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lunedì 27 novembre 2017

Medjugorje. Le prime apparizioni raccontate dalla veggente Vicka

Presentiamo il libro di recente ripubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova, originariamente intitolato nel 1985: "Mille incontri con la Madonna", e oggi, significamente modificato in "Medjugorje. Le prime apparizioni raccontate dalla veggente Vicka" . E' da notare che l'edizione degli anni '80, introvabile, è addirittura valutata su Amazon più di 300 euro sul mercato dell'usato (vedi qui)! Il libro è una pietra miliare a proposito della conoscenza del fenomeno Medjugorje nei suoi primissimi passi, ben prima della enorme pubblicità ricevuta e della commercializzazione che ne è seguita. E' inoltre testimonianza inattaccabile del cambiamento "inspiegabile" tra la modalità peculiari e infantili delle prime "apparizioni" e la modalità che poi è diventata classica: visione, messaggi...ecc.

Contenuto
Riedizione in una veste grafica nuova dell’importante documento storico pubblicato nel 1985, e subito riedito nel 1986, dalle Edizioni Messaggero Padova: la trascrizione delle registrazioni dei colloqui tra padre Janko Bubalo e Vicka, la maggiore dei «veggenti» di Medjugorje. P. Janko interrogò in maniera familiare e vivace, talvolta scherzosa, ma al tempo stesso incalzante e precisa Vicka facendosi raccontare, fin nei particolari più discussi o irritanti, i primi tre anni di apparizioni: dal 24 giugno 1981 al 31 dicembre 1983. Sono quindi pagine che rappresentano una testimonianza storica unica e imprescindibile per la conoscenza dei fatti. La Premessa alla prima edizione italiana fu firmata dai curatori dell’opera: il francescano Smiljan-Dragan Kožul e il paolino, divenuto poi celebre come esorcista della diocesi di Roma, Gabriele Amorth. Unica novità presente della nuova edizione è la Prefazione del mariologo Gian Matteo Roggio, docente presso la Pontificia facoltà teologica Marianum di Roma, che aiuta a comprendere, nell’attuale contesto storico ed ecclesiale, il valore di queste pagine.
Ecco un estratto dell'introduzione alla nuova edizione del libro e l'indice del testo:
Qualche battuta interessante dal testo: 
PADRE JANKO: Il 2 agosto 1981 [...] dopo che avete pregato, la Madonna ha detto che tutti i presenti potevano toccarla. Dicono che la gente si era messa in fila e che ad uno ad uno si avvicinavano e la toccavano. Marija indicava loro dov'era. 
VICKA: Va' avanti. 
PADRE JANKO: È capitato un fatto strano. Dal contatto delle mani di molti, rimaneva la macchia sulla Madonna, tanto che alla fine l'abito della Madonna sembrava tutto sporco e macchiato. 
VICKA: Questo lo so. Quando la toccavano quelli che avevano il cuore impuro, rimaneva sulla Madonna una specie di macchia. (!!!!)

Per acquistarlo:

giovedì 18 settembre 2014

San Giuseppe da Copertino - conferenza di p. Luigi Marioli sulla spiritualità e mistica del Santo dei voli

La figura del mistico francescano conventuale san Giuseppe da Copertino, che celebriamo il 18 settembre, interroga in particolare quanti sono "allergici" ai fenomeni straordinari. Nel caso di Giuseppe da Copertino, come ci spiega fra Luigi Marioli, frate storico e direttore del Museo della Basilica di Assisi, i tanti "esami" dell'Inquisizione e della Santa Sede sono stati utilissimi a comprovare in maniera insindacabile i suoi impressionanti carismi (pensiamo al volo). Passò anni rinchiuso al Sacro Convento, davvero un'aquila in voliera, e sempre sereno e obbediente. Davvero un esempio di vita religiosa. Si chiede fra Luigi: "Cosa avrebbe detto Newton, padre della gravità, se l'avesse visto?". Il povero e ignorante Giuseppe, rifiutato dai francescani riformati, rifiutato dai cappuccini, e alla fine accettato a fatica tra i conventuali, continua a lasciare tutti "a bocca aperta".
Ascoltiamo l'interessantissima conferenza tenuta l'anno scorso ad Assisi dall'esperto francescano: ci racconta il significato profondo degli evidenti fenomeni mistici che hanno accompagnato tutta la vita di san Giuseppe da Copertino.


Altri post sul Santo:
San Giuseppe da Copertino, il francescano che volava: visita virtuale al Santuario di Osimo

Un frate troppo santo: san Giuseppe da Copertino

lunedì 25 febbraio 2013

E il papa disse: sono come Pietro chiamato a contemplare Gesù, (non sono Mosè sul monte)

In questi giorni abbiamo visto come titolo di apertura di molti quotidiani la frase del Card. Ravasi, pronunciata all'inizio degli esercizi spirituali quaresimali della Curia Romana. Il Papa che si ritira in preghiera, secondo il Cardinale biblista, sarebbe stato come Mosè sul monte, che prega per Istraele mentre sotto, in pianura, ferve la battaglia che impegna il popolo di Dio.

All'Angelus di ieri, però, il Papa ha scelto di identificarsi non con Mosé (per es.non ha chiesto ai Cristiani di "tenergli su le mani", non ha detto che la sua preghiera servirà qualche buona battaglia in particolare... ), si è invece identificato con Pietro, il Pietro del vangelo della II domenica di Quaresima. Come Pietro, anche Benedetto dice di sé di sentirsi: "chiamato da Gesù" a salire il monte della contemplazione, per fermarsi davanti al volto trasfigurato di Cristo, in "ritiro spirituale". Questa affermazione è dirompente, e rilancia nella Chiesa attuale, tutta presa da strategie, attività e laboratori di evangelizzazione, il primato della preghiera contemplativa contro l'"attivismo". Marta e Maria, ancora una volta a confronto. E il Papa ha scelto la parte migliore: dare "ascolto" in maniera totale ed esclusiva a Gesù. E nessuno può lamentarsi - come Marta - perché dà troppa attenzione a Gesù e non sta "a servirlo" nelle fatiche del ministero a cui ha dedicato già tutti gli anni della sua vita. Benedetto XVI sta dicendo che la cosa più importante per il Cristiano è Cristo e il dedicarsi a lui completamente. Più importante del Papato. E infatti Benedetto lascia tutto per dedicarsi completamente, nel tempo che gli rimane da vivere, alla contemplazione. Questo è il suo esempio più grande e la sua predica più importante. Davvero il Papa adempie il nome che si è scelto in ossequio al padre del monachesimo occidentale, che ha insegnato a "non anteporre nulla al servizio di Dio", intendendo il servizio della preghiera, della lode e della vita contemplativa. Nulla, neppure la guida della Chiesa. E se a qualcuno ciò sembra scandaloso, è bene che ricordi che già nel Medioevo i teologi e i canonisti discutendo dei motivi che giustificano la rinuncia al ministero petrino mettevano sopra ogni altra ragione il desiderio di dedicarsi alla contemplazione in maniera esclusiva.
Sorprendente solo per quanti pensano che un Papa sia una specie di monarca e continuano a confondere la Chiesa con una qualunque società quotata in borsa.
La vita contemplativa è per Benedetto il suo modo di servire la Chiesa. Non per nulla si ritira in quello che tutti gli effetti è un monastero di clausura. Il papa tradizionale non poteva che dare un messaggio che più tradizionale non si può: la scelta di abbandonare il mondo per dedicarsi a Dio è la forma più alta di vita cristiana, la vita religiosa che guarda in sù, e porta in sù non solo se stessi, ma tutta la Chiesa. Non è infatti un "isolarsi dal mondo" o "abbandonare la Chiesa", ma mettere il mondo in migliore comunicazione con Dio. Preghiera che diventa mistica carità operosa adatta ad un anziano vescovo. Attenzione, la scelta teologica ha grosse implicazioni. E sapete che il Papa non dice nulla a caso. A me pare, dunque, che papa Ratzinger dica: la mia preghiera non sarà tanto preghiera di intercessione o di lotta spirituale, ma la preghiera contemplativa di chi, finalmente, può mettersi in pace a dire "che bello per noi stare qui" con te Signore e insieme, proprio con questo atto, servo la Chiesa che, in larghe componenti, si è dimenticata del primato di Dio.
A quanti non capiscono più la scelta monastica, la vita della clausura, "l'inutilità" della preghiera contemplativa, Benedetto dà la lezione più grande e afferma: la Chiesa non esiste se non per mostrare Cristo e riflettere la sua luce, tutto il resto è mezzo, utile, buono ma mezzo, non fine. Il fine è vedere Dio e portare gli altri a vederlo! Il Papa dà l'esempio: vuole essere lo specchio della luce che viene dal volto trasfigurato di Cristo, per mostrare che a Cristo sempre e solo a lui va dato il primo posto, il posto centrale.

giovedì 17 gennaio 2013

I monaci di sant'Antonio abate oggi: il deserto fiorisce di preghiera

Anche oggi, in onore del padre dei Monaci, sant'Antonio del deserto, vi propongo un piccolo documentario, sulla vita monastica di oggi nella chiesa egiziana, direttamente discendente dai primi abitatori cristiani delle solitudini alla ricerca di Dio solo. Se volete leggere alcuni dei suoi apoftegmi (frasi famose) cliccate qui.

E qui qualche spunto sulla vita di Antonio, patriarca dei contemplativi.

giovedì 3 gennaio 2013

Meditazione di san Bernardo sul potere terapeutico del Nome di Gesù


Un pensiero meditativo di san Bernardo abate sulle proprietà del Nome santissimo di Gesù. Dal sermone che vi posto qui, attinge a piene mani anche sant'Antonio di Padova per il suo Sermone festivo in occasione della Circoncisione del Signore (§6) e lo hanno ben presente pure tanti altri predicatori francescani che diffonderanno la devozione al Santo Nome di Gesù:

BERNARDO DI CLAIRVAUX (CHIARAVALLE), Sermoni sul Cantico dei cantici,15, in "Opere di San Bernardo", vol. V/I, prima parte I-XXXV, ed. F. Gastaldelli et alii, Milano 2006, 202-204:

IN NOMINE IESU CHRISTI NAZARENI, SURGE ET AMBULA Nec tantum lux est nomen lesu, sed et cibus est. An non toties confortaris, quoties recordaris? Quid aeque mentem cogitantis impinguat? Quid ita exercitatos reparat sensus, virtutes roborat, vegetat mores bonos atque honestos, castas fovet affectiones? Aridus est omnis animae cibus, si non oleo isto infunditur; insipidus est, si non hoc sale conditur. Si scribas, non sapit mihi, nisi legero ibi lesum. Si disputes aut conferas, non sapit mihi, nisi sonuent ibi lesus. Iesus mel in ore, in aure melos, in corde iubilus.
Sed est et medicina. Tristatur aliquis nostrum? Veniat in cor Iesus, et inde saliat in os: et ecce ad exortum nominis lumen, nubilum omne diffunditur, redit serenum Labitur quis in crimen? Currit insuper ad laqueum mortis desperando? Nonne, si invocet nomen vitae, confestim respirabit ad vitam? Cui aliquando stetit ante faciem salutaris nomini duritia, ut assolet, cordis, ignaviae torpor, rancor animi languor acediae? Cui fons forte siccatus lacrimarum, invocato lesu, non continuo erupit uberior, fluxit suavior? Cui in periculis palpitanti et trepidanti, invocatum virtutis nomen non statim fiduciam praestitit, depulit metum? Cui, quaeso, in dubiis aestuanti et effluctuanti, ad invocationem clari nominis non subito emicuit certitudo? Cui in adversis diffidenti, iamiamque deficienti, si nomen adiutorii sonuit, defuit fortitudo? Nimirum morbi et languore animae isti sunt, illud medicina. Denique et probare licet: INVOCA ME, inquit, IN DIE TRIBULATIONIS: ERUAM TE, ET HONORIFICABIS ME. Nihil ita irae impetum cohibet, superbiae tumorem sedat, sanat livoris vulnus, restringit luxuriae fluxum, restinguit libidim flammam sitim temperat avaritiae, ac totius indecoris fugat pruriginem. Siquidem cum nomino Iesum, hominem propono mitem et humilem corde, benignum, sobrium, castum, misericordem, et omni denique honestate ac sanctitate conspicuum, eumdemque ipsum Deum omnipotentem, qui suo me et exemplo sanet et roboret adiutorio. Haec omnia mihi sonant, cum insonuerit Iesus.
Sumo itaque mihi exempla de homine, et auxilium a potente: illa tamquam pigmentarias species, hoc tamquam unde acuam eas; et facio confectionem, cui similem medicorum nemo facere possit.
 Hoc tibi electuarium habes, o anima mea, reconditum in vasculo vocabuli huius, quod est Iesus, salutiferum certe, quod que nulli umquam pesti tuae inveniatur inefficax. Semper tibi in sinu sit, semper in manu, quo tui omnes in Iesum et sensus dirigantur et actus Denique et invitaris: PONE ME, inquit, SIGNACULUM IN CORDE TUO, SIGNACULUM IN BRACHIO TUO. Sed hoc alias Nunc vero habes unde et brachio medearis et cordi Habes, inquam, in nomine Iesu, unde actus tuos vel pravos corrigas, vel minus perfectos adimpleas; item que unde tuos sensus aut serves, ne corrumpantur, aut, si corrumpantur, sanes.
«NEL NOME DI GESÙ CRISTO NAZARENO, ALZATI E CAMMINA» (At 3,6) II nome di Gesù non è soltanto luce, ma è anche cibo. Non ti senti forse rinforzato ogni volta che lo ricordi? Cosa nutre di più la mente di chi lo pensa? Cosa ristora, in uguale misura, i sensi affaticati, rafforza le virtù, fa crescere i comportamenti buoni ed onesti, alimenta gli affetti casti? Ogni cibo dell'anima è arido, se non è intriso di quest'olio; è insipido, se non è reso gustoso con questo sale. Se scrivi, per me non ha sapore, se non vi leggerò Gesù. Se discuti o discorri, per me non ha sapore, se non vi risuonerà Gesù. Gesù, miele nella bocca, melodia nell'orecchio, giubilo nel cuore.

Ma è anche medicina. Qualcuno di noi è triste? Gesù venga nel cuore, e di là salga nella bocca: ed ecco, al sorgere della luce del nome, ogni nube si dissipa, torna il sereno. Qualcuno cade in una colpa? Peggio, corre, senza più speranza, al laccio di morte? Non è forse vero che, se invocherà il nome della vita, immediatamente riprenderà fiato per la vita? Com'è possibile che, alla presenza del nome della salvezza, duri a lungo — come talvolta accade — la durezza del cuore, il torpore dell'ignavia, il rancore dell'animo, il languore dell'accidia? A chi la fonte delle lacrime, disseccata per caso, non sgorgò subito più abbondante, non fluì più soave, dopo aver invocato Gesù? A chi, sbigottito e trepidante fra i pericoli, l'invocazione del nome della potenza non donò all'istante fiducia, non allontanò il timore? A chi, domando, - mentre era agitato e inquieto fra i dubbi - all'invocazione del nome luminoso, non brillò all'improvviso la certezza? A chi mancò la fortezza se, mentre ormai aveva perso la fiducia e stava per venir meno, risuonò il nome di colui che viene in soccorso? Senza dubbio queste sono malattie e debolezze dell'anima, quel nome è la medicina. E si può anche provare: «Invocami — dice — nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria» (Sal 49(50),15). Niente trattiene altrettanto efficacemente l'impeto dell'ira, placa il gonfiore della superbia, guarisce la ferita del livore, limita il moto impetuoso della lussuria, spegne la fiamma della libidine, tempera la sete dell'avarizia e allontana la voglia di tutto ciò che è disonorevole. In verità, quando nomino Gesù, mi pongo davanti un uomo mite e umile di cuore, generoso, sobrio, casto, misericordioso, insomma, straordinario in ogni cosa onesta e santa e, contemporaneamente, il medesimo Dio onnipotente che mi guarisce con il suo esempio e rafforza con il suo aiuto. Tutte queste cose risuonano per me, quando percepisco l'eco interiore potente: di Gesù. Così prendo, per me, esempi da lui, come uomo, e aiuto da lui perché potente: quelli come essenze aromatiche, questo per renderle più efficaci; e confeziono un preparato che nessun medico è in grado di preparare.

Anima mia, hai questo farmaco, nascosto nel piccolo vaso di questo nome, che è Gesù, sicuramente portatore di salvezza, e che non si dimostrerà mai inefficace nei confronti di nessuna tua malattia. Sia sempre nel tuo petto, sempre nella tua mano, affinché tutti i tuoi sensi e le tue azioni siano orientati a Gesù. Infine, sei anche inviata. Dice la Scrittura: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio» (Ct 8,6). Ma di questo parleremo un’altra volta. Ora hai ciò con cui guarire sia il braccio sia il cuore. Tu hai – ripeto -, nel nome di Gesù, ciò con cui puoi, o correggere le tue azioni malvagie, o perfezionare quelle meno perfette; allo stesso modo hai ciò con cui custodire i tuoi sensi affinché non si corrompano o, con cui guarirli, se si corrompessero.


mercoledì 26 dicembre 2012

Gesù è nato per poter morire, è stato rivelato nel Battesimo in vista della Risurrezione

Oggi, passate le grandi celebrazioni festive, con il loro carico di emozioni, possiamo meditare meglio il significato teologico globale delle feste natalizie. Lo facciamo aiutati dall'Oriente cristiano, nei cui testi liturgici si è mantenuto maggiormente il senso primitivo e profondo del collegamento intimo e indissolubile tra Incarnazione ed Epifania del Signore e Passione e Risurrezione.
Leggiamo e a ascoltiamo, nella sua meditativa versione araba, l'inno del Natale della Chiesa bizantina (sia cattolica che ortodossa) e facciamo qualche considerazione sul parallelismo tra Natale e Pasqua:


Ed ecco qui la traduzione in italiano degli Inni di Natale (ascoltato nel video) e di Pasqua, il parallelismo è evidente:

Inno per il Natale
Natività / Teofania (Battesimo di Gesù)

Oggi, Colui che tiene l’intera creazione nella sua mano è nato da una vergine.

Colui la cui essenza nessuno può toccare è avvolto in fasce come un uomo mortale.

Dio, che in principio ha foggiato i cieli giace in una mangiatoia.

Colui che fece piovere la manna per il suo popolo nel deserto è nutrito con latte dal seno di sua madre.

Lo Sposo della Chiesa, raduna gli uomini sapienti.

Il Figlio della Vergine accetta i loro doni.

Adoriamo la tua Natività, o Cristo!
Adoriamo la tua Natività, o Cristo!
Adoriamo la tua Natività, o Cristo!

Mostraci anche la tua gloriosa Teofania!
Inno per la Pasqua
Passione/ Risurrezione

Oggi, Colui che sospese la terra sulle acque è sospeso sul legno.

Il Re degli angeli è ricoperto con una corona di spine.


Colui che avvolge il cielo in una nube è avvolto nella porpora di derisione.

Colui che ha liberato Adamo nel Giordano è schiaffeggiato sul volto.


Lo Sposo della Chiesa è appeso sulla croce con i chiodi.

Il Figlio della Vergine è trafitto con una lancia.

Adoriamo la tua Passione, o Cristo!
Adoriamo la tua Passione, o Cristo!
Adoriamo la tua Passione, o Cristo!

Mostraci anche la tua gloriosa Risurrezione!
.

I versi liturgici e gli inni per il Natale e l’Epifania, tempo chiamato: "la Pasqua dell’incarnazione di Cristo e della sua manifestazione nella carne", ripetono coscientemente, passo passo, quelli della Pasqua, la Pasqua della morte e risurrezione di Cristo. La nascita del Signore e il battesimo sono dunque collegati direttamente al suo morire e risorgere. Egli è nato per poter morire, come dicevano i Padri. È stato battezzato per essere risuscitato. Nella Teofania al Battesimo del Giordano, ci viene infatti manifestata la potenza della Trinità, e colui che è disceso, per la forza dello Spirito, torna a risalire dalle acque. Come Cristo entrerà nella morte e ne uscirà con la Risurrezione. Nell'Epifania ci viene mostrata la divinità dell'uomo Gesù, come nella sua Risurrezione, mentre nella Natività ci viene rivelata l'umanità di Dio, proprio come la vediamo sulla croce e nel sepolcro:
La Pasqua della sua Croce è stata preparata dalla Pasqua della sua Venuta. La Pasqua della sua Risurrezione è stata iniziata dalla Pasqua della sua Incarnazione. La Pasqua della sua Glorificazione è stata preannunciata dalla Pasqua del suo Battesimo. Questo è ciò che i cristiani celebrano ogni anno, quella che padre Alexander Schmemann è stato il primo a chiamare “la Pasqua invernale”.
(da The Winter Pascha, di Thomas Hopko, fonte).

mercoledì 10 ottobre 2012

L'arte della Fede: Riflettere sull'arte musicale di Bach, "in ascolto di Dio"

Segnalo un'importante iniziativa di formazione teologico-musicale che può interessare moltissimo chi voglia penetrare il pensiero, la musica e la spiritualità di un gigante dell'arte per la liturgia:


L’Istituto teologico dei frati Minori Conventuali di Padova, per l’anno 2012-2013 la Scuola di formazione teologica in collaborazione con la Scuola di spiritualità propone un Corso straordinario di carattere teologico-musicale. L'arte per la liturgia - come è la musica di Bach - parla di Dio e si pone a servizio della verità rivelata, interpretando la Parola di Dio rivestita di note.

Gli incontri del Corso straordinario si tengono dalle ore 19.00 alle 20.45 presso l’Aula Magna dell’Istituto Teologico "Sant'Antonio Dottore" dei Francescani Conventuali, sito in via San Massimo 25 a Padova (con ampio parcheggio). Qui tutte le indicazioni.

Il corso straordinario che si apre a novembre sarà curato e tenuto dal M° RUGGERO LIVIERI, concertista e docente di Organo e Composizione organistica al Conservatorio “Pollini” di Padova, e avrà per titolo «Johann Sebastian Bach. In ascolto di Dio».

L’intento dell’iniziativa è quello di avvicinare la figura e la musica di un autore che ha segnato in modo indiscutibile la storia della spiritualità cristiana. Gli approfondimenti teorici e l’ascolto di brani musicali permetteranno di oltrepassare il varco luminoso spalancato dall’arte di Bach per cercare di entrare in contatto con il suo modo di “parlarci” di Dio.
Come ha osservato lo stesso Benedetto XVI, raccontando un episodio capitatogli nel corso di un concerto di musiche di Bach, «al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c’era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio”».

Il Corso è aperto non solo agli studenti della Scuola, ma a chiunque fosse interessato alle tematiche proposte o a singole lezioni. Ai partecipanti sarà chiesto un piccolo contributo spese.

Le date e le tematiche degli incontri sono le seguenti:

• giovedì 8 novembre
J.S. Bach: l’uomo, il genio e la sua epoca

• giovedì 15 novembre
J.S. Bach: un cristiano luterano

• giovedì 22 novembre
J.S. Bach: musica, liturgia e spiritualità

• giovedì 29 novembre
I capolavori: Messa in si minore BWV 232

• giovedì 6 dicembre
La musica organistica: riferimenti teologici e simbolici (I parte)

• giovedì 13 dicembre
La musica organistica: riferimenti teologici e simbolici (II parte)

Per favorire l’ascolto dal vivo di alcune composizioni di J.S. Bach, che il M° Ruggero Livieri eseguirà sul pregiatissimo organo in stile nordico “Francesco Zanin”, i due ultimi incontri si svolgeranno presso la chiesa di S. Antonio abate, presso il collegio universitario “don Nicola Mazza”, in via Savonarola 176 a Padova, dalle ore 19.00 alle ore 20.45. In tale sede il Maestro Livieri copre la carica di organista titolare e direttore artistico delle attività culturali musicali.

lunedì 6 agosto 2012

Trasfigurazione del Signore: il canto bizantino in tutte le lingue

Un bel video ci offre la possibilità di ascoltare il Tropario della festa della Trasfigurazione del Signore, una delle 12 feste maggiori del calendario bizantino, in varie lingue. Lo stesso testo del canto proprio della festa assume melodie diverse a seconda del genio del popolo e della cultura locale. Ma il mantenere lo stesso tono del canto modale (il tono 7) assicura una unità ad un livello profondo, anche se non percepibile da tutti. Dice dunque questo canto:
Quando, o Cristo nostro Dio, fosti trasfigurato sul monte, hai rivelato la tua gloria ai tuoi discepoli nella misura in cui potevano riceverla. Fa risplendere la Tua luce eterna anche a noi peccatori, attraverso l'intercessione della Madre di Dio. O Elargitore di luce, gloria a Te.


Slavonico ecclesiastico
Преобразился еси на горе, Христе Боже, показавый учеником Твоим славу Твою, якоже можаху, да возсияет и нам, грешным, Свет Твой присносущный молитвами Богородицы, Светодавче, слава Тебе

Spagnolo
Cuando Te transfiguraste, Oh Cristo Dios, en la montaña; Revelaste Tu Gloria a los discípulos según ellos pudieron contemplar. Haz resplandecer Tu Luz Eterna sobre nosotros pecadores; Por las intercesiones de la Madre de Dios; ¡Tú que otorgas la luz, gloria a ti!

Arabo
ما تجلّيت أيها المسيح الإله في الجبل، أظهرتَ مجدك للتلاميذ حسبما استطاعوا، فأشرق لنا نحن الخطأة نورك الأزلي، بشفاعات والدة الإله، يا مانح النور المجد لك.

Slavonico (translitterato polacco)
Przemieniłeś się na górze Chryste Boże, ukazując chwałę swoją Twoim uczniom, na ile ujrzeć mogli.
Niech zajaśnieje i nam grzesznym Twoja światłość Wiekuista; przez modlitwy Bogurodzicy, Światłości dawco, chwała Tobie.

Inglese
When, O Christ our God, Thou wast transfigured on the mountain, Thou didst reveal Thy glory to Thy Disciples in proportion as they could bear it. Let Thine everlasting light also enlighten us sinners, through the intercessions of the Theotokos, O God Thou Bestower of light, glory to Thee.

Romeno
Schimbatu-te-ai la faţă în munte, Hristoase Dumnezeule, arătându-le ucenicilor Tăi slava Ta, pe cât li se putea. Srăluceşte şi nouă, păcătoşilor, lumina Ta cea pururea fiitoare, pentru rugăciunile Născătoarei de Dumnezeu, Dătătorule de lumină, slavă Ţie

Greco
Μετεμορφώθης ἐν τῷ ὄρει Χριστὲ ὁ Θεός, δείξας τοῖς Μαθηταῖς σου τὴν δόξαν σου, καθὼς ἠδυναντο. Λάμψον καὶ ἡμῖν τοῖς ἁμαρτωλοῖς, τὸ φῶς σου τὸ ἀΐδιον, πρεσβείαις τῆς Θεοτόκου, φωτοδότα δόξα σοι

Slavonico ecclesiastico (secondo una popolare melodia polacca)
Preobraziłsia jesi na hore, Christie Boże, pokazawyj uczenikom Twoim sławu Twoju jakoże możachu:
da wozsijajet i nam hresznym swiet Twoj prisnosuszcznyj, molitwami Bohorodicy, Swietodawcze, sława Tiebie

giovedì 2 agosto 2012

La verità su Medjugorje: la chiarezza di Don Andrea, esempio per tutti i preti

Ho recuperato solo oggi, quasi per caso, (forse ispirato da Santa Maria degli Angeli) questo chiarissimo video-messaggio di Don Andrea Caniato (del 19 luglio), che specifica - testi e documenti ecclesiali alla mano - le questioni gravi che ruotano attorno al "fenomeno di Medjugorje", secondo la verità finora riconosciuta dalla Chiesa.
Questo comporta - ribadiamolo - che nessuno, fosse pure prete o conduttore radiofonico, può in nessun modo presentare come autentiche le presunte rivelazioni private che sono asserite ripetersi da decenni, a partire dalle pertinenze della parrocchia di San Giacomo di Medjugorje, per poi estendersi praticamente dovunque viaggino i presunti veggenti. 
Ringraziamo Don Andrea di Bologna per la concisione e precisione del suo messaggio, che offre un vero servizio di verità ai fedeli, troppo spesso sballottati da emozioni o da interessati organizzatori di "pellegrinaggi" a luoghi che NON sono santuari. Potete consigliare questo video e farlo conoscere. Il messaggio è - in sintesi - tutto ciò che un buon prete dovrebbe sapere, conoscere e riferire - allo stato attuale - a proposito delle pretese visioni e apparizioni della Gospa.
Per approfondire la conoscenza dei documenti presentati, potete far riferimento a questo articolo. Per conoscere nel dettaglio la questione di Medjugorje, dal punto di vista documentale, storico e scientifico, potete informarvi su questo sito.

lunedì 30 luglio 2012

Sant'Ignazio parla di sè: il racconto di un pellegrino

La festa di sant'Ignazio di Loyola, sacerdote, fondatore della Compagnia di Gesù, ci stimola ogni anno a conoscere meglio il suo profilo spirituale, la sua statura di gigante della mistica e della storia stessa della Chiesa. Da devoto ex studente dei Gesuiti, ai quali sarò sempre legato da tanta gratitudine, vi propongo di leggere (o rileggere) l'autobiografia del Santo, molto breve ma intensa, che va sotto il nome di Racconto di un pellegrino. La si trova in formato PDF a questo collegamento. 

Qui vi ricordo i post degli anni scorsi per la ricorrenza ignaziana: 
Le tappe della vita-pellegrinaggio di Ignazio di Loyola:

1491 Nascita di Ignazio Lopez di Loyola ad Azpeitia nella casa-torre della famiglia. È l'ultimo di 13 figli di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona.
1506 Ignazio, orfano di padre e di madre, è ad Arévalo, paggio del ministro delle finanze del re Ferdinando il Cattolico, Juan Velazquez de Cuellar. Qui riceve un'educazione cavalleresca.
1515 Ignazio è accusato di «enormi delitti», commessi ad Azpeitia durante il carnevale. Si ignora come terminò il processo.
1517 Dopo la morte di Juan Velazquez de Cuellar, Ignazio si reca presso il castello di Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra: vi rimarrà fino all'età di 26 anni.
1521 Durante l'assedio della fortezza di Pamplona da parte dei Francesi, Ignazio rimane gravemente ferito alle gambe da una palla di cannone e viene ricondotto a Loyola. Alla vigilia della festa di San Pietro, verso il quale aveva una speciale devozione, comincia lentamente a migliorare. Durante la convalescenza, non trovando in casa i racconti cavallereschi da lui preferiti, legge la Vita di Cristo di Ludolfo il Certosino e la Leggenda aurea (vite di santi) di Giacomo da Varazze. Nell'autunno ebbe luogo la conversione di Ignazio. Desidera seguire l'esempio dei grandi santi, in particolare Francesco d'Assisi e san Domenico, e mettersi al servizio di Cristo con una fedeltà cavalleresca maggiore di quella prestata ai signori della terra.
1522 Ignazio si reca prima a Aranzazu (santuario vicino a Loyola) e poi a Montserrat (poco distante da Barcellona), presso l'abbazia benedettina, dove fa la confessione generale della sua vita. Alla vigilia della festa dell'Annunciazione, trascorre tutta la notte in preghiera in una singolare «veglia d'armi». Quindi depone le suoi abiti cavallereschi e, vestito da pellegrino, parte per Manresa, dove conduce per più di un anno una vita di preghiera e penitenza. Ignazio comincia a scrivere gli Esercizi Spirituali. Presso il fiume Cardoner «riceve una grande illuminazione», da cui esce profondamente trasformato.
1523 Ignazio arriva a Barcellona, da dove vorrebbe imbarcarsi per Gerusalemme. Si imbarca invece per Gaeta e da qui si dirige verso Roma, dove arriva la domenica delle Palme. Incontra il papa Adriano VI, che benedice il suo prossimo pellegrinaggio nei luoghi santi. Da Venezia parte per la Terra Santa. Visita Gerusalemme, il Santo Sepolcro, Betania, Betlemme, il Giordano, il Monte degli olivi, e vorrebbe fermarsi in quei luoghi, ma deve rinunciare al suo progetto perché il superiore dei Francescani glielo proibisce.
1524 Rientra a Venezia, va a Genova e da qui si imbarca per Barcellona, dove comincia, a trentatré anni, a studiare la grammatica latina.
1526 Studente di filosofia e teologia ad Alcalá. Altri compagni si aggiungono a lui: Calixte de Sa, Juan de Arteaga, Lope de Cáceres e un giovane francese, Jean de Raynald. Ignazio e i suoi quattro compagni sono inquisiti dal Vicario generale della città. Ignazio, dopo aver tentato di trasferirsi presso l'università di Salamanca, decide di trasferirsi a Parigi.
1528 Nella capitale francese Ignazio rimase fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia. Riunisce attorno a sé alcuni giovani maestri: Pietro Favre,Francesco Xavier, Laínez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla, con i quali nella cappella di Montmartre, il 15 agosto 1534, fa voto di vivere in castità e in povertà e di recarsi a Gerusalemme; se poi per qualsiasi ragione quel pellegrinaggio non si fosse realizzato essi si sarebbero rimessi alla decisione del Papa perché fosse lui a fissare il luogo dove esercitare il loro servizio sacerdotale.
1537 Ignazio si trasferisce in Italia: prima a Bologna e poi a Venezia, dove è ordinato sacerdote. Insieme a Favre e Laínez si avvicina a Roma, rinunciando definitivamente a tornare in Terra Santa. A 14 chilometri a nord della città ha una straordinaria esperienza mistica («visione di La Storta»), che lo conferma nell'idea che portasse il nome di Gesù a quella «Compagnia» o un gruppo di apostoli, che attraverso di loro il Signore Gesù stava facendo nascere.
1538 Ignazio e i suoi compagni si offrono al Papa, secondo il voto di Montmartre. Il papa Paolo III accetta la loro offerta e come prima missione indica loro la catechesi di tutti i bambini delle scuole di Roma. Ignazio celebra la sua prima messa la notte di Natale nella cappella della natività della basilica di Santa Maria Maggiore.
1539 Paolo III approva a voce la formula del nuovo Istituto.
1540 Il 27 settembre Paolo III approva la Compagnia di Gesù con il decretoRegimini Militantis Ecclesiae.
1541 Ignazio è eletto all'unanimità, l'8 aprile, Preposito generale della Compagnia. Chiede una nuova elezione, preceduta da tre giorni di preghiera. Il 13 aprile viene confermata l'elezione di Ignazio, che dopo sei giorni accetta. Il 22 aprile Ignazio e i suoi sei compagni vanno in pellegrinaggio alle sette chiese di Roma, e fanno la professione religiosa nella basilica di S. Paolo fuori le Mura.
1544 Ignazio lavora alla redazione delle Costituzioni
1546 Documento Exponi nobis di Paolo III, che consente a Ignazio di ammettere nell'Ordine dei coadiutori.
1548 Paolo III approva il testo degli Esercizi Spirituali. Ignazio, pur ammalato, continua a occuparsi delle Costituzioni.
1549 Ignazio per la prima volta parla del progetto di fondare il Collegio Romano. La malattia gli impedisce anche di scrivere e di occuparsi dei catecumeni di Roma
1550 Il 21 giugno: decreto: Exposcit debitum di papa Giulio III, che conferma la Compagnia di Gesù. Ignazio completa la stesura delle Costituzioni.
1551 Ignazio tenta invano di dare le dimissioni da Preposito generale. Inaugurazione del Collegio Romano, per il quale redige le prime Regole.
1552 Ignazio si oppone decisamente alla fusione della Compagnia di Gesù con altre congregazioni religiose già esistenti.
1553 Dietro la pressione dei suoi compagni inizia a dettare le sue memorie, comunemente designate come Autobiografia.
1556 Si aggravano le condizioni di salute di Ignazio, che si ritira prima in una casa sull'Aventino, poi rientra nella casa situata vicino alla cappella di Santa Maria della Strada (incorporata nell'attuale chiesa del Gesù di Roma), dove muore il 31 luglio.
1609 Paolo V proclama Ignazio beato.
1622 In una solenne celebrazione nella basilica di San Pietro, Gregorio XV proclama santo Ignazio di Loyola.

lunedì 2 aprile 2012

L'adorazione eucaristica e i primi tre giorni della Settimana Santa


Offri la tua presenza al Signore e lui offrirà a te la sua. Stai davanti a lui, e lui starà in te.

Tradizionalmente il lunedì, martedì e mercoledì della Settimana Santa sono dedicati ad una più intensa preghiera di adorazione dell'Eucaristia, in preparazione alla grande liturgia del Giovedì Santo. Fermarsi in adorazione del Santissimo Sacramento in maniera ripetuta e frequente, aiuta i cristiani in questi giorni santi, a prendere sempre più consapevolezza "orante" della presenza di Gesù tra loro fino alla fine del mondo. La consapevolezza "intellettuale", ovvero anche del contenuto della fede (Gesù presenze con il suo corpo e il suo sangue, anima e divinità sotto le specie del pane e del vino) è un ovvio e necessario requisito. Però non è il tutto, né si rivela sufficiente. Anche il Beato Newman ripeteva spesso che "l'assenso dottrinale", il dire di sì con il nostro intelletto, non può sostituire quello che lui chiamava "l'assenso reale", cioè l'incrollabile fiducia personale risposta nel Signore. Questa viene nutrita e coltivata nella preghiera. L'adorazione eucaristica, tanto raccomandata da Papa Benedetto, fa crescere perciò la nostra certezza "reale", personalmente fatta propria, della presenza invisibile eppure concretissima del Signore Gesù, crocifisso e risorto, tra i suoi, nel Sacramento dell'Eucaristia.
Non perdiamo l'occasione di partecipare a qualche ora di adorazione: la Chiesa in silenzio, senza prediche, senza chiacchiere, tutta presa dal suo Sposo a cui sa solo cantare mentre, con dedizione assoluta, lo contempla con lo sguardo che va al di là del visibile.

lunedì 27 febbraio 2012

Tornielli su Medjugorje sbaglia: "non constat de supernaturalitate" è giudizio negativo.

Non volevo intervenire su queste questioni, sapete che mi tengo per principio alla larga da polemiche. Ma quando i giornalisti non controllano con precisione le loro affermazioni teologiche, per rispetto alla verità, bisogna, con delicatezza, intervenire.
Tornielli - che stimo e ammiro - ha fatto uscire un pezzo su Vatican Insider a proposito dei lavori della Commissione istituita dalla Santa Sede per il "caso Medjugorje". Trovate tutto a questo collegamento.
Il noto giornalista afferma ad un certo punto, riprendendo una errata convinzione, diffusa anche in ambienti ecclesiali:

All’inzio delle apparizioni di Medjugorje era stata costituita una commissione diocesana, la quale aveva poi passato la mano alla Conferenza episcopale della Jugoslavia, che però non era riuscita a pronunciarsi sulla soprannaturalità o meno dei fenomeni, concludendo, nel 1991, con la dichiarazione «non constat de supernaturalitate», cioè «non consta la soprannaturalità»: si tratta della classica espressione prudenziale, non essendo stati i vescovi in grado né di approvare né di bocciare, segno che se non vi erano elementi sufficienti per dire «sì», non vi erano nemmeno prove che si trattasse di una truffa come sostenuto invece dal vescovo di Mostar.

Il verdetto sospensivo, aperto a ulteriori approfondimenti, non è né «sì» né «no». Nel primo caso, infatti, la dichiarazione affermerebbe che «consta» la soprannaturalità, sancendo così il riconoscimento ufficiale. Nel secondo caso, quello negativi affermerebbe che «consta la non soprannaturalità», cioè è stato accertato che il fenomeno non è soprannaturale. 
Ma noi ci chiediamo: davvero "NON constat de supernaturalitate" è un giudizio sospeso? Davvero significa che non è accertato? O la cosa è un tantino diversa. Non rispondo io, ma lascio la parola ad un'intervista del 2008, fatta all'allora mons. Angelo Amato, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. Fu pubblicata da Avvenire il 9 Luglio 2008 a pag. 15 sotto il titolo Tempi e criteri per “giudicare” le apparizioni a firma di Gianni Cardinale. Potete trovare la fonte intera sul sito delle diocesi della Conferenza Episcopale Italiana (Chiesacattolica.it). Sta parlando delle norme e delle modalità generali di indagine in casi di apparizioni o visioni [in rosso i miei commenti]
Eccellenza, cosa può dirci di questo documento sul modo con cui le autorità ecclesiastiche devono comportarsi nel caso di presunte apparizioni e rivelazioni?
Il documento si intitola « Normae S. Congregationis pro doctrina fidei de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationisbus » . Deliberate dalla plenaria di questo dicastero del novembre 1974, papa Paolo VI le approvò il 24 febbraio 1978, e portano la data del giorno successivo. Hanno la firma dei compianti cardinale Franjo Seper e dell’arcivescovo Jean Jerome Hamer, all’epoca rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione.... 

Ma quali sono le competenze dei vescovi e delle Conferenze episcopali riguardo questi fenomeni?

A questa domanda risponde il punto terzo delle Norme. La prima competenza spetta all’ordinario [NdR nel caso Medjugoje gli ordinari del luogo si sono espressi unanimemente contro]. Le Conferenze episcopali regionali o nazionali possono però intervenire se interpellate dall’ordinario o, sempre previo consenso del vescovo locale, se i fenomeni hanno rilevanza regionale o nazionale [Ndr: nel caso Medjugorje la Conferenza episcopale si è espressa con parere negativo]. A questo si aggiunge che la Sede apostolica può intervenire su richiesta del vescovo locale o su richiesta di un gruppo qualificato di fedeli o in ragione della giurisdizione universale del Sommo Pontefice [NdR: per il caso Medjugorje siamo a questo punto, che è come una sentenza di Cassazione, ma nel merito, e la commissione sta facendo il suo lavoro processuale per conto della Congregazione della Dottrina della Fede]. 

E la Sede apostolica interviene attraverso la Congregazione per la dottrina della fede.

Giusto, ed a questo è dedicato il quarto e ultimo punto delle Norme. In esso viene spiegato che la nostra Congregazione deve essere attenta, nel caso che intervenga su richiesta dei fedeli, che non ci siano ragioni sospette dietro, come quella di costringere l’ordinario a mutare sue legittime decisioni o approvare qualche gruppo settario. 

Alla fine di questi procedimenti, quali possono essere le prese di posizione dell’autorità?

Ci può essere l’approvazione, il constat de supernaturalitate, come ha fatto di recente il vescovo di Gap
per le apparizioni di Laus [NdR: il caso di cui si stava occupando Amato all'epoca]. Oppure la disapprovazione, il non constat de supernaturalitate, come ad esempio di non poche manifestazioni pseudomistiche. [NdR: Amato è stato chiaro, ma l'intervistatore insiste con la domanda riportata qui sotto, e Amato taglia corto:] 

Ma il «non constat de supernaturalitate» può essere considerato un giudizio attendista, rispetto a quello negativo che sarebbe il «constat de non supernaturalitate»?

Nelle Norme di cui stiamo parlando si parla solo di constat de e non constat de. Non si fa cenno al constat de non.

[Ndr: la condizione "attendista" esiste ed è spiegata al punto 2b delle Norme, dove si dice che l'autorità ecclesiastica di dovere può esprimere: "per il momento, nulla osta", ma questo, è specificato, non c'entra col giudizio sulla soprannaturalità del fenomeno in esame da parte della commissione, ma è solo una precauzione pastorale, per non soffocare la manifestazione di devozione da parte dei fedeli, dove ancora ci sia da studiare.]
Riepilogando la vicenda Medjugorje, per correggere Tornielli: dopo il grado diocesano di giudizio fortemente  negativo per quanto riguarda la soprannaturalità degli eventi e il grado della Conferenza episcopale (che si esprime con cautela "in base alle indagini eseguite finora", quindi non in modo definitivo, ma in maniera chiara "non si può affermare che si tratti di apparizioni e rivelazioni soprannaturali", che viene spiegato come: "non constat de supernaturalitate"), ora, nell'ultimo grado di giudizio, quello riservato alla Santa Sede, se venisse confermato il non constat de supernaturalitate, non sarebbe emesso un giudizio "sospensivo", ma un parere negativo. 
Non lo dico io, lo dice il Card Amato e con lui le Norme della Congregazione per la Dottrina della Fede, e in tempi non sospetti. Le Norme della Congregazione legano il "non constat" alla proibizione del culto e di altre manifestazione di devozione. 
Certo, si dirà, il Sant'Uffizio anche il 31 maggio 1923, dopo la famigerata "relazione Gemelli" per le stimmate di Padre Pio, dichiarò: "non constat de supernaturalitate" e scattarono tutte le norme repressive. Ma si sa oggi come fu fatta quell'indagine, o meglio come non fu fatta. Il problema allora fu la mancanza di approfondimento e l'emettere un giudizio affrettato. Comunque non era un giudizio "attendista", ma negativo, e Padre Pio ne prese proprio tante: il divieto di confessare e perfino di celebrare la messa. E lui obbedì. Invece i veggenti, nonostante siano stati sottoposti alle stesse dichiarazioni e gli sia stato chiesto silenzio, fin dal 1991, sappiamo cosa hanno continuato a fare in pubblico e dovunque.
A proposito dei criteri con cui giudicare i fatti, oltre ovviamente il criterio dell'assenza di errori per la fede, ci sono anche i criteri negativi c) e d) che ritengono il cercare soldi in connessione con i pretesi fatti soprannaturali (l'agiatezza dei veggenti a seguito dei pellegrinaggi non è buon segno) e gli "atti immorali gravi" connessi con i soggetti dei fatti o i loro sostenitori e seguaci (si veda il caso dei frati francescani dimessi, e in particolare di Vlasic e i suoi atti osceni oltre che le sue eresie).

Dunque, per non continuare a mettere in giro "modi di dire" che non corrispondono ai documenti, ma solo ad un certa "vulgata", diffusa anche da mariologi di una certa fama:
Stando alle NORME IN VIGORE, i membri della commissione voteranno solo "constat de supernaturalite" se a favore, oppure "non constat de supernaturalitate" se contrari. Altrimenti devono chiedere, come lasciano intendere i vescovi a Zara 1991, nuove indagini e più tempo, rimandando il verdetto definitivo, ma con chiarezza indicano che - per il momento - chi volesse affermare che i fatti siano di origine soprannaturale non lo può fare.
Tutto questo non lega le mani all'istanza superiore, che può eventualmente sospendere il proprio giudizio e dire "per il momento NIHIL OBSTAT". Questo è ciò che fece il cardinal Bertone quando, nonostante il giudizio negativo del vescovo del luogo e il giudizio della commissione episcopale locale (che disse: "In base alle indagini eseguite finora non si può affermare che si tratti di apparizioni e rivelazioni soprannaturali."), affermò che si potevano comunque fare pellegrinaggi, con prudenza, se questo non significava avvalorare le apparizioni (26 maggio 1998). E disse questo in perfetta linea con il punto II,2 delle Norme della Congregazione.


Qui trovate, sul sito della diocesi di Mostar, il materiale ufficiale e le dichiarazioni delle autorità ecclesiastiche in italiano.

martedì 10 gennaio 2012

Un documentario da non perdere: La Chiesa altrove. La chiesa che prega, che pratica la carità e subisce il martirio

Il 6 gennaio 2012 è andato in onda su RAI 3 uno splendido - quanto raro oggigiorno - documentario della serie "La grande storia", dedicato a far conoscere gli aspetti meno conosciuti della Chiesa nei luoghi meno frequentati dal grande pubblico. Questi aspetti sono: la vita di preghiera (mostrata attraverso l'ottica della chiesa Siro-cattolica e di rito Copto-cattolico d'Etiopia), la vita di carità e di martirio dei cristiani. Ci vuole coraggio, oggi, a presentare in TV questi aspetti della vita cristiana, soprattutto quello del Martirio, troppo spesso dimenticato dagli stessi credenti. Vedere certe immagini, ascoltare alcune toccanti testimonianze di veri "confessori" della fede, che soffrono ogni giorno per mantenere il Vangelo, è salutare per tutti.

Così il sito di Rai 3 presenta il documentario:
La Chiesa Altrove è un viaggio in giro per il mondo, alla ricerca della Chiesa più remota, quella lontana dalla cupola di San Pietro. Un pellegrinaggio nei luoghi meno conosciuti e più nascosti del Cristianesimo. La Siria, l’Etiopia, l’Uganda, il Pakistan, la Turchia... sono luoghi di frontiera dove abitano donne e uomini che hanno fatto una scelta di vita radicale nel nome della propria fede. In questo modo La Chiesa Altrove mostra un’immagine della Chiesa contemporanea che va oltre l’ufficialità più nota, molto diversa da come è tradizionalmente conosciuta in Occidente.
Il documentario si struttura come un trittico intorno ai tre pilastri fondamentali del Cristianesimo: la prima arcata è dedicata alla Preghiera e al rapporto con il trascendente; la seconda affronta il tema della Carità, non tanto per individuare i grandi protagonisti di questa missione, ma le mille facce anonime della carità nel mondo; la terza campata infine vuole approfondire il tema della testimonianza, che comprende anche il discorso del Martirio cristiano.
Cliccate qui per andare a vedere questo documentario, oppure cliccate sull'immagine qui sotto:

venerdì 16 settembre 2011

Liturgia francescana: l'inno per la festa delle Stimmate di San Francesco

Ri-posto l'inno Crucis Christi che si canta per la festa dell'Impressione delle Stimmate del Serafico Padre San Francesco (17 settembre).
L'inno ripercorre i momenti dell'apparizione a Francesco del Cristo in forma di Serafino sul Monte della Verna.
L'apparizione, una volta svanita, lascerà a Francesco il cuore ardente d'amore, e nelle mani, piedi e costato le piaghe visibili del Salvatore.

Allego anche lo spartito gregoriano (cliccare qui per ingrandire), la traduzione dell'inno, e il video musicale offerto dall'infaticabile Giovanni Vianini. Come vedete la musica è la stessa di Crux fidelis, l'inno del Venerdì Santo. In questo modo si lega musicalmente la Passione di Francesco alla Crocifissione di Nostro Signore. E' un modo di esprimere in musica la convinzione antica di "Franciscus alter Christus".


Crucis Christi mons Alvérnae *
Recénset mystéria,
Ubi salútis aetérnae
Dantur privilégia:
Dum Francíscus dat lucérnae
Crucis sua stúdia.

Hoc in monte vir devótus,
Specu solitária,
Pauper, a mundo semótus,
Condénsat ieiúnia:
Vigil, nudus, ardens totus,
Crebra dat suspíria.

Solus ergo clasus orans,
Mente sursum ágitur;
Super gestis Crucis plorans
Maeróre confícitur:
Crucísque fructum implórans
Animo resólvitur.

Ad quem venit Rex e caelo
Amíctu Seráphico,
Sex alárum tectus velo
Aspéctu pacífico:
Affixúsque Crucis telo,
Porténto mirífico.

Cernit servus Redemptórem,
Passum impassíbilem:
Lumen Patris et splendórem,
Tam pium, tam húmilem:
Verbórum audit tenórem
Viro non effábilem.

Vertex montis inflammátur,
Vicínis cernéntibus:
Cor Francísci transformátur
Amóris ardóribus:
Corpus vero mox ornátur
Mirándis Stigmátibus.

Collaudétur Crucifíxus,
Tollens mundi scélera,
Quem laudat concrucifíxus,
Crucis ferens vúlnera:
Francíscus prorsus inníxus
Super mundi foédera. Amen

Traduzione conoscitiva:
     Il Monte della Verna rivive i misteri della Croce di Cristo; là dove vengono elargiti gli stessi privilegi che donano la salvezza eterna, mentre Francesco volge tutta la sua attenzione alla lucerna che è la Croce.
     Su questo monte l’uomo di Dio, in una caverna solitaria, povero, separato dal mondo, moltiplica i digiuni. Nelle veglie notturne, pur nudo, è tutto ardente, e si scioglie in lacrime con frequenza.
     Recluso con sé solo, dunque, prega, con la mente si innalza, piange meditando le sofferenze della Croce. È trapassato dalla compassione: implorando i frutti stessi della croce nella sua anima si va consumando.
     A lui viene il Re dal cielo in forma di Serafino, nascosto dal velo delle sei ali con volto pieno di pace: è confitto al legno di una Croce. Miracolo degno di stupore.
     Il servo vede il Redentore, l’impassibile che soffre, la luce e splendore del Padre, così pio, così umile: e ascolta parole di un tale tenore che un uomo non può proferire.
     La cima del monte è tutta in fiamme e i vicini lo vedono: Il cuore di Francesco è trasformato dagli ardori dell’amore. E anche il corpo in realtà viene ornato da stimmate stupefacenti.
     Sia lodato il Crocifisso che toglie i peccati del mondo. Lo loda Francesco, il concrocifisso, che porta le ferite della Croce e completamente riposa al di sopra delle cure di questo mondo. Amen.

mercoledì 20 ottobre 2010

La vita religiosa tra auto-secolarizzazione e bisogno di identità rispetto ai laici impegnati

Poderoso intervento, sull'Osservatore Romano di oggi, di Mons. Jean-Louis Bruguès, domenicano e vescovo emerito di Angers (Francia) dove - mi dicono le mie fonti locali - era molto apprezzato da clero, popolo e soprattutto dai religiosi; attualmente è segretario della Congr. per l'Educazione Cattolica. Espone nell'articolo la sua visione sui motivi della crisi della vita religiosa attiva. Motivi che sottoscrivo pienamente e riflettono alcune intuizioni ormai diffuse. La colpa della diminuzione e sparizione della vita religiosa è causata da fenomeni interni alla Chiesa. Il primo è l'auto-secolarizzazione dei religiosi, causata esclusivamente da ideologie abbracciate negli anni '60 e strenuamente portate avanti fino ad oggi, anche se è sotto gli occhi di tutti il totale fallimento dell'esperimento. Come nota Bruguès bisogna però dare atto ai religiosi che hanno percorso questa strada di esser stati, nella maggioranza dei casi, in buona fede, anche se ingannati dallo spirito del tempo e preda della temperie culturale. Il secondo fenomeno è positivo: si tratta della valorizzazione dei laici nella Chiesa post-conciliare. Questa però fa sì che i religiosi (e soprattutto le suore) non abbiano più gli spazi di movimento e di missione che precedentemente erano loro esclusivo appannaggio. La consacrazione religiosa per la vita attiva perde il suo motivo d'essere e crolla l'impianto che negli ultimi 400 anni ha diffuso tale tipo di vita consacrata nella chiesa latina.
Non è un dramma, almeno per noi che facciamo parte degli antichi ordini monastici o mendicanti medievali. Questo si sente molto nelle espressioni tecniche usate dall'autore dell'articolo. La crisi di identità è meno marcata più sono profonde le radice e più il genere di vita è agganciato all'ideale della vita consacrata che è stato, è oggi e sempre sarà l'ideale contemplativo, pur coniugato con la necessaria attività, la quale però - come insegna san Francesco - può essere di qualunque tipo, a seconda del momento storico, del luogo e delle necessità della Chiesa. 
Ma ora andiamo a leggere direttamente il pezzo:

Riscoprire l'essenziale della vocazione per sottrarsi ai condizionamenti della società
Vita religiosa e secolarizzazione
di Jean-Louis Bruguès
Arcivescovo segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica

La vita religiosa si trova oggi sottoposta a notevoli pressioni. In particolare, due tipi di condizionamento mi sembra meritino attenzione. Il primo riguarda la secolarizzazione. Un fenomeno storico nato in Francia a metà del XVIII secolo, che ha finito per investire tutte le società che volevano entrare nella modernità. Anche l'apertura al mondo, giustamente proclamata dal concilio Vaticano II, è stata interpretata, sotto la pressione delle ideologie del momento, come un passaggio necessario alla secolarizzazione. E di fatto, negli ultimi cinquant'anni, abbiamo assistito a una formidabile iniziativa di auto-secolarizzazione all'interno della Chiesa. Gli esempi non mancano: i cristiani sono pronti a impegnarsi al servizio della pace, della giustizia e delle cause umanitarie, ma credono ancora alla vita eterna? Le nostre Chiese hanno messo in atto un immenso sforzo per rinnovare la catechesi, ma questa stessa catechesi parla ancora dell'escatologia, della vita dopo la morte? Le nostre Chiese si sono impegnate nella maggior parte dei dibattiti etici del momento, ma discutono del peccato, della grazia e delle virtù teologali? Le nostre Chiese hanno fatto ricorso al meglio del proprio ingegno per migliorare la partecipazione dei fedeli alla liturgia, ma quest'ultima non ha perduto, in gran parte, il senso del sacro, vale a dire quel retrogusto di eternità? La nostra generazione, forse senza rendersene conto, non ha forse sognato una "Chiesa dei puri", mettendo in guardia contro ogni manifestazione di devozione popolare?
Che fine ha fatto, in tale contesto, quella vita religiosa che era stata presentata, in maniera tradizionale, come un segno escatologico e un'anticipazione del Regno a venire? Di fatto, religiosi e religiose hanno presto abbandonato l'abito della propria famiglia per vestirsi come tutti gli altri. Spesso hanno abbandonato i propri conventi, giudicati troppo vistosi o troppo ricchi, a beneficio di piccole comunità sparse nei villaggi o nei grandi agglomerati urbani. Hanno scelto mestieri profani, si sono impegnati in attività sociali e caritative, oppure si sono messi al servizio di cause umanitarie. Si sono fatti simili agli altri e si sono fusi nella massa, talvolta per formare il lievito della pasta, ma anche, in molti casi, perché tale atteggiamento rispondeva al clima dei tempi.
Non dovremmo sottovalutare i meriti di tale impostazione né i benefici che ne ricava la Chiesa ancora oggi. Quei religiosi e quelle religiose, infatti, si sono fatti più vicini alle persone e, in particolare, ai più svantaggiati, mostrando un volto della Chiesa più umile e più fraterno. Ciononostante, questa forma di vita religiosa non sembra avere più un futuro, non attira quasi più vocazioni.
La quasi totalità delle congregazioni attive, nate nel XIX secolo o all'inizio del XX, si trovano quindi colpite a morte, e la loro scomparsa è solo una questione di tempo. Le case generalizie e i grandi conventi si sono già trasformati in case di riposo per anziani. Fra il 1973 e il 1985, 268 congregazioni francesi delle 369 esistenti hanno chiuso il proprio noviziato [cifre da capogiro]. La situazione, da allora, non ha fatto che peggiorare. L'auto-secolarizzazione ha minato alle fondamenta la vita religiosa. La crisi ha colpito soprattutto le forme di vita attiva, meno quelle contemplative, perché la secolarizzazione aveva orientato tutto ciò che è religioso verso la militanza o l'impegno sociale.
Il fatto è che il militante o la persona impegnata nel sociale, oggi, ci tengono a rimanere laici. Eccoci alla seconda tipologia di pressione esercitata sulla vita religiosa. Per affrontare la sfida della secolarizzazione, il Concilio ha avuto la geniale intuizione di affidare questa missione ai laici. Coloro che avevano l'avventura di essere gli attori principali della società secolare non erano forse i più appropriati per realizzare tale compito? Il Vaticano II ha valorizzato - non dico che ha rivalorizzato, poiché una simile impresa non ha mai avuto luogo nel passato - la vocazione dei laici. Tuttavia, proprio la valorizzazione del laicato ha provocato una sorta di schiacciamento della vita religiosa "attiva". Se quest'ultima, infatti, ha riconosciuto a lungo la propria identificazione con un servizio specifico offerto alla Chiesa e alla società - come l'insegnamento nelle scuole o la cura dei malati negli ospedali - dal momento in cui i laici venivano chiamati a fornire gli stessi servizi e a dedicarsi ad attività simili, la vita religiosa attiva perdeva la sua ragion d'essere. Oggi non è più necessario passare per una consacrazione per fornire gli stessi servizi. Quando ci troviamo in presenza di una maestra che insegna con passione o di un'infermiera servizievole, desiderose di condurre una vita autenticamente cristiana, potremmo domandarci se la stessa donna, cento o centocinquanta anni fa, non si sarebbe presentata alla porta di una di quelle neonate congregazioni che abbiamo evocato poco fa.
Questo ci porta alla seguente conclusione: oggi più che mai, la vita religiosa non può essere definita partendo da un "fare", bensì da un modo di essere e da uno stile di vita. I due rischi che abbiamo appena descritto in forma sintetica e - non ho difficoltà ad annetterlo - senza troppe sfumature, dell'auto-secolarizzazione e della valorizzazione del laicato, costituiscono un pericolo per la vita religiosa. La loro combinazione ha provocato in quest'ultima una sorta d'implosione. Quindi, la situazione attuale della vita religiosa, soprattutto nelle Chiese occidentali, si presenta in modo paradossale. Da una parte, dopo il Concilio, godiamo dei vantaggi di un importante rinnovamento della teologia della vita religiosa. Dall'altra, abbiamo assistito al crollo di numerose congregazioni, così come a una fioritura di nuove forme di vita religiosa nella prima metà degli anni Settanta.
Questo carattere paradossale c'invita dunque a tornare all'essenziale. A cominciare dal fatto che la vita religiosa è unica nella sua essenza e plurale nelle sue forme. In altri termini, queste molteplici forme nascono tutte da un tronco comune, quello della vita e della tradizione monastica [indubitabile, precedenza alla consacrazione per la contemplazione]. Di conseguenza, la prima dimensione è mistica: la vita religiosa c'immerge nel mistero della morte e della risurrezione di Cristo. È dunque sbagliato definire un istituto a partire della sua attività [spot francescano: qual è il carisma del tuo Ordine san Francesco? Risposta: Non saprei proprio, proviamo a vivere il Vangelo. Può andare?]. Anche se è stato in questo modo che sono state concepite le congregazioni nate nei due secoli scorsi.
Questa chiamata a stare con il Signore viene trasmessa a una singola persona - ogni vocazione è molto personalizzata e non esistono due percorsi che siano veramente simili - invitandola però a unirsi a una comunità specifica. Alcuni sperimentano una sorta di colpo di fulmine nei confronti di una comunità e non gli viene neanche in mente d'andare a bussare a un'altra porta. Altri, invece, si concedono un lungo tempo di riflessione, durante il quale fanno il giro di molte case e si dedicano a studi comparativi molto accurati. In ogni epoca ci sono stati matrimoni d'amore e matrimoni di ragione. Quel che è certo, però, è che l'attrazione è sempre legata alla vita comunitaria. Infatti, il codice di diritto canonico definisce quella religiosa come una vita essenzialmente comunitaria [convento= cum-venire, stare insieme]. E questa vita comunitaria è eminentemente spirituale nella misura in cui è lo Spirito Santo che la anima e la porta avanti. Possiamo quindi dedurne che la fede data dallo Spirito rappresenta la chiave di lettura di tutti gli elementi che costituiscono la vita religiosa, a cominciare dai voti e dalla preghiera.
In questo senso, la povertà religiosa non è un concetto sociologico. Non è fatta per dare l'esempio della povertà. La parola stessa non ha fatto la sua comparsa se non in epoca tarda; prima, si parlava di sine proprio [locuzione che si trova nella Regola francescana], oppure di communio, termini molto più suggestivi. Il voto religioso corrisponde dunque a un atto di fede per mezzo del quale il religioso accetta quel dono dello Spirito che lo impegna a non tenere nulla per sé, al fine di vivere nel modo più intenso possibile la sua comunione con la vita fraterna.
Allo stesso modo, l'obbedienza religiosa non è in primis di natura ascetica o pedagogica. Indubbiamente, presuppone un'ascesi nella misura in cui implica una certa rinuncia alla propria volontà. Presenta, inoltre, una dimensione pedagogica, nella misura in cui mira a educare in noi la libertà dei figli di Dio. La sua natura, però, è essenzialmente mistica: ci fa entrare in un sistema in cui comanda lo Spirito. La fede ci porta ad affermare che il comandamento dato non viene innanzitutto dalla volontà del superiore - anche se porta il marchio della sua psicologia, forse anche della sua patologia - ma dallo Spirito, del quale il superiore è, in un certo senso, il rappresentate visibile. A quel punto, smettiamo di comportarci come singole entità, per diventare un corpo fraterno.
Anche tra l'amore umano e la castità religiosa - che pur possiedono diversi punti in comune - esiste una differenza essenziale. L'amore umano comporta una scelta e una conquista, si presenta come un amore d'esclusione: scegliere una donna specifica comporta rinunciare a tutte le altre. Ora, contrariamente alle apparenze, che ci portano a sostenere che abbiamo scelto noi di diventare carmelitani o domenicani, la vita religiosa non si sceglie: ci troviamo coinvolti in questa vita sotto l'impulso dello Spirito. Per ognuno di noi, sarebbe impossibile rimanere fedeli alle promesse del nostro battesimo al di fuori della vita religiosa. In quest'ultima, non esiste alcuna conquista né alcuna esclusione: lo Spirito ci rende partecipi di una comunità d'accoglienza in cui tutti debbono imparare a vivere come fratelli.
Infine, è nella fede data dallo Spirito che viviamo la preghiera, non come un'attività come le altre, ovvero solo un'attività in più, né come una minaccia per le diverse attività implicate dallo stile di vita - tutti noi conosciamo bene quella tensione fra il nostro lavoro e il tempo dedicato alla preghiera, che equivale troppo spesso a un tempo residuo. Nel simbolismo monastico il chiostro, ovvero l'apertura allo Spirito, rappresenta il legame fra la chiesa, luogo di preghiera (Opus Dei) e i diversi luoghi di lavoro (opus hominis) ma come una scuola in cui impariamo a diventare un "mendicante del Signore" [come poteva concludere un domenicano?].

(©L'Osservatore Romano - 20 ottobre 2010)
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