mercoledì 18 aprile 2012
Fellay, si dice, "ha firmato". Ma non tutti i suoi sono d'accordo con lui. Nemmeno Lefebvre stesso?
venerdì 16 marzo 2012
Mano di ferro in guanto di velluto. Papa Benedetto è chiaro: i Lefebvriani devono ora accettare le sue condizioni.
lunedì 23 maggio 2011
Altri pensieri sparsi su "Universae Ecclesiae": Il num. 19 riguarda i Lefebvriani?
C'è un numero particolarmente interessante, per la sua chiarezza e il suo riferimento, nella recente istruzione Universae Ecclesiae (per l'attuazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, sulla Messa more antiquior). Si tratta del num. 19, che recita così:
domenica 25 luglio 2010
Lo stillicidio di critiche dei Lefebvriani al Concilio e al Papa studioso. Tanti, in casa Lefebvre, continuano a minare il cammino verso l'unità
(ASCA) - Roma, 24 lug - I lefebvriani non nascondono il loro scetticismo sul tema scelto da papa Benedetto XVI per il tradizionale incontro di fine estate con i propri ex-studenti a Castelgandolfo. Il cosiddetto 'Schuelerkreis' affrontera' quest'anno il tema dell'interpretazione del Concilio Vaticano II. Si tratta pero' di uno sforzo ''superfluo'', secondo i tradizionalisti legati alla messa tridentina, perche' - come scrive il portavoce abate Alain Lorans (nella foto), nel loro bollettino settimanale online - il Concilio non puo' essere la ''bussola'' per il cristianesimo del nostro tempo, in quanto ''volendosi aprire allo spirito del mondo moderno si e' posto sotto l'influenza di una forza di attrazione estranea alla Chiesa'' che, come un ''magnete'', gli ha reso impossibile di continuare a indicare la strada. Di qui il contrasto di interpretazioni e di letture del Concilio, inconciliabile - secondo i lefebvriani - con una fede che, come una bussola, dovrebbe ''fornire una informazione precisa e far tacere ogni discussione: ecco il nord e il resto e' superfluo''.lunedì 26 ottobre 2009
Iniziano i colloqui con i Lefebvriani, ma a Lourdes il trionfalismo della FSSPX rovina il clima e non si cura dei sentimenti del Papa
"Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa."sabato 17 ottobre 2009
Progetti dei Lefebvriani: diventare prelatura personale?
giovedì 17 settembre 2009
A un passo dai dialoghi teologici, lefebvriani si vantano delle sortite in san Pietro.

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 16 set - Nei Paesi di lingua tedesca, dove sono piu' forti le polemiche tra i vescovi cattolici e i tradizionalisti della Fraternita' Sacerdotale San Pio X, ha destato scalpore negli ultimi giorni la notizia che un sacerdote lefebvriano avrebbe celebrato nel mese di agosto una o piu' messe 'in latino' nella Basilica di San Pietro. A diffondere la notizia e' stata la stessa Fraternita' sul proprio sito web: p. Marcus Jasny, priore della comunita' lefebvriana di Neustadt, in Germania, ha guidato un gruppo di maturande di una scuola della Fraternita' in pellegrinaggio a Roma dal 24 agosto al 2 settembre. Durante quei giorni, il sacerdote racconta di aver celebrato tutte le mattine alle 7 una messa secondo la 'forma straordinaria' del Rito Romano - la messa preconciliare il cui uso papa Benedetto XVI ha liberalizzato con il Motu Proprio Summorum Pontificum - proprio nella basilica di San Pietro.
La Fraternita' San Pio X, anche dopo la revoca della scomunica che pendeva sui suoi quattro vescovi voluta in gennaio da papa Ratzinger, rimane priva di riconoscimento canonico da parte della Santa Sede, e i suoi preti sono da considerarsi validamente ma illecitamente ordinati.
''Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta scritta di celebrare nella Basilica da un sacerdote con quel nome'', spiega all'ASCA Giuseppe Passeri, officiale dell'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, che chiarisce che pero' sono centinaia i preti che ogni giorno arrivano alla Sagrestia della Basilica e chiedono di poter celebrare insieme a piccoli gruppi in una delle cappelle laterali di San Pietro. Il permesso viene generalmente accordato dopo che il sacerdote ha mostrato i suoi documenti; inoltre, dopo il Motu Proprio non c'e' nessun problema a celebrare secondo il rito preconciliare. ''Le cappelle laterali, che hanno l'altare attaccato contro il muro - aggiunge il funzionario vaticano - sono tra l'altro piu' adatte alla celebrazione della messa in latino, perche' le cappelle piu' grandi hanno l'altare staccato come richiesto dal Concilio Vaticano II''. ''Ad ogni modo - conclude - si tratta di un piccolo episodio, non c'e' nessun caso''.
asp/cam/alf
lunedì 23 marzo 2009
Un gesto di costosa ma vera obbedienza "spirituale": la FSSPX tedesca sospende le ordinazioni

venerdì 20 marzo 2009
Il Concilio "pastorale" e lo scisma che non esisteva: le leggende sono dure a morire
Giovanni XXIII....nella prima enciclica Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959) specificò che lo scopo precipuo del Concilio era di "promuovere l'incremento della fede cattolica e un salutare rinnovamento dei costumi del popolo cristiano, e di aggiornare la disciplina ecclesiastica secondo le necessità dei tempi", per il bene della Chiesa e la salute delle anime.Nella prima riunione della commissione antipreparatoria (30 giugno 1959) ripeté che la Chiesa, con il Concilio, si proponeva di attingere nuovo vigore per la sua missione. Fedele ai sacri principi e all’immutabile dottrina di Cristo, seguendo le orme della tradizione, intendeva rinsaldare la propria vita e coesione di fronte alle odierne situazioni, con efficienti norme di condotta e di attività. Il nuovo rigoglio di fervore e di opere sarebbe stato un richiamo all'unità per quelli che sono separati dalla Sede Apostolica.Estranea al pensiero di Giovanni XXIII fu l'interpretazione di chi restrinse la "pastorale" a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina, e intese "l'aggiornamento" nel senso di relativizzare secondo lo spirito del mondo i dogmi, le leggi e le strutture della Chiesa.In Giovanni XXIII - dichiarò Paolo VI - "fu così vivo e fermo il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera".All'apertura del Concilio (11 ottobre 1962), Giovanni XXIII disse che più di tutto interessava al Concilio che la dottrina cristiana fosse custodita e insegnata in forma più efficace; ma per poter raggiungere i molteplici campi dell'attività umana, era necessario che la Chiesa, senza discostarsi dal patrimonio della verità, guardasse anche al presente, alle situazioni e ai modi nuovi di vita.Il Concilio voleva trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti; non si doveva però soltanto custodire il prezioso tesoro, bisognava proseguire il cammino della Chiesa, dedicandosi all'opera che il presente esigeva.Lo scopo primario del Concilio non era la discussione di alcuni punti di dottrina, ma l'approfondimento e l'esposizione di essa secondo le attuali esigenze, esposti adottando la forma più corrispondente al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale.Quando il Papa apprese le erronee interpretazioni delle sue parole, esclamò: "Non è questo il pensiero del Papa!".L'indirizzo del Concilio voluto da Giovanni XXIII continuò anche quando egli non vi fu più.
"...ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro Vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza mandato pontificio. Ho compiuto questo atto di paterna misericordia, perché ripetutamente questi Presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II".Nel decreto di remissione del 21 gennaio si diceva:
Con questo atto si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica. Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie, vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione. [Che bisogno c'era di revocare una scomunica per togliere lo scandalo della divisione fra cristiani, se un atto scismatico non era quello che "sembrava"?]Dice la Lettera di Benedetto XVI sulla remissione delle scomuniche:
La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio.Inoltre, un passo del decreto di remissione delle scomuniche, citava una lettera di Fellay del 15 dicembre 2009 inviata alla Santa Sede, in cui si diceva:
Rimangono questioni dottrinali aperte, finchè non di riconosce il valore del Concilio, e questo impedisce ai vescovi di essere pienamente reintegrati:
Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.... i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi.
Mons. Fellay afferma, tra l'altro: "Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l'attuale situazione".
lunedì 16 marzo 2009
Ancora sulla lettera del Papa: piccoli indizi nei commenti ufficiali
giovedì 12 marzo 2009
Siamo sulla strada giusta
''Noi ringraziamo vivamente il Santo Padre - dice ancora mons. Fellay - per aver ricollocato il dibattito all'altezza a cui si deve tenere, cioe' quella della fede''. ''Noi condividiamo pienamente - aggiunge il leader dei lefebvriani - la sua preoccupazione prioritaria della predicazione, 'nella nostra epoca in cui vaste regioni della Terra la fede rischia di spegnersi come una fiamma che non e' piu' alimentata'''.
Quando i vescovi tedeschi offrivano al Papa la giusta ermeneutica dei Concili...

La storia si ripete (e a volte si capovolge) perché la memoria umana è corta. Il papa oggi scrive una lettera a tutti i vescovi (e soprattutto svizzeri, tedeschi, austriaci e francesi...) per chiarire la sua posizione, dopo essere stato accusato da più parti (anche politiche) di non rispettare il Concilio Vaticano II; di “voler tornare indietro”; di non tener conto dei progressi del dialogo interreligioso con gli ebrei; insomma di essere un despota e un monarca che non tiene in considerazione l’episcopato e vuole governare in maniera preconciliare. C’è chi gridava che il Papa deve essere l’unico a governare la Chiesa, e quindi può fare quello che vuole senza chiedere a nessuno, altri controbattevano che i Vescovi sono per diritto divino pastori della porzione del popolo di Dio loro affidata e con questo alcuni rivendicavano una maggior indipendenza…
Tanti discorsi di rivendicazione, e poca comunione, che – come ricorda l’odierna lettera – è ciò che più conta nella Chiesa. Ci si morde e ci si divora, anche dentro la Chiesa. Per non parlare degli attacchi dall’esterno, ai quali la Chiesa si espone quando al suo interno c’è un tasso di dissenso troppo elevato.
Il Papa invita anche a riflettere su questo: "Non si può congelare l'autorità magisteriale della Chiesa all'anno 1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l'intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l'albero vive".
Tutto questo mi ha fatto tornare in mente un’altra lettera, scritta, quella volta, dai vescovi tedeschi, sempre a proposito di un attacco al Papa, sempre in riferimento a un Concilio Vaticano, ma il primo, non il secondo. Una lettera antica che dovrebbe essere riletta e meditata anche per risolvere tanti malintesi interni alla Chiesa dei nostri giorni.
Quella volta furono proprio loro, i vescovi tedeschi, a dare l’esatta “ermeneutica della continuità” dell'ecclesiologia del Vaticano I, mettendo allo stesso tempo in chiaro quali erano, sono e saranno le prerogative dei Vescovi in comunione con il Papa di Roma. Oggi come ieri, infatti, troppo spesso in chiose ultracattoliche (o dovremmo dire meglio: ultramontaniste) si invoca un primato papale che azzeri l’episcopato locale. Le frasi forcaiole che si trovano sparse in vari commenti (e post) di blog, anche amici, lo dimostrano. Non è questo il modo di servire Pietro e i suoi fratelli nell'apostolato (la lettera appena pubblicata dal Papa, piena di amore e affetto fraterno, lo dimostra ampiamente).
Ma torniamo al nostro caso “antico”, utilissimo da meditare per il presente.
Dunque: dopo la circolare del Cancelliere tedesco (non la Merkel, ma) Otto Bismark, del maggio 1872 (ma diffusa due anni dopo), in cui reagiva alle definizioni del Concilio Vaticano I sul primato di giurisdizione e sull’infallibilità papale, deplorando che i vescovi erano ridotti a semplici strumenti, meri rappresentati o ufficiali locali del papa, i presuli germanici spedirono, tutti concordi, una loro missiva. In tale Dichiarazione collettiva (1875) esponevano la corretta dottrina del Vaticano I. Udite udite: sostenevano che il fatto che nella Chiesa ci sia un primato di giurisdizione con le prerogative indicate dalla Pastor Aeternus non autorizzava a vedere il papato come una monarchia assoluta, infatti, secondo i vescovi:
Le definizioni del Vaticano I non forniscono neppure l’ombra di un fondamento all’asserzione che il papa in virtù di esse sia divenuto un sovrano assoluto e segnatamente, in virtù della sua infallibilità, «sovrano assoluto quanto nessun altro monarca al mondo». …La denominazione di monarca assoluto non può essere applicata al papa perché egli è soggetto al diritto divino e vincolato all’ordinamento dato da Gesù Cristo alla sua chiesa. Come il papato è di istituzione divina, così lo è pure l’episcopato. Anch’esso ha i suoi diritti in virtù di questa istituzione, che il papa non ha né il diritto né il potere di cambiare. È quindi un errore credere che, per le decisioni del concilio Vaticano, «la giurisdizione episcopale sia assorbita dalla giurisdizione papale», che il papa sia «in teoria subentrato al posto di ciascuno dei vescovi», che «i vescovi non siano più se non strumenti del papa e officiali senza responsabilità personale».
Riassumendo i contenuti della lettera dei vescovi tedeschi riporto le spiegazioni salienti, indirizzate a far piazza pulita dei fraintendimenti o dei timori suscitati e fomentati dagli interpreti dei dogmi proclamati dal primo Concilio Vaticano:
- Il Papa è vescovo della chiesa di Roma e di nessuna altra diocesi: «Ecclesiae doctrinam papa est episcopus Romanus, non episcopus cuiuslibet alterius urbis aut dioecesis, non est episcopus Coloniensis aut Vratislaviensis»
- Il Vescovo di Roma, in quanto papa, è «pastore e capo di tutta la Chiesa. La sua attività, in ogni tempo, è quella di vigilare, affinchè ciascun vescovo compia il suo dovere, e dove un vescovo fosse impedito o ci fosse un'altra necessità, al Pontefice compete, proprio in quanto papa, di provvedere alla chiesa locale in necessità: «Sed qua Episcopus Romanus simul est papa, id est pastor et caput totius Ecclesiae, caput omnium episcoporum omniumque fidelium, eiusque potestas papalis non solum viget in casibus quibusdam exceptionalibus, sed omni tempore locoque valet et obligat. In tali munere constitutus papa invigilare debet, ut quisque episcopus obligationes muneris sui integre impleat, et ubi episcopus impeditur aut alia necessitas id exposcit, S. Pontifici ius et officium competit, non quidem qua episcopus dioecesis de qua agitur, sed qua papa omnia ea in eadem (dioecesi) disponere, quae eius admistrationem attinet».
- Il suo primato non è un potere monarchico assoluto, ma è sottoposto al diritto divino e vincolato da volere di Cristo per la sua chiesa: «neque quoad res ecclesiasticas papa monarchus absolutus nuncupari potest, quippe cum subordinatus sit iuri divino et obstrictus sit iis, quae Christus pro Ecclesia sua disposuit. Non potest mutare constitutionem Ecclesiae a fundatore divino datam ad modum legislatoris civilis qui potest mutare constitutionem rei publicae. Constitutio Ecclesiae in omnibus essentialibus fundatur in ordinatione divina ideoque immunis est ab omni arbitraria dispositione humana».
- Di “istituzione divina” è il papato, ma anche l’episcopato, per cui i vescovi non sono affatto funzionari senza responsabilità propria. Le loro funzioni non sono assorbite dalla giurisdizione universale del Papa: «Decreta Vaticana ergo plane erronee intelliguntur, coniiciendo, iisdem 'iurisdictionem episcopalem a papali absorptam esse', papam 'per se in locum cuiusque episcopi subrogatum esse', episcopos remanere solummodo 'instrumenta papae, Officiales eius sine propria responsabilitate'. ..».
- L’infallibilità, infine, non è una “novità” che cambia le prerogative papali (come il Concilio Vaticano enuncia chiaramente ed espressamente). L’infallibilità si restringe al magistero papale di sommo grado, che coincide con il magistero della Chiesa stessa, sottomesso alla Sacra Scrittura e alla Tradizione. Perciò, si afferma, la definizione conciliare non ha cambiato proprio nulla per quello che concerne le attività del governo ordinario del papa. «Denique opinio, papam 'vi suae infallibilitatis esse principem absolutissimum', supponit conceptum omnino erroneum dogmatis infallibilitatis papalis. Sicut Concilium Vaticanum nitidis et expressis verbis enuntiavit et ex rerum natura per se patet, haec restringitur ad proprietatem summi magisterii papalis: id vero coincidit cum ambitu magisterii infallibilis ipsius Ecclesiae et est ligatum ad doctrinam in s. Scriptura et in traditione contentam necnon ad definitiones a magisterio ecclesiastico iam latas. Hac (infallibilitate) proinde quoad negotia gubernii papae nihil omnino mutatum est».
Questa Dichiarazione del 1875 chiariva così bene i dubbi sollevati dalle interpretazioni del Concilio, che fu approvata solennemente da Pio IX, il quale scrisse nella Lettera Apostolica Mirabilis illa constantia che la missiva dei vescovi tedeschi: «Fornisce la pura dottrina cattolica e conseguentemente quella del santo concilio e di questa Santa Sede» (DH 3117). Addirittura, la Dichiarazione congiunta dei Vescovi tedeschi si trova oggi, anch’essa, nell'Enchiridion del Denzinger (cioè quella raccoltà di simboli e di dichiarazioni dogmatiche che esprimono il contenuto della fede cattolica): leggete DH 3112-3116. Diventerà infine premessa per il numero 27 di Lumen Gentium del Vaticano II.
Il teologo Joseph Ratzinger ebbe a scrivere che la Dichiarazione è una «importantissima integrazione che sola schiude il senso pieno delle decisioni del Vaticano I» (Rahner-Ratzinger, Episcopato e Primato, Morcelliana, p. 48).
L’equilibrio nel rapporto tra il papa e il collegio dei vescovi e del papa e i singoli vescovi non è dunque una novità del Concilio Vaticano II (o del suo spirito), come sia certi tradizionalisti e del pari certi infaticabili progressisti, da sponde opposte, vogliono affermare. Nessuno, stando allo stesso Pio IX, può pensare di squalificare i vescovi cercando di fare un favore al Papa, né all’opposto, aggredire il Papa in nome di una pretesa libertà dei vescovi.
La Chiesa, fortunatamente, è e rimane una società “altra” rispetto ad ogni organizzazione politica e statale. Non è una monarchia e neppure una democrazia. Potremmo dire «è la Chiesa, bellezza!». Chi vuole ridurla nei propri schemi politico-sociali, sia conservatori che progressisti, se la vedrà sempre sgusciare via, come un’anguilla. Inafferrabile Chiesa, davvero un Mistero che procede dalla Trinità, e che pur si impolvera ogni giorno, arrancando sui sentieri tortuosi della storia.
Chi avesse voglia di ulteriori approfondimenti può leggere la semplice ma efficace intervista di H. J. Pottmeyer:
http://www.30giorni.it/it/articolo_stampa.asp?id=989 del 2003, ma ancora validissima.
giovedì 5 marzo 2009
I Lefebvriani americani danno ragione a chi dubita della volontà della FSSPX di riconciliarsi con Roma
venerdì 6 febbraio 2009
Espulso dai Lefebvriani don Abrahamovicz
Un po' di pulizia in casa SSPX ci voleva proprio! Certo che essere scomunicato dagli ex scomunicati è un primato non da poco. Complimenti al (poco) reverendo e ormai deposto "capo dei lefebvriani del Nord Est".
LEFEBVRIANI ITALIA, ESPULSO NEGAZIONISTA DON ABRAHAMOWICZ
(ASCA) - Roma, 6 feb - La Fraternita' Sacerdotale San Pio X ha annuncia questa sera in una nota ''l'espulsione di don Floriano Abrahamowicz'', il prete responsabile di reiterate dichiarazioni negazioniste. ''Il provvedimento - si legge in una nota firmata dal superiore italiano della Fraternita', don Davide Pagliarani - ha effetto a partire da venerdi' 6 febbraio 2009 ed e' stato preso per gravi motivi di disciplina''.
''Don Floriano Abrahamowicz - prosegue la nota - da tempo esprimeva posizioni diverse da quelle ufficiali della Fraternita' San Pio X. La decisione dell'espulsione, pur dolorosa, si e' resa necessaria per evitare che venga ulteriormente distorta l'immagine della Fraternita' San Pio X e, di conseguenza, sia danneggiata la sua opera al servizio della Chiesa''.



