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mercoledì 18 aprile 2012

Fellay, si dice, "ha firmato". Ma non tutti i suoi sono d'accordo con lui. Nemmeno Lefebvre stesso?

Si percepisce un certo contrasto all'interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i lefebvriani (leggi qui). Mentre l'ala "cattolica" si rallegra (leggi qui) della probabile capitolazione dei vertici alle richieste dottrinali del Papa (che per primo ha concesso tutto quello che i lefebvriani, da sempre, chiedevano), c'è un'aula "rigorista", che non intende piegarsi e cerca di spegnere gli entusiasmi (il comunicato oggi uscito da Menzingen ne è un segno chiaro - si veda anche qui -)
Purtroppo sappiamo che questi ultimi possono richiamarsi alla più autentica eredità dell'arcivescovo scomunicato Marcel Lefebvre, iniziatore dell'irregolare società di chierici tradizionalista, mai piegatosi alle richieste della Santa Sede. Accetterebbe lui, oggi, l'accordo dottrinale proposto da Ratzinger Papa, quello stesso Ratzinger Cardinale a cui più volte disse "NO" in vita, come ci testimonia il video-discorso che qui vi accludo?? A voi la risposta, dopo aver ascoltato il discorso (o letto i sottotitoli se non capite bene il francese). Comunque rimarrà la domanda: Quanto sincera potrà essere l'accettazione dottrinale di chi, fino a ieri, continuava a dire che non intendeva piegarsi alle pretese di una Roma "che ha perso la Fede"? Anche questo resta da scoprire... Speriamo e preghiamo per un vero e duraturo risanamento degli strappi nella veste di Cristo che è la sua Chiesa. Papa Benedetto se lo meriterebbe davvero.

venerdì 16 marzo 2012

Mano di ferro in guanto di velluto. Papa Benedetto è chiaro: i Lefebvriani devono ora accettare le sue condizioni.

Un comunicato limpido e cristallino è uscito oggi dagli uffici della Santa Sede. Riguarda la vicenda della faticosa riconciliazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i cosiddetti Lefebvriani. Il messaggio, che si riferisce all'incontro odierno tra il Card. Levada e i superiori della Fraternità è scritto in ecclesialese curiale, forbito e gentile, ma è un macigno. Leggiamolo e commentiamolo:


Durante l’incontro del 14 settembre 2011 fra Sua Eminenza il Signor Cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, e Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, era stato consegnato a quest’ultimo un Preambolo Dottrinale, accompagnato da una Nota preliminare, quale base fondamentale per raggiungere la piena riconciliazione con la Sede Apostolica. In esso si enunciavano alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il "sentire cum Ecclesia" [questo è il riassunto delle puntate immediatamente precedenti. Potete trovare qualche riferimento anche in questo post e in quest'altro, scritti tempo fa'].

La risposta della Fraternità Sacerdotale San Pio X in merito al summenzionato Preambolo Dottrinale, pervenuta nel gennaio 2012, è stata sottoposta all’esame della Congregazione per la Dottrina della Fede e successivamente al giudizio del Santo Padre [è già sceso in campo il Papa, al cui giudizio -lo ricordiamo - non c'è appello ulteriore]. In ottemperanza alla decisione di Papa Benedetto XVI [il Papa ha deciso], con una lettera consegnata in data odierna, si è comunicato a S.E. Mons. Fellay la valutazione della sua risposta. In essa si fa presente che la posizione, da lui espressa, non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità. [Il Papa non è d'accordo con i Lefevriani a proposito del loro parere che il "preambolo dottrinale" sia inaccettabile . Attenzione ai termini. Si dice: la risposta data "non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura". C'è dunque, attualmente, e rimane una spaccatura, un fossato, una mancanza di comunione, e questa è data non da problemi disciplinari, ma di fede (dottrinali)]

Al termine dell’odierno incontro, guidato dalla preoccupazione di evitare una rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili, si è rivolto l’invito al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X di voler chiarificare la sua posizione al fine di poter giungere alla ricomposizione della frattura esistente, come auspicato da Papa Benedetto XVI. [Qui si arriva al dunque: c'è un ultima mano tesa dal Papa, perché Fellay accetti di ricomporre la frattura esistente "come auspicato da Papa Benedetto". Altrimenti sono chiaramente previste le consueguenze, che ci si affretta a dire di voler evitare. Si tratta di una "rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili": minaccia di scomunica per niente velata, e questa volta - da ciò che pare dal comunicato - non solo per scisma causato da una rottura della disciplina, pur importante come l'ordinare vescovi senza mandato pontificio, ma per i problemi dottrinali. Questo vuol dire eresia, chiaro e tondo: davvero conseguenze dolorose e incalcolabili]
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Il temporeggiamento è finito. E' arrivata la resa dei conti. RadioVaticana aggiunge che il termine è il 15 aprile prossimo. Il Papa ha parlato: Roma locuta, causa finita. Prendere o lasciare. Ma lasciare significherà per i Lefebvriani perdere tutto e relegarsi tra i sedevacantisti. Oppure perdere solo gli elementi eretici, presenti nel suo seno, e tornare purificata a Roma, nell'abbraccio della Chiesa universale, continuando a far fiorire il carisma "spinoso" - se volete -  eppure fecondo - del continuo richiamo alla teologia, magistero e disciplina preconciliare.

E proprio secondo la Tradizione, ricordiamo anche questo, la Chiesa - per volere divino - non è una democrazia, soprattutto per quanto riguarda la dottrina e la sua valutazione. Il custode supremo del dogma è il Vescovo di Roma, con tutti i vescovi in comunione con lui (Vaticano Primo). Se certi vescovi rifiutano la comunione con il Romano Pontefice, si tagliano fuori da se stessi dalla Chiesa. 
La Chiesa universale è una piramide, certamente! (vedi schema qui sotto). Ma una piramide con la punta verso il basso, il cui vertice che sopporta e supporta tutto il peso ecclesiale è il vicario di Pietro, appoggiato in equilibrio sempre instabile, ma mantenuto lì da Dio stesso, sul dito invisibile del capo della Chiesa: Gesù Cristo.



lunedì 23 maggio 2011

Altri pensieri sparsi su "Universae Ecclesiae": Il num. 19 riguarda i Lefebvriani?


C'è un numero particolarmente interessante, per la sua chiarezza e il suo riferimento, nella recente istruzione Universae Ecclesiae (per l'attuazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, sulla Messa more antiquior). Si tratta del num. 19, che recita così:

19. Christifideles celebrationem secundum formam extraordinariam postulantes, auxilium ne ferant neque nomen dent consociationibus, quae validitatem vel legitimitatem Sanctae Missae Sacrificii et Sacramentorum secundum formam ordinariam impugnent, vel Romano Pontifici, Universae Ecclesiae Pastori quoquo modo sint infensae.

I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale.

Dunque, esaminando con più precisione, rispetto alla traduzione ufficiale, possiamo dire:
a) Questo numero riguarda il diritto di chiedere la forma straordinaria: celebrationem secundum formam extraordinariam postulantes
b) Chi la chiede deve avere i requisiti qui stabiliti: 1) non dare aiuto (auxilium ne ferat) nè tantomeno essere in qualche modo iscritto (neque nomen dent) ai gruppi o associazioni (consociationibus) che si oppongano (impugnent) alla validità o anche solo alla legittimità della Messa e dei sacramenti celebrati secondo la forma ordinaria.
c) Inoltre tali gruppi a cui eventualmente si appartiene non devono essere ostili in alcun modo (quoquo modo) verso il Romano Pontefice come Pastore della Chiesa Universale. Infensus vuol dire "ostile, nemico, arrabbiato con.."

Di chi si parla, perciò, in questo numero 19?
Certamente dei Sedevacantisti, quegli strambi personaggi che son convinti che l'ultimo papa valido sia stato Pio XII, dopo di chè la Sede di Pietro è occupata da usurpatori. Questi sono assolutamente contrari al Papa di Roma in quanto Pastore della Chiesa universale. Ma di questi nemmeno ci occupiamo.

La questione diventa tuttavia più delicata quanto pensiamo a chi non riconosce la validità della Messa e dei sacramenti nell forma Ordinaria. Sono pochi i gruppi, forse c'è qualcuno - personalmente - che ha questa idea. Se la manifesta così, è chiaro che si mette fuori della comunione della Chiesa e non può nemmeno chiedere la forma straordinaria (tanto più non la chiederebbe a chi è stato ordinato con il rito ordinario, e quindi sarebbe invalidamente ordinato). Mi pare che solo alla luce di questa cautela si capisce perchè l'ordinazione rimane per tutti in forma ordinaria: per mettere a tacere i pochi - che pure esistono - i quali cianciano dell'invalidità dei sacramenti celebrati con i libri riformati.

Più complessa è la questione concernente chi sostiene che la messa ordinaria non avrebbe "legittimità". Che cosa si intende per "legittimità": non è solo la liceità dell'atto di celebrare la messa Novus Ordo, ma si tratta del più radicale dubitare che sia stata legittimamente promulgata e che - comunque - il messale di Paolo VI sia un bene e non un male per la Chiesa.
Ci sono gruppi che la pensano così? Putroppo sì. Nella Fraternità Sacerdotale di San Pio X, i lefebvriani, questo mettere in questione la legittimità del Novus Ordo non è nascosto a nessuno. E sono parecchi anche tra i commenti in alcuni blog che mostrano con tutta evidenza la stessa posizione da parte di fedeli che si dicono in piena comunione con il Papa.

La richiesta di questo num. 19 non è in sostanza differente dalla condizione posta nel famoso indulto del 1984 nella lettera Quattuor abhinc annis del 1984, anzi - se si vuole - è più mite:
a) Con ogni chiarezza deve constare anche pubblicamente che questi sacerdoti ed i rispettivi fedeli in nessun modo condividano le posizioni di coloro che mettono in dubbio la legittimità e l'esattezza dottrinale del Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970.

Se dunque, domani, viene a bussare alla mia sagrestia un sacerdote della FSSPX con un gruppo che chiede di celebrare la Messa in forma straordinaria o anche solo un gruppo legato pubblicamente a una cappella dei lefebvriani, devo accogliere queste richieste? La risposta è no. Non perchè io sia contrario alla forma della celebrazione straordinaria, ma perchè chi lo chiede non è in comunione piena con il Sommo Legislatore della Chiesa, ed è in questo in polemica con il Papa; il quale non solo ritiene legittima la forma ordinaria, ma ordinariamente la celebra. La carità non può e non deve essere disgiunta dalla verità. E viceversa.
Ricordo, a chi spesso lo dimentica, che comunque i sacerdoti della FSSPX non esercitano legittimamente nessun ministero nella chiesa cattolica, le loro confessioni sono invalide per mancanza di giurisdizione (a parte in pericolo di morte), e anche i matrimoni celebrati dai sacerdoti lefebvriani sono invalidi per lo stesso motivo.

Questo numero 19 è pertanto un monito e un richiamo ai fedeli che frequentano certi gruppi non in comunione con la Chiesa, o ancora non del tutto in comunione (come i lefebvriani); un richiamo a ricordare che l'unità ecclesiale è il primo requisito per chiedere la celebrazione della Messa, unità non solo formale, ma sostanziale, che non mette in dubbio la validità e la legittimità dei sacramenti secondo le forme approvate dalla stessa Santa Madre Chiesa.

domenica 25 luglio 2010

Lo stillicidio di critiche dei Lefebvriani al Concilio e al Papa studioso. Tanti, in casa Lefebvre, continuano a minare il cammino verso l'unità


(ASCA) - Roma, 24 lug - I lefebvriani non nascondono il loro scetticismo sul tema scelto da papa Benedetto XVI per il tradizionale incontro di fine estate con i propri ex-studenti a Castelgandolfo. Il cosiddetto 'Schuelerkreis' affrontera' quest'anno il tema dell'interpretazione del Concilio Vaticano II. Si tratta pero' di uno sforzo ''superfluo'', secondo i tradizionalisti legati alla messa tridentina, perche' - come scrive il portavoce abate Alain Lorans (nella foto), nel loro bollettino settimanale online - il Concilio non puo' essere la ''bussola'' per il cristianesimo del nostro tempo, in quanto ''volendosi aprire allo spirito del mondo moderno si e' posto sotto l'influenza di una forza di attrazione estranea alla Chiesa'' che, come un ''magnete'', gli ha reso impossibile di continuare a indicare la strada. Di qui il contrasto di interpretazioni e di letture del Concilio, inconciliabile - secondo i lefebvriani - con una fede che, come una bussola, dovrebbe ''fornire una informazione precisa e far tacere ogni discussione: ecco il nord e il resto e' superfluo''.

Evidentemente ci sono alcuni che preferiscono lo "status quo", non vogliono l'unità completa, che significa sottomissione vera e giuridica a Roma e fine della libertà gallicana a cui ormai sono abituati da decenni in nome della purezza della fede. Perchè altrimenti continuare a mettere mine sotto i passi del Papa, che tanto si sta spendendo per la causa dell'unità di tutti i cristiani? Questo è davvero difficile da capire. L'unica spiegazione è il desiderio di boicottare il dialogo e far fallire i negoziati per riportare la FSSPX e i suoi vescovi nella comunione visibile con la Chiesa di Roma.

lunedì 26 ottobre 2009

Iniziano i colloqui con i Lefebvriani, ma a Lourdes il trionfalismo della FSSPX rovina il clima e non si cura dei sentimenti del Papa


Oggi iniziano i colloqui dottrinali tra la Santa Sede e la Fraternità di San Pio X, per far finalmente comprendere ai lefebvriani che la Chiesa Cattolica, ufficialmente, è la sola interprete autentica della lettera di ogni ogni Concilio Ecumenico, e chi non si sottomette al magistero del Sommo Pontefice non può fregiarsi dell'appellativo di "cattolico".
Ma proprio alla vigilia dei colloqui che cosa ci tocca vedere? Il vescovo lefebvriano Tissier de Mallerais che pontifica al trono nella Basilica san Pio X di Lourdes! Neanche fosse il vescovo diocesano! (qui la notizia) Non bastava il faldistorio? Sanno benissimo i Lefebvriani che questo gesto, che può sfuggire a chi frequenta solo il Novus Ordo può passare inosservato. Ma non è così. E' un gesto simbolico esplicito. Addirittura usa il pastorale, a riconoscersi una potestà che il Papa, finora gli nega esplicitamente. I simboli parlano: non era meglio fare sfoggio di umiltà in questa occasione?
Questo è correre troppo e non rispettare non solo i sentimenti del Pontefice, che è stato generoso - a sue spese - con i fratelli della FSSPX, ma anche non tener conto della lettera che il Papa ha mandato a tutti i vescovi dopo i "tumulti" scoppiati all'indomani della remissione delle scomuniche. Ve la cito perchè la memoria di molti è corta:
"Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa."
Evidentemente il Vescovo di Tarbes e Lourdes non ha ricevuto la lettera (o non vuole far polemica con nessuno). Qui non si tratta di dare un altare ad un sacerdote di un'altra chiesa non in comunione con Roma, si tratta di sacerdoti cattolici finora sospesi "a divinis". Non so se sia chiara la differenza.
Veramente il cattivo gusto e la faciloneria di certi elementi non ha fine. Mi chiedo poi come il rettore di Lourdes abbia potuto dare il suo consenso ad un pontificale del genere! Se proprio si voleva, per santa carità esagerata, poteva bastare una cappellina, consci che si trattava comunque - ancora- di una messa illecita per il diritto canonico, sebbene celebrata da un vescovo su cui non pesava più il fardello della scomunica.
Ma ormai ognuno interpreta la legge canonica come vuole, e la Tradizione vale solo quando conviene. Che sconforto, che tristezza. Questo trionfalismo lefebvriano è proprio agli antipodi dell'umiltà che servirebbe in questo frangente. Speriamo proprio che i colloqui portino frutto. Ma ci sarà bisogno di tanto aiuto dal cielo.

sabato 17 ottobre 2009

Progetti dei Lefebvriani: diventare prelatura personale?

Secondo l'informatissimo Tornielli l'innalzamento della Fraternità sacerdotale San Pio X a prelatura personale, come l'Opus Dei, sarebbe la contropartita richiesta dai Lefebvriani per rientrare in piena comunione con la Chiesa di Roma. Lo scrive oggi su Il Giornale.
Dopo aver già ottenuto la remissione della scomunica dei quattro vescovi illecitamente ordinati da Mons. Lefebvre, e la liberalizzazione dell'uso del Messale del 1962 con il Motu Proprio Summorum Pontificum, adesso gli oppositori delle riforme del Vaticano II vorrebbero assicurarsi l'indipendenza completa dai vescovi diocesani (a questo, in fondo, punterebbe la presunta richiesta di erezione in Prelatura Personale).
Secondo me i problemi dei tradizionalisti lefebvriani sono altri, e di due tipi.

1) Problemi teologici, che anche Tornielli mette giustamente in evidenza. E questi verranno affrontati nelle sessioni dell'apposita commissione di dialogo che affronterà l'ermeneutica dei punti controversi del Concilio Vaticano II (ovviamente non di TUTTO il Concilio, come qualche giornalista disinformatore continua ad asserire). In realtà questi dialoghi serviranno a tutta la Chiesa Cattolica, perchè chiederanno di esplicitare come devono essere interpretate "cattolicamente" le posizioni conciliari sulla collegialità episcopale, la libertà religiosa, l’ecumenismo e il rapporto con le religioni non cristiane.

2) Seconda serie di problemi viene alla FSSPX dai membri interni recalcitranti e dai sostenitori laici che non vogliono venire a patti con la Sede di Roma, da cui ormai per troppo tempo si sono sentiti indipendenti. Una fraternità che si è autoproclamata la principale (unica?) difesa rimasta alla Tradizione Cattolica e si è identificata in questa lotta non è per nulla facile da ricondurre intera e compatta all'unione con quelli che fino a ieri erano "eretici" e nemici. Molti laici, che dopotutto sostengono economicamente l'attività della FSSPX come benefattori, potrebbero insistere nel volere i loro preti "di corte", indipendenti dal Papa di Roma. E lo stato maggiore della Fraternità dovrà allora decidere tra il ritorno nelle braccia della Madre Chiesa e la sicurezza economica. Alcuni di questi preti potrebbero poi mettersi nuovamente "in proprio", staccandosi dalla Fraternità che torna a casa, e chissà, magari trovano anche un vescovo disposto a consacrarli al sommo sacerdozio.
Sono pericoli da non trascurare.

Per quanto riguarda ancora lo status di Prelatura Personale, sarebbe ben strano venisse concesso. Abbiamo già più di un precedente di ritorno di Lefebvriani. Per es. cito la Fraternità sacerdotale di San Pietro. Tornati in punta di piedi vent'anni fa, dodici preti staccatisi dalla FSSPX per non voler aderire al movimento scismatico, sono ora diventati 219! E hanno 11 diaconi, futuri preti, e circa 129 seminaristi! Quante piccole congregazioni possono vantare questi numeri? (qui i dati ufficiali). Eppure il loro status nella Chiesa è quello di una semplice Società di vita apostolica di diritto pontificio.
Sarebbe abbastanza preoccupante che venisse eretta un'altra "anomalia ecclesiologica", qual è ogni prelatura personale (meglio che ne rimanga una sola), soprattutto quando non ce n'è alcun bisogno per il bene della Chiesa. A sistemare in qualche ministero o dicastero i quattro vescovi di ritorno (se torneranno tutti e quattro...) ci penserà la fantasia del Santo Padre e dei suoi collaboratori.

giovedì 17 settembre 2009

A un passo dai dialoghi teologici, lefebvriani si vantano delle sortite in san Pietro.

la carta d'identità del prete: il celebret
No non si fa così. Mi dispiace. Se un sacerdote canonicamente sospeso (questo è il caso dei sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X, diverso dal caso di un sacerdote di una chiesa non in comunione con Roma) senza farsi notare, o approfittando della sbadataggine dei sacrestani celebra la santa Messa in san Pietro, non dovrebbe di certo vantarsi di questo "successo", ma eventualmente nascondere la cosa, di per sè non secondo i canoni, soprattutto adesso che stanno per prendere il via i tanto desiderati e faticosamente sperati colloqui teologici fra Lefebvriani e Roma. Ecco invece la notizia in mostra sul sito della SSPX tedesca. Potrebbe venire il sospetto di diffusione pilotata, al fine di sabotare i colloqui?
Con l'inganno e il sotterfugio, comunque, non si ottiene nessun riconoscimento. Il sacerdote in questione dice che "gli è stato permesso" di celebrare. Forse lui non ha detto chi era.
Mi dispiace per il confratello "furbetto dell'altarino" e anche di più per chi deve sempre domandare di vedere il "Celebret", cioè il documento che prova che il sacerdote richiedente non è incorso in censure, sospensioni o altri provvedimenti che gli impediscono di celebrare in pubblico.
Questa è la norma della Chiesa cattolica, e tutti quelli che si dicono cattolici vi si adeguano volentieri.
E dopo il commento eccovi la notizia, come riportata dalle agenzie di stampa:

VATICANO: LEFEBVRIANO CELEBRA IN S.PIETRO. S.SEDE, NESSUN CASO

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 16 set - Nei Paesi di lingua tedesca, dove sono piu' forti le polemiche tra i vescovi cattolici e i tradizionalisti della Fraternita' Sacerdotale San Pio X, ha destato scalpore negli ultimi giorni la notizia che un sacerdote lefebvriano avrebbe celebrato nel mese di agosto una o piu' messe 'in latino' nella Basilica di San Pietro. A diffondere la notizia e' stata la stessa Fraternita' sul proprio sito web: p. Marcus Jasny, priore della comunita' lefebvriana di Neustadt, in Germania, ha guidato un gruppo di maturande di una scuola della Fraternita' in pellegrinaggio a Roma dal 24 agosto al 2 settembre. Durante quei giorni, il sacerdote racconta di aver celebrato tutte le mattine alle 7 una messa secondo la 'forma straordinaria' del Rito Romano - la messa preconciliare il cui uso papa Benedetto XVI ha liberalizzato con il Motu Proprio Summorum Pontificum - proprio nella basilica di San Pietro.

La Fraternita' San Pio X, anche dopo la revoca della scomunica che pendeva sui suoi quattro vescovi voluta in gennaio da papa Ratzinger, rimane priva di riconoscimento canonico da parte della Santa Sede, e i suoi preti sono da considerarsi validamente ma illecitamente ordinati.

''Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta scritta di celebrare nella Basilica da un sacerdote con quel nome'', spiega all'ASCA Giuseppe Passeri, officiale dell'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, che chiarisce che pero' sono centinaia i preti che ogni giorno arrivano alla Sagrestia della Basilica e chiedono di poter celebrare insieme a piccoli gruppi in una delle cappelle laterali di San Pietro. Il permesso viene generalmente accordato dopo che il sacerdote ha mostrato i suoi documenti; inoltre, dopo il Motu Proprio non c'e' nessun problema a celebrare secondo il rito preconciliare. ''Le cappelle laterali, che hanno l'altare attaccato contro il muro - aggiunge il funzionario vaticano - sono tra l'altro piu' adatte alla celebrazione della messa in latino, perche' le cappelle piu' grandi hanno l'altare staccato come richiesto dal Concilio Vaticano II''. ''Ad ogni modo - conclude - si tratta di un piccolo episodio, non c'e' nessun caso''.

asp/cam/alf


lunedì 23 marzo 2009

Un gesto di costosa ma vera obbedienza "spirituale": la FSSPX tedesca sospende le ordinazioni

Aggiornamento 2: Il Priesterseminar Herz Jesu mi conferma che le ordinazioni da Zaitzkofen (Germania) vengono semplicemente trasferite in Svizzera (Econe). Nell'email che ho ricevuto in risposta non ci sono motivazioni, ma solo la smentita della cancellazione che è solo uno spostamento locale. Il comunicato ufficiale di mons. Fellay però dice che: "Questa decisione vuole essere gesto di distensione dopo la revoca delle ingiuste scomuniche che gravavano sui vescovi della Fraternità e le violente reazioni che ne sono seguite".

Il vescovo di Regensburg Gerhard Ludwig Müller all'inizio di marzo aveva negato il permesso alla Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare nuovi presbiteri nel suo territorio (nella foto il seminario tedesco della FSSPX). Il 2 marzo in un'intervista a Der Spiegel mons. Fellay rifiutava categoricamente di sottomettersi a tale divieto, definendolo non necessario e inopportuno, e dicendo che questa richiesta faceva tornare indietro di 10 anni il colloquio tra le parti.

Ma oggi una agenzia di notizie citata da fr. Z ci informerebbe che i lefebvriani tedeschi hanno cancellato le previste ordinazioni di sabato prossimo che si sarebbero dovute tenere a Zaitzkofen in Baviera. Attenzione: la notizia è stata ridimensionata. L'agenda web del seminario dice che le ordinazioni sacerdotali sono programmate [e per ora tali rimangono] per il 27 di giugno, per marzo non ce ne sarebbero (si poteva pensare ad ordinazioni diaconali, ma si tratta semplicemente dell'istituzione di suddiaconi [secondo Cathcon]).

Se la notizia sarà confermata, è un gesto di clamorosa obbedienza. Un segno vero e concreto di dialogo. Possiamo immaginare quanto costi rimandare per dei giovani diaconi la loro ordinazione presbiterale. Ma è sicuramente il più bel sacrificio che per ora possono offrire al Signore, affinchè si affretti il rietro nella piena comunione con la Chiesa Cattolica. Dopotutto, è meglio aspettare qualche mese, fosse pure un anno, piuttosto che perseverare nella censura della sospensione a divinis e celebrare la prima Messa in stato di disobbedienza esterna alla Santa Sede. 
Sperando che sia tutto vero, questo gesto di riconciliazione sarà il più bel regalo che i vescovi lefebvriani e tutti gli aderenti potevano fare a Papa Benedetto, per ringraziarlo concretamente della revoca delle scomuniche.


venerdì 20 marzo 2009

Il Concilio "pastorale" e lo scisma che non esisteva: le leggende sono dure a morire

Ho letto attentamente l'ultima intervista di Fellay su Il Foglio di oggi a cura degli intelligenti e "spiritosi" Gnocchi e Palmaro (fanno veramente bene libri ironici e arguti...dovreste davvero leggerli). La trovate qui.

A tutti quelli che la leggeranno chiedo solo di fare delle semplici domande a chi l'ha rilasciata e a chi l'ha divulgata, giusto per non lasciarsi "affascinare" eccessivamente da alcune affermazioni. In particolare, ogni volta che i lefebvriani rilasciano dichiarazioni, con gentilezza e delicatezza continuano a insistere su:

A) Il concilio Vaticano II si qualificò "pastorale" e non "dogmatico"
B) L'ordinazione illecita dei quattro vescovi sembrò un'atto scismatico, ma non lo fu (e quindi le scomuniche non erano valide).

Quando sentite queste frasi chiedete al vostro interlocutore con serietà e sicurezza:

A) Ci può mostrare quale degli altri 20 Concili Ecumenici della Chiesa si è dichiarato "Concilio dogmatico"? La vogliamo finire di opporre "pastorale" a "dogmatico"? Il Concilio Vaticano II, definito da alcuni concilio "pastorale" (quasi fosse una parolaccia), ha approvato - con tanto di firma di Lefebvre - due Costituzioni DOGMATICHE: la DEI VERBUM sulla Parola di Dio e la sua trasmissione attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione, e la LUMEN GENTIUM sulla Chiesa.
Il Concilio di Trento, di grazia, dove si è definito "dogmatico"? Qualcuno ce lo può mostrare? Non è più corretto affermare che ha emanato dei "documenti dogmatici"?
E forse è meglio far sapere che tutti i Concili affrontano la DOTTRINA della Chiesa, e quindi sono DOTTRINALI. Alcuni poi affrontano anche questioni DISCIPLINARI (vedi Trento). Ma sono tutti PASTORALI, cioè segno concreto e magisteriale della sollecitudine dei pastori del gregge di Cristo. I pastori, nella Chiesa, guidano il popolo con il loro magistero. Se no possono anche fare a meno di radunarsi in Concilio Ecumenico!
Smettiamola di sminuire il Sacrosanto Ventunesimo Concilio Ecumenico Vaticano II con giochi di parole che non hanno nessun senso, e da tanto tempo non si sentivano più. 

Leggiamo insieme questo passo dell'articolo Il Concilio Vaticano II atto di fede di Giovanni XXIII di Mons. Vincenzo Carbone Consultore della Congregazione per le Cause dei Santi e per anni Archivista del Concilio Vaticano II (Osservatore Romano 3 settembre 2000):
Giovanni XXIII....nella prima enciclica Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959) specificò che lo scopo precipuo del Concilio era di "promuovere l'incremento della fede cattolica e un salutare rinnovamento dei costumi del popolo cristiano, e di aggiornare la disciplina ecclesiastica secondo le necessità dei tempi", per il bene della Chiesa e la salute delle anime.

Nella prima riunione della commissione antipreparatoria (30 giugno 1959) ripeté che la Chiesa, con il Concilio, si proponeva di attingere nuovo vigore per la sua missione. Fedele ai sacri principi e all’immutabile dottrina di Cristo, seguendo le orme della tradizione, intendeva rinsaldare la propria vita e coesione di fronte alle odierne situazioni, con efficienti norme di condotta e di attività. Il nuovo rigoglio di fervore e di opere sarebbe stato un richiamo all'unità per quelli che sono separati dalla Sede Apostolica.
Estranea al pensiero di Giovanni XXIII fu l'interpretazione di chi restrinse la "pastorale" a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina, e intese "l'aggiornamento" nel senso di relativizzare secondo lo spirito del mondo i dogmi, le leggi e le strutture della Chiesa.
In Giovanni XXIII - dichiarò Paolo VI - "fu così vivo e fermo il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera".

All'apertura del Concilio (11 ottobre 1962), Giovanni XXIII disse che più di tutto interessava al Concilio che la dottrina cristiana fosse custodita e insegnata in forma più efficace; ma per poter raggiungere i molteplici campi dell'attività umana, era necessario che la Chiesa, senza discostarsi dal patrimonio della verità, guardasse anche al presente, alle situazioni e ai modi nuovi di vita.
Il Concilio voleva trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti; non si doveva però soltanto custodire il prezioso tesoro, bisognava proseguire il cammino della Chiesa, dedicandosi all'opera che il presente esigeva.
Lo scopo primario del Concilio non era la discussione di alcuni punti di dottrina, ma l'approfondimento e l'esposizione di essa secondo le attuali esigenze, esposti adottando la forma più corrispondente al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale. 
Quando il Papa apprese le erronee interpretazioni delle sue parole, esclamò: "Non è questo il pensiero del Papa!". 
L'indirizzo del Concilio voluto da Giovanni XXIII continuò anche quando egli non vi fu più.
B) Il secondo problema, quello di negare la realtà scismatica delle ordinazioni, è un'altra favola, che racconta, racconta, alla fine dovrebbe essere creduta. Non ci fu scisma perchè si trattava di ordinazione in stato di grave necessità (come se la Chiesa che stava con il Papa fosse ormai priva di vescovi validi). Non ci fu scisma perchè, secondo Fellay: "Le ordinazioni episcopali avvennero effettivamente senza l'accordo esplicito di Papa Giovanni Paolo II. Ma in quelle circostanze storiche era evidente che non si trattava di un atto di ribellione alla Santa Sede". 
Correggiamo: le ordinazioni episcopali non avvennero "senza accordo esplicito", ma come tutti sanno "contro l'ordine esplicito" di non procedere ad esse. Cosa molto, molto diversa: vera e propria ribellione, che il Papa cercò in tutti i modi di prevenire.
Un certo Card. Ratzinger seguì tutta la vicenda, e probabilmente ben conosce ogni retroscena, visto che era in prima linea nei colloqui con Lefebvre. Eppure neanche lui, poverino, si sarebbe accorto che non si trattava di "ribellione", non gli fu "evidente". Un vero pasticcione questo card. Ratzinger, non si è accorto dell'evidenza!
BASTA. Gli interventi e lettera di Papa Benedetto sono stati chiari e lucidi. Lasciamo stare, per favore, le recriminazione e i tentativi di cammuffare la realtà. Meglio la sincera ammissione dei fatti. La scomunica non c'è più, ma c'era ed era seria.

Dichiarava Benedetto XVI al termine dell'udienza del Mercoledì 28/01/2009
"...ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro Vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza mandato pontificio. Ho compiuto questo atto di paterna misericordia, perché ripetutamente questi Presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II".
Nel decreto di remissione del 21 gennaio si diceva:
Con questo atto si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica. Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie, vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione. [Che bisogno c'era di revocare una scomunica per togliere lo scandalo della divisione fra cristiani, se un atto scismatico non era quello che "sembrava"?]
Dice la Lettera di Benedetto XVI sulla remissione delle scomuniche:
La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio.

Rimangono questioni dottrinali aperte, finchè non di riconosce il valore del Concilio, e questo impedisce ai vescovi di essere pienamente reintegrati:

Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.... i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi.
Inoltre, un passo del decreto di remissione delle scomuniche, citava una lettera di Fellay del 15 dicembre 2009 inviata alla Santa Sede, in cui si diceva:
Mons. Fellay afferma, tra l'altro: "Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l'attuale situazione".
Ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, che tra gli insegnamenti della Chiesa Cattolica Romana ci sono anche quelli del Concilio Ecumenico Vaticano II. Attenzione, mi riferisco solo ai testi autentici, non l'interpretazione o la teologia che su di essi si è sviluppata.
Fellay ci spieghi: è possibile, secondo la Santa Tradizione, che un Concilio Ecumenico, erri in materia di Dogma e Morale? Allora, ci faccia il piacere di non confondere i piccoli, anche nelle interviste. Dica chiaro: "Accettiamo i testi dogmatici del Concilio Vaticano II, e continuiamo a discutere sull'interpretazione di tutto il resto". Questo sì che aiuterà la Chiesa. Non le interviste ambigue e in certi passi ammiccanti, nonostante le buone intenzioni di chi le rilascia e di chi le riceve.
La Verità non farà liberi solo i modernisti, ma anche chi non vuol riconoscere che è ora di decidersi a rientrare, con tutti gli onori, per la porta aperta (a prezzo di tanti sacrifici) dal nuovo papa buono: Benedetto XVI.

lunedì 16 marzo 2009

Ancora sulla lettera del Papa: piccoli indizi nei commenti ufficiali

Notate come in questo servizio ufficale, preso dal canale Vaticano di YouTube ci siano affermazioni precise e nette, che non devono sfuggire. Un'eco delle intenzioni del Papa nello scrivere la sua ormai "pluristudiata" enciclichina sulla remissione delle scomuniche ai vescovi lefebvriani. Sottolineiamo dunque:

a) Che il Papa, con la rimozione delle scomuniche ai vescovi lefebvriani, non voleva mettere in discussione "il cammino di riconciliazione con il mondo ebraico fatto da prima del Concilio Vaticano II". Non, come tanti dicono, iniziato a partire dal Concilio; ma il Concilio è in continuità con, almeno, Pio XI e Pio XII. Anche su questo punto del dialogo non c'è rottura, al massimo approfondimento, accelerazione, distensione, ma non "svolta epocale" e "rivoluzioni copernicane", come se una chiesa antisemita, dall'oggi al domani, si fosse svegliata pluralista e accogliente.

b) Che ci sono "importanti questioni dottrinali" da chiarire con i lefebvriani. Non sono problemi liturgici, disciplinari o altro. Le questioni sono dottrinali: la palla passa alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Accettare integralmente il Concilio Vaticano II, nella sua interpretazione AUTENTICA (che, tecnicamente, vuol dire quella data dal magistero della Chiesa, non dal magistero dei teologi - pur utile e necessario -), non è un optional per chi voglia appartenere alla Chiesa Cattolica. Niente concilio pastorale (o meglio ogni concilio è anche pastorale, ma questo non significa niente dal punto di vista teologico): Concilio come sempre dottrinale e dove non fosse tale, sarebbe disciplinare. Questo è il modo TRADIZIONALE di indicare il tenore e valore dei documenti di un Concilio. Non c'è opposizione tra dogma e pastoralità. Chi vuol confondere le carte per sminuire il Vaticano II trova nella lettera del Papa uno sbarramento forte e chiaro.
Prendere o lasciare: ma per tutti, dice Benedetto, prendere il VERO Concilio. Non il Vaticano III, ma quello codificato e approvato dai padri del Vaticano II, secondo l'interpretazione del magistero ordinario.
Più semplice di così!

giovedì 12 marzo 2009

Siamo sulla strada giusta

In attesa di leggere l'intera lettera di Fellay, mi pare che le anticipazioni della sua reazione alla lettera di Papa Benedetto suonino alquanto dolci alle papali orecchie, giudicate voi:

Citta' del Vaticano, 12 mar. - (Adnkronos) - Non e' nostra intenzione tornare a prima del 1962 e del Concilio Vaticano II, ma vogliamo considerare il suo insegnamento alla luce della tradizione della Chiesa. E' quanto afferma mons. Bernard Fellay, superiore della Fraternita' di San Pio X, in un comunicato diffuso oggi a commento della lettera del Papa dedicata alla questione dei lefebvriani. ''Ben lontani dal voler fermare la tradizione al 1962 - spiega mons. Fellah - noi desideriamo considerare il concilio Vaticano II e l'insegnamento post-conciliare alla luce di questa tradizione che San Vincenzo di Lerins ha definito come 'cio' che e' stato creduto sempre, dappertutto e da tutti'''.
''Noi ringraziamo vivamente il Santo Padre - dice ancora mons. Fellay - per aver ricollocato il dibattito all'altezza a cui si deve tenere, cioe' quella della fede''. ''Noi condividiamo pienamente - aggiunge il leader dei lefebvriani - la sua preoccupazione prioritaria della predicazione, 'nella nostra epoca in cui vaste regioni della Terra la fede rischia di spegnersi come una fiamma che non e' piu' alimentata'''.

Quando i vescovi tedeschi offrivano al Papa la giusta ermeneutica dei Concili...

La storia si ripete (e a volte si capovolge) perché la memoria umana è corta. Il papa oggi scrive una lettera a tutti i vescovi (e soprattutto svizzeri, tedeschi, austriaci e francesi...) per chiarire la sua posizione, dopo essere stato accusato da più parti (anche politiche) di non rispettare il Concilio Vaticano II; di “voler tornare indietro”; di non tener conto dei progressi del dialogo interreligioso con gli ebrei; insomma di essere un despota e un monarca che non tiene in considerazione l’episcopato e vuole governare in maniera preconciliare. C’è chi gridava che il Papa deve essere l’unico a governare la Chiesa, e quindi può fare quello che vuole senza chiedere a nessuno, altri controbattevano che i Vescovi sono per diritto divino pastori della porzione del popolo di Dio loro affidata e con questo alcuni rivendicavano una maggior indipendenza…

Tanti discorsi di rivendicazione, e poca comunione, che – come ricorda l’odierna lettera – è ciò che più conta nella Chiesa. Ci si morde e ci si divora, anche dentro la Chiesa. Per non parlare degli attacchi dall’esterno, ai quali la Chiesa si espone quando al suo interno c’è un tasso di dissenso troppo elevato.

Il Papa invita anche a riflettere su questo: "Non si può congelare l'autorità magisteriale della Chiesa all'anno 1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l'intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l'albero vive". 

Tutto questo mi ha fatto tornare in mente un’altra lettera, scritta, quella volta, dai vescovi tedeschi, sempre a proposito di un attacco al Papa, sempre in riferimento a un Concilio Vaticano, ma il primo, non il secondo. Una lettera antica che dovrebbe essere riletta e meditata anche per risolvere tanti malintesi interni alla Chiesa dei nostri giorni.

Quella volta furono proprio loro, i vescovi tedeschi, a dare l’esatta “ermeneutica della continuità” dell'ecclesiologia del Vaticano I, mettendo allo stesso tempo in chiaro quali erano, sono e saranno le prerogative dei Vescovi in comunione con il Papa di Roma. Oggi come ieri, infatti, troppo spesso in chiose ultracattoliche (o dovremmo dire meglio: ultramontaniste) si invoca un primato papale che azzeri l’episcopato locale. Le frasi forcaiole che si trovano sparse in vari commenti (e post) di blog, anche amici, lo dimostrano. Non è questo il modo di servire Pietro e i suoi fratelli nell'apostolato (la lettera appena pubblicata dal Papa, piena di amore e affetto fraterno, lo dimostra ampiamente).

Ma torniamo al nostro caso “antico”, utilissimo da meditare per il presente.

Dunque: dopo la circolare del Cancelliere tedesco (non la Merkel, ma) Otto Bismark, del maggio 1872 (ma diffusa due anni dopo), in cui reagiva alle definizioni del Concilio Vaticano I sul primato di giurisdizione e sull’infallibilità papale, deplorando che i vescovi erano ridotti a semplici strumenti, meri rappresentati o ufficiali locali del papa, i presuli germanici spedirono, tutti concordi, una loro missiva. In tale Dichiarazione collettiva (1875) esponevano la corretta dottrina del Vaticano I. Udite udite: sostenevano che il fatto che nella Chiesa ci sia un primato di giurisdizione con le prerogative indicate dalla Pastor Aeternus non autorizzava a vedere il papato come una monarchia assoluta, infatti, secondo i vescovi: 

Le definizioni del Vaticano I non forniscono neppure l’ombra di un fondamento all’asserzione che il papa in virtù di esse sia divenuto un sovrano assoluto e segnatamente, in virtù della sua infallibilità, «sovrano assoluto quanto nessun altro monarca al mondo». …La denominazione di monarca assoluto non può essere applicata al papa perché egli è soggetto al diritto divino e vincolato all’ordinamento dato da Gesù Cristo alla sua chiesa. Come il papato è di istituzione divina, così lo è pure l’episcopato. Anch’esso ha i suoi diritti in virtù di questa istituzione, che il papa non ha né il diritto né il potere di cambiare. È quindi un errore credere che, per le decisioni del concilio Vaticano, «la giurisdizione episcopale sia assorbita dalla giurisdizione papale», che il papa sia «in teoria subentrato al posto di ciascuno dei vescovi», che «i vescovi non siano più se non strumenti del papa e officiali senza responsabilità personale». 

Riassumendo i contenuti della lettera dei vescovi tedeschi riporto le spiegazioni salienti, indirizzate a far piazza pulita dei fraintendimenti o dei timori suscitati e fomentati dagli interpreti dei dogmi proclamati dal primo Concilio Vaticano:

  • Il Papa è vescovo della chiesa di Roma e di nessuna altra diocesi: «Ecclesiae doctrinam papa est episcopus Romanus, non episcopus cuiuslibet alterius urbis aut dioecesis, non est episcopus Coloniensis aut Vratislaviensis»
  • Il Vescovo di Roma, in quanto papa, è «pastore e capo di tutta la Chiesa. La sua attività, in ogni tempo, è quella di vigilare, affinchè ciascun vescovo compia il suo dovere, e dove un vescovo fosse impedito o ci fosse un'altra necessità, al Pontefice compete, proprio in quanto papa, di provvedere alla chiesa locale in necessità: «Sed qua Episcopus Romanus simul est papa, id est pastor et caput totius Ecclesiae, caput omnium episcoporum omniumque fidelium, eiusque potestas papalis non solum viget in casibus quibusdam exceptionalibus, sed omni tempore locoque valet et obligat. In tali munere constitutus papa invigilare debet, ut quisque episcopus obligationes muneris sui integre impleat, et ubi episcopus impeditur aut alia necessitas id exposcit, S. Pontifici ius et officium competit, non quidem qua episcopus dioecesis de qua agitur, sed qua papa omnia ea in eadem (dioecesi) disponere, quae eius admistrationem attinet».
  • Il suo primato non è un potere monarchico assoluto, ma è sottoposto al diritto divino e vincolato da volere di Cristo per la sua chiesa: «neque quoad res ecclesiasticas papa monarchus absolutus nuncupari potest, quippe cum subordinatus sit iuri divino et obstrictus sit iis, quae Christus pro Ecclesia sua disposuit. Non potest mutare constitutionem Ecclesiae a fundatore divino datam ad modum legislatoris civilis qui potest mutare constitutionem rei publicae. Constitutio Ecclesiae in omnibus essentialibus fundatur in ordinatione divina ideoque immunis est ab omni arbitraria dispositione humana».
  • Di “istituzione divina” è il papato, ma anche l’episcopato, per cui i vescovi non sono affatto funzionari senza responsabilità propria. Le loro funzioni non sono assorbite dalla giurisdizione universale del Papa: «Decreta Vaticana ergo plane erronee intelliguntur, coniiciendo, iisdem 'iurisdictionem episcopalem a papali absorptam esse', papam 'per se in locum cuiusque episcopi subrogatum esse', episcopos remanere solummodo 'instrumenta papae, Officiales eius sine propria responsabilitate'. ..».
  • L’infallibilità, infine, non è una “novità” che cambia le prerogative papali (come il Concilio Vaticano enuncia chiaramente ed espressamente). L’infallibilità si restringe al magistero papale di sommo grado, che coincide con il magistero della Chiesa stessa, sottomesso alla Sacra Scrittura e alla Tradizione. Perciò, si afferma, la definizione conciliare non ha cambiato proprio nulla per quello che concerne le attività del governo ordinario del papa. «Denique opinio, papam 'vi suae infallibilitatis esse principem absolutissimum', supponit conceptum omnino erroneum dogmatis infallibilitatis papalis. Sicut Concilium Vaticanum nitidis et expressis verbis enuntiavit et ex rerum natura per se patet, haec restringitur ad proprietatem summi magisterii papalis: id vero coincidit cum ambitu magisterii infallibilis ipsius Ecclesiae et est ligatum ad doctrinam in s. Scriptura et in traditione contentam necnon ad definitiones a magisterio ecclesiastico iam latas. Hac (infallibilitate) proinde quoad negotia gubernii papae nihil omnino mutatum est».

Questa Dichiarazione del 1875 chiariva così bene i dubbi sollevati dalle interpretazioni del Concilio, che fu approvata solennemente da Pio IX, il quale scrisse nella Lettera Apostolica Mirabilis illa constantia che la missiva dei vescovi tedeschi: «Fornisce la pura dottrina cattolica e conseguentemente quella del santo concilio e di questa Santa Sede» (DH 3117). Addirittura, la Dichiarazione congiunta dei Vescovi tedeschi si trova oggi, anch’essa, nell'Enchiridion del Denzinger (cioè quella  raccoltà di simboli e di dichiarazioni dogmatiche che esprimono il contenuto della fede cattolica): leggete DH 3112-3116. Diventerà infine premessa per il numero 27 di Lumen Gentium del Vaticano II.

Il teologo Joseph Ratzinger ebbe a scrivere che la Dichiarazione è una «importantissima integrazione che sola schiude il senso pieno delle decisioni del Vaticano I» (Rahner-Ratzinger, Episcopato e Primato, Morcelliana, p. 48).

L’equilibrio nel rapporto tra il papa e il collegio dei vescovi e del papa e i singoli vescovi non è dunque una novità del Concilio Vaticano II (o del suo spirito), come sia certi tradizionalisti e del pari certi infaticabili progressisti, da sponde opposte, vogliono affermare. Nessuno, stando allo stesso Pio IX, può pensare di squalificare i vescovi cercando di fare un favore al Papa, né all’opposto, aggredire il Papa in nome di una pretesa libertà dei vescovi.

La Chiesa, fortunatamente, è e rimane una società “altra” rispetto ad ogni organizzazione politica e statale. Non è una monarchia e neppure una democrazia. Potremmo dire «è la Chiesa, bellezza!». Chi vuole ridurla nei propri schemi politico-sociali, sia conservatori che progressisti, se la vedrà sempre sgusciare via, come un’anguilla. Inafferrabile Chiesa, davvero un Mistero che procede dalla Trinità, e che pur si impolvera ogni giorno, arrancando sui sentieri tortuosi della storia.

Chi avesse voglia di ulteriori approfondimenti può leggere la semplice ma efficace intervista di H. J. Pottmeyer:

http://www.30giorni.it/it/articolo_stampa.asp?id=989 del 2003, ma ancora validissima.

giovedì 5 marzo 2009

I Lefebvriani americani danno ragione a chi dubita della volontà della FSSPX di riconciliarsi con Roma

Ho trovato questa lettera ad amici e benefattori del Superiore del Distretto statunitense della FSSPX, Arnaud Rostand, tramite il sito WDTPRS. Fr. Z, gentile e amabile come sempre, cerca di minimizzare (qui), facendo cogliere la situazione e i destinatari della lettera. Ma secondo altri pareri, e il fatto oggettivo che si tratta di una lettera pubblica, presente in internet sul sito ufficiale della Fraternità americana, qui non c'è molto da minimizzare. 
Si vogliono i colloqui (bene), ma si pretende che le scomuniche siano baggianate ed "errrori" di comprensione del Vaticano, si riafferma fedeltà a Lefebvre, lodandone la disobbedienza! I Lefebvriani, pur di tenersi buoni i loro ricchi benefattori, rischiano di pugnalare a morte la linea della riconciliazione che il Papa, mettendo in pericolo la sua stessa faccia, e per solo amore dell'unità, ha voluto misericordiosamente intraprendere, offrendo la mano. Adesso quella mano viene morsa. Giudicate voi dal tenore di questa parte della lettera, che vi traduco come meglio posso:


"Siamo grati al papa per il motu proprio, Summorum Pontificum del 7 luglio 2007. Abbiamo sempre espresso la nostra gratitudine a Sua Santità. E siamo anche grati perché sono state tolte le scomuniche; vediamo queste decisioni come segni coraggiosi e positivi. Non abbiamo paura di riconoscere questo, né abbiamo paura di comunicare il nostro apprezzamento. Come abbiamo già affermato, speriamo che il motu proprio come pure il nuovo decreto [quello he toglie le scomuniche ndt] aiuteranno ad eliminare, agli occhi di molti, l’invalida condanna della Tradizione Cattolica


Allo stesso tempo, riaffermiamo quello che abbiamo sempre detto. Rifiutiamo di riconoscere la validità delle scomuniche del 1988. Abbiamo più volte dichiarato che la consacrazione dei quattro vescovi da parte dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre non fu illegittima. Al contrario, siamo più convinti che mai, che fu una assoluta necessità per mantenere la Messa Tridentina e per salvare la Tradizione Cattolica. Fu un atto meritorio ed eroico per la difesa e la salvaguardia della Dottrina Cattolica e della Liturgia.



Oggi esprimiamo la nostra gratitudine e fedeltà alle posizioni e alle decisioni dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre. Dichiariamo la nostra riconoscenza anche ai quattro vescovi per aver accettato la loro consacrazione episcopale e per aver continuato a ordinare veri preti durante i vent’anni trascorsi, in modo tale da, e solo per, preservare la Tradizione Cattolica.



Riaffermiamo inoltre che il Concilio Vaticano II si è allontanato dal tradizionale insegnamento della Chiesa Cattolica; in particolare, ma non esclusivamente, nelle dichiarazioni Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa e nella costituzione Lumen Gentium e il decreto Nostra Aetate sull’ecumenismo".

Sono proprio scoraggiato. Chi se ne è andato sbattendo la porta, ora si proclama unico salvatore della Patria della Tradizione Cattolica. Ma cosa dovrebbero dire tanti tradizionalisti seri, che hanno sofferto tanto eppure non si sono separati dall'unità? Spero proprio che siano loro a farsi sentire!
E poi, quella gelida affermazioni, sui "veri preti" che i quattro vescovi hanno continuato a ordinare? Diteci chiaro: noialtri, ordinati dalla Chiesa cattolica postconciliare siamo forse invalidamente ordinati? La vogliamo smettere di sputare veleno, mascherandolo come risposta a persecuzioni patite?
E, ciliegina sulla torta, si attacca genericamente nientemeno che la Costituzione DOGMATICA sulla Chiesa, la Lumen Gentium, lasciado perdere gli altri documenti meno vincolanti per la fede dei cattolici!
Una cosa è essere indignati dell'attacco mediatico contro quel pover'uomo di Williamson, un'altra è approfittarne per far passare ancora la solita minestra lefebvriana riscaldata. Abbiamo capito: potete gentilmente iniziare a dire come intepretereste le parti del Concilio che non vi sembrano esser state intepretate giustamente? Ci fareste un favore. Se invece non volete accettare il Concilio Vaticano II in quanto tale e per partito preso: arrivederci e grazie. 

Come si vede da questo testo, chi propugna l'ermeneutica della rottura, ricordiamolo bene, non è solo chi viene considerato ultraprogressista, ma anche chi - dalla sponda opposta - ribadisce ancor oggi, in barba agli insegnamenti pontifici, che il Vaticano II:  "has broken away from the traditional teaching of the Catholic Church".

Mi fermo qui, sperando in autorevoli richiami contro lettere di tale tenore interne o esterne alla Fraternità Lefebvriana.

Testo originale della Lettera di Marzo del Superiore del Distretto americano della FSSPX:

venerdì 6 febbraio 2009

Espulso dai Lefebvriani don Abrahamovicz

Molto contento di leggere questa notizia, dopo i deragliamenti (e ragliamenti) di questi ultimi due giorni, prodotti dal noto prete lefebvriano che abita in diocesi di Padova e definisce gentilmente il Concilio Vaticano II come "Cloaca maxima" di tutte le eresie.
Un po' di pulizia in casa SSPX ci voleva proprio! Certo che essere scomunicato dagli ex scomunicati è un primato non da poco. Complimenti al (poco) reverendo e ormai deposto "capo dei lefebvriani del Nord Est".

LEFEBVRIANI ITALIA, ESPULSO NEGAZIONISTA DON ABRAHAMOWICZ

(ASCA) - Roma, 6 feb - La Fraternita' Sacerdotale San Pio X ha annuncia questa sera in una nota ''l'espulsione di don Floriano Abrahamowicz'', il prete responsabile di reiterate dichiarazioni negazioniste. ''Il provvedimento - si legge in una nota firmata dal superiore italiano della Fraternita', don Davide Pagliarani - ha effetto a partire da venerdi' 6 febbraio 2009 ed e' stato preso per gravi motivi di disciplina''.

''Don Floriano Abrahamowicz - prosegue la nota - da tempo esprimeva posizioni diverse da quelle ufficiali della Fraternita' San Pio X. La decisione dell'espulsione, pur dolorosa, si e' resa necessaria per evitare che venga ulteriormente distorta l'immagine della Fraternita' San Pio X e, di conseguenza, sia danneggiata la sua opera al servizio della Chiesa''.