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martedì 29 maggio 2012

Terremoto, danni, ma tutti incolumi

Agli amici e conoscenti che sono preoccupati dalle notizie dei telegiornali sui danni del terremoto anche nella Basilica antoniana di Padova, vorrei dire che stiano tranquilli. E' vero che la volta della Basilica è stata danneggiata e sono venuti giù alcuni metri quadri di affresco (non figurativo, solo decorazione a cielo blu punteggiato di stelle - vedi foto a sinistra), ma la cosa più importante è che nessuno si sia fatto male, nonostante alle 9 del mattino ci fosse parecchia gente in chiesa.
Il distacco si è verificato nell'ambulacro che conduce alla cappella delle Reliquie, attualmente tutta la zona è chiusa per controlli, ma la Basilica rimane aperta. Alle 17 celebrerò la messa pregando particolarmente per le vittime della zona emiliana ben più colpita, sia nelle persone che negli edifici.
Pregate anche voi.

Il video mostra la zona e il danno subito:

domenica 27 maggio 2012

Meditazione di Pentecoste di Sant'Antonio di Padova


Vi propongo un passo dal Sermone per la Pentecoste (§16), scritto dal Santo Patrono di questo Blog, il Dottore evangelico sant'Antonio di Padova. Mi pare una buona esortazione a ricominciare il tempo "durante l'anno" accompagnati dalle lingue di fuoco dello Spirito e dai suoi effetti più importanti: non chiacchiere e nemmeno miracoli, ma scelte di umiltà, povertà e obbedienza, cercando di comunicare la Parola di Dio e non la propria. Un proposito semplice, ma concreto e sempre attuale:

«E [gli Apostoli] cominciarono a parlare lingue diverse, come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi» (At 2,4). Chi è pieno di Spirito Santo parla diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze che possiamo dare a Cristo, come l'umiltà, la povertà, la pazienza e l'obbedienza: e parliamo queste lingue quando mostriamo agli altri queste virtù, praticate in noi stessi. Il parlare è vivo quando parlano le opere. Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere. Siamo pieni di parole ma vuoti di opere, e perciò siamo maledetti dal Signore, perché egli ha maledetto il fico sul quale non trovò frutti, ma solo foglie (cf. Mt 21,19). 
Gli apostoli «parlavano come lo Spirito Santo dava loro di esprimersi», e non secondo le loro inclinazioni. Ci sono infatti alcuni che parlano secondo le loro inclinazioni, si appropriano delle parole altrui e le proclamano come proprie e le attribuiscono a se stessi.
Di costoro e di quelli che sono come loro, il Signore dice: «Eccomi contro i profeti, i quali si rubano gli uni gli altri le mie parole. Eccomi contro i profeti che dicono le loro parole e proclamano: Dice il Signore! Eccomi contro i profeti che fanno sogni menzogneri, che li raccontano e pervertono il mio popolo con le loro menzogne e con i loro falsi miracoli. Io non li ho inviati, né ho dato loro alcun incarico: essi non hanno giovato per nulla a questo popolo, dice il Signore» (Ger 23,30-32).
Parliamo dunque come lo Spirito Santo ci dà di parlare, chiedendogli umilmente e devotamente che ci infonda la sua grazia affinché compiamo i giorni della Pentecoste con la perfezione dei cinque sensi e nell'osservanza del decalogo; e perché siamo ripieni del gagliardo vento del pentimento e della contrizione e veniamo infiammati dalle lingue di fuoco della confessione. Così infiammati e illuminati meritiamo di vedere il Dio uno e trino tra gli splendori dei santi. Ce lo conceda colui che è Dio, uno e trino, ed è benedetto nei secoli dei secoli. E ogni spirito risponda: Amen. Alleluia 
Sant'Antonio con in mano il libro del Vangelo
e il Fuoco dello Spirito

sabato 26 maggio 2012

L'Ottava di Pentecoste "Fai-da-te", permessa dalla Forma Ordinaria

Parecchie scontentezze sortì, a suo tempo, la soppressione dell'Ottava di Pentecoste, eliminata dalla riforma del Messale e del Calendario liturgico effettuata da Paolo VI.
Ma se è vero che nel libro liturgico non si trova più formalmente (come invece capita nella Forma Straordinaria) l'indicazione dei giorni dell'Ottava con la Messa assegnata, è anche vero che la "flessibilità" concessa nel "Tempo per annum" dalla Forma Ordinaria, permette in verità di celebrare comunque una settimana "post Pentecosten" che accompagni e metta in luce l'importanza della festa dello Spirito Santo, da non esaurirsi in una sola domenica.
Vengo perciò ai consigli che, nel pieno rispetto della normativa liturgica attuale, permettono ad ogni sacerdote di sottolineare per bene il tempo che intercorre tra la Solennità di Pentecoste e la Festa della SS. Trinità.

1) Utilizzate le MESSE VOTIVE allo Spirito Santo. Ci sono ben tre diversi formulari nel Messale Romano II edizione (in italiano), e il secondo e terzo formulario hanno ben due collette ciascuno tra cui scegliere. I prefazi  che si possono utilizzare sono due. Il Messale offre quindi una ricchezza eucologica spesso e volentieri trascurata e ignorata dai sacerdoti, che non sempre tengono conto degli abbondanti tesori di preghiera presenti nei libri liturgici.

2) Quest'anno sono liberi da Memorie o Feste il lunedì, il martedì, il mercoledì e il sabato, tutti giorni in cui si può celebrare la messa "a scelta". Quale scelta migliore, nella settimana dopo Pentecoste, che offrire la Messa in onore dello Spirito Santo. (Giovedì 31 è la Visitazione, mentre il 1° giugno festeggiamo san Giustino).

3) Se volete solennizzare in maniera particolare queste Messe, è anche permesso l'uso delle letture proprie (Lezionario Messe votive e "ad diversa", vol. 5° dei nuovi lezionari) al posto di quelle feriali. Questa scelta offre al predicatore abbondanti spunti per prolungare la meditazione omiletica del giorno di Pentecoste. 

4) Vi aggiungo i formulari delle tre Messe - or ora citate - in Latino, qualora possano risultare utili alla vostra meditazione i testi originali, o anche per utilizzarli nella celebrazione. In italiano li trovate alle pagg. 844-848 del Messale Romano.

De Spiritu Sancto  Colore Liturgico ROSSO

A

Ant. ad introitum
Rm 5,5
Cáritas Dei diffúsa est in córdibus nostris, per inhabitántem Spíritum eius in nobis.

Collecta
Deus, qui corda fidélium Sancti Spíritus illustratióne docuísti, da nobis in eódem Spíritu recta sápere, et de eius semper consolatióne gaudére. Per Dóminum.

Super oblata
Múnera, quæsumus, Dómine, obláta sanctífica, et corda nostra Sancti Spíritus illustratióne emúnda. Per Christum.

PRÆFATIO I DE SPIRITU SANCTO De missione Spiritus a Domino in Ecclesiam.
Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus:
per Christum Dóminum nostrum.
Qui, ascéndens super omnes cælos sedénsque ad déxteram tuam,
promíssum Spíritum Sanctum in fílios adoptiónis effúdit.
Quaprópter nunc et usque in sæculum,
cum omni milítia Angelórum,
devóta tibi mente concínimus,
clamántes atque dicéntes: Sanctus, Sanctus, Sanctus....



Ant. ad communionem
Cf. Ps 67,29-30
Confírma hoc, Deus, quod operátus es in nobis, a templo sancto tuo, quod est in Ierúsalem.

Post communionem
Sancti Spíritus, Dómine, corda nostra mundet infúsio, et sui roris íntima aspersióne fecúndet. Per Christum.

B

Ant. ad introitum
Cf. Jn 14,26 Jn 15,26
Cum vénerit Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem, dicit Dóminus.

Collecta
Mentes nostras, quæsumus, Dómine, Paráclitus qui a te procédit illúminet, et indúcat in omnem, sicut tuus promísit Fílius, veritátem. Qui tecum.

Oppure:
 Deus, cui omne cor patet et omnis volúntas lóquitur, et quem nullum latet secrétum, purífica per infusiónem Spíritus Sancti cogitatiónes cordis nostri, ut te perfécte dilígere, et digne laudáre mereámur. Per Dóminum.

Super oblata
Inténde, quæsumus, Dómine, spiritálem hóstiam altáribus tuis piæ devotiónis stúdio propósitam, et da fámulis tuis spíritum rectum, ut fides eórum hæc dona tibi concíliet, et comméndet humílitas. Per Christum.

PRÆFATIO II DE SPIRITU SANCTO
Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus:
Qui síngulis quibúsque tempóribus aptánda dispénsas,
mirísque modis Ecclésiæ tuæ gubernácula moderáris.
Virtúte enim Spíritus Sancti ita eam adiuváre non désinis,
ut súbdito tibi semper afféctu nec in tribulatióne supplicáre defíciat, 
nec inter gáudia grátias reférre desístat,
per Christum Dóminum nostrum.
Et ídeo, choris angélicis sociáti,
te laudámus in gáudio confiténtes: Sanctus, Sanctus, Sanctus ...

Ant. ad communionem
Jn 15,26 Jn 16,14
Spíritus qui a Patre procédit, ille me clarificábit, dicit Dóminus.

Post communionem
Dómine Deus noster, qui nos vegetáre dignátus es cæléstibus aliméntis, suavitátem Spíritus tui penetrálibus nostri cordis infúnde, ut, quæ temporáli devotióne percépimus, sempitérno múnere capiámus. Per Christum.

C

Ant. ad introitum
Lc 4,18
Spíritus Dómini super me, evangelizáre paupéribus misit me, dicit Dóminus.

Collecta
Deus, qui univérsam Ecclésiam tuam in omni gente et natióne sanctíficas, in totam mundi latitúdinem Spíritus tui dona defúnde, ut, quod in ipsis evangélicæ prædicatiónis exórdiis tua est operáta dignátio, nunc quoque per credéntium corda diffúndat. Per Dóminum.

Oppure:
Deus, cuius Spíritu régimur, cuius protectióne servámur, præténde nobis misericórdiam tuam, et exorábilis tuis esto supplícibus, ut in te credéntium fides tuis semper benefíciis adiuvétur. Per Dóminum.

Super oblata
Sacrifícia, Dómine, tuis obláta conspéctibus, ignis Spíritus sanctíficet, qui discipulórum Fílii tui corda succéndit. Qui vivit et regnat in sæcula sæculórum.

Præfatio: I de Spiritu Sancto vel II.

Ant. ad communionem
Cf. Ps 103,30
Emítte Spíritum tuum, et creabúntur, et renovábis fáciem terræ.

Post communionem
Hæc nobis, Dómine, múnera sumpta profíciant, ut illo iúgiter Spíritu ferveámus, quem Apóstolis tuis ineffabíliter infudísti.Per Christum.

martedì 22 maggio 2012

La Santa Sede scopre le carte: pubblicate ufficialmente le Norme per discernere le apparizioni

Con una prefazione nuova, scritta dal Prefetto della Dottrina della Fede, Card. Levada, la Santa Sede ha scelto finalmente di pubblicare con ufficialità le NORME PER PROCEDERE NEL DISCERNIMENTO DI PRESUNTE APPARIZIONI E RIVELAZIONI.
Sono state immesse ieri nel sito internet del Vaticano, ma sono quelle elaborate nel 1978: cioè, lo dobbiamo sempre ricordare e sottolineare, prima, ben prima, delle affermazioni intorno al presunto fenomeno di Medjugorje. Nessuno, quindi, potrà dire che sono state scritte apposta per screditare i veggenti o per opporsi ai fenomeni attuali. Perché è evidente che questa pubblicazione prelude al giudizio della "Commissione Ruini" atteso per il prossimo autunno.
C'era stata qualche mese fa una piccola discussione a proposito del significato di alcune di queste norme e del modo di intendere i termini latini che esprimono la valutazione sulla soprannaturalità degli eventi. Potete leggere qui qui, e qui per gli antefatti.

Il card. Levada dice praticamente che, a seguito della divulgazione di questo documento - vi ricordo che era coperto dal segreto pontificio -, per togliere dalla circolazione traduzioni non approvate (soprattutto in inglese), la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pensato bene di esporre in maniera ufficiale le cose come stanno, nelle principali lingue. La traduzione in italiano, da un rapido esame, mi sembra uguale a quella rivelata da Tornielli a febbraio.
Dopo aver citato i passi di Benedetto XVI sulla relatività dei messaggi e rivelazioni private, il cui contenuto deve essere sempre sottoposto e sottomesso alla Parola di Dio e al Magistero, senza indebite esagerazioni, conclude:
È viva speranza di questa Congregazione che la pubblicazione ufficiale delle Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni potrà aiutare l’impegno dei Pastori della Chiesa cattolica nell’esigente compito di discernimento delle presunte apparizioni e rivelazioni, messaggi e locuzioni o, più in generale, fenomeni straordinari o di presunta origine soprannaturale. Nel contempo si auspica che il testo possa essere utile anche ai teologi ed agli esperti in questo ambito dell’esperienza viva della Chiesa, che oggi ha una certa importanza e necessita di una riflessione sempre più approfondita.
Rimandando ad altro post questioni particolari e approfondimenti, come quella dei "frutti" e della loro valutazione, desidero solo far riflettere sul punto 2 della Nota preliminare, dove si fa corrispondere al giudizio constat de supernaturalitate la possibilità di autorizzare il culto o la devozione, e al giudizio non costat de supernaturalitate il proibire il culto o altre forme di devozione.
Medjugorje, a livello locale e di Conferenza episcopale, è stata per due volte oggetto del non constat de supernaturalitate, ma le conseguenze della mancata cautela, vigilanza e relativa obbedienza sono sotto gli occhi di tutti.

giovedì 17 maggio 2012

Giovedì dell'Ascensione: come si celebra nel luogo da dove Gesù partì per il cielo

Andiamo a vedere un servizio della TV dei Frati Minori di Terrasanta, girato lo scorso anno nel giorno dell'Ascensione, che a Gerusalemme si osserva nel giorno "giusto", cioè a 40 giorni dalla Pasqua, e nel luogo che la tradizione locale ha sempre considerato il punto da cui Gesù ascese al Padre:

mercoledì 16 maggio 2012

Festa francescana di Santa Margherita da Cortona


Oggi l'Ordine Francescano fa memoria, nel suo calendario proprio, di santa Margherita da Cortona, che papa Benedetto XIII definì una "novella Maddalena" in occasione della sua canonizzazione, avvenuta il 16 maggio 1728. Margherita nacque a Laviano (Perugia) nel 1247 e morì a Cortona nel 1297, il 22 febbraio (data in cui la commemora la Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, di cui è patrona, e il Martirologio Romano, in cui è così descritta: "Santa Margherita, fortemente scossa dalla morte del suo amante, lavò con una salutare vita di penitenza le macchie della sua giovinezza e, accolta nel Terz’Ordine di san Francesco, si ritirò nella mirabile contemplazione delle realtà celesti, ricolmata da Dio con superiori carismi. " ).
Visse, infatti, per tanti anni (oltre 17) come convivente di un nobile di Montepulciano, in frivolezze e vanità: "O Margherita, più vana delle vane, che ne sarà mai di te?" (Legenda I,3): così veniva apostrofata dalle sue amiche quando la vedevano adornarsi esageratamente. Dalla convivenza con Arsenio, segnata tra l'altro dalla sofferenza per non essere accettata dalla famiglia di lui, nacque a Margherita un figlio, ma ciò non valse a regolarizzare la situazione. Quando il convivente fu ucciso, Margherita scossa dalla tragedia e non più accolta dalla propria famiglia di origine, si fece penitente e terziaria francescana, per espiare la sua vita di peccato in contrasto con il comando di Cristo sul matrimonio. Si dette perciò alla preghiera, alla meditazione intensa della Passione del Signore, secondo la spiritualità francescana, senza però sottrarsi alle opere di misericordia, fondando un ospedale e una confraternita per il soccorso di ammalati e bisognosi. Visse inoltre in assoluta povertà, favorita da Dio di grazie straordinarie, di cui beneficiarono gli abitanti di Cortona.
Il corpo incorrotto di santa Margherita è conservato nella Basilica di Cortona, che da lei prende il nome, e racchiude anche il crocifisso ligneo del XIII secolo che tante volte parlò alla Santa.
Il video mostra i festeggiamenti dello scorso febbraio in onore di Margherita, tributatigli dai suoi concittadini acquisiti:


Per approfondire la vita e la spiritualità di Santa Margherita vedi qui

Oremus
Deus, qui non vis mortem peccatoris,
sed un magis convertatur et vivat,
concede propitius, ut sicut famulam tuam Margaritam
de perditionis semita
ad viam salutis misericorditer attraxisti,
ita nos, culparum vincuilis liberati,
pura tibi mente servire valeamus.
Per Dominum...

O Dio, che non vuoi la morte del peccatore, ma la sua conversione, come hai richiamato santa Margherita dalla via della perdizione a quella della salvezza, concedi anche a noi di liberarci dalle catene del peccato per dedicarci totalmente al tuo servizio. Per il nostro Signore...

domenica 13 maggio 2012

I bambini cantano per il Papa ad Arezzo la Laude alla Madonna di Petrarca

Non manca un tocco di preghiera in musica e poesia durante la visita di Benedetto XVI ad Arezzo. Nella sosta al Duomo di san Donato, nella cappella della Madonna del Conforto, il Papa è stato accolto dal canto di Giada Santucci, 13 anni, e Matteo Tavini, 12 anni, che hanno intonato la laude del Petrarca "Virgine bella che di sol sei vestita" secondo l'arrangiamento realizzato dal maestro Angelo Maffucci (la melodia - mi precisa Giovanni Vianini - è di Bartolomeo Tromboncino, del XV secolo).
Ho trovato la registrazione del momento, dalle telecamere della TV cattolica locale: Telesandomenico.
Ecco il canto che ha emozionato il Santo Padre:


Vi aggiungo qui il testo completo, tratto dal Canzoniere del Petrarca (CCCLXVI), di cui i ragazzi cantano la prima stanza:

Vergine bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sí, che 'n te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole:
ma non so 'ncominciar senza tu' aita,
et di Colui ch'amando in te si pose.
Invoco lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede:
Vergine, s'a mercede
miseria extrema de l'humane cose
già mai ti volse, al mio prego t'inchina,
soccorri a la mia guerra,
bench'i' sia terra, et tu del ciel regina.

Vergine saggia, et del bel numero una
de le beate vergini prudenti,
anzi la prima, et con piú chiara lampa;
o saldo scudo de l'afflicte genti
contra colpi di Morte et di Fortuna,
sotto 'l qual si trïumpha, non pur scampa;
o refrigerio al cieco ardor ch'avampa
qui fra i mortali sciocchi:
Vergine, que' belli occhi
che vider tristi la spietata stampa
ne' dolci membri del tuo caro figlio,
volgi al mio dubbio stato,
che sconsigliato a te vèn per consiglio.

Vergine pura, d'ogni parte intera,
del tuo parto gentil figliola et madre,
ch'allumi questa vita, et l'altra adorni,
per te il tuo figlio, et quel del sommo Padre,
o fenestra del ciel lucente altera,
venne a salvarne in su li extremi giorni;
et fra tutt'i terreni altri soggiorni
sola tu fosti electa,
Vergine benedetta,
che 'l pianto d'Eva in allegrezza torni.
Fammi, ché puoi, de la Sua gratia degno,
senza fine o beata,
già coronata nel superno regno.

Vergine santa d'ogni gratia piena,
che per vera et altissima humiltate
salisti al ciel onde miei preghi ascolti,
tu partoristi il fonte di pietate,
et di giustitia il sol, che rasserena
il secol pien d'errori oscuri et folti;
tre dolci et cari nomi ài in te raccolti,
madre, figliuola et sposa:
Vergina glorïosa,
donna del Re che nostri lacci à sciolti
et fatto 'l mondo libero et felice,
ne le cui sante piaghe
prego ch'appaghe il cor, vera beatrice.

Vergine sola al mondo senza exempio,
che 'l ciel di tue bellezze innamorasti,
cui né prima fu simil né seconda,
santi penseri, atti pietosi et casti
al vero Dio sacrato et vivo tempio
fecero in tua verginità feconda.
Per te pò la mia vita esser ioconda,
s'a' tuoi preghi, o Maria,
Vergine dolce et pia,
ove 'l fallo abondò, la gratia abonda.
Con le ginocchia de la mente inchine,
prego che sia mia scorta,
et la mia torta via drizzi a buon fine.

Vergine chiara et stabile in eterno,
di questo tempestoso mare stella,
d'ogni fedel nocchier fidata guida,
pon' mente in che terribile procella
i' mi ritrovo sol, senza governo,
et ò già da vicin l'ultime strida.
Ma pur in te l'anima mia si fida,
peccatrice, i' no 'l nego,
Vergine; ma ti prego
che 'l tuo nemico del mio mal non rida:
ricorditi che fece il peccar nostro,
prender Dio per scamparne,
humana carne al tuo virginal chiostro.

Vergine, quante lagrime ò già sparte,
quante lusinghe et quanti preghi indarno,
pur per mia pena et per mio grave danno!
Da poi ch'i' nacqui in su la riva d'Arno,
cercando or questa et or quel'altra parte,
non è stata mia vita altro ch'affanno.
Mortal bellezza, atti et parole m'ànno
tutta ingombrata l'alma.

Vergine sacra et alma,
non tardar, ch'i' son forse a l'ultimo anno.
I dí miei piú correnti che saetta
fra miserie et peccati
sonsen' andati, et sol Morte n'aspetta.

Vergine, tale è terra, et posto à in doglia
lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne
et de mille miei mali un non sapea:
et per saperlo, pur quel che n'avenne
fôra avenuto, ch'ogni altra sua voglia
era a me morte, et a lei fama rea.
Or tu donna del ciel, tu nostra dea
(se dir lice, e convensi),
Vergine d'alti sensi,
tu vedi il tutto; e quel che non potea
far altri, è nulla a la tua gran vertute,
por fine al mio dolore;
ch'a te honore, et a me fia salute.

Vergine, in cui ò tutta mia speranza
che possi et vogli al gran bisogno aitarme,
non mi lasciare in su l'extremo passo.
Non guardar me, ma Chi degnò crearme;
no 'l mio valor, ma l'alta Sua sembianza,
ch'è in me, ti mova a curar d'uom sí basso.
Medusa et l'error mio m'àn fatto un sasso
d'umor vano stillante:
Vergine, tu di sante
lagrime et pïe adempi 'l meo cor lasso,
ch'almen l'ultimo pianto sia devoto,
senza terrestro limo,
come fu 'l primo non d'insania vòto.

Vergine humana, et nemica d'orgoglio,
del comune principio amor t'induca:
miserere d'un cor contrito humile.
Che se poca mortal terra caduca
amar con sí mirabil fede soglio,
che devrò far di te, cosa gentile?
Se dal mio stato assai misero et vile
per le tue man' resurgo,
Vergine, i' sacro et purgo
al tuo nome et penseri e 'ngegno et stile,
la lingua e 'l cor, le lagrime e i sospiri.
Scorgimi al miglior guado,
et prendi in grado i cangiati desiri.

Il dí s'appressa, et non pòte esser lunge,
sí corre il tempo et vola,
Vergine unica et sola,
e 'l cor or coscïentia or morte punge.
Raccomandami al tuo figliuol, verace
homo et verace Dio,
ch'accolga 'l mïo spirto ultimo in pace.

Fatima: in diretta dal Santuario. Webcam sulla "capelina"

Anche il Santuario di Fatima, da qualche tempo, ha ceduto al fascino della comunicazione elettronica, e ha piazzato una webcam nel luogo più venerato del complesso: la cappellina voluta dalla Madonna, intorno alla quale, in ginocchio, i devoti compiono i loro giri di espiazione, penitenza o ringraziamento per il miracolo ricevuto.
Oggi, 13 maggio, vi apro una finestra sul Santuario del Cuore Immacolato di Maria, con allegato il programma che può essere seguito nelle varie ore del giorno.
Buon pellegrinaggio virtuale!


IN DIRETTA DAL SANTUARIO DELLA MADONNA DI FATIMA



GIORNO 13

Dalle ore 00.00 alle ore 07.00 Veglia di preghiera.

00.00 h alle 02.00 h - Adorazione Eucaristica

07.00 h - Processione Eucaristica.

09.10 h - Rosario internazionale nella Cappellina.

10.00 h - Funzione liturgica finale: Concelebrazione solenne, benedizione degli ammalati, processione e canto finale dell´Addio.


Celebrazioni in ALTRE LINGUE durante la settimana e nei giorni festivi

08:00 - Messa, in italiano, nella Cappellina (Lunedi a Sabato)

09:00 - al Giovedì, Santa Messa internazionale nella Cappellina

10:00 - ROSARIO INTERNAZIONALE nella Cappellina. (Sabato e Domenica).

11:00 - Messa (Da lunedì al Venerdì in Basilica, Sabato, nella Chiesa della SS. Trinità. Domenica, Area di Preghiera, segue la processione dell'Addio.)

15:30 - Messa, in Inglese, nella Cappella delle apparizioni (da lunedì a venerdì).

19:15 - Messa in spagnolo nella Cappella delle apparizioni.

21:30 - ROSARIO INTERNAZIONALE nella Cappellina.

Altre informazioni per i giorni feriali le trovate qui

Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria

Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra, al Tuo Cuore Immacolato noi ci consacriamo, in atto di totale abbandono ai Signore.
Da Te saremo condotti a Cristo. Da Lui e con Lui saremo condotti ai Padre.
Cammineremo alla luce della fede e tutto faremo perché il mondo creda che Gesu Cristo è l'Inviato dal Padre.
Con Lui noi vogliamo portare l'Amore e la Salvezza fino ai confini del mondo.
Sotto la protezione dei Tuo Cuore Immacolato, saremo un solo Popolo con Cristo. Saremo testimoni della Sua risurrezione. Da Lui saremo condotti al Padre, a gloria della Santissima Trinità, che adoriamo, lodiamo e benediciamo. Amen.

giovedì 10 maggio 2012

Santa Ildegarda finalmente proclamata santa

Sembra un titolo contraddittorio ma è proprio quello che Papa Benedetto ha fatto e di cui oggi viene data notizia.
Il Papa ha esteso alla Chiesa Universale il culto liturgico in onore di Santa Ildegarda di Bingen, monaca benedettina tedesca vissuta nel dodicesimo secolo, iscrivendola nel catalogo dei Santi. La mistica tedesca Ildegarda era già venerata come Santa dalla Chiesa, anche se il processo di canonizzazione non era mai giunto a compimento: il Papa, che ora la iscrive ufficialmente nel catalogo dei Santi, le aveva dedicato due intense catechesi nel settembre del 2010.

Così la presenta il Martirologio Romano, in cui il suo nome già compare, nonostante la mancanza del sigillo papale arrivato solo oggi:
17 settembre: Nel monastero di Rupertsberg vicino a Bingen nell’Assia, in Germania, santa Ildegarda, vergine, che, esperta di scienze naturali, medicina e di musica, espose e descrisse piamente in alcuni libri le mistiche contemplazioni, di cui aveva avuto esperienza.

La grande badessa di Bingen (1098-1179), la più anticonformista e geniale delle monache del XII sec., giunge anche formalmente alla gloria degli altari, proprio mentre le attempate suore americane (ma non solo) sono nel bel mezzo di una disputa con il Vaticano, a proposito delle loro convinzioni di fede ed espressioni teologiche.

Anche Ildegarda ebbe non pochi contrasti con il clero della sua epoca, eppure già allora la Chiesa valutava con deferenza la sua cultura e la sua conoscenza mistica, tanto che la nostra monaca poteva corrispondere con San Bernardo di Chiaravalle, suo contemporaneo, e lo stesso papa Eugenio III leggeva gli scritti di lei e li citava in pubblico. Questa monaca si occupava non solo del Sacro Sapere, della teologia insomma (sia dogmatica che morale), ma pure di scienze naturali, di filosofia, poesia e soprattutto musica, lasciando alcune bellissime composizioni. Ma scrisse pure di medicina, e  - con una libertà che sconcerta chi pensa al cliché dell'oscuro medioevo - anche di fisiologia femminile.

Si definisce, nel titolo di una sua opera capitale: "Simplex Homo": semplice essere umano, non usava l'appellativo "mulier". Anzi talvolta usa l'aggettivo muliebre in senso spregiativo, ma questo è un portato della sua epoca che a volte lei stessa definisce un tempo debole ed effemminato. L'intero corpus degli scritti di Ildegarda di Bingen è conservato nel volume 179 della biblioteca del Migne, unica voce femminile incastonata in uno sterminato numero di tomi di autori maschili (trovate tutto online a questo link)

Compose pure un esorcismo, da far pronunciare a sette sacerdoti, che comunque non riuscirono nell'intento di liberare la povera Sigewize dal demone che la ottenebrava. Solo anni dopo, per le preghiere e i digiuni di Ildegarda, delle monache e monaci e laici della sua abbazia, finalmente la notte di Pasqua del 1169, dopo anni di tormenti, il demonio lascio la sventurata Sigewize, nel frattempo detenuta nell'abbazia stessa, e la donna liberata rimase poi, volontariamente, per il resto della vita, come conversa a Bingen.

Comunque sia, questa santa tedesca ha in comune con l'attuale papa germanico il desiderio della purificazione della Chiesa, lo splendore della sposa di Cristo troppo spesso contaminato da clero e laici che non aspirano alla gloria celeste quanto a quella mondana. Ildegarda vive e lavora fino a tarda età, continuando a sognare una Chiesa formata tutta di "corpi brillanti di purezza e anime di fuoco", come le sono apparsi in una visione; e liberata dall’inquinamento di altri cristiani che le sono pure apparsi: "corpi ripugnanti e anime infette"... I suoi Carmina contengono parecchie espressioni poetiche sulla Chiesa, e di sicuro piacciono a Benedetto: lui che si è definito "l'umile lavoratore nella Vigna del Signore", sa di certo che Santa Ildegarda vedeva "il fumo nella Vigna", fumo satanico da cacciare dalla Chiesa, sempre bisognosa di riforma e purificazione.

Di seguito una sequenza alla Vergine Maria: testo e musica della nuova, antica, Santa Ildegarda, composta dopo il 1140. Un grazie particolare al prof. Volpato di Roma che mi suggerito alcune correzioni al testo che avevo trascritto un po' in fretta.


O Virga, ac diadema
Purpure regis
Que es in clausura tua
Sicut lorica.

Tu frondens floruisti
In alia vicissitudine
Quam Adam omne genus
Humanum produceret.

Ave, ave, de tuo ventre
Alia vita processit
Quam Adam filios suos
Denudaverat.

O Flos, tu non germinasti
De rore
Nec de guttis pluvie
Nec aer de super te volavit
Sed divina claritas
In nobilissima Virga
Te produxit.

O Virga, floriditatem tuam
Deus in prima die
Creature sue previderat
Et de verbo suo
Auream materiam
O Laudabilis, Virgo fecit.

Un altro bellissimo canto di questa Santa musicista, corredato dalla visione del Codice che lo contiene:


Caritas abundat in omnia, de imis excellentissima super sidera, atque amantissima in omnia, quia summo Regi osculum pacis dedit.

giovedì 3 maggio 2012

La tomba di san Filippo e le devozioni dei pellegrini antichi: le abluzioni con l'acqua per i malati e il "pane del santo"

La Basilica dei SS. Apostoli, Curia Generale dei Frati Minori Conventuali,
dove riposano le reliquie di san Filippo e Giacomo minore
Riporto alcune parti dell'intervista che Renzo Allegri ha fatto all'archeologo Francesco D'Andria, scopritore presso l'antica Hierapolis (Asia Minore) della tomba dell'apostolo san Filippo che oggi celebriamo. Ci mostra uno spaccato della vita dei primi secoli della Chiesa, compresa la devozione ai santi apostoli, ai loro miracoli (oltre che al loro insegnamento), e ai luoghi della sepoltura come santuari. Questa intervista ci rivela l'origine antichissima, almeno a partire dalla generazione seguente gli apostoli, delle pratiche devozionali che resistono fino ad oggi nella Chiesa: i bagni nell'acqua del santuario a scopo taumaturgico, il ricevere un pane speciale, come segno di benedizione e di sostentamento per i pellegrini (Filippo è uno dei protagonisti della moltiplicazione dei pani: cf Gv 6,5-7). Abbiamo qui un impressionante segno della tradizione che lega ciò che ancora facciamo, con la Chiesa dei primi secoli.
Trovate l'intero testo qui su Zenit. There is also an english translation here.
tomba dell'Apostolo Filippo
La scoperta della Tomba dell'Apostolo Filippo e del suo santuario a Hierapolis.

Professor Francesco D’Andria: Dopo la morte di Gesù, gli apostoli si dispersero in giro per il mondo per diffondere il Messaggio evangelico. E secondo la tradizione e antichi documenti scritti dei Santi Padri, sappiamo che Filippo svolse la sua missione in Scizia, nella Lidia, e, negli ultimi anni della sua vita, a Hierapolis, in Frigia. Policrate, che verso la fine del secondo secolo era vescovo di Efeso, in una lettera scritta a Papa Vittore I, ricorda i personaggi importanti della propria Chiesa, tra cui gli apostoli Filippo e Giovanni. Di Filippo dice: ‘Fu uno dei dodici apostoli e morì a Hierapolis, come due delle sue figlie che invecchiarono nella virginità…. Altra sua figlia… fu sepolta in Efeso.
Tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che queste informazioni di Policrate sono assolutamente attendibili. La Lettera, che risale a circa il 190 dopo Cristo, cento anni dopo la morte di Filippo, è un documento fondamentale per i rapporti tra la Chiesa Latina e la Chiesa Greca. Riguarda la disputa sulla data della celebrazione della Pasqua. E in quella lettera, Policrate, che era il patriarca della Chiesa Greca,. rivendica la nobiltà delle origini della Chiesa nell’Asia affermando che come a Roma ci sono i trofei (i resti mortali) di Pietro e Paolo, nell’Asia ci sono le tombe degli apostoli Filippo e Giovanni. Inoltre, da quella lettera veniamo a sapere che Filippo trascorse gli ultimi anni della sua vita a Hierapolis, con due delle sue tre figlie, che certamente lo aiutavano nella sua opera di evangelizzatore. Eusebio da Cesarea, nella sua ‘Storia Ecclesiastica’, riferisce che Papia, che fu vescovo di Hierapolis all’inizio del terzo secolo, conobbe le figlie di Filippo e da esse apprese particolari importanti riguardanti la vita dell’apostolo, tra i quali anche il racconto di un miracolo strepitoso: la risurrezione di un morto.

Si sa come e quando l’apostolo Filippo morì?
Professor Francesco D’Andria: La maggior parte degli antichi documenti affermano che Filippo morì a Hierapolis, nell’anno 80 dopo Cristo, quando aveva circa 85 anni. Morì martire per la sua fede, crocifisso a testa in giù come San Pietro. Venne quindi sepolto a Hierapolis. Nell’antica necropoli di quella città fu trovata una iscrizione che accenna a una chiesa dedicata a San Filippo. In una data non precisata, il corpo di Filippo venne portato a Costantinopoli per sottrarlo al pericolo di profanazione da parte dei barbari. E nel sesto secolo, sotto Papa Pelagio I, trasferito a Roma e sepolto, insieme all’apostolo Giacomo, in una chiesa appositamente edificata per loro. La Chiesa, che si chiamava ‘Dei santi Giacomo e Filippo’, di stile bizantino, nel 1500 venne trasformata in una magnifica chiesa rinascimentale che è quella attuale che si chiama ‘Dei santi apostoli’.
la Tomba di Filippo e Giacomo nella basilica romana dei Santi Apostoli
E dove diresse le sue ricerche?
Professor Francesco D’Andria: I miei collaboratori ed io abbiamo studiato attentamente una serie di foto satellitari della zona, e le ricognizioni di un gruppo di bravi topografi del CNR-IBAM diretti da Giuseppe Scardozzi, e abbiamo capito che il Martyrion, la chiesa ottagonale, era il centro di un complesso devozionale ampio e articolato. Abbiamo identificato una grande strada processionale che portava i pellegrini dalla città fino alla chiesa ottagonale, il Martyrion in cima alla collina; i resti di un ponte che permetteva ai pellegrini di oltrepassare una valle dove scorreva un torrente; abbiamo visto che ai piedi della collina partiva una ‘gradonata’ in travertino, cioè una scalinata costituita da ampi scalini in pendenza, che portava alla sommità. All’inizio della ‘gradonata’, abbiamo identificato un altro edificio ottagonale, che non si vedeva in superficie, ma solo delle foto satellitari. Abbiamo scavato intorno a quell’edificio e ci siamo resi conto che era un complesso termale: i pellegrini che arrivavano a Hierapolis per rendere omaggio al corpo di San Filippo, prima di raggiungere il ‘Martyrion’ sulla collina, dovevano purificarsi. Anche per ragioni igieniche perché i viaggi che affrontavano erano massacranti.
Questa è stata una scoperta illuminante che ci ha fatto capire che l’intera collina era adibita a un percorso di pellegrinaggio con varie tappe. Continuando i nostri scavi, abbiamo trovato un’altra scalinata che arrivava direttamente all’Martyrion, e sullo spiazzo, accanto al Martyrion, c’era una fontana dove i pellegrini facevano altre abluzioni con l’acqua, e lì vicino, un piccolo pianoro, proprio di fronte al Martyrion, dove si vedevano delle tracce di edifici. Il professor Verzone non aveva osato affrontare uno scavo in quella zona perché era un’immane cumulo di pietre. Nel 2010 abbiamo iniziato a fare un po’ di pulizia e sono venuti alla luce elementi di estrema importanza.
il Martyrion dell'apostolo
Tipo?
Professor Francesco D’Andria: Un architrave di marmo di un ciborio con un monogramma sul quale si leggeva il nome di Teodosio. Io ho pensato che fosse il nome dell’imperatore e quindi quell’architrave permetteva la datazione della chiesa martiriale tra il IV e il V secolo. Poi, piano piano abbiamo trovato tracce di un’abside. Scavando e pulendo è venuta alla luce la pianta di una grande chiesa. Mentre il Martyrion era a pianta ottagonale, questa era a pianta basilicale, con tre navate. Chiesa stupenda, con capitelli in marmo, raffinate decorazioni, croci, transenne traforate, fregi, tralci vegetali, palme stilizzate all’interno di nicchie e un pavimento centrale realizzato a intarsi marmorei con motivi geometrici a colori: tutto riferibile al quinto secolo, cioè l’età dell’altra chiesa, il Martyrion. Però, al centro di questa meravigliosa costruzione che ci entusiasmava e ci commuoveva, c’era un qualche cosa di sconcertante che ci teneva con il fiato sospeso.

Ed era?
Professor Francesco D’Andria: Una tipica tomba romana risalente al primo secolo dopo Cristo. La sua presenza poteva, in un certo senso, essere giustificata dal fatto che in quella zona, prima che i cristiani costruissero il santuario protobizantino, vi era una necropoli romana. Ma esaminando bene la sua posizione, abbiamo constatato che quella tomba romana si trovava al centro della chiesa. Quindi, la chiesa, nel V secolo, era stata costruita proprio ‘intorno’ a quella tomba romana pagana, per proteggerla, perché quella tomba era evidentemente importantissima. E abbiamo subito pensato che forse quella poteva essere la tomba dove era stato messo il corpo di San Filippo dopo la morte.

E avete trovato conferme a questa supposizione?
Professor Francesco D’Andria: Certamente. Nell’estate del 2011 abbiamo affrontato uno scavo in estensione nella zona di questa chiesa con il coordinamento di Piera Caggia, ricercatrice archeologa dell’IBAM-CNR, e sono emersi elementi straordinari che hanno pienamente confermato le nostre supposizioni. La tomba era inglobata in una struttura sulla quale vi è una piattaforma raggiungibile attraverso una scala di marmo. I pellegrini, entrando dal nartece, il vestibolo esterno alla chiesa, salivano nella parte superiore della tomba, dove vi era un luogo per la preghiera e scendevano dal lato opposto. E abbiamo visto che le superfici marmoree dei gradini di quelle scale marmoree sono completamente consunti dal passaggio di migliaia e migliaia di persone. Quindi, la tomba riceveva un tributo straordinario di venerazione.
Sulla facciata della tomba, intorno all’entrata, si vedono dei fori di chiodi che certamente servivano per sostenere una chiusura metallica applicata. Inoltre, vi sono degli incassi ricavati sul pavimento che fanno pensare a una ulteriore porta in legno: tutti accorgimenti che indicano come in quella tomba vi era un tesoro inestimabile, cioè il corpo dell’apostolo.
E sulla facciata, sui muri ci sono numerosi graffiti con croci che hanno in qualche modo sacralizzato la tomba pagana.
Scavando accanto alla tomba, abbiamo trovato delle vasche d’acqua per immersione individuali, che certamente servivano per le guarigioni. I pellegrini ammalati, dopo aver venerato la tomba, venivano immersi in quelle vasche, proprio come si fa a Lourdes.
Ma la conferma principale, direi matematica, che attesta senza ombra di dubbi che quella costruzione è veramente la tomba di San Filippo, viene da un piccolo oggetto che si trova in un museo di Richmond negli Stati Uniti. Un oggetto sul quale ci sono delle immagini che prima d’ora non si riusciva a decifrare pienamente, mentre ora hanno un significato solare.

Di che oggetto si tratta?
Professor Francesco D’Andria: E’ un sigillo in bronzo di circa dieci centimetri di diametro (vedi qui), che serviva per autenticare il pane di San Filippo da distribuire ai pellegrini. Sono state trovate delle icone che rappresentano San Filippo con in mano un grosso pane. C’era anche allora il pane di San Filippo, come oggi c’è ancora il pane di Sant’Antonio. E questo pane, per distinguerlo dal pane comune, veniva marchiato con quel sigillo in modo che i pellegrini sapessero che si trattava di un pane speciale, da conservare con devozione.
Come ho detto, su quel sigillo ci sono delle immagini. Vi è la figura di un santo con il mantello del pellegrino e una inscrizione che dice ‘San Filippo’. Sul bordo scorre il ‘trisaghion’ in greco: antica frase di lode a Dio: ‘Agios o Theos, agios ischyros, agios athanatos, eleison imas’ (Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi). Tutti gli specialisti di storia bizantina che conoscono quel sigillo hanno sempre detto che proveniva da Hierapolis. Ma la cosa più straordinaria, sta nel fatto che la figura del santo è rappresentata tra due edifici: quello alla sinistra, è coperto da una cupola, e si capisce che rappresenta il ‘Martyrion’ ottagonale; quello alla destra del santo, ha un tetto a due spioventi come il tetto della chiesa a tre navate che ora noi abbiamo scoperto. Tutti e due gli edifici sono alla sommità di una scalinata. Sembra proprio che si tratti di una fotografia del complesso esistente allora intorno alla tomba di San Filippo. Una fotografia scattata nel secolo VI. Inoltre, la chiesa con il tetto spiovente, nell’immagine del sigillo ha un elemento emblematico: una lampada appesa all’ingresso, tipico segno che serviva a indicare il sepolcro di un santo. Quindi, già in quel sigillo si indica che la tomba si trovava nella chiesa basilicale e non nel Martyrion.
il sigillo per il pane descritto nell'intervista

martedì 1 maggio 2012

Il Figlio del carpentiere e carpentiere lui stesso. San Giuseppe e il lavoro

Nel Vangelo di Marco (6,3) troviamo che Gesù è chiamato "il carpentiere", "il falegname". Matteo 13,55 però, nel passo parallelo ci informa che i paesani di Gesù si chiedevano: "Non è egli forse il figlio del carpentiere?" (CEI 1974) oppure: "Non è costui il figlio del falegname?" (CEI 2008). Solo Luca aggiunge il nome: "Non è costui il figlio di Giuseppe". Sommando questi dati i cristiani hanno sempre conosciuto il lavoro dell'artigiano Giuseppe, sposo della Vergine Maria e Padre putativo del Salvatore. La festa in onore di san Giuseppe artigiano o lavoratore (opifex) è certo di recente istituzione. Anche le immagini che ritraggono il padre di Gesù al lavoro nella sua bottega non risalgono a prima del XV secolo. Ma una chiarissima indicazione del lavoro di Giuseppe l'abbiamo fin dal V secolo, nella formella che decora la copertina di evangeliario in avorio conservata a Milano (vedi foto a sinistra e ingrandimento sotto). Vi troviamo la scena della Natività, e sulla sinistra Giuseppe con una sega vicino alla gamba: inequivocabile strumento della sua professione.

La festa del primo maggio così è presentata dal Martirologio Romano: 
San Giuseppe lavoratore, che, falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro alle necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la festa del lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono.

La festa odierna si innesta su quella detta "del Patrocinio di San Giuseppe" (estesa nel 1847 alla Chiesa universale da Pio IX), e fu voluta esplicitamente da Pio XII nel 1955, per "cristianizzare" il giorno festivo dedicato ai lavoratori. Già papa Leone XIII, molto attento alla questione operaia, aveva dedicato - prima volta nella storia - al Santo Falegname di Nazareth un'enciclica: la Quamquam pluries.
Tutti i papi del '900 additarono Giuseppe come esempio per i lavoratori, senza mai dimenticare la sua speciale protezione sugli operai, artigiani e su ogni lavoro, in qualunque genere: Angelo Giuseppe Roncalli, che volle essere consacrato vescovo il 19 marzo, onorava in san Giuseppe il patrono dei diplomatici. Tanta era la sua devozione per lo Sposo di Maria che non esitò, eletto papa (Giovanni XXIII), a inserirlo nel Canone della Messa, modificando il venerabile testo che nessun suo predecessore aveva mai osato toccare.

Alla protezione di San Giuseppe affidiamo oggi tutti coloro che hanno perso il lavoro e lo cercano con ansia e speranza per provvedere alle necessità delle loro famiglie in questi tempi così difficili.

Preghiamo con l'inno proprio delle lodi del 1° di Maggio: Aurora solis nuntia, che potete ascoltare qui con la musica gregoriana degli inni mariani.

Auróra solis núntia,
mundi labóres éxcitans,
fabri sonóram málleo
domum salútat Názaræ.

Salve, caput domésticum,
sub quo supérnus Artifex,
sudóre salso róridus,
exércet artem pátriam.

Altis locátus sédibus
celsæque Sponsæ próximus,
adésto nunc cliéntibus,
quos vexat indigéntia.

Absíntque vis et iúrgia,
fraus omnis a mercédibus,
victus cibíque cópiam
mensúret una párcitas.

Sit Trinitáti glória,
quæ, te precánte, iúgiter
in pace nostros ómnium
gressus viámque dírigat. Amen.
L’aurora preannunziatrice del sole,
che chiama l’uomo al lavoro,
saluta la casa di Nazareth,
risuonante del martello dell'artigiano.

Salve, o Capo di famiglia,
sotto la cui guida il supremo Creatore,
bagnato di salso sudore,
esercita l’arte paterna.

Or che abiti nell’alto dei cieli
vicino all’inclita Sposa,
soccorri i fedeli,
che l’indigenza molesta.

La violenza e le liti siano allontanate,
ogni frode sia eliminata dalla mercede,
una sola sobrietà regoli
l’abbondanza del cibo e della vita.

Sia gloria alla Trinità,
che, per le tue preghiere,
diriga  i passi e la via di  noi tutti
sempre nella pace.   Amen.


lunedì 16 aprile 2012

16 aprile: Memoria di Santa Bernadette Subirous, la veggente di Lourdes

Il Martirologio Romano, alla pagina odierna, riporta:

A Nevers sempre in Francia, santa Maria Bernarda Soubirous, vergine, che, nata nella cittadina di Lourdes da famiglia poverissima, ancora fanciulla sperimentò la presenza della beata Maria Vergine Immacolata e, in seguito, preso l’abito religioso, condusse una vita di umiltà e nascondimento.

Era il 16 aprile 1879. Bernadette aveva appena 35 anni.
Notate le ultime parole del ricordo del Martirlogio: "condusse una vita di umiltà e nascondimento". Non sono lì a caso, e paiono mettere in luce il comportamento di chi davvero ha fatto esperienza del misterioso contatto con la Vergine Maria. Questo tratto è comune a Berbardette e a Lucia di Fatima: lasciare i riflettori e i flash e i microfoni di Radio e TV, per nascondesi al mondo e vivere nascoste in Cristo. 
La Madonna, ci insegna Bernadette, non ha bisogno di pubblicità, e tantomeno di veggenti che continuano a girare il mondo con visioni "programmate" e ad affermare che proprio la Vergine di Nazareth vuole che "tutti credano alle sue apparizioni", sacerdoti compresi. Nemmeno la Chiesa pretende tanto per quelle che comunque restano sempre "rivelazioni private".

Le veggenti "riconosciute" dalla Chiesa non hanno costruito alberghi, non hanno "promosso" le loro visioni, non hanno dato avvio ad associazioni per raccogliere fondi. Solo obbedienza alla Chiesa e nascondimento al mondo. Dopo aver incontrato il soprannaturale non avevano più interesse per queste cose, pur buone, ma non più per loro. Che differenza con attuali esperienze che tante folle italiane attirano ad una parrocchia che vuol farsi passare per Santuario senza esserlo.

Oggi, dunque, ci rivolgiamo con fiducia alla giovane Santa di Lourdes, perché porti luce e consiglio ai tanti cristiani che, in barba alle indicazioni della Chiesa, elevano a eccessiva gloria mondana altri sedicenti veggenti senza approvazione. Il Signore mostri la sua verità, e permetta a quanti sono vittime inconsapevoli di inganni di vederla.

sabato 14 aprile 2012

La fede di Tommaso e la misericordia di Gesù

Sant'Antonio mette in relazione le cicatrici nelle mani di Gesù risorto, mostrate all'incredulo Tommaso per accendere il lui la fede, con il passo di Isaia "Ti ho disegnato nelle mie mani". Unisce così il simbolo della risurrezione con il segno della mano trafitta di Cristo sulla Croce: 
«Otto giorno dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi!» (Gv 20,26). ...
«Disse poi a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato: e non essere più incredulo, ma credente. Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio! Gesù gli disse: Perché mi hai veduto, hai creduto. Beati quelli che, pur non avendo visto, hanno creduto» (Gv 20,27-29).
    Dice il Signore per bocca di Isaia: «Io ti ho disegnato nelle mie mani» (Is 49,16). Osserva che per scrivere sono necessarie tre cose: carta, inchiostro e penna. Le mani di Cristo furono la carta, il suo sangue l'inchiostro e i chiodi la penna. Cristo dunque ci disegnò nelle sue mani per tre ragioni. Primo, per mostrare al Padre le cicatrici delle piaghe che aveva subìto per noi, e indurlo così alla misericordia. Secondo, per non dimenticarsi mai di noi, e perciò egli stesso dice per bocca di Isaia: «Può forse una donna dimenticare il suo bambino, e non aver più pietà del figlio del suo grembo? Ma anche se essa si dimenticherà, io non mi dimenticherò di te. Ecco, io ti ho disegnato nelle mie mani» (Is 49,15-16). Terzo, scrisse nelle sue mani come noi dobbiamo essere e che cosa dobbiamo credere. Non essere dunque incredulo, o Tommaso, o cristiano, ma credente! «Esclamò Tommaso: Mio Signore e mio Dio!», ecc. Rispondendogli, il Signore non disse: Perché hai toccato, ma «perché hai veduto», perché la vista è in qualche modo un senso generale, che di solito è di aiuto agli altri quattro. Dice la Glossa: Forse non osò toccare, ma guardò solamente, o forse anche guardò toccando. Vedeva e toccava un uomo, e al di là di questo, eliminato ogni dubbio, credette che era Dio, professando così ciò che non vedeva. «Tommaso, hai veduto me» uomo, «e hai creduto» me Dio.
Antonio di Padova, Sermoni, Ottava di Pasqua §11


mercoledì 11 aprile 2012

Il Commento di Giovanni Paolo II alla sequenza "Victimae Paschali"

Per conoscere e meglio apprezzare la Sequenza pasquale, che troppo poco si ascolta nelle nostre Messe dell'Ottava di Pasqua, perché è diventata - ahimé - facoltativa. Ecco qui l'interessante messaggio Urbi et Orbi preparato da Giovanni Paolo II nel 1987, dove fa il commento al testo venerabile di Wipo di Burgundia (XI sec.).

COMMENTO ALLA SEQUENZA DI PASQUA 
del Beato Papa Giovanni Paolo II
(19 aprile 1987 fonte: qui)

1. “Victimae paschali laudes immolent christiani”.
Alla vittima pasquale la lode e la gloria! 
Cristiani, uniamoci in questo inno!
Cristiani di Roma e del mondo!
Uniamoci nell’adorazione della Vittima pasquale,
nell’adorazione dell’Agnello immolato,
nell’adorazione del Signore risorto!

2. Agnus redemit oves”:
“L’agnello ha redento il suo gregge,
l’innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre”. 

Ecco Cristo! Ecco il nostro Redentore! Il Redentore del mondo!
Ha donato la sua vita per le pecore.
Uniamoci nell’adorazione di questa morte
che ci porta la vita,
perché l’amore è più potente della morte:
ecco, la morte accettata per amore vince la morte!
Ecco, la morte accettata per amore
rivela Dio, che è l’amante della vita,
il quale vuole che noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cf. Gv 10, 10)
- che abbiamo la vita stessa che è in lui.
Alla Vittima pasquale la massima gloria e la lode più alta!
Nella sua morte è la riconciliazione col Padre.
Questa è la riconciliazione dei peccatori con Dio
la riconciliazione dell’uomo, il quale a causa del peccato muore a Dio
e non ha più in sé la vita che è in Dio e solo in Dio.
Soltanto in Dio.
La morte di Cristo è un nuovo inizio.
L’inizio della vita che non ha fine.
Non ha fine, perché è da Dio e in Dio.
Mentre la creatura muore, Dio vive!
Quando muore Cristo, tutto il creato rinasce.
Sii benedetta, morte vivificante! Benedetto il giorno che ci è stato dato dal Signore.

3. Sii benedetto Cristo, Figlio del Dio vivente!
Sii benedetto Figlio dell’uomo, Figlio di Maria,
benedetto, perché sei entrato nella storia dell’uomo e del mondo,
fino ai confini della morte:
Mors et vita duello conflixere mirando”:
“Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa”. 

Sì. La storia dell’uomo e del mondo è segnata dal mistero della morte,
segnata col marchio del morire - da un capo all’altro.
Hai preso questo marchio su di te, Figlio eternamente generato,
Figlio consustanziale al Padre: vita da vita,
e l’hai portato attraverso i confini della morte, che grava sulla creazione,
attraverso i confini della nostra morte umana,
per rivelare in essa lo Spirito che dà la vita.

4. Noi tutti che veniamo nel mondo portando la morte con noi,
noi che nasciamo dalle nostre madri terrene
segnati dalla ineluttabilità del morire,
viviamo della potenza dello Spirito.
E nella potenza di questo Spirito, che ci è dato dal Padre,
per opera della tua morte, o Cristo,
attraversiamo i confini della morte che è in noi
e ci innalziamo dal peccato alla vita
rivelata nella tua risurrezione!
Tu sei il Signore della vita, tu, consustanziale al Padre,
che è la stessa vita, insieme con te,
nello Spirito Santo che è l’amore stesso
- e proprio l’amore è vita!
Nella tua morte, o Cristo, la morte è apparsa inerme
di fronte all’amore. E la vita ha vinto.
Mors et vita duello conflixere mirando.
Dux vitae mortuus, regnat vivus”.

5. Tu, che sei il Risorto e “regni vivo” per sempre,
resta accanto all’uomo,
all’uomo di oggi
che la morte col suo fascino tenebroso
in mille modi tenta ed insidia.
Concedi che egli riscopra la vita come dono
che in ogni sua manifestazione rivela l’amore del Padre:
quando si riversa nei rinati dal fonte battesimale,
o zampilla in ogni fibra del corpo
che si muove, respira, gioisce;
quando si dispiega nella multiforme varietà degli animali,
o riveste la terra di alberi, di erbe, di fiori.
Ogni forma di vita ha nel Padre tuo l’inesauribile sorgente.
Da lui fluisce senza sosta
e a lui infallibilmente ritorna:
a lui, munifico datore di ogni dono perfetto (cf. Gc 1, 17).

6. In Dio ha origine in modo singolare
la vita dell’essere umano,
che egli stesso modella a sua immagine quando sboccia
nel seno materno.
Non s’estingua nell’uomo contemporaneo
la meraviglia riverente per il mistero d’amore
che ne avvolge l’ingresso nel mondo!
Ti preghiamo, Signore dei vivi!
Fa’ che l’uomo dell’era tecnologica
non riduca se stesso ad oggetto,
ma rispetti, già nel primo suo inizio,
l’irrinunciabile dignità che gli è propria.
Fa’ che viva, in sintonia col piano divino,
l’unica logica che gli si addice,
quella del dono da persona a persona
in un contesto di amore
espresso attraverso la carne nel gesto
che fin dalle origini
Dio volle a suggello del dono.

7. Fa’, o Signore, che l’uomo sempre rispetti
la trascendente dignità di ogni suo simile,
povero o affamato che sia,
prigioniero, malato, moribondo,
ferito nel corpo o nel cuore,
in preda al dubbio o tentato dalla disperazione.
Sempre egli resta Figlio di Dio,
perché il dono di Dio non conosce pentimenti.
A tutti è offerto il perdono e la risurrezione.
Ciascuno merita rispetto e sostegno.
Merita amore.

8. Dic nobis Maria, quid vidisti in via”:
“Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?” 

visitando, all’alba del terzo giorno, la tomba,
il luogo dove era stato sepolto.
Raccontaci, Maria di Magdala, tu che hai tanto amato.
Ecco, hai trovato la tomba vuota:
Sepulcrum Christi viventis,
et gloriam vidi Resurgentis
”.
Il Signore vive! Ho visto il Risorto.
Angelicos testes, sudarium et vestes”.
Chi ha potuto renderne testimonianza? quale lingua umana?
Soltanto gli angeli potevano spiegare
che cosa significasse quella tomba vuota
e il sudario abbandonato. 

Il Signore vive! Ho visto la gloria di lui,
pieno di grazia e di verità (cf. Gv 1, 14).
Ho visto la gloria
Surrexit Christus spes mea”:
“Cristo, mia speranza, è risorto,
e vi precede in Galilea”.

9. Sì. Prima lì, nella terra che l’ha dato
come Figlio dell’uomo.
Nella terra
della sua infanzia e della giovinezza.
Nella terra della vita nascosta.
Prima lì, in Galilea per incontrare gli apostoli.
E poi . . .
E poi, mediante la testimonianza degli apostoli,
in tanti luoghi, a tante nazioni, popoli e razze!
Oggi la voce di questo messaggio pasquale
risonato in Gerusalemme,
presso la tomba vuota,
desidera raggiungere tutti:
Scimus Christum surrexisse a mortuis vere”,
, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
“Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza”.
Amen, alleluia!

Ascoltiamo la Sequenza Victimae Paschali nell'intepretazione di un cantore polacco, in onore del caro Giovanni Paolo II:

domenica 8 aprile 2012

La Benedizione delle uova a Pasqua

Le benedizioni alle uova nel giorno di Pasqua, secondo le due forme del Rito Romano. A me pare che una formula benedica le uova, l'altra benedice coloro che mangiano le uova. Ma tutte e due concordano in ciò che è più importante: rendere grazie per la Risurrezione del Signore.


BENEDIZIONE DELLA UOVA PASQUALI (secondo il De Benedictionibus)

V/. Adiutórium nostrum in nómine Dómini.
R/. Qui fecit coélum et terram.
V/. Dóminus vobiscum.
R/. Et cum spíritu tuo.

Orémus.
Subvéniat, quæsumus, Dómine, tuæ benedictiónis grátia huic ovorum creatúræ: ut cibus salúbris fiat fidélibus tuis, in tuárum gratiárum actióne suméntibus ob resurrectiónem Dómini nostri Iesu Christi. Qui tecum vívit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sæcula sæculórum.
M. - Amen.

Et aspergantur aqua benedicta.

La grazia della tua benedizione, o Signore, scenda su queste uova: affinché siano cibo salutare per i tuoi fedeli, che le mangeranno in ringraziamento per la Resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con Te, nell’unità della Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
M. Amen.
E si aspergono con l'acqua benedetta.

BENEDIZIONE ALLE UOVA A PASQUA (secondo il Benedizionale CEI)

Premesse
1699. La tradizione religiosa ha sempre considerato l'uovo come il simbolo del dischiudersi della vita, soprattutto nella stagione di primavera quando la natura si ridesta e si rinnova Questa espressione della pietà popolare, propria sia dell'Oriente che dell'Occidente, si riflette nella consuetudine di benedire le uova nel giorno di Pasqua.
Il gesto semplice ed umile, insieme ad altri, prolunga nell'ambito familiare il messaggio della risurrezione e della vita nuova in Cristo, che investe l'uomo e la natura.
 
Rito breve

1700. Il ministro inizia il rito dicendo: 
V. Sia benedetto Cristo, nostra Pasqua. [Alleluia.]
R. Ora e sempre. [Alleluia.] 

1701. 
Quindi, secondo l'opportunità introduce il rito di benedizione con brevi parole. 
1702. 
Poi uno dei presenti legge un brano della Sacra Scrittura: 
Rm 6,4 
Per mezzo del battesimo
siamo stati sepolti insieme a Cristo nella morte,
perché come Cristo fu risuscitato dai morti
per mezzo della gloria del Padre,
così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.

2 Cor 5,15-17 Cristo è morto per tutti,
perché quelli che vivono non vivano più per se stessi,
ma per colui che è morto e risuscitato per loro.
Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno
secondo la carne;
e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne,
ora non lo conosciamo più così.
Quindi se uno è in Cristo,
è una creatura nuova;
le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

Ef 4,22-24Fratelli, dovete deporre l'uomo vecchio
con la condotta di prima,
l'uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici
e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente
e rivestire l'uomo nuovo,
creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

1 Pt 3, 15
 
Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori,
pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.


1703. Quindi il ministro dice:

P
reghiamo.
Tutti pregano per qualche momento in silenzio.
Il ministro, con le braccia allargate, prosegue:

Benedetto sei tu, Signore del cielo e della terra,
che nella radiosa luce del Cristo risorto
ridesti l'uomo e il mondo alla vita nuova
che scaturisce dalle sorgenti del Salvatore:
guarda a noi tuoi fedeli
e a quanti si ciberanno di queste uova,
umile e domestico richiamo alle feste pasquali;
fa' che ci apriamo alla fraternità
nella gioia del tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore,
che ha vinto la morte
e vive e regna nei secoli dei secoli.


R. Amen.

1704. Quindi il ministro asperge con l'acqua benedetta i presenti e le uova dicendo queste parole o altre simili:
Ravviva in noi, o Padre,
nel segno di quest'acqua benedetta
il ricordo del nostro Battesimo
e l'adesione a Cristo,
crocifisso e risorto per la nostra salvezza.