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venerdì 11 maggio 2012

Guerra santa delle traduzioni: i cristiani difendono l'originalità del Vangelo

Una notizia sconcertante, che mostra l'assenza di rispetto per la diversità religiosa tuttora strisciante in una cultura pur ufficialmente tollerante e laica come quella della Turchia moderna. Attraverso una traduzione, che "sterilizza" la diversità evangelica, si può far diventare musulmano anche il testo del Vangelo di san Matteo. Spero che anche cattolici e ortodossi si uniscano alla riprovazione di questi tentativi di assimilazione. Leggete qui la notizia riportata dall'Agenzia Fides:


Traduzione falsata del Vangelo, per renderlo “vicino ai musulmani”: proteste dei cristiani

Istanbul (Agenzia Fides) – Una traduzione del Vangelo falsata e non autorizzata dalle Chiese cristiane ha generato una pubblica protesta dei cristiani in Turchia. In un comunicato inviato all’Agenzia Fides, la “Alleanza delle Chiese protestanti” della Turchia, parte della “Alleanza Evangelica Mondiale”, stigmatizza “la traduzione fuorviante” di una edizione in turco del Vangelo di Matteo, pubblicato alla fine del 2011. Il testo è denso di errori in “parole molto importanti e fondamentali del Nuovo Testamento”, che rendono la traduzione “sbagliata ed estremamente negativa”. Le Chiese rimarcano l’urgenza di cambiare tali termini, definendo il Vangelo diffuso “inaccettabile e inutilizzabile”.
Quello a cui si fa riferimento è la rimozione di parole come “Padre” e “Figlio di Dio”, sostituite rispettivamente da “Dio” e “rappresentante di Dio”. Il versetto di Mt 28,19 che dice “battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, è divenuto ad esempio “purificandole con l’acqua, nel nome di Allah, del suo Messia e del suo Santo Spirito”.
I leader cristiani affermano di aver segnalato tali incongruenze prima della pubblicazione, curata da tre enti cristiani americani (“Wycliffe Bible Translators”, “Summer Institute of Linguistics”-SIL e “Frontiers”) il cui scopo era quello di produrre una Bibbia “vicina alla sensibilità dei musulmani”. Per evitare che persone di lingua turca, cristiane o non cristiane, fossero esposte a insegnamenti sbagliati, le Chiese avevano chiesto al comitato di traduzione di mutare i punti che “minano la teologia cristiana”, ma così non è stato.
“Vogliamo che la Sacra Scrittura sia letta e compresa da tutti i settori della società. Le traduzioni prodotte dalla Società Biblica nella prima metà del XX secolo sono eccellenti, fedeli alla storia della teologia cristiana, ma anche eccellenti per le persone che si accostano alla Bibbia, per capire le espressioni della fede cristiana” nota il comunicato giunto a Fides.
L'Alleanza delle Chiese protestanti in Turchia rappresenta la maggior parte delle Chiese protestanti nel paese. Nel 2011 ha pubblicato il Rapporto sulle violazioni dei diritti dei cristiani in Turchia, che sono meno dello 0,1% della popolazione di 72 milioni di abitanti. (PA) (Agenzia Fides 10/5/2012)

venerdì 27 aprile 2012

Canti non appropriati in occasione dei funerali? La parola ai vescovi italiani

Alcune email mi sollecitavano a "dire la mia" a proposito di canzoni di cantautori contemporanei suonate o comunque eseguite in occasione di recenti funerali. Non penso sia minimamente importante il mio parere personale, né rilevante. Come non lo è - in questo campo - quello del direttore di Avvenire, il quale può d'altronde avere i suoi legittimi gusti musicali. Ma certo è da tenere in considerazione ciò che i vescovi italiani hanno voluto nella recentissima revisione del Rito delle Esequie. I nostri vescovi, previdenti, buoni conoscitori dell'italiana indisciplina, dopo le Premesse generali (che normano il rito per la chiesa intera), hanno approvato e inserito alcune "Precisazioni" che valgono per il nostro Bel Paese. Al num. 6 (pag. 30 del rituale del 2012) troviamo scritto così, a proposito del "commiato" che può seguire la liturgia esequiale:
...Si eviti il ricorso a testi o immagini registrati, come pure l'esecuzione di canti o musiche estranei alla liturgia.
Mi pare chiaro e non c'è bisogno di aggiungere altro, basta leggere quello che con tanta fatica i nostri vescovi discutono e approvano. Non c'è spazio per le polemiche e le palizzate. Se i preti, senza curarsi del volere dei loro vescovi, continuano a ritenersi padroni della liturgia, almeno non prendiamocela con i legittimi pastori che cercano - come possono - addirittura di ricordare gentilmente le ovvietà sopra esposte: cioè di non fare, ad esempio, Power Point con le foto migliori del defunto, non tappezzare la chiesa di cartelloni che salutano e inneggiano allo scomparso, non portarsi all'interno della chiesa maxi-stereo con i CD preferiti dal caro estinto... Tutto questo, in sè,  non è affatto male, sia chiaro. Ci vuole anche l'umano e tenero ricordo. Ma, per favore, non all'altare, non dall'ambone (anche questo ricordano i vescovi: di non usare l'ambone della Chiesa per le eulogie funebri e di non trasformare le preghiere dei fedeli in parole di saluto rivolte al morto invece che a Dio). Per ogni cosa c'è il suo momento,..., diceva già l'antico Qohelet (3,1).

Il semplice fatto che si polemizzi su queste cose fa capire che forse non basta preparare una nuova traduzione dei testi, se poi non la si presenta al clero e ai laici e si evita di sobbarcarsi le necessarie conferenze formative per i sacerdoti per far penetrare il vero senso delle "novità". 

venerdì 20 aprile 2012

Confessione per iscritto e fantasiose liturgie penitenziali portoghesi

Vi posto un video che sta suscitando vivaci e numerose discussioni all'interno della blogosfera cattolica... per diversi motivi, alcuni dei quali non così scontati, mentre altri, più seri, passano inosservati. Possiamo anche fare un esercizio di lettura da punti di vista diversi: teologico-sacramentale; liturgico, canonistico... e ne otterremo valutazioni diverse. Sia chiaro che a nessuno è consigliato di seguire l'esempio qui sotto mostrato. Anzi!
Si tratta del modo di confessare i giovanissimi (e i non-più-giovani) di p. Julio, sacerdote portoghese della parrocchia di Espinhel diocesi di Aveiro.



La didascalia del video precisa che, durante la Messa con i bambini, p. Julio riceve le confessioni con i peccati scritti su foglietti di carta, che dopo la lettura privata del prete vengono macinati nella macchinetta distruggi-documenti, posta sopra l'altare. Intanto il coro di "Arcel" esegue canti penitenziali adatti a creare l'atmosfera. Alla fine il sacerdote dà l'assoluzione a tutti quelli che si sono così confessati.

Dove sono i problemi di questa celebrazione?

Molti grideranno allo scandalo per il fatto che il sacerdote non ascolta i peccati ma li legge sul foglietto. E invece questo non solo non è un abuso - secondo i moralisti tradizionali e canonisti - ma è di per sé pure previsto (sebbene in circostanze limitate) fin dal tempo precedente la manualistica: i peccati devono essere "comunicati" al sacerdote attraverso la voce, ma possono essere comunicati anche per mezzo segni o gesti, tra questi, in primo luogo, i segni scritti (pensate a quando bisogna confessare dei sordomuti, a me è capitato varie volte!). Già San Tommaso nel Supplemento alla III parte della Summa, questione 9, art. 3, ritiene possibile, in presenza, aprire al confessore la propria coscienza per iscritto, se non è possibile fare altrimenti (infatti la parola vocalmente espressa rimane la maniera più adatta e degna). L'atto della confessione è così importante e personale che "quando non possiamo farlo in un dato modo, dobbiamo confessarci in un altro, secondo le nostre possibilità". L'importante è esprimere i peccati in maniera integrale.
Quindi, se penitente scrive tutti i suoi peccati mortali sul foglietto e lo consegna al confessore, il quale legge tutto, anche per un moralista come Sant'Alfonso Maria de' Liguori, la materia minima per il sacramento c'è.
Figuriamoci che, per il Diritto canonico, Can. 990: "Non è proibito [nemmeno!] confessarsi tramite l'interprete, evitati comunque gli abusi e gli scandali e fermo restando il disposto del can. 983, §2.", purché l'interprete, ovviamente, riporti quanto personalmente vuole confessare il penitente e costui, in presenza, possa ricevere l'assoluzione
Il problema - a mio avviso - è semmai se ci sia necessità di ricorrere ad altro modo che la parola parlata e, in seconda battuta, la fretta con cui vengono letti i peccati (soprattutto degli adulti) e la poca serietà nel considerare i bisogni spirituali delle persone (grandi o piccole) che vengono a confessarsi: magari necessitano di una domanda di chiarimento, di una parola di consiglio, di un approfondimento per la fede... che non pare esserci, stando al video in esame. Certo non è questione di diritto o sacramentaria, ma di serietà pastorale e zelo spirituale per il bene delle anime.

Pare poi abbastanza ridicolo il fatto che, quelli che tuonano dicendo che in confessione non si dovrebbe "fare la lista della spesa" dei propri peccati, siano spesso gli stessi che approvano la "singolare iniziativa" (o almeno sorvolano sul fatto) di confessare bambini e grandini, attraverso vere e proprie "liste di peccati", messi per iscritto! Ironia del linguaggio.

Il gesto di distruggere i foglietti dei peccati, anche se può piacere tanto ai liturgisti che cercano sempre nuovi "simboli", in reatà è un requisito che un buon canonista non può che apprezzare: bisogna tutelare anche in questo caso il sigillo del segreto della confessione. Quindi si eliminano fisicamente i supporti della comunicazione dei peccati. La cosa sconveniente, e che contravviene alle norme liturgiche, è porre SOPRA l'altare quello scatolone onnivoro! No, è veramente fastidioso. Poteva bastare uno sgabello o qualche altro supporto. L'altare è solo per il Corpo e Sangue di Cristo, nemmeno le reliquie dei Santi - dicono oggi i liturgisti - sono al loro posto appoggiate sulla sacra Mensa. Figuriamoci i distruggi-documenti! Un braciere con delle fiamme che divorano i foglietti mi parrebbe, comunque, più appropriato e simbolico rispetto all'uso dell'elettrodomestico.

L'assoluzione comune dopo la confessione individuale non deve essere confusa con l'assoluzione generale senza previa confessione (Cf. Introduzione al Rito della Penitenza). Tuttavia la forma mostrata dal video appare un ibrido: c'è la "confessione" individuale, ma l'assoluzione è generale. Nella forma della liturgia penitenziale comunitaria, tuttavia, è previsto che sia la confessione, sia l'assoluzione rimangano individuali, non quindi la sola confessione. Ciò che accade nel video, però, differisce comunque dal caso dell'assoluzione generale senza previa confessione, permessa solo a giudizio del Vescovo e solo in caso di gravissima necessità, che qui però non ricorre e non si verifica.
E' evidente poi, dal filmato, che molti ragazzini al momento dell'assoluzione non sono assolutamente attenti a ciò che sta avvenendo e forse neppure lo sanno. Comunque i sacramenti, anche l'assoluzione sacramentale, "funziona" ex opere operato, non per l'attenzione del ricevente. Altro discorso è quello sulla fruttuosità del sacramento, che ne può essere implicata... Mischiare le forme del rito della penitenza rimane, a mio avviso, un abuso. Questo però non invalida l'assoluzione.

Grave è anche la mancanza di una parola sulla soddisfazione che è una "parte integrante" del sacramento della confessione. Quella che comunemente viene detta "penitenza" è in realtà il segno del desiderio di cambiare vita, di riparare i peccati commessi, il segno di essere davvero risorti con Cristo a Vita nuova.
Oggi, ahimé, è talmente sottovalutata - nonostante sia ben prevista e inculcata dal rituale - che spesso il prete non dice niente a proposito della pratica penitenziale da far seguire alla confessione dei peccati. E così va in fumo la necessaria riparazione, che deve legare gesto liturgico e vita. La soddisfazione, infatti, può consistere in tre cose (oltre l'ovvio evitare i peccati confessati), e cioè preghiera, digiuno e carità (compresa l'elemosina, ma i gesti di carità sono ben più ampi della sola elemosina). E la soddisfazione penitenziale deve essere adattata a ciascun penitente, a seconda dei peccati confessati e della sua condizione di vita, di età, salute, ecc. come ricorda anche il Can. 981: "A seconda della qualità e del numero dei peccati e tenuto conto della condizione del penitente, il confessore imponga salutari e opportune soddisfazioni; il penitente è tenuto all'obbligo di adempierle personalmente"
Evidentemente padre Julio sorvola su questa terza, importante, caratteristica del sacramento della riconciliazione.

Ma oltrepassando i problemi già visti, la cosa più grave, dal punto di vista della disciplina liturgica e della coerenza sacramentale, per cui non si deve mai fare una cosa del genere, è che questo sacramento della confessione è inserito - a quanto scrive lo stesso sacerdote nel postare il video - all'interno della celebrazione della Santa Messa! (lo si capisce anche dalla stola color verde del sacerdote, che neppure si preoccupa di indossare la casula...)
Questo è un grave abuso, come specificato in Redemptionis Sacramentum 76:
...Secondo l’antichissima tradizione della Chiesa romana, non è lecito unire il sacramento della Penitenza con la santa Messa in modo tale che diventi un’unica azione liturgica. Ciò non impedisce, tuttavia, che dei Sacerdoti, salvo coloro che celebrano o concelebrano la santa Messa, ascoltino le confessioni dei fedeli che lo desiderino, anche mentre si celebra la Messa nello stesso luogo, per venire incontro alle necessità dei fedeli. Ciò tuttavia si svolga nella maniera opportuna.
L'unico sacramento che non può mai essere incluso all'interno della Santa Messa è proprio il sacramento della Penitenza, perché esso prepara alla partecipazione piena all'altare del Signore, va "premesso" ad essa. Anche qui fa sorridere il fatto che mentre molti preti si scandalizzano che "durante" la Messa altri sacerdoti, nei confessionali, siano a disposizione per le confessioni, arrivino ad approvare l'inserire "nella" Messa il sacramento della riconciliazione, magari per i bambini che fanno "la festa del perdono" o "della Prima Confessione"!

PS. Altre considerazioni a parte, mi sembra tuttavia che quello della confessione "scritta" sia un pallino dei sacerdoti portoghesi. A parte il p. Julio, anche un altro prete, originario di Lisbona, è conosciuto per una sua famosa confessione ricevuta per iscritto (ma in circostanze molto diverse!!). Si tratta nientemeno che di Sant'Antonio di Padova (nativo, appunto, della città lusitana). Si narra che un giorno dovette leggere la lunga lista di peccati di un penitente che per la vergogna e le lacrime non riusciva a parlare e fu invitato da Antonio a comunicare per iscritto tutti i suoi peccati. Non avendo, però, il Santo taumaturgo a disposizione un distruggi-documenti, dovette ricorrere...ad un miracolo: ogni riga che Antonio leggeva, scompariva prodigiosamente appena letta, finché percorsa tutta la lista, il foglio tornò bianco e immacolato, come l'anima del penitente che era ricorso al Santo confessore.
Sant'Antonio regge il foglio, diventato candido, su cui erano scritti i peccati

giovedì 5 aprile 2012

Sante cannonate! L'epocale omelia di Papa Benedetto alla Messa Crismale

Benedetto XVI durante la consacrazione del Crisma
Se non l'avete ascoltata o letta, ve la metto in evidenza: un'omelia davvero epocale, in cui il Papa ha affrontato alcuni nodi cruciali del sacerdozio e della Chiesa: 1) il rinnegamento di sé; 2) l'obbedienza; 3) l'esempio dei Santi 4) la necessità di annunciare i contenuti della Fede; 5) la necessità di NON annunciare opinioni private, ma la Fede della Chiesa; 5) riaccendere nei sacerdoti lo "zelo per le anime".

E' sbalorditiva la capacità di questo anziano Papa tedesco, che tante leggende vogliono raccontarci fuori del mondo e non in contatto con la realtà, di percepire e saper esprimere i malesseri della Chiesa e del mondo e di saper anche fornire concrete ricette per iniziare a guarire, cioè a convertirsi. Non gira attorno ai problemi, ma li affronta a viso aperto. Sicuramente una lezione di coraggio per molti vescovi chiamati a essere i "sorveglianti" del gregge e dei loro sacerdoti - non ultimo il card. di Vienna, che - invece di correre dietro alle presunte visioni della "Madonna di Medjugorje", dopo questa omelia (che lo chiama in causa direttamente) o affronta il disastro della Chiesa che deve condurre o farebbe meglio a meditare di lasciar spazio ad altri più solidi pastori. Leggiamo e meditiamo.

OMELIA DEL SANTO PADRE ALLA MESSA CRISMALE 2012


Cari fratelli e sorelle!

In questa Santa Messa i nostri pensieri ritornano all’ora in cui il Vescovo, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera, ci ha introdotti nel sacerdozio di Gesù Cristo, così che fossimo “consacrati nella verità” (Gv 17,19), come Gesù, nella sua Preghiera sacerdotale, ha chiesto per noi al Padre.

Egli stesso è la Verità. Ci ha consacrati, cioè consegnati per sempre a Dio, affinché, a partire da Dio e in vista di Lui, potessimo servire gli uomini. 
Ma siamo consacrati anche nella realtà della nostra vita? Siamo uomini che operano a partire da Dio e in comunione con Gesù Cristo? Con questa domanda il Signore sta davanti a noi, e noi stiamo davanti a Lui.


Volete unirvi più intimamente al Signore Gesù Cristo e conformarvi a Lui, rinunziare a voi stessi e rinnovare le promesse, confermando i sacri impegni che nel giorno dell’Ordinazione avete assunto con gioia?”


Così, dopo questa omelia, interrogherò singolarmente ciascuno di voi e anche me stesso. Con ciò si esprimono soprattutto due cose: è richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, che io non rivendichi la mia vita per me stesso, ma la metta a disposizione di un altro – di Cristo.

Che non domandi: che cosa ne ricavo per me?, bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? O ancora più concretamente: come deve realizzarsi questa conformazione a Cristo, il quale non domina, ma serve; non prende, ma dà – come deve realizzarsi nella situazione spesso drammatica della Chiesa di oggi?


Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del Magistero – ad esempio nella questione circa l’Ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore.


La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa? Vogliamo credere agli autori di tale appello, quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di un vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?


Ma non semplifichiamo troppo il problema. Cristo non ha forse corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio? Sì, lo ha fatto, per risvegliare nuovamente l’obbedienza alla vera volontà di Dio, alla sua parola sempre valida. A Lui stava a cuore proprio la vera obbedienza, contro l’arbitrio dell’uomo. E non dimentichiamo: Egli era il Figlio, con l’autorità e la responsabilità singolari di svelare l’autentica volontà di Dio, per aprire così la strada della parola di Dio verso il mondo dei gentili. E infine: Egli ha concretizzato il suo mandato con la propria obbedienza e umiltà fino alla Croce, rendendo così credibile la sua missione. Non la mia, ma la tua volontà: questa è la parola che rivela il Figlio, la sua umiltà e insieme la sua divinità, e ci indica la strada.
Lasciamoci interrogare ancora una volta: non è che con tali considerazioni viene, di fatto, difeso l’immobilismo, l’irrigidimento della tradizione? No. Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo. E se guardiamo alle persone, dalle quali sono scaturiti e scaturiscono questi fiumi freschi di vita, vediamo anche che per una nuova fecondità ci vogliono l’essere ricolmi della gioia della fede, la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore.

Cari amici, resta chiaro che la conformazione a Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento. Ma forse la figura di Cristo ci appare a volte troppo elevata e troppo grande, per poter osare di prendere le misure da Lui. Il Signore lo sa. Per questo ha provveduto a “traduzioni” in ordini di grandezza più accessibili e più vicini a noi.

Proprio per questa ragione, Paolo senza timidezza ha detto alle sue comunità: imitate me, ma io appartengo a Cristo. Egli era per i suoi fedeli una “traduzione” dello stile di vita di Cristo, che essi potevano vedere e alla quale potevano aderire. A partire da Paolo, lungo tutta la storia ci sono state continuamente tali “traduzioni” della via di Gesù in vive figure storiche. Noi sacerdoti possiamo pensare ad una grande schiera di sacerdoti santi, che ci precedono per indicarci la strada: a cominciare da Policarpo di Smirne ed Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi Pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, fino a Papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo, come “dono e mistero”.

I Santi ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio. E ci lasciano anche capire che Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape.

Cari amici, vorrei brevemente toccare ancora due parole-chiave della rinnovazione delle promesse sacerdotali, che dovrebbero indurci a riflettere in quest’ora della Chiesa e della nostra vita personale.
C’è innanzitutto il ricordo del fatto che siamo – come si esprime Paolo – “amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1) e che ci spetta il ministero dell’insegnamento (munus docendi), che è una parte di tale amministrazione dei misteri di Dio, in cui Egli ci mostra il suo volto e il suo cuore, per donarci se stesso.

Nell’incontro dei Cardinali in occasione del recente Concistoro, diversi Pastori, in base alla loro esperienza, hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente.
Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola.

L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore.

Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sono gli strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo.

Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16).

Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori. Ma questo naturalmente non deve significare che io non sostenga questa dottrina con tutto me stesso e non stia saldamente ancorato ad essa. In questo contesto mi viene sempre in mente la parola di sant’Agostino: Che cosa è tanto mio quanto me stesso? Che cosa è così poco mio quanto me stesso? Non appartengo a me stesso e divento me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa. Se non annunciamo noi stessi e se interiormente siamo diventati tutt’uno con Colui che ci ha chiamati come suoi messaggeri così che siamo plasmati dalla fede e la viviamo, allora la nostra predicazione sarà credibile.

Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso. Il Curato d’Ars non era un dotto, un intellettuale, lo sappiamo. Ma con il suo annuncio ha toccato i cuori della gente, perché egli stesso era stato toccato nel cuore.


L’ultima parola-chiave a cui vorrei ancora accennare si chiama zelo per le anime (animarum zelus). È un’espressione fuori moda che oggi quasi non viene più usata. In alcuni ambienti, la parola anima è considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo.

Certamente l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità. Ma questo non può significare che non abbiamo più un’anima, un principio costitutivo che garantisce l’unità dell’uomo nella sua vita e al di là della sua morte terrena. E come sacerdoti naturalmente ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto. Tuttavia noi non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore. Ci preoccupiamo della salvezza degli uomini in corpo e anima. E in quanto sacerdoti di Gesù Cristo, lo facciamo con zelo.


Le persone non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo. Preghiamo il Signore di colmarci con la gioia del suo messaggio, affinché con zelo gioioso possiamo servire la sua verità e il suo amore.
Amen.



© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

giovedì 29 marzo 2012

Scomunicati i 4 sedicenti vescovi ucraini "ultratradizionalisti" della "Chiesa ortodossa greco cattolica ucraina"

Per "amore" della Chiesa e della "tradizione orientale" condannavano come eretici i loro vescovi e il card. Husar, tutti accusati di modernismo, e addirittura magia, sincretismo e innominabili eresie. In quattro - a loro detta -  si sarebbero fatti anche ordinare vescovi, ma non ci sono prove documentali. Comunque sia ecco cosa succede quando la Santa Sede perde la pazienza e agisce senza tentennamenti, per il bene dei fedeli e per evitare la confusione (come afferma la dichiarazione che vi allego). Speriamo che questo monito possa essere colto anche da altri vescovi (non orientali), che continuano a tirare la corda in un tira e molla che ormai ha i giorni contati.
A questo link trovate il sito in italiano della sedicente "Chiesa Ortodossa Greco-cattolica ucraina" e potete leggere i loro vaneggiamenti, tipo questo:
La scomunica di 2271 vescovi cattolici!!! (Scarica qui il testo)


DICHIARAZIONE DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE SULLO STATUS CANONICO DEI "SEDICENTI VESCOVI GRECO-CATTOLICI DI PIDHIRCI", REV.DI ELIÁŠ A. DOHNAL, O.S.B.M., MARKIAN V. HITIUK, O.S.B.M., METODEJ R. ŠPIŘIK, O.S.B.M., E ROBERT OBERHAUSER

1) La Santa Sede ha seguito con viva apprensione l'attività posta in essere dai Rev.di Eliáš A. DOHNAL, O.S.B.M., Markian V. HITIUK, O.S.B.M., Metodèj R. ŠPIŘIK, O.S.B.M., e Robert OBERHAUSER, i quali, espulsi dall'Ordine Basiliano di S. Giosafat, si sono successivamente autoproclamati vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina. Detti chierici con il loro comportamento contumace continuano a sfidare l'autorità ecclesiastica, danneggiando moralmente e spiritualmente non solo l'Ordine Basiliano di San Giosafat e la Chiesa greco-cattolica ucraina, ma anche questa Sede Apostolica e l'intera Chiesa Cattolica. Tutto questo provoca divisione e sconcerto tra i fedeli. I suddetti chierici, dopo aver dato vita ad un gruppo di "vescovi" di Pidhirci, recentemente hanno cercato di ottenerne il riconoscimento e la successiva registrazione, da parte della competente autorità civile, come "Chiesa Ortodossa Greco-Cattolica Ucraina".
2) Esponenti a vari livelli della Chiesa sin dall'inizio di questa sofferta vicenda hanno invano cercato di dissuaderli dal proseguire in comportamenti che possono tra l'altro trarre in inganno i fedeli – cosa avvenuta per un certo numero di essi.
3) La Santa Sede, sollecita nel proteggere l'unità e la pace del gregge di Cristo, aveva sperato in un pentimento e in un successivo conseguente ritorno dei suddetti chierici alla piena comunione con la Chiesa Cattolica. Purtroppo gli ultimi sviluppi – quale il tentativo non riuscito di registrazione statale del gruppo di "Pidhirci" con il nome di "Chiesa Ortodossa Greco-Cattolica Ucraina" – hanno dimostrato invece la loro contumacia.
4) Per salvaguardare, quindi, il bene comune della Chiesa e la "salus animarum", atteso che i sedicenti "vescovi" di Pidhirci non danno segno alcuno di ravvedimento, ma continuano a creare confusione e scompiglio nella comunità dei fedeli, in particolare calunniando gli Esponenti della Santa Sede e della Chiesa locale ed affermando che la Suprema Autorità della Chiesa è in possesso di una documentazione che comproverebbe la piena validità della loro ordinazione episcopale, la

Congregazione per la Dottrina della Fede
accogliendo la richiesta presentata da parte dell'Autorità ecclesiastica della Chiesa greco-cattolica ucraina, nonché di altri Dicasteri della Santa Sede, ha deciso con la presente dichiarazione di informare i fedeli, specialmente nei Paesi di provenienza dei chierici-sedicenti "vescovi" circa la loro attuale condizione canonica.

5) Questa Congregazione, dissociandosi totalmente dall'operato dei menzionati sedicenti "vescovi" e dalle loro sopraccitate false dichiarazioni, formalmente dichiara di non riconoscere la validità delle loro ordinazioni episcopali e di tutte quelle ordinazioni che da esse sono derivate o deriveranno. Si rende noto, inoltre, che lo stato canonico dei quattro menzionati sedicenti "vescovi" è quello di scomunicati ex can. 1459 § 1 Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (CCEO), atteso che, con la sentenza di seconda istanza del Tribunale Ordinario della Chiesa Arcivescovile Maggiore Ucraina del 10 settembre 2008, gli stessi sono stati riconosciuti colpevoli dei delitti di cui ai cann. 1462, 1447 e 1452 CCEO, ovvero dei delitti di usurpazione illegittima dell'ufficio; di fomentata sedizione e di odio nei confronti di alcuni Gerarchi e di provocazione dei sudditi a disubbidire; nonché del delitto di lesione della buona fama altrui mediante dichiarazioni calunniose.
6) Si notifica inoltre che la denominazione "cattolica" usata da gruppi non riconosciuti dalla competente autorità ecclesiastica è da considerarsi illegittima ed abusiva ex can. 19 CCEO.
7) I fedeli sono, pertanto, tenuti a non aderire al suddetto gruppo in quanto esso è, ad ogni effetto canonico, fuori della comunione ecclesiastica e sono invitati a pregare per i membri dello stesso gruppo affinché possano ravvedersi e tornare alla piena comunione con la Chiesa cattolica.
Dal Palazzo del Sant'Uffizio, 22 febbraio 2012
William Cardinale Levada
Prefetto
  + Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo titolare di Thibica
Segretario

venerdì 17 febbraio 2012

Giudicate da voi la "Messa Rock". Forse c'è qualcosa che proprio non va?

Ne avevamo parlato un paio di giorni fa, e ora è puntualmente uscito il video della "Messa Rock" in diocesi di Trento. 
E' davvero incredibile quello che si vede e si sente nel video che vi propongo qui sotto. Un vero "concerto con contorno di Messa", degno - mutatis mutandis - della peggiore tradizione settecentesca. Soprattutto il "canto meditativo" che dovrebbe aiutare a chiedere perdono! E dopo la schitarrata del "finto Kyrie" fa davvero impressione sentire recitare il Gloria!! Mi sa che l'esperimento è proprio fallito.


Dopo averlo visto, leggete cosa scriveva più di un secolo fa San Pio X a proposito della Musica sacra, nel suo motu proprio Tra le sollecitudini, che riporta principi generali sempre validi. E' stato scritto in un tempo non sospetto di odio verso il Rock: era il 1903 e le musiche profane erano - al massimo - quelle dell'opera lirica e delle bande... Mi sembra impossibile che il parroco di Albiano e il Vescovo di Trento non conoscano un così famoso documento sulla musica per la liturgia.
Non tocchiamo partitamente degli abusi che in questa parte possono occorrere. Oggi l’attenzione Nostra si rivolge ad uno dei più comuni, dei più difficili a sradicare e che talvolta si deve deplorare anche là dove ogni altra cosa è degna del massimo encomio per la bellezza e sontuosità del tempio, per lo splendore e per l’ordine accurato delle cerimonie, per la frequenza del clero, per la gravità e per la pietà dei ministri che celebrano. Tale è l’abuso nelle cose del canto e della musica sacra. Ed invero, sia per la natura di quest’arte per sé medesima fluttuante e variabile, sia per la successiva alterazione del gusto e delle abitudini lungo il correr dei tempi, sia per funesto influsso che sull’arte sacra esercita l’arte profana e teatrale, sia pel piacere che la musica direttamente produce e che non sempre torna facile contenere nei giusti termini, sia infine per i molti pregiudizi che in tale materia di leggeri si insinuano e si mantengono poi tenacemente anche presso persone autorevoli e pie, v’ha una continua tendenza a deviare dalla retta norma, stabilita dal fine, per cui l’arte è ammessa al servigio del culto, ed espressa assai chiaramente nei canoni ecclesiastici, nelle Ordinazioni dei Concilii generali e provinciali, nelle prescrizioni a più riprese emanate dalle Sacre Congregazioni romane e dai Sommi Pontefici Nostri Predecessori.

2. La musica sacra .. Deve essere santa, e quindi escludere ogni profanità, non solo in se medesima, ma anche nel modo onde viene proposta per parte degli esecutori

5. Nondimeno, siccome la musica moderna è sorta precipuamente a servigio profano, si dovrà attendere con maggior cura, perché le composizioni musicali di stile moderno, che si ammettono in chiesa, nulla contengano di profano, non abbiano reminiscenze di motivi adoperati in teatro, e non siano foggiate neppure nelle loro forme esterne sull’andamento dei pezzi profani.

6. Fra i vari generi della musica moderna, quello che apparve meno acconcio ad accompagnare le funzioni del culto è lo stile teatrale, che durante il secolo scorso fu in massima voga, specie in Italia [pare sia tornato in auge]. Esso per sua natura presenta la massima opposizione al canto gregoriano ed alla classica polifonia e però alla legge più importante di ogni buona musica sacra. Inoltre l’intima struttura, il ritmo e il cosiddetto convenzionalismo di tale stile non si piegano, se non malamente, alle esigenze della vera musica liturgica.

9. Il testo liturgico deve essere cantato come sta nei libri, senza alterazione o posposizione di parole, senza indebite ripetizioni, senza spezzarne le sillabe e sempre in modo intelligibile ai fedeli che ascoltano. [altro che canti in inglese al posto del latino! Ma non si era messo tutto in italiano perché si doveva capire, si doveva partecipare tutti col canto? Com'è che la cappella musicale Hard Rock va bene e nessuno dice niente?]

16. Siccome il canto deve sempre primeggiare, così l’organo o gli strumenti devono semplicemente sostenerlo e non mai opprimerlo. [ma come? Nemmeno assoli di chirarra Heavy Metal, Santità?]

21. Nelle processioni fuori di chiesa può essere permessa dall’Ordinario la banda musicale, purché non si eseguiscano in nessun modo pezzi profani.  [nemmeno fuori chiesa un po' di Rock? Ma è una persecuzione!]

Conclusione.
29. Per ultimo si raccomanda ai maestri di cappella, ai cantori, alle persone del clero, ai superioni dei seminari, degli istituti ecclesiastici e delle comunità religiose, ai parroci e rettori di chiese, ai canonici delle colleggiate e delle cattedrali, e soprattutto agli Ordinari diocesani di favorire con tutto lo zelo queste sagge riforme, da molto tempo desiderate e da tutti concordemente invocate, affinché non cada in dispregio la stessa autorità della Chiesa, che ripetutamente le propose ed ora di nuovo le inculca.


Da più parti s'attende, con ansia, una parola dall'autorità diocesana preposta alla liturgia e alla musica sacra. Visto che si è permessa "perplessità" sulla Messa in canto gregoriano, non riesco ad immaginare cosa possa dire su questo genere di canto!

venerdì 3 febbraio 2012

Se è proprio vero, ormai Fellay dà dell'eretico al Papa

Sono deluso e disgustato. Se quanto riferito nel blog di Tornielli corrisponde tutto al vero (non ho proprio avuto tempo di documentarmi meglio oggi), e Fellay ha veramente rigettato la proposta generosa di Benedetto XVI, respingendo il preambolo dottrinale, e con questo formalmente non accettando - seppur con tutta la necessaria apertura interpretativa tradizionale - l'insegnamento del XXI concilio ecumenico e il magistero vivente della Chiesa, rappresentata dal suo Papa, a questo stesso Pontefice, implicitamente, verrebbe con ciò rimproverato, da un vescovo illegittimo, di rimanere lui su posizioni eterodosse! E' evidente che al Papa non resta che una e una sola medicina. Le maniere forti. Qui di fatto, si passa dallo scisma all'eresia, e la scomunica - una volta minacciata - dovrà, in caso di impenitenza, essere alla fine comminata. Questo metterà in guardia i fedeli dal non seguire sulla via della disobbedienza ormai perniciosa chi non vuolesaperne di  tornare a Roma, lasciando che la FSSPX si perda nelle sue nebbie.
Certo che sarebbe una cocente delusione per un papa del dialogo e della riconciliazione come Benedetto, che non si merita questo pubblico schiaffo, dopo tutto quello che ha sofferto per aprire generosi portoni agli ingrati Lefebvriani. Pensate a come se la rideranno i suoi nemici, che lo hanno fino ad oggi deriso per il suo caparbio tentativo di riconciliare gli irriducibili. Speriamo che ci sia ancora spazio per il recupero. Ma ormai c'è proprio buio.

sabato 28 gennaio 2012

Comunione ai disabili mentali. Superare i malintesi teologici e pastorali

Qualche giorno fa un commento ad un post richiamava la nostra attenzione alla pratica - non ancora pienamente accettata da alcuni pastori - di dare la comunione eucaristica ai disabili mentali o ad altre categorie di persone che - si ritiene - non possano "capire" il sacramento, o siano incapaci di un atto di fede in proprio.
E' necessario spiegare, a preti e laici, che non c'è alcun motivo biblico o dogmatico per non comunicare i disabili mentali, come anche gli anziani attualmente privi di consapevolezza o comunque i malati a cui risultano in qualche modo danneggiate le capacità cognitive cerebrali. L'anima non è sinonimo di cervello, e fede non è sinonimo di coscienza consapevole. La devozione poi non è, in certi casi, facilmente ponderabile. 
Così si esprime autorevolmente Papa Benedetto XVI nell'esortazione apostolica del 2007 "Sacramentum Caritatis" (n. 58), sciogliendo ogni residuo dubbio:
Venga assicurata anche la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali, battezzati e cresimati: essi ricevono l'Eucaristia nella fede anche della famiglia o della comunità che li accompagna.
Il "quanto possibile" si riferisce, con evidenza, ad una possibilità fisica, non mentale (per es. se riescono a deglutire e ingerire). E dopotutto non bisogna dimenticare la saggia massima, in vigore nella Chiesa, per la quale: "A ciò che gli è impossibile, nessuno è tenuto". Non si può chiedere ad una persona qualche prestazione, qualche perfezione, qualche conoscenza che gli sia totalmente preclusa al di là della sua buona volontà. E - inoltre - per quanto riguarda la stessa ricezione dell'Eucaristia, quando sia impossibile come sacramento, non è affatto escluso che venga ricevuta quanto all'effetto spirituale. 
Se, comunque, è possibile battezzare, e quindi far diventare membro di Cristo, un bambino sano o un disabile, è allo stesso modo possibile offrirgli anche gli altri sacramenti dell'iniziazione cristiana: la Cresima e l'Eucaristia, che i disabili possono ricevere "nella fede della famiglia o della comunità che li accompagna", le stesse famiglia e comunità che hanno chiesto per loro il dono del battesimo e della vita in Dio suppliscono alla devozione imperfetta o assente, (mentre per i bambini è ritenuto "conveniente" differire i sacramenti della Cresima ed Eucaristia, in modo da renderli più partecipi e coscienti del dono spirituale, attendendo la loro maturazione).

Il pregiudizio che i disabili mentali non possano proprio accedere alla comunione eucaristica, a causa del mancare dell'uso di ragione, non è affatto - come alcuni ritengono - derivato da una norma dogmatica della Chiesa.  Semmai proviene da un malinteso teologico-pastorale, tipicamente occidentale e figlio di una sensibilità divenuta, via via, troppo razionale. Il Concilio di Orange del 441, per esempio, aveva decretato con semplicità: "Amentibus quaecumque sunt pietatis, sunt conferenda.", ovvero: "ai disabili mentali si deve dare tutto ciò che riguarda la pietà" e perciò - dice l'Aquinate commentando - "si deve loro accordare l'Eucarestia che è il sacramento della pietà". Già Tommaso però distingue vari casi, con una gradazione per cui: "Si può essere privi dell'uso di ragione in due maniere. Primo, per il fatto che si possiede un debole uso di ragione: allo stesso modo che diciamo privo di vista chi ci vede poco. A costoro, per il fatto che possono concepire una qualche devozione verso l'Eucarestia, non deve negarsi questo sacramento" (III, q. 80, a. 9 co). San Tommaso rimane tuttavia del parere che chi è proprio completamente privo, fin dalla nascita, di una qualunque consapevolezza non debba essere ammesso all'Eucaristia (la quale - comunque - non sarebbe in tale caso necessaria in senso assoluto alla salvezza).
Il Catechismo ad parochos, preparato dopo il Concilio di Trento, finirà per dire in maniera precisa: "Amentibus praeterea, qui tunc a pietatis sensu alieni sunt, sacramenta dare minime oportet". Quello che conta è "tunc", quel momento. Se le persone non manifestano il senso della devozione, non conviene per nulla dare loro i sacramenti.

La questione era già iniziata con il canone XXI del Concilio Lateranense IV (1215), che decreta:
Qualsiasi fedele dell'uno o dell'altro sesso, giunto all'età di ragione, confessi fedelmente, da solo, tutti i suoi peccati al proprio parroco almeno una volta l'anno, ed esegua la penitenza che gli è stata imposta secondo le sue possibilità; riceva anche con riverenza, almeno a Pasqua, il sacramento dell'Eucarestia...
Confessione e comunione obbligatoria, almeno una volta l'anno, per coloro che sono giunti all'uso di ragione.
Vedete bene che questo canone segna il minimo della pratica, cercando di rivitalizzare la frequenza ai sacramenti, all'epoca troppo disattesi. Stabilisce chi siano coloro che vi si devono assoggettare per obbligo. Ma è un canone disciplinare, di tenore simile alle norme odierne che indicano l'età massima per essere obbligati al digiuno. Raggiunti i 60 anni non è che sia vietato digiunare, ma non è più considerato un dovere obbligante in coscienza. E' possibile farlo, anzi è cosa buona farlo, sebbene non sia strettamente dovuto.

Lo stesso principio può essere applicato nel caso della comunione eucaristica, come ci mostra la pratica della chiesa antica e medievale, e la continua pratica - fino ad oggi - di parecchie chiese orientali, ortodosse e in alcuni casi cattoliche. Mi riferisco all'uso di battezzare, cresimare e comunicare nella stessa celebrazione i bambini piccoli. Non può essere un abuso dare la comunione ai bambini, perchè sono esseri umani, battezzati e capaci di ricevere la grazia di Dio come dono, anche se non capiscono. E il differire la comunione dei fanciulli fino all'età di ragione non è da intendersi come un precetto divino, ma una legge ecclesiastica, una legge di buon senso certo, ma non assoluta. Si cita, infatti, sempre questo canone del Codice di Diritto Canonico:
Can. 913 - §1. Per poter amministrare la santissima Eucaristia ai fanciulli, si richiede che essi posseggano una sufficiente conoscenza e una accurata preparazione, così da percepire, secondo la loro capacità, il mistero di Cristo ed essere in grado di assumere con fede e devozione il Corpo del Signore.
§2. Tuttavia ai fanciulli che si trovino in pericolo di morte la santissima Eucaristia può essere amministrata se possono distinguere il Corpo di Cristo dal cibo comune e ricevere con riverenza la comunione.
Tuttavia si omette spesso di citare il canone precedente, molto più importante e fondamentale riferimento per la nostra questione. Esso recita
Can. 912 - Ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra comunione.
La proibizione del diritto riguarda le censure derivanti da delitti o l'astenersi dalla comunione per i peccati. Un disabile dunque, può e deve ricevere il Corpo del Signore, anche nei casi in non si possa valutare o quantificare dall'esterno la sua comprensione, fede o devozione, per il semplice fatto di essere cristiano e di aver diritto ai sacramenti, secondo la sua condizione. Solo il peccato può tenere lontano qualcuno da Cristo. Non certo il perfetto funzionamento dei suoi organi, fosse pure il cervello.
C'è, infatti, chi forse non potrà mai arrivare a comprendere ciò va a ricevere. Ma è questo un motivo sufficiente per negare di ricevere "Colui che non si può comprendere"? E chi di noi può quantificare tale comprensione e discernimento? Chi può sapere quanta "devozione" c'è in un'anima, anche se fatica ad esprimersi per mezzo del corpo?
Si sa bene, per analogia, che l'intenzione di San Pio X nell'abbassare l'età per la Prima Comunione andava in questo senso: "E’ meglio che i fanciulli ricevano Gesù quando hanno ancora il cuore puro"; "far entrare Gesù nel cuore dei bambini prima che vi entri satana"- soleva dire il santo Papa. Per questo il 10 agosto 1910 emanò il decreto Quam Singulari con il quale, riferisce un testimone: "rimossi gli ostacoli di antiche consuetudini e ripristinata la sana disciplina degli antichi, ordinò che i bambini fossero ammessi alla Prima Comunione al settimo anno di età". E' chiaro che il bambino: "dovrà in seguito venire imparando il catechismo intero, in modo proporzionato alle forze della sua intelligenza" (Quam singulari). Tutto è proporzionato alla capacità e all'età. Ma sempre in senso di estensione, non di restrizione.
Il canone 912 ricordava: "Ogni battezzato". E' un'espressione inclusiva e larga: vuol dire proprio tutti quelli che sono stati giudicati ammissibili al battesimo. 
In questo caso, dunque, non si può mai sbagliare in eccesso, mentre spesso si può sbagliare in rigidità, con conseguenze di sofferenza, esclusione e ghettizzazione incomprensibili da un punto di vista umano, teologico e genuinamente tradizionale. Dobbiamo ribadire e sottolineare tutto questo, perché purtroppo c'è ancora chi ha perfino dei dubbi nell'ammettere persone portatrici della sindrome di Down alla comunione eucaristica.
Va ricordato infine che è una radicata e sempre risorgente mentalità giansenistica quella che aveva dissuaso i cristiani dalla pratica eucaristica assidua e aveva spostato in avanti l'età della comunione, quasi che questa fosse il coronamento del cammino verso la perfezione cristiana, piuttosto che la via per raggiungerla, "un premio e non un farmaco all'umana fralezza" - scrive San Pio X. E le umane fragilità e debolezze - quelle, beninteso, non connesse a colpa - sono molte e di vari tipi.

Per approfondire, si può leggere questa sintesi: L’eucaristia ed il cammino di catechesi dei disabili, di H. Bissonnier   e questa risposta equilibrata apparsa su Famiglia Cristiana. Molto precisa anche la riflessione del teologo morale Luigi Lorenzetti a cui vi indirizzo.

lunedì 16 gennaio 2012

Neocatecumenali & liturgie: Magister rincara la dose


Un paio di giorni fa il grande vaticanista dell'Espresso era uscito con un pezzo che ha scatenato l' "ira di Dio" tra le comunità neocatecumenali di mezzo mondo. Oggi Magister rincara la dose, e torna all'attacco. Potete leggere qui la sua requisitoria, dove si difende dai tanti attacchi che avrà certo subito in questi giorni.
D'altra parte, anche nel nostro piccolo, non si vede spesso un post che attiri tanti commenti come quello dedicato al problema dell'adattamento autonomo e autarchico della liturgia neocatecumenale. Alcuni non li ho potuti pubblicare: solidarizzo con Magister e affermo che l'anonimato dei commenti fa dire cose - diciamo - sconvenienti, sia a chi difende sia a chi controbatte. 
Intanto leggete Settimo cielo, poi riflettiamo su alcune domande.

1) Come è possibile che una FONDAZIONE, in questo caso un "insieme di beni spirituali" (Statuto, art 1 §3, nota 3), non di persone, possa essere soggetto di una liturgia propria o perfino di un indulto? Questo ce lo devono spiegare i canonisti. Molti, anche fra i neocatecumenali, non si rendono conto che quello che è approvato è "il cammino", non le persone che lo frequentano. Mi spiego. Il neocatecumenato, per volere dei fondatori, non è un'associazione di persone nella Chiesa, non è una confraternita, non è un gruppo religioso. Nossignore. E' l'insieme di beni spirituali (CIC canone 115), cioè il cammino catechetico stesso, gestito dagli amministratori di tale Fondazione che sono le Equipes dei vari livelli. I beneficiari dei servizi catechetici di questa fondazione si incontrano in comunità. Ma non sono esse soggetto di diritti nella chiesa, quanto piuttosto le singole persone che utilizzano il servizio della Fondazione di beni spirituali che è il Neocatecumenato, sotto l'assoluta giurisdizione dei vescovi del luogo e dei loro delegati che sono i parroci. Le comunità neocatecumenali in quanto tali hanno la stessa rilevanza, nella chiesa, di una classe di catechismo. Sia chiaro. Non sono un ente o una persona per il Diritto canonico, per esplicito volere dei fondatori. 

2) Passiamo ad un'altra questione. Per volere del Concilio Vaticano II, in SC 22 troviamo che la prima norma che presiede al modo di procedere nella riforma della liturgia dice:

L'ordinamento liturgico compete alla gerarchia
  1. Regolare la sacra liturgia compete unicamente all'autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo. [quindi una duplice autorità: universale, la Santa Sede, locale , con compiti di controllo, il vescovo del luogo]
  2. In base ai poteri concessi dal diritto, regolare la liturgia spetta, entro limiti determinati [traduzioni, adattamenti nazionali...], anche alle competenti assemblee episcopali territoriali di vario genere legittimamente costituite [terza autorità, distinta dalle altre due perchè. come si sa, le conferenze episcopali non sono "di diritto divino", come invece il ministero petrino e quello episcopale].
  3. Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica. [non ci sono altre autorità competenti in materia, nè i presbiteri (come amano dire i neocatecumali), nè tantomeno laici ispirati o partcicolarmente dotti ed eruditi, nemmeno le Università pontificie o gli Istituti di Liturgia.]
Ma allora ci chiediamo: chi ha introdotto certe modifiche e adattamenti alle liturgie neocatecumenali? Chi ha deciso che non si deve dire il Gloria o il Credo fino a un certo "passaggio"? Chi ha inventato la distinzione bizantina fra "comunione e manducazione" per inficiare la chiara volontà del Messale e dell'Istruzione Redemptionis Sacramentum 92? Chi ha deciso che inginocchiarsi alla consacrazione è contro il rispetto per il giorno del Signore, il giorno della Risurrezione? (e anche se si volesse interpretare in questo modo fantasioso il concilio di Nicea, perchè non inginocchiarsi almeno nelle messe feriali da lunedì a sabato mattina??).
Tante domande rimangono aperte. Ed è meglio non addentrarsi troppo. 

Rimane poi l'ultima, il grande quesito: come è possibile che un Direttorio per la catechesi approvato "per la pubblicazione" dalla Santa Sede, a quasi un anno dall'approvazione tanto sbandierata (vedi qui), non sia neppure pubblicato (=fatto conoscere, reso pubblico) in internet e venga tenuto segreto? Tutti e 13 i volumi sono secretati, ne conosciamo solo i titoli, come si desumono dal decreto di approvazione.
Io l'ho chiesto, l'ho cercato e proprio non ho avuto fortuna. Se qualcuno fosse così gentile da rispondere al mio appello gli sarei grato. Altrimenti c'è da pensare e vien pure da sospettare.
Come è possibile, d'altra parte, che un vescovo tolleri di far entrare nel suo territorio un gruppo che proclama un Vangelo di cui non deve rendere conto al pastore proprio della Diocesi? Eppure l'art. 5 degli Statuti recita: "Il Neocatecumenato è uno strumento al servizio dei Vescovi per la riscoperta dell’iniziazione cristiana da parte degli adulti battezzati". Uno strumento di cui i vescovi devono fidarsi a scatola chiusa? Come è possibile che io, se fossi parroco, non debba ricevere una copia di tale Direttorio, per informarmi e magari armonizzare la catechesi anche della parrocchia intera su di esso, visto che è così fatto bene. Perchè privare la comunità cristiana di un bene spirituale? Non c'è niente di nascosto che non debba essere rivelato. Noi siamo la Chiesa Cattolica: la storiella della disciplina dell'arcano, nel 2012,  la possono raccontare a qualcun altro... Se il Cammino fa parte della Chiesa, a richiesta del rappresentante ordinato della Chiesa locale deve consegnare e rendere pubblico il Direttorio. Altrimenti fanno bene i vescovi a non "avvalersi" di un tale strumento, visto che possono usarlo o meno a loro massima discrezione, come dicono gli Statuti approvati!

mercoledì 11 gennaio 2012

Le dieci tentazioni che rovinano la liturgia: commento al decalogo del p. M. Augé

no-comment
Ho trovato un post, sul blog del p. Matias Augé, dedicato alle tentazioni (spesso veri e propri peccati...) che si possono trovare nell'esperienza liturgica delle nostre chiese, in particolare in Italia. Riporto il testo del professore, che condivido cordialmente, aggiungendo i miei commentini in rosso...
Una delle cause del senso di malessere e di povertà che in alcuni ambienti ha prodotto la liturgia rinnovata, nonostante il suo evidente arricchimento eucologico, biblico ed anche espressivo, [Il padre Matias, giustamente, distingue i testi da come essi vengono messi in atto. I libri liturgici, non dobbiamo mai dimenticarlo, sono come gli spartiti musicali. Il compositore può anche aver scritto un capolavoro, ma se i suonatori non conoscono la musica o sono di bassa qualità, il risultato è mediocre. Il problema è che si finisce per giudicare male un Vivaldi, solo perchè Pierino violinista continua a steccare] si deve ad una mentalità pratica ed efficientistica che induce molti sacerdoti presidenti della celebrazione

1) a scegliere sistematicamente la prima indicazione del libro liturgico, il primo testo proposto oppure quello più breve o che sembra richiedere meno impegno; [In alcune parrocchie conoscono solo la Preghiera Eucaristica II - canone neoromano]
2) ad eliminare alcuni segni che la normativa liturgica lascia facoltativi (come l’incenso e l’acqua benedetta); [la chiamano: "essenzialità", "andare all'essenziale". Ma la liturgia è come la cipolla, sfoglia, sfoglia, sfoglia... non rimane più niente.]
3) a far scomparire alcuni elementi per i quali si raccomanda soltanto la sobrietà affinché non sia oscurato il segno principale (fiori [c'è chi li usa secchi o mette al loro posto piante in vaso con terra, sopra la mensa dell'altare!], vesti [terital, naylon, e cose del genere], luci [le candele sporcano, meglio quelle finte...], ornamenti [spese inutile, c'è crisi....]);
4) a ridurre i silenzi ad una pausa insignificante o semplicemente sopprimerli [Il silenzio ognuno può farselo quando vuole, l'importante ora è la mia parola di Prete];
5) a non valutare sufficientemente la qualità del canto e la loro attinenza con le diverse parti della celebrazione [Qualcuno ha mai sentito parlare di "canti propri" delle diverse messe?];
6) a confondere la partecipazione attiva con la recita corale di formule trascurandone il contenuto e la dovuta interiorizzazione [Ascoltare NON è partecipare: questo pare essere un nuovo dogma. L'importante è FARE, MUOVERSI, DIRE. Ma partecipazione attiva vuol forse dire attività partecipativa?];
7) a introdurre testi e segni di propria iniziativa pensando di poter in questo modo coinvolgere maggiormente i partecipanti [Questa è la peste bubbonica della liturgia: il fai da te, il bricolage celebrativo. Smonta e rimonta il sacro. E poi ci si chiede perchè il rito non funziona? Intanto perchè non è rituale, e non è questione da poco.];
8) a usare la lingua del popolo senza curarsi della corretta dizione [Grande constatazione: si fa leggere ai bambini perchè scaldano il cuore, anche se non si capisce niente. E magari non si sta nemmeno attenti al microfono, il tremendo aggeggio che ha snaturato la lettura liturgica e ha concorso all'uccisione del canto del celebrante];
9) a dimenticare che i riti devono risultare evocativi di ciò che Dio ha fatto per la nostra salvezza e ancora oggi opera nella celebrazione [Lasciamo parlare i riti, non serve spiegare ogni virgola e ogni spostamento, facciamo piuttosto catechesi mistagogica dopo e, prima, introduzione ai sacri misteri];
10) a trascurare la formazione liturgica propria e quella dei fedeli di cui hanno cura [La liturgia parla a coloro che ne conoscono il linguaggio. Non si può chiedere - come molti pretendono e insistono - che la liturgia parli il linguaggio della strada. Se si vuole parlare del cielo, sarà meglio che impariamo tutti almeno ad alzare lo sguardo].
Queste ricadute di stile celebrativo dimostrano che i principi ispiratori della riforma liturgica non hanno sviluppato ancora tutta la loro potenzialità. I tempi di assimilazione di una riforma di queste dimensioni sono tempi lunghi. D’altra parte, però, bisogna pur dire che la riforma liturgica compiuta dopo il Vaticano II è certamente perfettibile. Essa è stata attuata in un decennio di fermenti e ricerche suscitati dal Vaticano II e, pur nella sostanziale fedeltà alla tradizione, è nel bene e nel male, come ogni altra riforma, frutto del suo tempo. Non bisogna chiudersi a possibili nuovi ritocchi in base all’esperienza dei quattro decenni che ci separano dalla pubblicazione dei principali libri liturgici rinnovati, purché ciò sia fatto in conformità ai principi della Costituzione Sacrosanctum Concilium e in un clima di comunione ecclesiale.      M. A.

lunedì 2 gennaio 2012

Riti diversi nella stessa Chiesa diocesana? Non è una novità di questi anni. Anzi!

Pare che viga da parecchio (si parla di secoli) l'obbligo dei vescovi che qualcuno si ostina a supporre introdotto da Summorum Pontificum o da Universae Ecclesiae o ancora da Anglicanorum Coetibus, cioè quello di rispettare e favorire attivamente tutti i riti nell'unità della stessa fede. Da ieri è nato il secondo Ordinariato Anglicano, in America, anche questo con la sua forma liturgica da rispettare. Sono tornati all'unità nel recente passato tanti tradizionalisti, e - speriamo - il nuovo anno porterà a casa anche i più testardi: pure ad essi è e sarà consentito l'uso della propria liturgia... Voci insistenti fanno inoltre balenare che, fra non molti giorni, uscirà anche un'approvazione del rito "Romano-Neocatecumenale"!
Il Concilio Ecumenico Lateranense IV, resosi conto che in varie circoscrizioni ecclesiastiche convivevano gruppi di cattolici di diversa lingua, alcuni attaccati ai loro riti tanto da far continue polemiche e litigi con i vescovi che non volevano concedere la celebrazione secondo i loro venerandi libri liturgici, risolse - come potete leggere qui sotto - la questione: dando ragione a quei "gruppi stabili", in massima parte greci, che volevano conservare il loro rito, anche se viventi in mezzo a una maggioranza schiacciante di latini. Tutto questo avveniva nel 1215. 
Tuttavia la Chiesa - è risaputo - ci mette molto tempo a recepire e ad implementare i decreti di ogni Concilio Ecumenico. Ma Papa Benedetto continua a ricordare con i suoi documenti che - a differenza di quanto comunemente si pensa - ogni rito approvato dalla Madre Chiesa è buono quanto un altro, soprattutto per coloro che proprio vi sono spiritualmente e umanamente congiunti e strettamente legati.
Canone IX:  Riti diversi nella stessa fede 
Poiché in più parti, entro l'ambito della stessa città e diocesi sono raccolti popoli di diverse lingue, che nell'ambito dell'unica fede hanno riti e costumi diversi, comandiamo severamente che i vescovi di queste città o diocesi nominino persone adatte, che possano celebrare nei diversi riti e lingue gli uffici divini e amministrare loro i sacramenti, istruendoli con la parola e con l'esempio...
(consulta qui l'originale completo)

Semplice ed efficace. Paradossalmente oggi sono tutelate tutte le lingue di ogni popolo migrante e itinerante, stanziale o di passaggio sul territorio diocesano, e ad esse si dedicano messe domenicali e cappellanie nazionali. Però il rito latino, autoctono, non gode solitamente non dico di protezione, ma almeno di legittima libertà, e i pochi aderenti ad essi si ritrovano stranieri in patria propria... D'altra parte è anche evidente che il Concilio voleva porre un freno a chi non vedeva altro che il rito della Chiesa Romana, come se tutto quello che si discosta da esso sia da rigettare come fosse eresia: lingua, musica, tradizioni, preghiere. Anche questo è inconcepibile.

Ma se ci arrivavano quegli "oscurantisti" di Medievali nel loro buio periodo storico, come mai oggi che siamo tutti illuminati e adulti non ci arriviamo più e continuiamo a confondere unità con uniformità?

mercoledì 14 settembre 2011

IV anniversario di Summorum Pontificum - intervento di Mons. G. Pozzo sull'applicazione del Motu Proprio

Nel giorno della festa dell'Esaltazione della Croce, da ormai quattro anni, si "festeggia" la liberalizzazione della celebrazione secondo la forma straordinaria del Rito Romano, concessa da Papa Benedetto XVI con il Motu Proprio "Summorum Pontificum".
Ho trovato in rete un interessante video-documento, realizzato durante il convegno di Maggio 2011 organizzato da "Giovani e Tradizione". Si tratta dell'intervento di mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", il quale presenta l'Istruzione "Universae Ecclesiae" e soprattutto traccia il bilancio dell'applicazione del Motu Proprio nelle diocesi del mondo. Una relazione da ascoltare con attenzione - nonostante la qualità audio non eccelsa -, sia da parte dei "ferventi" della liturgia latina, sia da parte dei "tiepidi" e pure dei "contrari".
Significativo che, fin dall'inizio, mons. Pozzo segnali in obliquo la necessità estrema di formazione dei presbiteri e ministri a riguardo della forma straordinaria. Manca ancora un'adeguata conoscenza del rito, della lingua latina e del canto gregoriano: perciò c'è carenza di sacerdoti "idonei" a celebrare con il Messale del 1962. C'è quindi bisogno di formatori e diffusori del tesoro della liturgia romana tradizionale. Io aggiungerei che bisogna istruire i ministranti e allenarli al servizio liturgico secondo la forma tradizionale, e soprattutto - per poter celebrare le messe cantate - c'è estremo bisogno di prove di canto, sia per cori che per l'assemblea, in modo che ognuno possa cantare le parti proprie.
Speriamo che i seminari e gli istituti di formazione per religiosi si prendano a cuore queste necessità da non trascurare.

martedì 26 luglio 2011

Prete malmenato da un parrocchiano (ma forse no...). Che giusta punizione darà il Vescovo di Firenze?

Vari siti e giornali stanno riportando la notizia del prete Italo-argentino del Mugello bastonato da un parrocchiano perché continuava a celebrare la messa in latino. [AGGIORNAMENTO: stanno uscendo versioni ben diverse dell'accaduto, quindi andiamo a leggere anche le nuove fonti segnalateci. Eccole qua.]

Leggete la sintesi della notizia come viene riportata da Libero o dal quotidiano La Nazione:
Firenze, 26 luglio 2011 - La liturgia tradizionalista di un prete mugellano ha causato lo scontento di un parrocchiano che ha aggredito il curato. Le lesioni alla spalla sono state giudicate guaribili in pochi giorni.
Il fatto è successo mercoledì scorso, e la notizia viene riportata oggi sulle pagine di un quotidiano locale. La vittima è il prete italo-argentino don Hernan Garcias Pardo, parroco di San Michele a Ronta, in provincia e diocesi di Firenze.
Il sacerdote, che da tempo veniva contestato da un gruppo di fedeli, perché é tornato a celebrare la messa in rito tridentino, mercoledì è stato aggreditro in canonica davanti alle sorelle e all'anziana madre. Don Garcias Pardo è ricorso alle cure dei medici dell'ospedale di Borgo San Lorenzo. L'aggressore è stato denunciato dai carabinieri per percosse.

Ora, se tutto ciò risulterà vero, a parte la denuncia doverosa ai Carabinieri, bisognerebbe anche ricordare all'autorità ecclesiastica il canone che qui sotto cito:

Can. 1370 - ...§3. Chi usa violenza fisica contro un chierico o religioso per disprezzo della fede, della Chiesa, della potestà ecclesiastica o del ministero, sia punito con una giusta pena.


Siamo, pare, proprio nel caso di percosse fisiche ad un chierico in ragione della sua potestà ecclesiastica o del ministero. Non so bene quale possa essere una "giusta pena" per questo parrocchiano manesco e intollerante del rito antico, ma certamente l' Arcivescovo di Firenze troverà il modo di far sentire la sua autorità pastorale, almeno per ribadire che non va bene picchiare il prete se dice la messa tridentina. E - comunque - non va bene picchiare il prete anche se dice la messa in altri modi, fossero pure di sua invenzione (sentivo già le mani di giovani tradizionalisti che prudevano). I preti non si picchiano e basta.


martedì 19 luglio 2011

La folle proposta di legge irlandese contro il segreto confessionale rilancia l'importanza della grata e l'anonimato del penitente

La proposta di legge irlandese che vuol prevedere il carcere fino a 5 anni per il prete che si rifiuti di denunciare un penitente quando abbia confessato reati di abuso sessuale, non può che essere definita "folle" e ributtante. Non solo perché contraria al diritto al libero esercizio della propria religione, ma perché contraria alla ragione! Infatti, se davvero fosse approvato tale provvedimento, chiunque sapesse che confessandosi si espone alla denuncia penale, rinuncerebbe subito a ricorrere al confessore. Ovvio e lampante, ma il Primo Ministro irlandese Enda Kenny pare non aver pensato a questa banale constatazione.
Inoltre ogni prete degno di questo nome, non si farà certo intimidire da una proposta di legge che apre una breccia a proposito del più sacrosanto segreto che un cristiano conosca, nonostante tale legge cerchi di cavalcare l'onda emotiva dei casi di abuso sui minori, in realtà minaccia in maniera complessiva la credibilità e la riservatezza del sacramento della penitenza. La scomunica "latae sententiae" per avere infranto il segreto confessionale non è una cosa da poco, per chi ci crede. Basta una sola eccezione per distruggere completamente il sigillo sacramentale, che - come ogni cattolico sa - non può mai, mai, mai essere direttamente o indirettamente violato.
Comunque sia questa assurda proposta di legge porta con sé una salutare provocazione per la Chiesa e soprattutto per i sacerdoti "faciloni": quelli che hanno abolito la grata dell'anonimato e addirittura hanno eliminato il confessionale.
E' evidente che, se mettiamo una barriera visiva tra penitente e confessore - come la tradizione insegna (tradizione con la t minuscola ovviamente, è una semplice tradizione umana, ma ben sensata) - se dunque impediamo il riconoscimento certo del penitente, ecco che il sacerdote confessore è libero da scrupoli e da problemi legali. Non può essere certo dell'identità di chi si è accusato, quindi non può andare a denunciare chi si è confessato da lui.
Cari irlandesi, rimettete la grata ai vostri confessionali. E cari italiani, fate lo stesso! Non è solo questione di legge che comanda di fare la spia, è questione di buon senso e di psicologia. Chi sta in confessionale sa che i penitenti amano poter scegliere se farsi vedere oppure no. Lasciamo ai penitenti la LORO scelta, cari sacerdoti, non decidiamo per loro. Perciò, se siete davvero democratici e liberali, rimettete le grate ai vostri confessionali!

San Giovanni Nepomuceno, prega per noi!

sabato 25 giugno 2011

Quando la vecchiaia fa brutti scherzi alla memoria. Il caso del Card. Policarpo e le donne prete

Pare che il cardinale di Lisbona, già suonati per lui i canonici 75 anni d'età che chiederebbero la pensione, ha avuto una proroga di un paio d'annetti. E ha pensato di festeggiare la cosa rilasciando una lunga intervista, in cui - ahinoi - sproloquia su questioni che potevano essere dibattute negli anni '80, ma che oggi sono definitivamente risolte. Mi riferisco all'ordinazione sacerdotale delle donne, che il Cardinale "smemorato" pensa sia ancora una questione teologica di primo piano nella Chiesa Cattolica, e non ricorda (speriamo che lo sappia) che Papa Giovanni Paolo II l'ha già sciolta nel 1994 (leggi qua).
Forse bisogna rivedere i due anni di proroga.... Leggete, per vostra informazione, la notizia che dà Tornielli sul nuovo VaticanInsider. E Tornielli è un tipo che di solito non sobbalza per quasi nulla, ma stavolta è sorpreso dalla poca memoria del Cardinale, pur a proposito di materia non piccola né oggetto di dibattito.

Il patriarca di Lisbona: "Non ci sono ragioni teologiche per escludere le donne dal sacerdozio"

Secondo quanto dichiarato in un’intervista dal cardinale José da Cruz Policarpo, il problema consiste soprattutto in una “forte tradizione, che viene da Gesù”

ANDREA TORNIELLI ROMA
Le donne prete ci saranno «quando Dio vorrà», al momento è meglio «non sollevare la questione». Ma non c’è «alcun ostacolo fondamentale» dal «punto di vista teologico» per le donne sull’altare a dir messa. Si tratta, invece, di «una tradizione» che risale ai tempi di Gesù. Lo ha detto il cardinale José da Cruz Policarpo, settantacinquenne patriarca di Lisbona, appena confermato per altri due anni alla guida della diocesi della capitale portoghese.

Policarpo ha rilasciato una lunga intervista al mensile «OA», il magazine dell’ordine degli avvocati del Portogallo, rilanciata da un’agenzia portoghese. E ha spiegato che al riguardo del sacerdozio femminile «la posizione della Chiesa cattolica si basa molto sul Vangelo, non ha l’autonomia di un partito o di un governo. Si basa sulla fedeltà al Vangelo, alla persona di Gesù e a una tradizione molto forte ricevuta dagli apostoli».

«Giovanni Paolo II – ha continuato Policarpo – in un certo momento è sembrato dirimere la questione». Il riferimento è alla lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (1994), uno dei documenti più brevi di Giovanni Paolo II, con il quale il Papa, dopo la decisione della comunione anglicana di aprire alle donne prete, ribadiva che la Chiesa cattolica non l’avrebbe mai fatto.

«Penso – ha detto il cardinale Policarpo – che la questione non si possa risolvere così. Teologicamente non c’è alcun ostacolo fondamentale (alle donne prete, ndr); c’è questa tradizione, diciamo così: non si è mai fatto in altro modo».

 Alla domanda dell’intervistatrice, incuriosita dall’affermazione del porporato sul fatto che non esistono ragioni teologiche contro le donne prete, Policarpo ha risposto: «Penso che non ci sia alcun ostacolo fondamentale. È un’uguaglianza fondamentale di tutti i membri della Chiesa. Il problema consiste in una forte tradizione, che viene da Gesù e dalla facilità con cui le Chiese riformate hanno concesso il sacerdozio alle donne».
  
Il patriarca di Lisbona ha anche spiegato di ritenere la richiesta delle donne prete un «falso problema», perché le stesse ragazze che gli pongono la domanda, poi scuotono la testa quando lui controbatte se sarebbero disposte a diventare sacerdoti.

Le affermazioni del porporato portoghese sono destinate a far discutere. Un anno dopo quella lettera di Giovanni Paolo II venne infatti posto un questito (dubium) alla Congregazione per la dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger e dal segretario Tarcisio Bertone. Si chiedeva se «la dottrina, secondo la quale la Chiesa non ha la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, proposta nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, come da tenersi in modo definitivo, sia da considerarsi appartenente al deposito della fede». La risposta, approvata da Papa Wojtyla, fu «affermativa».
  
La Congregazione spiegò che «questa dottrina esige un assenso definitivo poiché, fondata nella Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall’inizio, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale», e dunque «si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede».