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lunedì 2 aprile 2012

L'adorazione eucaristica e i primi tre giorni della Settimana Santa


Offri la tua presenza al Signore e lui offrirà a te la sua. Stai davanti a lui, e lui starà in te.

Tradizionalmente il lunedì, martedì e mercoledì della Settimana Santa sono dedicati ad una più intensa preghiera di adorazione dell'Eucaristia, in preparazione alla grande liturgia del Giovedì Santo. Fermarsi in adorazione del Santissimo Sacramento in maniera ripetuta e frequente, aiuta i cristiani in questi giorni santi, a prendere sempre più consapevolezza "orante" della presenza di Gesù tra loro fino alla fine del mondo. La consapevolezza "intellettuale", ovvero anche del contenuto della fede (Gesù presenze con il suo corpo e il suo sangue, anima e divinità sotto le specie del pane e del vino) è un ovvio e necessario requisito. Però non è il tutto, né si rivela sufficiente. Anche il Beato Newman ripeteva spesso che "l'assenso dottrinale", il dire di sì con il nostro intelletto, non può sostituire quello che lui chiamava "l'assenso reale", cioè l'incrollabile fiducia personale risposta nel Signore. Questa viene nutrita e coltivata nella preghiera. L'adorazione eucaristica, tanto raccomandata da Papa Benedetto, fa crescere perciò la nostra certezza "reale", personalmente fatta propria, della presenza invisibile eppure concretissima del Signore Gesù, crocifisso e risorto, tra i suoi, nel Sacramento dell'Eucaristia.
Non perdiamo l'occasione di partecipare a qualche ora di adorazione: la Chiesa in silenzio, senza prediche, senza chiacchiere, tutta presa dal suo Sposo a cui sa solo cantare mentre, con dedizione assoluta, lo contempla con lo sguardo che va al di là del visibile.

lunedì 27 febbraio 2012

Tornielli su Medjugorje sbaglia: "non constat de supernaturalitate" è giudizio negativo.

Non volevo intervenire su queste questioni, sapete che mi tengo per principio alla larga da polemiche. Ma quando i giornalisti non controllano con precisione le loro affermazioni teologiche, per rispetto alla verità, bisogna, con delicatezza, intervenire.
Tornielli - che stimo e ammiro - ha fatto uscire un pezzo su Vatican Insider a proposito dei lavori della Commissione istituita dalla Santa Sede per il "caso Medjugorje". Trovate tutto a questo collegamento.
Il noto giornalista afferma ad un certo punto, riprendendo una errata convinzione, diffusa anche in ambienti ecclesiali:

All’inzio delle apparizioni di Medjugorje era stata costituita una commissione diocesana, la quale aveva poi passato la mano alla Conferenza episcopale della Jugoslavia, che però non era riuscita a pronunciarsi sulla soprannaturalità o meno dei fenomeni, concludendo, nel 1991, con la dichiarazione «non constat de supernaturalitate», cioè «non consta la soprannaturalità»: si tratta della classica espressione prudenziale, non essendo stati i vescovi in grado né di approvare né di bocciare, segno che se non vi erano elementi sufficienti per dire «sì», non vi erano nemmeno prove che si trattasse di una truffa come sostenuto invece dal vescovo di Mostar.

Il verdetto sospensivo, aperto a ulteriori approfondimenti, non è né «sì» né «no». Nel primo caso, infatti, la dichiarazione affermerebbe che «consta» la soprannaturalità, sancendo così il riconoscimento ufficiale. Nel secondo caso, quello negativi affermerebbe che «consta la non soprannaturalità», cioè è stato accertato che il fenomeno non è soprannaturale. 
Ma noi ci chiediamo: davvero "NON constat de supernaturalitate" è un giudizio sospeso? Davvero significa che non è accertato? O la cosa è un tantino diversa. Non rispondo io, ma lascio la parola ad un'intervista del 2008, fatta all'allora mons. Angelo Amato, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. Fu pubblicata da Avvenire il 9 Luglio 2008 a pag. 15 sotto il titolo Tempi e criteri per “giudicare” le apparizioni a firma di Gianni Cardinale. Potete trovare la fonte intera sul sito delle diocesi della Conferenza Episcopale Italiana (Chiesacattolica.it). Sta parlando delle norme e delle modalità generali di indagine in casi di apparizioni o visioni [in rosso i miei commenti]
Eccellenza, cosa può dirci di questo documento sul modo con cui le autorità ecclesiastiche devono comportarsi nel caso di presunte apparizioni e rivelazioni?
Il documento si intitola « Normae S. Congregationis pro doctrina fidei de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationisbus » . Deliberate dalla plenaria di questo dicastero del novembre 1974, papa Paolo VI le approvò il 24 febbraio 1978, e portano la data del giorno successivo. Hanno la firma dei compianti cardinale Franjo Seper e dell’arcivescovo Jean Jerome Hamer, all’epoca rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione.... 

Ma quali sono le competenze dei vescovi e delle Conferenze episcopali riguardo questi fenomeni?

A questa domanda risponde il punto terzo delle Norme. La prima competenza spetta all’ordinario [NdR nel caso Medjugoje gli ordinari del luogo si sono espressi unanimemente contro]. Le Conferenze episcopali regionali o nazionali possono però intervenire se interpellate dall’ordinario o, sempre previo consenso del vescovo locale, se i fenomeni hanno rilevanza regionale o nazionale [Ndr: nel caso Medjugorje la Conferenza episcopale si è espressa con parere negativo]. A questo si aggiunge che la Sede apostolica può intervenire su richiesta del vescovo locale o su richiesta di un gruppo qualificato di fedeli o in ragione della giurisdizione universale del Sommo Pontefice [NdR: per il caso Medjugorje siamo a questo punto, che è come una sentenza di Cassazione, ma nel merito, e la commissione sta facendo il suo lavoro processuale per conto della Congregazione della Dottrina della Fede]. 

E la Sede apostolica interviene attraverso la Congregazione per la dottrina della fede.

Giusto, ed a questo è dedicato il quarto e ultimo punto delle Norme. In esso viene spiegato che la nostra Congregazione deve essere attenta, nel caso che intervenga su richiesta dei fedeli, che non ci siano ragioni sospette dietro, come quella di costringere l’ordinario a mutare sue legittime decisioni o approvare qualche gruppo settario. 

Alla fine di questi procedimenti, quali possono essere le prese di posizione dell’autorità?

Ci può essere l’approvazione, il constat de supernaturalitate, come ha fatto di recente il vescovo di Gap
per le apparizioni di Laus [NdR: il caso di cui si stava occupando Amato all'epoca]. Oppure la disapprovazione, il non constat de supernaturalitate, come ad esempio di non poche manifestazioni pseudomistiche. [NdR: Amato è stato chiaro, ma l'intervistatore insiste con la domanda riportata qui sotto, e Amato taglia corto:] 

Ma il «non constat de supernaturalitate» può essere considerato un giudizio attendista, rispetto a quello negativo che sarebbe il «constat de non supernaturalitate»?

Nelle Norme di cui stiamo parlando si parla solo di constat de e non constat de. Non si fa cenno al constat de non.

[Ndr: la condizione "attendista" esiste ed è spiegata al punto 2b delle Norme, dove si dice che l'autorità ecclesiastica di dovere può esprimere: "per il momento, nulla osta", ma questo, è specificato, non c'entra col giudizio sulla soprannaturalità del fenomeno in esame da parte della commissione, ma è solo una precauzione pastorale, per non soffocare la manifestazione di devozione da parte dei fedeli, dove ancora ci sia da studiare.]
Riepilogando la vicenda Medjugorje, per correggere Tornielli: dopo il grado diocesano di giudizio fortemente  negativo per quanto riguarda la soprannaturalità degli eventi e il grado della Conferenza episcopale (che si esprime con cautela "in base alle indagini eseguite finora", quindi non in modo definitivo, ma in maniera chiara "non si può affermare che si tratti di apparizioni e rivelazioni soprannaturali", che viene spiegato come: "non constat de supernaturalitate"), ora, nell'ultimo grado di giudizio, quello riservato alla Santa Sede, se venisse confermato il non constat de supernaturalitate, non sarebbe emesso un giudizio "sospensivo", ma un parere negativo. 
Non lo dico io, lo dice il Card Amato e con lui le Norme della Congregazione per la Dottrina della Fede, e in tempi non sospetti. Le Norme della Congregazione legano il "non constat" alla proibizione del culto e di altre manifestazione di devozione. 
Certo, si dirà, il Sant'Uffizio anche il 31 maggio 1923, dopo la famigerata "relazione Gemelli" per le stimmate di Padre Pio, dichiarò: "non constat de supernaturalitate" e scattarono tutte le norme repressive. Ma si sa oggi come fu fatta quell'indagine, o meglio come non fu fatta. Il problema allora fu la mancanza di approfondimento e l'emettere un giudizio affrettato. Comunque non era un giudizio "attendista", ma negativo, e Padre Pio ne prese proprio tante: il divieto di confessare e perfino di celebrare la messa. E lui obbedì. Invece i veggenti, nonostante siano stati sottoposti alle stesse dichiarazioni e gli sia stato chiesto silenzio, fin dal 1991, sappiamo cosa hanno continuato a fare in pubblico e dovunque.
A proposito dei criteri con cui giudicare i fatti, oltre ovviamente il criterio dell'assenza di errori per la fede, c'è anche i criteri negativi c) e d) che ritengono il cercare soldi in connessione con i pretesi fatti soprannaturali (l'agiatezza dei veggenti a seguito dei pellegrinaggi non è buon segno) e gli "atti immorali gravi" connessi con i soggetti dei fatti o i loro sostenitori e seguaci (si veda il caso dei frati francescani dimessi, e in particolare di Vlasic e i suoi atti osceni oltre che le sue eresie).

Dunque, per non continuare a mettere in giro "modi di dire" che non corrispondono ai documenti, ma solo ad un certa "vulgata", diffusa anche da mariologi di una certa fama:
Stando alle NORME IN VIGORE, i membri della commissione voteranno solo "constat de supernaturalite" se a favore, oppure "non constat de supernaturalitate" se contrari. Altrimenti devono chiedere, come lasciano intendere i vescovi a Zara 1991, nuove indagini e più tempo, rimandando il verdetto definitivo, ma con chiarezza indicano che - per il momento - chi volesse affermare che i fatti siano di origine soprannaturale non lo può fare.
Tutto questo non lega le mani all'istanza superiore, che può eventualmente sospendere il proprio giudizio e dire "per il momento NIHIL OBSTAT". Questo è ciò che fece il cardinal Bertone quando, nonostante il giudizio negativo del vescovo del luogo e il giudizio della commissione episcopale locale (che disse: "In base alle indagini eseguite finora non si può affermare che si tratti di apparizioni e rivelazioni soprannaturali."), affermò che si potevano comunque fare pellegrinaggi, con prudenza, se questo non significava avvalorare le apparizioni (26 maggio 1998). E disse questo in perfetta linea con il punto II,2 delle Norme della Congregazione.


Qui trovate, sul sito della diocesi di Mostar, il materiale ufficiale e le dichiarazioni delle autorità ecclesiastiche in italiano.

martedì 10 gennaio 2012

Un documentario da non perdere: La Chiesa altrove. La chiesa che prega, che pratica la carità e subisce il martirio

Il 6 gennaio 2012 è andato in onda su RAI 3 uno splendido - quanto raro oggigiorno - documentario della serie "La grande storia", dedicato a far conoscere gli aspetti meno conosciuti della Chiesa nei luoghi meno frequentati dal grande pubblico. Questi aspetti sono: la vita di preghiera (mostrata attraverso l'ottica della chiesa Siro-cattolica e di rito Copto-cattolico d'Etiopia), la vita di carità e di martirio dei cristiani. Ci vuole coraggio, oggi, a presentare in TV questi aspetti della vita cristiana, soprattutto quello del Martirio, troppo spesso dimenticato dagli stessi credenti. Vedere certe immagini, ascoltare alcune toccanti testimonianze di veri "confessori" della fede, che soffrono ogni giorno per mantenere il Vangelo, è salutare per tutti.

Così il sito di Rai 3 presenta il documentario:
La Chiesa Altrove è un viaggio in giro per il mondo, alla ricerca della Chiesa più remota, quella lontana dalla cupola di San Pietro. Un pellegrinaggio nei luoghi meno conosciuti e più nascosti del Cristianesimo. La Siria, l’Etiopia, l’Uganda, il Pakistan, la Turchia... sono luoghi di frontiera dove abitano donne e uomini che hanno fatto una scelta di vita radicale nel nome della propria fede. In questo modo La Chiesa Altrove mostra un’immagine della Chiesa contemporanea che va oltre l’ufficialità più nota, molto diversa da come è tradizionalmente conosciuta in Occidente.
Il documentario si struttura come un trittico intorno ai tre pilastri fondamentali del Cristianesimo: la prima arcata è dedicata alla Preghiera e al rapporto con il trascendente; la seconda affronta il tema della Carità, non tanto per individuare i grandi protagonisti di questa missione, ma le mille facce anonime della carità nel mondo; la terza campata infine vuole approfondire il tema della testimonianza, che comprende anche il discorso del Martirio cristiano.
Cliccate qui per andare a vedere questo documentario, oppure cliccate sull'immagine qui sotto:

venerdì 16 settembre 2011

Liturgia francescana: l'inno per la festa delle Stimmate di San Francesco

Ri-posto l'inno Crucis Christi che si canta per la festa dell'Impressione delle Stimmate del Serafico Padre San Francesco (17 settembre).
L'inno ripercorre i momenti dell'apparizione a Francesco del Cristo in forma di Serafino sul Monte della Verna.
L'apparizione, una volta svanita, lascerà a Francesco il cuore ardente d'amore, e nelle mani, piedi e costato le piaghe visibili del Salvatore.

Allego anche lo spartito gregoriano (cliccare qui per ingrandire), la traduzione dell'inno, e il video musicale offerto dall'infaticabile Giovanni Vianini. Come vedete la musica è la stessa di Crux fidelis, l'inno del Venerdì Santo. In questo modo si lega musicalmente la Passione di Francesco alla Crocifissione di Nostro Signore. E' un modo di esprimere in musica la convinzione antica di "Franciscus alter Christus".


Crucis Christi mons Alvérnae *
Recénset mystéria,
Ubi salútis aetérnae
Dantur privilégia:
Dum Francíscus dat lucérnae
Crucis sua stúdia.

Hoc in monte vir devótus,
Specu solitária,
Pauper, a mundo semótus,
Condénsat ieiúnia:
Vigil, nudus, ardens totus,
Crebra dat suspíria.

Solus ergo clasus orans,
Mente sursum ágitur;
Super gestis Crucis plorans
Maeróre confícitur:
Crucísque fructum implórans
Animo resólvitur.

Ad quem venit Rex e caelo
Amíctu Seráphico,
Sex alárum tectus velo
Aspéctu pacífico:
Affixúsque Crucis telo,
Porténto mirífico.

Cernit servus Redemptórem,
Passum impassíbilem:
Lumen Patris et splendórem,
Tam pium, tam húmilem:
Verbórum audit tenórem
Viro non effábilem.

Vertex montis inflammátur,
Vicínis cernéntibus:
Cor Francísci transformátur
Amóris ardóribus:
Corpus vero mox ornátur
Mirándis Stigmátibus.

Collaudétur Crucifíxus,
Tollens mundi scélera,
Quem laudat concrucifíxus,
Crucis ferens vúlnera:
Francíscus prorsus inníxus
Super mundi foédera. Amen

Traduzione conoscitiva:
     Il Monte della Verna rivive i misteri della Croce di Cristo; là dove vengono elargiti gli stessi privilegi che donano la salvezza eterna, mentre Francesco volge tutta la sua attenzione alla lucerna che è la Croce.
     Su questo monte l’uomo di Dio, in una caverna solitaria, povero, separato dal mondo, moltiplica i digiuni. Nelle veglie notturne, pur nudo, è tutto ardente, e si scioglie in lacrime con frequenza.
     Recluso con sé solo, dunque, prega, con la mente si innalza, piange meditando le sofferenze della Croce. È trapassato dalla compassione: implorando i frutti stessi della croce nella sua anima si va consumando.
     A lui viene il Re dal cielo in forma di Serafino, nascosto dal velo delle sei ali con volto pieno di pace: è confitto al legno di una Croce. Miracolo degno di stupore.
     Il servo vede il Redentore, l’impassibile che soffre, la luce e splendore del Padre, così pio, così umile: e ascolta parole di un tale tenore che un uomo non può proferire.
     La cima del monte è tutta in fiamme e i vicini lo vedono: Il cuore di Francesco è trasformato dagli ardori dell’amore. E anche il corpo in realtà viene ornato da stimmate stupefacenti.
     Sia lodato il Crocifisso che toglie i peccati del mondo. Lo loda Francesco, il concrocifisso, che porta le ferite della Croce e completamente riposa al di sopra delle cure di questo mondo. Amen.

mercoledì 20 ottobre 2010

La vita religiosa tra auto-secolarizzazione e bisogno di identità rispetto ai laici impegnati

Poderoso intervento, sull'Osservatore Romano di oggi, di Mons. Jean-Louis Bruguès, domenicano e vescovo emerito di Angers (Francia) dove - mi dicono le mie fonti locali - era molto apprezzato da clero, popolo e soprattutto dai religiosi; attualmente è segretario della Congr. per l'Educazione Cattolica. Espone nell'articolo la sua visione sui motivi della crisi della vita religiosa attiva. Motivi che sottoscrivo pienamente e riflettono alcune intuizioni ormai diffuse. La colpa della diminuzione e sparizione della vita religiosa è causata da fenomeni interni alla Chiesa. Il primo è l'auto-secolarizzazione dei religiosi, causata esclusivamente da ideologie abbracciate negli anni '60 e strenuamente portate avanti fino ad oggi, anche se è sotto gli occhi di tutti il totale fallimento dell'esperimento. Come nota Bruguès bisogna però dare atto ai religiosi che hanno percorso questa strada di esser stati, nella maggioranza dei casi, in buona fede, anche se ingannati dallo spirito del tempo e preda della temperie culturale. Il secondo fenomeno è positivo: si tratta della valorizzazione dei laici nella Chiesa post-conciliare. Questa però fa sì che i religiosi (e soprattutto le suore) non abbiano più gli spazi di movimento e di missione che precedentemente erano loro esclusivo appannaggio. La consacrazione religiosa per la vita attiva perde il suo motivo d'essere e crolla l'impianto che negli ultimi 400 anni ha diffuso tale tipo di vita consacrata nella chiesa latina.
Non è un dramma, almeno per noi che facciamo parte degli antichi ordini monastici o mendicanti medievali. Questo si sente molto nelle espressioni tecniche usate dall'autore dell'articolo. La crisi di identità è meno marcata più sono profonde le radice e più il genere di vita è agganciato all'ideale della vita consacrata che è stato, è oggi e sempre sarà l'ideale contemplativo, pur coniugato con la necessaria attività, la quale però - come insegna san Francesco - può essere di qualunque tipo, a seconda del momento storico, del luogo e delle necessità della Chiesa. 
Ma ora andiamo a leggere direttamente il pezzo:

Riscoprire l'essenziale della vocazione per sottrarsi ai condizionamenti della società
Vita religiosa e secolarizzazione
di Jean-Louis Bruguès
Arcivescovo segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica

La vita religiosa si trova oggi sottoposta a notevoli pressioni. In particolare, due tipi di condizionamento mi sembra meritino attenzione. Il primo riguarda la secolarizzazione. Un fenomeno storico nato in Francia a metà del XVIII secolo, che ha finito per investire tutte le società che volevano entrare nella modernità. Anche l'apertura al mondo, giustamente proclamata dal concilio Vaticano II, è stata interpretata, sotto la pressione delle ideologie del momento, come un passaggio necessario alla secolarizzazione. E di fatto, negli ultimi cinquant'anni, abbiamo assistito a una formidabile iniziativa di auto-secolarizzazione all'interno della Chiesa. Gli esempi non mancano: i cristiani sono pronti a impegnarsi al servizio della pace, della giustizia e delle cause umanitarie, ma credono ancora alla vita eterna? Le nostre Chiese hanno messo in atto un immenso sforzo per rinnovare la catechesi, ma questa stessa catechesi parla ancora dell'escatologia, della vita dopo la morte? Le nostre Chiese si sono impegnate nella maggior parte dei dibattiti etici del momento, ma discutono del peccato, della grazia e delle virtù teologali? Le nostre Chiese hanno fatto ricorso al meglio del proprio ingegno per migliorare la partecipazione dei fedeli alla liturgia, ma quest'ultima non ha perduto, in gran parte, il senso del sacro, vale a dire quel retrogusto di eternità? La nostra generazione, forse senza rendersene conto, non ha forse sognato una "Chiesa dei puri", mettendo in guardia contro ogni manifestazione di devozione popolare?
Che fine ha fatto, in tale contesto, quella vita religiosa che era stata presentata, in maniera tradizionale, come un segno escatologico e un'anticipazione del Regno a venire? Di fatto, religiosi e religiose hanno presto abbandonato l'abito della propria famiglia per vestirsi come tutti gli altri. Spesso hanno abbandonato i propri conventi, giudicati troppo vistosi o troppo ricchi, a beneficio di piccole comunità sparse nei villaggi o nei grandi agglomerati urbani. Hanno scelto mestieri profani, si sono impegnati in attività sociali e caritative, oppure si sono messi al servizio di cause umanitarie. Si sono fatti simili agli altri e si sono fusi nella massa, talvolta per formare il lievito della pasta, ma anche, in molti casi, perché tale atteggiamento rispondeva al clima dei tempi.
Non dovremmo sottovalutare i meriti di tale impostazione né i benefici che ne ricava la Chiesa ancora oggi. Quei religiosi e quelle religiose, infatti, si sono fatti più vicini alle persone e, in particolare, ai più svantaggiati, mostrando un volto della Chiesa più umile e più fraterno. Ciononostante, questa forma di vita religiosa non sembra avere più un futuro, non attira quasi più vocazioni.
La quasi totalità delle congregazioni attive, nate nel XIX secolo o all'inizio del XX, si trovano quindi colpite a morte, e la loro scomparsa è solo una questione di tempo. Le case generalizie e i grandi conventi si sono già trasformati in case di riposo per anziani. Fra il 1973 e il 1985, 268 congregazioni francesi delle 369 esistenti hanno chiuso il proprio noviziato [cifre da capogiro]. La situazione, da allora, non ha fatto che peggiorare. L'auto-secolarizzazione ha minato alle fondamenta la vita religiosa. La crisi ha colpito soprattutto le forme di vita attiva, meno quelle contemplative, perché la secolarizzazione aveva orientato tutto ciò che è religioso verso la militanza o l'impegno sociale.
Il fatto è che il militante o la persona impegnata nel sociale, oggi, ci tengono a rimanere laici. Eccoci alla seconda tipologia di pressione esercitata sulla vita religiosa. Per affrontare la sfida della secolarizzazione, il Concilio ha avuto la geniale intuizione di affidare questa missione ai laici. Coloro che avevano l'avventura di essere gli attori principali della società secolare non erano forse i più appropriati per realizzare tale compito? Il Vaticano II ha valorizzato - non dico che ha rivalorizzato, poiché una simile impresa non ha mai avuto luogo nel passato - la vocazione dei laici. Tuttavia, proprio la valorizzazione del laicato ha provocato una sorta di schiacciamento della vita religiosa "attiva". Se quest'ultima, infatti, ha riconosciuto a lungo la propria identificazione con un servizio specifico offerto alla Chiesa e alla società - come l'insegnamento nelle scuole o la cura dei malati negli ospedali - dal momento in cui i laici venivano chiamati a fornire gli stessi servizi e a dedicarsi ad attività simili, la vita religiosa attiva perdeva la sua ragion d'essere. Oggi non è più necessario passare per una consacrazione per fornire gli stessi servizi. Quando ci troviamo in presenza di una maestra che insegna con passione o di un'infermiera servizievole, desiderose di condurre una vita autenticamente cristiana, potremmo domandarci se la stessa donna, cento o centocinquanta anni fa, non si sarebbe presentata alla porta di una di quelle neonate congregazioni che abbiamo evocato poco fa.
Questo ci porta alla seguente conclusione: oggi più che mai, la vita religiosa non può essere definita partendo da un "fare", bensì da un modo di essere e da uno stile di vita. I due rischi che abbiamo appena descritto in forma sintetica e - non ho difficoltà ad annetterlo - senza troppe sfumature, dell'auto-secolarizzazione e della valorizzazione del laicato, costituiscono un pericolo per la vita religiosa. La loro combinazione ha provocato in quest'ultima una sorta d'implosione. Quindi, la situazione attuale della vita religiosa, soprattutto nelle Chiese occidentali, si presenta in modo paradossale. Da una parte, dopo il Concilio, godiamo dei vantaggi di un importante rinnovamento della teologia della vita religiosa. Dall'altra, abbiamo assistito al crollo di numerose congregazioni, così come a una fioritura di nuove forme di vita religiosa nella prima metà degli anni Settanta.
Questo carattere paradossale c'invita dunque a tornare all'essenziale. A cominciare dal fatto che la vita religiosa è unica nella sua essenza e plurale nelle sue forme. In altri termini, queste molteplici forme nascono tutte da un tronco comune, quello della vita e della tradizione monastica [indubitabile, precedenza alla consacrazione per la contemplazione]. Di conseguenza, la prima dimensione è mistica: la vita religiosa c'immerge nel mistero della morte e della risurrezione di Cristo. È dunque sbagliato definire un istituto a partire della sua attività [spot francescano: qual è il carisma del tuo Ordine san Francesco? Risposta: Non saprei proprio, proviamo a vivere il Vangelo. Può andare?]. Anche se è stato in questo modo che sono state concepite le congregazioni nate nei due secoli scorsi.
Questa chiamata a stare con il Signore viene trasmessa a una singola persona - ogni vocazione è molto personalizzata e non esistono due percorsi che siano veramente simili - invitandola però a unirsi a una comunità specifica. Alcuni sperimentano una sorta di colpo di fulmine nei confronti di una comunità e non gli viene neanche in mente d'andare a bussare a un'altra porta. Altri, invece, si concedono un lungo tempo di riflessione, durante il quale fanno il giro di molte case e si dedicano a studi comparativi molto accurati. In ogni epoca ci sono stati matrimoni d'amore e matrimoni di ragione. Quel che è certo, però, è che l'attrazione è sempre legata alla vita comunitaria. Infatti, il codice di diritto canonico definisce quella religiosa come una vita essenzialmente comunitaria [convento= cum-venire, stare insieme]. E questa vita comunitaria è eminentemente spirituale nella misura in cui è lo Spirito Santo che la anima e la porta avanti. Possiamo quindi dedurne che la fede data dallo Spirito rappresenta la chiave di lettura di tutti gli elementi che costituiscono la vita religiosa, a cominciare dai voti e dalla preghiera.
In questo senso, la povertà religiosa non è un concetto sociologico. Non è fatta per dare l'esempio della povertà. La parola stessa non ha fatto la sua comparsa se non in epoca tarda; prima, si parlava di sine proprio [locuzione che si trova nella Regola francescana], oppure di communio, termini molto più suggestivi. Il voto religioso corrisponde dunque a un atto di fede per mezzo del quale il religioso accetta quel dono dello Spirito che lo impegna a non tenere nulla per sé, al fine di vivere nel modo più intenso possibile la sua comunione con la vita fraterna.
Allo stesso modo, l'obbedienza religiosa non è in primis di natura ascetica o pedagogica. Indubbiamente, presuppone un'ascesi nella misura in cui implica una certa rinuncia alla propria volontà. Presenta, inoltre, una dimensione pedagogica, nella misura in cui mira a educare in noi la libertà dei figli di Dio. La sua natura, però, è essenzialmente mistica: ci fa entrare in un sistema in cui comanda lo Spirito. La fede ci porta ad affermare che il comandamento dato non viene innanzitutto dalla volontà del superiore - anche se porta il marchio della sua psicologia, forse anche della sua patologia - ma dallo Spirito, del quale il superiore è, in un certo senso, il rappresentate visibile. A quel punto, smettiamo di comportarci come singole entità, per diventare un corpo fraterno.
Anche tra l'amore umano e la castità religiosa - che pur possiedono diversi punti in comune - esiste una differenza essenziale. L'amore umano comporta una scelta e una conquista, si presenta come un amore d'esclusione: scegliere una donna specifica comporta rinunciare a tutte le altre. Ora, contrariamente alle apparenze, che ci portano a sostenere che abbiamo scelto noi di diventare carmelitani o domenicani, la vita religiosa non si sceglie: ci troviamo coinvolti in questa vita sotto l'impulso dello Spirito. Per ognuno di noi, sarebbe impossibile rimanere fedeli alle promesse del nostro battesimo al di fuori della vita religiosa. In quest'ultima, non esiste alcuna conquista né alcuna esclusione: lo Spirito ci rende partecipi di una comunità d'accoglienza in cui tutti debbono imparare a vivere come fratelli.
Infine, è nella fede data dallo Spirito che viviamo la preghiera, non come un'attività come le altre, ovvero solo un'attività in più, né come una minaccia per le diverse attività implicate dallo stile di vita - tutti noi conosciamo bene quella tensione fra il nostro lavoro e il tempo dedicato alla preghiera, che equivale troppo spesso a un tempo residuo. Nel simbolismo monastico il chiostro, ovvero l'apertura allo Spirito, rappresenta il legame fra la chiesa, luogo di preghiera (Opus Dei) e i diversi luoghi di lavoro (opus hominis) ma come una scuola in cui impariamo a diventare un "mendicante del Signore" [come poteva concludere un domenicano?].

(©L'Osservatore Romano - 20 ottobre 2010)

lunedì 27 settembre 2010

I veggenti di Medjugorje e il fallimento della prova dell'obbedienza

Il blog Te Deum Laudamus! ci informa dell'ennesima disobbedienza dei cosiddetti "veggenti" di Medjugorje. Come sapete la Chiesa sta indagando con una apposita commissione pontificia sul caso in questione, e come sempre accade, aveva chiesto riservatezza e soprattutto silenzio a coloro che in prima persona sono coinvolti nella vicenda. Il Vescovo della diocesi di Mostar e tutta la Conferenza Episcopale di Bosnia-Erzegovina hanno da tempo preso provvedimenti per arginare l'espandersi incontrollato di un fenomeno non riconosciuto dalla Chiesa come soprannaturale (e invece dato per sicuro e di "origine divina" da veggenti e altri propagatori dei messaggi di Nostra Signora).
Il cardinale di Vienna, Schonborn, con estrema noncuranza, ha invitato nella sua cattedrale due dei veggenti: Ivan e Marija, non solo a parlare e pregare, ma anche per una "programmata" apparizione della Madonna! Già lo stesso cardinale era andato pubblicamente in pellegrinaggio alla parrocchia di Medjugorje, senza neppure avvertire il suo confratello vescovo del luogo, ed era stato richiamato per questo comportamento da Roma. Adesso sgancia un ulteriore e gratuito schiaffo in faccia al Vescovo di Mostar, il quale aveva ribadito nel giugno 2009, per quando riguarda la sua giurisdizione, che:
Non è permesso che in qualsiasi tempo, specialmente in occasione delle „apparizioni“ di Medjugorje, i “veggenti” e le “veggenti” siano invitati e compaiano nella chiesa parrocchiale o in qualsiasi ambiente ecclesiastico per propagare i loro „messaggi” e „apparizioni“ private. Quindi, non mescoliamo il non riconosciuto col riconosciuto, il privato coll'ufficiale, il non liturgico col liturgico. (qui il documento)
Ma per il Cardinale, quello che è proibito a Medjugorje è permesso a Vienna. E così, ignorando le cautele del loro Ordinario e legittimo vescovo, il buon Schonborn offre la cattedrale di santo Stefano come palcoscenico agli ormai attempati ragazzi, per le "visioni ad orologeria" che da anni avvengono dovunque nel mondo (e non più a Medjugorje).
l'invito alla apparizione programmata per le 12:40 del 23 settembre

Il blogger statunitense che ha rilanciato la notizia si chiede con ragione:
Ma davvero la Vergine Maria apparirebbe a veggenti che sono disobbedienti (al vescovo di Medjugorje), in una cattedrale di un cardinale che non è in linea con il modo tradizionale di gestire apparizioni non approvate, e che manca di considerazione per la collegialità episcopale? Che questo, poi, sia avvenuto nel giorno della Festa di Padre Pio è ancora più offensivo, data la solida obbedienza di Padre Pio, anche a fronte di persecuzioni dall'interno della Chiesa. Sull'obbedienza Padre Pio non ha mai avuto esitazioni.

Per quanto riguarda poi l'argomento principe dei "buoni frutti", agitato dai fautori di Medjugorje, il nostro blogger ci ricorda che, certo vengono da lì buoni frutti, ma è tutto da dimostrare che siano da attribuire alle apparizioni, piuttosto che al ritorno ai Sacramenti da parte di tanta gente. E poi ci sono anche tanti frutti cattivi,  mescolati a quelli buoni. E questo è accaduto, per es., nel caso dei Legionari di Cristo: quanti ottimi sacerdoti ci sono tra le loro fila! Ma questo non fa sì che Maciel possa essere considerato un santo. Rimane un truffatore e un criminale. Bisogna imparare dalla lezione del caso dei Legionari. Buoni frutti possono darsi anche là dove c'è falsità e peccaminosità. Dopotutto Rm 5,20-21 dice espressamente che dove ha abbondato la colpa, proprio lì sovrabbonda la grazia. Ma guai a noi dire che la grazia è frutto della colpa!

Per leggere tutto l'articolo interessantissimo (ma in inglese) di Te Deum, ecco il link:
http://te-deum.blogspot.com/2010/09/another-slap-from-vienna-as-cardinal.html

Altri documenti ufficiali della Chiesa locale sulla vicenda Medjugorje li trovate qui:
http://medjugorjedocuments.blogspot.com/2009/10/september-26-2009-statement-of-bishop.html

giovedì 29 aprile 2010

Ad onore della Santa Patrona d'Italia, dottore della Chiesa, leggiamo i suoi testi

Una cosa buona è far festa per i santi, ma è cosa migliore conoscerli e conoscere i loro scritti, per arrivare alla cosa ottima, cioè imitarne le virtù.
Quindi, per passare dal primo al secondo stadio della devozione alle personalità che hanno arricchito la storia della santità cristiana, vi propongo di dare un'occhiata al testo più importante uscito dalla voce e dal dettato della santa Patrona d'Italia, Caterina da Siena, che oggi celebriamo:

Il libro della Divina Dottrina, detto Dialogo della Divina Provvidenza

La tomba di Caterina sbiancata dopo gli ultimi restauri

La tomba di Caterina com'era prima (a me piaceva di più a colori)

A chi, come me, è a Roma in questo giorno, consiglio caldamente di passare alla Basilica di Santa Maria sopra Minerva, vicino al Pantheon, e dare un saluto a Santa Caterina, sepolta sotto l'altar maggiore. Il 29 aprile è possibile, passando da dietro, toccare la statua-sarcofago che contiene le preziose reliquie.
Chi è a Venezia, passando per san Giovanni e Paolo può venerare la reliquia del piede della Santa. Mentre chi è a Siena può venerare nella Basilica di san Domenico il capo velato e incorrotto della dottoressa della Chiesa.
La reliquia della "sacra testa"

Dal sito del Vaticano prendo questa preghiera:

Oh Dio, Tu scegli i deboli e gli ignoranti per confondere i sapienti e i potenti. Ti supplichiamo di suscitare anche oggi uomini e donne umili, che sulle orme di Santa Caterina, siano pieni di ardente amore per la Chiesa e per il Papa. Siano essi solleciti nel pregare, affinché i pastori del gregge di Cristo siano veri guardiani e non mercenari. Te lo chiediamo per il nostro Signore Gesù Cristo, Tuo Figlio, che vive e regna con Te nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli, Amen.

sabato 28 novembre 2009

Prima Domenica d'Avvento 2009






Scrive Sant'Antonio nel suo sermone per la 1a Domenica d'Avvento:


Considera che quattro sono gli «avventi» (venute) del Signore.
* Il primo avvento fu nella carne, e di esso è detto: «Ecco, verrà il grande Profeta: egli rinnoverà Gerusalemme» (Liturgia della I Domenica di Avvento, 5a antifona delle Lodi).
* Il secondo avvento si compie nella mente; è detto infatti: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
* Il terzo avvento si verificherà nel momento della morte; è detto: «Beato quel servo che il Signore, al suo ritorno, troverà al lavoro» (Lc 12,43).
* Il quarto avvento si compirà nella gloria; leggiamo nell'Apocalisse: «Ecco, verrà sulle nubi, e ogni occhio lo vedrà» (Ap 1,7).
(S. Antonio, Sermoni, I dom. Adv. §3)



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Nella tradizione latina medievale, testimoniataci anche dai Sermoni di Papa Innocenzo III, le quattro domeniche di Avvento erano legate, inversamente, a ciascuno dei temi delle quattro venute del Signore:
1) Prima domenica: si contempla la Parusia, la venuta di Cristo alla fine dei tempi
2) Seconda domenica: si contempla la venuta di Dio e l'incontro con lui alla fine del tempo di ciascuno, la morte personale.
3) Terza domenica: si contempla la venuta del Signore nel tempo di oggi, nell'anima e nella mente qui e ora.
4) Quarta domenica: si contempla la venuta di Gesù nel tempo, l'incarnazione avvenuta una volta per tutte nel grembo della Vergine Maria.

Pensiamo a ciascuna delle venute, contemplando quella già compiutasi per prepararci alle altre.
Buon Avvento.

martedì 3 novembre 2009

Natuzza Evolo: la nonnina calabrese, gigante di spiritualità

Oggi si svolgono a Mileto (in Calabria) i funerali dell'ottantacinquenne Natuzza Evolo, la mistica mamma e contadina. Riposa in Cristo nel giorno di Tutti i santi, e proprio lei, che parlava amabilmente con le anime dei defunti, va ad incontrarle per sempre nella giornata a loro dedicata.
E' morta in silenzio, come era vissuta, lontano dal chiasso dei media ecclesiali e laici affamati di apparizioni, messaggi e miracoli. Appena conosciuta fuori della Calabria, eppure stimata e ascoltata dai Vescovi della sua terra, che l'hanno sempre tenuta in considerazione proprio per il suo nascondimento e per l'obbedienza totale che ha dimostrato verso la Gerarchia in ogni momento e occasione.
E il prodigioso, nella lunga vita di Natuzza, non è stato di certo inferiore a quello di santi grande del calibro di Padre Pio. Il prodigio più grande è stato il rispetto e la tranquillità che ha sempre circondato questa donna, la cui santità appare dal non aver mai voluto spettacolarizzare i suoi doni e i suoi carismi, se non perchè richiesta di una testimonianza da dare al Signore e alla Vergine Santa.
Molto prima che a Medjugorje (dal 1934) la Madonna è apparsa per 75 anni a questa semplice contadina della Calabria, a cui spuntavano ciclicamente le stimmate e che dialogava con il suo "angelo custodio".


Una sola cosa desiderava Natuzza: una grande chiesa chiestale dalla Vergine Maria. Speriamo possa vederla completata dall'alto, dal Cielo. La casa di riposo e alcune parti dei centri per anziani e ammalati ha avuto la gioia di vederli realizzati. Ancora una volta, nel profondo Sud d'Italia, la mistica più intensa si rivela assolutamente concreta e attenta ai bisogni fisici e quotidiani dei figli di Dio. Come Padre Pio volle il suo Ospedale, così Natuzza con le opere del Centro Ospiti della Speranza e del Villaggio di Conforto.


Così dà la notizia il Messaggero:

«Natuzza Evolo santa subito». Martedì funerali a Mileto, attese 30mila persone

Domani, a Mileto, piccolo centro della Calabria il vescovo celebrerà i funerali, mentre cresce l’attesa di conoscere quale sarà l’orientamento della Chiesa, se vorrà o meno aprire (a livello diocesano) il processo di beatificazione.

Monsignor Luigi Renzo è costretto a dire messa all’aperto perché 30 mila persone, tante ne sono attese, non potevano stare tutte in chiesa e così d’accordo col sindaco (che ha proclamato il lutto cittadino) ha suggerito di allestire il funerale nella spianata che dovrebbe ospitare Villa della Gioia, la grande struttura religiosa voluta da Natuzza.

I devoti di Natuzza Evolo sono tantissimi e non solo in Italia. Paragonata a padre Pio da Pietrelcina è sempre stata conosciuta per le sue capacità di predire il futuro, per le stimmate che riceveva durante la Pasqua. Un caso che ha fatto parlare spesso di sè e ha indotto le autorità ecclesiastiche ad essere prudenti.

Si diceva che parlasse coi santi, con gli angeli e con le anime dei defunti, e che riuscisse a pure prevedere le cose prima che accadessero. La fama non poteva che oltrepassare il confine della regione Calabria. Durante il periodo della quaresima le si arrossavano le mani fino a sanguinare. Il fenomeno delle stigmate terminava subito dopo Pasqua. La prima volta che le apparvero aveva solo 10 anni e da allora i "miracoli" attorno a lei si sono moltiplicati. Non sapeva né leggere, né scrivere ma riusciva a parlare con coi santi, con la Madonna e dare risposte complesse, che solo una persona colta poteva dare.

«Sono rimasto impressionato - ha detto il vescovo - dalla profonda spiritualità di questa donna. Quello che mi ha sempre attratto in lei è stata la sua semplicità e il suo senso dell’obbedienza all’autorità ecclesiastica. Natuzza non ha mai fatto niente che potesse mettere in difficoltà la Chiesa. È stata sempre fedele alle indicazioni che i vescovi, che l’hanno conosciuta, le davano. Le è stato imposto agli inizi della sua missione pubblica di non ricevere la gente e lei, senza battere ciglio, ha ubbidito. Solo quando le hanno dato il via ha ricominciato a ricevere gente per dare loro conforto».

Monsignor Renzo, che ha conosciuto Natuzza per vari anni, è rimasto impressionato dalla sua profonda fede. «Quella di Natuzza è un’esperienza mistica che tocca quegli aspetti legati al rapporto intimo con Gesù Cristo. La sofferenza, che ha sempre accettato in silenzio, è la riprova del suo legame con la passione di Cristo. I fenomeni che lei avvertiva durante la settimana santa sono il segno del dono che Dio stesso le ha fatto. Natuzza con la sua forza spirituale è riuscita a comunicare con tutti».

Solo dopo che arriverà l’autorizzazione alla Conferenza episcopale calabra si potrà avviare la procedura della beatificazione. Saranno raccolte testimonianze e messi nella giusta luce gli aspetti più complessi della sua vita.

Natuzza nasce il 23 agosto 1924 a Paravati e a 10 anni riceve le stimmate per la prima volta. A 20 anni va in sposa a un compaesano, Pasquale Nicolace dal quale ha avuto 5 figli. Anche da sposata le visioni continuarono e la sua casa fu meta di continui pellegrinaggi da parte di persone che invocavano conforto. Lei si è sempre presentata come «l’umile serva del Signore». 



Una delle ultime interviste a Natuzza (dell'anno scorso)


Qui la Rassegna Stampa di Google News che conta oltre 80 articoli apparsi in un paio di giorni sui quotidiani italiani-