue forme, alla dimensione "mariana" della Chiesa (complementare ma distinta da quella "petrina"), mi pare vadano in questa direzione. 

Suggerirei di mettere da parte le questioni del Cardinalato femminile, che fanno solo audience, e tornare invece a riflettere seriamente e utilizzare concretamente i grandi strumenti "trascurati": i Sinodi e i Concili Generali, veri luoghi di incontro, di ascolto e dibattito di tutte le componenti della chiesa: religiose, laici e laiche compresi. Papa Francesco più volte ha parlato di sinodalità da reimparare, e non credo pensasse solo all'istituzione chiamata "Sinodo dei vescovi", ma all'ascolto sinodale di tutte le membra del Corpo mistico, nei vari livelli da quelli parrocchiali (che già funzionano così) a quelli diocesani (iniziano) a livello universale (siamo indietro). Questo, che pare avvenire, è invece ben attestato dalla vita ecclesiale "nell'oscuro medioevo" (cf. Concilio Lateranense IV, 1215, con monache e laici partecipanti), per non parlare dell'Oriente (leggi qui: "Il ruolo della donna non ci divide", e perfino degli Anglicani (che hanno conservato strutture sinodali antiche, anche se poi hanno preso la tangente).


sabato 21 settembre 2013

Dio dice: "Io ti perdono perché tu ti converta". Qualche appunto sul perdono e la confessione

confessionali alla GMG 2013 di Rio de Janeiro
Oggi tutti ricordano che nel giorno di san Matteo, 21 settembre di 60 anni fa, la vita di un ragazzo cambiò, a partire da una sosta al confessionale. Protagonista di quella confessione fu il giovane Jorge Mario Bergoglio e quella confessione fu l'inizio della chiamata di colui che oggi è Papa di Roma.
Proprio oggi leggo anche un articolo sull'"aria nuova" che ora tira nei confessionali; vi si discetta su cosa dev'essere e cosa non dev'essere la confessione. Con toni un po' "pontificali" si inneggia al Papa che finalmente "non giudica" (strizzando l'occhio a far intendere: mica come quelli di prima....), si sottolinea che la confessione è ora misericordia, ascolto di tutti, anche dei non credenti (!)... Certo, direte, sono cose che si scrivono sul giornale per attirare attenzione e farsi leggere... Eppure c'è del vero in tutto questo. Che la gente affolli i confessionali, dove trova un prete ad ascoltare (perché più spesso li trova vuoti....) è verità inoppugnabile. Ma che parecchi di quelli che vengono al confessionale (o spingono altri ad andarci....) cerchino il sacramento della riconciliazione con Dio, questo - dalla mia esperienza - spesso non è vero. E parlo come prete che nel confessionale ci resta seduto svariate ore di fila.
Mi spiego. Come ben fanno emergere i sacerdoti intervistati nell'articolo linkato, oggi il sacramento della riconciliazione viene percepito sovente come un "dialogo", come un modo per "star bene", recuperare "la propria serenità interiore", "sentirsi in pace con se stessi". Riconciliarsi con sè e con la propria vita: e Dio "deve" essere utile a questo. Se si cerca tutto ciò dalla confessione, è logico che il prete deve giocare la parte della spalla su cui piangere o il sostegno che toglie sensi di colpa, dicendo: "ma no, non ti preoccupare, tu sei buono, va tutto bene...". Ma il confessionale, che non è una sala delle torture, non è nemmeno la lavanderia (dice il papa) o il salone di bellezza, dove si mascherano le rughe o si coprono con il cerone della misericordia le macchie della pelle intrisa di peccati. 
Non sentirsi condannati per il peccato, ma anzi perdonati, non significa - nel linguaggio cristiano - che con la confessione tutto torna "magicamente" a posto. Dio non dice "beh facciamo finta che non sia successo niente!". Questo non sarebbe perdono, ma ipocrisia. Dio condanna il peccato mentre salva il peccatore. Mettiamocelo bene in testa: nessun Papa va frainteso su questo punto fondamentale. Il male va rimosso, mentre la persona va accolta. 
Se è vero, come dice il teologo intervistato: Basta con il ricatto (“io ti perdono se tu ti converti”), non possiamo tuttavia sostenere che dentro le persone ci sia solo "la bellezza di Dio". Altrimenti non servirebbe un sacramento per la remissione dei peccati, da non confondersi con una seduta psicologica! La confessione rimane un sacramento della fede, non una tecnica di aiuto per sentirsi "tirare su". Sant'Antonio di Padova - che a me piace chiamare Dottore del Confessionale - in linea con Papa Francesco spiega che siccome il mio peccato è una malattia, devo andare dal medico delle anime perché mi aiuti a liberarmene. Il peccato è la bruttura dell'anima che il Signore vuole eliminare, in modo da far tornare a risplendere la bellezza della sua immagine in me (dalla dissomiglianza alla somiglianza, dice Antonio).
Noi cattolici non ci sentiamo a nostro agio col motto luterano "simul iustus et peccator", quando si intenda che l'uomo rimane nei propri peccati anche dopo il perdono di Dio, e sarebbe solo lo sguardo di Dio a cambiare e a vederlo "bello e giusto" per mezzo di un perdono "imputato". Se si lascia la metafora giudiziale e si ragiona invece secondo la metafora della salute, come ci indica Papa Francesco, diventa ovvio che non si può essere contemporaneamente "sani e malati": si può essere tuttavia "convalescenti", malati in via di guarigione, cioè - appunto - "penitenti". Comunque "non fermi", ma in cammino verso il completo risanamento.
Per questo Dio non dice: "io ti perdono se tu ti converti", ma afferma piuttosto "io ti perdono PERCHE' tu ti converta", ovvero "ti do il perdono, medicina dell'anima, perché in forza di esso tu cambi vita, esca dal peccato, viva respirando la grazia che ti è stata data". Come dire: ti curo, perché tu stia bene ed esca dalla tua malattia. Gesù dice all'adultera: "Neanche io ti condanno, va e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,11).
Nessuno può convertirsi senza grazia (cioè senza la misericordia di Dio), ma nessuno può pretendere di rimanere quello che è nonostante la grazia. Il "mettersi in cammino" che il Papa tante volte propone è proprio questo esodo, biblicamente inteso, dal peccato alla santità. Non inganniamo le persone: questo cammino rimane faticoso, doloroso, richiede tagli e sacrifici, forse è anche pieno di ricadute. Ma ridona la salute a chi lo compie e non se ne sta fermo aspettando la fine.
Allora, per favore, non lasciamoci trasportare da trovate giornalistiche che scovano ogni giorno opposizioni al recente passato, aperture, cambiamenti, svolte, come se solo da domani i sacerdoti in confessionale debbano iniziare a distribuire la misericordia di Dio, perché fino ad oggi hanno solo amministrato il suo tremendo giudizio con castighi inumani! 
Il Papa ha ribadito che la Chiesa è un ospedale da campo dopo la battaglia. Andiamo fino in fondo a questa metafora: nell'ospedale da campo si tratta di salvare vite umane, tamponando emorragie, ricucendo ferite laceranti, ma anche amputando membra in cancrena e a volte, riconoscendo la propria impotenza, accompagnando le persone cercando solo di alleviarne i dolori. Questo fa il sacerdote-chirurgo ogni volta che siede al suo posto, nel pronto soccorso della misericordia. La "penitenza", parola dimenticata e non alla moda, è una tappa necessaria al sacramento. Essa consiste nella riparazione, nella doverosa riabilitazione di colui che uscito dal pericolo di "morte spirituale", ma ora ha davanti un lungo cammino per poter riprendere in pieno le sue funzioni. I sacerdoti che fanno finta di essere misericordiosi e non danno la penitenza, perché è fuori moda, sono come medici che curano il cancro con l'aspirina invece che con la chemioterapia, e dicono al malato "non ti preoccupare, tutto va bene"! 
Certo che è desiderio e diritto del "paziente" trovare un medico comprensivo e accogliente, ma è dovere del dottore non essere "medico pietoso" quello che il proverbio dice "fa la piaga verminosa",Il bravo confessore, pur dotato di tanta umanità e necessaria accoglienza, dovrà dire la verità, anche quando fa male, e chiamare i peccati con il loro nome: carità non fa rima con dissimulazione.
Francesco, il santo di Assisi, abbracciò il lebbroso, ma non si limitò a dare un abbraccio per far sentire il lebbroso "accettato" o "a posto" lasciandolo così com'era. Francesco si mise a servirli, i lebbrosi, a lavarne le piaghe e, anche se non poteva umanamente sanarli, andò a vivere con loro per farli uscire dall'isolamento. Se dal prete in confessionale cerco "l'assoluzione facile", quella "da lavanderia automatica a gettone", che deve essere quasi "un 6 politico", allora sbaglio indirizzo. La clinica delle anime è sempre aperta, ma qui non si pratica "chirurgia estetica" spirituale: si punta alla riabilitazione delle gambe spirituali di chi era paralizzato dal peccato e incapace di muoversi verso il Regno di Dio. Guai al prete se perde la pazienza (anche se tante volte è umanamente difficile mantenerla). Il ministro di Dio deve accompagnare il passo zoppicante di chi ricomincia a camminare, ma sempre e comunque ha l'incarico di parlare a nome di Gesù, non a nome proprio: senza rigorismo ma pure senza lassismo, come dice Papa Francesco (nell'intervista a Spadaro):
Il confessore corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate.
A proposito: l'ambulatorio-confessionale accanto al mio è vuoto. Se qualche giovane desidera un lavoro che è una missione per salvare la vita (eterna) delle persone, gli ricordo che i seminari hanno posto (non sono sovraffollati come le facoltà di medicina....).

venerdì 20 settembre 2013

La stampa laica e il sistematico boicottaggio del magistero di Papa Francesco. Ma la Rete dà accesso alla verità

Ormai ne vediamo tutti i giorni: titoli distorti se il Papa scrive a Scalfari; giornalisti che vedono "aperture" in ogni campo della morale se il Papa concede un'intervista al direttore di Civiltà Cattolica. Ma fin qui uno si può trattenere: lettere private e interviste, di per sè, non sono atti di magistero.
Però oggi Papa Francesco ha fatto un discorso epocale ai medici cattolici (leggilo qui), degno di figurare accanto a quello famosissimo di Pio XII alle ostetriche nel 1951 e i titoli parlano solo del "pensiero" mattutino a Santa Marta su "i soldi corrompono", dove il Papa ha semplicemente ribadito la dottrina tradizionale già presente nella lettera di Paolo a Timoteo che si leggeva nella Messa!
Radio Vaticana riporta ampi stralci della forte allocuzione odierna. Il Papa accusato sordidamente anche ieri di "mettere tra parentesi" i valori "non negoziabili" della vita umana, solo perché ha ricordato che la Chiesa si occupa prima di tutto della salvezza integrale delle persone, oggi è stato talmente esplicito che anche il TG1 ha ritenuto fosse da censurare. Ha "osato" dire che il volto dei bambini abortiti è il volto di Gesù Cristo! Ha osato parlare di "bambini condannati all'aborto"! Ha "osato" dire che:
“Le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo. Tante volte ci troviamo in situazioni in cui quello che costa di meno è la vita. Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa”.
e subito è scattato il filtro della censura laicista e anticristiana, del "politicamente corretto" che è "cristianamente corrotto" . Finché telefona ai bambini e fustiga i vizi economici dei prelati il Papa trova spazio in prima pagina. Quando invece, con immagini forti e con chiarezza espressiva, attualizza il messaggio evangelico dell'amore alla persona (compresi i nascituri), allora viene silenziato dagli stessi che fino a un momento primo inneggiavano, stoltamente, ai "grandi cambiamenti nella dottrina e nella morale" introdotti dal Papa nuovo.
Uno poi si chiede: come si fa a pensare davvero che un Papa possa affermare cose diverse? Io capisco lo stile, capisco le stole, ma sui bambini abortiti e sugli anziani ammazzati con "dolcezza" non c'è differenza tra un Papa e l'altro. E continua a sembrarmi impossibile che qualcuno creda veramente che ce ne possa essere. Mi sa che davanti alla desolazione di titoli e commenti sul magistero papale (tipo queste corbellerie lette oggi su il Foglio) mi toccherà ricredermi.
Meno male però, che a differenza di un tempo oggi - grazie alla Rete - abbiamo accesso diretto e "in tempo reale" ai discorsi, video, documenti e quant'altro esca dalla viva voce del Santo Padre. Possiamo bypassare i portinai della comunicazione sociale, non dobbiamo aspettare i titoloni: li anticipiamo e - speriamo - pian piano potremo diventare, se non immuni, almeno vaccinati dalla loro deleteria influenza.
Ricordo, per concludere, che il "Capo" dell'attuale Papa (e di tutti i suoi predecessori), cioè Gesù Cristo stesso disse un giorno pressapoco così: Non ve la prendete, se non hanno ascoltato me, non ascolteranno neanche voi (cf Gv 15,20)

mercoledì 18 settembre 2013

Le Tempora di autunno: mercoledì, venerdì e sabato

Oggi, venerdì prossimo e sabato, cadono le Tempora di Settembre (che seguono tradizionalmente la festa della Santa Croce). In Italia la CEI raccomanda di ricordare e di fare speciali preghiere nelle Quattro Tempora che scandiscono il passaggio delle stagioni e affidano i campi e la natura alla Provvidenza di Dio, ringraziandolo (è il caso dell'autunno) per i suoi benefici. Così troviamo nelle Precisazioni della Conferenza Episcopale per la liturgia:
Le «Quattro Tempora»
La tradizione delle «Quattro Tempora», originariamente legata alla santificazione del tempo delle quattro stagioni, può essere opportunamente ravvivata con momenti di preghiera e riflessione che pongano in rilievo il mistero di Cristo nel tempo. In tali occasione si potrà ad esempio usare qualche formulario particolare di preghiera universale o dei fedeli o anche, nel Tempo Ordinario, valersi dei formulari delle Messe per varie necessità nei giorni del cambio della stagione.
L'inizio delle quattro stagioni si ricorda il mercoledì, il venerdì e il sabato dopo la 3ª domenica di Avvento (Inverno), dopo la 1ª domenica di Quaresima (Primavera), dopo la domenica di Pentecoste (Estate), dopo la 3ª domenica di settembre (Autunno).
In un'epoca in cui l'attenzione al creato e il rispetto per i ritmi del cosmo tornano al centro dei discorsi, mostrare come la Chiesa non si interessa solo di storia sacra, ma anche delle opere dell'Artista soprannaturale che ha plasmato l'universo e lo dirige, è un modo per tornare in contatto con la cultura contemporanea, affamata di connessione alla natura, con il rischio però di non arrivare a percepire e vedere il Creatore di essa. Un approfondimento sulle Tempora lo troviamo anche sul blog di padre Augé.

Le Tempora di settembre, nel Messale del 1962, trovano delle Messe speciali con l'indicazione stazionale: tutte e tre le celebrazioni eucaristiche, anticamente, si svolgevano a Roma, con la partecipazione del Papa, nella Basilica dei Santi Apostoli (che dal XVI secolo è la sede della Curia Generale dell'Ordine dei Frati francescani conventuali). Qui i formulari del mercoledì, venerdì e sabato.

Per la Forma Ordinaria: la preghiera dei fedeli appropriata la si trova nell'Orazionale CEI, che prevede un formulario per queste ricorrenza. Per chi lo desidera, nel Benedizionale (vedi qui) è presente una benedizione da recitare al termine della preghiera dei fedeli e prima dell'offertorio, che si può accompagnare con la presentazione dei doni votivi di stagione (in autunno i grappoli d'uva).

San Giuseppe da Copertino, il francescano che volava: visita virtuale al Santuario di Osimo

Carissimi amici, oggi è la festa di un grande santo dell'Ordine dei Francescani Conventuali: Giuseppe da Copertino, il santo dei voli, il mistico che aiuta gli studenti a passare gli esami come lui fu aiutato dal Cielo a superare i suoi... (ne abbiamo parlato in passato in questo post e in questo).
Vi propongo una visita virtuale al Santuario di Osimo (AN) che, in occasione dei 350 anni dalla morte del Santo (1663), anniversario che cade proprio oggi, ha rinnovato il sito internet e sfoggia una bellissima serie di fotografie navigabili a 360° della Chiesa, della cripta con l'urna del Santo e delle "camerette" che furono il luogo di reclusione di Giuseppe. 
Cliccare qui o sull'immagine per lanciare la visita virtuale:

In occasione dei festeggiamenti centenari, il 29 settembre prossimo si tiene ad Osimo il V convegno nazionale di Mistica, tutto dedicato quest'anno ai fenomeni soprannaturali, sia fisici che spirituali, di cui fu oggetto il Santo nativo di Copertino.

martedì 17 settembre 2013

La Chiesa e il Santo del giorno

Dalla "Dottrina Cristiana breve" di san Roberto Bellarmino SJ, dottore della Chiesa (pp. 14-16):
"Io credo similmente, che ci è una Chiesa, la quale è la Congregazione di tutti i fedeli Cristiani, che sono battezzati, credono e confessano la Fede di Cristo nostro Signore, e riconoscono per Vicario di esso Cristo in Terra il Sommo Pontefice Romano...
Io credo, che nella Santa Chiesa ci sia la vera remissione de' peccati per mezzo de' Santi Sagramenti; e che in essa gli Uomini di figlioli del Demonio, condannati all'Inferno, diventino figlioli di Dio, ed eredi del Paradiso".

Oggi il Papa commentava: “La nostra riconciliazione col Signore non finisce nel dialogo ‘Io, tu e il prete che mi dà il perdono’; finisce quando Lui ci restituisce alla nostra madre. Lì finisce la riconciliazione, perché non c’è cammino di vita, non c’è perdono, non c’è riconciliazione fuori della madre Chiesa"


Per conoscere meglio il Santo Cardinale, Dottore della Chiesa della Compagnia di Gesù, leggere la catechesi di Benedetto XVI del 23/02/2011

Una notizia ecumenica passata nel silenzio: un passo verso l'unione delle "chiese gemelle", l'assira orientale e la caldea cattolica

Patriarca Mar Dinka con Giovanni Paolo II
Nel chiacchiericcio ecclesiale e "papocentrico" (di cui anche questo blog è un po' responsabile...) è passata quasi inosservata una grande notizia per l'ecumenismo. Radio Vaticana l'ha pubblicata, e qui ve la rilancio. Si tratta della lettera che il Patriarca caldeo cattolico Sako (eletto quest'anno) ha scritto al suo omologo della chiesa Assira d'Oriente, per invitarlo alla riunificazione formale e pratica delle loro due Chiese.
Per chi non lo sapesse la Chiesa Caldea e la Chiesa Assira sono due parti (una in comunione con Roma, l'altra no) dell'antica Chiesa siro-orientale considerata nestoriana. Con l'intesa cristologica del 1994 Giovanni Paolo II e l'allora patriarca Mar Dinkha IV misero le basi per il superamento dei problemi teologici, oggi ormai chiariti. Le due Chiese hanno sofferto moltissimo in questi ultimi decenni: sono infatti localizzate principalmente in Iraq e Siria, essendo le eredi della grande cristianità persiana. La diaspora dei credenti assiri e calde ha impoverito tantissimo le due Chiese, che già hanno un protocollo per cui, in caso di necessità, i fedeli degli uni e degli altri sono reciprocamente ammessi ai sacramenti. La liturgia è la stessa, la spiritualità la medesima. Preghiamo tutti che l'antica chiesa dell'Est (come era chiamata), possa risorgere dall'attuale prostrazione e tornare ad essere la grande missionaria che fu nei primissimi secoli dell'evangelizzazione.  Santi Addai e Mari pregate per loro!

Iraq: il patriarca caldeo Sako chiede al patriarca assiro Mar Dinkha IV di tornare alla piena unità
Il patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael I Sako ha inviato una lettera di felicitazioni al patriarca della Chiesa assira d'Oriente Mar Dinkha IV in occasione del suo 78esimo compleanno, celebrato il 15 settembre. Nel messaggio augurale, il patriarca Sako ha rivolto al Capo della Chiesa assira anche un eloquente invito ufficiale a iniziare insieme un cammino di dialogo per ripristinare la piena comunione ecclesiale tra la comunità cristiana caldea – unita al vescovo di Roma – e quella assira. “Colgo l'occasione” scrive il patriarca Sako nella sua missiva “per esprimere il desiderio della Chiesa caldea riguardo all'attivazione di un dialogo per l'unità, che è il desiderio di Gesù. L'inizio di questo dialogo è oggi urgente, di fronte alle grandi sfide che minacciano la nostra sopravvivenza. Senza unità, non c'è futuro per noi. L'unità può aiutare a custodire la nostra presenza. Metto con fiducia questo desiderio sincero nelle mani di Vostra Santità”. In passato si è svolto un dialogo teologico tra la Chiesa assira d'Oriente e la Chiesa cattolica nel suo insieme, che nel 1994 ha portato alla stesura di una Dichiarazione cristologica comune nella quale Papa Giovanni Paolo II e il patriarca Mar Dinkha IV hanno riconosciuto di condividere la stessa fede in Gesù Cristo e nel mistero dell'Incarnazione. Finora tuttavia non si è mai dato ufficialmente inizio a un dialogo ecumenico e ecclesiologico bilaterale tra la Chiesa caldea e la Chiesa assira d'Oriente, che condividono lo stesso patrimonio teologico, liturgico e spirituale. “Se abbiamo riconosciuto di confessare la stessa fede” spiega all'agenzia Fides il patriarca Sako “a questo punto mi chiedo quali siano gli ostacoli a camminare insieme verso il riconoscimento della piena unità tra noi. Forse serve solo un po' di coraggio nel cercare il metodo giusto. Penso alla possibilità di riunire insieme i nostri sinodi, e confrontarci sulle nostre comuni preoccupazioni, come la fuga dei nostri fedeli dalle terre d'origine e il dissiparsi del patrimonio millenario condiviso dalle nostre Chiese. Attendo con trepidazione la risposta dei nostri fratelli assiri”.

Caelorum candor solenne: antifona per la festa delle Stimmate di San Francesco

Ho trovato, con mia gioia, e subito condivido, il canto solenne dell'antifona dei vespri della festa dell'impressione delle Stimmate nel corpo del Serafico Padre San Francesco, ricorrenza che tutti i francescani osservano ogni 17 settembre.
Vi metto in evidenza il testo e la traduzione, lo spartito (dal Cantuale Romano-Seraphicum) e il video musicale registrato dalla Schola cantorum del Duomo di San Leo durante un concerto nell'agosto scorso. Se preferite vedere lo spartito e la musica con il tono semplice, più alla portata di tutti, allora potete andare a questo post del 2009, dove presentavo Caelorum candor.



Caelórum candor splénduit, novum sidus
emícuit: Sacer Francíscus cláruit, cui Seraph
appáruit, obsígnans eum vúlnere in volis,
plantis, látere, dum formam Crucis gérere vult
corde, ore, ópere.

Il chiarore dei cieli risplende, una nuova
stella sfavilla: Santo Francesco rifulge.
Gli è apparso un Serafino che lo ha segnato con
le ferite di Cristo sui piedi, sulle mani e sul
fianco, perché Francesco vuole portare l’immagine
della Croce nel cuore, nelle parole e nelle azioni.


domenica 15 settembre 2013

L'introito gregoriano per la Messa dell'Addolorata: Stabant iuxta

L'introito gregoriano che si trova nel Graduale per la festa della Beata Vergine Maria addolorata riprende la scena delle donne al Calvario: Maria in piedi sotto la croce, con le pie donne. Il versetto dopo l'antifona aggiunge le parole di Gesù: l'affidamento della Madre al discepolo amato e a questi di Maria:



Ioann 19,25 Stabant iuxta Crucem Iesu Mater eius, et soror Matris eius, María Cléophæ, et Salóme et María Magdaléne.
Ioann 19,26-27 Múlier, ecce fílius tuus: dixit Iesus; ad discípulum autem: Ecce Mater tua.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in saecula saeculórum. Amen

Gv 19,25 Stavano presso la Croce di Gesù Maria, sua madre, e la sorella di sua madre, Maria di Cleofa, e Salome e Maria di Magdala.
Gv 19,26-27 Donna ecco tuo figlio, disse Gesù, e al discepolo: Ecco la tua Madre.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo...


cliccare l'immagine per ingrandire


Le litanie lauretane ricamate a mano: una mostra d'eccezione in Inghilterra


Per interessamento della Reale Scuola di Ricamo, prestigiosa istituzione artistica inglese, è aperta fino alla fine di novembre una mostra, presso la reggia di Hampton Court, con l'esposizione di alcuni spettacolari pannelli ricamati che illustrano ciascuno uno dei titoli mariani delle litanie lauretane (notizia qui).
Sono esposti 12 ricami in filo di seta e oro su seta. La palette dei colori è estremamente limitata e per questo fa risaltare ancor più il disegno e la bravura delle monache del Convento di Holy Child che hanno ricamato questi pannelli all'inizio del XX secolo. Lo stile è tra l'Art Nouveau e i Preraffaelliti.
La mostra s'intitola: For Worship and Glory - exhibition of ecclesiastical embroidery. Oltre alle litanie lauretane l'esposizione comprende anche altri esempi di ricamo ecclesiastico, tra cui il palliotto d'altare commissionato dalla Regina Mary per l'incoronazione di Giorgio VI, padre di Elisabetta II. Non mancano pregevoli esempi di ricamo su paramenti sacri (stole, casule) e genuflessori ricamati (tipicamente anglicani), tra il XVIII sec. e il 1980.
Di seguito alcuni esempi delle squisite realizzazioni delle suore "pittrici" con ago e filo:


sabato 14 settembre 2013

L'omelia di Papa Francesco sul mistero di dolcezza-amara della Croce

Il Centro Televisivo Vaticano ci offre un discreto estratto dell'omelia mattutina di Papa Francesco per la festa dell'Esaltazione della Croce: con la Mamma di Gesù, piangendo e in ginocchio per gustare la dolcezza amara della Croce di Cristo, mistero del suo amore:

Vexilla Regis di Bruckner


Per concludere la giornata dedicata all'Esaltazione della Santa Croce, ecco un brano di polifonia moderna. Si tratta del Vexilla Regis di Anton Bruckner, composto nel 1892. Insieme al video musicale, registrato dall'ensemble inglese Poliphony, trovate anche il link allo spartito a quattro voci.

Per la potenza della tua Croce proteggi la tua popolazione, Signore. Il tropario della Santa Croce

Il tropario della Santa Croce in Arabo e in Greco, come si canta nel giorno dell'Esaltazione della Croce nelle chiese di tradizione bizantina. Lo dedichiamo a tutti i cristiani di Siria, Egitto, Irak, Libano, Palestina... che soffrono per il segno della Santissima Croce a cui non intendono rinunciare, nonostante inimmaginabili sofferenze e persecuzioni. I martiri della fede dei nostri giorni facciano risplendere anche per noi la vittoria della Croce:


خلص يا رب شعبك وبارك ميراثك، وامنح عبيدك المؤمنين الغلبة على الشرير، واحفظ بقوة صليبك جميع المختصين بك.

Σώσον Κύριε τόν λαόν σου καί ευλόγησον τήν κληρονομίαν σου, νίκας τοίς Βασιλεύσι κατά βαρβάρων δωρούμενος καί τό σόν φυλάττων διά τού Σταυρού σου πολίτευμα

Soson Kyrie ton laon Sou ke evloghison tin klironomian Sou nikas tis vasilefsi kata varvaron dhorumenos ke to son filaton dhia tu Stavru Sou politevma

Traduzione italiana: Salva il tuo popolo, Signore, e benedici la tua eredità. Concedi la vittoria sopra tutti i suoi nemici e per la potenza della tua Croce proteggi la tua popolazione.

venerdì 13 settembre 2013

La divina liturgia di San Giovanni Crisostomo della Chiesa Italo-greca


Per la festa di oggi, memoria del grande dottore della Chiesa orientale Giovanni Crisostomo, vi propongo di soffermare un pochino l'attenzione sulla bellezza della liturgia che da lui prende il nome: la Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo, ossia il rito della messa più utilizzato dalle chiese bizantine sia cattoliche che ortodosso. Il video propone una rara ripresa della liturgia eucaristica (la II parte, dal sanctus al termine della celebrazione) in rito bizantino in italiano, celebrata dal vescovo dell'eparchia di Lungro, in Calabria. Per seguire l'intricato sovrapporsi di canti in greco e preghiere in italiano, metto anche l'intero testo della liturgia italo-greca. Potete seguire quanto si vede nel video andando a pagina 9 del libretto PDF che trovate sotto (o scaricate da qui).
Nella mentalità orientale delle diverse chiese nazionali, i testi liturgici vengono praticamente sempre tradotti, da ben prima del Concilio Vaticano II. Ma l'unità del rito, la sua continuità con quanto attraverso i santi Padri antichi e i padri medievali è arrivato a noi, la dignità stessa della celebrazione non sono minimamente messi in discussione o sottovalutati. Questa celebrazione pontificale della chiesa italo-greca, così poco conosciuta e apprezzata, dovrebbe far riflettere: tutto è tradotto e comprensibile, ma i santi riti sono rispettati e riconoscibili nel tempo, le preghiere che si sono sviluppate e sovrapposte nei secoli non vengono "semplificate" quanto fedelmente tradotte, anche se non sono per niente in linea l'espressione moderna. Il nome di Giovanni Crisostomo ha protetto questa divina liturgia, anche se tutti sanno che essa non è tutta opera del santo Arcivescovo di Costantinopoli e nel tempo anche i suoi testi hanno certamente subito un'organica evoluzione fino ai nostri giorni. La liturgia è una realtà viva, organica, non un edificio da restaurare o modificare dall'esterno, ma un'essere vivente da far crescere con cura e che internamente si adatta ai tempi e ai luoghi. L'oriente ce lo insegna.




La I parte delle riprese della Divina Liturgia presentata qui, la trovate nel seguente video (potete seguire da pag 4 nel libretto, dove non ci sono però i canti propri del giorno e alcuni riti propri della liturgia episcopale):

mercoledì 11 settembre 2013

La Santa Mamma Chiesa: catechesi di oggi di Papa Francesco

Mentre scrivo è ancora in corso l'udienza generale, ma vi posto qui la parte dedicata alla catechesi di questo mercoledì 11 settembre, sull'immagine della Chiesa come Madre. Un Papa Francesco popolare come sempre, ma che non rinuncia alla chiara e solida ecclesiologia cattolica, pur presentata con la simpatia che lo caratterizza. Chiarezza teologica e semplicità non sono affatto incompatibili:

La lettera di PapaFrancesco al direttore di Repubblica E. Scalfari.

Oggi appare sul quotidiano Repubblica questa lettera di risposta del Papa ad alcuni quesiti postigli, nei mesi scorsi, dal fondatore Eugenio Scalfari. Il testo intero è preso dal sito della Radio Vaticana. Meglio leggere prima la lettera come è uscita dalla penna del Papa, poi - eventualmente - confrontare con titoli, commenti ecc..., giusto per non farsi condizionare preventivamente:

Pregiatissimo Dottor Scalfari,
è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con una serie di sue personali riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 agosto. La ringrazio, innanzi tutto, per l’attenzione con cui ha voluto leggere l’Enciclica Lumen fidei. Essa, infatti, nell’intenzione del mio amato Predecessore, Benedetto XVI, che l’ha concepita e in larga misura redatta, e dal quale, con gratitudine, l’ho ereditata, è diretta non solo a confermare nella fede in Gesù Cristo coloro che in essa già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce «un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth». Mi pare dunque sia senz’altro positivo, non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù. Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo.

Esso, del resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio. La prima circostanza — come si richiama nelle pagine iniziali dell’Enciclica — deriva dal fatto che, lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro. La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce della fede, deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e indispensabile. Mi permetta di citarLe in proposito un’affermazione a mio avviso molto importante dell’Enciclica: poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell’amore — vi si sottolinea — «risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti» (n. 34). È questo lo spirito che anima le parole che le scrivo.

La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità. Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme. Mi perdoni se non seguo passo passo le argomentazioni da Lei proposte nell’editoriale del 7 luglio. Mi sembra più fruttuoso — o se non altro mi è più congeniale — andare in certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro neppure nella modalità espositiva seguita dall’Enciclica, in cui Lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all’esperienza storica di Gesù di Nazareth.

Osservo soltanto, per cominciare, che un’analisi del genere non è secondaria. Si tratta infatti, seguendo del resto la logica che guida lo snodarsi dell’Enciclica, di fermare l’attenzione sul significato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per noi. Le Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell’Enciclica, sono costruiti, infatti, sul solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Nazareth giunto al suo culmine risolutivo nella pasqua di morte e risurrezione. Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo «scandalo» che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria «autorità»: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è «exousia », che alla lettera rimanda a ciò che «proviene dall’essere» che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire— egli stesso lo dice — dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa «autorità» perché egli la spenda a favore degli uomini. Così Gesù predica «come uno che ha autorità», guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona... cose tutte che, nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: «Chi è costui che...?», e che riguarda l’identità di Gesù, nasce dalla costatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un’autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l’incomprensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce. Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine. Ed è proprio allora — come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di Marco — che Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che l’uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch’egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l’ha rifiutato, ma per attestare che l’amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono.

La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell’amore. Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell’incarnazione del
Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva «caro cardo salutis», la carne (di Cristo) è il cardine della salvezza. Perché l’incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell’amore e nella fedeltà all’Abbà, testimonia l’incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce. Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell’Enciclica.

Sempre nell’editoriale del 7 luglio, Lei mi chiede inoltre come capire l’originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio. L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione. Certo, da ciò consegue anche — e non è una piccola cosa — quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel «dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare», affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell’Occidente. La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il lievito e il sale del Vangelo, e cioè l’amore e la misericordia di Dio che raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana. Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là.

Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto? È questo — mi creda — un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l’aiuto di Dio, soprattutto a
partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice
santa da cui è germinato Gesù. Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire,
con l’apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di
questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto. 

Vengo così alle tre domande che mi pone nell’articolo del 7 agosto. Mi pare che, nelle prime due, ciò che Le sta a cuore è capire l’atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che — ed è la cosa fondamentale — la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.

In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità «assoluta», nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire. Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio — questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! — non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la «R» maiuscola. Gesù ce lo rivela — e vive il rapporto con Lui — come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell’uomo sulla terra — e per la fede cristiana, in ogni caso, questo mondo così come lo conosciamo è destinato a venir meno — , l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui. La Scrittura parla di «cieli nuovi e terra nuova» e afferma che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa, Dio sarà «tutto in tutti».

Egregio Dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni, suscitate da quanto ha voluto comunicarmi e chiedermi. Le accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa, all’invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada insieme. La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall’Abbà «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc4, 18-19).

Con fraterna vicinanza
Francesco

Elevazione musicale alla Basilica di Sant'Antonio di Padova. Il programma del concerto per il centenario antoniano

Per commemorare i 750 anni dal ritrovamento della lingua incorrotta di sant'Antonio, peculiare reliquia che attesta - secondo san Bonaventura - il grande merito del santo predicatore davanti a Dio, l'Arciconfraternita di s. Antonio propone nella Basilica padovana, per il 21 settembre prossimo (ore 20:45) una "Elevazione musicale" con brani della tradizione francescana e antoniana. Il concerto sarà eseguito dalla Cappella Musicale della Pontificia Basilica e dall'Orchestra, dirige il M° Valerio Casarin. Ecco il depliant e, di seguito, il programma della serata: 

Franz Joseph Haydn - Corale di S. Antonio dal divertimento in si bemolle

P. Francesco Antonio Vallotti - O Lingua benedicta per soli soprano e contralto

Karl Jenkins - 1° tempo del concerto per archi

Antonio Vivaldi - Concerto per la Festa della Lingua RV 212

Antonio Vivaldi - In exitu Israel

Franz Joseph Haydn - Insanae et vanae curae

Karl Jenkins - Ave Verum

Oreste Ravanello - Sanctus dalla Messa in onore di Sant’Antonio Taumaturgo

Oreste Ravanello - Si quaeris miracula

P. Domenico Stella - Cantico delle creature

P. G. Catracchia – O Lingua benedicta

martedì 10 settembre 2013

La Natività di Maria nel luogo dove la Vergine è nata: celebrazioni francescane di Terra Santa

Ecco un servizio dei frati Minori della Custodia di Terra Santa che mostra e spiega con esaustività le tradizioni riguardanti il santuario della Natività della Vergine Maria a Gerusalemme. La festa della nascita di Maria si celebra in tutta la Chiesa l'8 settembre (quest'anno, per la concorrenza della domenica, la liturgia mariana è stata omessa).

Fonte

La dedicazione dell'altare nella Chiesa francescana di Sant'Antonio a San Pietroburgo


Ecco un video-riassunto (e qualche foto) della splendida celebrazione vissuta domenica a San Pietroburgo dalla comunità cattolica e dai frati francescani conventuali in Russia. Domenica scorsa, insieme all'Arcivescovo Paolo Pezzi, all'indomani della preghiera per la Pace tenuta nella concattedrale di San Pietroburgo, fedeli e pastori si sono dati appuntamento nella chiesa francescana conventuale di sant'Antonio per consacrare solennemente l'edificio e l'altare (qui il testo italiano del rito della dedicazione)
Nel video, oltre a vedere i momenti salienti della celebrazione, potete ascoltare alcuni brani dei canti intonati dalla Cappella Costantiniana (nella foto a destra), giunta apposta da Roma, dalla Basilica dei Santi Apostoli, per animare con melodie gregoriane e interventi polifonici il sacro rito.
Nell'altare marmoreo, proveniente dalla Basilica di sant'Antonio di Padova dove era servito come "reliquiario" temporaneo al corpo del Santo, sono state inserite e sigillate alcune reliquie dell'insigne Taumaturgo.



domenica 8 settembre 2013

Grande festa per la dedicazione della chiesa dei francescani a San Pietroburgo

Mi trovo da ieri a San Pietroburgo per partecipare alla solenne dedicazione della completata chiesa dei Francescani Conventuali. I frati si trovano in Russia da appena 20 anni, proprio per adempiere il sogno di san Massimiliano Kolbe di vedere i suoi confratelli impegnati nell'evangelizzazione di questo enorme paese, tanto martoriato dal regime ateo del suo passato.
La chiesetta e l'annesso convento non sono lontani dal seminario cattolico della città, dove i frati studenti si recano a piedi. La stazione Baltiskaiya della metro è a due passi. Un luogo tranquillo ma accessibile. Qui le chiese cattoliche sono una rarità. La dedicazione di una chiesa è un evento.
Il titolare è sant'Antonio di Padova, conosciuto in russo come Antonio il taumaturgo. L'altare della chiesa è la splendida tomba provvisoria in marmo che ha custodito per 2 anni, a Padova, il corpo del Santo, durante i restauri della sua Arca monumentale.
Alla liturgia partecipa il padre Rettore della pontificia Basilica di Padova, portando il dono di una reliquia per l'altare da consacrare. Presiede l'arcivescovo della Madre di Dio di Mosca mons. Paolo Pezzi.
I confratelli russi trasmettono dalle 17 ora italiana l'intera messa in diretta streaming a questa pagina: http://icatholic.ru/pryamaya-translyatsiya-iz-hrama-sv-antoniya-chudotvortsa-v-peterburge/

giovedì 5 settembre 2013

Dona la pace Signore: dal tema gregoriano alla polifonia in italiano. Un canto adatto alla preghiera per la pace

Propongo un canto da consigliare alle corali che si stanno preparando per la preghiera di sabato, utile anche per le tante altre occasioni in cui c'è (e ci sarà) bisogno di invocare e pregare per la pace.
Il titolo del brano è "Dona la Pace, Signore", del compositore italiano contemporaneo Dino Stella. Il canto prende avvio dal tema gregoriano di "Da pacem Domini in diebus nostris" - introito del Graduale Romanum per la "Missa pro pace" - e prosegue poi con una traduzione molto accattivante, in italiano, del testo dell'antifona tradizionale. Mi pare un ottimo esempio, sia musicale che testuale, di canto semplice, adatto anche ai cori meno provveduti, eppure intenso e di carattere contemplativo. Ascoltare per apprezzare. 
In calce al video musicale, cliccando sull'immagine, trovate lo spartito a quattro voci da scaricare.

mercoledì 4 settembre 2013

Testi della Messa per la Pace, in italiano e latino


Ecco il formulario, in Latino e in Italiano, della Messa per la Pace e la Giustizia, secondo il Messale di Paolo VI, (il latino è della III ed., la traduzione italiana è quella della II ed.). E' il testo della Messa più indicato per questi giorni di preghiera per ottenere da Dio il dono della Pace coniugata alla Giustizia (perché non c'è Pace senza Giustizia, due sorelle che già dal tempo dei Salmi viaggiano assieme).
Come si può vedere la traduzione italiana delle collette alternative è piuttosto "libera", non ho però controllato se la II edizione latina di queste era diversa dal testo attuale.
Utilizziamo le preghiere della Messa anche per la meditazione di questi giorni e per l'orazione personale, per chiedere la Pace che viene dal Signore e non dal mondo:

PRO PACE ET IUSTITIA SERVANDA

Ant. ad introitum   Cf. Sir 36, 18-19
Da pacem, Dómine, sustinéntibus te, et exáudi oratiónes servórum tuórum, et dírige nos in viam iustítiæ.

Collecta
Deus, qui pacíficos  revelásti fílios tuos  esse vocándos, præsta, quǽsumus, ut illam instaurémus sine intermissióne iustítiam, quæ sola firmam pacem spóndeat et verácem. Per Dóminum.

Vel:
Deus, qui patérnam curam ómnium geris, concéde propítius,ut hómines, quibus unam oríginem dedísti, et unam in pace famíliam constítuant,
et fratérno semper ánimo uniántur. Per Dóminum.

Aliæ orationes pro  pace:

Collecta
Deus, cónditor  mundi, sub cuius arbítrio ómnium sæculórum ordo decúrrit, adésto propítius invocatiónibus nostris et tranquillitátem pacis præséntibus concéde tempóribus, ut in láudibus misericórdiæ tuæ incessábili exsultatióne lætémur. Per Dóminum.

Vel:
Deus pacis, immo pax ipsa, quem discórdans ánimus non capit, quem mens cruénta non récipit, præsta, ut, qui concórdes sunt, boni perseverántiam téneant, qui discórdes sunt, mali oblivióne sanéntur.
Per Dóminum.

Super oblata
Fílii tui, pacífici Regis, sacrifícium salutáre,his sacramentórum signis oblátum,quibus pax et únitas designántur, quǽsumus, Dómine,ad concórdiam profíciat inter omnes fílios tuos confirmándam. Per Christum.


Ant. ad communionem Mt 5, 9
Beáti pacífici, quóniam fílii Dei vocabúntur.

Vel: Io 14, 27
Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis, dicit Dóminus.

Post communionem
Largíre nobis, quǽsumus, Dómine, spíritum caritátis,ut, Córpore et Sánguine Unigéniti tui vegetáti,pacem inter omnes, quam ipse relíquit, efficáciter nutriámus.Per Christum.
PER LA PACE E LA GIUSTIZIA

  
antifona d’ingresso   Cfr Sir 36, 15-16
Da’, o Signore, la pace a coloro che sperano in te; ascolta la preghiera dei tuoi fedeli 
e guidaci sulla via della giustizia.

COLLETTA
O Dio, che chiami tuoi figli gli operatori di pace, fa’ che noi, tuoi fedeli, lavoriamo senza mai stancarci per promuovere la giustizia che sola può garantire una pace autentica e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure:
O Dio, che estendi a ogni creatura la tua paterna sollecitudine, fa’ che tutti gli uomini, che hanno da te un’unica origine, formino una vera famiglia, unita nella concordia e nella pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure:
O Dio, creatore dell’universo,
che guidi a una mèta di salvezza le vicende della storia, concedi all’umanità inquieta il dono della vera pace, perché possa riconoscere in una gioia senza ombre il segno della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Oppure:
Dio della pace, non ti può comprendere che semina la discordia, non ti può accogliere chi ama la violenza: dona a chi edifica la pace di perseverare nel suo proposito, e a chi la ostacola di essere sanato dall’odio che lo tormenta, perché tutti si ritrovino in te, che sei la vera pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

SULLE OFFERTE
Ti offriamo, o Padre, nei segni sacramentali del pane e del vino il sacrificio del tuo Figlio, re della pace, perché questo mistero di unità e di amore rafforzi la concordia fra tutti i tuoi figli. Per Cristo nostro Signore.

« Prefazio Comune IX.

antifona alla comunione  Mt 5, 9
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.  

Oppure:     Gv 14, 27
«Vi lascio la pace,
vi dò la mia pace», dice il Signore.       

DOPO LA COMUNIONE
O Padre, che ci hai nutriti
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
donaci lo Spirito di carità,
perché diventiamo operatori della pace,
che il Cristo ci ha lasciato come suo dono.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
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