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venerdì 6 aprile 2012

Riti del Venerdì Santo a Gerusalemme: la processione funebre al Santo Sepolcro

I frati francescani della Custodia di Terra Santa mantengono nella loro peculiare liturgia al Santo Sepolcro tradizioni medievali degne di nota. Soprattutto nei giorni della Passione e Risurrezione del Signore la liturgia nei luoghi che videro gli eventi stessi celebrati si arricchisce di processioni e pie rievocazioni, anche in stile mimetico, di quanto accadde per la nostra salvezza:

giovedì 8 dicembre 2011

Il vespro dell'Immacolata: l'antifona Hodie egressa

Il Maestro Vianini ci offre lo spartito e il canto dell'Antifona dei vespri di questa sera:
Oggi è nato un virgulto dalla radice di Jesse,
oggi è germogliata Maria senza alcuna macchia di peccato,
oggi da Lei è stato calpestato il capo all’antico serpente.





Scarica qui lo spartito visualizzato:

mercoledì 22 giugno 2011

La registrazione della Missa de Angelis ai tempi di San Pio X

E' apparso su YouTube un nuovo pregevole documento sonoro. Una delle primissime registrazioni di canto gregoriano, incisa nella Basilica Vaticana nel 1904. Si tratta di alcune parti della Missa de Angelis, come la si cantava a Roma ai tempi di san Pio X (eletto da nemmeno un anno al soglio pontificio). La eseguirono i cantori della Sistina, diretti da Antonio Rella, in occasione della celebrazione di San Gregorio Magno. Lo stile è robusto, più simile alla modalità esecutiva che ancor oggi mostrano le parrocchie piuttosto che ai languori mistici di certe esecuzioni monastiche. Anche il testo del Kyrie, come si sente, non era esattamente quello che troviamo nel Graduale odierno rivisto ulteriormente da Solesmes.
Comunque, godiamoci questa antica registrazione, pur con tutti i limiti del tempo e dei fruscii "d'epoca", e gioiamo della continuità che ci testimonia:




Così scriveva s. Pio X a proposito dell'arte e del canto, in occasione del XIII centenario della morte del suo predecessore Gregorio Magno, festeggiato con l'enciclica Iocunda sane del 1904:

"Le arti infine, richiamato l’esemplare supremo d’ogni bellezza che è Dio, dal quale deriva tutta la bellezza della natura, più sicuramente si ritraggono dai volgari concetti e più efficacemente s’innalzano ad esprimere l’idea, che d’ogni arte è vita. Il solo principio di adoperarle a servizio del culto, e quindi di offrire al Signore quanto nella ricchezza, nella bontà ed eleganza delle forme si stima più degno di lui, oh come è stato fecondo di bene! Esso ha creato l’arte sacra, che divenne ed è tuttora il fondamento di ogni arte profana. Abbiamo recentemente di ciò trattato in un particolare Nostro motu proprio, parlando del ristabilimento del canto romano secondo l’avita tradizione e della musica sacra. Ma quelle norme medesime si applicano anche, secondo la varia materia, alle arti, così che conviene alla pittura, alla scultura, all’architettura quel che si dice del canto, giacché di tutte queste nobilissime creazioni del genio la chiesa è stata in ogni tempo ispiratrice e mecenate. L’umanità intera, nutrita di questo sublime ideale, innalza templi grandiosi, e quivi nella casa di Dio, come in casa sua propria, solleva la mente alle cose celesti, in mezzo alle splendide ricchezze di ogni arte bella, tra la maestà delle cerimonie liturgiche, tra le dolcezze del canto.
Tutti questi benefici, ripetiamo, l’azione di papa Gregorio seppe ottenere ai tempi suoi e nei secoli a lui seguenti; e tanto per l’intrinseca efficacia dei princìpi ai quali dobbiamo ricorrere e dei mezzi che abbiamo alla mano, sarà possibile ottenere ancor oggi, mantenendo con ogni studio il buono che per grazia di Dio ancora si conserva "ristorando in Cristo" (Ef 1, 10) quanto per disgrazia dalla retta norma fosse deviato".

giovedì 2 giugno 2011

Ascensione del Signore: qualche inno da non dimenticare

L'inno delle lodi per l'Ascensione (che cade oggi, esattamente a 40 giorni dalla Pasqua - anche se in Italia è trasferita per motivi pastorali a domenica prossima). E' anche l'inno per il tempo della novena che va dall'odierna solennità alla Pentecoste: "Optatus votis omnium".



Ecco il testo (clicca qui per la traduzione):
Optátus votis ómnium
sacrátus illúxit dies,
quo Christus, mundi spes, Deus,
conscéndit cælos árduos.

Magni triúmphum prœlii,
mundi perémpto príncipe,
Patris præséntans vúltibus
victrícis carnis glóriam.

In nube fertur lúcida
et spem facit credéntibus,
iam paradísum réserans
quem protoplásti cláuserant.

O grande cunctis gáudium,
quod partus nostræ Vírginis,
post sputa, flagra, post crucem
patérnæ sedi iúngitur.

Agámus ergo grátias
nostræ salútis víndici,
nostrum quod corpus véxerit
sublíme ad cæli régiam.

Sit nobis cum cæléstibus
commúne manens gáudium:
illis, quod semet óbtulit,
nobis, quod se non ábstulit.

Nunc, Christe, scandens æthera
ad te cor nostrum súbleva,
tuum Patrísque Spíritum
emíttens nobis cælitus. Amen.

Qui di seguito l'inno "Iesu nostra redemptio", per i primi e secondi Vespri dell'Ascensione. Si sente raramente perchè nel tempo dopo l'Ascensione si canterà a vespro l'inno allo Spirito Santo.


Testo (e qui la traduzione):
Iesu, nostra redémptio
amor et desidérium,
Deus creátor ómnium,
homo in fine témporum,

Quæ te vicit cleméntia,
ut ferres nostra crímina,
crudélem mortem pátiens,
ut nos a morte tólleres;

Inférni claustra pénetrans,
tuos captívos rédimens;
victor triúmpho nóbili
ad dextram Patris résidens?

Ipsa te cogat píetas,
ut mala nostra súperes
parcéndo, et voti cómpotes
nos tuo vultu sáties.

Tu esto nostrum gáudium,
qui es futúrus præmium;
sit nostra in te glória
per cuncta semper sæcula. Amen.
_____________

martedì 29 marzo 2011

Libri così non se ne scrivono più: "L'utile spavento del peccatore", anno 1649

Un libro di tempi andati, eppure, a solo scorrere il lungo indice delle otto parti in cui è diviso, si può ben vedere quante attualissime domande pastorali già si agitavano nel XVII secolo.
"L'utile spavento del peccatore, ovvero la penitenza sollecita", opera del sacerdote Gianfrancesco Maia Materdona, è reperibile completamente online, scannerizzato da Google Books.
Il linguaggio è certo quello infiorato e barocco dell'epoca, alcune espressioni e ridondanze non possono non far sorridere, ma le argomentazioni, anche a spulciar solo qualcosa, danno da riflettere, soprattutto nella seconda parte (dove si dissuade il "peccatore habituato" dal confidare troppo, senza corrispondervi, alle frasi di misericordia e perdono che si trovano sparse nei libri biblici - anche oggi spesso agitate come amuleti, da chi non vuol convertirsi punto...) e nella sesta parte, che insegna come confessarsi e come fare poi la penitenza. Molto concreto e piano: dice pane al pane  e... peccato al peccato, proprio per far venire un "utile spavento" al peccatore abitudinario, spingendolo a non rimandare la conversione.
Un'ottima lettura per la Quaresima, soprattutto per i sacerdoti - magari mentre aspettano nel confessionale che qualche anima penitente ricerchi l'assoluzione divina e un buon consiglio.
Ecco qui sotto l'intera opera, che potete scaricare anche da questo link.

mercoledì 2 marzo 2011

Piscator TV: Gregoriano "in azione" e ad Alta Definizione

E' apparsa recentemente nel panorama di YouTube una nuova iniziativa legata agli "oratoriani" tedeschi dell'Istituto San Filippo Neri di Berlino: PiscatorTV. Si tratta dei video delle messe gregoriane, riprese in HD nella cappella dell'Istituto. Le messe sono "tridentine" e cantate in modo pulito e chiaro, con partecipazione attiva del popolo, e offrono ai giovani cori, o agli stessi celebranti, dei modelli di nobile semplicità da seguire. Da apprezzare la devozione e l'attenzione data ai testi, alla pronuncia e al canto, senza alcuna enfasi su pizzi e merletti che purtroppo tanto invadono l'estetica "rococò" di certi gruppi tradizionalisti. Inoltre lo stile celebrativo di questi confratelli tedeschi fa respirare un'atmosfera più vicina alla sensibilità contemporanea, lontana dall'affettazione francese, o dalle rigidità americane.
Per i testi gregoriani consiglio sempre il buon sito Christus Rex: qui per le Ceneri (gli spartiti sono nell'ordine della  Messa di Paolo VI, ma i canti sono i medesimi del vecchio rito), e qui per la Prima Domenica di Quaresima.

Come assaggio vi metto qui sotto il video dell'introito della Domenica in Sexagesima:

lunedì 31 gennaio 2011

Introito per la Presentazione del Signore al Tempio (forma ordinaria & straordinaria)

L'antifona di ingresso per la Messa in entrambe le forme del rito romano del 2 febbraio, festa della Presentazione del Signore al tempio, è la seguente:

Suscépimus, Deus,
misericórdiam tuam in médio templi tui.
Secúndum nomen tuum, Deus,
ita et laus tua in fines terrae;
iustítia plena est déxtera tua.

Sal 47,10-11 (con versetto dal Sal 47,2)
Abbiamo accolto, o Dio,
la tua misericordia in mezzo al tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode
si estende ai confini della terra:
di giustizia è piena la tua destra.



Vi posto il canto, eseguito dalla Schola Gregoriana Mediolanensis e lo spartito.




Altri approfondimenti sulla festa della Presentazione del Signore:
Canto per la processione della "Candelora"

Presentazione del Signore: Il vecchio portava il bambino ma il bambino reggeva il vecchio.

domenica 21 novembre 2010

Fino agli estremi confini della terra: Christus vincit!

Dall'Occidente all'Oriente, il gregoriano e il latino uniscono la Chiesa universale in tutte le sue epifanie nelle Chiese particolari.
Dalla Corea cattolica un bell'esempio di fusione tra la melodia tradizionale e internazionale con il testo locale del Christus vincit (그리스도 승리). Senza trascurare il latino: ascoltate tutto il video.


Ma anche in Giappone non trascurano il gregoriano. Qui ascoltiamo il coro della Cattedrale di Tokyo (opprimente costruzione con muri sbilenchi di grigio cemento armato), coro che anima con fede cattolica la vita liturgica dei fedeli nipponici che cantano a voci spiegate. Il brano, naturalmente, sempre Christus vincit: キリスト汝は勝利す


Buona festa di Cristo Re a tutti!

martedì 16 novembre 2010

Allarme: cambiamento dello stemma della Curia Romana in vista

Con sorpresa e un certo sbalordimento ho letto il post di padre Z. che si è accorto come in questa pagina del sito Vaticano: http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/acdscien/index_it.htm appaia un vistoso cambiamento nel disegno dello stemma degli organismi della Curia Romana, in particolare - per ora - della Pontificia Accademia delle Scienze (e - aggiungo - anche dell'Accademia delle Scienze Sociali):


per un confronto con l'attuale stemma nella testata della Pontificia Accademia S. Tommaso:

Sparita la tiara è apparsa una mitria (stile stemma personale del papa attuale) sopra le chiavi decussate. Il tutto con un disegno infantile e sgraziato.
Orrore in vista, dunque, e colpo di mano in atto. Come giustamente nota p. Z. un conto è lo stemma personale di un pontefice, un conto è lo stemma dell'istituzione. La grammatica araldica è un linguaggio specifico, con i suoi segni e i suoi significati. Che senso possa avere parlare un linguaggio sgrammaticato non si riesce proprio a capirlo. A meno che non si voglia davvero introdurre un cambio di identità e abolire definitivamente un segno che - fino ad ora - non è MAI stato abolito dai Papi precedenti. A che pro non si sa, sebbene si possa seriamente dubitare che sia opera o richiesta di Sua Santità. C'è qualcuno che continua a lavorare per cambiare il modo di intendere l'autorità del Papa, ma eliminare i simboli araldici non pare proprio una grande trovata.

PS.: Consoliamoci, almeno, guardando al sito del Patriarcato di Lisbona. Non pare che il locale Patriarca abbia nessuno intenzione di rinunciare alla Tiara che, per privilegio papale, timbra lo stemma della diocesi lusitana:


A quanti ritengono che il motivo della de-tiarizzazione papale possa essere di origine ecumenica rispondiamo che ci pare stiano vaneggiando parecchio. Prova ne siano i copricapi, tuttora indossati in ogni occasione, di tutti i vescovi e patriarchi orientali, che chiamano appropriatamente "corona" il proprio sontuoso cappello:

sabato 31 luglio 2010

Sant'Ignazio di Loyola, maestro dello spirito e della disciplina interiore, soprattutto per i preti.

Vi propongo oggi, festa del grande sant'Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, una paginetta famosa degli "Esercizi spirituali", il testo che inizia la tradizione ignaziana, appunto, di spiritualità. Per Ignazio gli "esercizi" non servono a "ricaricare le batterie" o "prendersi un momento di pausa" o "per respirare meglio in collina". Servono per prendere le grandi decisioni della vita e meditare sulle scelte da compiere. Per questo ci si deve interiormente esercitare. Durano un mese intero, diviso in quattro settimana. Se volete lettere tutto il testo lo trovate qui. Sotto vi riporto la celebre meditazione dei due stendardi o delle due bandiere, che si trova nel quarto giorno della seconda settimane. Non sarebbe male applicarvi, per oggi, a questa santa meditazione ignaziana, in modo da celebrare con l'imitazione lo scrittore che ce l'ha lasciata:

QUARTO GIORNO.
MEDITAZIONE SU DUE BANDIERE, L'UNA DI CRISTO, NOSTRO SOMMO CAPITANO E SIGNORE, L'ALTRA DI LUCIFERO, NEMICO MORTALE DELLA NOSTRA NATURA UMANA
La solita preghiera preparatoria.
[137] Il primo preludio è il soggetto della meditazione: Cristo chiama tutti gli uomini e li vuole sotto la sua bandiera, mentre Lucifero li vuole sotto la sua.
[138] Il secondo preludio è la composizione vedendo il luogo: qui sarà vedere un grande campo nella regione di Gerusalemme, dove Cristo nostro Signore è il capo supremo dei buoni, e un altro campo nella regione di Babilonia, dove Lucifero è il capo degli avversari.
[139] Il terzo preludio consiste nel domandare quello che voglio: qui chiederò di conoscere gli inganni del malvagio capo, e l'aiuto per difendermi da essi; e di conoscere la vera vita che il supremo e vero capitano insegna, e la grazia di imitarlo.
[140] Primo punto. Immagino nel vasto campo di Babilonia il capo degli avversari, che siede su un grande seggio di fuoco e di fumo, orribile e spaventoso nell'aspetto.
[141] Secondo punto. Considero che egli chiama a raccolta innumerevoli demoni e poi li sparge, chi in una città chi in un'altra, per tutto il mondo, senza tralasciare alcuna regione o luogo o stato di vita, né alcuna persona in particolare.
[142] Terzo punto. Considero il discorso che egli rivolge loro, incitandoli a gettare agli uomini reti e catene; come di solito avviene, cominceranno ad attirarli con l'avidità delle ricchezze; così essi giungeranno più facilmente alla ricerca del vano onore del mondo, e infine a un'immensa superbia. Vi sono perciò tre scalini: il primo è la ricchezza, il secondo il vano onore, il terzo la superbia; da questi tre scalini egli spinge gli uomini a tutti gli altri vizi.
[143] Tutto al contrario si deve immaginare il sommo e vero capitano che è Cristo nostro Signore.
[144] Primo punto. Considero Cristo nostro Signore, in un vasto campo nella regione di Gerusalemme, in luogo umile, bello e gradevole.
[145] Secondo punto. Considero il Signore di tutto il mondo, che sceglie tante persone apostoli, discepoli ed altri e le invia in tutto il mondo per diffondere la sua santa dottrina tra gli uomini di ogni stato e condizione.
[146] Terzo punto. Considero il discorso che Cristo nostro Signore rivolge a tutti i suoi servi e amici, che invia a questa missione, raccomandando loro che cerchino di aiutare tutti gli uomini: li condurranno anzitutto a una somma povertà spirituale e, se la divina Maestà così vorrà e intenderà sceglierli, anche alla povertà materiale; poi al desiderio di ricevere umiliazioni e disprezzi, perché da questi nasce l'umiltà. Vi sono perciò tre scalini: il primo è la povertà opposta alla ricchezza, il secondo l'umiliazione e il disprezzo opposti al vano onore del mondo, il terzo l'umiltà opposta alla superbia; da questi tre scalini li guideranno a tutte le altre virtù.
[147] Primo colloquio. Farò un colloquio con nostra Signora, perché mi ottenga dal suo Figlio e Signore la grazia di essere accolto sotto la sua bandiera, anzitutto in somma povertà spirituale e, se la divina Maestà così vorrà e intenderà scegliermi e accogliermi, anche nella povertà materiale;poi sopportando umiliazioni e insulti, per meglio imitarlo in questi, purché possa sopportarli senza peccato di alcuna persona e senza offesa alla divina Maestà. Qui dirò un'Ave Maria.
Secondo colloquio. Chiederò lo stesso al Figlio, perché me l'ottenga dal Padre. Qui dirò la preghiera "Anima di Cristo".
Terzo colloquio. Chiederò lo stesso al Padre, perché me lo conceda. Qui dirò un Padre nostro.

Per sorridere un po': il colloquio tra san Filippo Neri e Sant'Ignazio di Loyola, santi diversi ma contemporanei nella Roma papalina barocca e godereccia, non molto diversa - secondo la stampa scandalistica - dalla Roma dei preti di oggi... Eppure allora (e probabilmente anche oggi) Roma rimane madre di una schiera di Santi.


Martirologio Romano: Memoria di sant’Ignazio di Loyola, sacerdote, che, nato nella Guascogna in Spagna, visse alla corte del re e nell’esercito, finché, gravemente ferito, si convertì a Dio; compiuti gli studi teologici a Parigi, unì a sé i primi compagni, che poi costituì nella Compagnia di Gesù a Roma, dove svolse un fruttuoso ministero, dedicandosi alla stesura di opere e alla formazione dei discepoli, a maggior gloria di Dio.

martedì 6 luglio 2010

La cappa magna e i cappafobici

Molti lettori conoscono già la malattia grave che si va diffondendo in parecchi ambienti ecclesiali. Si sta riaccendendo una specie di allergia che si pensava debellata una volta per tutte. E invece l'allergene sta tornando, e continua a far la sua comparsa ora qui ora lì, approfittando delle robuste spalle di vescovi che ospitano il parassita. Si tratta della "Cappa Magna", un mantello a strascico di circa 3,5 metri di stoffa di lana paonazza, che fa parte dell'abbigliamento episcopale (6 metri di seta per i cardinali!).
Dico "fa parte" e non "faceva parte", come i più gravi cappafobici vorrebbero, perchè purtroppo è ben certo che l'orrenda Cappa Magna - che essi davano per estinta a seguito della disinfestazione operata sopo il Concilio Vaticano II - è invece ancor viva di fatto e di diritto.
Nel 1984, allorchè fu pubblicato il Caeremoniale Episcoporum oggi in vigore, al paragrafo 1200, dedicato agli abiti dei vescovi, così venne stabilito: "Magna cappa violacea, sine hermellino, in diœcesi tantum et sollemnissimis festivitatibus adhiberi potest", ovvero: "La cappa magna paonazza, senza ermellino, può essere usata soltanto in diocesi e nelle festività più solenni." (ma si veda anche il num. 64, e i nn. 126 e 192 che spiegano dove, come e quando toglierla prima delle funzioni liturgiche)
L'uso della cappa veniva circoscritto, ma nessuno l'ha mai abolita. Ed è dunque facoltà degli eccellentissimi vescovi utilizzarla nella propria diocesi per solennizzare visite pastorali, feste patronali o altri eventi degni di nota.
La cappa, come il resto degli abiti corali dei vescovi, si usa come descritto nel paragrato1202 dello stesso Caeremoniale: "Gli abiti sopra descritti sono usati dal vescovo tutte le volte in cui si reca pubblicamente in una chiesa o da essa se ne parte, quando è presente alla liturgia o ad una azione sacra senza presiederla, e negli altri casi previsti in questo Cerimoniale".

Visto che questo indumento sta riprendendo vigore e uso, non solo tra i vescovi, ma anche tra i cardinali, dobbiamo consigliare a tutti coloro che sono affetti da forme più o meno maligne di "cappafobia", di astenersi dalla partecipazione a qualunque celebrazione liturgica a cui presenzi il vescovo diocesano o un cardinale (specie particolarmente pericolosa per il colore più acceso della cappa e per il fatto che i cardinali la possono mostrare ovunque!).

Alcuni più o meno recenti avvistamenti di cappa magna:

USA, Washington DC, 24 aprile 2010 (davvero smisurata. Che sia fuori ordinanza?)


USA Oakland, California, 20 settembre 2009:


24 Giugno 2009, Londra, Brompton Oratory, il Card. O'Brien alla festa dei Cavalieri di Malta:

L'arcivescovo di Malta, Paul Cremona OP, durante la processione della festa del naufragio di San Paolo, 9 febbraio 2009:

Il Cardinal Pell alla Giornata Mondiale della Gioventù 2005 in Germania:

Roma, parrocchia di San Cesareo in Palatio, anni tra il 1967 e il 1969 (quando la Ut sive sollicite proibì ai cardinali di usare la cappa magna a Roma) un giovane cardinal Wojtyla in cappa magna cardinalizia:

Un bel post sull'uso e significato simbolico della svestizione pubblica della cappa magna è apparso ieri su NLM. Ve ne do una rapida traduzione:

"La Cappa magna rappresenta efficacemente la raffinatezza del mondo, il potere e il prestigio. Ecco perché dopo il suo ingresso in chiesa il prelato che la indossa viene pubblicamente spogliato di questo indumento sontuoso e simbolicamente umiliato davanti all'assemblea.
Poi, paramento dopo paramento, il vescovo è rivestito dell'uomo nuovo, di cui parla san Paolo. Ecco il camice, l'alba battesimale, la dalmatica della carità, la stola del perdono e la casula della misericordia. Quindi, infine, vestito di Cristo, il prelato fa un secondo ingresso in chiesa per iniziare la celebrazione eucaristica in persona Christi, capo visibile del corpo, la chiesa.
La svestizione della cappa era, perciò, una chiara dichiarazione che il potere e il prestigio del mondo non hanno posto presso l'altare, ma tutto questo viene espresso in un rituale liturgico, tramite i simboli, che, purtroppo, spesso sono rari e carenti nei riti contemporanei e per questo diventano difficili da cogliere nel loro significato" o addirittura si prestano ad essere fraintesi.

mercoledì 3 febbraio 2010

Papa Benedetto e la colomba dello Spirito. Richiami iconografici e associazioni di idee

Raffaella ha pubblicato nel suo Blog questa splendida foto del papa mentre tiene la sua piccola predica domenicale all'Angelus:

A me, quella colomba che plana verso il Papa con i fogli davanti, immediatamente, ha fatto venire in mente il modo con cui si rappresenta di solito il grande papa Gregorio I Magno, a cui - non fosse altro che per il canto gregoriano e per la liturgia - il presente pontefice è molto simile.
Guardate e giudicate voi stessi:


Quando si dice CONTINUITA' tra i pontefici, si intende anche la continua assistenza dello Spirito Santo, che, come tutti sanno, predilige farsi vedere in veste di bianca colomba.

martedì 5 gennaio 2010

La parentela delle antifone: introito dell'Epifania e della Madre di Dio

Il canto d'ingresso della solennità dell'Epifania è Ecce advenit. La musica di questo introito è la stessa del più famoso Salve sancta Parens, introito per le feste della Madonna (si usa anche per il 1° gennaio)
Secondo NLM la musica di questo canto per l'Epifania possiede una natura "orientale", molto adatta alla festa dei Magi. Il testo annuncia l'avvento del Re, il Dominatore, nella cui mano è il regno, il potere e il comando:




venerdì 25 dicembre 2009

Natale: La generazione eterna del Verbo e la generazione nel tempo secondo la teologia liturgica di Sant'Antonio di Padova

A Natale, come tutti sanno, ci sono tre distinti formulari della Messa per le diverse ore della giornata. Ecco come il Santo Dottore di Padova, sant'Antonio, espone la teologia della triplice celebrazione eucaristica del Natale partendo dai canti! Sì, proprio così: Antonio espone la teologia del Natale a partire dall'Introito delle Messe: e quei canti sono ancora tra noi....

"Come il fiore della rosa nel tempo della primavera". Osserva che, come Dio ha creato il mondo in primavera, cioè in marzo, così nella natività del suo Figlio ha fatto un mondo nuovo, tutto rinnovando.
Nel primo giorno Dio disse: "Sia la luce, e la luce fu" (Gn 1,3). Oggi il Verbo del Padre, per mezzo del quale tutto è stato fatto, si è fatto carne (cf. Gv 1, 3. 14). Questa Luce, che disse "sia la luce", oggi è qui. Perciò di essa si canta oggi nella Messa della Luce (dell'aurora): Oggi splenderà su di noi la luce, perché è nato il Signore (cf. Is 9,2).
Osserva che oggi si celebrano tre messe: la messa di mezzanotte, nella quale si canta "Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; oggi ti ho generato" (Sal 2,7), e questo ci ricorda la misteriosa generazione della divinità, che nessuno può descrivere; la messa della luce (dell'aurora), che ci ricorda la generazione dalla Madre; la messa dell'ora terza (del giorno), che ci ricorda ad un tempo la generazione del Padre e della Madre: in questa terza messa si canta "Ci è nato un Bambino", e questo si riferisce alla nascita dalla Madre; e si legge il vangelo di Giovanni "In principio era il Verbo" (Gv 1,1), che si riferisce alla generazione dal Padre.
Quindi la prima messa si canta nel cuore della notte, perché la generazione dal Padre è misteriosa anche per noi credenti. La seconda messa si canta di primo mattino, perché la generazione dalla Madre è stata sì visibile anche per noi, ma avvolta in una certa qual nebbia. Chi infatti può sciogliere i legacci dei suoi sandali, vale a dire penetrare il mistero della sua incarnazione? (cf. Mc 1,7; Lc 3,16; Gv 1,27). La terza messa in fine si canta in pieno giorno, perché nel giorno dell'eternità, quando ogni oscurità sarà eliminata, sapremo perfettamente in quale modo Gesù Cristo sia stato generato dal Padre, e in quale modo dalla Madre. Allora infatti conosceremo colui che tutto conosce, perché lo vedremo faccia a faccia e saremo come è lui (cf. 1Gv 3,2). Giustamente quindi è detto: "Come rugiada nei giorni di primavera". (Sermone del Natale)


Messa della Notte


Messa dell'Aurora


Messa del Giorno

lunedì 21 dicembre 2009

La santa ironia metereologica della Liturgia.


Oggi, primo giorno di inverno, con mezza Italia e tre quarti d'Europa sotto il manto della neve, la prima lettura della Messa riporta, invece del solito brano di Isaia tipico dell'Avvento, un passo del Cantico dei Cantici (2,8-14) che ci fa ascoltare queste parole, assolutamente - a prima vista - fuori luogo:

Ora l’amato mio prende a dirmi:
«Àlzati, amica mia,
mia bella, e vieni, presto!
Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico sta maturando i primi frutti
e le viti in fiore spandono profumo.
Àlzati, amica mia,
mia bella, e vieni, presto!

Nel pieno del rigore invernale viene proclamata la bella notizia della primavera: si tratta di una splendida tipologia metereologica dell'avvento di Cristo. Nel mezzo del freddo del peccato e della tenebra raffigurati dai giorni più corti dell'anno, splende - ormai in arrivo - il calore e la speranza di Cristo. E la liturgia ci fa leggere oggi l'annuncio di questa primavera ormai vicina.
Tutto ciò, poi, è rafforzato dall'antifona maggiore propria del 21 dicembre, riferita, non a caso, al sole.
Proprio oggi alle 17.49 si verificherà il SOLSTIZIO D'INVERNO: la notte più lunga è passata, da adesso il sole inizia timidamente a riprendersi la sua rivincita. E la chiesa, proprio oggi canta "O Oriens":
O astro che sorgi,
splendore di luce eterna,
e sole di giustizia:
vieni ed illumina
coloro che siedono nelle tenebre,
e nell'ombra della morte.

(qui il canto in latino)

Per questo il dottore della Chiesa sant'Antonio di Padova spesso appaia l'inverno all'incarnazione di Gesù:

Cristo fece come la tortora, che nel periodo invernale scende a valle e senza piume si rifugia nei tronchi cavi degli alberi; invece nel periodo estivo ritorna sulle alture. Così Cristo, nell'inverno dell'infedeltà e nel gelo della persecuzione diabolica discese nel grembo dell'umilissima Vergine e dimorò in questo mondo, povero e disprezzato come un uccello senza piume. Di questa tortora dice Salomone: «La voce della tortora si è fatta sentire nella nostra terra» (Ct 2,12). (Dom. IV dopo Pasqua, 7)

La Sapienza di Dio Padre fu soffio ardente nella sua incarnazione. Allora infatti passò l'inverno dell'infedeltà, cessò la pioggia della persecuzione diabolica. I fiori dell'eterna promessa apparvero nella nostra terra (cf. Ct 2,11-12).
(Dom. X dopo Pent., 13)

Ti rendiamo grazie, Padre Santo, perché nel pieno dell'inverno, tra i più grandi freddi, ci hai largito un tempo primaverile. Infatti in questa nascita del Figlio tuo, Gesù benedetto, che si celebra in pieno inverno, nella stagione dei freddi più intensi, ci hai dato un tempo primaverile, ricolmo di ogni incanto.
(Natale, 13)

Basilica del Santo di Padova 19 dic. 2009 foto G. Voltan

martedì 15 dicembre 2009

La novena di Natale: una gestazione in miniatura

Ricevo da Bologna un testo veramente bello e profondo che un confratello sacerdote ha voluto gentilmente condividere con il sottoscritto. Anche lui l'ha ricevuto in dono da un altro sacerdote, il parroco di San Martino di Casalecchio, don Giorgio Sgargi, che spesso offre ai suoi parrocchiani testi inediti dei Padri della Chiesa [volesse il Signore che tutti i parroci sondassero i testi antichi e ne offrissero le perle ai loro parrocchiani!!].


Il testo che vi riporto è stato tradotto da Sandra Sàndorfi, mentre don Giorgio ne ha curato introduzione, riferimenti biblici e note. E' tratto da un opuscolo di Reinerius, monaco di San Lorenzo di Liegi (1130-1188), che ci fa scoprire il significato spirituale della Novena del santo Natale, impreziosita dalle antifone maggiori, le antiche antifone al Magnificat che iniziano con l'esclamazione vocativa: "O". Penso sia una vera gemma della letteratura monastica medievale, che ci introduce in quello spirito della continuità teologica, spirituale e liturgica tanto cara al nostro Papa Benedetto. Solo se cantiamo anche oggi i testi che 900 anni fa cantava la comunità di Liegi, potremo capire i sentimenti di Reinerius e farli nostri, immettendoci nell'ininterrotto flusso dell'attesa sempre antica e sempre nuova. E attenzione, ai tempi di Reinerius le antifone "O" erano già vecchiotte, visto che Amalario (+ 850), vescovo di Trier e discepolo di Alcuino, già le cita come esistenti da un paio di secoli!

Dal Commento alle Antifone “O”, di Reinerius di Liegi, monaco (1130-1188)
Prima del giorno solenne del Natale di Cristo, noi osserviamo i nove giorni più vicini con manifestazioni di gioia, ci sentiamo sollevati nell’animo come all’aurora rosseggiante di un nuovo giorno, e particolarmente nell’ora della preghiera vespertina, siamo trasportati in alto dalla riconoscenza che proviamo, mentre celebriamo il Vespro con maggiore splendore e solennità di preghiere.
Secondo la stessa osservanza, procediamo per tutti i nove giorni, ed è a noi evidente che in essi sono raffigurati i nove mesi, nei quali il Dio uomo volle essere contenuto nella segreta stanza di un utero verginale: causa o ragione ben degna di venerazione da parte di tutti. Chi, infatti, anche solo col pensiero, potrebbe comprendere come, nell’utero di una donna, Dio si sia unito all’uomo in un’unica persona?
Riguardo poi al fatto che diamo a un giorno il valore di un mese, contraendo i nove mesi in nove giorni, la contrazione del tempo è scelta razionale e sensata, per impedire che la gioia di questa celebrazione sia interrotta dal frapporsi di qualche festa o la devozione si raffreddi, una volta presa dalla noia, facile alla debolezza umana; e per ottenere invece che la devozione, rafforzata dal continuo fervore, sia, in quanto più breve, tanto più pura e perciò più accetta alla suprema dignità.
Partecipiamo, dunque, numerosi, nell’ora del Vespro, con salmi e inni; e anticipiamo con una letizia nuova le gioie della solennità ormai vicina, e andiamo incontro, con conveniente ossequio di sudditi, al nostro Re che avanza.
La pienezza delle sue grazie, la esprimono proprio le nove antifone, con la splendida bellezza delle parole e la carezzevole dolcezza della melodia, composta con cura e decoro; sono le antifone che il coro della Chiesa canta nella celebrazione, in lode del Re e della Regina sua madre, esprimendo il suo affetto con la voce e il canto.
Non senza ragione, le nove antifone sono unite al Cantico della Vergine, poiché questa celebrazione la dedichiamo sia alla Madre che al Figlio, e con certezza affermiamo che la perfezione dei carismi, sovrabbondante nel Figlio, fu totalmente presente nella Madre.
(Patrologia Latina – Migne, vol. 204)

Nota bene: Nel XII secolo, la preparazione liturgica al Natale (nella chiesa a cui Reinerius apparteneva) andava dal 15 al 23 dicembre. Reinerius commenta anche due antifone sparite: O Vergine delle vergini e O sommo artefice del cielo.


Puoi ripassare le 7 antifone "O" a questo link


E qui sotto la "grande antifona a Nostra Signora": O Virgo virginum. Essa non è mai entrata come tale nella liturgia Romana della novena, ma la troviamo in altre fonti (come il rito Gallicano e quello di Sarum). Era l'antifona propria del Magnificat - nella liturgia preconciliare - per la festa detta Expectatio Partus B.V.M, fissata per il 18 dicembre. E' attualmente presente anche nella liturgia norbertina dei Canonici Premonstratensi. Essi iniziano già da domani a cantare le Antifone "O", mentre la chiesa romana parte dal 17. Così il giorno 23 hanno ancora spazio per questa antifona mariana aggiuntiva:

O Virgo virginum,quomodo fiet istud? Quia nec primam similem visa es nec habere sequentem. Filiae Ierusalem, quid me admiramini? Divinum est mysterium hoc quod cernitis.
La struttura di questa antifona, pur musicalmente in linea con le antifone maggiori, nel testo è alquanto estranea ad esse. La prima parte è una domanda rivolta alla Madonna: "O Vergine delle vergini, come sarà possibile questo? (ovviamente: la nascita di Gesù). Perchè nè prima di te nè dopo si è mai vista una simile a te". E Maria risponde: "Figlie di Gerusalemme, perchè vi stupite di me? E' un mistero divino quello che voi contemplate!".


Dell'altra antifona, "O summe", vi posso offrire solo il testo:
O summe artifex polique rector siderum altissime ad homines descende sedentes in tenebris et umbra mortis.

giovedì 5 novembre 2009

Catacombe vs Pire: la cremazione è e resta una pratica simbolica anti-cristiana


Andrea Tornielli,  ha scritto nel suo Blog e su Il Giornale un pezzo informativo sull'imminente approvazione dei Vescovi italiani di una revisione del rito delle Esequie, la quale permetterebbe -tra l'altro- la cremazione previa e addirittura la celebrazione del funerale in presenza dell'urna cineraria, invece che del corpo dentro la bara.
I Vescovi in procinto di riunirsi ad Assisi dovranno effettivamente dibattere questo tema, ma forse non è così scontato il risultato di tale dibattito, soprattutto adesso che gli attacchi laicisti si moltiplicano e i fili del razionalismo tessono le loro trame nell'ombra, nell'intento di eliminare ogni residuo di cultura, abitudine e gesto esterno cattolico. Il crocifisso è uno di questi simboli, l'inumazione dei morti è un'altro di essi, combattuta da sempre dalla Massoneria che ha cercato in ogni modo di sostituirla con la cremazione.
Tornielli sostiene che: "i teologi sono ormai convinti che la cremazione non contraddica la dottrina cristiana della resurrezione dei corpi, dato che questa accelera il processo naturale di ossidazione".
A me non risulta questo unanime (i teologi chi?) consenso, soprattutto oggi, in un contesto in cui l'esperienza cristiana della morte e del culto dei defunti sono in rapida disgregazione.
Secondo: non mi pare proprio una motivazione sensata - per una prassi SIMBOLICA - riferirsi alla scienza chimica (il naturale processo di ossidazione!). Sarebbe come se i teologi dicessero che la realtà scientifica per cui il pane, dopo la consacrazione, resta chimicamente tale, fa sì che non si debba credere alla realtà misterica della trasustanziazione, o almeno essere ragionevoli e credere alla "consustanziazione"...
Un altro esempio: anche l'eutanasia semplicemente accelera il diventare cadaveri, quindi non fa altro che rispettare e sveltire la natura!
Forse la questione è un tantino differente: sul piano liturgico e spirituale, anche nella morte il cristiano si conforma a Cristo, che fu inumato. In tutta la vita il fedele vuole imitare il suo Signore, e dunque, perfino nella morte vuol fare lo stesso. La cremazione oggettivamente e simbolicamente contraddice non la risurrezione, ma la conformazione a Cristo e il rispetto dovuto al corpo che viene "seminato nella terra", secondo l'espressione di san Paolo, perchè da essa "risorga" incorruttibile. Per questo da sempre, fin dalle origini del cristianesimo, la Chiesa si è opposta alla pratica della distruzione dei cadaveri, supponendo in essa una visione ideologica incompatibile con il cristianesimo. In tutti i luoghi, d'Oriente e d'Occidente, dove la fede cristiana è diventata culturalmente rilevante, la pratica dell'inumazione è risultata prevalente, come lo è, d'altra parte, anche per i popoli islamici e per il popolo ebraico. In India, dove ubiquitaria è la prassi della cremazione, i cristiani - presenti fin dal I secolo - hanno sempre praticato l'inumazione.
La cremazione è sempre stata osteggiata e sanzionata dalla Chiesa; dal 1963 è stata però "sdoganata" quale atto materiale senza implicazioni ideologiche (ma non è l'atto che in mancanza di altri cogenti e oggettivi motivi esprime l'intenzione?). In pratica Paolo VI ha aperto la porta, chiusa da sempre, alla più grande rivoluzione della cura dei Morti nell'occidente cristiano che si sia mai riscontrata. In poco tempo la cremazione è andata diffondendosi. In alcuni paesi europei è oggi al primo posto, mentre in Italia non arriva al 10% dei casi.
La cremazione "benedetta", se mai lo sarà, è un'ulteriore picconata ai simboli cristiani. Ma questa volta possiamo parlare di autogol. Una religione esprime le sue convinzioni con i simboli e non può fare diversamente (come abbiamo visto nel caso del Crocifisso). I divieti della Chiesa alla cremazione, lo ricordo, non erano mai stati nei confronti del fatto in sè: non è un male intrinseco dover, in certi casi, bruciare i cadaveri. Così recita infatti anche l'attuale canone 1176 del Codice di Diritto Canonico che regola la materia: «la Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione, a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana». Non proibisce non significa affatto "mettere sullo stesso piano". La Chiesa raccomanda, che almeno si tenga conto di questa raccomandazione. Ci sono situazioni di epidemie o di guerre in cui non si può umanamente far altro che distruggere i corpi. Ma la condanna della cremazione è sempre stata causata dall'intenzione e dalla motivazione espressamente anticristiana, divulgata incontestabilmente dal razionalismo e della Massoneria. Queste motivazioni, in tempo di declino della fede, fanno evidentemente breccia nei cuori e nelle menti, portandole sempre di più verso un contatto pagano con la realtà della morte: si inizia con la prassi prima tollerata, poi ammessa, e si finisce con l'assuefazione ad una realtà anticristiana, ma ormai considerata normale.
Il nuovo rito liturgico, se sarà davvero approvato, ci metterà ancora di più in linea con i protestanti (che nulla eccepiscono alla cremazione), e ci allontanerà dagli Orientali, per i quali invece è assolutamente inconcepibile la distruzione di un corpo che è stato tempio dello Spirito Santo. Rimane - per ora - in piedi il divieto di conservare le ceneri dei morti in case private e ancor più l'orrore della dispersione delle ceneri. Quest'ultima pratica di un paganesimo naturalista è, ahimè, propagandata come "buona" e "cristiana" da tanti, anche sacerdoti colpevolmente ignoranti. Pastoralmente risibile è poi l'applicazione di quanto Rodari riporta essere un passaggio del documento episcopale di futura approvazione: “Qualora il defunto abbia espresso prima della morte la chiara volontà di far disperdere le proprie ceneri o conservare l’urna in un luogo diverso dal cimitero, si dovrà appurare se essa sottintenda il disprezzo della fede cristiana. In questo caso, non si potranno concedere le esequie ecclesiastiche”. Il funerale si fa uno o due giorni dopo la morte, quando e chi avrà tempo e modo di appurare il sottinteso disprezzo e coraggiosamente esporsi a fermare la macchina delle pompe funebri che non si negano più a (quasi) nessuno?
Chi non sa più vedere con gli occhi della fede, comunque sia, vedrà nella cremazione solo "un'accelerazione del processo di ossidazione". Per gli altri, che vogliono continuare a esprimere la loro sensibilità cattolica anche nell'ultimo viaggio, non rimarrà che dare tenacemente il buon esempio, quando sarà il loro momento.

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Lessico Funerario:

TUMULAZIONE
Per Tumulazione si intende l' introduzione della bara, ermeticamente chiusa, in un loculo in concessione o in tomba privata (più posti insieme), la cassa deve essere di legno esternamente e di zinco all' interno o viceversa. I loculi vengono concessi per un periodo più o meno lungo (da 20 a 30 anni) dalle amministrazioni comunali.

INUMAZIONE
Per Inumazione si intende l'immissione della bara in terra. La cassa deve essere di solo legno.
Il periodo di sosta sotto terra, prima di poter essere esumata è di 10 anni.
Dal 1/04/2001 l'inumazione non è più gratuita, i comuni ora applicano un tariffario definito dai comuni stessi.

CREMAZIONE
Per Cremazione si intende l'incenerimento della salma in bara dentro forni speciali.
Le risultanti ceneri raccolte in una urna possono essere tumulate in loculo o in tomba o sparse in ambiente (aria, mare, terra) o in appositi spazi nei cimiteri. Anche per questa prassi la cassa deve essere di solo legno.
Dal 1/04/2001 l'incenerimento non è più gratuito.

sabato 24 ottobre 2009

La messa di Requiem di Duruflé: variazioni sul gregoriano

Messa per i defunti o per un funerale, cosa cantare? A volte neanche le corali più attrezzate sanno cosa proporre in questi momenti liturgici spesso particolarmente delicati. La bellezza e delicatezza della Messa gregoriana di Requiem è insuperata e insuperabile. Ma non a tutti sembra adatta l'asciuttezza del canto romano e desidera un po' di polifonia. Possiamo e dobbiamo riscoprire un repertorio nascosto tra le pieghe del tempo a cavallo del Concilio Vaticano II. Il movimento liturgico e musicale preconciliare, quello che in realtà ha dato le idee buone al Concilio (e le stava coltivando da un cinquantennio quando arrivò il Vat. II), aveva prodotto anche spunti ottimi e tragicamente dimenticati subito dopo la più grande vittoria. Ironia della storia: chi aveva promosso il Concilio e ne era stato consacrato vincitore è stato "ucciso" nei tumulti e nelle "rivoluzioni" postconciliari che hanno invece applicato i Beatles alla riforma liturgica.
Nel 1947 Maurice Duruflé, compositore francese e organista a vita di St Etienne-du-Mont a Parigi, scrive la sua opera più famosa: un Requiem, per solisti, coro e orchestra. L'idea è semplice: una riscrittura polifonica del canto gregoriano, come all'inizio della polifonia del '300. Le sonorità sono del XX secolo, ovviamente. Per questo stupisce e piace. Peccato dover sentire questi pezzi in concerto e mai, almeno alcuni, durante una celebrazione vera e propria.
Duruflé è morto nel 1986, ha fatto in tempo a vedere gli sconquassi e l'oblio della musica sacra. Ma c'è chi tenta un recupero e mette i suoi sforzi e i suoi successi in YouTube, il magazzino dei video che tanto bene sta facendo anche alla divulgazione della grande musica.
Eccovi i "Patriot Singers" la "University Chorale" dell'Università del Texas uniti nell'interpretazione di questo Requiem.



martedì 6 ottobre 2009

Per imparare la "messa antica". Video di Maranatha.it


Molti non hanno la possibilità (o la voglia?) di recarsi di persona a prendere contatto con la celebrazione della forma straordinaria del Rito Romano. Per venire incontro alle esigenze dei fedeli e dei sacerdoti che desiderassero imparare a celebrare e a partecipare attivamente a questa venerabile forma rituale, l'eccezionale sito Maranatha.it ha pubblicato due serie di video.
Il primo ciclo è una spiegazione passo passo della Messa antica (attenzione aggiornamento: come ho potuto costatare è un video prodotto della Fraternità sacerdotale S. Pio X, è bene conoscerne la provenienza); il secondo ciclo presenta una celebrazione ordinaria di una "Messa letta" seguita da vicino attraverso la telecamera (tratto dal DVD della Fraternità di San Pietro, con il sostegno della Commissione Ecclesia Dei ).
Evidentemente si tratta di tutorial; non hanno l'intenzione di sostituirsi alla "presa diretta" e alla partecipazione personale alla Messa. Possono comunque essere d'aiuto a quanti imparano a pronunciare le varie formule come chierichetti e hanno bisogno di un "cerimoniere virtuale" che ricordi loro i distinti passi e le giuste sequenze rituali.
Tutti i testi del rito della Messa e le parti proprie di ogni domenica e festa sono da tempo disponibili sul benemerito sito (anche in formato PDA - cellulare).

sabato 28 marzo 2009

Newman: "I Padri mi fecero cattolico". Il ruolo dei Padri della Chiesa nella spiritualità del grande cardinale inglese

Ormai praticamente non passa giorno senza che l'Osservatore Romano pubblichi un articolo dedicato a John Henry Newman, cardinale inglese del sec. XIX, convertitosi al cattolicesimo e ideatore del movimento di Oxford per il ritorno dell'anglicanesimo nella famiglia cattolica.
Il suo pensiero, quanto mai fecondo, stimola i teologi contemporanei: sia per la sua visione dei rapporti tra fede, ragione e immaginazione, per quanto riguarda la teologia fondamentale e il funzionamento dell'actus fidei, sia, su un altro versante, per la sua ecclesiologia permeata dalla dottrina patristica, che lo conduce a riconoscere la continuità della fede professata dalla Chiesa antica e dal cattolicesimo a lui contemporaneo. L'articolo di oggi, di Inos Biffi, tratta appunto del tema cruciale: l'incontro di Newman con i grandi padri, in particolare i Cappadoci e Atanasio.

Newman e i Padri della Chiesa: un incontro decisivo 
Gli amici del quarto secolo che fanno bella ogni stagione

di Inos Biffi

Il 13 marzo 1864, domenica di Passione, alle sette del mattino, nel Testamento scritto in attesa della morte, Newman dichiarava: "Affido l'anima mia e il mio corpo alla Santissima Trinità e ai meriti e alla grazia di nostro Signore Gesù, il Dio Incarnato; all'intercessione e alla compassione della nostra cara madre Maria; a san Giuseppe; a san Filippo, mio padre, padre di un figlio indegno; a san Giovanni evangelista; a san Giovanni Battista; a sant'Enrico; a sant'Atanasio, a san Gregorio di Nazianzo; a san Giovanni Crisostomo e a sant'Ambrogio.
L'affido altresì a san Pietro, a san Gregorio I, a san Leone e al grande apostolo san Paolo".
Non sorprende che nell'attesa della morte - che sarebbe sopravvenuta più di un quarto di secolo dopo, nel 1890 - Newman si affidasse alla Santissima Trinità, a Gesù Cristo, a Maria e a Giuseppe, a san Filippo Neri, fondatore degli oratoriani - ai quali apparteneva, e del quale era devotissimo - a san Giovanni Battista e agli apostoli Giovanni, Pietro e Paolo, e a sant'Enrico, del quale, con quello di Giovanni, portava il nome.
Non è però neppure sorprendente - ma molto significativo - che, dopo aver "passato la sua vita nell'intimità dei Padri" (Henri Brémond), Newman si affidasse in morte a quei padri e dottori che rappresentavano ai suoi occhi la gloriosa Chiesa antica: dopo la frequentazione durante tutta la sua vita, a partire dall'adolescenza, non poteva, certo, dimenticarli in morte. Essi erano stati "le sorgenti della sua conversione e della sua vita interiore" (Denis Gorce); li aveva cantati nelle sue più belle liriche; li aveva raccolti con premurosa devozione, in edizioni raffinate, nella sua biblioteca, per stare con loro; li aveva studiati a lungo e con entusiasmo: non poteva dubitare che si sarebbero presentati ad accoglierlo sulla soglia dell'eternità.
L'incontro di Newman con i Padri, con "queste prime luci della Chiesa", come egli li chiama, fu un incontro precoce. Era il 1816, quando questo "sublime inquieto" (Gorce) sperimentò - lo scrive nell'Apologia pro vita sua - "un grande rivolgimento di pensieri", incominciando "a subire l'ascendente di un credo ben definito" e ad accogliere "nella mente certe impressioni sul dogma che, per la grazia di Dio, non sono mai più scomparse né sbiadite".
La storia dei Padri diviene allora, in certa misura, la storia di Newman. E il pensiero va a quello che per lui aveva significato lo studio degli "amici del secolo IV", "il secolo di elezione di Newman", nel quale egli "si trova tutt'intiero" e che è "il suo luogo intellettuale (...) il paesaggio dell'anima che porta nel proprio intimo e trasfigura le sue giornate" (Gorce) - e va al Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, che si concluderà con la scelta dolorosa e doverosa, e insieme gioiosa e liberante, della conversione alla Chiesa cattolica, quando, proprio alla scuola dei padri, sentì sciogliersi l'ostacolo che lo teneva lontano da essa.
Dal dicembre 1832 al giugno 1833 Newman avrebbe compiuto il celebre viaggio nel Mediteranno da cui resterà incantato. Quelle acque, scriverà alla madre il 19 dicembre 1832, gli ricordavano Atanasio, che le aveva attraversate - "Qui il grande Atanasio viaggiò verso Roma" - e lo avvicinavano alle terre dei padri greci, e particolarmente dei "suoi Cappadoci". Il loro ricordo si trasfigura allora in poesia: la poesia che, d'altronde, anima tutta l'opera di Newman.
A bordo della Hermes, tra Zante e Patrasso, Newman canta i Padri greci, "la pagina variegata, tutta splendore di Clemente", "e Dionigi, guida saggia nel giorno del dubbio e della pena", "e Origene dall'occhio d'aquila", e, dopo Basilio, - col suo "alto proposito di colpire l'eresia imperiale" - "la grazia divinamente insegnata del Nazianzeno", e "Atanasio dal cuore regale", che altrove definirà "instancabile Atanasio"; mentre un'intera poesia sarà dedicata a Gregorio di Nazianzo.
Né meno poeticamente ispirato è un brano di prosa del saggio sul Crisostomo, dove quattro dottori della Chiesa sono paragonati alle quattro stagioni: "(Basilio) somigliava a una calma, mite, composta giornata d'autunno; san Giovanni Crisostomo era invece una giornata di primavera, luminosa e piovosa, splendida fra sprazzi di pioggia. Gregorio era l'estate piena, con un lungo intervallo di dolce quiete; la sua monotonia era interrotta da lampi e tuoni. E sant'Atanasio ci dà l'immagine dell'inverno rigido e accanito, con i suoi venti violenti, i terreni incolti, il sonno della grande madre, e in cielo le stelle luminose".
"I Padri mi fecero cattolico": Newman stesso lo dichiara a Edward B. Pusey. Questi aveva criticato il culto cattolico a Maria, ritenendolo uno sviluppo anomalo della pietà cristiana e un grave ostacolo per l'intesa degli anglicani coi cattolici, e Newman nella nota lettera a Pusey risponderà: "Non mi vergogno di basarmi sui Padri, e non penso minimamente di allontanarmene. La storia dei loro tempi non è ancora per me un vecchio almanacco. I Padri mi fecero cattolico (The Fathers made me a Catholic), ed io non intendo buttare a terra la scala con la quale sono salito per entrare nella Chiesa".
E, dopo aver terminato The Church of the Fathers, scriverà: "La mia Chiesa dei Padri è ora terminata. È il libro più bello - the prettiest book - che io abbia scritto. E non c'è da sorprendersi, dal momento che si compone tutto di parole e di opere dei Padri".
È lui stesso a riferire quanto si diceva: "Intorno a noi da ogni parte si alzavano voci, a gridare che i Tracts e gli scritti dei Padri ci avrebbero portato al cattolicesimo prima che ci avvedessimo" e a ricordare il suo prosternarsi "con amore e venerazione ai piedi di coloro - sta parlando dei padri calcedonesi - la cui immagine ebbi sempre davanti agli occhi e le cui armoniose parole risuonarono sempre al mio orecchio e sulle mie labbra". Si viene drammaticamente accorgendo che l'antica ortodossia patristica e conciliare continuava nella Chiesa di Roma, e la sua coscienza gli imponeva di prendere la decisione coerente: "Se sant'Ambrogio e sant'Atanasio tornassero all'improvviso in vita - scrive nello Sviluppo della dottrina cristiana - non vi ha dubbio quale confessione riconoscerebbero come la loro". Commenta con finezza il Gorce: "Newman non ha che da cantare il Nunc dimittis (...) Dopo essere stati gli strumenti della sua agonia, i Padri sono diventati finalmente gli artefici della sua risurrezione".
Newman stesso nell'Apologia pro vita sua ricorderà come nella stesura de Gli ariani del iv secolo i Padri abbiano via via influito su di lui. Così, scrive: "La vasta filosofia di Clemente e Origene mi entusiasmò (...) Certe parti del loro insegnamento, di per sé magnifiche, mi giungevano come una musica nell'orecchio della mia anima, quasi fossero la risposta a idee che, con ben poco incoraggiamento all'esterno, io accarezzavo da tanto tempo".
Fatto quindi cattolico, Newman affermerà che la lettura dei Padri era per lui fonte di "delizia"; egli li sentiva e li considerava come suoi familiari. Alcuni di essi erano i suoi "vecchi amici del secolo iv". Gli scritti dei padri erano i suoi "archivi di famiglia".
"Mi ricordo bene - scrive Newman - come, entrato finalmente nella comunione cattolica, baciavo i volumi di sant'Atanasio e di san Basilio con delizia, con la percezione che in essi ritrovavo molto di più di quello che avevo perduto, e come dicevo a queste pagine inanimate, quasi parlando direttamente ai gloriosi santi che le hanno lasciate in eredità alla Chiesa: "Ora, senza possibilità alcuna di errore, voi siete miei, e io sono vostro"".
I Padri - è l'osservazione del geniale Brémond - sono rievocati da Newman non come figure definitivamente perdute nel passato, ma come suoi veri contemporanei: "Poeta, veggente, la Chiesa dei Padri gli è presente e familiare quanto i suoi amici di Oxford e di Birmingham", così come "Ciro, in cui Teodoreto vive in esilio, "uggiosa, banale, con la sua popolazione insignificante", è Birmingham. Antiochia, l'elegante e la raffinata, ora che Alessandria ha perso il suo Atanasio, Antiochia è Oxford".
"Sempre il ricordo dei Padri - annota il Gorce - dorme in fondo alla sua anima, pronto a rivivere e a manifestarsi. Passando a Milano, nel recarsi a Roma, (...) egli si sentirà perfettamente at home nella grande città patristica". Newman aveva scritto: "Questo è il luogo più meraviglioso (...) Milano presenta maggiori richiami, che non Roma, con la storia che mi è familiare. Qui ci fu sant'Ambrogio, sant'Agostino, santa Monica, sant'Atanasio".
D'altronde, Newman non accostava i padri in modo astratto, unicamente interessato, da storico e da teologo, allo studio della loro dottrina, ma al fine - sono le sue parole - di penetrare nella loro "vita reale, nascosta, ma umana o, come si dice, l'"interno" di queste gloriose creature di Dio".

(©L'Osservatore Romano - 28 marzo 2009)