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domenica 3 giugno 2012

A che età si è troppo vecchi per essere "presbiteri"?

ordinazione diaconale di alcuni attempati ex anglicani
Pare che, a seguito di una decisione proveniente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, gli ex-ministri anglicani di 80 anni e più che stanno passando all'Ordinariato americano, non potranno venir ordinati presbiteri nella Chiesa Cattolica, indipendentemente dallo stato di salute.
Bisogna prendere con le pinze questa notizia, che tuttavia viene da una fonte solitamente ben informata (The AngloCatholic). Parrebbe infatti più consono lasciare queste decisioni all'Ordinario, che le dovrebbe compiere caso per caso.

Comunque sia, questa posizione può suscitare commenti favorevoli o contrari. Prima di tutto, però, bisogna sempre ricordare che, nella Chiesa Cattolica, nessuno ha diritto ad essere ordinato: è la Chiesa che ha diritto al ministero e per questo ha bisogno di ministri ordinati. In secondo luogo è necessario richiamare che i vescovi hanno il dovere di discernere su chi e quando imporre le mani per il sacerdozio. E la loro valutazione va rispettata.

Però il non ammettere una persona adatta al sacerdozio, solo per via dell'età, non sembra affatto una soluzione teologicamente e spiritualmente così sostenibile. A che età un cristiano è troppo vecchio per essere ammesso tra quelli che, fin dall'antichità, vengono chiamati "anziani" (presbiteri) della comunità?
Può essere posta una barriera invalicabile di un certo numero di primavere, senza tener conto d'altro? Sicuramente no.
Si potrebbe esser tentati di dire: "Ma un prete ottuagenario che cosa può mai fare per la Chiesa?". Ecco la subdola ideologia utilitarista che fa capolino, e pare tanto ragionevole che, di primo acchito, sembra sensata. Ma la risposta deve essere altrettanto drastica: "Ogni prete è una grazia sacramentale per la Chiesa, perché la sua sola esistenza ri-presenta sacramentalmente cristo capo e sacerdote". Ogni prete che semplicemente celebra la santa Eucaristia sta santificando la Chiesa, indipendentemente dall'energia che possiede come uomo. Che lo faccia per un giorno, dieci, cento o mille non ha nessuna importanza.

E poi - se proprio vogliamo metterla sul piano del ministero attivo - quanti preti dopo aver raggiunto e ben superato gli ottanta, sono di grande aiuto a parroci più giovani, con il loro servizio nel confessionale, con la loro capacità di consigliare, con la loro esperienza pastorale e condivisione umana con gli ammalati....
Non abbiamo forse un Papa ottantacinquenne, che sta facendo un ottimo lavoro?
L'ordinazione sacerdotale di uomini anziani, soprattutto nel caso in questione, cioè di persone che per una vita sono state a servizio ministeriale dei cristiani che ora hanno deciso di passare alla Chiesa Cattolica, non sarebbe affatto scandalosa o "stravagante". E anzi, avrebbe il merito di seppellire il giovanilismo imperante, anche a livello vocazionale. L'aspettativa di vita non è mai stata una condizione pro o contro il ricevere gli ordini sacri (d'altra parte non si muore solo di vecchiaia...). Se questi anziani sono abbastanza "giovani" per ricevere la cresima (e tutti i convertiti dall'anglicanesimo la ricevono), perché non dovrebbero essere anche adatti (acciacchi e lucidità mentale permettendo) a servire come presbiteri i loro fratelli?

PS. Nel mio convento abbiamo frati sacerdoti ultranovantenni che continuano egregiamente a confessare e predicare (e qualcuno si azzarda perfino a guidare pellegrinaggi all'estero...). Parlano degli ottantenni come dei giovanotti! Vedete come davvero tutto sia "relativo" al punto di vista!

lunedì 30 aprile 2012

Si chiude aprile, mese dedicato alla preghiera per le vocazioni. Il Papa ordina i preti per la sua Diocesi

Ieri Papa Benedetto ha ordinato nove presbiteri per la sua Diocesi di Roma (riferimento nel Regina Caeli). Un numero piccolo potremmo dire. Poche vocazioni? Non ci sono giovani che "vogliono farsi ordinare dal Papa? E' evidente che da parecchio non vediamo più maxiordinazioni di cinquantine (e oltre) di preti provenienti da tutto il mondo e appartenenti a diocesi,  congregazioni religiose o altri istituti che coglievano l'occasione per darsi visibilità. Lo stile pastorale di Benedetto, in questo, è parecchio difforme da quello del venerato predecessore. Come ogni vescovo, anche il Papa provvede i pastori per le parrocchie della sua Chiesa locale, lasciando ai vescovi delle singole diocesi di ordinare i propri collaboratori nel ministero. E' un segnale che Benedetto lancia: non c'è bisogno di mettersi la medaglia "ordinato prete dal Papa", l'importante è essere sacerdote secondo il cuore di Cristo.
Inoltre questa scelta "restrittiva" vuole ribadire che il Sommo Pontefice è, prima di tutto, vescovo di Roma, e deve mostrare sollecitudine per la sua Chiesa particolare. Solo in quanto buon Pastore della Chiesa romana è anche investito della guida di tutti i cristiani, non il contrario. Davvero Benedetto XVI, pur non essendo romano o italiano di nascita, non perde occasione per mostrare la sua "romanità" acquisita. 
Ora ascoltiamo e leggiamo l'omelia offerta ieri in occasione della messa per l'ordinazione presbiterale:



OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica Vaticana, IV Domenica di Pasqua, 29 aprile 2012

Venerati Fratelli,
cari Ordinandi,
cari fratelli e sorelle!

La tradizione romana di celebrare le Ordinazioni sacerdotali in questa IV Domenica di Pasqua, la domenica «del Buon Pastore», contiene una grande ricchezza di significato, legata alla convergenza tra la Parola di Dio, il Rito liturgico e il Tempo pasquale in cui si colloca. In particolare, la figura del pastore, così rilevante nella Sacra Scrittura e naturalmente molto importante per la definizione del sacerdote, acquista la sua piena verità e chiarezza sul volto di Cristo, nella luce del Mistero della sua morte e risurrezione. Da questa ricchezza anche voi, cari Ordinandi, potrete sempre attingere, ogni giorno della vostra vita, e così il vostro sacerdozio sarà continuamente rinnovato.

Quest’anno il brano evangelico è quello centrale del capitolo 10 di Giovanni e inizia proprio con l’affermazione di Gesù: «Io sono il buon pastore», a cui subito segue la prima caratteristica fondamentale: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Ecco: qui noi siamo immediatamente condotti al centro, al culmine della rivelazione di Dio come pastore del suo popolo; questo centro e culmine è Gesù, precisamente Gesù che muore sulla croce e risorge dal sepolcro il terzo giorno, risorge con tutta la sua umanità, e in questo modo coinvolge noi, ogni uomo, nel suo passaggio dalla morte alla vita. Questo avvenimento – la Pasqua di Cristo – in cui si realizza pienamente e definitivamente l’opera pastorale di Dio, è un avvenimento sacrificale: perciò il Buon Pastore e il Sommo Sacerdote coincidono nella persona di Gesù che ha dato la vita per noi.

Ma osserviamo brevemente anche le prime due Letture e il Salmo responsoriale (Sal 118). Il brano degli Atti degli Apostoli (4,8-12) ci presenta la testimonianza di san Pietro davanti ai capi del popolo e agli anziani di Gerusalemme, dopo la prodigiosa guarigione dello storpio. Pietro afferma con grande franchezza che «Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo»; e aggiunge: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (vv. 11-12). L’Apostolo interpreta poi alla luce del mistero pasquale di Cristo il Salmo 118, in cui l’orante rende grazie a Dio che ha risposto al suo grido d’aiuto e lo ha tratto in salvo. Dice questo Salmo: «La pietra scartata dai costruttori / è divenuta la pietra d’angolo. / Questo è stato fatto dal Signore: / una meraviglia ai nostri occhi» (Sal 118,22-23). Gesù ha vissuto proprio questa esperienza: di essere scartato dai capi del suo popolo e riabilitato da Dio, posto a fondamento di un nuovo tempio, di un nuovo popolo che darà lode al Signore con frutti di giustizia (cfr Mt 21,42-43). Dunque, la prima Lettura e il Salmo responsoriale, che è lo stesso Salmo 118, richiamano fortemente il contesto pasquale, e con questa immagine della pietra scartata e ristabilita attirano il nostro sguardo su Gesù morto e risorto.

La seconda Lettura, tratta dalla Prima Lettera di Giovanni (3,1-2), ci parla invece del frutto della Pasqua di Cristo: il nostro essere diventati figli di Dio. Nelle parole di Giovanni si sente ancora tutto lo stupore per questo dono: non soltanto siamo chiamati figli di Dio, ma «lo siamo realmente» (v. 1). In effetti, la condizione filiale dell’uomo è il frutto dell’opera salvifica di Gesù: con la sua incarnazione, con la sua morte e risurrezione e con il dono dello Spirito Santo Egli ha inserito l’uomo dentro una relazione nuova con Dio, la sua stessa relazione con il Padre. Per questo Gesù risorto dice: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). E’ una relazione già pienamente reale, ma che non è ancora pienamente manifestata: lo sarà alla fine, quando – se Dio vorrà – potremo vedere il suo volto senza veli (cfr v. 2).

Cari Ordinandi, è là che ci vuole condurre il Buon Pastore! E’ là che il sacerdote è chiamato a condurre i fedeli a lui affidati: alla vita vera, la vita «in abbondanza» (Gv 10,10). Torniamo dunque al Vangelo, e alla parabola del pastore. «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Gesù insiste su questa caratteristica essenziale del vero pastore che è Lui stesso: quella del «dare la propria vita». Lo ripete tre volte, e alla fine conclude dicendo: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). E’ questo chiaramente il tratto qualificante del pastore così come Gesù lo interpreta in prima persona, secondo la volontà del Padre che lo ha mandato. La figura biblica del re-pastore, che comprende principalmente il compito di reggere il popolo di Dio, di tenerlo unito e guidarlo, tutta questa funzione regale si realizza pienamente in Gesù Cristo nella dimensione sacrificale, nell’offerta della vita. Si realizza, in una parola, nel mistero della Croce, cioè nel supremo atto di umiltà e di amore oblativo. Dice l’abate Teodoro Studita: «Per mezzo della croce noi, pecorelle di Cristo, siamo stati radunati in un unico ovile e siamo destinati alle eterne dimore» (Discorso sull’adorazione della croce: PG 99, 699).

In questa prospettiva orientano le formule del Rito dell’Ordinazione dei Presbiteri, che stiamo celebrando. Ad esempio, tra le domande che riguardano gli «impegni degli eletti», l’ultima, che ha un carattere culminante e in qualche modo sintetico, dice così: «Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». Il sacerdote è infatti colui che viene inserito in un modo singolare nel mistero del Sacrificio di Cristo, con una unione personale a Lui, per prolungare la sua missione salvifica. Questa unione, che avviene grazie al Sacramento dell’Ordine, chiede di diventare “sempre più stretta” per la generosa corrispondenza del sacerdote stesso. Per questo, cari Ordinandi, tra poco voi risponderete a questa domanda dicendo: «Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio». Successivamente, nei Riti esplicativi, al momento dell’unzione crismale, il celebrante dice: «Il Signore Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio». E poi, alla consegna del pane e del vino: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Risalta con forza che, per il sacerdote, celebrare ogni giorno la Santa Messa non significa svolgere una funzione rituale, ma compiere una missione che coinvolge interamente e profondamente l’esistenza, in comunione con Cristo risorto che, nella sua Chiesa, continua ad attuare il Sacrificio redentore.

Questa dimensione eucaristica-sacrificale è inseparabile da quella pastorale e ne costituisce il nucleo di verità e di forza salvifica, da cui dipende l’efficacia di ogni attività. Naturalmente non parliamo della efficacia soltanto sul piano psicologico o sociale, ma della fecondità vitale della presenza di Dio al livello umano profondo. La stessa predicazione, le opere, i gesti di vario genere che la Chiesa compie con le sue molteplici iniziative, perderebbero la loro fecondità salvifica se venisse meno la celebrazione del Sacrificio di Cristo. E questa è affidata ai sacerdoti ordinati. In effetti, il presbitero è chiamato a vivere in se stesso ciò che ha sperimentato Gesù in prima persona, cioè a darsi pienamente alla predicazione e alla guarigione dell’uomo da ogni male del corpo e dello spirito, e poi, alla fine, riassumere tutto nel gesto supremo del «dare la vita» per gli uomini, gesto che trova la sua espressione sacramentale nell’Eucaristia, memoriale perpetuo della Pasqua di Gesù. E’ solo attraverso questa «porta» del Sacrificio pasquale che gli uomini e le donne di tutti i tempi e luoghi possono entrare nella vita eterna; è attraverso questa «via santa» che possono compiere l’esodo che li conduce alla «terra promessa» della vera libertà, ai «pascoli erbosi» della pace e della gioia senza fine (cfr Gv 10,7.9; Sal 77,14.20-21; Sal 23,2).

Cari Ordinandi, questa Parola di Dio illumini tutta la vostra vita. E quando il peso della croce si farà più pesante, sappiate che quella è l’ora più preziosa, per voi e per le persone a voi affidate: rinnovando con fede e con amore il vostro «sì, con l’aiuto di Dio lo voglio», voi coopererete con Cristo, Sommo Sacerdote e Buon Pastore, a pascere le sue pecorelle – magari quella sola che si era smarrita, ma per la quale si fa grande festa in Cielo! La Vergine Maria, Salus Populi Romani, vegli sempre su ciascuno di voi e sul vostro cammino. Amen.

giovedì 5 aprile 2012

Sante cannonate! L'epocale omelia di Papa Benedetto alla Messa Crismale

Benedetto XVI durante la consacrazione del Crisma
Se non l'avete ascoltata o letta, ve la metto in evidenza: un'omelia davvero epocale, in cui il Papa ha affrontato alcuni nodi cruciali del sacerdozio e della Chiesa: 1) il rinnegamento di sé; 2) l'obbedienza; 3) l'esempio dei Santi 4) la necessità di annunciare i contenuti della Fede; 5) la necessità di NON annunciare opinioni private, ma la Fede della Chiesa; 5) riaccendere nei sacerdoti lo "zelo per le anime".

E' sbalorditiva la capacità di questo anziano Papa tedesco, che tante leggende vogliono raccontarci fuori del mondo e non in contatto con la realtà, di percepire e saper esprimere i malesseri della Chiesa e del mondo e di saper anche fornire concrete ricette per iniziare a guarire, cioè a convertirsi. Non gira attorno ai problemi, ma li affronta a viso aperto. Sicuramente una lezione di coraggio per molti vescovi chiamati a essere i "sorveglianti" del gregge e dei loro sacerdoti - non ultimo il card. di Vienna, che - invece di correre dietro alle presunte visioni della "Madonna di Medjugorje", dopo questa omelia (che lo chiama in causa direttamente) o affronta il disastro della Chiesa che deve condurre o farebbe meglio a meditare di lasciar spazio ad altri più solidi pastori. Leggiamo e meditiamo.

OMELIA DEL SANTO PADRE ALLA MESSA CRISMALE 2012


Cari fratelli e sorelle!

In questa Santa Messa i nostri pensieri ritornano all’ora in cui il Vescovo, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera, ci ha introdotti nel sacerdozio di Gesù Cristo, così che fossimo “consacrati nella verità” (Gv 17,19), come Gesù, nella sua Preghiera sacerdotale, ha chiesto per noi al Padre.

Egli stesso è la Verità. Ci ha consacrati, cioè consegnati per sempre a Dio, affinché, a partire da Dio e in vista di Lui, potessimo servire gli uomini. 
Ma siamo consacrati anche nella realtà della nostra vita? Siamo uomini che operano a partire da Dio e in comunione con Gesù Cristo? Con questa domanda il Signore sta davanti a noi, e noi stiamo davanti a Lui.


Volete unirvi più intimamente al Signore Gesù Cristo e conformarvi a Lui, rinunziare a voi stessi e rinnovare le promesse, confermando i sacri impegni che nel giorno dell’Ordinazione avete assunto con gioia?”


Così, dopo questa omelia, interrogherò singolarmente ciascuno di voi e anche me stesso. Con ciò si esprimono soprattutto due cose: è richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, che io non rivendichi la mia vita per me stesso, ma la metta a disposizione di un altro – di Cristo.

Che non domandi: che cosa ne ricavo per me?, bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? O ancora più concretamente: come deve realizzarsi questa conformazione a Cristo, il quale non domina, ma serve; non prende, ma dà – come deve realizzarsi nella situazione spesso drammatica della Chiesa di oggi?


Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del Magistero – ad esempio nella questione circa l’Ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore.


La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa? Vogliamo credere agli autori di tale appello, quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di un vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?


Ma non semplifichiamo troppo il problema. Cristo non ha forse corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio? Sì, lo ha fatto, per risvegliare nuovamente l’obbedienza alla vera volontà di Dio, alla sua parola sempre valida. A Lui stava a cuore proprio la vera obbedienza, contro l’arbitrio dell’uomo. E non dimentichiamo: Egli era il Figlio, con l’autorità e la responsabilità singolari di svelare l’autentica volontà di Dio, per aprire così la strada della parola di Dio verso il mondo dei gentili. E infine: Egli ha concretizzato il suo mandato con la propria obbedienza e umiltà fino alla Croce, rendendo così credibile la sua missione. Non la mia, ma la tua volontà: questa è la parola che rivela il Figlio, la sua umiltà e insieme la sua divinità, e ci indica la strada.
Lasciamoci interrogare ancora una volta: non è che con tali considerazioni viene, di fatto, difeso l’immobilismo, l’irrigidimento della tradizione? No. Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo. E se guardiamo alle persone, dalle quali sono scaturiti e scaturiscono questi fiumi freschi di vita, vediamo anche che per una nuova fecondità ci vogliono l’essere ricolmi della gioia della fede, la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore.

Cari amici, resta chiaro che la conformazione a Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento. Ma forse la figura di Cristo ci appare a volte troppo elevata e troppo grande, per poter osare di prendere le misure da Lui. Il Signore lo sa. Per questo ha provveduto a “traduzioni” in ordini di grandezza più accessibili e più vicini a noi.

Proprio per questa ragione, Paolo senza timidezza ha detto alle sue comunità: imitate me, ma io appartengo a Cristo. Egli era per i suoi fedeli una “traduzione” dello stile di vita di Cristo, che essi potevano vedere e alla quale potevano aderire. A partire da Paolo, lungo tutta la storia ci sono state continuamente tali “traduzioni” della via di Gesù in vive figure storiche. Noi sacerdoti possiamo pensare ad una grande schiera di sacerdoti santi, che ci precedono per indicarci la strada: a cominciare da Policarpo di Smirne ed Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi Pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, fino a Papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo, come “dono e mistero”.

I Santi ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio. E ci lasciano anche capire che Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape.

Cari amici, vorrei brevemente toccare ancora due parole-chiave della rinnovazione delle promesse sacerdotali, che dovrebbero indurci a riflettere in quest’ora della Chiesa e della nostra vita personale.
C’è innanzitutto il ricordo del fatto che siamo – come si esprime Paolo – “amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1) e che ci spetta il ministero dell’insegnamento (munus docendi), che è una parte di tale amministrazione dei misteri di Dio, in cui Egli ci mostra il suo volto e il suo cuore, per donarci se stesso.

Nell’incontro dei Cardinali in occasione del recente Concistoro, diversi Pastori, in base alla loro esperienza, hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente.
Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola.

L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore.

Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sono gli strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo.

Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16).

Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori. Ma questo naturalmente non deve significare che io non sostenga questa dottrina con tutto me stesso e non stia saldamente ancorato ad essa. In questo contesto mi viene sempre in mente la parola di sant’Agostino: Che cosa è tanto mio quanto me stesso? Che cosa è così poco mio quanto me stesso? Non appartengo a me stesso e divento me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa. Se non annunciamo noi stessi e se interiormente siamo diventati tutt’uno con Colui che ci ha chiamati come suoi messaggeri così che siamo plasmati dalla fede e la viviamo, allora la nostra predicazione sarà credibile.

Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso. Il Curato d’Ars non era un dotto, un intellettuale, lo sappiamo. Ma con il suo annuncio ha toccato i cuori della gente, perché egli stesso era stato toccato nel cuore.


L’ultima parola-chiave a cui vorrei ancora accennare si chiama zelo per le anime (animarum zelus). È un’espressione fuori moda che oggi quasi non viene più usata. In alcuni ambienti, la parola anima è considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo.

Certamente l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità. Ma questo non può significare che non abbiamo più un’anima, un principio costitutivo che garantisce l’unità dell’uomo nella sua vita e al di là della sua morte terrena. E come sacerdoti naturalmente ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto. Tuttavia noi non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore. Ci preoccupiamo della salvezza degli uomini in corpo e anima. E in quanto sacerdoti di Gesù Cristo, lo facciamo con zelo.


Le persone non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo. Preghiamo il Signore di colmarci con la gioia del suo messaggio, affinché con zelo gioioso possiamo servire la sua verità e il suo amore.
Amen.



© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 6 marzo 2012

La concelebrazione nella spiegazione del card. Cañizares, prefetto del Culto divino

Comprendo che la questione della concelebrazione eucaristica fra sacerdoti non sia uno degli argomenti più caldi e interessanti per molti che dicono, ahimé: "a noi basterebbe averne uno di prete, figuriamoci se pensiamo alla concelebrazione!"
Comunque in altre realtà, soprattutto nelle case religiose, dove parecchi sacerdoti vivono insieme, o nei raduni piccoli o grandi dove convengono parecchi sacerdoti, le domande poste dall'articolo che vi propongo rimangono vive e fanno pensare.
Qui sotto, dunque, trovate una buona parte dell'intervento tenuto ieri sera a Roma dal cardinale Antonio Cañizares alla presentazione italiana del libro, uscito l'anno scorso: La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà di monsignor Guillaume Derville, direttore spirituale dell'Opus Dei e docente di teologia alla Santa Croce. Un articolo in francese dello stesso autore, apparso nel 2009 su Annales Theologici (che potete scaricare qui), anticipava molti dei temi poi rielaborati e completati nella monografia, uscita per ora in spagnolo [La concelebración eucarística. Del símbolo a la realidad (Ediciones Palabra, Madrid, 2010, 136 pp.)] e, ovviamente, in originale francese: La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité (Wilson & Lafleur).
I grassetti e le sottolineature sono mie aggiunte per evidenziare i punti salienti.
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Presentazione del libro:
La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà.
Card. Antonio Cañizares Llovera
(da ZENIT)

...Vorrei soffermarmi precisamente sulle ultime parole del testo appena citato, perché, a mio avviso, introducono un tema delicato che è, allo stesso tempo, il punto centrale dello studio di Mons. Derville. Leggiamole di nuovo: “La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
In altre parole, la liturgia, e al suo interno la concelebrazione, sarà bella quando è vera e autentica, quando in essa risplende la sua vera natura. In questa linea si situa il punto interrogativo posto dal Romano Pontefice davanti alle grandi concelebrazioni: 
“Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta. Anche un’altra domanda ho fatto fare, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore”3.
Il punto cruciale è proprio mantenere la “struttura voluta dal Signore”, perché la liturgia è un dono di Dio. Non è un qualcosa di fabbricato da noi uomini. Non è a nostra disposizione. In realtà, “con il comando «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l'attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento”4.
Per questo motivo, “dobbiamo anche imparare a capire la struttura della Liturgia e perché è articolata così. La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa”5.
Lo studio puntuale di Mons. Derville si inserisce in questa direzione. Egli ci aiuta ad ascoltare i testi del Concilio Vaticano II, i quali, con parole del Beato Giovanni Paolo II, “non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati, come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa”6.
Il Concilio, effettivamente, decise di estendere la facoltà di concelebrare seguendo due principi: questa forma di celebrazione della Santa Messa manifesta correttamente l’unità del sacerdozio e, al tempo stesso, è stata praticata fino ad oggi nella Chiesa in Oriente e in Occidente7. Perciò, la concelebrazione, come ha rilevato anche la Sacrosanctum Concilium, va inclusa tra i riti che dovrebbero essere ripristinati “secondo la tradizione dei Padri”8.
In questo senso, diventa importante affrontare, anche se brevemente, la storia della concelebrazione. La panoramica storica che ci offre Mons. Derville, anche se, come egli ‘modestamente’ dice, è un breve riassunto, ci risulta sufficiente per rilevare alcune zone d’ombra, che mostrano l’assenza di dati definitivi sulla celebrazione eucaristica nei primi tempi della Chiesa. Allo stesso tempo, senza però cadere in un ingenuo “archeologismo”, fornisce prove sufficienti per poter affermare che la concelebrazione, secondo la genuina tradizione della Chiesa, sia orientale che occidentale, è un rito straordinario, solenne e pubblico, di solito presieduto dal vescovo o da un suo delegato, circondato dal suo presbyterium e da tutta la comunità dei fedeli. D’altra parte, la concelebrazione quotidiana in uso tra gli orientali, in cui concelebrano solo sacerdoti, e la concelebrazione per così dire “privata”, in sostituzione delle Messe celebrate singolarmente o “more privato”, non sono presenti nella tradizione liturgica latina.
Inoltre, a mio parere, l’autore riesce a dare una spiegazione soddisfacente sulle ragioni di fondo, che il Concilio menziona per l’ampliamento della concelebrazione. Una estensione della facoltà di concelebrare, che doveva essere moderata, come si evince dalla lettura dei testi conciliari. È logico che dovesse essere così, perché la concelebrazione non ha come obiettivo risolvere i problemi logistici o organizzativi, ma piuttosto presentare il mistero pasquale, manifestando così l’unità del sacerdozio che nasce dall’Eucaristia. La bellezza della concelebrazione, come abbiamo detto in un primo momento, implica la sua celebrazione nella verità. In questo modo, la sua forza significativa dipende dal vivere e dal soddisfare le esigenze che la stessa concelebrazione comporta.
Quando il numero dei concelebranti è troppo elevato un aspetto essenziale della concelebrazione resta velato. La quasi impossibilità di sincronizzare le parole e i gesti che non sono riservati al celebrante principale, l’altare e le offerte allontanati, la mancanza di paramenti per alcuni dei concelebranti, l’assenza di armonia di colori e forme, tutto ciò può oscurare la manifestazione dell’unità del sacerdozio. E, non possiamo dimenticarlo, è proprio tale manifestazione che ha giustificato l’estensione della facoltà di concelebrare.
Nel lontano 1965, il cardinale Lercaro, presidente del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, inviò una lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, avvertendoli di un pericolo: considerare la concelebrazione come un modo per superare le difficoltà pratiche. E ricordava che poteva essere appropriato promuoverla9, qualora avesse favorito la pietà dei fedeli e dei sacerdoti.
È quest’ultimo aspetto che vorrei trattare ora molto brevemente. Come Benedetto XVI ha detto: 
“raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli. Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione”10.
Per ogni sacerdote, la celebrazione della Santa Messa è la ragione della sua esistenza. È, deve essere, un incontro molto personale con Dio e con la sua opera redentrice. Allo stesso tempo, ogni sacerdote, nella celebrazione Eucaristica, è lo stesso Cristo presente nella Chiesa come Capo del suo corpo11 e agisce anche a nome di tutta la Chiesa “allorché presenta a Dio la preghiera della Chiesa e soprattutto quando offre il sacrificio eucaristico”12. 
Dinnanzi alla meraviglia del dono eucaristico, che trasforma e configura a Cristo, ci può essere solo un atteggiamento di stupore, gratitudine e obbedienza.
L'autore ci aiuta a cogliere con maggiore profondità e chiarezza questa ammirevole realtà. E contemporaneamente, con questo libro ci ricorda e ci invita a considerare che oltre alla concelebrazione, vi è la possibilità della celebrazione individuale o la partecipazione all'Eucaristia come sacerdote, anche senza concelebrare. Si tratta, in ogni caso, di entrare nella liturgia, di cercare l’opzione che consente più facilmente il dialogo con il Signore, rispettando la struttura stessa della liturgia. Si trovano qui le limiti di un “diritto o no di concelebrare”, nel rispetto dei fedeli a partecipare in una liturgia dove l’ars celebrandi rende possibile la loro actuosa participatio. Tocchiamo dunque punti che hanno che vedere con quello che è giusto o meno; l’autore, infatti, non manca di riferirsi anche al Codice di Diritto Canonico.
Non mi resta altro che ringraziare Mons. Derville e anche le case editrice Palabra e Wilson & Lafleur per il libro che oggi ho il piacere di presentare. Credo che la sua lettura dia un esempio della giusta ermeneutica del Concilio Vaticano II. “Si tratta, dice il Papa, in concreto di leggere i cambiamenti voluti dal Concilio all'interno dell'unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture”13. Ed è un aiuto e uno stimolo per il compito che il Santo Padre ha ricordato recentemente alla Congregazione che presiedo: “si dedichi principalmente a dare nuovo impulso alla promozione della Sacra Liturgia nella Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II a partire dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium”14. Sono pure sicuro che questo libro contribuirà a far sì che l’Anno della Fede sia “un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia”15.

-----------Note----------

3 BENEDETTO XVI, Incontro con i parroci e il clero della diocesi di Roma, 7-II-2008.
4 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 11.
5 BENEDETTO XVI, Incontro con i sacerdoti della diocesi di Albano, 31-VIII-2006.
6 GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Novo millennio ineunte, 6-I-2001, n. 57.
7 Cfr. CONCILIO VATICANO II, Const.  Sacrosanctum Concilium , n. 57.
8 CONCILIO VATICANO II, Const. Sacrosanctum Concilium, n. 50.
9 Notitiae 1 (1965) 257-264.
10 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 80.
11 Cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 1548.
12 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 1552.
13 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 3.
14 BENEDETTO XVI, Motu proprio Quaerit semper, 30-VIII-2011.
15 BENEDETTO XVI, Motu proprio Porta fidei, n. 9.

domenica 4 marzo 2012

Problemi parrocchiali a seguito dell'introduzione della forma straordinaria

Pare che in una parrocchia inglese, dove da ormai qualche tempo il reverendo ha introdotto la Forma straordinaria del Rito Romano, una signora molto devota si sia lamentata con il prete, sospirando in questi termini a proposito dei giovani:

"Eh certo, appena si finisce di tirar su un cerimoniere decente, ecco che se ne va. Presto perderemo il terzo....! Questo è il problema con la Messa antica.... continua a causare vocazioni!"

Fa sorridere, certo. Ma se l'osservazione della signora rispondesse proprio al vero? :-o

Fonte: Blog Mulier Fortis

venerdì 24 febbraio 2012

L'indulgenza plenaria dei Venerdì di Quaresima: ecco la preghiera in italiano


Carissimi sacerdoti fate conoscere le indulgenze plenarie, cari fedeli usate il tesoro delle indulgenze! [Ringraziamo Francesco che ci manda questo link per approfondire che cosa sia l'indulgenza e come normalmente si può ricevere]


L'Enchiridion indulgentiarum postconciliare (ediz. 1999) ricorda:

8 § 1. Plenaria indulgentia conceditur christifideli qui ...
... qualibet feria sexta temporis Quadragesimae, orationem En ego, o bone et dulcissime Iesu, coram Iesu Christi Crucifixi imagine post communionem pie recitaverit;

Si concede l'indulgenza plenaria ai fedeli che, nei venerdì del tempo di Quaresima, davanti all'immagine di Gesù Crocifisso, dopo la comunione, avranno recitato la preghiera En ego, o bone et dulcissime Iesu...

Ecco la preghiera:
En ego, o bone et dulcissime Iesu, ante conspectum tuum genibus me provolvo, ac maximo animi ardore te oro atque obtestor, ut meum in cor vividos fidei, spei et caritatis sensus, atque veram peccatorum meorum paenitentiam, eaque emendandi firmissimam voluntatem velis imprimere; dum magno animi affectu et dolore tua quinque vulnera mecum ipse considero, ac mente contemplor, illud prae oculis habens, quod iam in ore ponebat tuo David Propheta de te, o bone Iesu: « Foderunt manus meas et pedes meos; dinumeraverunt omnia ossa mea » (Ps 22 [Vg 21] 17-18).
(dal Messale Romano, Gratiarum actio post Missam)

E qui la traduzione in italiano:
Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che prostrato alla tua santissima Presenza ti prego con il fervore più vivo di stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati e di proponimento di non offenderti più, mentre io con tutto l’amore e con tutta la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di Te, o mio Gesù, il santo profeta Davide: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa”.

NB. Nota per gli ambrosiani, il cui rito non prevede la celebrazione eucaristica nei venerdì di Quaresima, suggerita nei commenti
Non essendo possibile riceve la S. Comunione nei venerdì di quaresima, la stessa indulgenza, alle stesse solite condizioni, su concessione della Penitenzieria Aostolica, si può acquistare nelle domeniche di quaresima in tutte le chiese di rito ambrosiano. (cfr. "Rivista Diocesana Milanese" giugno-luglio 1992 pp. 840 841)

mercoledì 22 febbraio 2012

la cattedra di Pietro e il suo successore: un video celebrativo sul nostro Papa

Oggi, nonostante il primo giorno di Quaresima ci impedisca la festività , celebriamo comunque (interiormente) anche la cattedra di Pietro, ovvero l'ufficio petrino di confermare nella fede i fratelli come roccia della Chiesa.
Preghiamo per il Papa, in maniera particolare e offriamo per lui e per la santificazione di tutta la Chiesa il digiuno di oggi
Rivediamo, poi, un video, apparso lo scorso giugno per festeggiare il 60° di sacerdozio di Benedetto XVI, ma poco diffuso e pubblicizzato. E' frutto del lavoro della Fondazione Joseph Ratzinger Benedetto XVI, ed è stato originariamente proiettato durante la consegna del "Premio Ratzinger".

lunedì 16 gennaio 2012

Se ne va uno degli ultimi Padri del Concilio Vaticano II: Antonio Mistrorigo


E' spirato nella serata di sabato 14 gennaio, verso le ore 20 S.E. mons. Antonio Mistrorigo, vescovo emerito di Treviso. La notizia è stata comunicata dal vicario generale, mons. Giuseppe Rizzo.
Da anni infermo, era quasi centenario - tra i 10 vescovi più anziani della Chiesa - , essendo nato a Chiampo (VI) il 26.03.1912 e ordinato sacerdote il 07.07.1935, è stato eletto Vescovo di Troia il 9.03.1955 e trasferito a Treviso il 25.06.1958,dove entrò il 03.08.1958; nominato Assistente al Soglio Pontificio il 20.09.1980. Mons. Mistrorigo era Vescovo emerito di Treviso dall'11.02.1989.
La sua principale preoccupazione e occupazione fu sempre la divina liturgia, sia prima che dopo il Concilio Vaticano II.
Dal 1962 al 1965 partecipò come vescovo alle sessioni del Concilio, dando il suo contributo soprattutto alla questione della riforma liturgica.
Presidente della Commissione episcopale per la liturgia (CEI), per molto tempo è stato anche presidente dell’Associazione italiana Santa Cecilia, per lo studio e lo sviluppo della musica sacra.
Curò parecchie edizioni liturgiche, 159 titoli in tutto, e libri per diffondere il canto gregoriano dopo la promulgazione di Sacrosanctum Concilium. Di un certo pregio il suo Dizionario Liturgico-pastorale, pubblicato nel 1977 e il Messalino festivo per la Messa, ristampato nel 2007 in occasione dell'uscita di Summorum Pontificum.
Uno dei messalini bilingui curato da Sua Ecc. Mons. Antonio
Come ricordo personale aggiungo la sua delicatezza unita al suo indomito desiderio di passare alle nuove generazioni di preti e religiosi il suo amore e il fuoco della divina liturgia. Appena da un anno vescovo emerito di Treviso, nel 1990-91, il monsignore ancora in ottima forma, veniva spessissimo al convento di San Francesco dei frati minori Conventuali di Treviso. Lì, oltre a presiedere spesso e volentieri le solenni celebrazioni, curava personalmente la preparazione liturgica dei giovani e numerosi postulanti (eravamo più di 20). Ci riuniva per le lezioni teoriche e poi si passava insieme in sacrestia e in chiesa per le lezioni pratiche. Mons. Antonio sapeva bene che la liturgia, in particolare quella pontificale, può mettere in soggezione i giovani seminaristi. E con la massima bontà e pazienza faceva le prove che ogni parroco farebbe con i suoi chierichetti, senza tralasciare di insegnare ai futuri cerimonieri quelle cose che diventano semplici con l'esperienza: come mettere e togliere la mitria al vescovo, facendo in modo che le infule cadano bene all'indietro. Si sedeva e chiamava il candidato di turno a imporgli e togliergli il copricapo, cosicché durante la celebrazione tutto fosse svolto con la massima serenità, scioltezza e compostezza. Non era una "mania" di perfezionismo, e questo lo si sentiva nelle sue spiegazioni. Era un modo per far entrare la nuova generazione di chierici nella preghiera liturgica, che non è solo conoscenza astratta, è anche azione, spostamento, oggetti e canti. Con i suoi consigli e la sua esperienza anche le elaborate liturgie pasquali venivano vissute senza ansia di sbagliare, ma con la compostezza e l'atmosfera orante che anche lui contribuiva a creare. Come testimoniano  i tantissimi fedeli che accorrevano al tempio francescano di Treviso, che ricordo gremito (ahimè, più della cattedrale...) quando il popolo sapeva che avrebbe celebrato il Vescovo emerito.

lunedì 9 gennaio 2012

Verso la settimana di preghiera per l'unità dei Cristiani: informazione e formazione per i sacerdoti

Chi vive la sua fede o esercita il ministero sacerdotale presso una parrocchia di città o un santuario, soprattutto in quelli più frequentati, sa bene quanti fedeli ortodossi, in particolare ucraini e romeni, vengano in chiesa, a pregare, a chiedere una benedizione dal sacerdote, e sempre più spesso a cercare i sacramenti della Confessione e della Comunione.
Non stiamo parlano degli orientali cattolici, che ancor oggi - pure fra il clero - vengono confusi con gli ortodossi - a motivo del loro rito pressochè identico, ma dei non-cattolici, ovvero di quei cristiani, in maggioranza dall'Est Europa o dal Medio Oriente, non in piena comunione con la Chiesa Cattolica. 

Come deve regolarsi il singolo prete? Che cosa può/non può fare e che consigli deve dare? Qual è la prassi per i matrimoni misti con ortodossi? E se viene a confessarsi un ortodosso, come devo comportami? Tante domande che esigono riflessioni e risposte adeguate, per non essere né eccessivamente faciloni, né eccessivamente stretti, tanto da dimenticare che "la suprema legge della Chiesa è la salvezza delle anime". Da due anni è uscito un utilissimo vademecum della CEI, dedicato proprio a questi problemi ecumenici "pratici", dettati dalla mobilità umana e dall'immigrazione nel nostro Paese. Documento che è passato in silenzio e non è stato, probabilmente, ancora valorizzato in pieno.
Ve lo propongo, cercando di divulgarlo tra i sacerdoti, sicuro che la lettura di questo vademecum sarà di grande aiuto per impostare su più solide basi teologiche e canoniche il rapporto di cura pastorale verso gli ortodossi che frequentano le nostre chiese.

Potete sfogliarlo qui sotto o scaricarlo a questo link: VADEMECUM PER LA PASTORALE DELLE PARROCCHIE CATTOLICHE VERSO GLI ORIENTALI NON CATTOLICI

sabato 7 gennaio 2012

Giovani sacerdoti, difficoltà con il latino e desiderio di imparare la forma extraordinaria del Rito Romano

Mi scrive un giovane prete: "Caro padre... sono Don... sacerdote da tre anni... Da qualche tempo seguo il suo blog e mi sono interessato alla celebrazione della Messa tridentina. Devo confessare che purtroppo mi è molto difficile capire le rubriche e le lunghe spiegazioni del messale in latino. Non ho studiato tanto questa lingua in seminario... Pronunciare e capire le parti della Messa è meno difficoltoso, mi sembra invece molto complicato seguire tutte le prescrizioni del rito. Non è che conosce dei testi che spiegano in italiano che cosa deve fare il sacerdote?...."

Da una parte è consolante che giovanissimi confratelli nel sacerdozio si interessino alla Forma straordinaria del Rito Romano (non chiamiamola "Messa tridentina" come fanno gli americani!!).
Dall'altra parte mi rendo sempre più conto di quanto abbia ragione Benedetto XVI nel parlare di "sacerdos idoneus" nei documenti che ha emanato o fatto emanare sulla questione (cioè Summorum Pontificum e Universae Ecclesiae). C'è bisogno di formazione in tutta la vita sacerdotale, ovviamente, in particolare in quella che viene chiamata "ars celebrandi". L'apprendere a celebrare la liturgia antica insegna ai sacerdoti anche a celebrare meglio la liturgia nuova. Con più calma, con gesti misurati e composti e non "di testa propria", con la necessaria attenzione a quello che si dice e quello che si fa.
La celebrazione nella forma straordinaria ha quindi - come minimo - un alto valore educativo per il presbitero, perché è molto esigente e chiede di essere conosciuta bene. Inoltre la lingua latina costringe, intanto, a ripassare la lingua della Chiesa occidentale, e poi a leggere prima di ogni celebrazione almeno tutto il Proprio della Messa del giorno, sia le letture che le orazioni, per poterle capire e leggere con senso (si dovrebbe fare anche se si celebra in italiano, ma quanti - con la scusa del tempo - lo fanno davvero?).
E veniamo alla domanda del nostro Don. Sì, ci sono parecchie risorse, anche in Internet, per studiare la celebrazione della Messa in forma straordinaria. 
Per la particolare necessità espressa, posso segnalare il sussidio composto recentemente (novembre 2011) dal carmelitano p. Giorgio Maria Faré Apprendere la celebrazione della  "Messa Bassa".  E' un utile compendio riassuntivo delle parole, pronuncia, posizione e movimenti del celebrante nella Messa letta (detta anche "Messa Bassa"), secondo le norme del Messale Romano del 1962. Molto preciso e dettagliato, risponde ad ogni dubbio.
A qualcuno potrà parere eccessivamente "rubricistico". Bisogna tuttavia tener conto che la mens del rito romano tradizionale non è una rigidità formalistica fine a se stessa, ma una fedeltà all'uniforme esecuzione dei riti e delle preghiere, in modo che l'attenzione dei fedeli non sia distratta da "novità" o "individuali peculiarità" di questo o quel prete, ma abbia la possibilità di concentrarsi esclusivamente sulla ripresentazione sacramentale dei Misteri di Cristo e sul loro significato. Sono il rito e le preci a dover "parlare", non la personalità più o meno dotata del sacerdote.

Non sottovaluterei, poi, per un ripasso visivo, anche gli utili video che si trovano su Maranatha.it

Se - comunque - si ha la possibilità di imparare da un altro sacerdote, magari anziano, e di lasciarsi istruire e correggere da lui, questa rimane certo la migliore opzione.

giovedì 5 gennaio 2012

Primo giovedì dell'anno: preghiamo per le vocazioni

Tanti giovani chiedono: "Come si diventa sacerdoti?". La risposta più eloquente mi pare questa foto, scattata durante un'ordinazione: si diventa sacerdoti per "contagio", per una specie di desiderio di "essere come loro", come ci mostra questo bambino, che imita i gesti degli ordinandi. Oggi è il primo giovedì del mese di Gennaio, e quindi il primo giovedì dell'anno, dedicato alla preghiera insistente perché il Signore mandi operai nella sua messe, imitatori di Lui, per il bene della Chiesa e dell'umanità.

PREGHIERA PER LE VOCAZIONI
del Beato Papa Giovanni Paolo II

Gesù, Figlio di Dio, in cui dimora la pienezza della divinità,
Tu chiami tutti battezzati "a prendere il largo", percorrendo la via della santità.
Suscita nel cuore dei giovani il desiderio di essere nel mondo di oggi
testimoni della potenza del tuo amore.
Riempili con il tuo Spirito di fortezza e di prudenza che li conduca nel profondo del mistero umano perché siano capaci di scoprire la piena verità di sé e della propria vocazione.
Salvatore nostro, mandato dal Padre per rivelarne l'amore misericordioso, fa' alla tua Chiesa il dono di giovani pronti a prendere il largo,
per essere tra i fratelli manifestazione della tua presenza che rinnova e salva.
Vergine Santa, Madre del Redentore,
guida sicura nel cammino verso Dio e il prossimo, Tu che hai conservato le sue parole
nell'intimo del cuore,
sostieni con la tua materna intercessione le famiglie e le comunità ecclesiali, affinché aiutino gli adolescenti e i giovani a rispondere generosamente
alla chiamata del Signore. Amen.

Se non l'avete ancora visto, vi allego anche il bel video-spot sulla "sfida" eroica della vocazione sacerdotale, commissionato dall'arcidiocesi di Brooklyn.

lunedì 26 dicembre 2011

Il canto del prefazio di Natale (praefatio de Nativitate Domini)

Il prefazio del tempo di Natale è una perla della liturgia romana, tratto dagli scritti di San Leone Magno, se non composto tale e quale lo abbiamo dal santo Dottore stesso. Questo testo è passato dall'antico al nuovo messale, senza cambiamenti. Il Papa, nonostante l'età e la voce non più saldissima, l'ha cantato in mondovisione durante la Messa della Notte. Un modello e uno sprone per i nostri ben più giovani celebranti: imparate il vostro mestiere sacerdoti, e ricominciate a cantare LA messa. In italiano, in latino o altra lingua, ma ricominciate a cantare le VOSTRE parti nella santa liturgia. Prendete esempio dal Santo Padre:

PRÆFATIO I DE NATIVITATE DOMINI


Si dice nelle Messe di Natale e della sua ottava; tra l’ottava di Natale, anche nelle Messe con prefazio proprio, fatta eccezione per le Messe che hanno un prefazio proprio dei divini misteri o delle Persone divine; si dice inoltre nelle ferie del Tempo di Natale.

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus:
Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit:
ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amórem rapiámur.
Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus,
cumque omni milítia cæléstis exércitus, hymnum glóriæ tuæ cánimus,
sine fine dicéntes:
Sanctus, Sanctus, Sanctus....


Traduzione CEI: Prefazio di Natale I
Cristo Luce

E' veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.
Nel mistero dei Verbo incarnato
è apparsa agli occhi della nostra mente
la luce nuova del tuo fulgore,
perché conoscendo Dio visibilmente,
per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle cose invisibili.
E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli,
ai Troni e alle Dominazioni
e alla moltitudine dei Cori celesti,
cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria:
Santo, Santo, Santo …



martedì 22 novembre 2011

Il vescovo che volle farsi parroco: si è spento mons. John Jukes, OFM conv.

Padre John Jukes era un frate minore conventuale, un francescano inglese, nato a Londra nel 1923, da madre convertita dall'Anglicanesimo e da padre cattolico. Mentre studiava agronomia e lavorava, a circa 23 anni, fu colto dalla vocazione e chiese di essere accolto nel convento dei frati di Liverpool. Dopo gli studi, in patria e a Roma, tornò stabilmente in Inghilterra. Esercitò poi parecchi ministeri per l'Ordine e per la Chiesa locale: rettore di seminario, parroco a Manchester (1959-1964), poi Vicario provinciale, ancora parroco, a Londra (Waterloo) fino al 1969. Da quell'anno fino al 1979 torno a insegnare a tempo pieno (diritto canonico) e potè collaborare alla realizzazione del Centro di Studi Francescani di Canterbury, collegato all'Università del Kent, uno dei fiori all'occhiello della Provincia Inglese. Nel frattempo non smetteva di aiutare il tribunale ecclesiastico della diocesi di Southwark (Londra Sud) e di ricoprire il ruolo di Vicario episcopale per la vita consacrata. Un tempo pieno di attività e di ministero. Nel '79 fu eletto Ministro Provinciale, cioè superiore, dei frati di Inghilterra e Galles. Ma durò poco, perchè nel gennaio del 1980 fu ordinato Vescovo ausiliare della diocesi di Southwark. Qui spese molte delle sue energie non solo come pastore dell'area del Kent, ma anche nelle commissioni episcopali sulla Bioetica e sulle questioni degli armamenti: da vero francescano qual era metteva a disposizione dei confratelli vescovi il suo carisma religioso e le sue competenze di canonista. Mente brillante e forte spiritualità, sempre pronto a difendere la Chiesa e le sue tradizioni.

St. Margaret chapel - Huntley
A 75 anni rassegnò le sue dimissioni, accettate nel 1998 da Giovanni Paolo II. Ma invece di andarsene tranquillamente in pensione, magari ritirandosi in un convento a studiare e godersi la vecchiaia, fece una scelta davvero profetica: si mise a disposizione del suo confratello vescovo di Aberdeen, nell'alta Scozia, lontano da casa e da qualunque convento dei frati, e gli chiese di poter servire come parroco in una parrocchia che altrimenti non avrebbe ricevuto un prete: "Eccomi, manda me!". E così, il professore, superiore, vescovo, si fece parroco di campagna. Dal 2001 al 2008 rimase quindi a Huntely, presso la Chiesetta di Santa Margherita, dove il vescovo del luogo non avrebbe saputo chi mandare. Jonh Jukes era il primo frate conventuale a far ritorno nelle terre scozzesi dal tempo della Riforma, quando erano stati soppressi e cacciati tutti i religiosi. Di questo andava giustamente fiero. Per infermità ormai aggravatasi il vescovo-parroco dovette lasciare la guida della sua comunità cattolica. Così scriveva ai suoi parrocchiani, quasi incredulo che le sue preghiere fossero state esaudite: "Cari parrocchiani, circa un anno fa decisi che, a causa della mia crescente infermità, non mi era più possibile servirvi in maniera appropriata come parroco, ma avevo paura che fosse difficile, se non impossibile, per il Vescovo Peter, trovare un prete per il vostro servizio. Ma con grandissima gioia ho appreso che il vescovo ha contattato il superiore dei Frati inglesi per chiedere una comunità di francescani per il ministero nella diocesi di Aberdeen...". Il seme dava i suoi primi, piccoli frutti, non ancora maturati. Monsignore si ritirò in una casetta presa apposta per lui dalla diocesi non lontano dalla sua parrocchia tanto amata. Nel frattempo arrivò prima padre Patrick, in prestito dagli USA e poi padre Gerald, di origini scozzesi, per finire con p. Maximilian McKeown. I francescani, dopo 470 anni, tornavano nell'estrema periferia del cattolicesimo, luoghi certo difficili, e fra tanta indifferenza religiosa - come ammetteva Mons. Jukes, ma dove i pochi cattolici, discendenti da quelli che tanto hanno sofferto per la loro fede o dei nuovi immigrati, sono come querce nella steppa spazzata dai venti nordici: tenaci e attaccati alla Chiesa. Speriamo che, per le preghiere di mons. John, si possa un giorno arrivare ad una comunità formata e più stabile nella zona di Aberdeen.

Il frate-vescovo-parroco, che aveva lasciato Londra e il suo fascino, per ritirarsi a servire come buon pastore i più poveri di clero, è partito ieri, 21 novembre, festa della Presentazione di Maria al Tempio, per incontrare il suo Signore che per tanti anni ha servito fedelmente. Pochi possono dubitare che, come nella parabola, Gesù gli dirà: "Invece di sederti al primo posto (come tanti altri vescovi), ti sei scelto l'ultimo e il più sperduto. Passa più avanti, amico!". E tra l'ammirazione di tutti, ecco che possiamo già immaginarcelo seduto accanto al Signore, a gustarsi il banchetto eterno.
Oggi e domani le sue spoglie mortali sosteranno nella chiesa di Santa Margherita di Huntley, prima di far ritorno al Londra, alla cattedrale dove fu vescovo ausiliare.
Mons. Jukes davanti alla porta della sua parrocchia

mercoledì 9 novembre 2011

Il messale per i defunti: Missae Defunctorum

Nel mese di novembre, fin dai primi giorni, i fratelli e le sorelle defunti sono ricordati, in modo speciale, da tutti i cristiani ancora "al di qua" della porta dell'eternità.
Per celebrare questo mese ho pensato di rendere disponibile una copia fotografica di un libro alquanto conosciuto, eppure non presente in quantità nel "mercato" editoriale digitale.
Si tratta dell'agile: "Missae Defunctorum ex Missali Romano desumptae". L'edizione che ho riprodotto, per gentile prestito del mio confratello p. Giorgio, è del 1943, una pregevole copia da cui ho prelevato l'interno e pure la copertina. Non ci sono i segnalibri e le "linguette" per girare le pagine, ma tutto il resto è fedelmente identico.
Come sapete, nella forma straordinaria del Rito Romano, la messa dei defunti presenta parecchie particolarità, sia nell'Ordo Missae, sia nei gesti. Ci sono preghiere da non dire e gesti da omettere. Per questo è comodo avere un messale in cui sono riportati i formulari  per queste messe, con i canti del sacerdote e le rubriche adatte alle celebrazioni per i defunti. E' compreso, nell'appendice, il Ritus Absolutionis, che si tiene al termine delle celebrazioni esequiali o di suffragio per i morti.
Qui vedete l'anteprima del libro (solo 64 pagine, in rosso e nero, tenuto insieme con un punto metallico - per essere più economici).
E qui sotto alcune immagini di prova. Guardate che cura e che passione nel decorare e impaginare i libri liturgici. Ovviamente la copertina è nera con impressioni in argento, come incisioni in nero sono tutte le figure interne.


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sabato 8 ottobre 2011

Per i gesuiti americani le chierichette sono in pericolo di estinzione. Che abbiano ragione?

Leggete e commentate, se volete, questo articolo del vaticanista Galeazzi, preso da Vatican Insider, che rilancia l'allarme dell'apertura della "caccia alle chierichette" che pare diffondersi nelle parrocchie degli Stati Uniti.  E si sa che gli americani sono avanti: quello che loro iniziano a fare, dopo qualche anno cominciano a copiarlo anche gli europei. Chierichette come Panda? Scherzi a parte, i sacerdoti "osano" pensare alle vocazioni all'Ordine sacro e ricominciano ad usare i mezzi pastorali che si sono sempre rivelati idonei. Ma questo viene letto addirittura come sopruso e una negazione di diritti! Non ci siamo proprio. Chi conosce un pochino i "maschietti" sa bene quanta fatica si fa a tenerli anche solo accanto alle "femmine", figuriamoci far fare loro un lavoro "da femminucce" (che di solito li fanno sfigurare, perché sono più brave!). Certo è solo psicologia, ma il discernimento al sacerdozio inizia anche da queste piccole cose. Se poi volessimo entrare nel merito teologico, già il nome di "piccole chieriche" fa capire che non è tutto chiaro....

SALVATE LE CHIERICHETTE!

I gesuiti americani lanciano una campagna per difendere la presenza delle bambine all’altare, un servizio nel quale i parroci favoriscono i maschi come possibili sacerdoti del futuro


CITTA' DEL VATICANO
«Save the altar girls». La prestigiosa e influente rivista America dei gesuiti americani, da sempre vicina alle istanze più liberal del cattolicesimo made in Usa, lancia una campagna per salvare le chierichette (le "altar girls"), penalizzate dai parroci per favorire i maschi in quanto «potenziali sacerdoti del futuro».

I gesuiti, i cui articoli non passano inosservati oltre il Tevere, ricordano che servire la messa non è un sacramento e nemmeno un ministero. E’ semplicemente un «servizio» aperto a tutti, anche alle laiche. La questione delle bambine chierichette, infatti, è squisitamente «pastorale». Le prime chierichette avevano fatto la loro comparsa subito dopo il Concilio Vaticano II proprio in Paesi liturgicamente più «progressisti», come gli Stati Uniti, l’Olanda e la Francia, dove fino al 1994 questa «apertura» rimaneva per le autorità vaticane un «abuso» tollerato. Per le ragazze entrare nello spazio dell'altare ha significato la fine di ogni attribuzione di impurità al loro sesso, ha significato la possibilità di vivere anch’esse questa rilevante esperienza formativa nell'educazione religiosa, un’attenzione diversa alla liturgia e un avvicinamento alla fede nell'accostarsi al suo stesso cuore.

Attraverso «America», la sua rivista settimanale, la Compagnia di Gesù difende la presenza sull’altare delle ministranti, sostituite da coetanei maschi in alcune diocesi Usa (da Phoenix in Arizona a Lincoln in Nebraska) per decisione dei parroci. I gesuiti contrastano la tendenza «maschilista» che spinge alcuni sacerdoti ad escludere per le messe la presenza di ragazze come «chierichette». L’allontanamento delle fanciulle da quest’ufficio viene giustificato in alcune parrocchie con la necessità di favorire il coinvolgimento in quel ruolo dei bambini per incentivarne il percorso di fede versoun’eventuale vocazione sacerdotale.

E’ stato Giovanni Paolo II il primo Papa a farsi assistere da chierichette nel 1995 (un anno dopo l’emanazione della nota del Culto Divino sulla possibilità che anche delle donne prestino servizio all'altare) e lo stesso ha fatto Benedetto XVI. Il 5 novembre 1995 accadde, infatti, una piccola rivoluzione storico-liturgica intorno al Papa. Per la prima volta, in una parrocchia romana, 4 bambine servirono la messa celebrata da Karol Wojtyla. Mai, nel passato, in una chiesa italiana e tantomeno a Roma, il Pontefice era stato affiancato da ragazzine durante l' Eucarestia, anche se risale al marzo del 1994 l’approvazione vaticana delle chierichette. Prima del ‘94, la presenza delle bimbe sugli altari era stata autonomamente decisa da alcuni parroci, col tacito placet di qualche vescovo più coraggioso. Allo stesso Papa polacco durante i viaggi all’estero capitò a volte di essere «aiutato» sull’altare da gruppi di bambine. La mattina del 5 novembre 1995 il ghiaccio fu spezzato nella parrocchia dei «Santi Mario e famiglia martiri» della borgata Romanina, alla periferia della capitale, dove Karol Wojtyla celebrò affiancato da Michela, Eleonora, Giovanna e Serena. Le bambine, tutte undicenni, servirono con grande naturalezza la messa insieme ai chierichetti, circondate dai sacerdoti concelebranti e dall’allora cardinale vicario Camillo Ruini. Bambine e bambini indossavano il "tarcisiano", la caratteristica tunica lunga bianca con due righe laterali rosse, senza tradire imbarazzo o esitazione. Alla fine della celebrazione, il parroco, don Giuseppe Manfredi commentò:«Per noi è normale che le bambine servano messa. Oggi, per la celebrazione del papa, abbiamo scelto le più grandicelle». La Santa Sede si limitò a definire «normale che delle bambine servano la messa accanto al Papa, perché lo prevede un documento vaticano», precisando che «questo però non significa che la Chiesa voglia rivedere il suo no al sacerdozio femminile».

chierichetti in formazione d'attacco!!
Ora la «controriforma» anti-chierichette fa infuriare i gesuiti americani. Sono passati quasi due decenni da quando la congregazione vaticana per il culto divino, dopo aver studiato a lungo la questione, ha formalmente dato il «via libera» ai vescovi per autorizzare i sacerdoti ad ammettere le bambine in cotta bianca e sottanina nel «presbiterio», una volta zona sacra assolutamente interdetta al gentil sesso. Ad evitare che il pur minimo spiraglio venga socchiuso a rivendicazioni femminili per il sacerdozio, in Vaticano ci si affrettò nel 1994 a sottolineare che tale decisione non mutava in alcun modo l’atteggiamento verso il sacerdozio che, per la Chiesa cattolica, rimane precluso alle donne. Nella storia della Chiesa ci sono tanti esempi di sacerdoti divenuti tali anche a motivo del servizio all’altare reso da piccoli come chierichetti. Il servizio all’altare è stato per loro una porta verso il sacerdozio.

Dal 1994 spetta alla discrezionalità dei singoli vescovi consentire l’accesso al servizio all’altare anche alle chierichette. Per molti nella chiesa questa concessione è un problema perché potrebbe comportare che le bambine in futuro chiedano di essere ordinate. Nell’agosto 2010 se ne occupò in prima pagina l’Osservatore Romano con un pezzo firmato da Lucetta Scaraffia e intitolato «A scuola dai chierichetti» nel quale si legge che «l’esclusione delle bambine dal servizio all’altare ha significato una disuguaglianza profonda all’interno dell’educazione cattolica». E ancora:«Per le ragazze entrare nello spazio dell’altare ha significato la fine di ogni attribuzione di impurità al loro sesso». Fare il chierichetto costituisce un modo intenso e responsabile di vivere la propria identità cristiana, un'esperienza che non ha eguali, ben diversa dalla lettura delle Sacre scritture o dalla frequentazione del catechismo, anch'essi senza dubbio momenti centrali di una educazione cattolica, sottolinea il quotidiano della Santa Sede. «Ma servire messa vuol dire assistere da vicino, anzi collaborare direttamente al mistero centrale della nostra fede, ed esservi attenti significa farsi responsabili della riuscita di quel miracolo costante che è ogni celebrazione liturgica- evidenzia Lucetta Scaraffia-.E si sa che per i ragazzini la partecipazione concreta, l'esperienza, hanno un peso molto maggiore che non il solo apprendimento o la sola lezione morale. Lo sapeva anche una grande educatrice come Maria Montessori, che arrivò a far costruire per i suoi allievi degli oggetti liturgici e degli altari in miniatura, suscitando molte perplessità nella Chiesa. Si possono ben capire i problemi che poneva questa singolare forma di educazione alla vita religiosa, ma è interessante che la pedagogista avesse colto l'importanza per i più giovani di questo modo privilegiato di avvicinarsi alla sfera del sacro».
Fare il chierichetto è sempre stato percepito, infatti, come un servizio ma insieme come un privilegio perché porta al cuore della celebrazione liturgica, nello spazio dell'altare, a contatto diretto con l'Eucaristia. L’esclusione delle bambine da tutto questo, per il solo motivo di appartenere al sesso femminile, «è sempre pesata molto e ha significato una disuguaglianza profonda all'interno dell'educazione cattolica, che per fortuna è stata cancellata ormai da qualche decennio». Anche se forse molti parroci si sono rassegnati alle chierichette «solo in assenza di ragazzi disponibili, per le giovani superare questa frontiera è stato molto importante, e così infatti è stato compreso».