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mercoledì 23 maggio 2012

Nuova linfa per il canto sacro, in special modo il Gregoriano: le promesse della Congregazione per il Culto Divino

Sandro Magister, presente al convegno di sabato scorso a Lecce, rilancia la notizia - diffusa direttamente dal Sottosegretario della Congregazione per il Culto Divino, Juan-Miguel Ferrer Grenesche - a proposito della riorganizzazione della stessa Congregazione e delle nuove competenze assegnatele dal Motu Proprio Quaerit semper. Potete leggere qui tutta intera la relazione, di cui cito solo le conclusioni con qualche commento in rosso.

Il nuovo regolamento, ancorché dipendente dalla conferma da parte della segreteria di Stato, prevede il mantenimento di quattro sezioni, per non alterare l’organico, che saranno però in linea di principio le seguenti:

– l'ufficio liturgico I;
– l'ufficio liturgico II;
– l’ufficio disciplinare, nel quale si sommano le competenze di disciplina liturgica e tutte quelle che riguardano i sacramentali;
l’ufficio per le arti e la musica liturgiche.

In ogni caso, qualunque sia la configurazione finale di questo dipartimento per le arti e la musica, si prevede che al suo interno ci si occupi con una certa differenziazione di competenze dei temi di musica e di quelli di architettura, pittura, scultura e arti cosiddette minori.

A sua volta, ciò esigerà la nomina di una serie di collaboratori esterni o consultori, con specifiche competenze in questi settori.

Nel campo specifico della musica sacra torneranno a stabilirsi specifiche relazioni a livello istituzionale con il Pontificio Istituto di Musica Sacra, come pure con l’Abbazia di Saint-Pierre di Solesmes e altre associazioni e istituzioni che lavorano nel campo della musica per la liturgia, sia dal punto di vista scientifico, sia dal punto di vista accademico, sia nella prospettiva della creazione di nuove musiche o della pastorale.

A livello di obiettivi o sfide immediate ne segnalo alcuni che risultano certamente evidenti:

a. Attualizzare e completare la serie dei libri musicali per la liturgia in lingua latina, sia per quanto riguarda la santa messa, sia per l’ufficio divino, i sacramenti e i sacramentali. Raggiunto tale traguardo, converrà probabilmente realizzare una edizione completa e più facilmente fruibile di molti di questi materiali nella forma di una sorta di "liber usualis". [Un liber usualis per la forma ordinaria!!]

b. Sembra altresì urgente ricompilare e precisare le diverse norme e gli orientamenti del magistero pontificio più recente sulla musica sacra per offrire un testo di base per un direttorio per il canto e la musica nella celebrazione liturgica ad uso delle diverse conferenze dei vescovi, cui è affidato il compito di elaborare direttori e repertori per le rispettive nazioni. [Un direttorio che aiuti chi vuole fare le cose giuste a poterle sostenere con un documento essenziale, senza dover citare continuamente a destra e sinistra pronunciamenti vari, ma di difficile reperibilità]

Tale direttorio, per quanto riguarda il canto gregoriano, dovrà superare le dispute tra i criteri puramente paleografici e quelli pastorali, come pure, in relazione con il competente dicastero, porre i problemi dell’uso del gregoriano secondo edizioni anteriori al 1962 nella cosiddetta "forma straordinaria" del rito romano.

c. Con l’aiuto delle istituzioni accademiche e pastorali competenti, sarà necessario promuovere, almeno nelle principali o più diffuse lingue moderne, in armonia con i criteri esposti in un opportuno direttorio, modelli di nuove composizioni che aiutino a verificare le proposte teoriche e a discernerle a livello locale.

Resta il dubbio quale sia la strategia migliore per giungere a tale risultato. Per il momento, si resta in attesa che i nuovi organismi interni alla congregazione, membri e consultori, si confrontino in merito, dall’edizione di repertori per le celebrazioni internazionali all’organizzazione di premi o concorsi internazionali di composizione, a corsi per compositori, direttori e interpreti e a molte altre proposte concrete da valutare.

Ricapitolando, è evidente che per ricondurre il tema della musica nelle celebrazioni liturgiche la congregazione, facendo propri gli insegnamenti di papa Benedetto XVI e dei suoi immediati predecessori in materia, deve garantire:

1. la preparazione di strumenti attualizzati e ufficiali per poter celebrare con il canto la liturgia romana in lingua latina;

2. chiarezza e facilità per la celebrazione del rito romano nella forma ordinaria in lingua vernacola, cantando in parte o per intero l’ordinario e/o il proprio della messa o l’ufficio divino con melodie gregoriane o polifoniche basate sul testo liturgico in latino; [vuol dire: anche se la messa è in italiano non c'è nessun problema a tornare a cantare in latino, sia in gregoriano che in polifonia, e pure nell'ufficio divinol Questa è una grande affermazione]

3. l’esistenza di alcuni criteri attualizzati per poter applicare i principi di gradualità definiti in "Musicam sacram", sia per la celebrazione in lingua latina, sia per la celebrazione in lingua vernacola (direttorio); [Si riferisce ai vari gradi di partecipazione al canto: dal canto delle risposte e dei dialoghi tra sacerdote e assemblea, al canto dell'Ordinario, fino al canto del proprio della Messa, che non è da considerare "furto al popolo" se resta appannaggio delle Scholae]

4. l’esistenza di un quadro normativo certo e rispondente al fine di stabilire opportuni repertori nazionali destinati ad assumere di volta in volta un valore ufficiale, in modo tale che l’impiego di altri canti richieda un’autorizzazione "ad casum" da parte del rispettivo ordinario: anche questa materia del futuro direttorio.  [Un restringimento enorme, almeno in teoria, sugli "altri canti adatti" al posto di quelli propri]
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Bellissima anche la relazione di Fulvio Rampi sul Gregoriano come "Lectio divina" musicale, esegesi in canto della Parola di Dio, fatta propria dalla spiritualità della Chiesa latina. Potete leggere anche questa relazione a questo link: Il Canto Gregoriano: un estraneo a casa sua

martedì 22 maggio 2012

Il portale di notizie più letto dalla Santa Sede? Il blog di Raffaella!

Guardando ai numerosi, diversi accessi da "Vatican City" arrivati oggi, mi sono accorto di essere stato citato nel Blog di Raffaella (gli amici di Papa Ratzinger). Mi sorprende, comunque, che la semplice notizia della pubblicazione del documento (vedi il post) io l'ho presa dal sito Vaticano, l'ho rilanciata sul Blog che leggete, Raffaella l'ha ripresa, e parecchi computer del Vaticano stesso, sintonizzati sul Blog di Raffaella, sono passati da Cantuale Antonianum, per tornare alla loro "casa base", il sito della Santa Sede!
Potenza dei blog aggregatori di notizie e della Segretaria Generale ad honorem della Sala Stampa Vaticana, che quotidianamente sorveglia il WWW, fornendo a tanti monsignori e prelati una ghiottissima e aggiornata rassegna stampa. Grazie Raffaella per il tuo lavoro (e per i picchi nelle statistiche che ci mandi)!
Cliccare sull'immagine per ingrandire e leggere i dettagli. Si tratta dei log creati dagli accessi da Holy See (e solo quelli di cui mi sono accorto in alcuni orari). Passano tutti per la stessa via:

La Santa Sede scopre le carte: pubblicate ufficialmente le Norme per discernere le apparizioni

Con una prefazione nuova, scritta dal Prefetto della Dottrina della Fede, Card. Levada, la Santa Sede ha scelto finalmente di pubblicare con ufficialità le NORME PER PROCEDERE NEL DISCERNIMENTO DI PRESUNTE APPARIZIONI E RIVELAZIONI.
Sono state immesse ieri nel sito internet del Vaticano, ma sono quelle elaborate nel 1978: cioè, lo dobbiamo sempre ricordare e sottolineare, prima, ben prima, delle affermazioni intorno al presunto fenomeno di Medjugorje. Nessuno, quindi, potrà dire che sono state scritte apposta per screditare i veggenti o per opporsi ai fenomeni attuali. Perché è evidente che questa pubblicazione prelude al giudizio della "Commissione Ruini" atteso per il prossimo autunno.
C'era stata qualche mese fa una piccola discussione a proposito del significato di alcune di queste norme e del modo di intendere i termini latini che esprimono la valutazione sulla soprannaturalità degli eventi. Potete leggere qui qui, e qui per gli antefatti.

Il card. Levada dice praticamente che, a seguito della divulgazione di questo documento - vi ricordo che era coperto dal segreto pontificio -, per togliere dalla circolazione traduzioni non approvate (soprattutto in inglese), la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pensato bene di esporre in maniera ufficiale le cose come stanno, nelle principali lingue. La traduzione in italiano, da un rapido esame, mi sembra uguale a quella rivelata da Tornielli a febbraio.
Dopo aver citato i passi di Benedetto XVI sulla relatività dei messaggi e rivelazioni private, il cui contenuto deve essere sempre sottoposto e sottomesso alla Parola di Dio e al Magistero, senza indebite esagerazioni, conclude:
È viva speranza di questa Congregazione che la pubblicazione ufficiale delle Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni potrà aiutare l’impegno dei Pastori della Chiesa cattolica nell’esigente compito di discernimento delle presunte apparizioni e rivelazioni, messaggi e locuzioni o, più in generale, fenomeni straordinari o di presunta origine soprannaturale. Nel contempo si auspica che il testo possa essere utile anche ai teologi ed agli esperti in questo ambito dell’esperienza viva della Chiesa, che oggi ha una certa importanza e necessita di una riflessione sempre più approfondita.
Rimandando ad altro post questioni particolari e approfondimenti, come quella dei "frutti" e della loro valutazione, desidero solo far riflettere sul punto 2 della Nota preliminare, dove si fa corrispondere al giudizio constat de supernaturalitate la possibilità di autorizzare il culto o la devozione, e al giudizio non costat de supernaturalitate il proibire il culto o altre forme di devozione.
Medjugorje, a livello locale e di Conferenza episcopale, è stata per due volte oggetto del non constat de supernaturalitate, ma le conseguenze della mancata cautela, vigilanza e relativa obbedienza sono sotto gli occhi di tutti.

giovedì 3 maggio 2012

La traduzione della lettera di Benedetto XVI sul "pro multis"

C'ha pensato Magister a pubblicare sul suo blog la traduzione in italiano della lettera del Papa, scritta in tedesco ai vescovi della Germania (qui originale), sulla modalità di tradurre nelle lingue moderne la locuzione "pro multis" che si trova nelle parole della consacrazione del calice nella Santa Messa. 
Ne avevo parlato in questo post, qualche giorno fa, augurandomi di trovare presto una versione in lingua italiana (speravo nei canali istituzionali... invece ha provveduto un giornalista... Anche questo può essere visto come significativo: i giornalisti di solito scoprono e diffondono ciò che qualcuno non ha interesse a far sapere).
Vi ri-posto solo la lettera, se volete leggere il commento e gli antefatti (oltre che scoprire chi siano i "lettori-impliciti" di questa lettera), potete andare direttamente al Blog Espresso-Chiesa.
Non sfuggano, nella lettura, i motivi teologici per cui il Papa vuole sia ripristinata la traduzione letterale (dei testi liturgici e biblici). L'interpretazione della Rivelazione non inerisce al testo scritto, tanto meno alla sua traduzione, ma è compito del vivo magistero, che deve far risuonare nella predicazione e catechesi il vero senso del testo, secondo il significato ricevuto dalla Tradizione.


Eccellenza!
Reverendo, caro arcivescovo!

In occasione della sua visita, il 15 marzo 2012, ella mi ha messo a conoscenza del fatto che, per quanto riguarda la traduzione delle parole "pro multis" nella preghiera del canone della santa messa, tra i vescovi dell'area di lingua tedesca tuttora non esiste consenso.

A quanto pare incombe il pericolo che, nella nuova edizione del "Gotteslob", la cui pubblicazione è attesa presto, alcune parti dell'area linguistica tedesca desiderino mantenere la traduzione "per tutti", sebbene la conferenza episcopale tedesca sia d'accordo nello scrivere "per molti", così come auspicato dalla Santa Sede.

Le ho promesso di pronunciarmi per iscritto in merito a tale importante questione, per prevenire una simile divisione nel luogo più intimo della nostra preghiera. Provvederò a fare inviare questa lettera, che attraverso di lei indirizzo a tutti i membri della conferenza episcopale tedesca, anche agli altri vescovi dell'area di lingua tedesca.

Permettetemi qualche breve parola su come è sorto il problema.

Negli anni Sessanta, quando il messale romano, sotto la responsabilità dei vescovi, dovette essere tradotto in lingua tedesca, esisteva un consenso esegetico sul fatto che il termine "i molti", "molti", in Isaia 53, 11 s., fosse una forma espressiva ebraica per indicare l'insieme, "tutti". La parola "molti" nei racconti dell'istituzione di Matteo e di Marco era pertanto considerata un semitismo e doveva essere tradotta con "tutti". Ciò venne esteso anche alla traduzione del testo latino, dove "pro multis", attraverso i racconti evangelici, rimandava a Isaia 53 e quindi doveva essere tradotto con "per tutti".

Tale consenso esegetico nel frattempo si è sgretolato; non esiste più. Nel racconto dell'ultima cena della traduzione unificata tedesca della Sacra Scrittura si legge: "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti" (Mc 14, 24; cfr. Mt 26, 28). Ciò rende evidente una cosa molto importante: la traduzione di "pro multis" con "per tutti" non è stata una traduzione pura, bensì un'interpretazione, che era, e tuttora è, ben motivata, ma è una spiegazione e dunque qualcosa di più di una traduzione.

Questa fusione fra traduzione e interpretazione per certi versi fa parte dei principi che, subito dopo il Concilio, guidarono la traduzione dei testi liturgici nelle lingue moderne. Si era ben consapevoli di quanto la Bibbia e i testi liturgici fossero distanti dal mondo del linguaggio e del pensiero attuale della gente, per cui anche tradotti avrebbero continuato ad essere incomprensibili per quanti partecipavano alle funzioni. Un rischio nuovo era il fatto che, attraverso la traduzione, i testi sacri sarebbero stati aperti, lì, davanti a quanti partecipavano alla messa, e tuttavia sarebbero rimasti molto distanti dal loro mondo, ed anzi questa distanza sarebbe diventata più che mai visibile. Quindi non ci si sentì solo autorizzati, ma addirittura obbligati a immettere l'interpretazione nella traduzione, così da abbreviare il cammino verso le persone, i cui cuori e le cui menti dovevano essere raggiunti da quelle parole.

In una certa misura il principio di una traduzione contenutistica e non necessariamente letterale dei testi fondamentali continua ad essere giustificato. Poiché pronuncio spesso le preghiere liturgiche nelle varie lingue, noto che talvolta tra le diverse traduzioni quasi non si riscontrano somiglianze e che il testo comune sulle quali si basano spesso è solo lontanamente riconoscibile. Allo stesso tempo si sono verificate delle banalizzazioni che costituiscono vere perdite. Così, nel corso degli anni, io stesso ho compreso sempre più chiaramente che, come orientamento per la traduzione, il principio della corrispondenza non letterale, bensì strutturale, ha i suoi limiti.

Seguendo queste intuizioni, l'istruzione per i traduttori "Liturgiam authenticam", promulgata il 28 marzo 2001 dalla congregazione per il culto divino, ha messo nuovamente in primo piano il principio della corrispondenza letterale, senza naturalmente prescrivere un verbalismo unilaterale.

L'importante intuizione che sta alla base di questa istruzione è la distinzione, già citata all'inizio, fra traduzione e interpretazione. Essa è necessaria sia per le parole della Scrittura, sia per i testi liturgici. Da un lato, la sacra Parola deve emergere il più possibile per se stessa, anche con la sua estraneità e con le domande che reca in sé. Dall'altro, alla Chiesa è affidato il compito dell'interpretazione affinché – nei limiti della nostra rispettiva comprensione – ci giunga il messaggio che il Signore ci ha destinato.

Anche la traduzione più accurata non può sostituire l'interpretazione: fa parte della struttura della Rivelazione il fatto che la Parola di Dio venga letta nella comunità interpretante della Chiesa, che la fedeltà e l'attualizzazione si leghino tra loro. La Parola deve essere presente per se stessa, nella sua forma propria, a noi forse estranea; l'interpretazione deve essere misurata in base alla sua fedeltà alla Parola, ma al tempo stesso deve renderla accessibile a chi l'ascolta oggi.

In tale contesto, la Santa Sede ha deciso che nella nuova traduzione del messale l'espressione "pro multis" debba essere tradotta come tale, senza essere già interpretata. La traduzione interpretativa "per tutti" deve essere sostituita dalla semplice traduzione "per molti". Vorrei ricordare che sia in Matteo sia in Marco non c'è l'articolo, quindi non "per i molti", bensì "per molti".

Se dal punto di vista della correlazione fondamentale fra la traduzione e l'interpretazione questa scelta è, come spero, del tutto comprensibile, sono però consapevole che essa rappresenta una sfida immensa per tutti coloro ai quali è affidato il compito di spiegare la Parola di Dio nella Chiesa.

Per chi normalmente frequenta la messa, ciò appare quasi inevitabilmente come una frattura al centro stesso del rito sacro. Domanderà: ma Cristo non è morto per tutti? La Chiesa ha modificato la sua dottrina? Può farlo, le è permesso? È all'opera una reazione che vuole distruggere l'eredità del Concilio?

Grazie all'esperienza degli ultimi cinquant'anni, tutti noi sappiamo quanto profondamente la modifica delle forme e dei testi liturgici colpisca l'anima delle persone; e quindi quanto un cambiamento in un punto così centrale del testo debba inquietare le persone. Proprio per questo, quando davanti alla differenza fra traduzione e interpretazione si scelse la traduzione "molti", si stabilì anche che nelle diverse aree linguistiche la traduzione dovesse essere preceduta da una catechesi accurata, con la quale i vescovi dovevano spiegare concretamente ai loro sacerdoti, e tramite loro ai fedeli, di che cosa si trattava.

Questa catechesi previa è il presupposto essenziale per l'entrata in vigore della nuova traduzione. Per quanto mi risulta, nell'area di lingua tedesca una tale catechesi finora non c'è stata. La mia lettera intende essere una richiesta pressante a tutti voi, cari confratelli, a preparare ora una tale catechesi, per poi parlarne con i vostri sacerdoti e al contempo renderla accessibile ai fedeli.

In questa catechesi bisogna anzitutto chiarire brevemente perché nella traduzione del messale, dopo il concilio, la parola "molti" è stata resa con "tutti": per esprimere in modo inequivocabile, nel senso voluto da Gesù, l'universalità della salvezza che giunge da lui.

Allora, però, sorge subito la domanda: se Gesù è morto per tutti, perché nelle parole dell'ultima cena egli ha detto "per molti"? E perché allora insistiamo su queste parole di Gesù dell'istituzione?

Prima di tutto, a questo punto bisogna ancora precisare che secondo Matteo e Marco Gesù ha detto "per molti", mentre secondo Luca e Paolo ha detto "per voi". Ciò sembra stringere ancora di più il cerchio. Ma proprio a partire da qui ci si può avvicinare alla soluzione. I discepoli sanno che la missione di Gesù trascende loro e il loro gruppo; che egli è venuto per riunire insieme i figli di Dio di tutto il mondo che erano dispersi (Gv 11, 52). Le parole "per voi" rendono però la missione di Gesù molto concreta per i presenti. Essi non sono un qualche elemento anonimo di un insieme immenso, bensì ognuno di loro sa che il Signore è morto proprio per lui, per noi. "Per voi" si protende nel passato e nel futuro, si rivolge a me personalmente; noi, che siamo qui riuniti, siamo conosciuti e amati come tali da Gesù. Quindi questo "per voi" non è un restringimento, bensì una concretizzazione che vale per ogni comunità che celebra l'eucaristia, che la unisce in modo concreto all'amore di Gesù. Il canone romano ha unito tra loro le due espressioni bibliche nelle parole di consacrazione e quindi dice: "per voi e per molti". Questa formula, poi, con la riforma liturgica è stata adottata per tutte le preghiere eucaristiche.

Però di nuovo: perché "per molti"? Il Signore non è forse morto per tutti? Il fatto che Gesù Cristo, come Figlio di Dio fatto uomo, sia l'uomo per tutti gli uomini, il nuovo Adamo, è una delle certezze fondamentali della nostra fede. Vorrei a questo riguardo ricordare solo tre versi delle Scritture. Dio "ha dato per tutti noi" il proprio Figlio, dice Paolo nella lettera ai Romani (8, 32). "Uno è morto per tutti", afferma nella seconda lettera ai Corinzi a proposito della morte di Gesù (5, 14). Gesù "ha dato se stesso in riscatto per tutti", si legge nella prima lettera a Timoteo (2, 6).

Ma allora bisogna davvero domandare ancora una volta: se questo è tanto ovvio, perché la preghiera eucaristica dice "per molti"? Ora, la Chiesa ha tratto questa formulazione dai racconti dell'istituzione nel Nuovo Testamento. La usa per rispetto della parola di Dio, per essergli fedele fin nella parola. È il timore reverenziale dinanzi alla stessa parola di Gesù la ragione della formulazione della preghiera eucaristica. Allora, però, domandiamo: perché Gesù ha detto così? La ragione vera consiste nel fatto che Gesù in tal modo si è fatto riconoscere come il servo di Dio di Isaia 53, che egli si è rivelato come la figura annunciata dalla profezia. Il timore reverenziale della Chiesa davanti alla parola di Dio, la fedeltà di Gesù alle parole della "Scrittura": è questa doppia fedeltà il motivo concreto della formulazione "per molti". In questa catena di riverente fedeltà, noi ci inseriamo con la traduzione letterale delle parole della Scrittura.

Come prima abbiamo visto che il "per voi" della tradizione paolino-lucana non restringe ma rende concreto, così ora possiamo riconoscere che la dialettica tra "molti" e "tanti" ha una sua importanza. "Tutti" si muove sul piano ontologico: l'essere e l'agire di Gesù comprende l'intera umanità, il passato, il presente e il futuro. Ma di fatto, storicamente, nella comunità concreta di coloro che celebrano l'eucaristia egli giunge solo a "molti". Si può quindi riconoscere un triplice significato dell'attribuzione di "molti" e "tutti".

Anzitutto, per noi, che possiamo sedere alla sua mensa, deve significare sorpresa, gioia e gratitudine per essere stati chiamati, per poter stare con lui e per poterlo conoscere. "Siano rese grazie al Signore che, per la sua grazia, mi ha chiamato nella sua Chiesa...".

Poi, però, in secondo luogo ciò è anche una responsabilità. La forma in cui il Signore raggiunge gli altri – "tutti" – a modo suo, in fondo rimane un suo mistero. Tuttavia, è indubbiamente una responsabilità essere chiamati direttamente da lui alla sua mensa per poter sentire: per voi, per me egli ha sofferto. I molti hanno la responsabilità per tutti. La comunità dei molti deve essere luce sul candelabro, città sopra il monte, lievito per tutti. È questa una vocazione che riguarda ognuno in modo del tutto personale. I molti, che noi siamo, devono avere la responsabilità per l'insieme, nella consapevolezza della loro missione.

Infine può aggiungersi un terzo aspetto. Nella società attuale abbiamo la sensazione di non essere affatto "molti", bensì molto pochi, una piccola massa che continua a diminuire. E invece no, siamo "molti": "Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7, 9). Siamo molti e rappresentiamo tutti. Quindi le parole "molti" e "tutti" vanno insieme e fanno riferimento l'una all'altra nella responsabilità e nella promessa.

Eccellenza, caro confratello nell'episcopato! Con tutto questo ho voluto accennare le linee fondamentali della catechesi, con la quale sacerdoti e laici dovranno essere preparati al più presto alla nuova traduzione. Auspico che tutto ciò possa servire anche a una partecipazione più intensa alla celebrazione della sacra eucaristia, inserendosi in tal modo nel grande impegno che dovremo affrontare con l'"Anno della Fede". Posso sperare che la catechesi venga presto preparata e in tal modo diventi parte del rinnovamento liturgico, per il quale il Concilio ha lavorato sin dalla sua prima sessione.

Con i saluti pasquali di benedizione, suo nel Signore.
Benedictus PP XVI  -  14 aprile 2012

(Traduzione dall'originale tedesco di Simona Storioni)
...firmato: Benedictus P.P. XVI

domenica 29 aprile 2012

"Per molti e per tutti": editoriale di p. Lombardi sulla lettera del Papa ai vescovi tedeschi

Hic est enim calix Sanguinis mei, Novi et Aeterni Testamenti,
qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum
P. Lombardi, per il programma "Octava dies", ha rilanciato il tema della Lettera di Benedetto XVI all'Arcivescovo Presidente e alla Conferenza episcopale della sua terra natia, epistola che ha come oggetto la traduzione delle parole della consacrazione del Sangue di Cristo. Tutti sappiamo che il Papa sta spingendo fortemente verso il ripristino di una più letterale traduzione dei testi liturgici, e nella lettera spiega i motivi di questa generale preferenza e in particolare la necessità di tradurre più fedelmente (alla lettera, senza interpretazioni teologiche) l'espressione "pro multis" delle parole consacratorie.
In attesa che il sito Vaticano (o l'Osservatore o qualche traduttore di buona volontà) ci offra una versione dal tedesco all'italiano della missiva papale [per ora c'è in originale tedesco, anche se circolano nella Rete alcune traduzioni non ufficiali in spagnolo e inglese.], leggiamo le parole del direttore della Radio Vaticana e della Sala Stampa (vedi qui la fonte, a cui ho aggiunto solo qualche sottolineatura):

"Per molti e per tutti": il Papa chiarisce le parole della Messa. Il commento di padre Lombardi

Che cosa ha fatto il Papa a Castelgandolfo nella settimana dopo la Pasqua? Ha preso carta e penna e ha scritto nella sua lingua una lettera un po’ speciale, diretta ai vescovi tedeschi, che pochi giorni dopo l’hanno pubblicata. Riguarda la traduzione delle parole della consacrazione del calice del sangue del Signore nel corso della messa. La traduzione “per molti”, più fedele al testo biblico, va preferita a “per tutti”, che intendeva rendere più esplicita l’universalità della salvezza portata da Cristo.

Qualcuno penserà che il tema sia solo per raffinati specialisti. In realtà permette di capire che cosa è importante per il Papa e con quale atteggiamento spirituale egli lo affronti. Per il Papa le parole dell’istituzione dell’Eucarestia sono assolutamente fondamentali, siamo al cuore della vita della Chiesa. Con il “per molti”, Gesù si identifica con il Servo di Jahwé annunciato dal profeta Isaia; ripetendo queste parole esprimiamo quindi meglio una duplice fedeltà: la nostra fedeltà alla parola di Gesù, e la fedeltà di Gesù alla parola della Scrittura. Il fatto che Gesù sia morto per la salvezza di tutti è fuori da ogni dubbio, quindi è compito di una buona catechesi spiegarlo ai fedeli, ma spiegare allo stesso tempo il significato profondo delle parole dell’istituzione dell’Eucaristia.

Il Signore si offre “per voi e per molti”: ci sentiamo direttamente coinvolti e nella gratitudine diventiamo responsabili della salvezza promessa a tutti. Il Papa – che già aveva trattato di questo nel suo libro su Gesù - ci dona ora un esempio profondo e affascinante di catechesi su alcune delle parole più importanti della fede cristiana. Una lezione di amore e di rispetto vissuto per la Parola di Dio, di riflessione teologica e spirituale altissima ed essenziale, per vivere con più profondità l’Eucaristia. Il Papa termina dicendo che nell’Anno della fede dobbiamo impegnarci in questa direzione. Speriamo di farlo per davvero.

Se, dunque, qualcuno può indicarci come leggere la lettera del Papa in traduzione, non esiti a postare dove trovarla nei commenti o via email. Grazie.


PS. Per chi è interessato ad un approfondimento e a qualche restroscena, consiglio un articolo interessante e ben fatto di Gianni Valente su Vatican Insider: L’intervento di Benedetto XVI sulla formula di consacrazione del vino durante la messa chiude una disputa sotterranea che ha diviso i vescovi

martedì 24 aprile 2012

Il blog Cantuale Antonianum tra i primi siti a poter esporre il widget Vaticano

E' appena arrivata l'autorizzazione dal Servizio Internet Vaticano - Direzione delle Telecomunicazioni, con relativo invio del codice, ad esporre sul nostro Blog l'ambito e nuovissimo widget che permette l'accesso diretto alle risorse web della Santa Sede. Probabilmente anche voi lo vedete per la prima volta. Ma sono sicuro che fra qualche giorno apparirà in moltissimi siti cattolici, offrendo altrettante "finestre" per moltiplicare il ricorso veloce e agile al sito www.vatican.va.
Un ringraziamento ai membri dello staff del Servizio Internet Vaticano per questo nuovo strumento che ci permettono di utilizzare. Eccolo qui sotto, per ora, poi lo sposterò su una barra laterale. Aggiornato all'ultim'ora e perfettamente funzionante, con pulsanti per vedere anche Twitter e l'ultimo video del canale YouTube Vatican:



mercoledì 18 aprile 2012

Fellay, si dice, "ha firmato". Ma non tutti i suoi sono d'accordo con lui. Nemmeno Lefebvre stesso?

Si percepisce un certo contrasto all'interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i lefebvriani (leggi qui). Mentre l'ala "cattolica" si rallegra (leggi qui) della probabile capitolazione dei vertici alle richieste dottrinali del Papa (che per primo ha concesso tutto quello che i lefebvriani, da sempre, chiedevano), c'è un'aula "rigorista", che non intende piegarsi e cerca di spegnere gli entusiasmi (il comunicato oggi uscito da Menzingen ne è un segno chiaro - si veda anche qui -)
Purtroppo sappiamo che questi ultimi possono richiamarsi alla più autentica eredità dell'arcivescovo scomunicato Marcel Lefebvre, iniziatore dell'irregolare società di chierici tradizionalista, mai piegatosi alle richieste della Santa Sede. Accetterebbe lui, oggi, l'accordo dottrinale proposto da Ratzinger Papa, quello stesso Ratzinger Cardinale a cui più volte disse "NO" in vita, come ci testimonia il video-discorso che qui vi accludo?? A voi la risposta, dopo aver ascoltato il discorso (o letto i sottotitoli se non capite bene il francese). Comunque rimarrà la domanda: Quanto sincera potrà essere l'accettazione dottrinale di chi, fino a ieri, continuava a dire che non intendeva piegarsi alle pretese di una Roma "che ha perso la Fede"? Anche questo resta da scoprire... Speriamo e preghiamo per un vero e duraturo risanamento degli strappi nella veste di Cristo che è la sua Chiesa. Papa Benedetto se lo meriterebbe davvero.

domenica 15 aprile 2012

La Sacra Tunica di Cristo e il messaggio del Papa... in italiano


E' iniziata venerdì scorso, 13 aprile, l'ostensione della Sacra Tunica di Cristo conservata a Treviri. Si tratta della preziosa reliquia della veste inconsutile (cioè senza cuciture) portata da Gesù anche durante la passione. Questa tunica nemmeno i soldati romani vollero lacerarla - secondo il racconto di Giovanni - ma la tirarono a sorte.
Secondo la leggenda fu portata a Treviri, in Germania, dall'imperatrice madre di Costantino, Santa Elena. Quest'anno ricorre il 5° centenario della prima esposizione pubblica dell'insigne reliquia della tunica di Cristo, e Papa Benedetto XVI ha voluto indirizzare uno speciale messaggio per l'occasione, inviando anche un suo delegato - il card. Ouellet - a rappresentarlo alle solenni celebrazioni.
Visto che il sito vaticano e tutti i media cattolici, anche l'Osservatore, non hanno trovato tempo per tradurre questa piccola, bella e devota lettera, ho perso qualche minuto per farne una versione italiana. Ecco qua:

Lettera di Benedetto XVI al Card. Marc Ouellet, nominato Inviato Straordinario alle celebrazioni di Treviri in onore della "Sacra Tunica" di Nostro Signore Gesù Cristo.


Venerabili Fratri Nostro
Marco S.R.E. Cardinali Ouellet, P.S.S.
Congregationis pro Episcopis Praefecto

Trevirensi in urbe, perantiqua et celeberrima, plurima reperiuntur christianae fidei testimonia. Illa enim iam primo saeculo sedes episcopalis est constituta. Ibi magnus sanctus Athanasius, intrepidus fidei defensor, e dioecesi sua iniuriose expulsus, moratus est. Ibi natus est Doctor mellifluus, sanctus Ambrosius Mediolanensis. Ibi miracula operabatur sanctus Martinus Turonensis. Ibi tot alii vixerunt sancti viri et mulieres, qui multum ad huius urbis et regionis incolarum sanctificationem contulerunt. Ibidem quoque novimus Sacram Tunicam venerandam a saeculis magna populi fidelis spiritali cum utilitate visitari colique.

Recenter sacrorum Antistes Trevirensis Venerabilis Frater Stephanus Ackermann certiores Nos fecit a feria VI infra octavam Paschae hoc anno peregrinationem aperiri et in ecclesia cathedrali Trevirensi unum per mensem publicam fieri ostensionem reliquiae Sacrae Tunicae Domini nostri Iesu Christi, de qua post crucifixionem, dum dividebant vestimenta eius, milites sortiti sunt, ne scinderent eam. Haec autem ostensio peculiaris quingentos memorat annos elapsos ab illo die quo, postulante imperatore Maximiliano I, anno MDXII Archiepiscopus Richardus von Greiffenklau zu Vollrads aperuit altare et ipsi imperatori multisque aliis sacram vestem venerandam palam demonstravit.

Nos hanc faustam quingentesimam anniversariam recordationem magni ponderis arbitramur et inceptum omnino laudamus et comprobamus. Idcirco magno cum gaudio accepimus humanam Praesulis Trevirensis invitationem. Cum vero Ipsi adire non possumus, perlibenter illuc Legatum mittimus, qui Personam Nostram gerebit. Ad te mentem Nostram fidentes convertimus, Venerabilis Frater Noster, qui Congregationi pro Episcopis diligenter praees atque dilectionem tuam et sollicitudinem in Christi Ecclesiam et Romanum Pontificem testificatus es.

Quapropter libenter hisce Litteris Nostrum Missum Extraordinarium te nominamus. Die igitur decimo tertio mensis Aprilis Treviris liturgicis celebrationibus Nostro nomine praesidebis Nostramque omnibus significabis salutationem. Sacram Tunicam una cum ceteris Praesulibus omnique credenti populo reverenter veneraberis. Christi "autem tunica inconsutilis, desuper contexta per totum" (Io 19, 23) bene discipulorum ostendit communitatem, pro qua Dominus in novissima cena enixe oravit Patrem "ut sint unum" (Io 17, 11). Hac data occasione hortaberis populum Dei ad intensam orationem pro christianorum unitate, necessaria "ut mundus credat" in Iesum Christum, unicum Salvatorem missum a Deo Patre (cfr Io 17, 21).

Nos legationem tuam, Venerabilis Frater Noster, veluti in spiritu adstantes precibus prosequimur atque Benedictionem Apostolicam, caelestis gratiae nuntiam et propensae Nostrae voluntatis testem, tibi imprimis libenter impertimus, quam volumus nomine Nostro Episcopo Trevirensi, cunctis Pastoribus, religiosis viris et mulieribus, christifidelibus, civilibus auctoritatibus et omnibus celebrationes participantibus peramanter largiaris.

Ex Aedibus Vaticanis, die VII mensis Martii, anno MMXII, Pontificatus Nostri septimo.
Al Nostro Venerabile Fratello
Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi

Nell’antica e famosissima città di Treviri, si trovano parecchie testimonianze della fede cristiana. Questa città fin dal primo secolo è stata elevata a sede episcopale. Lì dimorò il grande sant’Atanasio, difensore intrepido della fede, vergognosamente esiliato dalla sua diocesi. Lì nacque il Dottore mellifluo, sant’Ambrogio di Milano. Lì operò miracoli san Martino di Tour. Tanti altri santi uomini e donne vissero lì, e diedero un grande apporto alla santificazione di questa città e degli abitanti della regione.
Sappiamo anche che proprio qui è visitata e onorata da secoli, con grande profitto spirituale del popolo fedele, la veneranda Sacra Tunica.


Recentemente il Vescovo di Treviri, il venerabile fratello Stephan Ackermann, ci ha fatto sapere che dal venerdì tra l’Ottava di Pasqua di quest’anno, comincerà un pellegrinaggio e per un mese, presso la Chiesa cattedrale di Treviri, si farà pubblica ostensione della reliquia della Sacra Tunica di Nostro Signore Gesù Cristo, quella tunica che dopo la crocifissione i soldati – mentre si dividevano le sue vesti – vollero tirare a sorte per non stracciarla.
Questa particolare ostensione, inoltre,
commemora i cinquecento anni dal giorno in cui, nel 1512, su richiesta dell’Imperatore Massimiliano I, l’arcivescovo Riccardo von Greiffenklau zu Vollrads aprì l’altare e mostrò all’imperatore e a molti altri la sacra e venerabile veste.

Noi consideriamo di grande importanza questa fausta memoria cinquecentenaria e in tutto lodiamo e approviamo ciò che è stato organizzato. Perciò abbiamo ricevuto con gran gioia il gentile invito del Presule Trevirense. Ma non potendo partecipare in prima persona, assai volentieri mandiamo colà un Nostro Legato, che ci rappresenti.
Abbiamo pensato con fiducia a te, Venerabile Fratello nostro, che con diligenza presiedi la Congregazione per i vescovi, e hai dato testimonianza del tuo amore e sollecitudine alla Chiesa di Cristo e al Romano pontefice.


Per tali motivi, volentieri con questa lettera ti nominiamo Nostro Inviato Straordinario.
Quindi, il giorno 13 aprile, a nome Nostro presiederai le celebrazioni liturgiche e porterai a tutti il Nostro saluto. Venererai con devozione la Sacra Tunica insieme agli altri presuli e a tutto il popolo credente.
“La tunica senza cuciture” di Cristo, “tessuta tutta d’un pezzo” (Gv 19,23) simboleggia bene la comunità dei discepoli, per la quale il Signore nell’ultima cena pregò insistitentemente il Padre “che siano una cosa sola” (Gv 17,11)
In questa occasione esorterai il popolo i Dio ad una intensa preghiera per l’unità dei Cristiani, unità necessaria “perché il mondo creda” in Gesù Cristo, unico Salvatore mandato da Dio Padre (cf. Gv 17,21).

Noi accompagniamo con la preghiera il tuo invio, Venerabile fratello, come fossimo presenti lì in spirito. E impartiamo a te la Benedizione Apostolica, apportatrice di grazia celeste e segno della Nostra benevolenza. Questa stessa benedizione desideriamo che, a nome Nostro, tu elargisca con grande affetto a tutti i Pastori, religiosi e religiose, fedeli laici, autorità civili e militari e a tutti i partecipanti alle celebrazioni.

Dal Vaticano 7 marzo 2012, settimo del Nostro Pontificato.

mercoledì 11 aprile 2012

La predica pasquale di p. Raniero Cantalamessa per il Venerdì Santo - testo integrale

Vi riporto il testo integrale della stupenda predica tenuta al Papa e a tutti i fedeli che hanno celebrato la solenne azione liturgica del Venerdì Santo nella Basilica Vaticana. Il tema è il "Christus Victor", preso di peso dalla teologia dei padri sia greci che latini: significa mostrare nella sofferenza di Cristo la sua oggettiva vittoria sul diavolo, sul peccato e sulla morte, vittoria conquistata per l'uomo e il cui merito è poi regalato all'uomo (che ne aveva bisogno e non poteva in altro modo raggiungerla). Suggestive le metafore "moderne", ma in perfetta continuità con lo stile patristico, che p. Raniero mette in campo (per es. quella della "appropriazione indebita"): sono fatte per colpire l'ascoltatore e con un "effetto estraniante" mostrare attraverso il paradosso retorico il paradosso dell'azione di Cristo nei nostri confronti. 


Qualche immagine e un riassunto giornalistico della predica del Venerdì Santo:




Il testo completo 
di P. Raniero Cantalamessa, ofmcapp.

“IO ERO MORTO, MA ORA VIVO PER SEMPRE”
(Apocalisse 1,18)
Predica del Venerdì Santo 2012 nella Basilica di San Pietro

Alcuni Padri della Chiesa hanno racchiuso in una immagine l’intero mistero della redenzione. Immagina, dicono, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno che teneva schiava la città e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu eri sugli spalti, non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.

Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà!

Così, dicono questi Padri, avviene tra Cristo e noi. Egli, sulla croce, ha sconfitto l’antico avversario”. “Le nostre spade - esclama san Giovanni Crisostomo - non sono insanguinate, non siamo stati nell’agone, non abbiamo riportato ferite, la battaglia non l’abbiamo neppure vista, ed ecco che otteniamo la vittoria. Sua è stata la lotta, nostra la corona. E poiché siamo stati anche noi a vincere, imitiamo quello che fanno i soldati in questi casi: con voci di gioia esaltiamo la vittoria, intoniamo inni di lode al Signore” . Non si potrebbe spiegare in modo migliore il senso della liturgia che stiamo celebrando.

* * *

Ma ciò che stiamo facendo è, esso stesso, una immagine, la rappresentazione di una realtà del passato, o è la realtà stessa? Tutte e due le cose! “Noi –diceva sant’Agostino al popolo- sappiamo e crediamo con fede certissima che Cristo è morto una sola volta per noi[…]. Sapete perfettamente che tutto ciò è avvenuto una sola volta e tuttavia la solennità periodicamente lo rinnova […].Verità storica e solennità liturgica non sono tra loro in contrasto, quasi che la seconda sia fallace e la prima soltanto corrisponda al vero. Di ciò infatti che la storia afferma essere avvenuto, nella realtà, una sola volta, di questo la solennità rinnova spesso la celebrazione nei cuori dei fedeli” .

La liturgia “rinnova” l’evento! Paolo VI ha precisato il senso che la Chiesa cattolica da a questa affermazione usando il verbo ”rappresentare”, inteso nel senso forte di ri-presentare, cioè rendere nuovamente presente e operante l’accaduto .

C’è una differenza sostanziale tra questa nostra rappresentazione liturgica della morte di Cristo e quella, per esempio, di Giulio Cesare nella tragedia di Shakespeare. Nessuno assiste da vivo all’anniversario della propria morte; Cristo sì, perché è risorto. Egli solo può dire, come fa nell’Apocalisse: “Io ero morto, ma ora vivo per sempre” (Ap 1,18). Dobbiamo stare attenti in questo giorno, visitando i cosiddetti “sepolcri” o partecipando alle processioni del Cristo morto, di non meritare il rimprovero che il Risorto rivolse alle pie donne il mattino di Pasqua: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5).

È una affermazione ardita ma vera: “La anamnesi, cioè il memoriale liturgico, rende l’evento più vero di quando avvenne storicamente la prima volta”. In altre parole, più vero e reale per noi che lo riviviamo “secondo lo Spirito”, di quanto lo fosse per coloro che lo vivevano “secondo la carne”, prima che lo Spirito Santo ne rivelasse alla Chiesa il pieno significato.

Noi non stiamo celebrando solo un anniversario, ma un mistero. Nella celebrazione “a modo di anniversario”, spiega sant’Agostino, non si richiede altro se non di “indicare con una solennità religiosa il giorno preciso dell’anno in cui ricorre il ricordo dell’avvenimento stesso”; nella celebrazione a modo di mistero (“in sacramento”), “non solo si commemora un avvenimento, ma lo si fa pure in modo che si capisca il suo significato e lo si accolga santamente” .

Questo cambia tutto. Non si tratta solo di assistere a una rappresentazione, ma di “accoglierne” il significato, di passare da spettatori a attori. Sta a noi perciò scegliere quale parte vogliamo rappresentare nel dramma, chi vogliamo essere: se Pietro, se Giuda, se Pilato, se la folla, se il Cireneo, se Giovanni, se Maria… Nessuno può rimanere neutrale; non prendere posizione, è prenderne una ben precisa: quella di Pilato che si lava le mani o della folla che da lontano ”stava a vedere” (Lc 23,35).

Se tornando a casa, questa sera, qualcuno ci chiede: “Da dove vieni? “Dove sei stato?”, rispondiamo pure, almeno nel nostro cuore: “Sul Calvario!”

* * *

Ma tutto questo non avviene automaticamente, solo perché abbiamo partecipato a questa liturgia. Si tratta, diceva Agostino, di “accogliere” il significato del mistero. Questo avviene con la fede. Non c’è musica, là dove non c’è un orecchio che l’ascolta, per quanto suoni forte l’orchestra; non c’è grazia, là dove non c’è una fede che l’accolga.

In una omelia pasquale del IV secolo, il vescovo pronunciava queste parole straordinariamente moderne e, si direbbe, esistenziali: “Per ogni uomo, il principio della vita è quello, a partire dal quale Cristo è stato immolato per lui. Ma Cristo è immolato per lui nel momento in cui egli riconosce la grazia e diventa cosciente della vita procuratagli da quell’immolazione” .

Questo è avvenuto sacramentalmente nel battesimo, ma deve avvenire consapevolmente sempre di nuovo nella vita. Dobbiamo, prima di morire, avere il coraggio di fare un colpo di audacia, quasi un colpo di mano: appropriarci della vittoria di Cristo. L’appropriazione indebita! Una cosa comune purtroppo nella società in cui viviamo, ma con Gesù essa non solo non è vietata, ma è sommamente raccomandata. “Indebita” qui significa che non ci è dovuta, che non l’abbiamo meritata noi, ma ci è data gratuitamente, per fede.

Ma andiamo sul sicuro; ascoltiamo un dottore della Chiesa. “Io –scrive san Bernardo -, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (alla lettera, lo usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio” (cf. 1 Cor 1, 30) .

Forse che questo modo di concepire la santità rese san Bernardo meno zelante delle buone opere, meno impegnato nell’acquisto delle virtù? Forse trascurava di mortificare il suo corpo e ridurlo in schiavitù (cf. 1 Cor 9,27), l’apostolo Paolo che, prima di tutti e più di tutti, aveva fatto di questa appropriazione della giustizia di Cristo lo scopo della sua vita e il centro della sua predicazione (cf. Fil 3, 7-9)?

A Roma, come purtroppo in ogni grande città, ci sono tanti senza tetto. Esiste un nome per essi in tutte le lingue: homeless, clochards, barboni: persone umane che non posseggono che i pochi stracci che portano addosso e qualche oggetto che si portano dietro in borse in plastica. Immaginiamo che un giorno si diffonde questa voce: in Via Condotti (tutti sanno cosa rappresenta a Roma Via Condotti!) c’è la proprietaria di una boutique di lusso che, per qualche sconosciuta ragione, di interesse o di generosità, invita tutti i barboni della Stazione Termini a venire nel suo negozio; li invita a deporre i loro stracci sudici, a farsi una bella doccia e poi scegliere il vestito che desiderano tra quelli esposti e portarselo via, così, gratuitamente.

Tutti dicono in cuor loro: “Questa è una favola, non succede mai!”. Verissimo, ma quello che non succede mai tra gli uomini tra di loro è quello che può succedere ogni giorno tra gli uomini e Dio, perché, davanti a Lui, quei barboni siamo noi! È quello che avviene in una bella confessione: deponi i tuoi stracci sporchi, i peccati, ricevi il bagno della misericordia e ti alzi che sei “rivestito delle vesti della salvezza, avvolto nel mantello della giustizia” (Is 61, 10).

Il pubblicano della parabola salì al tempio a pregare; disse semplicemente, ma dal profondo del cuore: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”, e “tornò a casa giustificato” (Lc 18,14), riconciliato, fatto nuovo, innocente. Lo stesso, se abbiamo la sua fede e il suo pentimento, si potrà dire di noi tornando a casa dopo questa liturgia.

* * *

Tra i personaggi della passione con i quali possiamo identificarci mi accorgo che ho tralasciato di nominarne uno che più di tutti aspetta chi ne segua l’esempio: il buon ladrone.

Il buon ladrone fa una completa confessione di peccato; dice al suo compagno che insulta Gesù: “Neanche tu hai timore di Dio che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male” (Lc 23, 40 s.). Il buon ladrone si mostra qui un eccellente teologo. Solo Dio infatti, se soffre, soffre assolutamente da innocente; ogni altro essere che soffre deve dire: “Io soffro giustamente”, perché, anche se non è responsabile dell’azione che gli viene imputata, non è mai del tutto senza colpa. Solo il dolore dei bambini innocenti somiglia a quello di Dio e per questo esso è così misterioso e così sacro.

Quanti delitti atroci rimasti, negli ultimi tempi, senza colpevole, quanti casi irrisolti! Il buon ladrone lancia un appello ai responsabili: fate come me, venite allo scoperto, confessate la vostra colpa; sperimenterete anche voi la gioia che provai io quando sentii la parola di Gesù: “Oggi sarai con me in paradiso!” (Lc 23,43). Quanti rei confessi possono confermare che è stato così anche per loro: che sono passati dall’inferno al paradiso il giorno che hanno avuto il coraggio di pentirsi e confessare la loro colpa. Ne ho conosciuto qualcuno anch’io. Il paradiso promesso è la pace della coscienza, la possibilità di guardarsi nello specchio o guardare i propri figli senza doversi disprezzare.

Non portate con voi nella tomba il vostro segreto; vi procurerebbe una condanna ben più temibile di quella umana. Il nostro popolo non è spietato con chi ha sbagliato ma riconosce il male fatto, sinceramente, non solo per qualche calcolo. Al contrario! È pronto a impietosirsi e ad accompagnare il pentito nel suo cammino di redenzione (che in ogni caso diventa più breve). “Dio perdona molte cose, per un’opera buona”, dice Lucia all’Innominato nei “Promessi sposi”. Ancor più, dobbiamo dire, egli perdona molte cose per un atto di pentimento. Lo ha promesso solennemente: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana” (Is 1, 18).

Riprendiamo ora a fare quello che, abbiamo sentito all’inizio, è il nostro compito in questo giorno: con voci di gioia esaltiamo la vittoria della croce, intoniamo inni di lode al Signore. “O Redemptor, sume carmen temet concinentium” : E tu, o nostro Redentore, accogli il canto che eleviamo a te.

Note:

1 Nicola Cabasilas, Vita in Christo, I, 9 (PG 150, 517).
2 S. Giovanni Crisostomo, De coemeterio et de cruce (PG, 49, 596).
3 S. Agostino, Sermone 220 (PL 38, 1089)
4 Cf Paolo VI, Mysterium fidei (AAS 57, 1965, p. 753 ss).
5 Agostino, Epistola 55, 1, 2 (CSEL 34, 1, p. 170).
6 Omelia pasquale dell’anno 387 (SCh 36, p. 59 s.).
7 S. Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5 (PL 183, 1072).
8 Inno della Domenica delle Palme e della Messa crismale del Giovedì Santo

sabato 31 marzo 2012

La liturgia è cambiata e cambia ancora, per aiutare i fedeli a penetrarne il significato vero. La risposta del Papa a Fidel

Avevamo già riferito della curiosità di Fidel Castro a proposito dei cambiamenti occorsi nella liturgia della Chiesa negli ultimi 50 anni (vedi questo post). Adesso è uscito un articolo sull'Osservatore Romano, a firma dell'inviato Mario Ponzi, che ci fornisce ulteriori notizie sulla domanda di Castro e soprattutto sulla risposta del Papa, di cui in precedenza potevamo solo fare congetture. Ecco dunque la cronaca:
Castro ha mostrato subito una grande curiosità di conoscere, di sapere. Ha rivolto al Papa una serie di domande di ampio respiro. Inattesa la prima: ma perché la liturgia è cambiata così tanto? Il suo ricordo era fermo al periodo precedente il concilio e il Pontefice ha iniziato proprio dal Vaticano II la sua risposta. I padri conciliari hanno ritenuto di dover cambiare la liturgia per renderla più accessibile ai fedeli, ha spiegato il Papa. Anche se ciò — ha proseguito — ha creato situazioni tali da suggerire ulteriori modifiche, sempre per dare modo ai fedeli di penetrarne sino in fondo il significato vero e, dunque, di partecipare in modo più consapevole.
Il Papa ha spiegato a Castro quello che dovrebbe spiegare anche ad alcuni professori di liturgia arrabbiati contro quelle che chiamano le "controriforme" di Benedetto. Cioè: è vero che i padri del Concilio "hanno ritenuto di dover cambiare la liturgia per renderla più accessibile ai fedeli", che trovavano senza dubbio la barriera della lingua o quella di alcuni riti, forse, da riportare alla loro nobile semplicità. Ma - aggiunge il Pontefice - "ciò ha creato situazioni tali da suggerire ulteriori modifiche". Di che cosa parla se non di una "Riforma della riforma", per far fronte agli oggettivi dirottamenti dell'applicazione della riforma liturgica, e questo "per dare modo ai fedeli di penetrare sino in fondo il significato vero" della liturgia: non il significato soggettivo, che ogni gruppo o celebrante interpreta con parole sue. Per far "partecipare in modo più consapevole" il popolo di Dio, bisogna anche che si sappia a che cosa si partecipa. E questo significato non può essere manomesso. I sacramenti, parlando in linguaggio scolastico, causano ciò che significano. Se si cambia a piacere il loro significato, come si può pensare che non venga compromessa anche la causalità efficiente dei medesimi?
I cambiamenti fatti dalla Chiesa sono dunque sempre legittimi e spesso necessari. E a volte l'autorità della Chiesa si può accorgere che sia necessario intervenire ulteriormente a poca distanza da una riforma liturgica, se questa ha preso una piega imprevista, nella pratica, e si richiede perciò un serio aggiustamento. Magari recuperando qualcosa di ciò che - frettolosamente - si era considerato sorpassato o non più utile. 

giovedì 29 marzo 2012

Scomunicati i 4 sedicenti vescovi ucraini "ultratradizionalisti" della "Chiesa ortodossa greco cattolica ucraina"

Per "amore" della Chiesa e della "tradizione orientale" condannavano come eretici i loro vescovi e il card. Husar, tutti accusati di modernismo, e addirittura magia, sincretismo e innominabili eresie. In quattro - a loro detta -  si sarebbero fatti anche ordinare vescovi, ma non ci sono prove documentali. Comunque sia ecco cosa succede quando la Santa Sede perde la pazienza e agisce senza tentennamenti, per il bene dei fedeli e per evitare la confusione (come afferma la dichiarazione che vi allego). Speriamo che questo monito possa essere colto anche da altri vescovi (non orientali), che continuano a tirare la corda in un tira e molla che ormai ha i giorni contati.
A questo link trovate il sito in italiano della sedicente "Chiesa Ortodossa Greco-cattolica ucraina" e potete leggere i loro vaneggiamenti, tipo questo:
La scomunica di 2271 vescovi cattolici!!! (Scarica qui il testo)


DICHIARAZIONE DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE SULLO STATUS CANONICO DEI "SEDICENTI VESCOVI GRECO-CATTOLICI DI PIDHIRCI", REV.DI ELIÁŠ A. DOHNAL, O.S.B.M., MARKIAN V. HITIUK, O.S.B.M., METODEJ R. ŠPIŘIK, O.S.B.M., E ROBERT OBERHAUSER

1) La Santa Sede ha seguito con viva apprensione l'attività posta in essere dai Rev.di Eliáš A. DOHNAL, O.S.B.M., Markian V. HITIUK, O.S.B.M., Metodèj R. ŠPIŘIK, O.S.B.M., e Robert OBERHAUSER, i quali, espulsi dall'Ordine Basiliano di S. Giosafat, si sono successivamente autoproclamati vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina. Detti chierici con il loro comportamento contumace continuano a sfidare l'autorità ecclesiastica, danneggiando moralmente e spiritualmente non solo l'Ordine Basiliano di San Giosafat e la Chiesa greco-cattolica ucraina, ma anche questa Sede Apostolica e l'intera Chiesa Cattolica. Tutto questo provoca divisione e sconcerto tra i fedeli. I suddetti chierici, dopo aver dato vita ad un gruppo di "vescovi" di Pidhirci, recentemente hanno cercato di ottenerne il riconoscimento e la successiva registrazione, da parte della competente autorità civile, come "Chiesa Ortodossa Greco-Cattolica Ucraina".
2) Esponenti a vari livelli della Chiesa sin dall'inizio di questa sofferta vicenda hanno invano cercato di dissuaderli dal proseguire in comportamenti che possono tra l'altro trarre in inganno i fedeli – cosa avvenuta per un certo numero di essi.
3) La Santa Sede, sollecita nel proteggere l'unità e la pace del gregge di Cristo, aveva sperato in un pentimento e in un successivo conseguente ritorno dei suddetti chierici alla piena comunione con la Chiesa Cattolica. Purtroppo gli ultimi sviluppi – quale il tentativo non riuscito di registrazione statale del gruppo di "Pidhirci" con il nome di "Chiesa Ortodossa Greco-Cattolica Ucraina" – hanno dimostrato invece la loro contumacia.
4) Per salvaguardare, quindi, il bene comune della Chiesa e la "salus animarum", atteso che i sedicenti "vescovi" di Pidhirci non danno segno alcuno di ravvedimento, ma continuano a creare confusione e scompiglio nella comunità dei fedeli, in particolare calunniando gli Esponenti della Santa Sede e della Chiesa locale ed affermando che la Suprema Autorità della Chiesa è in possesso di una documentazione che comproverebbe la piena validità della loro ordinazione episcopale, la

Congregazione per la Dottrina della Fede
accogliendo la richiesta presentata da parte dell'Autorità ecclesiastica della Chiesa greco-cattolica ucraina, nonché di altri Dicasteri della Santa Sede, ha deciso con la presente dichiarazione di informare i fedeli, specialmente nei Paesi di provenienza dei chierici-sedicenti "vescovi" circa la loro attuale condizione canonica.

5) Questa Congregazione, dissociandosi totalmente dall'operato dei menzionati sedicenti "vescovi" e dalle loro sopraccitate false dichiarazioni, formalmente dichiara di non riconoscere la validità delle loro ordinazioni episcopali e di tutte quelle ordinazioni che da esse sono derivate o deriveranno. Si rende noto, inoltre, che lo stato canonico dei quattro menzionati sedicenti "vescovi" è quello di scomunicati ex can. 1459 § 1 Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (CCEO), atteso che, con la sentenza di seconda istanza del Tribunale Ordinario della Chiesa Arcivescovile Maggiore Ucraina del 10 settembre 2008, gli stessi sono stati riconosciuti colpevoli dei delitti di cui ai cann. 1462, 1447 e 1452 CCEO, ovvero dei delitti di usurpazione illegittima dell'ufficio; di fomentata sedizione e di odio nei confronti di alcuni Gerarchi e di provocazione dei sudditi a disubbidire; nonché del delitto di lesione della buona fama altrui mediante dichiarazioni calunniose.
6) Si notifica inoltre che la denominazione "cattolica" usata da gruppi non riconosciuti dalla competente autorità ecclesiastica è da considerarsi illegittima ed abusiva ex can. 19 CCEO.
7) I fedeli sono, pertanto, tenuti a non aderire al suddetto gruppo in quanto esso è, ad ogni effetto canonico, fuori della comunione ecclesiastica e sono invitati a pregare per i membri dello stesso gruppo affinché possano ravvedersi e tornare alla piena comunione con la Chiesa cattolica.
Dal Palazzo del Sant'Uffizio, 22 febbraio 2012
William Cardinale Levada
Prefetto
  + Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo titolare di Thibica
Segretario

mercoledì 28 marzo 2012

E Fidel Castro disse al Papa: "Come è cambiata la liturgia da quando ero giovane!"


Probabilmente in questi ultimi 50 anni il Lider della Rivoluzione cubana non deve essere andato spesso a Messa. Prova ne sia che, come riporta il Corriere Online, Castro pur anziano e malato ha voluto seguire in TV il viaggio del Pontefice e le sue celebrazioni, e la prima domanda rivolta da Fidel al Papa, durante il loro storico incontro, "ha riguardato i cambiamenti nella liturgia della Chiesa, che Castro ha trovato molto cambiata rispetto a quando era giovane". Ricordiamo che Castro ha studiato dai Gesuiti, e ha una madre e una sorella devotissime alla Vergine Maria. Qualcosa della Messa si ricordava.... Non è dato sapere, almeno per ora, cosa abbia risposto il Papa. Possiamo immaginare: "Ha ragione caro Fidel, ma tra le tante cose sto cercando di sistemare anche questa questione della liturgia, non si preoccupi. Beh parliamo ora un po' di diritti umani, le va?"....
Battute a parte, è invece molto significativo anche l'apprezzamento che Benedetto XVI ha fatto a proposito della propria veneranda età: ha un anno in meno dell'86enne ex Presidente cubano: «Sono anziano - ha detto Ratzinger - ma posso ancora fare il mio dovere». Non ha, insomma, nessuna intenzione di dimettersi, nè di mettersi in un angolo ad aspettare sorella morte.

venerdì 16 marzo 2012

Mano di ferro in guanto di velluto. Papa Benedetto è chiaro: i Lefebvriani devono ora accettare le sue condizioni.

Un comunicato limpido e cristallino è uscito oggi dagli uffici della Santa Sede. Riguarda la vicenda della faticosa riconciliazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i cosiddetti Lefebvriani. Il messaggio, che si riferisce all'incontro odierno tra il Card. Levada e i superiori della Fraternità è scritto in ecclesialese curiale, forbito e gentile, ma è un macigno. Leggiamolo e commentiamolo:


Durante l’incontro del 14 settembre 2011 fra Sua Eminenza il Signor Cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, e Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, era stato consegnato a quest’ultimo un Preambolo Dottrinale, accompagnato da una Nota preliminare, quale base fondamentale per raggiungere la piena riconciliazione con la Sede Apostolica. In esso si enunciavano alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il "sentire cum Ecclesia" [questo è il riassunto delle puntate immediatamente precedenti. Potete trovare qualche riferimento anche in questo post e in quest'altro, scritti tempo fa'].

La risposta della Fraternità Sacerdotale San Pio X in merito al summenzionato Preambolo Dottrinale, pervenuta nel gennaio 2012, è stata sottoposta all’esame della Congregazione per la Dottrina della Fede e successivamente al giudizio del Santo Padre [è già sceso in campo il Papa, al cui giudizio -lo ricordiamo - non c'è appello ulteriore]. In ottemperanza alla decisione di Papa Benedetto XVI [il Papa ha deciso], con una lettera consegnata in data odierna, si è comunicato a S.E. Mons. Fellay la valutazione della sua risposta. In essa si fa presente che la posizione, da lui espressa, non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità. [Il Papa non è d'accordo con i Lefevriani a proposito del loro parere che il "preambolo dottrinale" sia inaccettabile . Attenzione ai termini. Si dice: la risposta data "non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura". C'è dunque, attualmente, e rimane una spaccatura, un fossato, una mancanza di comunione, e questa è data non da problemi disciplinari, ma di fede (dottrinali)]

Al termine dell’odierno incontro, guidato dalla preoccupazione di evitare una rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili, si è rivolto l’invito al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X di voler chiarificare la sua posizione al fine di poter giungere alla ricomposizione della frattura esistente, come auspicato da Papa Benedetto XVI. [Qui si arriva al dunque: c'è un ultima mano tesa dal Papa, perché Fellay accetti di ricomporre la frattura esistente "come auspicato da Papa Benedetto". Altrimenti sono chiaramente previste le consueguenze, che ci si affretta a dire di voler evitare. Si tratta di una "rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili": minaccia di scomunica per niente velata, e questa volta - da ciò che pare dal comunicato - non solo per scisma causato da una rottura della disciplina, pur importante come l'ordinare vescovi senza mandato pontificio, ma per i problemi dottrinali. Questo vuol dire eresia, chiaro e tondo: davvero conseguenze dolorose e incalcolabili]
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Il temporeggiamento è finito. E' arrivata la resa dei conti. RadioVaticana aggiunge che il termine è il 15 aprile prossimo. Il Papa ha parlato: Roma locuta, causa finita. Prendere o lasciare. Ma lasciare significherà per i Lefebvriani perdere tutto e relegarsi tra i sedevacantisti. Oppure perdere solo gli elementi eretici, presenti nel suo seno, e tornare purificata a Roma, nell'abbraccio della Chiesa universale, continuando a far fiorire il carisma "spinoso" - se volete -  eppure fecondo - del continuo richiamo alla teologia, magistero e disciplina preconciliare.

E proprio secondo la Tradizione, ricordiamo anche questo, la Chiesa - per volere divino - non è una democrazia, soprattutto per quanto riguarda la dottrina e la sua valutazione. Il custode supremo del dogma è il Vescovo di Roma, con tutti i vescovi in comunione con lui (Vaticano Primo). Se certi vescovi rifiutano la comunione con il Romano Pontefice, si tagliano fuori da se stessi dalla Chiesa. 
La Chiesa universale è una piramide, certamente! (vedi schema qui sotto). Ma una piramide con la punta verso il basso, il cui vertice che sopporta e supporta tutto il peso ecclesiale è il vicario di Pietro, appoggiato in equilibrio sempre instabile, ma mantenuto lì da Dio stesso, sul dito invisibile del capo della Chiesa: Gesù Cristo.



mercoledì 14 marzo 2012

Quando un testo magisteriale dice: "docet", vuol proprio dire "insegna". E quando la Chiesa insegna è Cristo che insegna

Brontolio teologico sul motivo della mancata pubblicazione di alcuni commenti
Sono abbastanza colpito da vari commenti che prendono per buone certe "vulgate" di siti o autori "tradizionalisti" spinti: il Concilio Vaticano II è stato solamente pastorale (non, piuttosto, prevalentemente pastorale) e da questo assunto, che pare la panacea a tutti i mali della Chiesa, traggono la conclusione: possiamo dimenticarlo, far finta di niente, nasconderne tutti gli insegnamenti sotto il tappeto della storia.
Vi riporto, a titolo di provocazione, una parte di un commento ricevuto:
Certo che un concilio ecumenico approvato dal Papa canonicamente eletto nono può errare in materia di fede e di morale . . . ma quando impegna tutta la sua autorità magisteriale e definitoria. Questo il concilio vaticano II non sembra (ho scritto sembra!) averlo mai fatto. Ha inondato la cristianità di un profluvio di costituzioni dogmatiche (che però non hanno dogmatizzato niente) decreti, dichiarazioni, suggerimenti, esortazioni, suggestioni, pie elevazioni, preghiere e suppliche . . . mai che una volta avesse scritto "definiamo" o, viceversa, "anatematizziamo". Questo a differenza di tutti, proprio tutti, i concili che lo hanno preceduto. Certamente un cattolico tradizionale, come vorrei essere io, non può dire che un "il" cocilio ha dogmatizzato un errore o sdogmatizzato una verità,perché questo è ontologicamente impossibile per chi crede nelle promesse del Signore. Purtroppo può avere usato un linguaggio ambiguo, che può essere interpretato in senso tradizionale, come cerca di fare cantuale antonianum o in senso sovversivo, come dimostra la chiesa olandese . . . e non solo quella olandese.
A quanti sostengono (o dubitano) che il Concilio Ecumenico Vaticano II non insegni in modo infallibile un bel niente (ma allora mi chiedo, perché si sarebbe qualificata con tanto sforzo una semplice "assemblea pastorale" come Concilio Ecumenico?...?), faccio notare solo una parolina, che dovrebbe farli riflettere, se hanno la pazienza di andarsi a leggere il testo originale dei documenti. Diamo per scontato che il latino non faccia difetto a chi propugna idee e argomenti così "tradizionali"....
Dunque, più volte il Sinodo ecumenico dice di se stesso che "insegna", usa la parola tecnica: "docet". Faccio solo un paio di esempi chiarificatori ed evidenti. Lumen Gentium 21, la definizione della sacramentalità dell'episcopato: "Il santo Concilio insegna quindi che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, realtà totale del sacro ministero". Ma, parallelamente, anche in Lumen Gentium 14 abbiamo una forte affermazione magisteriale della necessità della Chiesa in ordine alla salvezza, (e oggi più che mai andrebbe ripetuta):  "Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza".

Come tutti sanno e vedono, la seconda definizione è tradizionale, (ma ribadita con forza perché la si voleva riproporre dopo i dubbi e le questioni suscitate dalla risposta al caso Feeney), la prima è invece una delle più famose definizioni chiarificatrici del Vaticano II, che con questa affermazione completa la trattazione teologica dell'episcopato e definendone la sacramentalità, questione lasciata volutamente aperta dal Concilio di Trento.
Quando un concilio dice: DOCET, vuol proprio dire quello che sembra dire. Sta definendo infallibilmente (o ribadendo, perché nulla cambia, ma può essere precisato e interpretato dal magistero) qualche aspetto della fede o della morale. Oppure sta "insegnando" in maniera ordinaria e universale qualche altro aspetto della dottrina o delle realtà inerenti e che formano una sorta di corollario alla dottrina stessa.
Se qualcuno, fino al Vaticano II poteva avere dei legittimi dubbi sulla sacramentalità dell'episcopato, ora non può più averli, perché la Chiesa, al suo massimo grado, si è espressa. Questo non vuol dire che anche insegnamenti conciliari di minore portata non vadano accettati per come vengono proposti e per come il Magistero stesso li interpreta.

E' Pio XII che precisa - se ce ne fosse bisogno - nell'enciclica Mystici Corporis: "...divinus Redemptor Apostolos in mundum misit, sicut ipse missus erat a Patre (cf. Jo 17, 18; 20, 21), ipse est, qui per Ecclesiam baptizat, docet, regit, solvit, ligat, offert, sacrificat".

Quando parla la totalità dei vescovi in comunione con Pietro e insieme a Pietro, nessuno può dubitare che è la Chiesa stessa che insegna, definisce e dichiara, sia dogmaticamente che pastoralmente. Ma se è la Chiesa, allora è lo stesso Cristo. Possiamo forse dire che Cristo, pastore dei Pastori, possa aver lasciato non dico definire dogmaticamente (sarebbe una sciocchezza), ma nemmeno asserire qualcosa pastoralmente di sconveniente o scorretto alla sua Chiesa? Mi parrebbe altamente temerario sostenerlo, sebbene forse qualcuno lo voglia fare. Sembra però un ragionamento degno di un protestante che propugni il "libero esame", non della Scrittura, ma dei Testi conciliari. Eppure non basta che uno o anche molti teologi o pastori non riescano a vedere come certe affermazioni si concilino con la Tradizione per dire: "questo insegnamento è errato". Ci si rimette piuttosto all'interpretazione autentica del Magistero. Oppure si è già - senza nemmeno accorgersene - sulla strada di Lutero, Calvino e compagnia...

E se poi il Magistero contemporaneo, nella persona del suo detentore in sommo grado, cioè Papa Benedetto XVI, continua a dire che il problema è l'interpretazione, l'ermeneutica e l'applicazione dei documenti conciliari, possiamo ancora sentire dire che il problema sia insito nei testi stessi del Concilio e nei suoi insegnamenti, o non è più (teo)logico dire che è insito in chi - non solo per troppo spingersi avanti, ma anche per troppo guardare indietro - non sa interpretarli rettamente e accoglierli nel loro significato autentico (cioè autorevole e che, lo ricordo, è dichiarato dal Magistero stesso, non dai teologi o dai bloggers....).

Vi prego, dunque, cari commentatori, non pretendete di insegnare ciò che il Magistero non insegna o dovrebbe insegnare. E' un dato tradizionale che la "chiesa discente" accolga, non formuli, il magistero, non è così? E - se avete tempo - provate a rileggere i documenti del Concilio, iniziando da quelli intitolati Costituzioni dogmatiche. Leggeteli come stanno e per quello che sono, con le loro note e i loro rimandi. Potrebbero riservare più di una sorpresa. Lo ripeto: il latino non vi difetta, usatelo dunque!
un po' di vescovi durante una sessione plenaria del Concilio Vaticano II

venerdì 9 marzo 2012

L'occhio Vaticano non dorme mai

Come sapete gli indirizzi vaticani non sono rilevati da Google Analytics, che proprio non li vede (o se li vede non te lo dice...). Ma altri avvisi arrivano ai blogger cattolici, che aspettano sempre, come graditi ospiti, gli officiali della Santa Sede. Eccone uno, rimasto "impigliato" nelle maglie delle statistiche.
Consiglio: dovrebbe aggiornare il browser. Non è per nulla consigliato usare oggi Explorer 7, un po' troppo vecchiotto, come mi indica il log file di questa visita; è a rischio malintenzionati.
E di questi tempi ce ne sono parecchi di malintenzionati tecnologici contro le risorse internet del Vaticano... Meglio aggiornare gli antivirus, i firewalls, ma anche i browsers dei singoli computer, per non lasciare alcun varco aperto nelle sacre mura digitali.

giovedì 8 marzo 2012

Cardinali cinguettanti e gli hacker vaticani

Ci stiamo appena riprendendo dallo "shock" per l'attacco riuscito di Anonymous contro il sito del Vaticano (leggi qui i particolari), con tanto di rivendicazioni farneticanti, che ci viene incontro quest'altra, incredibile, notizia:

(ANSA) - ROMA, 8 MAR ore 20:18 - Un falso tweet in 4 lingue, sul profilo Twitter intestato al cardinale Tarcisio Bertone, questa sera ha annunciato l'avvenuta morte di papa Benedetto XVI. Naturalmente una notizia falsa. ''E' una cosa senza alcun fondamento, sia il tweet che la notizia riportata'', ha spiegato, interpellato dall'ANSA, il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi. ''Una cosa che non ha senso, priva di ogni credibilita' - ha aggiunto - e quindi non degna di qualsiasi attenzione''.

Ma che cosa è notizia falsa? Non si capisce! Che è morto il Papa? Che il Cardinale abbia un profilo Twitter? Che ci sia stato un falso tweet in 4 lingue? Padre Lombardi dice che è "senza alcun fondamento" sia il tweet che la notizia riportata. Ma si riferisce al contenuto o all'esistenza del tweet stesso? Non è la stessa cosa, ovviamente.
Eccovi la "foto" della schermata incriminata. Ma sarà veramente di Bertone la pagina? Io non lo so, certo dice di essere "pagina ufficiale" e non è stata smentita nelle sue pretese, né, finora, rimossa (vedi qui se c'è ancora)
Insomma, non abbiamo capito se Bertone ce l'ha davvero twitter e lo usa, e qualcuno si è introdotto nel suo account per confezionare una notizia falsa, o se è proprio inventato che il Cardinale si cimenti con i cinguettii dell'uccellino azzurro e quindi sia tutta una montatura anche l'affermazione che Bertone usi normalmente Twitter.
Mi chiedo: come si fa a scrivere un take di agenzia di questo genere?
E ancor di più chiedo a voi, cari lettori: non vi sembra che cardinali, vescovi, papi e altri rappresentanti di istituzioni dovrebbero rinunciare ad usare personalmente (ovvero a nome proprio) i social network che li espongono a queste tristi situazioni? Lo so che fa molto "cool" e giovanile. Però non mi sembra serio che coloro che dovrebbero tutelare l'immagine di una istituzione ecclesiale, la quale normalmente usa portavoce e filtri appositi, poi scavalchi tutto con l'uso dei famigerati FaceBook e Twitter, esponendosi a inevitabili errori o dicerie.
Che ci sia più di un cardinale personalmente "twittante" non è un mistero. Che gli account siano sempre forzabili è un fatto, e quelli attribuiti a persone in vista sono più appetitosi per gli hacker (e quelli dei Cardinali segretari di Stato, sono parecchio ghiotti come eventuale bersaglio di giovani curiali in vena di prendere in giro il loro superiore, già tanto bersagliato di recente...)
Con gli attacchi in corso da parte di vari pirati informatici contro il Vaticano, non sarebbe il caso di difendere anche i singoli utenti, magari un po' attempati e perciò non proprio addentro alle "nuove tecnologie"? E' solo una domanda...