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sabato 26 maggio 2012

L'Ottava di Pentecoste "Fai-da-te", permessa dalla Forma Ordinaria

Parecchie scontentezze sortì, a suo tempo, la soppressione dell'Ottava di Pentecoste, eliminata dalla riforma del Messale e del Calendario liturgico effettuata da Paolo VI.
Ma se è vero che nel libro liturgico non si trova più formalmente (come invece capita nella Forma Straordinaria) l'indicazione dei giorni dell'Ottava con la Messa assegnata, è anche vero che la "flessibilità" concessa nel "Tempo per annum" dalla Forma Ordinaria, permette in verità di celebrare comunque una settimana "post Pentecosten" che accompagni e metta in luce l'importanza della festa dello Spirito Santo, da non esaurirsi in una sola domenica.
Vengo perciò ai consigli che, nel pieno rispetto della normativa liturgica attuale, permettono ad ogni sacerdote di sottolineare per bene il tempo che intercorre tra la Solennità di Pentecoste e la Festa della SS. Trinità.

1) Utilizzate le MESSE VOTIVE allo Spirito Santo. Ci sono ben tre diversi formulari nel Messale Romano II edizione (in italiano), e il secondo e terzo formulario hanno ben due collette ciascuno tra cui scegliere. I prefazi  che si possono utilizzare sono due. Il Messale offre quindi una ricchezza eucologica spesso e volentieri trascurata e ignorata dai sacerdoti, che non sempre tengono conto degli abbondanti tesori di preghiera presenti nei libri liturgici.

2) Quest'anno sono liberi da Memorie o Feste il lunedì, il martedì, il mercoledì e il sabato, tutti giorni in cui si può celebrare la messa "a scelta". Quale scelta migliore, nella settimana dopo Pentecoste, che offrire la Messa in onore dello Spirito Santo. (Giovedì 31 è la Visitazione, mentre il 1° giugno festeggiamo san Giustino).

3) Se volete solennizzare in maniera particolare queste Messe, è anche permesso l'uso delle letture proprie (Lezionario Messe votive e "ad diversa", vol. 5° dei nuovi lezionari) al posto di quelle feriali. Questa scelta offre al predicatore abbondanti spunti per prolungare la meditazione omiletica del giorno di Pentecoste. 

4) Vi aggiungo i formulari delle tre Messe - or ora citate - in Latino, qualora possano risultare utili alla vostra meditazione i testi originali, o anche per utilizzarli nella celebrazione. In italiano li trovate alle pagg. 844-848 del Messale Romano.

De Spiritu Sancto  Colore Liturgico ROSSO

A

Ant. ad introitum
Rm 5,5
Cáritas Dei diffúsa est in córdibus nostris, per inhabitántem Spíritum eius in nobis.

Collecta
Deus, qui corda fidélium Sancti Spíritus illustratióne docuísti, da nobis in eódem Spíritu recta sápere, et de eius semper consolatióne gaudére. Per Dóminum.

Super oblata
Múnera, quæsumus, Dómine, obláta sanctífica, et corda nostra Sancti Spíritus illustratióne emúnda. Per Christum.

PRÆFATIO I DE SPIRITU SANCTO De missione Spiritus a Domino in Ecclesiam.
Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus:
per Christum Dóminum nostrum.
Qui, ascéndens super omnes cælos sedénsque ad déxteram tuam,
promíssum Spíritum Sanctum in fílios adoptiónis effúdit.
Quaprópter nunc et usque in sæculum,
cum omni milítia Angelórum,
devóta tibi mente concínimus,
clamántes atque dicéntes: Sanctus, Sanctus, Sanctus....



Ant. ad communionem
Cf. Ps 67,29-30
Confírma hoc, Deus, quod operátus es in nobis, a templo sancto tuo, quod est in Ierúsalem.

Post communionem
Sancti Spíritus, Dómine, corda nostra mundet infúsio, et sui roris íntima aspersióne fecúndet. Per Christum.

B

Ant. ad introitum
Cf. Jn 14,26 Jn 15,26
Cum vénerit Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem, dicit Dóminus.

Collecta
Mentes nostras, quæsumus, Dómine, Paráclitus qui a te procédit illúminet, et indúcat in omnem, sicut tuus promísit Fílius, veritátem. Qui tecum.

Oppure:
 Deus, cui omne cor patet et omnis volúntas lóquitur, et quem nullum latet secrétum, purífica per infusiónem Spíritus Sancti cogitatiónes cordis nostri, ut te perfécte dilígere, et digne laudáre mereámur. Per Dóminum.

Super oblata
Inténde, quæsumus, Dómine, spiritálem hóstiam altáribus tuis piæ devotiónis stúdio propósitam, et da fámulis tuis spíritum rectum, ut fides eórum hæc dona tibi concíliet, et comméndet humílitas. Per Christum.

PRÆFATIO II DE SPIRITU SANCTO
Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus:
Qui síngulis quibúsque tempóribus aptánda dispénsas,
mirísque modis Ecclésiæ tuæ gubernácula moderáris.
Virtúte enim Spíritus Sancti ita eam adiuváre non désinis,
ut súbdito tibi semper afféctu nec in tribulatióne supplicáre defíciat, 
nec inter gáudia grátias reférre desístat,
per Christum Dóminum nostrum.
Et ídeo, choris angélicis sociáti,
te laudámus in gáudio confiténtes: Sanctus, Sanctus, Sanctus ...

Ant. ad communionem
Jn 15,26 Jn 16,14
Spíritus qui a Patre procédit, ille me clarificábit, dicit Dóminus.

Post communionem
Dómine Deus noster, qui nos vegetáre dignátus es cæléstibus aliméntis, suavitátem Spíritus tui penetrálibus nostri cordis infúnde, ut, quæ temporáli devotióne percépimus, sempitérno múnere capiámus. Per Christum.

C

Ant. ad introitum
Lc 4,18
Spíritus Dómini super me, evangelizáre paupéribus misit me, dicit Dóminus.

Collecta
Deus, qui univérsam Ecclésiam tuam in omni gente et natióne sanctíficas, in totam mundi latitúdinem Spíritus tui dona defúnde, ut, quod in ipsis evangélicæ prædicatiónis exórdiis tua est operáta dignátio, nunc quoque per credéntium corda diffúndat. Per Dóminum.

Oppure:
Deus, cuius Spíritu régimur, cuius protectióne servámur, præténde nobis misericórdiam tuam, et exorábilis tuis esto supplícibus, ut in te credéntium fides tuis semper benefíciis adiuvétur. Per Dóminum.

Super oblata
Sacrifícia, Dómine, tuis obláta conspéctibus, ignis Spíritus sanctíficet, qui discipulórum Fílii tui corda succéndit. Qui vivit et regnat in sæcula sæculórum.

Præfatio: I de Spiritu Sancto vel II.

Ant. ad communionem
Cf. Ps 103,30
Emítte Spíritum tuum, et creabúntur, et renovábis fáciem terræ.

Post communionem
Hæc nobis, Dómine, múnera sumpta profíciant, ut illo iúgiter Spíritu ferveámus, quem Apóstolis tuis ineffabíliter infudísti.Per Christum.

sabato 5 maggio 2012

Io sono la vite e voi i tralci: canto di comunione della 5a Domenica di Pasqua

Io sono la vite e voi i tralci
Ascoltiamo "Ego sum vitis vera", antifona di comunione della V domenica di Pasqua, anno B, nella Forma Ordinaria, cantata dai monaci di Holy Cross (Santa Croce), monastero benedettino di Chicago (www.chicagomonk.org). E' molto simile nella musica a quella della settimana scorsa: "Ego sum Pastor bonus", che potete confrontare ascoltando il canto riportato in questo post. Quasi ad creare una continuità ideale-musicale tra le rivelazioni che Gesù dà di se stesso (io sono...) attraverso le metafore evocative e polisemiche offerte nel vangelo di Giovanni.


“Io sono la vera vite e voi i tralci, chi rimane in me e io in lui,
porta molto frutto”. Alleluia, Alleluia. (Gv 15,1.5)


Scarica qui lo spartito

giovedì 3 maggio 2012

La traduzione della lettera di Benedetto XVI sul "pro multis"

C'ha pensato Magister a pubblicare sul suo blog la traduzione in italiano della lettera del Papa, scritta in tedesco ai vescovi della Germania (qui originale), sulla modalità di tradurre nelle lingue moderne la locuzione "pro multis" che si trova nelle parole della consacrazione del calice nella Santa Messa. 
Ne avevo parlato in questo post, qualche giorno fa, augurandomi di trovare presto una versione in lingua italiana (speravo nei canali istituzionali... invece ha provveduto un giornalista... Anche questo può essere visto come significativo: i giornalisti di solito scoprono e diffondono ciò che qualcuno non ha interesse a far sapere).
Vi ri-posto solo la lettera, se volete leggere il commento e gli antefatti (oltre che scoprire chi siano i "lettori-impliciti" di questa lettera), potete andare direttamente al Blog Espresso-Chiesa.
Non sfuggano, nella lettura, i motivi teologici per cui il Papa vuole sia ripristinata la traduzione letterale (dei testi liturgici e biblici). L'interpretazione della Rivelazione non inerisce al testo scritto, tanto meno alla sua traduzione, ma è compito del vivo magistero, che deve far risuonare nella predicazione e catechesi il vero senso del testo, secondo il significato ricevuto dalla Tradizione.


Eccellenza!
Reverendo, caro arcivescovo!

In occasione della sua visita, il 15 marzo 2012, ella mi ha messo a conoscenza del fatto che, per quanto riguarda la traduzione delle parole "pro multis" nella preghiera del canone della santa messa, tra i vescovi dell'area di lingua tedesca tuttora non esiste consenso.

A quanto pare incombe il pericolo che, nella nuova edizione del "Gotteslob", la cui pubblicazione è attesa presto, alcune parti dell'area linguistica tedesca desiderino mantenere la traduzione "per tutti", sebbene la conferenza episcopale tedesca sia d'accordo nello scrivere "per molti", così come auspicato dalla Santa Sede.

Le ho promesso di pronunciarmi per iscritto in merito a tale importante questione, per prevenire una simile divisione nel luogo più intimo della nostra preghiera. Provvederò a fare inviare questa lettera, che attraverso di lei indirizzo a tutti i membri della conferenza episcopale tedesca, anche agli altri vescovi dell'area di lingua tedesca.

Permettetemi qualche breve parola su come è sorto il problema.

Negli anni Sessanta, quando il messale romano, sotto la responsabilità dei vescovi, dovette essere tradotto in lingua tedesca, esisteva un consenso esegetico sul fatto che il termine "i molti", "molti", in Isaia 53, 11 s., fosse una forma espressiva ebraica per indicare l'insieme, "tutti". La parola "molti" nei racconti dell'istituzione di Matteo e di Marco era pertanto considerata un semitismo e doveva essere tradotta con "tutti". Ciò venne esteso anche alla traduzione del testo latino, dove "pro multis", attraverso i racconti evangelici, rimandava a Isaia 53 e quindi doveva essere tradotto con "per tutti".

Tale consenso esegetico nel frattempo si è sgretolato; non esiste più. Nel racconto dell'ultima cena della traduzione unificata tedesca della Sacra Scrittura si legge: "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti" (Mc 14, 24; cfr. Mt 26, 28). Ciò rende evidente una cosa molto importante: la traduzione di "pro multis" con "per tutti" non è stata una traduzione pura, bensì un'interpretazione, che era, e tuttora è, ben motivata, ma è una spiegazione e dunque qualcosa di più di una traduzione.

Questa fusione fra traduzione e interpretazione per certi versi fa parte dei principi che, subito dopo il Concilio, guidarono la traduzione dei testi liturgici nelle lingue moderne. Si era ben consapevoli di quanto la Bibbia e i testi liturgici fossero distanti dal mondo del linguaggio e del pensiero attuale della gente, per cui anche tradotti avrebbero continuato ad essere incomprensibili per quanti partecipavano alle funzioni. Un rischio nuovo era il fatto che, attraverso la traduzione, i testi sacri sarebbero stati aperti, lì, davanti a quanti partecipavano alla messa, e tuttavia sarebbero rimasti molto distanti dal loro mondo, ed anzi questa distanza sarebbe diventata più che mai visibile. Quindi non ci si sentì solo autorizzati, ma addirittura obbligati a immettere l'interpretazione nella traduzione, così da abbreviare il cammino verso le persone, i cui cuori e le cui menti dovevano essere raggiunti da quelle parole.

In una certa misura il principio di una traduzione contenutistica e non necessariamente letterale dei testi fondamentali continua ad essere giustificato. Poiché pronuncio spesso le preghiere liturgiche nelle varie lingue, noto che talvolta tra le diverse traduzioni quasi non si riscontrano somiglianze e che il testo comune sulle quali si basano spesso è solo lontanamente riconoscibile. Allo stesso tempo si sono verificate delle banalizzazioni che costituiscono vere perdite. Così, nel corso degli anni, io stesso ho compreso sempre più chiaramente che, come orientamento per la traduzione, il principio della corrispondenza non letterale, bensì strutturale, ha i suoi limiti.

Seguendo queste intuizioni, l'istruzione per i traduttori "Liturgiam authenticam", promulgata il 28 marzo 2001 dalla congregazione per il culto divino, ha messo nuovamente in primo piano il principio della corrispondenza letterale, senza naturalmente prescrivere un verbalismo unilaterale.

L'importante intuizione che sta alla base di questa istruzione è la distinzione, già citata all'inizio, fra traduzione e interpretazione. Essa è necessaria sia per le parole della Scrittura, sia per i testi liturgici. Da un lato, la sacra Parola deve emergere il più possibile per se stessa, anche con la sua estraneità e con le domande che reca in sé. Dall'altro, alla Chiesa è affidato il compito dell'interpretazione affinché – nei limiti della nostra rispettiva comprensione – ci giunga il messaggio che il Signore ci ha destinato.

Anche la traduzione più accurata non può sostituire l'interpretazione: fa parte della struttura della Rivelazione il fatto che la Parola di Dio venga letta nella comunità interpretante della Chiesa, che la fedeltà e l'attualizzazione si leghino tra loro. La Parola deve essere presente per se stessa, nella sua forma propria, a noi forse estranea; l'interpretazione deve essere misurata in base alla sua fedeltà alla Parola, ma al tempo stesso deve renderla accessibile a chi l'ascolta oggi.

In tale contesto, la Santa Sede ha deciso che nella nuova traduzione del messale l'espressione "pro multis" debba essere tradotta come tale, senza essere già interpretata. La traduzione interpretativa "per tutti" deve essere sostituita dalla semplice traduzione "per molti". Vorrei ricordare che sia in Matteo sia in Marco non c'è l'articolo, quindi non "per i molti", bensì "per molti".

Se dal punto di vista della correlazione fondamentale fra la traduzione e l'interpretazione questa scelta è, come spero, del tutto comprensibile, sono però consapevole che essa rappresenta una sfida immensa per tutti coloro ai quali è affidato il compito di spiegare la Parola di Dio nella Chiesa.

Per chi normalmente frequenta la messa, ciò appare quasi inevitabilmente come una frattura al centro stesso del rito sacro. Domanderà: ma Cristo non è morto per tutti? La Chiesa ha modificato la sua dottrina? Può farlo, le è permesso? È all'opera una reazione che vuole distruggere l'eredità del Concilio?

Grazie all'esperienza degli ultimi cinquant'anni, tutti noi sappiamo quanto profondamente la modifica delle forme e dei testi liturgici colpisca l'anima delle persone; e quindi quanto un cambiamento in un punto così centrale del testo debba inquietare le persone. Proprio per questo, quando davanti alla differenza fra traduzione e interpretazione si scelse la traduzione "molti", si stabilì anche che nelle diverse aree linguistiche la traduzione dovesse essere preceduta da una catechesi accurata, con la quale i vescovi dovevano spiegare concretamente ai loro sacerdoti, e tramite loro ai fedeli, di che cosa si trattava.

Questa catechesi previa è il presupposto essenziale per l'entrata in vigore della nuova traduzione. Per quanto mi risulta, nell'area di lingua tedesca una tale catechesi finora non c'è stata. La mia lettera intende essere una richiesta pressante a tutti voi, cari confratelli, a preparare ora una tale catechesi, per poi parlarne con i vostri sacerdoti e al contempo renderla accessibile ai fedeli.

In questa catechesi bisogna anzitutto chiarire brevemente perché nella traduzione del messale, dopo il concilio, la parola "molti" è stata resa con "tutti": per esprimere in modo inequivocabile, nel senso voluto da Gesù, l'universalità della salvezza che giunge da lui.

Allora, però, sorge subito la domanda: se Gesù è morto per tutti, perché nelle parole dell'ultima cena egli ha detto "per molti"? E perché allora insistiamo su queste parole di Gesù dell'istituzione?

Prima di tutto, a questo punto bisogna ancora precisare che secondo Matteo e Marco Gesù ha detto "per molti", mentre secondo Luca e Paolo ha detto "per voi". Ciò sembra stringere ancora di più il cerchio. Ma proprio a partire da qui ci si può avvicinare alla soluzione. I discepoli sanno che la missione di Gesù trascende loro e il loro gruppo; che egli è venuto per riunire insieme i figli di Dio di tutto il mondo che erano dispersi (Gv 11, 52). Le parole "per voi" rendono però la missione di Gesù molto concreta per i presenti. Essi non sono un qualche elemento anonimo di un insieme immenso, bensì ognuno di loro sa che il Signore è morto proprio per lui, per noi. "Per voi" si protende nel passato e nel futuro, si rivolge a me personalmente; noi, che siamo qui riuniti, siamo conosciuti e amati come tali da Gesù. Quindi questo "per voi" non è un restringimento, bensì una concretizzazione che vale per ogni comunità che celebra l'eucaristia, che la unisce in modo concreto all'amore di Gesù. Il canone romano ha unito tra loro le due espressioni bibliche nelle parole di consacrazione e quindi dice: "per voi e per molti". Questa formula, poi, con la riforma liturgica è stata adottata per tutte le preghiere eucaristiche.

Però di nuovo: perché "per molti"? Il Signore non è forse morto per tutti? Il fatto che Gesù Cristo, come Figlio di Dio fatto uomo, sia l'uomo per tutti gli uomini, il nuovo Adamo, è una delle certezze fondamentali della nostra fede. Vorrei a questo riguardo ricordare solo tre versi delle Scritture. Dio "ha dato per tutti noi" il proprio Figlio, dice Paolo nella lettera ai Romani (8, 32). "Uno è morto per tutti", afferma nella seconda lettera ai Corinzi a proposito della morte di Gesù (5, 14). Gesù "ha dato se stesso in riscatto per tutti", si legge nella prima lettera a Timoteo (2, 6).

Ma allora bisogna davvero domandare ancora una volta: se questo è tanto ovvio, perché la preghiera eucaristica dice "per molti"? Ora, la Chiesa ha tratto questa formulazione dai racconti dell'istituzione nel Nuovo Testamento. La usa per rispetto della parola di Dio, per essergli fedele fin nella parola. È il timore reverenziale dinanzi alla stessa parola di Gesù la ragione della formulazione della preghiera eucaristica. Allora, però, domandiamo: perché Gesù ha detto così? La ragione vera consiste nel fatto che Gesù in tal modo si è fatto riconoscere come il servo di Dio di Isaia 53, che egli si è rivelato come la figura annunciata dalla profezia. Il timore reverenziale della Chiesa davanti alla parola di Dio, la fedeltà di Gesù alle parole della "Scrittura": è questa doppia fedeltà il motivo concreto della formulazione "per molti". In questa catena di riverente fedeltà, noi ci inseriamo con la traduzione letterale delle parole della Scrittura.

Come prima abbiamo visto che il "per voi" della tradizione paolino-lucana non restringe ma rende concreto, così ora possiamo riconoscere che la dialettica tra "molti" e "tanti" ha una sua importanza. "Tutti" si muove sul piano ontologico: l'essere e l'agire di Gesù comprende l'intera umanità, il passato, il presente e il futuro. Ma di fatto, storicamente, nella comunità concreta di coloro che celebrano l'eucaristia egli giunge solo a "molti". Si può quindi riconoscere un triplice significato dell'attribuzione di "molti" e "tutti".

Anzitutto, per noi, che possiamo sedere alla sua mensa, deve significare sorpresa, gioia e gratitudine per essere stati chiamati, per poter stare con lui e per poterlo conoscere. "Siano rese grazie al Signore che, per la sua grazia, mi ha chiamato nella sua Chiesa...".

Poi, però, in secondo luogo ciò è anche una responsabilità. La forma in cui il Signore raggiunge gli altri – "tutti" – a modo suo, in fondo rimane un suo mistero. Tuttavia, è indubbiamente una responsabilità essere chiamati direttamente da lui alla sua mensa per poter sentire: per voi, per me egli ha sofferto. I molti hanno la responsabilità per tutti. La comunità dei molti deve essere luce sul candelabro, città sopra il monte, lievito per tutti. È questa una vocazione che riguarda ognuno in modo del tutto personale. I molti, che noi siamo, devono avere la responsabilità per l'insieme, nella consapevolezza della loro missione.

Infine può aggiungersi un terzo aspetto. Nella società attuale abbiamo la sensazione di non essere affatto "molti", bensì molto pochi, una piccola massa che continua a diminuire. E invece no, siamo "molti": "Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7, 9). Siamo molti e rappresentiamo tutti. Quindi le parole "molti" e "tutti" vanno insieme e fanno riferimento l'una all'altra nella responsabilità e nella promessa.

Eccellenza, caro confratello nell'episcopato! Con tutto questo ho voluto accennare le linee fondamentali della catechesi, con la quale sacerdoti e laici dovranno essere preparati al più presto alla nuova traduzione. Auspico che tutto ciò possa servire anche a una partecipazione più intensa alla celebrazione della sacra eucaristia, inserendosi in tal modo nel grande impegno che dovremo affrontare con l'"Anno della Fede". Posso sperare che la catechesi venga presto preparata e in tal modo diventi parte del rinnovamento liturgico, per il quale il Concilio ha lavorato sin dalla sua prima sessione.

Con i saluti pasquali di benedizione, suo nel Signore.
Benedictus PP XVI  -  14 aprile 2012

(Traduzione dall'originale tedesco di Simona Storioni)
...firmato: Benedictus P.P. XVI

martedì 1 maggio 2012

Il Figlio del carpentiere e carpentiere lui stesso. San Giuseppe e il lavoro

Nel Vangelo di Marco (6,3) troviamo che Gesù è chiamato "il carpentiere", "il falegname". Matteo 13,55 però, nel passo parallelo ci informa che i paesani di Gesù si chiedevano: "Non è egli forse il figlio del carpentiere?" (CEI 1974) oppure: "Non è costui il figlio del falegname?" (CEI 2008). Solo Luca aggiunge il nome: "Non è costui il figlio di Giuseppe". Sommando questi dati i cristiani hanno sempre conosciuto il lavoro dell'artigiano Giuseppe, sposo della Vergine Maria e Padre putativo del Salvatore. La festa in onore di san Giuseppe artigiano o lavoratore (opifex) è certo di recente istituzione. Anche le immagini che ritraggono il padre di Gesù al lavoro nella sua bottega non risalgono a prima del XV secolo. Ma una chiarissima indicazione del lavoro di Giuseppe l'abbiamo fin dal V secolo, nella formella che decora la copertina di evangeliario in avorio conservata a Milano (vedi foto a sinistra e ingrandimento sotto). Vi troviamo la scena della Natività, e sulla sinistra Giuseppe con una sega vicino alla gamba: inequivocabile strumento della sua professione.

La festa del primo maggio così è presentata dal Martirologio Romano: 
San Giuseppe lavoratore, che, falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro alle necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la festa del lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono.

La festa odierna si innesta su quella detta "del Patrocinio di San Giuseppe" (estesa nel 1847 alla Chiesa universale da Pio IX), e fu voluta esplicitamente da Pio XII nel 1955, per "cristianizzare" il giorno festivo dedicato ai lavoratori. Già papa Leone XIII, molto attento alla questione operaia, aveva dedicato - prima volta nella storia - al Santo Falegname di Nazareth un'enciclica: la Quamquam pluries.
Tutti i papi del '900 additarono Giuseppe come esempio per i lavoratori, senza mai dimenticare la sua speciale protezione sugli operai, artigiani e su ogni lavoro, in qualunque genere: Angelo Giuseppe Roncalli, che volle essere consacrato vescovo il 19 marzo, onorava in san Giuseppe il patrono dei diplomatici. Tanta era la sua devozione per lo Sposo di Maria che non esitò, eletto papa (Giovanni XXIII), a inserirlo nel Canone della Messa, modificando il venerabile testo che nessun suo predecessore aveva mai osato toccare.

Alla protezione di San Giuseppe affidiamo oggi tutti coloro che hanno perso il lavoro e lo cercano con ansia e speranza per provvedere alle necessità delle loro famiglie in questi tempi così difficili.

Preghiamo con l'inno proprio delle lodi del 1° di Maggio: Aurora solis nuntia, che potete ascoltare qui con la musica gregoriana degli inni mariani.

Auróra solis núntia,
mundi labóres éxcitans,
fabri sonóram málleo
domum salútat Názaræ.

Salve, caput domésticum,
sub quo supérnus Artifex,
sudóre salso róridus,
exércet artem pátriam.

Altis locátus sédibus
celsæque Sponsæ próximus,
adésto nunc cliéntibus,
quos vexat indigéntia.

Absíntque vis et iúrgia,
fraus omnis a mercédibus,
victus cibíque cópiam
mensúret una párcitas.

Sit Trinitáti glória,
quæ, te precánte, iúgiter
in pace nostros ómnium
gressus viámque dírigat. Amen.
L’aurora preannunziatrice del sole,
che chiama l’uomo al lavoro,
saluta la casa di Nazareth,
risuonante del martello dell'artigiano.

Salve, o Capo di famiglia,
sotto la cui guida il supremo Creatore,
bagnato di salso sudore,
esercita l’arte paterna.

Or che abiti nell’alto dei cieli
vicino all’inclita Sposa,
soccorri i fedeli,
che l’indigenza molesta.

La violenza e le liti siano allontanate,
ogni frode sia eliminata dalla mercede,
una sola sobrietà regoli
l’abbondanza del cibo e della vita.

Sia gloria alla Trinità,
che, per le tue preghiere,
diriga  i passi e la via di  noi tutti
sempre nella pace.   Amen.


domenica 29 aprile 2012

"Per molti e per tutti": editoriale di p. Lombardi sulla lettera del Papa ai vescovi tedeschi

Hic est enim calix Sanguinis mei, Novi et Aeterni Testamenti,
qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum
P. Lombardi, per il programma "Octava dies", ha rilanciato il tema della Lettera di Benedetto XVI all'Arcivescovo Presidente e alla Conferenza episcopale della sua terra natia, epistola che ha come oggetto la traduzione delle parole della consacrazione del Sangue di Cristo. Tutti sappiamo che il Papa sta spingendo fortemente verso il ripristino di una più letterale traduzione dei testi liturgici, e nella lettera spiega i motivi di questa generale preferenza e in particolare la necessità di tradurre più fedelmente (alla lettera, senza interpretazioni teologiche) l'espressione "pro multis" delle parole consacratorie.
In attesa che il sito Vaticano (o l'Osservatore o qualche traduttore di buona volontà) ci offra una versione dal tedesco all'italiano della missiva papale [per ora c'è in originale tedesco, anche se circolano nella Rete alcune traduzioni non ufficiali in spagnolo e inglese.], leggiamo le parole del direttore della Radio Vaticana e della Sala Stampa (vedi qui la fonte, a cui ho aggiunto solo qualche sottolineatura):

"Per molti e per tutti": il Papa chiarisce le parole della Messa. Il commento di padre Lombardi

Che cosa ha fatto il Papa a Castelgandolfo nella settimana dopo la Pasqua? Ha preso carta e penna e ha scritto nella sua lingua una lettera un po’ speciale, diretta ai vescovi tedeschi, che pochi giorni dopo l’hanno pubblicata. Riguarda la traduzione delle parole della consacrazione del calice del sangue del Signore nel corso della messa. La traduzione “per molti”, più fedele al testo biblico, va preferita a “per tutti”, che intendeva rendere più esplicita l’universalità della salvezza portata da Cristo.

Qualcuno penserà che il tema sia solo per raffinati specialisti. In realtà permette di capire che cosa è importante per il Papa e con quale atteggiamento spirituale egli lo affronti. Per il Papa le parole dell’istituzione dell’Eucarestia sono assolutamente fondamentali, siamo al cuore della vita della Chiesa. Con il “per molti”, Gesù si identifica con il Servo di Jahwé annunciato dal profeta Isaia; ripetendo queste parole esprimiamo quindi meglio una duplice fedeltà: la nostra fedeltà alla parola di Gesù, e la fedeltà di Gesù alla parola della Scrittura. Il fatto che Gesù sia morto per la salvezza di tutti è fuori da ogni dubbio, quindi è compito di una buona catechesi spiegarlo ai fedeli, ma spiegare allo stesso tempo il significato profondo delle parole dell’istituzione dell’Eucaristia.

Il Signore si offre “per voi e per molti”: ci sentiamo direttamente coinvolti e nella gratitudine diventiamo responsabili della salvezza promessa a tutti. Il Papa – che già aveva trattato di questo nel suo libro su Gesù - ci dona ora un esempio profondo e affascinante di catechesi su alcune delle parole più importanti della fede cristiana. Una lezione di amore e di rispetto vissuto per la Parola di Dio, di riflessione teologica e spirituale altissima ed essenziale, per vivere con più profondità l’Eucaristia. Il Papa termina dicendo che nell’Anno della fede dobbiamo impegnarci in questa direzione. Speriamo di farlo per davvero.

Se, dunque, qualcuno può indicarci come leggere la lettera del Papa in traduzione, non esiti a postare dove trovarla nei commenti o via email. Grazie.


PS. Per chi è interessato ad un approfondimento e a qualche restroscena, consiglio un articolo interessante e ben fatto di Gianni Valente su Vatican Insider: L’intervento di Benedetto XVI sulla formula di consacrazione del vino durante la messa chiude una disputa sotterranea che ha diviso i vescovi

venerdì 13 aprile 2012

I canti gioiosi dell'Ottava di Pasqua

Per ogni giorno dell'Ottava di Pasqua la Messa, sempre con tono festivo, presenta in entrambe le forme del rito romano (i canti sono gli stessi), delle bellissime antifone di introito. Vi posto quelli di ieri, oggi e domani, a titolo di esempio.

Domani, sabato, abbiamo quest'antifona che inneggia all'uscita del popolo di Israele dall'Egitto (sal 104,43):

Eduxit Dominus populum suum in exsultatione, Alleluia:
et electos suos in laetitia, Alleluia, Alleluia.
Confitemini Domino, et invocate nomen eius:
annuntiate inter gentes opera eius.


Il Signore ha liberato il suo popolo, e gli ha dato esultanza,
ha colmato di gioia i suoi eletti, alleluia.
Lodate il Signore, invocate il suo nome
annunciate tra le nazioni le sue opere.




Oggi, venerdì (Feria VI) ci viene proposto dal sal 77,53 un canto molto simile nell'incipit a quello di ieri. Vi si inneggia al passaggio del Mar Rosso e alla sommersione degli Egiziani nel mare (canto adatto al venerdì: ricorda, con l'immagine anticotestamentaria di vittoria, il senso della croce, salvezza per chi rinasce nelle acque del Battesimo, sconfitta per il diavolo, nemico dell'uomo, sommerso nelle acque):

Edúxit Dóminus pópulum suum in spe,
et inimícos eórum opéruit mare, allelúia.

Il Signore, ha liberato il suo popolo e gli ha dato speranza;
i suoi nemici li ha sommersi nel mare, alleluia.


Ieri, giovedì (Feria V), abbiamo letto (o cantato) dal Libro della Sapienza 10,20-21:

Victrícem manum tuam, Dómine,
laudavérunt páriter, quia sapiéntia apéruit os mutum,
et linguas infántium fecit disértas, allelúia.

Si leva un coro di lodi, o Signore, alla tua vittoria,
perché la sapienza ha aperto la bocca dei muti
e ha sciolto la lingua dei bambini, alleluia.

mercoledì 11 aprile 2012

La predica pasquale di p. Raniero Cantalamessa per il Venerdì Santo - testo integrale

Vi riporto il testo integrale della stupenda predica tenuta al Papa e a tutti i fedeli che hanno celebrato la solenne azione liturgica del Venerdì Santo nella Basilica Vaticana. Il tema è il "Christus Victor", preso di peso dalla teologia dei padri sia greci che latini: significa mostrare nella sofferenza di Cristo la sua oggettiva vittoria sul diavolo, sul peccato e sulla morte, vittoria conquistata per l'uomo e il cui merito è poi regalato all'uomo (che ne aveva bisogno e non poteva in altro modo raggiungerla). Suggestive le metafore "moderne", ma in perfetta continuità con lo stile patristico, che p. Raniero mette in campo (per es. quella della "appropriazione indebita"): sono fatte per colpire l'ascoltatore e con un "effetto estraniante" mostrare attraverso il paradosso retorico il paradosso dell'azione di Cristo nei nostri confronti. 


Qualche immagine e un riassunto giornalistico della predica del Venerdì Santo:




Il testo completo 
di P. Raniero Cantalamessa, ofmcapp.

“IO ERO MORTO, MA ORA VIVO PER SEMPRE”
(Apocalisse 1,18)
Predica del Venerdì Santo 2012 nella Basilica di San Pietro

Alcuni Padri della Chiesa hanno racchiuso in una immagine l’intero mistero della redenzione. Immagina, dicono, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno che teneva schiava la città e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu eri sugli spalti, non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.

Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà!

Così, dicono questi Padri, avviene tra Cristo e noi. Egli, sulla croce, ha sconfitto l’antico avversario”. “Le nostre spade - esclama san Giovanni Crisostomo - non sono insanguinate, non siamo stati nell’agone, non abbiamo riportato ferite, la battaglia non l’abbiamo neppure vista, ed ecco che otteniamo la vittoria. Sua è stata la lotta, nostra la corona. E poiché siamo stati anche noi a vincere, imitiamo quello che fanno i soldati in questi casi: con voci di gioia esaltiamo la vittoria, intoniamo inni di lode al Signore” . Non si potrebbe spiegare in modo migliore il senso della liturgia che stiamo celebrando.

* * *

Ma ciò che stiamo facendo è, esso stesso, una immagine, la rappresentazione di una realtà del passato, o è la realtà stessa? Tutte e due le cose! “Noi –diceva sant’Agostino al popolo- sappiamo e crediamo con fede certissima che Cristo è morto una sola volta per noi[…]. Sapete perfettamente che tutto ciò è avvenuto una sola volta e tuttavia la solennità periodicamente lo rinnova […].Verità storica e solennità liturgica non sono tra loro in contrasto, quasi che la seconda sia fallace e la prima soltanto corrisponda al vero. Di ciò infatti che la storia afferma essere avvenuto, nella realtà, una sola volta, di questo la solennità rinnova spesso la celebrazione nei cuori dei fedeli” .

La liturgia “rinnova” l’evento! Paolo VI ha precisato il senso che la Chiesa cattolica da a questa affermazione usando il verbo ”rappresentare”, inteso nel senso forte di ri-presentare, cioè rendere nuovamente presente e operante l’accaduto .

C’è una differenza sostanziale tra questa nostra rappresentazione liturgica della morte di Cristo e quella, per esempio, di Giulio Cesare nella tragedia di Shakespeare. Nessuno assiste da vivo all’anniversario della propria morte; Cristo sì, perché è risorto. Egli solo può dire, come fa nell’Apocalisse: “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1,18). Dobbiamo stare attenti in questo giorno, visitando i cosiddetti “sepolcri” o partecipando alle processioni del Cristo morto, di non meritare il rimprovero che il Risorto rivolse alle pie donne il mattino di Pasqua: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5).

È una affermazione ardita ma vera: “La anamnesi, cioè il memoriale liturgico, rende l’evento più vero di quando avvenne storicamente la prima volta”. In altre parole, più vero e reale per noi che lo riviviamo “secondo lo Spirito”, di quanto lo fosse per coloro che lo vivevano “secondo la carne”, prima che lo Spirito Santo ne rivelasse alla Chiesa il pieno significato.

Noi non stiamo celebrando solo un anniversario, ma un mistero. Nella celebrazione “a modo di anniversario”, spiega sant’Agostino, non si richiede altro se non di “indicare con una solennità religiosa il giorno preciso dell’anno in cui ricorre il ricordo dell’avvenimento stesso”; nella celebrazione a modo di mistero (“in sacramento”), “non solo si commemora un avvenimento, ma lo si fa pure in modo che si capisca il suo significato e lo si accolga santamente” .

Questo cambia tutto. Non si tratta solo di assistere a una rappresentazione, ma di “accoglierne” il significato, di passare da spettatori a attori. Sta a noi perciò scegliere quale parte vogliamo rappresentare nel dramma, chi vogliamo essere: se Pietro, se Giuda, se Pilato, se la folla, se il Cireneo, se Giovanni, se Maria… Nessuno può rimanere neutrale; non prendere posizione, è prenderne una ben precisa: quella di Pilato che si lava le mani o della folla che da lontano ”stava a vedere” (Lc 23,35).

Se tornando a casa, questa sera, qualcuno ci chiede: “Da dove vieni? “Dove sei stato?”, rispondiamo pure, almeno nel nostro cuore: “Sul Calvario!”

* * *

Ma tutto questo non avviene automaticamente, solo perché abbiamo partecipato a questa liturgia. Si tratta, diceva Agostino, di “accogliere” il significato del mistero. Questo avviene con la fede. Non c’è musica, là dove non c’è un orecchio che l’ascolta, per quanto suoni forte l’orchestra; non c’è grazia, là dove non c’è una fede che l’accolga.

In una omelia pasquale del IV secolo, il vescovo pronunciava queste parole straordinariamente moderne e, si direbbe, esistenziali: “Per ogni uomo, il principio della vita è quello, a partire dal quale Cristo è stato immolato per lui. Ma Cristo è immolato per lui nel momento in cui egli riconosce la grazia e diventa cosciente della vita procuratagli da quell’immolazione” .

Questo è avvenuto sacramentalmente nel battesimo, ma deve avvenire consapevolmente sempre di nuovo nella vita. Dobbiamo, prima di morire, avere il coraggio di fare un colpo di audacia, quasi un colpo di mano: appropriarci della vittoria di Cristo. L’appropriazione indebita! Una cosa comune purtroppo nella società in cui viviamo, ma con Gesù essa non solo non è vietata, ma è sommamente raccomandata. “Indebita” qui significa che non ci è dovuta, che non l’abbiamo meritata noi, ma ci è data gratuitamente, per fede.

Ma andiamo sul sicuro; ascoltiamo un dottore della Chiesa. “Io –scrive san Bernardo -, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (alla lettera, lo usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio” (cf. 1 Cor 1, 30) .

Forse che questo modo di concepire la santità rese san Bernardo meno zelante delle buone opere, meno impegnato nell’acquisto delle virtù? Forse trascurava di mortificare il suo corpo e ridurlo in schiavitù (cf. 1 Cor 9,27), l’apostolo Paolo che, prima di tutti e più di tutti, aveva fatto di questa appropriazione della giustizia di Cristo lo scopo della sua vita e il centro della sua predicazione (cf. Fil 3, 7-9)?

A Roma, come purtroppo in ogni grande città, ci sono tanti senza tetto. Esiste un nome per essi in tutte le lingue: homeless, clochards, barboni: persone umane che non posseggono che i pochi stracci che portano addosso e qualche oggetto che si portano dietro in borse in plastica. Immaginiamo che un giorno si diffonde questa voce: in Via Condotti (tutti sanno cosa rappresenta a Roma Via Condotti!) c’è la proprietaria di una boutique di lusso che, per qualche sconosciuta ragione, di interesse o di generosità, invita tutti i barboni della Stazione Termini a venire nel suo negozio; li invita a deporre i loro stracci sudici, a farsi una bella doccia e poi scegliere il vestito che desiderano tra quelli esposti e portarselo via, così, gratuitamente.

Tutti dicono in cuor loro: “Questa è una favola, non succede mai!”. Verissimo, ma quello che non succede mai tra gli uomini tra di loro è quello che può succedere ogni giorno tra gli uomini e Dio, perché, davanti a Lui, quei barboni siamo noi! È quello che avviene in una bella confessione: deponi i tuoi stracci sporchi, i peccati, ricevi il bagno della misericordia e ti alzi che sei “rivestito delle vesti della salvezza, avvolto nel mantello della giustizia” (Is 61, 10).

Il pubblicano della parabola salì al tempio a pregare; disse semplicemente, ma dal profondo del cuore: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”, e “tornò a casa giustificato” (Lc 18,14), riconciliato, fatto nuovo, innocente. Lo stesso, se abbiamo la sua fede e il suo pentimento, si potrà dire di noi tornando a casa dopo questa liturgia.

* * *

Tra i personaggi della passione con i quali possiamo identificarci mi accorgo che ho tralasciato di nominarne uno che più di tutti aspetta chi ne segua l’esempio: il buon ladrone.

Il buon ladrone fa una completa confessione di peccato; dice al suo compagno che insulta Gesù: “Neanche tu hai timore di Dio che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male” (Lc 23, 40 s.). Il buon ladrone si mostra qui un eccellente teologo. Solo Dio infatti, se soffre, soffre assolutamente da innocente; ogni altro essere che soffre deve dire: “Io soffro giustamente”, perché, anche se non è responsabile dell’azione che gli viene imputata, non è mai del tutto senza colpa. Solo il dolore dei bambini innocenti somiglia a quello di Dio e per questo esso è così misterioso e così sacro.

Quanti delitti atroci rimasti, negli ultimi tempi, senza colpevole, quanti casi irrisolti! Il buon ladrone lancia un appello ai responsabili: fate come me, venite allo scoperto, confessate la vostra colpa; sperimenterete anche voi la gioia che provai io quando sentii la parola di Gesù: “Oggi sarai con me in paradiso!” (Lc 23,43). Quanti rei confessi possono confermare che è stato così anche per loro: che sono passati dall’inferno al paradiso il giorno che hanno avuto il coraggio di pentirsi e confessare la loro colpa. Ne ho conosciuto qualcuno anch’io. Il paradiso promesso è la pace della coscienza, la possibilità di guardarsi nello specchio o guardare i propri figli senza doversi disprezzare.

Non portate con voi nella tomba il vostro segreto; vi procurerebbe una condanna ben più temibile di quella umana. Il nostro popolo non è spietato con chi ha sbagliato ma riconosce il male fatto, sinceramente, non solo per qualche calcolo. Al contrario! È pronto a impietosirsi e ad accompagnare il pentito nel suo cammino di redenzione (che in ogni caso diventa più breve). “Dio perdona molte cose, per un’opera buona”, dice Lucia all’Innominato nei “Promessi sposi”. Ancor più, dobbiamo dire, egli perdona molte cose per un atto di pentimento. Lo ha promesso solennemente: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana” (Is 1, 18).

Riprendiamo ora a fare quello che, abbiamo sentito all’inizio, è il nostro compito in questo giorno: con voci di gioia esaltiamo la vittoria della croce, intoniamo inni di lode al Signore. “O Redemptor, sume carmen temet concinentium” : E tu, o nostro Redentore, accogli il canto che eleviamo a te.

Note:

1 Nicola Cabasilas, Vita in Christo, I, 9 (PG 150, 517).
2 S. Giovanni Crisostomo, De coemeterio et de cruce (PG, 49, 596).
3 S. Agostino, Sermone 220 (PL 38, 1089)
4 Cf Paolo VI, Mysterium fidei (AAS 57, 1965, p. 753 ss).
5 Agostino, Epistola 55, 1, 2 (CSEL 34, 1, p. 170).
6 Omelia pasquale dell’anno 387 (SCh 36, p. 59 s.).
7 S. Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5 (PL 183, 1072).
8 Inno della Domenica delle Palme e della Messa crismale del Giovedì Santo

martedì 10 aprile 2012

Hic est dies verus: inno dell'Ufficio per il tempo pasquale

La Liturgia delle Ore riporta per il tempo pasquale un inno autentico di Sant'Ambrogio: Hic est dies verus, desumendolo dall'ufficiatura ambrosiana. Il testo che troviamo nei libri romani diverge da quello che incontriamo nei libri ambrosiani, perché alcune strofe sono state eliminate, probabilmente per ridurre la lunghezza dell'inno. Comunque sia, ecco qui sotto il testo secondo la liturgia romana. Nel Liber Hymnarius è contenuta una melodia, ma gli ambrosiani usano invece quella che normalmente consideriamo propria dell'inno Veni creator Spiritus. La convinzione è che la musica, come anche le parole, siano state scritte dallo stesso Ambrogio di Milano. Successivamente la melodia pasquale ambrosiana sarebbe stata riutilizzata per il canto allo Spirito Santo.

Hic est dies verus Dei,
sancto serénus lúmine,
quo díluit sanguis sacer
probrósa mundi crímina.

Fidem refúndit pérditis
cæcósque visu illúminat;
quem non gravi solvit metu
latrónis absolútio?

Opus stupent et ángeli,
pœnam vidéntes córporis
Christóque adhæréntem reum
vitam beátam cárpere.

Mystérium mirábile,
ut ábluat mundi luem,
peccáta tollat ómnium
carnis vitia mundans caro.

Quid hoc potest sublímius,
ut culpa quærat grátiam,
metúmque solvat cáritas
reddátque mors vitam novam?

Esto perénne méntibus
paschále, Iesu, gáudium
et nos renátos grátiæ
tuis triúmphis ággrega.

Iesu, tibi sit glória,
qui morte victa prænites,
cum Patre et almo Spíritu,
in sempitérna sæcula. Amen.
Questo è il vero giorno di Dio,
rasserenato da una santa luce,
nel quale il sangue sacro ha sciolto
i vergognosi peccati del mondo.

Restituisce la fede agli smarriti
e ridona la vista ai ciechi;
la paura di chi non è dissipata
dall’assoluzione del ladrone?

La creazione e gli angeli restano stupiti
al vedere le sofferenze del corpo
e il peccatore stretto a Cristo
afferrare la vita beata.

Mistero meraviglioso,
che lava il peccato del mondo,
cancella i peccati di tutti,
purificando la carne dai vizi della carne.

Che cosa potrebbe essere più sublime:
la colpa cerca il perdono,
l’amore scioglie in timore,
la morte restituisce una vita nuova?

Rimanga sempre nell’anima
la gioia pasquale, o Gesù,
e noi, rinati alla grazia,
ammettici nel tuo corteo trionfale.

A te sia gloria, Gesù,
che vinta la morte risplendi
insieme al Padre e al Santo Spirito
nei secoli dei secoli. Amen.

Il canto dell'inno "more ambrosiano" - vespri pasquali 2010 Duomo di Milano:


Il canto gregoriano di Giovanni Vianini con visione dello spartito:

domenica 8 aprile 2012

La Benedizione delle uova a Pasqua

Le benedizioni alle uova nel giorno di Pasqua, secondo le due forme del Rito Romano. A me pare che una formula benedica le uova, l'altra benedice coloro che mangiano le uova. Ma tutte e due concordano in ciò che è più importante: rendere grazie per la Risurrezione del Signore.


BENEDIZIONE DELLA UOVA PASQUALI (secondo il De Benedictionibus)

V/. Adiutórium nostrum in nómine Dómini.
R/. Qui fecit coélum et terram.
V/. Dóminus vobiscum.
R/. Et cum spíritu tuo.

Orémus.
Subvéniat, quæsumus, Dómine, tuæ benedictiónis grátia huic ovorum creatúræ: ut cibus salúbris fiat fidélibus tuis, in tuárum gratiárum actióne suméntibus ob resurrectiónem Dómini nostri Iesu Christi. Qui tecum vívit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sæcula sæculórum.
M. - Amen.

Et aspergantur aqua benedicta.

La grazia della tua benedizione, o Signore, scenda su queste uova: affinché siano cibo salutare per i tuoi fedeli, che le mangeranno in ringraziamento per la Resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con Te, nell’unità della Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
M. Amen.
E si aspergono con l'acqua benedetta.

BENEDIZIONE ALLE UOVA A PASQUA (secondo il Benedizionale CEI)

Premesse
1699. La tradizione religiosa ha sempre considerato l'uovo come il simbolo del dischiudersi della vita, soprattutto nella stagione di primavera quando la natura si ridesta e si rinnova Questa espressione della pietà popolare, propria sia dell'Oriente che dell'Occidente, si riflette nella consuetudine di benedire le uova nel giorno di Pasqua.
Il gesto semplice ed umile, insieme ad altri, prolunga nell'ambito familiare il messaggio della risurrezione e della vita nuova in Cristo, che investe l'uomo e la natura.
 
Rito breve

1700. Il ministro inizia il rito dicendo: 
V. Sia benedetto Cristo, nostra Pasqua. [Alleluia.]
R. Ora e sempre. [Alleluia.] 

1701. 
Quindi, secondo l'opportunità introduce il rito di benedizione con brevi parole. 
1702. 
Poi uno dei presenti legge un brano della Sacra Scrittura: 
Rm 6,4 
Per mezzo del battesimo
siamo stati sepolti insieme a Cristo nella morte,
perché come Cristo fu risuscitato dai morti
per mezzo della gloria del Padre,
così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.

2 Cor 5,15-17 Cristo è morto per tutti,
perché quelli che vivono non vivano più per se stessi,
ma per colui che è morto e risuscitato per loro.
Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno
secondo la carne;
e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne,
ora non lo conosciamo più così.
Quindi se uno è in Cristo,
è una creatura nuova;
le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

Ef 4,22-24Fratelli, dovete deporre l'uomo vecchio
con la condotta di prima,
l'uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici
e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente
e rivestire l'uomo nuovo,
creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

1 Pt 3, 15
 
Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori,
pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.


1703. Quindi il ministro dice:

P
reghiamo.
Tutti pregano per qualche momento in silenzio.
Il ministro, con le braccia allargate, prosegue:

Benedetto sei tu, Signore del cielo e della terra,
che nella radiosa luce del Cristo risorto
ridesti l'uomo e il mondo alla vita nuova
che scaturisce dalle sorgenti del Salvatore:
guarda a noi tuoi fedeli
e a quanti si ciberanno di queste uova,
umile e domestico richiamo alle feste pasquali;
fa' che ci apriamo alla fraternità
nella gioia del tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore,
che ha vinto la morte
e vive e regna nei secoli dei secoli.


R. Amen.

1704. Quindi il ministro asperge con l'acqua benedetta i presenti e le uova dicendo queste parole o altre simili:
Ravviva in noi, o Padre,
nel segno di quest'acqua benedetta
il ricordo del nostro Battesimo
e l'adesione a Cristo,
crocifisso e risorto per la nostra salvezza.

giovedì 5 aprile 2012

Il canto in onore dei Santi Olii: O redemptor sume carmen

Il Canto che accompagna la processione con cui i diaconi portano i recipienti degli olii santi da benedire e consacrare, durante la Missa Chrismatis, la Messa del Crisma celebrata la mattina del Giovedì Santo, è un canto comune alla tradizione romana e ambrosiana (anche se in quest'ultima ha un paio di strofe che non si trovano nel testo romano). Una melodia semplice e antica, che accompagna le parole "mediterranee", le quali esaltano l'olio d'oliva, presentato al vescovo perché lo benedica facendolo diventare olio dell'unzione esorcistica (l'olio dei catecumeni) e lo consacri con il balsamo per farne il Crisma che fa affluire lo Spirito Santo. Non è ricordato dal canto l'olio degli infermi, il terzo olio benedetto nella celebrazione odierna. 
Oltre agli spartiti e ai video (more romano e more ambrosiano), trovate sotto anche il testo latino con traduzione a fronte del testo breve romano.







Scarica qui lo spartito in notazione moderna con l'accompagnamento dell'organo

R. O Redemptor, sume carmen
 R. Accogli, o Redentore
temet concinentium.

 il canto della nostra lode.

Arbor foeta alma luce
 Cresciuto ai raggi fecondi della luce, un albero
hoc sacrandum protulit:
 ha prodotto l'olio che oggi consacriamo:
fert hoc prona praesens turba
 i fedeli presenti lo offrono adoranti
salvatori saeculi.
 al Salvatore del mondo.
R.
 R.

Consecrare tu dignare,
Tu degnati di consacrare,
rex perennis patriae,
o eterno Re dei cieli,
hoc olivum, signum vivum,
il frutto dell'ulivo, segno vivo
iura contra daemonum.
di vittoria contro le forze del Maligno.
R.
R.
.

Ut novetur sexus omnis,
Perché si innovi ogni essere umano,
unctione Chrismatis:
con l'unzione del Crisma:
ut sanetur sauciata
sia gloriosamente risanata
dignitatis gloria.
la sua dignità ferita dalla colpa.
R.
R.
.

Lota mente sacro fonte
Lavata al sacro fonte
aufugantur crimina,
l'anima è purificata dalle colpe;
uncta fronte sacrosanta
la fronte riceve la sacra unzione,
influunt charismata.
i doni dello Spirito affluiscono.
R.
R.
.

Corde natus ex Parentis,
Tu che sei nato dal seno del Padre,
alvum implens Virginis,
e abitasti nel grembo della Vergine,
praesta lucem, claude mortem
effondi la tua luce e allontana la morte
Chrismatis consortibus.
da quelli che ricevono il tuo Crisma.
R.
R.
.

Sit haec dies festa nobis
Sia questo per noi un giorno di festa
saeculorum saeculis;
che duri in eterno;
sit sacrata digna laude,
sia giorno consacrato dalla lode,
nec senescat tempore.
e non invecchi col tempo.
R.
R.