Brontolio teologico sul motivo della mancata pubblicazione di alcuni commenti
Sono abbastanza colpito da vari commenti che prendono per buone certe "vulgate" di siti o autori "tradizionalisti" spinti: il Concilio Vaticano II è stato solamente pastorale (non, piuttosto, prevalentemente pastorale) e da questo assunto, che pare la panacea a tutti i mali della Chiesa, traggono la conclusione: possiamo dimenticarlo, far finta di niente, nasconderne tutti gli insegnamenti sotto il tappeto della storia.
Vi riporto, a titolo di provocazione, una parte di un commento ricevuto:
Vi riporto, a titolo di provocazione, una parte di un commento ricevuto:
Certo che un concilio ecumenico approvato dal Papa canonicamente eletto nono può errare in materia di fede e di morale . . . ma quando impegna tutta la sua autorità magisteriale e definitoria. Questo il concilio vaticano II non sembra (ho scritto sembra!) averlo mai fatto. Ha inondato la cristianità di un profluvio di costituzioni dogmatiche (che però non hanno dogmatizzato niente) decreti, dichiarazioni, suggerimenti, esortazioni, suggestioni, pie elevazioni, preghiere e suppliche . . . mai che una volta avesse scritto "definiamo" o, viceversa, "anatematizziamo". Questo a differenza di tutti, proprio tutti, i concili che lo hanno preceduto. Certamente un cattolico tradizionale, come vorrei essere io, non può dire che un "il" cocilio ha dogmatizzato un errore o sdogmatizzato una verità,perché questo è ontologicamente impossibile per chi crede nelle promesse del Signore. Purtroppo può avere usato un linguaggio ambiguo, che può essere interpretato in senso tradizionale, come cerca di fare cantuale antonianum o in senso sovversivo, come dimostra la chiesa olandese . . . e non solo quella olandese.
A quanti sostengono (o dubitano) che il Concilio Ecumenico Vaticano II non insegni in modo infallibile un bel niente (ma allora mi chiedo, perché si sarebbe qualificata con tanto sforzo una semplice "assemblea pastorale" come Concilio Ecumenico?...?), faccio notare solo una parolina, che dovrebbe farli riflettere, se hanno la pazienza di andarsi a leggere il testo originale dei documenti. Diamo per scontato che il latino non faccia difetto a chi propugna idee e argomenti così "tradizionali"....
Dunque, più volte il Sinodo ecumenico dice di se stesso che "insegna", usa la parola tecnica: "docet". Faccio solo un paio di esempi chiarificatori ed evidenti. Lumen Gentium 21, la definizione della sacramentalità dell'episcopato: "Il santo Concilio insegna quindi che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, realtà totale del sacro ministero". Ma, parallelamente, anche in Lumen Gentium 14 abbiamo una forte affermazione magisteriale della necessità della Chiesa in ordine alla salvezza, (e oggi più che mai andrebbe ripetuta): "Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza".
Come tutti sanno e vedono, la seconda definizione è tradizionale, (ma ribadita con forza perché la si voleva riproporre dopo i dubbi e le questioni suscitate dalla risposta al caso Feeney), la prima è invece una delle più famose definizioni chiarificatrici del Vaticano II, che con questa affermazione completa la trattazione teologica dell'episcopato e definendone la sacramentalità, questione lasciata volutamente aperta dal Concilio di Trento.
Quando un concilio dice: DOCET, vuol proprio dire quello che sembra dire. Sta definendo infallibilmente (o ribadendo, perché nulla cambia, ma può essere precisato e interpretato dal magistero) qualche aspetto della fede o della morale. Oppure sta "insegnando" in maniera ordinaria e universale qualche altro aspetto della dottrina o delle realtà inerenti e che formano una sorta di corollario alla dottrina stessa.
Se qualcuno, fino al Vaticano II poteva avere dei legittimi dubbi sulla sacramentalità dell'episcopato, ora non può più averli, perché la Chiesa, al suo massimo grado, si è espressa. Questo non vuol dire che anche insegnamenti conciliari di minore portata non vadano accettati per come vengono proposti e per come il Magistero stesso li interpreta.
E' Pio XII che precisa - se ce ne fosse bisogno - nell'enciclica Mystici Corporis: "...divinus Redemptor Apostolos in mundum misit, sicut ipse missus erat a Patre (cf. Jo 17, 18; 20, 21), ipse est, qui per Ecclesiam baptizat, docet, regit, solvit, ligat, offert, sacrificat".
Quando parla la totalità dei vescovi in comunione con Pietro e insieme a Pietro, nessuno può dubitare che è la Chiesa stessa che insegna, definisce e dichiara, sia dogmaticamente che pastoralmente. Ma se è la Chiesa, allora è lo stesso Cristo. Possiamo forse dire che Cristo, pastore dei Pastori, possa aver lasciato non dico definire dogmaticamente (sarebbe una sciocchezza), ma nemmeno asserire qualcosa pastoralmente di sconveniente o scorretto alla sua Chiesa? Mi parrebbe altamente temerario sostenerlo, sebbene forse qualcuno lo voglia fare. Sembra però un ragionamento degno di un protestante che propugni il "libero esame", non della Scrittura, ma dei Testi conciliari. Eppure non basta che uno o anche molti teologi o pastori non riescano a vedere come certe affermazioni si concilino con la Tradizione per dire: "questo insegnamento è errato". Ci si rimette piuttosto all'interpretazione autentica del Magistero. Oppure si è già - senza nemmeno accorgersene - sulla strada di Lutero, Calvino e compagnia...
E se poi il Magistero contemporaneo, nella persona del suo detentore in sommo grado, cioè Papa Benedetto XVI, continua a dire che il problema è l'interpretazione, l'ermeneutica e l'applicazione dei documenti conciliari, possiamo ancora sentire dire che il problema sia insito nei testi stessi del Concilio e nei suoi insegnamenti, o non è più (teo)logico dire che è insito in chi - non solo per troppo spingersi avanti, ma anche per troppo guardare indietro - non sa interpretarli rettamente e accoglierli nel loro significato autentico (cioè autorevole e che, lo ricordo, è dichiarato dal Magistero stesso, non dai teologi o dai bloggers....).
Vi prego, dunque, cari commentatori, non pretendete di insegnare ciò che il Magistero non insegna o dovrebbe insegnare. E' un dato tradizionale che la "chiesa discente" accolga, non formuli, il magistero, non è così? E - se avete tempo - provate a rileggere i documenti del Concilio, iniziando da quelli intitolati Costituzioni dogmatiche. Leggeteli come stanno e per quello che sono, con le loro note e i loro rimandi. Potrebbero riservare più di una sorpresa. Lo ripeto: il latino non vi difetta, usatelo dunque!
![]() |
| un po' di vescovi durante una sessione plenaria del Concilio Vaticano II |

