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giovedì 31 maggio 2012

La TV cattolica del Triveneto TeleChiara in piena crisi economica. Si preannuncia chiusura

Mi è giunto poco fa un messaggio dell'Ordine dei Giornalisti del Veneto che annunciava la decisione dei Vescovi della Regione ecclesiastica delle Tre Venezie di interrompere il sostegno economico alla televisione locale che da più di vent'anni serve la comunità cattolica del Triveneto: TeleChiara.

Un vero fulmine a ciel sereno per i tanti amici giornalisti e tecnici che rischiano di trovarsi senza lavoro di qui a qualche mese.
Certo l'esborso annuale starebbe diventando piuttosto imponente (ma 15 diocesi non sono poche...) e comunque avrebbe richiesto una sostanziale revisione, soprattutto in questi tempi di nera crisi economica. Ma rinunciare del tutto all'emittente televisiva non era immaginabile fino a poco tempo fa. Vi riporto il comunicato della Conferenza Episcopale Triveneta:
E’ con dispiacere, e solo dopo un lungo esercizio di analisi e discernimento durato alcuni anni, che i Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto hanno constatato l’impossibilità di proseguire il sostegno alla ventennale esperienza di Telechiara. Come rappresentanti della proprietà, i Vescovi - insieme ai loro principali collaboratori - hanno accuratamente valutato l’attuale situazione e le prospettive dell’emittente in un contesto di ampie ed oggettive difficoltà che attraversano l’intero panorama editoriale nazionale. Venute meno alcune consistenti forme di contributo, che ne avevano sin qui garantito la sopravvivenza, si sarebbe ora reso necessario un notevole investimento quinquennale - dell’ordine di oltre un milione di euro all’anno - totalmente a carico delle singole Diocesi del Triveneto che, con quote diverse, costituiscono la proprietà di Telechiara. Pur nella consapevolezza del valore attuale e del carattere decisivo dei media e nell’impegno di trovare e sviluppare insieme altre vie di comunicazione anche attraverso le nuove tecnologie, in questi tempi di crisi non è parso più sostenibile un così ingente investimento. I Vescovi presenti all’ultima riunione della Cet, all’unanimità, sono perciò giunti con rammarico alla decisione di non poter gravare le loro Diocesi di tale onere finanziario. La decisione è stata presa nei tempi richiesti dal Consiglio di Amministrazione dell’emittente che aveva la necessità e l’urgenza di conoscere, al più presto, la posizione della proprietà. I Vescovi e le Diocesi del Triveneto ringraziano quanti, nei vari anni, hanno contribuito a quest’esperienza televisiva e confidano che si trovi presto un’adeguata soluzione professionale per il personale attualmente impegnato in Telechiara.
Segnalo anche una parte del comunicato dell'Ordine dei Giornatlisti, a cui non ci si può che associare di cuore:
"Il Consiglio dell’Ordine del Veneto, nell’esprimere totale solidarietà ai colleghi, auspica che non soltanto il mondo cattolico, del quale Telechiara è voce importante, ma anche le istituzioni pubbliche, il mondo imprenditoriale, la società civile possano trovare le più adeguate modalità finanziarie per garantire la sopravvivenza di Telechiara, assicurando il costante e attivo interessamento del Consiglio dell’Ordine".
Probabilmente un ripensamento nella programmazione, focalizzandolo solo sulla realtà religiosa (la TV cattolica generalista non è più pensabile oggi...), unito a parecchi e comunque dolorosi tagli e attività di fund raising, potrebbero forse ancora salvare la benemerita emittente. 
Se qualcuno poi vuol far sentire la propria vicinanza con un piccolo contributo che aiuti a sostenere l'opera di tanti bravi lavoratori, può farlo attraverso la pagina degli "Amici di Telechiara"

martedì 29 maggio 2012

Terremoto, danni, ma tutti incolumi

Agli amici e conoscenti che sono preoccupati dalle notizie dei telegiornali sui danni del terremoto anche nella Basilica antoniana di Padova, vorrei dire che stiano tranquilli. E' vero che la volta della Basilica è stata danneggiata e sono venuti giù alcuni metri quadri di affresco (non figurativo, solo decorazione a cielo blu punteggiato di stelle - vedi foto a sinistra), ma la cosa più importante è che nessuno si sia fatto male, nonostante alle 9 del mattino ci fosse parecchia gente in chiesa.
Il distacco si è verificato nell'ambulacro che conduce alla cappella delle Reliquie, attualmente tutta la zona è chiusa per controlli, ma la Basilica rimane aperta. Alle 17 celebrerò la messa pregando particolarmente per le vittime della zona emiliana ben più colpita, sia nelle persone che negli edifici.
Pregate anche voi.

Il video mostra la zona e il danno subito:

martedì 22 maggio 2012

La Santa Sede scopre le carte: pubblicate ufficialmente le Norme per discernere le apparizioni

Con una prefazione nuova, scritta dal Prefetto della Dottrina della Fede, Card. Levada, la Santa Sede ha scelto finalmente di pubblicare con ufficialità le NORME PER PROCEDERE NEL DISCERNIMENTO DI PRESUNTE APPARIZIONI E RIVELAZIONI.
Sono state immesse ieri nel sito internet del Vaticano, ma sono quelle elaborate nel 1978: cioè, lo dobbiamo sempre ricordare e sottolineare, prima, ben prima, delle affermazioni intorno al presunto fenomeno di Medjugorje. Nessuno, quindi, potrà dire che sono state scritte apposta per screditare i veggenti o per opporsi ai fenomeni attuali. Perché è evidente che questa pubblicazione prelude al giudizio della "Commissione Ruini" atteso per il prossimo autunno.
C'era stata qualche mese fa una piccola discussione a proposito del significato di alcune di queste norme e del modo di intendere i termini latini che esprimono la valutazione sulla soprannaturalità degli eventi. Potete leggere qui qui, e qui per gli antefatti.

Il card. Levada dice praticamente che, a seguito della divulgazione di questo documento - vi ricordo che era coperto dal segreto pontificio -, per togliere dalla circolazione traduzioni non approvate (soprattutto in inglese), la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pensato bene di esporre in maniera ufficiale le cose come stanno, nelle principali lingue. La traduzione in italiano, da un rapido esame, mi sembra uguale a quella rivelata da Tornielli a febbraio.
Dopo aver citato i passi di Benedetto XVI sulla relatività dei messaggi e rivelazioni private, il cui contenuto deve essere sempre sottoposto e sottomesso alla Parola di Dio e al Magistero, senza indebite esagerazioni, conclude:
È viva speranza di questa Congregazione che la pubblicazione ufficiale delle Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni potrà aiutare l’impegno dei Pastori della Chiesa cattolica nell’esigente compito di discernimento delle presunte apparizioni e rivelazioni, messaggi e locuzioni o, più in generale, fenomeni straordinari o di presunta origine soprannaturale. Nel contempo si auspica che il testo possa essere utile anche ai teologi ed agli esperti in questo ambito dell’esperienza viva della Chiesa, che oggi ha una certa importanza e necessita di una riflessione sempre più approfondita.
Rimandando ad altro post questioni particolari e approfondimenti, come quella dei "frutti" e della loro valutazione, desidero solo far riflettere sul punto 2 della Nota preliminare, dove si fa corrispondere al giudizio constat de supernaturalitate la possibilità di autorizzare il culto o la devozione, e al giudizio non costat de supernaturalitate il proibire il culto o altre forme di devozione.
Medjugorje, a livello locale e di Conferenza episcopale, è stata per due volte oggetto del non constat de supernaturalitate, ma le conseguenze della mancata cautela, vigilanza e relativa obbedienza sono sotto gli occhi di tutti.

lunedì 21 maggio 2012

La musica per la liturgia - intervista a Mons. Miserachs Grau, preside del Pontificio Ist. di musica sacra

La "voce della coscienza" sullo stato della musica sacra, intervista da rivedere a TeleradioPadrePio di Mons. Valentino Miserachs Grau:

domenica 13 maggio 2012

Fatima: in diretta dal Santuario. Webcam sulla "capelina"

Anche il Santuario di Fatima, da qualche tempo, ha ceduto al fascino della comunicazione elettronica, e ha piazzato una webcam nel luogo più venerato del complesso: la cappellina voluta dalla Madonna, intorno alla quale, in ginocchio, i devoti compiono i loro giri di espiazione, penitenza o ringraziamento per il miracolo ricevuto.
Oggi, 13 maggio, vi apro una finestra sul Santuario del Cuore Immacolato di Maria, con allegato il programma che può essere seguito nelle varie ore del giorno.
Buon pellegrinaggio virtuale!


IN DIRETTA DAL SANTUARIO DELLA MADONNA DI FATIMA



GIORNO 13

Dalle ore 00.00 alle ore 07.00 Veglia di preghiera.

00.00 h alle 02.00 h - Adorazione Eucaristica

07.00 h - Processione Eucaristica.

09.10 h - Rosario internazionale nella Cappellina.

10.00 h - Funzione liturgica finale: Concelebrazione solenne, benedizione degli ammalati, processione e canto finale dell´Addio.


Celebrazioni in ALTRE LINGUE durante la settimana e nei giorni festivi

08:00 - Messa, in italiano, nella Cappellina (Lunedi a Sabato)

09:00 - al Giovedì, Santa Messa internazionale nella Cappellina

10:00 - ROSARIO INTERNAZIONALE nella Cappellina. (Sabato e Domenica).

11:00 - Messa (Da lunedì al Venerdì in Basilica, Sabato, nella Chiesa della SS. Trinità. Domenica, Area di Preghiera, segue la processione dell'Addio.)

15:30 - Messa, in Inglese, nella Cappella delle apparizioni (da lunedì a venerdì).

19:15 - Messa in spagnolo nella Cappella delle apparizioni.

21:30 - ROSARIO INTERNAZIONALE nella Cappellina.

Altre informazioni per i giorni feriali le trovate qui

Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria

Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra, al Tuo Cuore Immacolato noi ci consacriamo, in atto di totale abbandono ai Signore.
Da Te saremo condotti a Cristo. Da Lui e con Lui saremo condotti ai Padre.
Cammineremo alla luce della fede e tutto faremo perché il mondo creda che Gesu Cristo è l'Inviato dal Padre.
Con Lui noi vogliamo portare l'Amore e la Salvezza fino ai confini del mondo.
Sotto la protezione dei Tuo Cuore Immacolato, saremo un solo Popolo con Cristo. Saremo testimoni della Sua risurrezione. Da Lui saremo condotti al Padre, a gloria della Santissima Trinità, che adoriamo, lodiamo e benediciamo. Amen.

venerdì 11 maggio 2012

Annunciato l'Ordinariato Personale per ex-anglicani in Australia

La Conferenza Episcopale dell'Australia ha diffuso oggi un importante comunicato-stampa che annuncia l'istituzione di un Ordinariato personale per gli ex-anglicani del continente agli antipodi (secondo la previsione di Anglicanorum Coetibus). Dobbiamo davvero dire: era ora! Dopo i tanti problemi suscitati dall'arcivescovo anglicano Hepworth, (che paradossalmente è proprio colui che, a capo della TAC, ha iniziato tutto il processo sfociato nell'istituzione degli ordinariati), finalmente la sua destituzione, avvenuta a marzo scorso, ha permesso alla TAC di scegliere. Ed essa, ribaltando precedenti decisioni, ha ora scelto di rimanere fuori della Chiesa Cattolica! Avevamo parlato, in tempi non sospetti (2009), di tutta la problematica del personaggio John Hepworth.
Oggi tuttavia, la stessa Chiesa Cattolica rompe gli indugi, ed è in grado di dare una data certa per l'inizio della ricezione di quanti, tra gli anglicani delle varie obbedienze, vogliono unirsi comunque, in buona fede e obbedienza, alla comunione con Roma:

Un Ordinariato Personale sarà eretto in Australia il 15 giugno
11 maggio 2012

Il Presidente della Conferenza Episcopale Australiana, l'arcivescovo Denis Hart, ha comunicato oggi che Papa Benedetto XVI intende annunciare l'istituzione in Australia, di un Ordinariato personale per gli ex anglicani a partire dal 15 giugno del 2012.
Un Ordinariato Personale è una struttura ecclesiale per particolari gruppi di persone che desiderano entrare in comunione con la Chiesa cattolica.
Nel 2009 Papa Benedetto XVI ha annunciato disposizioni speciali per far fronte al desiderio di gruppi di Anglicani che volevano unirsi alla Chiesa cattolica. Tali disposizioni permettono loro di mantenere una parte delle tradizioni di preghiera e culto dell' anglicanesimo.
Ordinariati Personali sono già stati istituiti nel Regno Unito (2011) e gli Stati Uniti d'America (2012).
I Vescovi australiani hanno già messo in atto procedure per consentire ai membri del clero e laici di unirsi alla Chiesa cattolica attraverso l'Ordinariato.
Mons. Hart spera che vi sarà un caloroso benvenuto per quanti desiderano entrare nella Chiesa cattolica per mezzo dell'Ordinariato. "Sono fiducioso - ha detto - che quegli ex-anglicani che hanno fatto un cammino di fede che li ha portati alla Chiesa cattolica troveranno una pronta accoglienza ".
Questa nuova comunità avrà lo status di diocesi e sarà conosciuta con il nome di Ordinariato Personale di Nostra Signora della Croce del Sud sotto il patrocinio di Sant'Agostino di Canterbury.

Guerra santa delle traduzioni: i cristiani difendono l'originalità del Vangelo

Una notizia sconcertante, che mostra l'assenza di rispetto per la diversità religiosa tuttora strisciante in una cultura pur ufficialmente tollerante e laica come quella della Turchia moderna. Attraverso una traduzione, che "sterilizza" la diversità evangelica, si può far diventare musulmano anche il testo del Vangelo di san Matteo. Spero che anche cattolici e ortodossi si uniscano alla riprovazione di questi tentativi di assimilazione. Leggete qui la notizia riportata dall'Agenzia Fides:


Traduzione falsata del Vangelo, per renderlo “vicino ai musulmani”: proteste dei cristiani

Istanbul (Agenzia Fides) – Una traduzione del Vangelo falsata e non autorizzata dalle Chiese cristiane ha generato una pubblica protesta dei cristiani in Turchia. In un comunicato inviato all’Agenzia Fides, la “Alleanza delle Chiese protestanti” della Turchia, parte della “Alleanza Evangelica Mondiale”, stigmatizza “la traduzione fuorviante” di una edizione in turco del Vangelo di Matteo, pubblicato alla fine del 2011. Il testo è denso di errori in “parole molto importanti e fondamentali del Nuovo Testamento”, che rendono la traduzione “sbagliata ed estremamente negativa”. Le Chiese rimarcano l’urgenza di cambiare tali termini, definendo il Vangelo diffuso “inaccettabile e inutilizzabile”.
Quello a cui si fa riferimento è la rimozione di parole come “Padre” e “Figlio di Dio”, sostituite rispettivamente da “Dio” e “rappresentante di Dio”. Il versetto di Mt 28,19 che dice “battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, è divenuto ad esempio “purificandole con l’acqua, nel nome di Allah, del suo Messia e del suo Santo Spirito”.
I leader cristiani affermano di aver segnalato tali incongruenze prima della pubblicazione, curata da tre enti cristiani americani (“Wycliffe Bible Translators”, “Summer Institute of Linguistics”-SIL e “Frontiers”) il cui scopo era quello di produrre una Bibbia “vicina alla sensibilità dei musulmani”. Per evitare che persone di lingua turca, cristiane o non cristiane, fossero esposte a insegnamenti sbagliati, le Chiese avevano chiesto al comitato di traduzione di mutare i punti che “minano la teologia cristiana”, ma così non è stato.
“Vogliamo che la Sacra Scrittura sia letta e compresa da tutti i settori della società. Le traduzioni prodotte dalla Società Biblica nella prima metà del XX secolo sono eccellenti, fedeli alla storia della teologia cristiana, ma anche eccellenti per le persone che si accostano alla Bibbia, per capire le espressioni della fede cristiana” nota il comunicato giunto a Fides.
L'Alleanza delle Chiese protestanti in Turchia rappresenta la maggior parte delle Chiese protestanti nel paese. Nel 2011 ha pubblicato il Rapporto sulle violazioni dei diritti dei cristiani in Turchia, che sono meno dello 0,1% della popolazione di 72 milioni di abitanti. (PA) (Agenzia Fides 10/5/2012)

martedì 8 maggio 2012

La danza espressione di preghiera nel cristianesimo?

Notizia di oggi, battuta dal sito della Pontificia Università Salesiana. Aspetto gli atti del convegno per imparare - e davvero non ho idea - quale sia il ruolo della danza nella preghiera cristiana. Conosco le espressioni indù e quelle dei dervisci, e pure alcune danze africane, ma ho sempre pensato che la danza fosse un'espressione preminentemente culturale. Quindi ben venga come linguaggio religioso culturalmente connotato, anche per appartenenti al cristianesimo in aeree dove la danza possiede valenze adatte. Ma in occidente - continuo a credere - danzare equivale a espressione ludica e pure spesso sensuale, generalmente intesa come performance di spettacolo o di coinvolgimento fisico. Non ne vedo perciò il posto nella preghiera cristiana. Men che mai nella liturgia (questo è fuori dubbio). Certamente c'è chi afferma il contrario e, forse, in questo convegno, porterà delle prove e argomentazioni, invece delle solite affermazioni senza fondamenti.

La danza come espressione di preghiera nelle religioni


(Roma, 8 maggio 2012) - Nel pomeriggio del 4 maggio 2012, l’Istituto di Teologia Dogmatica dell’UPS, in collaborazione con il Chavara Institute for Indian and Interreligious Studies di Roma, ha organizzato all’Università Salesiana un incontro sulla Danza Sacra in diverse religioni e movimenti spirituali come modo concreto di rispondere all’invito dei Lineamenta del Sinodo dei Vescovi sulla Nuova Evangelizzazione per riflettere sul senso del cosiddetto ‘Cortile dei Gentili’.

All’evento hanno partecipato rappresentanze dell’Induismo, dell’Islam, delle religioni africane, del Cristianesimo e di altri movimenti spirituali. Ogni gruppo ha presentato brevemente il senso della danza nella loro religione offrendo poi degli esempi specifici della loro tradizione di preghiera espressa nella danza. La combinazione tra riflessione ed esperienza pratica ha dato un tono speciale all’incontro al quale erano presenti 170 persone. significativo lo spirito di gioia e armonia che si è creato e reso evidente durante l’evento.
L’incontro è stato avviato dal prof. Jose Chunkapura che ne è stato l’ideatore e promotore. Ha fatto seguito l’intervento del prof. Antonio Escudero, direttore dell’Istituto di Dogmatica dell’UPS, che ha presentato l’intenso programma. All’incontro era presente anche il Rettore dell’UPS, prof. Carlo Nanni che ha evidenziato la significatività dell’iniziativa.

Esempi di danza religiosa di movimenti spirituali cristiani:




giovedì 3 maggio 2012

La tomba di san Filippo e le devozioni dei pellegrini antichi: le abluzioni con l'acqua per i malati e il "pane del santo"

La Basilica dei SS. Apostoli, Curia Generale dei Frati Minori Conventuali,
dove riposano le reliquie di san Filippo e Giacomo minore
Riporto alcune parti dell'intervista che Renzo Allegri ha fatto all'archeologo Francesco D'Andria, scopritore presso l'antica Hierapolis (Asia Minore) della tomba dell'apostolo san Filippo che oggi celebriamo. Ci mostra uno spaccato della vita dei primi secoli della Chiesa, compresa la devozione ai santi apostoli, ai loro miracoli (oltre che al loro insegnamento), e ai luoghi della sepoltura come santuari. Questa intervista ci rivela l'origine antichissima, almeno a partire dalla generazione seguente gli apostoli, delle pratiche devozionali che resistono fino ad oggi nella Chiesa: i bagni nell'acqua del santuario a scopo taumaturgico, il ricevere un pane speciale, come segno di benedizione e di sostentamento per i pellegrini (Filippo è uno dei protagonisti della moltiplicazione dei pani: cf Gv 6,5-7). Abbiamo qui un impressionante segno della tradizione che lega ciò che ancora facciamo, con la Chiesa dei primi secoli.
Trovate l'intero testo qui su Zenit. There is also an english translation here.
tomba dell'Apostolo Filippo
La scoperta della Tomba dell'Apostolo Filippo e del suo santuario a Hierapolis.

Professor Francesco D’Andria: Dopo la morte di Gesù, gli apostoli si dispersero in giro per il mondo per diffondere il Messaggio evangelico. E secondo la tradizione e antichi documenti scritti dei Santi Padri, sappiamo che Filippo svolse la sua missione in Scizia, nella Lidia, e, negli ultimi anni della sua vita, a Hierapolis, in Frigia. Policrate, che verso la fine del secondo secolo era vescovo di Efeso, in una lettera scritta a Papa Vittore I, ricorda i personaggi importanti della propria Chiesa, tra cui gli apostoli Filippo e Giovanni. Di Filippo dice: ‘Fu uno dei dodici apostoli e morì a Hierapolis, come due delle sue figlie che invecchiarono nella virginità…. Altra sua figlia… fu sepolta in Efeso.
Tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che queste informazioni di Policrate sono assolutamente attendibili. La Lettera, che risale a circa il 190 dopo Cristo, cento anni dopo la morte di Filippo, è un documento fondamentale per i rapporti tra la Chiesa Latina e la Chiesa Greca. Riguarda la disputa sulla data della celebrazione della Pasqua. E in quella lettera, Policrate, che era il patriarca della Chiesa Greca,. rivendica la nobiltà delle origini della Chiesa nell’Asia affermando che come a Roma ci sono i trofei (i resti mortali) di Pietro e Paolo, nell’Asia ci sono le tombe degli apostoli Filippo e Giovanni. Inoltre, da quella lettera veniamo a sapere che Filippo trascorse gli ultimi anni della sua vita a Hierapolis, con due delle sue tre figlie, che certamente lo aiutavano nella sua opera di evangelizzatore. Eusebio da Cesarea, nella sua ‘Storia Ecclesiastica’, riferisce che Papia, che fu vescovo di Hierapolis all’inizio del terzo secolo, conobbe le figlie di Filippo e da esse apprese particolari importanti riguardanti la vita dell’apostolo, tra i quali anche il racconto di un miracolo strepitoso: la risurrezione di un morto.

Si sa come e quando l’apostolo Filippo morì?
Professor Francesco D’Andria: La maggior parte degli antichi documenti affermano che Filippo morì a Hierapolis, nell’anno 80 dopo Cristo, quando aveva circa 85 anni. Morì martire per la sua fede, crocifisso a testa in giù come San Pietro. Venne quindi sepolto a Hierapolis. Nell’antica necropoli di quella città fu trovata una iscrizione che accenna a una chiesa dedicata a San Filippo. In una data non precisata, il corpo di Filippo venne portato a Costantinopoli per sottrarlo al pericolo di profanazione da parte dei barbari. E nel sesto secolo, sotto Papa Pelagio I, trasferito a Roma e sepolto, insieme all’apostolo Giacomo, in una chiesa appositamente edificata per loro. La Chiesa, che si chiamava ‘Dei santi Giacomo e Filippo’, di stile bizantino, nel 1500 venne trasformata in una magnifica chiesa rinascimentale che è quella attuale che si chiama ‘Dei santi apostoli’.
la Tomba di Filippo e Giacomo nella basilica romana dei Santi Apostoli
E dove diresse le sue ricerche?
Professor Francesco D’Andria: I miei collaboratori ed io abbiamo studiato attentamente una serie di foto satellitari della zona, e le ricognizioni di un gruppo di bravi topografi del CNR-IBAM diretti da Giuseppe Scardozzi, e abbiamo capito che il Martyrion, la chiesa ottagonale, era il centro di un complesso devozionale ampio e articolato. Abbiamo identificato una grande strada processionale che portava i pellegrini dalla città fino alla chiesa ottagonale, il Martyrion in cima alla collina; i resti di un ponte che permetteva ai pellegrini di oltrepassare una valle dove scorreva un torrente; abbiamo visto che ai piedi della collina partiva una ‘gradonata’ in travertino, cioè una scalinata costituita da ampi scalini in pendenza, che portava alla sommità. All’inizio della ‘gradonata’, abbiamo identificato un altro edificio ottagonale, che non si vedeva in superficie, ma solo delle foto satellitari. Abbiamo scavato intorno a quell’edificio e ci siamo resi conto che era un complesso termale: i pellegrini che arrivavano a Hierapolis per rendere omaggio al corpo di San Filippo, prima di raggiungere il ‘Martyrion’ sulla collina, dovevano purificarsi. Anche per ragioni igieniche perché i viaggi che affrontavano erano massacranti.
Questa è stata una scoperta illuminante che ci ha fatto capire che l’intera collina era adibita a un percorso di pellegrinaggio con varie tappe. Continuando i nostri scavi, abbiamo trovato un’altra scalinata che arrivava direttamente all’Martyrion, e sullo spiazzo, accanto al Martyrion, c’era una fontana dove i pellegrini facevano altre abluzioni con l’acqua, e lì vicino, un piccolo pianoro, proprio di fronte al Martyrion, dove si vedevano delle tracce di edifici. Il professor Verzone non aveva osato affrontare uno scavo in quella zona perché era un’immane cumulo di pietre. Nel 2010 abbiamo iniziato a fare un po’ di pulizia e sono venuti alla luce elementi di estrema importanza.
il Martyrion dell'apostolo
Tipo?
Professor Francesco D’Andria: Un architrave di marmo di un ciborio con un monogramma sul quale si leggeva il nome di Teodosio. Io ho pensato che fosse il nome dell’imperatore e quindi quell’architrave permetteva la datazione della chiesa martiriale tra il IV e il V secolo. Poi, piano piano abbiamo trovato tracce di un’abside. Scavando e pulendo è venuta alla luce la pianta di una grande chiesa. Mentre il Martyrion era a pianta ottagonale, questa era a pianta basilicale, con tre navate. Chiesa stupenda, con capitelli in marmo, raffinate decorazioni, croci, transenne traforate, fregi, tralci vegetali, palme stilizzate all’interno di nicchie e un pavimento centrale realizzato a intarsi marmorei con motivi geometrici a colori: tutto riferibile al quinto secolo, cioè l’età dell’altra chiesa, il Martyrion. Però, al centro di questa meravigliosa costruzione che ci entusiasmava e ci commuoveva, c’era un qualche cosa di sconcertante che ci teneva con il fiato sospeso.

Ed era?
Professor Francesco D’Andria: Una tipica tomba romana risalente al primo secolo dopo Cristo. La sua presenza poteva, in un certo senso, essere giustificata dal fatto che in quella zona, prima che i cristiani costruissero il santuario protobizantino, vi era una necropoli romana. Ma esaminando bene la sua posizione, abbiamo constatato che quella tomba romana si trovava al centro della chiesa. Quindi, la chiesa, nel V secolo, era stata costruita proprio ‘intorno’ a quella tomba romana pagana, per proteggerla, perché quella tomba era evidentemente importantissima. E abbiamo subito pensato che forse quella poteva essere la tomba dove era stato messo il corpo di San Filippo dopo la morte.

E avete trovato conferme a questa supposizione?
Professor Francesco D’Andria: Certamente. Nell’estate del 2011 abbiamo affrontato uno scavo in estensione nella zona di questa chiesa con il coordinamento di Piera Caggia, ricercatrice archeologa dell’IBAM-CNR, e sono emersi elementi straordinari che hanno pienamente confermato le nostre supposizioni. La tomba era inglobata in una struttura sulla quale vi è una piattaforma raggiungibile attraverso una scala di marmo. I pellegrini, entrando dal nartece, il vestibolo esterno alla chiesa, salivano nella parte superiore della tomba, dove vi era un luogo per la preghiera e scendevano dal lato opposto. E abbiamo visto che le superfici marmoree dei gradini di quelle scale marmoree sono completamente consunti dal passaggio di migliaia e migliaia di persone. Quindi, la tomba riceveva un tributo straordinario di venerazione.
Sulla facciata della tomba, intorno all’entrata, si vedono dei fori di chiodi che certamente servivano per sostenere una chiusura metallica applicata. Inoltre, vi sono degli incassi ricavati sul pavimento che fanno pensare a una ulteriore porta in legno: tutti accorgimenti che indicano come in quella tomba vi era un tesoro inestimabile, cioè il corpo dell’apostolo.
E sulla facciata, sui muri ci sono numerosi graffiti con croci che hanno in qualche modo sacralizzato la tomba pagana.
Scavando accanto alla tomba, abbiamo trovato delle vasche d’acqua per immersione individuali, che certamente servivano per le guarigioni. I pellegrini ammalati, dopo aver venerato la tomba, venivano immersi in quelle vasche, proprio come si fa a Lourdes.
Ma la conferma principale, direi matematica, che attesta senza ombra di dubbi che quella costruzione è veramente la tomba di San Filippo, viene da un piccolo oggetto che si trova in un museo di Richmond negli Stati Uniti. Un oggetto sul quale ci sono delle immagini che prima d’ora non si riusciva a decifrare pienamente, mentre ora hanno un significato solare.

Di che oggetto si tratta?
Professor Francesco D’Andria: E’ un sigillo in bronzo di circa dieci centimetri di diametro (vedi qui), che serviva per autenticare il pane di San Filippo da distribuire ai pellegrini. Sono state trovate delle icone che rappresentano San Filippo con in mano un grosso pane. C’era anche allora il pane di San Filippo, come oggi c’è ancora il pane di Sant’Antonio. E questo pane, per distinguerlo dal pane comune, veniva marchiato con quel sigillo in modo che i pellegrini sapessero che si trattava di un pane speciale, da conservare con devozione.
Come ho detto, su quel sigillo ci sono delle immagini. Vi è la figura di un santo con il mantello del pellegrino e una inscrizione che dice ‘San Filippo’. Sul bordo scorre il ‘trisaghion’ in greco: antica frase di lode a Dio: ‘Agios o Theos, agios ischyros, agios athanatos, eleison imas’ (Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi). Tutti gli specialisti di storia bizantina che conoscono quel sigillo hanno sempre detto che proveniva da Hierapolis. Ma la cosa più straordinaria, sta nel fatto che la figura del santo è rappresentata tra due edifici: quello alla sinistra, è coperto da una cupola, e si capisce che rappresenta il ‘Martyrion’ ottagonale; quello alla destra del santo, ha un tetto a due spioventi come il tetto della chiesa a tre navate che ora noi abbiamo scoperto. Tutti e due gli edifici sono alla sommità di una scalinata. Sembra proprio che si tratti di una fotografia del complesso esistente allora intorno alla tomba di San Filippo. Una fotografia scattata nel secolo VI. Inoltre, la chiesa con il tetto spiovente, nell’immagine del sigillo ha un elemento emblematico: una lampada appesa all’ingresso, tipico segno che serviva a indicare il sepolcro di un santo. Quindi, già in quel sigillo si indica che la tomba si trovava nella chiesa basilicale e non nel Martyrion.
il sigillo per il pane descritto nell'intervista

lunedì 30 aprile 2012

Sondaggio su mettere o rimuovere il crocifisso: a che punto siamo?

Guarda, guarda il risultato - parziale - del sondaggio, di cui abbiamo parlato qui. C'è ancora tempo per votare, se non l'avete ancora fatto. Andate al sito del quotidiano l'Adige, e inviate il vostro parere.

Crocifisso nelle aule scolastiche, va messo?


51% (449 voti)
No
49% (424 voti)
Totale voti: 873

Si chiude aprile, mese dedicato alla preghiera per le vocazioni. Il Papa ordina i preti per la sua Diocesi

Ieri Papa Benedetto ha ordinato nove presbiteri per la sua Diocesi di Roma (riferimento nel Regina Caeli). Un numero piccolo potremmo dire. Poche vocazioni? Non ci sono giovani che "vogliono farsi ordinare dal Papa? E' evidente che da parecchio non vediamo più maxiordinazioni di cinquantine (e oltre) di preti provenienti da tutto il mondo e appartenenti a diocesi,  congregazioni religiose o altri istituti che coglievano l'occasione per darsi visibilità. Lo stile pastorale di Benedetto, in questo, è parecchio difforme da quello del venerato predecessore. Come ogni vescovo, anche il Papa provvede i pastori per le parrocchie della sua Chiesa locale, lasciando ai vescovi delle singole diocesi di ordinare i propri collaboratori nel ministero. E' un segnale che Benedetto lancia: non c'è bisogno di mettersi la medaglia "ordinato prete dal Papa", l'importante è essere sacerdote secondo il cuore di Cristo.
Inoltre questa scelta "restrittiva" vuole ribadire che il Sommo Pontefice è, prima di tutto, vescovo di Roma, e deve mostrare sollecitudine per la sua Chiesa particolare. Solo in quanto buon Pastore della Chiesa romana è anche investito della guida di tutti i cristiani, non il contrario. Davvero Benedetto XVI, pur non essendo romano o italiano di nascita, non perde occasione per mostrare la sua "romanità" acquisita. 
Ora ascoltiamo e leggiamo l'omelia offerta ieri in occasione della messa per l'ordinazione presbiterale:



OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica Vaticana, IV Domenica di Pasqua, 29 aprile 2012

Venerati Fratelli,
cari Ordinandi,
cari fratelli e sorelle!

La tradizione romana di celebrare le Ordinazioni sacerdotali in questa IV Domenica di Pasqua, la domenica «del Buon Pastore», contiene una grande ricchezza di significato, legata alla convergenza tra la Parola di Dio, il Rito liturgico e il Tempo pasquale in cui si colloca. In particolare, la figura del pastore, così rilevante nella Sacra Scrittura e naturalmente molto importante per la definizione del sacerdote, acquista la sua piena verità e chiarezza sul volto di Cristo, nella luce del Mistero della sua morte e risurrezione. Da questa ricchezza anche voi, cari Ordinandi, potrete sempre attingere, ogni giorno della vostra vita, e così il vostro sacerdozio sarà continuamente rinnovato.

Quest’anno il brano evangelico è quello centrale del capitolo 10 di Giovanni e inizia proprio con l’affermazione di Gesù: «Io sono il buon pastore», a cui subito segue la prima caratteristica fondamentale: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Ecco: qui noi siamo immediatamente condotti al centro, al culmine della rivelazione di Dio come pastore del suo popolo; questo centro e culmine è Gesù, precisamente Gesù che muore sulla croce e risorge dal sepolcro il terzo giorno, risorge con tutta la sua umanità, e in questo modo coinvolge noi, ogni uomo, nel suo passaggio dalla morte alla vita. Questo avvenimento – la Pasqua di Cristo – in cui si realizza pienamente e definitivamente l’opera pastorale di Dio, è un avvenimento sacrificale: perciò il Buon Pastore e il Sommo Sacerdote coincidono nella persona di Gesù che ha dato la vita per noi.

Ma osserviamo brevemente anche le prime due Letture e il Salmo responsoriale (Sal 118). Il brano degli Atti degli Apostoli (4,8-12) ci presenta la testimonianza di san Pietro davanti ai capi del popolo e agli anziani di Gerusalemme, dopo la prodigiosa guarigione dello storpio. Pietro afferma con grande franchezza che «Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo»; e aggiunge: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (vv. 11-12). L’Apostolo interpreta poi alla luce del mistero pasquale di Cristo il Salmo 118, in cui l’orante rende grazie a Dio che ha risposto al suo grido d’aiuto e lo ha tratto in salvo. Dice questo Salmo: «La pietra scartata dai costruttori / è divenuta la pietra d’angolo. / Questo è stato fatto dal Signore: / una meraviglia ai nostri occhi» (Sal 118,22-23). Gesù ha vissuto proprio questa esperienza: di essere scartato dai capi del suo popolo e riabilitato da Dio, posto a fondamento di un nuovo tempio, di un nuovo popolo che darà lode al Signore con frutti di giustizia (cfr Mt 21,42-43). Dunque, la prima Lettura e il Salmo responsoriale, che è lo stesso Salmo 118, richiamano fortemente il contesto pasquale, e con questa immagine della pietra scartata e ristabilita attirano il nostro sguardo su Gesù morto e risorto.

La seconda Lettura, tratta dalla Prima Lettera di Giovanni (3,1-2), ci parla invece del frutto della Pasqua di Cristo: il nostro essere diventati figli di Dio. Nelle parole di Giovanni si sente ancora tutto lo stupore per questo dono: non soltanto siamo chiamati figli di Dio, ma «lo siamo realmente» (v. 1). In effetti, la condizione filiale dell’uomo è il frutto dell’opera salvifica di Gesù: con la sua incarnazione, con la sua morte e risurrezione e con il dono dello Spirito Santo Egli ha inserito l’uomo dentro una relazione nuova con Dio, la sua stessa relazione con il Padre. Per questo Gesù risorto dice: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). E’ una relazione già pienamente reale, ma che non è ancora pienamente manifestata: lo sarà alla fine, quando – se Dio vorrà – potremo vedere il suo volto senza veli (cfr v. 2).

Cari Ordinandi, è là che ci vuole condurre il Buon Pastore! E’ là che il sacerdote è chiamato a condurre i fedeli a lui affidati: alla vita vera, la vita «in abbondanza» (Gv 10,10). Torniamo dunque al Vangelo, e alla parabola del pastore. «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Gesù insiste su questa caratteristica essenziale del vero pastore che è Lui stesso: quella del «dare la propria vita». Lo ripete tre volte, e alla fine conclude dicendo: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). E’ questo chiaramente il tratto qualificante del pastore così come Gesù lo interpreta in prima persona, secondo la volontà del Padre che lo ha mandato. La figura biblica del re-pastore, che comprende principalmente il compito di reggere il popolo di Dio, di tenerlo unito e guidarlo, tutta questa funzione regale si realizza pienamente in Gesù Cristo nella dimensione sacrificale, nell’offerta della vita. Si realizza, in una parola, nel mistero della Croce, cioè nel supremo atto di umiltà e di amore oblativo. Dice l’abate Teodoro Studita: «Per mezzo della croce noi, pecorelle di Cristo, siamo stati radunati in un unico ovile e siamo destinati alle eterne dimore» (Discorso sull’adorazione della croce: PG 99, 699).

In questa prospettiva orientano le formule del Rito dell’Ordinazione dei Presbiteri, che stiamo celebrando. Ad esempio, tra le domande che riguardano gli «impegni degli eletti», l’ultima, che ha un carattere culminante e in qualche modo sintetico, dice così: «Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». Il sacerdote è infatti colui che viene inserito in un modo singolare nel mistero del Sacrificio di Cristo, con una unione personale a Lui, per prolungare la sua missione salvifica. Questa unione, che avviene grazie al Sacramento dell’Ordine, chiede di diventare “sempre più stretta” per la generosa corrispondenza del sacerdote stesso. Per questo, cari Ordinandi, tra poco voi risponderete a questa domanda dicendo: «Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio». Successivamente, nei Riti esplicativi, al momento dell’unzione crismale, il celebrante dice: «Il Signore Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio». E poi, alla consegna del pane e del vino: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Risalta con forza che, per il sacerdote, celebrare ogni giorno la Santa Messa non significa svolgere una funzione rituale, ma compiere una missione che coinvolge interamente e profondamente l’esistenza, in comunione con Cristo risorto che, nella sua Chiesa, continua ad attuare il Sacrificio redentore.

Questa dimensione eucaristica-sacrificale è inseparabile da quella pastorale e ne costituisce il nucleo di verità e di forza salvifica, da cui dipende l’efficacia di ogni attività. Naturalmente non parliamo della efficacia soltanto sul piano psicologico o sociale, ma della fecondità vitale della presenza di Dio al livello umano profondo. La stessa predicazione, le opere, i gesti di vario genere che la Chiesa compie con le sue molteplici iniziative, perderebbero la loro fecondità salvifica se venisse meno la celebrazione del Sacrificio di Cristo. E questa è affidata ai sacerdoti ordinati. In effetti, il presbitero è chiamato a vivere in se stesso ciò che ha sperimentato Gesù in prima persona, cioè a darsi pienamente alla predicazione e alla guarigione dell’uomo da ogni male del corpo e dello spirito, e poi, alla fine, riassumere tutto nel gesto supremo del «dare la vita» per gli uomini, gesto che trova la sua espressione sacramentale nell’Eucaristia, memoriale perpetuo della Pasqua di Gesù. E’ solo attraverso questa «porta» del Sacrificio pasquale che gli uomini e le donne di tutti i tempi e luoghi possono entrare nella vita eterna; è attraverso questa «via santa» che possono compiere l’esodo che li conduce alla «terra promessa» della vera libertà, ai «pascoli erbosi» della pace e della gioia senza fine (cfr Gv 10,7.9; Sal 77,14.20-21; Sal 23,2).

Cari Ordinandi, questa Parola di Dio illumini tutta la vostra vita. E quando il peso della croce si farà più pesante, sappiate che quella è l’ora più preziosa, per voi e per le persone a voi affidate: rinnovando con fede e con amore il vostro «sì, con l’aiuto di Dio lo voglio», voi coopererete con Cristo, Sommo Sacerdote e Buon Pastore, a pascere le sue pecorelle – magari quella sola che si era smarrita, ma per la quale si fa grande festa in Cielo! La Vergine Maria, Salus Populi Romani, vegli sempre su ciascuno di voi e sul vostro cammino. Amen.

venerdì 27 aprile 2012

Canti non appropriati in occasione dei funerali? La parola ai vescovi italiani

Alcune email mi sollecitavano a "dire la mia" a proposito di canzoni di cantautori contemporanei suonate o comunque eseguite in occasione di recenti funerali. Non penso sia minimamente importante il mio parere personale, né rilevante. Come non lo è - in questo campo - quello del direttore di Avvenire, il quale può d'altronde avere i suoi legittimi gusti musicali. Ma certo è da tenere in considerazione ciò che i vescovi italiani hanno voluto nella recentissima revisione del Rito delle Esequie. I nostri vescovi, previdenti, buoni conoscitori dell'italiana indisciplina, dopo le Premesse generali (che normano il rito per la chiesa intera), hanno approvato e inserito alcune "Precisazioni" che valgono per il nostro Bel Paese. Al num. 6 (pag. 30 del rituale del 2012) troviamo scritto così, a proposito del "commiato" che può seguire la liturgia esequiale:
...Si eviti il ricorso a testi o immagini registrati, come pure l'esecuzione di canti o musiche estranei alla liturgia.
Mi pare chiaro e non c'è bisogno di aggiungere altro, basta leggere quello che con tanta fatica i nostri vescovi discutono e approvano. Non c'è spazio per le polemiche e le palizzate. Se i preti, senza curarsi del volere dei loro vescovi, continuano a ritenersi padroni della liturgia, almeno non prendiamocela con i legittimi pastori che cercano - come possono - addirittura di ricordare gentilmente le ovvietà sopra esposte: cioè di non fare, ad esempio, Power Point con le foto migliori del defunto, non tappezzare la chiesa di cartelloni che salutano e inneggiano allo scomparso, non portarsi all'interno della chiesa maxi-stereo con i CD preferiti dal caro estinto... Tutto questo, in sè,  non è affatto male, sia chiaro. Ci vuole anche l'umano e tenero ricordo. Ma, per favore, non all'altare, non dall'ambone (anche questo ricordano i vescovi: di non usare l'ambone della Chiesa per le eulogie funebri e di non trasformare le preghiere dei fedeli in parole di saluto rivolte al morto invece che a Dio). Per ogni cosa c'è il suo momento,..., diceva già l'antico Qohelet (3,1).

Il semplice fatto che si polemizzi su queste cose fa capire che forse non basta preparare una nuova traduzione dei testi, se poi non la si presenta al clero e ai laici e si evita di sobbarcarsi le necessarie conferenze formative per i sacerdoti per far penetrare il vero senso delle "novità". 

mercoledì 25 aprile 2012

Allarme sondaggio: contribuite con i vostri voti a far appendere i crocifissi nella scuola

Mi avvisa un utente che sul quotidiano trentino "L'Adige", è stato lanciato un sondaggio che chiede: "Il crocifisso nella aule scolastiche, va messo?". Nonostante ormai tutti sappiano che la risposta "legale" è "il crocifisso deve rimanere dov'è", è bene che ciascuno vada a cliccare sul "Sì", per ribadire anche in questi sondaggi online che la maggioranza cristiana esiste e vuol farsi sentire.
Quindi contribuite con il vostro click a far entrare in circolo l'idea che il crocifisso sta benissimo nelle aule scolastiche.
Qui il link a cui trovare il sondaggio: http://www.ladige.it/sondaggi/crocifisso-aule-scolastiche-va-messo

Votate e diffondete!!

lunedì 23 aprile 2012

La chiesa di cartone per i terremotati in Nuova Zelanda

L'agenzia Fides, qualche giorno fa ha lanciato in Italia la notizia, riprendendola da Associated Press: dopo il devastante terremoto del 21 febbraio 2011, che ha lesionato gli edifici più antichi della città neozelandese di Chistchurch, è stato deciso di rimpiazzare la cattedrale ottocentesca (vedi foto sopra) che dà il nome alla città e ne rappresenteva, fino ad oggi, il simbolo. Troppo costoso e pericoloso tentare di ripararla. Il campanile è completamente collassato, le strutture interne della chiesa e la facciata sono state abbattute per sicurezza. Che fare? Con spirito pragmatico e lucidità del nuovo mondo ecco che: 
"La chiesa anglicana sarà ricostruita temporaneamente con il cartone, in attesa dell’edificio permanente previsto. La cattedrale Vittoriana in stile gotico, che dominava il centro della piazza della città, è stata demolita dopo i gravi danni causati dal terremoto. La nuova struttura, progettata dall’architetto giapponese Shigeru Ban, noto per la costruzione di una chiesa di cartone costruita dopo il terremoto del 1995 di Kobe, in Giappone, verrà situata nel luogo dove sorgeva un’altra chiesa storica andata distrutta. Questo edificio provvisorio, oltre ad essere un simbolo di speranza per il futuro della città, sarà fatto con tubi di cartone, travi in legno, acciaio strutturale e una piazzola di cemento, ed è destinata a durare più di 20 anni. Dovrebbe essere pronta per il prossimo Natale".
Sì, cari lettori, avete letto bene. Una chiesa di cartone! L'idea mi pareva piuttosto sorprendente. Perciò mi sono documentato e sono andato a cercare i progetti. E devo dire che non è niente male per essere una chiesa prefabbricata e temporanea! Una struttura semplice ma luminosa, senza velleità, e per di più ecologica anche se non proprio economica (3 milioni e mezzo di dollari americani), che permetterà ai fratelli anglicani di continuare a pregare e lodare Dio. Ben diversa dalla struttura avveniristica e nuvolosa che avevano proposto, se vi ricordate, dopo il terremoto dell'Aquila, come chiesa provvisoria....(potete leggere qui).   A proposito: che fine ha fatto la "Chiesa della Risurrezione" di Eusebi che doveva essere completata per la fine del 2010? Le ultime notizie sono dell'aprile 2011: il progetto esecutivo era arrivato solo a dicembre 2010, ma da allora non si è saputo più nulla (se avete aggiornamenti, postateli pure nei commenti). Non si sa neppure dove dovrebbe sorgere la chiesa provvisoria "da costruire in pochissimo tempo". E pare non ci siano nemmeno le risorse, cioè i soldini. Speriamo che i fratelli anglicani siano più fortunati degli aquilani. Tra l'altro, anche all'Aquila doveva sorgere un auditorium "di cartone" progettato dallo stesso architetto giapponese che ha disegnato la chiesa per la Nuova Zelanda. Ma il progetto aquilano è stato "snaturato", realizzato in acciaio, invece che con il materiale previsto dal suo ideatore.
C'è da dire, comunque, in riferimento alla "chiesa di cartone": evviva la semplicità. Ecco le foto:


Rendering del progetto nel suo ambiente
E la cattedrale cattolica del Santissimo Sacramento? Anche questa è stata severamente danneggiata. Ma pare - grazie a Dio - che la bella chiesa neoclassica non debba essere abbattuta e possa - col tempo - venir restaurata. 




venerdì 20 aprile 2012

Confessione per iscritto e fantasiose liturgie penitenziali portoghesi

Vi posto un video che sta suscitando vivaci e numerose discussioni all'interno della blogosfera cattolica... per diversi motivi, alcuni dei quali non così scontati, mentre altri, più seri, passano inosservati. Possiamo anche fare un esercizio di lettura da punti di vista diversi: teologico-sacramentale; liturgico, canonistico... e ne otterremo valutazioni diverse. Sia chiaro che a nessuno è consigliato di seguire l'esempio qui sotto mostrato. Anzi!
Si tratta del modo di confessare i giovanissimi (e i non-più-giovani) di p. Julio, sacerdote portoghese della parrocchia di Espinhel diocesi di Aveiro.



La didascalia del video precisa che, durante la Messa con i bambini, p. Julio riceve le confessioni con i peccati scritti su foglietti di carta, che dopo la lettura privata del prete vengono macinati nella macchinetta distruggi-documenti, posta sopra l'altare. Intanto il coro di "Arcel" esegue canti penitenziali adatti a creare l'atmosfera. Alla fine il sacerdote dà l'assoluzione a tutti quelli che si sono così confessati.

Dove sono i problemi di questa celebrazione?

Molti grideranno allo scandalo per il fatto che il sacerdote non ascolta i peccati ma li legge sul foglietto. E invece questo non solo non è un abuso - secondo i moralisti tradizionali e canonisti - ma è di per sé pure previsto (sebbene in circostanze limitate) fin dal tempo precedente la manualistica: i peccati devono essere "comunicati" al sacerdote attraverso la voce, ma possono essere comunicati anche per mezzo segni o gesti, tra questi, in primo luogo, i segni scritti (pensate a quando bisogna confessare dei sordomuti, a me è capitato varie volte!). Già San Tommaso nel Supplemento alla III parte della Summa, questione 9, art. 3, ritiene possibile, in presenza, aprire al confessore la propria coscienza per iscritto, se non è possibile fare altrimenti (infatti la parola vocalmente espressa rimane la maniera più adatta e degna). L'atto della confessione è così importante e personale che "quando non possiamo farlo in un dato modo, dobbiamo confessarci in un altro, secondo le nostre possibilità". L'importante è esprimere i peccati in maniera integrale.
Quindi, se penitente scrive tutti i suoi peccati mortali sul foglietto e lo consegna al confessore, il quale legge tutto, anche per un moralista come Sant'Alfonso Maria de' Liguori, la materia minima per il sacramento c'è.
Figuriamoci che, per il Diritto canonico, Can. 990: "Non è proibito [nemmeno!] confessarsi tramite l'interprete, evitati comunque gli abusi e gli scandali e fermo restando il disposto del can. 983, §2.", purché l'interprete, ovviamente, riporti quanto personalmente vuole confessare il penitente e costui, in presenza, possa ricevere l'assoluzione
Il problema - a mio avviso - è semmai se ci sia necessità di ricorrere ad altro modo che la parola parlata e, in seconda battuta, la fretta con cui vengono letti i peccati (soprattutto degli adulti) e la poca serietà nel considerare i bisogni spirituali delle persone (grandi o piccole) che vengono a confessarsi: magari necessitano di una domanda di chiarimento, di una parola di consiglio, di un approfondimento per la fede... che non pare esserci, stando al video in esame. Certo non è questione di diritto o sacramentaria, ma di serietà pastorale e zelo spirituale per il bene delle anime.

Pare poi abbastanza ridicolo il fatto che, quelli che tuonano dicendo che in confessione non si dovrebbe "fare la lista della spesa" dei propri peccati, siano spesso gli stessi che approvano la "singolare iniziativa" (o almeno sorvolano sul fatto) di confessare bambini e grandini, attraverso vere e proprie "liste di peccati", messi per iscritto! Ironia del linguaggio.

Il gesto di distruggere i foglietti dei peccati, anche se può piacere tanto ai liturgisti che cercano sempre nuovi "simboli", in reatà è un requisito che un buon canonista non può che apprezzare: bisogna tutelare anche in questo caso il sigillo del segreto della confessione. Quindi si eliminano fisicamente i supporti della comunicazione dei peccati. La cosa sconveniente, e che contravviene alle norme liturgiche, è porre SOPRA l'altare quello scatolone onnivoro! No, è veramente fastidioso. Poteva bastare uno sgabello o qualche altro supporto. L'altare è solo per il Corpo e Sangue di Cristo, nemmeno le reliquie dei Santi - dicono oggi i liturgisti - sono al loro posto appoggiate sulla sacra Mensa. Figuriamoci i distruggi-documenti! Un braciere con delle fiamme che divorano i foglietti mi parrebbe, comunque, più appropriato e simbolico rispetto all'uso dell'elettrodomestico.

L'assoluzione comune dopo la confessione individuale non deve essere confusa con l'assoluzione generale senza previa confessione (Cf. Introduzione al Rito della Penitenza). Tuttavia la forma mostrata dal video appare un ibrido: c'è la "confessione" individuale, ma l'assoluzione è generale. Nella forma della liturgia penitenziale comunitaria, tuttavia, è previsto che sia la confessione, sia l'assoluzione rimangano individuali, non quindi la sola confessione. Ciò che accade nel video, però, differisce comunque dal caso dell'assoluzione generale senza previa confessione, permessa solo a giudizio del Vescovo e solo in caso di gravissima necessità, che qui però non ricorre e non si verifica.
E' evidente poi, dal filmato, che molti ragazzini al momento dell'assoluzione non sono assolutamente attenti a ciò che sta avvenendo e forse neppure lo sanno. Comunque i sacramenti, anche l'assoluzione sacramentale, "funziona" ex opere operato, non per l'attenzione del ricevente. Altro discorso è quello sulla fruttuosità del sacramento, che ne può essere implicata... Mischiare le forme del rito della penitenza rimane, a mio avviso, un abuso. Questo però non invalida l'assoluzione.

Grave è anche la mancanza di una parola sulla soddisfazione che è una "parte integrante" del sacramento della confessione. Quella che comunemente viene detta "penitenza" è in realtà il segno del desiderio di cambiare vita, di riparare i peccati commessi, il segno di essere davvero risorti con Cristo a Vita nuova.
Oggi, ahimé, è talmente sottovalutata - nonostante sia ben prevista e inculcata dal rituale - che spesso il prete non dice niente a proposito della pratica penitenziale da far seguire alla confessione dei peccati. E così va in fumo la necessaria riparazione, che deve legare gesto liturgico e vita. La soddisfazione, infatti, può consistere in tre cose (oltre l'ovvio evitare i peccati confessati), e cioè preghiera, digiuno e carità (compresa l'elemosina, ma i gesti di carità sono ben più ampi della sola elemosina). E la soddisfazione penitenziale deve essere adattata a ciascun penitente, a seconda dei peccati confessati e della sua condizione di vita, di età, salute, ecc. come ricorda anche il Can. 981: "A seconda della qualità e del numero dei peccati e tenuto conto della condizione del penitente, il confessore imponga salutari e opportune soddisfazioni; il penitente è tenuto all'obbligo di adempierle personalmente"
Evidentemente padre Julio sorvola su questa terza, importante, caratteristica del sacramento della riconciliazione.

Ma oltrepassando i problemi già visti, la cosa più grave, dal punto di vista della disciplina liturgica e della coerenza sacramentale, per cui non si deve mai fare una cosa del genere, è che questo sacramento della confessione è inserito - a quanto scrive lo stesso sacerdote nel postare il video - all'interno della celebrazione della Santa Messa! (lo si capisce anche dalla stola color verde del sacerdote, che neppure si preoccupa di indossare la casula...)
Questo è un grave abuso, come specificato in Redemptionis Sacramentum 76:
...Secondo l’antichissima tradizione della Chiesa romana, non è lecito unire il sacramento della Penitenza con la santa Messa in modo tale che diventi un’unica azione liturgica. Ciò non impedisce, tuttavia, che dei Sacerdoti, salvo coloro che celebrano o concelebrano la santa Messa, ascoltino le confessioni dei fedeli che lo desiderino, anche mentre si celebra la Messa nello stesso luogo, per venire incontro alle necessità dei fedeli. Ciò tuttavia si svolga nella maniera opportuna.
L'unico sacramento che non può mai essere incluso all'interno della Santa Messa è proprio il sacramento della Penitenza, perché esso prepara alla partecipazione piena all'altare del Signore, va "premesso" ad essa. Anche qui fa sorridere il fatto che mentre molti preti si scandalizzano che "durante" la Messa altri sacerdoti, nei confessionali, siano a disposizione per le confessioni, arrivino ad approvare l'inserire "nella" Messa il sacramento della riconciliazione, magari per i bambini che fanno "la festa del perdono" o "della Prima Confessione"!

PS. Altre considerazioni a parte, mi sembra tuttavia che quello della confessione "scritta" sia un pallino dei sacerdoti portoghesi. A parte il p. Julio, anche un altro prete, originario di Lisbona, è conosciuto per una sua famosa confessione ricevuta per iscritto (ma in circostanze molto diverse!!). Si tratta nientemeno che di Sant'Antonio di Padova (nativo, appunto, della città lusitana). Si narra che un giorno dovette leggere la lunga lista di peccati di un penitente che per la vergogna e le lacrime non riusciva a parlare e fu invitato da Antonio a comunicare per iscritto tutti i suoi peccati. Non avendo, però, il Santo taumaturgo a disposizione un distruggi-documenti, dovette ricorrere...ad un miracolo: ogni riga che Antonio leggeva, scompariva prodigiosamente appena letta, finché percorsa tutta la lista, il foglio tornò bianco e immacolato, come l'anima del penitente che era ricorso al Santo confessore.
Sant'Antonio regge il foglio, diventato candido, su cui erano scritti i peccati

giovedì 19 aprile 2012

Preti in pole position: il cardinale di New York scala la classifica di Time Magazine

Il Time magazine ha pubblicato la lista delle 100 persone più influenti tra le quali verrà scelta la Persona dell'anno 2012.

Dopo un primo scrutinio via internet, aperto al pubblico, destando una certa sorpresa, l'Arcivescovo di New Your, Cardinal Timothy Dolan, ha ricevuto più di 42.000 voti. Giovane cardinale dell'ultima infornata, Timothy Dolan è uno dei Principi della Chiesa più simpatici e più "outspoken" come si dice in inglese, cioè franchi, chiari, senza peli sulla lingua.

Si è piazzato così al numero 16 su 100 (vedi fonte), in testa rispetto a Lady Gaga e Barack Obama e dell'attore George Clooney (fonte). E questo nonostante gli scandali e gli altri attacchi contro la Chiesa Cattolica, ormai ai ferri corti con il governo degli USA

Di recente, infatti, il Cardinal Dolan è stato severamente critico rispetto alla legislazione sulla sanità promossa dall'amministrazione Obama. Questa infatti richiederebbe alle istituzioni collegate con la Chiesa di pagare un'assicurazione sanitaria che copra anche gli anticoncezionali, comprese le "pillole del giorno dopo", cioè veri e propri farmaci abortivi. Cosa a cui la Chiesa Cattolica (insieme ad altre confessioni religiose) si oppone fermamente, senza se e senza ma, e con una forte unità fra tutti i vescovi.

Il verdetto su chi sarà la "Persona dell'anno" è ora nelle mani dei giornalisti e direttori del Time. Il passaggio o il fallimento della riforma del servizio sanitario statunitense e il ruolo giocato dal Card. Dolan in questo, potrebbe rivelarsi un fattore decisivo.

lunedì 16 aprile 2012

16 aprile: Memoria di Santa Bernadette Subirous, la veggente di Lourdes

Il Martirologio Romano, alla pagina odierna, riporta:

A Nevers sempre in Francia, santa Maria Bernarda Soubirous, vergine, che, nata nella cittadina di Lourdes da famiglia poverissima, ancora fanciulla sperimentò la presenza della beata Maria Vergine Immacolata e, in seguito, preso l’abito religioso, condusse una vita di umiltà e nascondimento.

Era il 16 aprile 1879. Bernadette aveva appena 35 anni.
Notate le ultime parole del ricordo del Martirlogio: "condusse una vita di umiltà e nascondimento". Non sono lì a caso, e paiono mettere in luce il comportamento di chi davvero ha fatto esperienza del misterioso contatto con la Vergine Maria. Questo tratto è comune a Berbardette e a Lucia di Fatima: lasciare i riflettori e i flash e i microfoni di Radio e TV, per nascondesi al mondo e vivere nascoste in Cristo. 
La Madonna, ci insegna Bernadette, non ha bisogno di pubblicità, e tantomeno di veggenti che continuano a girare il mondo con visioni "programmate" e ad affermare che proprio la Vergine di Nazareth vuole che "tutti credano alle sue apparizioni", sacerdoti compresi. Nemmeno la Chiesa pretende tanto per quelle che comunque restano sempre "rivelazioni private".

Le veggenti "riconosciute" dalla Chiesa non hanno costruito alberghi, non hanno "promosso" le loro visioni, non hanno dato avvio ad associazioni per raccogliere fondi. Solo obbedienza alla Chiesa e nascondimento al mondo. Dopo aver incontrato il soprannaturale non avevano più interesse per queste cose, pur buone, ma non più per loro. Che differenza con attuali esperienze che tante folle italiane attirano ad una parrocchia che vuol farsi passare per Santuario senza esserlo.

Oggi, dunque, ci rivolgiamo con fiducia alla giovane Santa di Lourdes, perché porti luce e consiglio ai tanti cristiani che, in barba alle indicazioni della Chiesa, elevano a eccessiva gloria mondana altri sedicenti veggenti senza approvazione. Il Signore mostri la sua verità, e permetta a quanti sono vittime inconsapevoli di inganni di vederla.

domenica 15 aprile 2012

La Sacra Tunica di Cristo e il messaggio del Papa... in italiano


E' iniziata venerdì scorso, 13 aprile, l'ostensione della Sacra Tunica di Cristo conservata a Treviri. Si tratta della preziosa reliquia della veste inconsutile (cioè senza cuciture) portata da Gesù anche durante la passione. Questa tunica nemmeno i soldati romani vollero lacerarla - secondo il racconto di Giovanni - ma la tirarono a sorte.
Secondo la leggenda fu portata a Treviri, in Germania, dall'imperatrice madre di Costantino, Santa Elena. Quest'anno ricorre il 5° centenario della prima esposizione pubblica dell'insigne reliquia della tunica di Cristo, e Papa Benedetto XVI ha voluto indirizzare uno speciale messaggio per l'occasione, inviando anche un suo delegato - il card. Ouellet - a rappresentarlo alle solenni celebrazioni.
Visto che il sito vaticano e tutti i media cattolici, anche l'Osservatore, non hanno trovato tempo per tradurre questa piccola, bella e devota lettera, ho perso qualche minuto per farne una versione italiana. Ecco qua:

Lettera di Benedetto XVI al Card. Marc Ouellet, nominato Inviato Straordinario alle celebrazioni di Treviri in onore della "Sacra Tunica" di Nostro Signore Gesù Cristo.


Venerabili Fratri Nostro
Marco S.R.E. Cardinali Ouellet, P.S.S.
Congregationis pro Episcopis Praefecto

Trevirensi in urbe, perantiqua et celeberrima, plurima reperiuntur christianae fidei testimonia. Illa enim iam primo saeculo sedes episcopalis est constituta. Ibi magnus sanctus Athanasius, intrepidus fidei defensor, e dioecesi sua iniuriose expulsus, moratus est. Ibi natus est Doctor mellifluus, sanctus Ambrosius Mediolanensis. Ibi miracula operabatur sanctus Martinus Turonensis. Ibi tot alii vixerunt sancti viri et mulieres, qui multum ad huius urbis et regionis incolarum sanctificationem contulerunt. Ibidem quoque novimus Sacram Tunicam venerandam a saeculis magna populi fidelis spiritali cum utilitate visitari colique.

Recenter sacrorum Antistes Trevirensis Venerabilis Frater Stephanus Ackermann certiores Nos fecit a feria VI infra octavam Paschae hoc anno peregrinationem aperiri et in ecclesia cathedrali Trevirensi unum per mensem publicam fieri ostensionem reliquiae Sacrae Tunicae Domini nostri Iesu Christi, de qua post crucifixionem, dum dividebant vestimenta eius, milites sortiti sunt, ne scinderent eam. Haec autem ostensio peculiaris quingentos memorat annos elapsos ab illo die quo, postulante imperatore Maximiliano I, anno MDXII Archiepiscopus Richardus von Greiffenklau zu Vollrads aperuit altare et ipsi imperatori multisque aliis sacram vestem venerandam palam demonstravit.

Nos hanc faustam quingentesimam anniversariam recordationem magni ponderis arbitramur et inceptum omnino laudamus et comprobamus. Idcirco magno cum gaudio accepimus humanam Praesulis Trevirensis invitationem. Cum vero Ipsi adire non possumus, perlibenter illuc Legatum mittimus, qui Personam Nostram gerebit. Ad te mentem Nostram fidentes convertimus, Venerabilis Frater Noster, qui Congregationi pro Episcopis diligenter praees atque dilectionem tuam et sollicitudinem in Christi Ecclesiam et Romanum Pontificem testificatus es.

Quapropter libenter hisce Litteris Nostrum Missum Extraordinarium te nominamus. Die igitur decimo tertio mensis Aprilis Treviris liturgicis celebrationibus Nostro nomine praesidebis Nostramque omnibus significabis salutationem. Sacram Tunicam una cum ceteris Praesulibus omnique credenti populo reverenter veneraberis. Christi "autem tunica inconsutilis, desuper contexta per totum" (Io 19, 23) bene discipulorum ostendit communitatem, pro qua Dominus in novissima cena enixe oravit Patrem "ut sint unum" (Io 17, 11). Hac data occasione hortaberis populum Dei ad intensam orationem pro christianorum unitate, necessaria "ut mundus credat" in Iesum Christum, unicum Salvatorem missum a Deo Patre (cfr Io 17, 21).

Nos legationem tuam, Venerabilis Frater Noster, veluti in spiritu adstantes precibus prosequimur atque Benedictionem Apostolicam, caelestis gratiae nuntiam et propensae Nostrae voluntatis testem, tibi imprimis libenter impertimus, quam volumus nomine Nostro Episcopo Trevirensi, cunctis Pastoribus, religiosis viris et mulieribus, christifidelibus, civilibus auctoritatibus et omnibus celebrationes participantibus peramanter largiaris.

Ex Aedibus Vaticanis, die VII mensis Martii, anno MMXII, Pontificatus Nostri septimo.
Al Nostro Venerabile Fratello
Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi

Nell’antica e famosissima città di Treviri, si trovano parecchie testimonianze della fede cristiana. Questa città fin dal primo secolo è stata elevata a sede episcopale. Lì dimorò il grande sant’Atanasio, difensore intrepido della fede, vergognosamente esiliato dalla sua diocesi. Lì nacque il Dottore mellifluo, sant’Ambrogio di Milano. Lì operò miracoli san Martino di Tour. Tanti altri santi uomini e donne vissero lì, e diedero un grande apporto alla santificazione di questa città e degli abitanti della regione.
Sappiamo anche che proprio qui è visitata e onorata da secoli, con grande profitto spirituale del popolo fedele, la veneranda Sacra Tunica.


Recentemente il Vescovo di Treviri, il venerabile fratello Stephan Ackermann, ci ha fatto sapere che dal venerdì tra l’Ottava di Pasqua di quest’anno, comincerà un pellegrinaggio e per un mese, presso la Chiesa cattedrale di Treviri, si farà pubblica ostensione della reliquia della Sacra Tunica di Nostro Signore Gesù Cristo, quella tunica che dopo la crocifissione i soldati – mentre si dividevano le sue vesti – vollero tirare a sorte per non stracciarla.
Questa particolare ostensione, inoltre,
commemora i cinquecento anni dal giorno in cui, nel 1512, su richiesta dell’Imperatore Massimiliano I, l’arcivescovo Riccardo von Greiffenklau zu Vollrads aprì l’altare e mostrò all’imperatore e a molti altri la sacra e venerabile veste.

Noi consideriamo di grande importanza questa fausta memoria cinquecentenaria e in tutto lodiamo e approviamo ciò che è stato organizzato. Perciò abbiamo ricevuto con gran gioia il gentile invito del Presule Trevirense. Ma non potendo partecipare in prima persona, assai volentieri mandiamo colà un Nostro Legato, che ci rappresenti.
Abbiamo pensato con fiducia a te, Venerabile Fratello nostro, che con diligenza presiedi la Congregazione per i vescovi, e hai dato testimonianza del tuo amore e sollecitudine alla Chiesa di Cristo e al Romano pontefice.


Per tali motivi, volentieri con questa lettera ti nominiamo Nostro Inviato Straordinario.
Quindi, il giorno 13 aprile, a nome Nostro presiederai le celebrazioni liturgiche e porterai a tutti il Nostro saluto. Venererai con devozione la Sacra Tunica insieme agli altri presuli e a tutto il popolo credente.
“La tunica senza cuciture” di Cristo, “tessuta tutta d’un pezzo” (Gv 19,23) simboleggia bene la comunità dei discepoli, per la quale il Signore nell’ultima cena pregò insistitentemente il Padre “che siano una cosa sola” (Gv 17,11)
In questa occasione esorterai il popolo i Dio ad una intensa preghiera per l’unità dei Cristiani, unità necessaria “perché il mondo creda” in Gesù Cristo, unico Salvatore mandato da Dio Padre (cf. Gv 17,21).

Noi accompagniamo con la preghiera il tuo invio, Venerabile fratello, come fossimo presenti lì in spirito. E impartiamo a te la Benedizione Apostolica, apportatrice di grazia celeste e segno della Nostra benevolenza. Questa stessa benedizione desideriamo che, a nome Nostro, tu elargisca con grande affetto a tutti i Pastori, religiosi e religiose, fedeli laici, autorità civili e militari e a tutti i partecipanti alle celebrazioni.

Dal Vaticano 7 marzo 2012, settimo del Nostro Pontificato.