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giovedì 27 giugno 2013

L'ultimo schiaffo dei vescovi Lefebvriani: adesso Papa Francesco sarà costretto a scomunicarli di nuovo?!

Foto-ricordo dell'Ordinazione illecita dei vescovi Lefebvriani
I tre vescovi Lefebrviani rimasti, dopo l'espulsione dalla Fraternità sacerdotale del negazionista (e mentalmente instabile) mons. Williamson, oggi osano festeggiare il 25° anniversario della loro illecita consacrazione episcopale, facendo una incondizionata apologia dello scismatico (e morto tale) che li ordinò e  calpestando la magnanima offerta di pace che Benedetto XVI fece loro con le discussioni dottrinali e soprattutto con il levar loro il fardello della scomunica conseguente all'atto stesso dell'ordinazione all'episcopato senza mandato papale.
Vi riporto l'intero testo in italiano che va consapevolmente contro il "Preambolo dottrinale" che papa Benedetto, limandolo e sistemandolo, aveva proposto come requisito irrinunciabile per la riconciliazione della Fraternità di San Pio X. Già un anno fa si era capito che mons. Fellay aveva dovuto capitolare e non firmare il Preambolo, eppure qualcuno sperava ancora. Ma quello che vediamo oggi ha tutta l'apparenza di una definitiva rottura.
Questa "dichiarazione" è una vera e propria "dichiarazione di guerra", che pubblicamente afferma in maniera definitiva il rifiuto dei testi del Concilio (e non solo della loro interpretazione errata "di rottura", che viene anzi fatta propria anche se in senso opposto all'ermeneutca liberale) e ribadisce il rifiuto pratico dell'autorità attuale della Sede Romana (accusata di essere irretita dall'errore).
Ora: rifiutare un Concilio Ecumenico riconosciuto dalla Chiesa Cattolica, indipendentemente dal contenuto più o meno pastorale, è senza dubbio un atto formale di scisma, e come tale deve essere sanzionato dall'autorità. A mio parere, dopo le discussioni dottrinali e la proposta del "preambolo", ci troviamo di fronte  anche al rigetto formale di proposizioni dottrinali che il Papa stesso aveva chiesto di sottoscrivere. In questo caso si deve parlare di eresia vera e propria. L'eresia mescola verità a esagerazioni, rigonfiamenti, rendendo falso il risultato. Il non voler obbedire e mantenere l'unità con la Chiesa di Roma, è comunque - proprio nella Tradizione cattolica - motivo sufficiente per sentirsi in difetto "di fede", perché contesta nella pratica la definizione dogmatica del Primato di giurisdizione del Romano Pontefice sancito al Concilio Vaticano Primo (non Secondo!).
La chiara posizione dei vescovi Lefebvriani e la loro conclamata voglia di separazione dalla Chiesa Cattolica errante, comunque, non potrà che risultare in un salutare shock per quanti di loro non accetteranno questo passo e torneranno in seno alla Madre Chiesa (come già in tanti hanno fatto....).
Farà anche bene a quei cattolici tradizionalisti tentati dalla SSPX, che non si vogliono rendere conto che qui c'è in ballo ben più di gregoriano e latino, o di messa antica (che oggi - tra l'altro - ha piena cittadinanza nella Chiesa Cattolica), ma si tratta di posizioni dottrinali che minano la recezione di un Concilio Ecumenico e la sua corretta interpretazione (oggetto del solerte e limpido magistero di Benedetto XVI). 
Vi espongo il testo della "dichiarazione" di guerra con qualche commento, in attesa della risposta che Roma non potrà a lungo trattenersi dal dare.

1- Nella ricorrenza del 25° anniversario delle Consacrazioni Episcopali, i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X intendono esprimere solennemente la loro gratitudine a Mons. Marcel Lefebvre e a Mons. Antonio De Castro Mayer per l’atto eroico [infelice scelta di termini!] che hanno avuto il coraggio di porre, il 30 giugno 1988. In particolare vogliono manifestare la loro filiale riconoscenza verso il venerato fondatore il quale, dopo tanti anni al servizio della Chiesa e del Sommo Pontefice, non ha esitato a subire l’ingiusta accusa di disobbedienza per la difesa della fede e del sacerdozio cattolico [stanno dicendo che la scomunica di Lefebvre non ha valore, non è stato disobbediente! Forse bisogna spiegar loro la differenza fra "sincerità" e "verità", percezione soggettiva e realtà di diritto].
2- Nella lettera che ci indirizzò prima delle consacrazioni, scriveva: “Vi scongiuro di rimanere attaccati alla sede di Pietro, alla Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese, nella fede cattolica integrale, espressa nei simboli della fede, nel Catechismo del Concilio di Trento, conformemente a quanto vi è stato insegnato in seminario. Rimanete fedeli nel trasmettere questa fede perché venga il regno di Nostro Signore.” E’ proprio questa frase che esprime le ragioni profonde dell’atto che si accingeva a compiere. “Perché venga il regno di Nostro Signore”, Adveniat regnum tuum. [Significato: il resto della Chiesa ha perduto l'integralità della fede]
3- Al seguito di Mons. Lefebvre affermiamo che la causa dei gravi errori che stanno demolendo la Chiesa non risiede in una cattiva interpretazione dei testi conciliari – in una “ermeneutica della rottura” che si opporrebbe ad una “ermeneutica della riforma nella continuità” – , ma piuttosto nei testi stessi [Questa affermazione è eretica, perché presuppone che il Concilio Ecumenico abbia fatto errori dottrinali, cosa che - per fede - un cattolico non può ammettere], a causa della scelta inaudita operata dal Concilio Vaticano II. Questa scelta si manifesta nei suoi documenti e nel suo spirito: di fronte all’ “umanesimo laico e profano”, di fronte alla “religione (poiché tale è) dell’uomo che si fa Dio”, la Chiesa, unica detentrice della Rivelazione “del Dio che si è fatto uomo”, ha voluto far conoscere il suo “nuovo umanesimo” dicendo al mondo moderno: “Anche noi, e più di chiunque altro, abbiamo il culto dell’uomo” (Paolo VI, Discorso di chiusura, 7 dicembre 1965) [citazione falsata, non rispettosa della traduzione ufficiale e tagliata ad arte: vedere per confronto il testo ufficiale in traduzione italiana o l'originale latino]. Ora, questa coesistenza del culto di Dio e del culto dell’uomo si oppone radicalmente alla fede cattolica che ci insegna a rendere il culto supremo e a riconoscere il primato esclusivamente al solo vero Dio e al suo Unigenito, Gesù Cristo, nel quale “abita corporalmente la pienezza della divinità” (Col. 2,9).
4- Siamo dunque obbligati a constatare che questo Concilio atipico, che ha voluto essere solo pastorale e non dogmatico, ha inaugurato un nuovo tipo di magistero, sconosciuto fino ad allora nella Chiesa, senza radici nella Tradizione; un magistero determinato a conciliare la dottrina cattolica con le idee liberali; un magistero imbevuto dei principi modernisti del soggettivismo, dell’immanentismo e in perpetua evoluzione, conformemente al falso concetto della tradizione vivente, in quanto altera la natura, il contenuto, il ruolo e l’esercizio del magistero ecclesiastico. [frasi di incredibile portata: si rigetta come falso il concetto di Tradizione vivente. Sarebbe bene andare a rileggere almeno i testi splendidi del Beato J.H. Newman prima di dire enormità del genere]
5- Per questo il regno di Cristo non è più la preoccupazione delle autorità ecclesiastiche, benché queste parole di Cristo: “Ogni potere mi è stato dato sulla terra e in cielo” (Mt 28,18) rimangano una verità ed una realtà assolute. Negarle nei fatti significa non riconoscere più in pratica la divinità di Nostro Signore. Così, a causa del Concilio, la regalità di Cristo sulle società umane è semplicemente ignorata, addirittura combattuta e la Chiesa è prigioniera di questo spirito liberale che si manifesta specialmente nella libertà religiosa, nell’ecumenismo, nella collegialità e nel nuovo rito della messa. [Qui si presentano i capi di accusa ben conosciuti e oggetto delle discussioni dottrinali degli anni precedenti]
6- La libertà religiosa esposta in Dignitatis humanae e la sua applicazione pratica da cinquant’anni conducono logicamente a chiedere al Dio fatto uomo di rinunciare a regnare sull’uomo che si fa Dio; il che equivale a dissolvere Cristo. Al posto di una condotta ispirata da una fede solida nel potere reale di Nostro Signore Gesù Cristo, noi vediamo la Chiesa vergognosamente guidata dalla prudenza umana e a tal punto dubbiosa di sé che chiede agli Stati soltanto ciò che le logge massoniche vogliono concederle: il diritto comune, nel mezzo e allo stesso livello delle altre religioni, che essa non osa più chiamare false.
7- Nel nome di un ecumenismo onnipresente (Unitatis Redintegratio) e di un vano dialogo interreligioso (Nostra Aetate) la verità sull’unica Chiesa è taciuta; così la stragrande maggioranza dei pastori e dei fedeli, non vedendo più in Nostro Signore e nella Chiesa Cattolica l’unica via della salvezza, hanno rinunciato a convertire i seguaci delle false religioni, lasciandoli nell’ignoranza dell’unica Verità. In questo modo l’ecumenismo ha letteralmente ucciso lo spirito missionario attraverso la ricerca di una falsa unità, riducendo troppo spesso la missione della Chiesa alla proclamazione di un messaggio di pace puramente terrena e ad un ruolo umanitario di sollievo alla miseria nel mondo, mettendosi così al seguito delle organizzazioni internazionali. [come in tutte le eresie anche qui c'è del vero, ma mescolato ad estremismi che lo rendono una caricatura dei problemi reali]
8- L’indebolimento della fede nella divinità di Nostro Signore favorisce una dissoluzione dell’unità dell’autorità nella Chiesa, introducendovi uno spirito collegiale, egalitario e democratico (cfr. Lumen Gentium). Cristo non è più il capo da cui deriva tutto, in particolare l’esercizio dell’autorità. Il Sommo Pontefice, che non esercita più effettivamente la pienezza della sua autorità, così come i vescovi, i quali – contrariamente agli insegnamenti del Concilio Vaticano I – pensano di poter condividere collegialmente e in maniera abituale la pienezza del potere supremo, ascoltano e seguono oramai, con i sacerdoti, il “popolo di Dio”, nuovo sovrano. Questo significa distruzione dell’autorità e di conseguenza rovina delle istituzioni cristiane: famiglie, seminari, istituti religiosi. [E' alquanto paradossale che per affermare di dover obbedire sempre e comunque al Papa, questi vescovi si sentano costretti a disobbedire. Mi scoppia la testa!]
9- La nuova messa, promulgata nel 1969, diminuisce l’affermazione del regno di Cristo attraverso la Croce (“Regnavit a ligno Deus”). Infatti il suo stesso rito sfuma e offusca la natura sacrificale e propiziatoria del sacrificio eucaristico [Otto anni di spiegazioni e attente catechesi di Benedetto XVI sono passati in vano...]. Soggiacente a questo nuovo rito si trova la nuova e falsa teologia del mistero pasquale [mai sentito parlare di ANTICHI padri della Chiesa?]. L’uno e l’altra distruggono la spiritualità cattolica fondata nel sacrificio di Nostro Signore sul Calvario. Questa messa è impregnata di uno spirito ecumenico e protestante [c'è sempre qualcosa di vero mescolato alle esagerazioni, ricordate], democratico e umanista che soppianta il sacrificio della Croce. Essa illustra la nuova concezione del “sacerdozio comune dei battezzati” che deforma il sacerdozio sacramentale del presbitero [questo è semplicemente falso e già chiarito in Lumen Gentium 10 dove si parla della diversità essenziale del sacerdozio battesimale e di quello ministeriale].
10- Cinquant’anni dopo il Concilio, le cause sussistono e generano ancora gli stessi effetti. Cosicché ancora oggigiorno le Consacrazioni Episcopali conservano tutta la loro ragion d’essere [nessun pentimento, nessuna richiesta di perdono]. È l’amore della Chiesa che ha guidato Mons. Lefebvre e guida i suoi figli. È lo stesso desiderio di “trasmettere il sacerdozio cattolico in tutta la sua purezza e la sua carità missionaria” (Mons. Lefebvre, Itinerario spirituale) che anima la Fraternità San Pio X al servizio della Chiesa quando essa chiede con insistenza alle autorità romane di riappropriarsi del tesoro della Tradizione dottrinale, morale e liturgica.
11- Questo amore della Chiesa spiega il principio che Mons. Lefebvre ha sempre osservato: seguire la Provvidenza in tutti i frangenti, senza mai permettersi di anticiparla. Noi intendiamo fare altrettanto: sia che Roma ritorni presto alla Tradizione e alla fede di sempre – il che ristabilirà l’ordine nella Chiesa – sia che essa riconosca esplicitamente alla Fraternità il diritto di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori che le sono contrari, con il diritto ed il dovere di opporsi pubblicamente agli errori e a coloro che li promuovono, chiunque essi siano – il che permetterà un inizio di ristabilimento dell’ordine. [qui si dice o Roma si fa Lefebvriana o ci deve lasciare liberi di contestarla e di disprezzarla, e allora qualche accordo si può fare. Cose inaudite!] Nel frattempo, di fronte a questa crisi che continua a provocare disastri nella Chiesa, noi perseveriamo nella difesa della Tradizione cattolica e la nostra speranza rimane totale, poiché sappiamo con la certezza della fede che “le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18). [veramente questa promessa, che riguarda la Chiesa, non la Tradizione della Chiesa, è stata fatta a Pietro e in lui ai suoi Successori, non a mons. Marcel... ma pare una dimenticanza veniale a chi si considera "il resto" della vera Chiesa!]
12- Intendiamo quindi seguire la richiesta del nostro caro e venerato padre nell’episcopato: “Miei cari amici, siate la mia consolazione in Cristo, rimanete forti nella fede, fedeli al vero sacrificio della Messa, al vero e santo sacerdozio di Nostro Signore, per il trionfo e la gloria di Gesù in cielo e in terra” (Lettera ai vescovi). Degni la Santissima Trinità, per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, accordarci la grazia della fedeltà all’episcopato che abbiamo ricevuto e che vogliamo esercitare per l’onore di Dio, il trionfo della Chiesa e la salvezza delle anime.
Ecône, 27 giugno 2013, festa della Madonna del Perpetuo Soccorso
Mons. Bernard Fellay
Mons. Bernard Tissier de Mallerais
Mons. Alfonso de Galarreta

venerdì 15 marzo 2013

La grande e ultima occasione dei Lefebvriani

Ho letto ieri sul blog di fr Z un appello ai seguaci di mons. Lefebvre in questo tempo di inizio pontificato. Dice dunque il reverendo americano (mia veloce traduzione):
Signori, ve lo ripeto, nel primo giorno pieno di pontificato di Francesco.
L'intera Società Sacerdotale di San Pio X si raccolga in piazza san Pietro, si trascini ginocchioni fino al Palazzo Apostolico, e implori il nuovo Papa di conceder loro di baciargli il piede, il ginocchio e la mano e promettergli obbedienza.
Data la novità del pontificato, che gran gesto sarebbe un tale gesto! E fornirebbe una ENORME dose di credibilità a quelli che desiderano mantenere la continuità con la tradizione.
Gli "auto-proclamati" leader della difesa della tradizione dovrebbero fare strada. Uscite davanti a tutti.
Fate in modo che la SSPX aiuti Francesco ad essere il Papa dell'Unità dei Cristiani
Padre Z. si rende ben conto che le priorità del nuovo Papa, la sua mentalità e attitudine, non sono propriamente inclini al dialogo su certi punti. Non pare dotato della pazienza negoziatrice del "venerato predecessore". D'altra parte i Lefebvriani hanno avuto la loro ultima possibilità con il papato di Benedetto, e l'hanno sprecata, giocando stupidamente al rialzo. Ora rischiano seriamente di perdere tutto. A meno di un guizzo di genio e di spirito. Se davvero accettassero di fare quanto l'acuto padre Zuldhorf suggerisce, in un attimo, con un solo forte gesto direbbero e farebbero per la loro causa molto di più di quanto abbiano fatto in tanti anni di colloqui dottrinali. Siete cattolici? Andate dal Papa. Dal presente Papa, non quello che scegliereste voi, ma quello "canonicamente eletto". Andateci come siete: nella Chiesa c'è sempre posto per tutti e il Santo Padre merita di raccogliere i frutti del paziente e misconosciuto lavoro del precedente Operaio della Vigna del Signroe.
D'altra parte, Papa Bergoglio, da buon gesuita, non può che essere sensibilissimo all'obbedienza e all'obbedienza al Pontefice in particolare (è il suo quarto voto da religioso!). Si è messo nome "Francesco", santo che i giornalisti continuano a chiamare "ribelle" e "accusatore della Curia", e che invece scrive testualmente così a conclusione della Regola del suo Ordine:
Per obbedienza, inoltre, ordino ai ministri che chiedano al signor Papa uno dei cardinali della Santa Chiesa romana il quale sia governatore, protettore e correttore di questa fraternità affinché sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima Santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l'umiltà e il Santo Vangelo del Signor nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso (Francesco d'Assisi, Regola Bollata). 
Un atto di "incondizionata obbedienza", come quello preventivo fatto da Benedetto XVI nel momento della sua rinuncia, porterebbe vera linfa vitale e credibilità ai tradizionalisti, che non possono più stare sulla porta a dirsi cattolici senza agire di conseguenza, cioè per l'unità della Chiesa e la diffusione della vera Fede. Solo questo darebbe a loro piena cittadinanza nella Chiesa, anche se i problemi certo non finirebbero come per incanto, ma la comunione con Pietro li porterebbe col tempo a soluzione.
San Francesco non giudicava i cardinali perché vivevano come vivevano o ridevano del suo stile. Lui voleva vivere in un altro modo, il modo evangelico. Ma non per questo si è mai sognato di separarsi dalla Chiesa.
Chi davvero vuole aiutare la continuità e la tradizione sta sempre col Papa, anche quando i gusti del Papa non coincidono con i suoi. L'importante è che la fede sua coincida con quella del Papa e il magistero del Papa sia conforme alla tradizione degli apostoli.

Non è questione di "sensibilità liturgica": piano piano anche Papa Bergoglio imparerà - con umiltà e semplicità - a celebrare da Vescovo di Roma sentendosi a suo agio sulla scomoda cattedra di Pietro. Dategli un po' di tempo. Vorrei vedere voi eletti Papi! Non tutti hanno innata l'ars celebrandi di Benedetto (soprattutto nella Compagnia di Gesù....). Ma la vera questione resta questione di Fede. E questa o è cattolica con il Papa, o semplicemente non è né cattolica, né tradizionale.

Ritornare ora, per i Lefebvriani, sarebbe inoltre un gran colpo mediatico. Spiazzerebbe tutti i commentatori, giornalisti e vaticanisti, come l'elezione di Papa Francesco. Eppure sarebbe l'unica scelta sensata possibile. L'altra porta dritta dritta verso il naufragio dello scisma formale. Non ci sono più alternative. Non ci sono più tempi supplementari.

martedì 23 ottobre 2012

I Lefebvriani si spaccano: Williamson cacciato dalla Fraternità

Come era ormai ventilato e ampiamente prevedibile, è arrivata oggi la conferma che il vescovo Richard Williamson, uno dei quattro vescovi illecitamente consacrati nel 1988 da mons. Marcel Lefebvre, è stato dimesso dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Williamson, dopo ripetute infrazioni ai regolamenti interni della Fraternità, con i suoi continui attacchi anche ai Superiori della medesima, ha finito per ottenere quello che cercava: spaccare i lefebvriani nel tentativo di impedire a tutti i costi il ritorno della Fraternità alla piena comunione con il Papa. 
Ricordo che Williamson è stato in comunione con Roma per ben poco tempo, essendo passato  direttamente dall'Anglicanesimo ai Lefebvriani nel 1972. Le sue posizioni antisemite (mai condivise dalla Fraternità, certamente hanno fatto rivoltare nella tomba Lefebvre, che tanto soffrì durante la II guerra mondiale...) sono solo la punta emergente delle sue intemperanze verbali e dottrinali.
Rimane da vedere adesso quanti appartenenti alla Fraternità lefebvriana sceglieranno di stare con il trasfuga Williamson. E può anche essere che egli non sia l'ultimo dei vescovi a lasciare il gruppo, sebbene per diversi motivi.
Evidentemente Fellay, il superiore generale, vuol dare un segnale positivo a Roma per arrivare in tempi ragionevoli alla regolarizzazione. Un segnale che risulta comunque costoso, perché mette in giro un "pericoloso" vescovo ormai apertamente sedevacantista, il quale - quasi di sicuro - cercherà di ricostruire intorno a sé una chiesa scismatica.
Come si vede dalla disobbedienza e dallo scisma non nasce che disobbedienza e altro scisma.
Preghiamo e speriamo per il ritorno all'Unico Ovile e all'Unico Pastore di tutto il gregge della San Pio X!

venerdì 3 agosto 2012

Lefebvriani-Luterani: parallelismo del card. Koch sottolineato dall'Osservatore Romano

L'Osservatore Romano di oggi, 3 agosto, riprende una intervista rilasciata dal Card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l'ecumenismo, all'agenzia giornalistica svizzera ecclesiale e bilingue APIC-KIPA.
A proposito dell'atteggiamento di critica del Concilio Vaticano II tipico dei Lefebvriani, il card. Koch, non senza fine ironia, ricorda che cadono così nell'identico errore di Lutero (come tirare sabbia negli occhi di Econe...). Però il cardinale, che si prodiga nel dialogo proprio con i Luterani, e sta programmando di "celebrare" in qualche modo i 500 anni della Riforma (triste celebrazione, c'è da dire...) dovrebbe essere contento se i Lefebvriani assomigliano ai Luterani: in definitiva i partecipanti al dialogo aumentano! Significativo, comunque, il rilancio di questa intervista da parte del Giornale pontificio.

Ecco qui sotto il pezzo che trovate sull'Osservatore Romano di oggi, a pag. 6:

Intervista all’agenzia Apic-Kipa

Il cardinale Koch sul Vaticano II 
«Il concetto secondo il quale un concilio può anche essere in errore risale dopo tutto a Martin Lutero. Già solo considerando questo, i tradizionalisti dovrebbero domandarsi dove effettivamente si pongono». È un passaggio dell’intervista che il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha rilasciato all’agenzia Apic-Kipa. Il porporato ha espresso questa considerazione rispondendo a una domanda circa la possibilità di una riconciliazione con la Fraternità sacerdotale San Pio X, i cui membri in parte manifestano posizioni critiche riguardo al concilio Vaticano II.
Il cardinale, nel corso dell’intervista, ha toccato anche il tema della diversa percezione dei tradizionalisti riguardo al carattere stringente dei principi del concilio: «Il Vaticano II - ha detto - ha adottato quattro costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni. In termini puramente formali, voi potete fare una differenza tra questi tre generi. Ma poi sorge un problema se si considera che il concilio di Trento (1545- 1563) non ha pubblicato che dei decreti e nessuna costituzione. Non verrebbe a nessuno l’idea di affermare che il concilio di Trento sia stato di un livello inferiore. Dunque, dal punto di vista puramente formale, è possibile trovare delle differenze, ma non si può realmente accettare che si facciano delle differenze nel carattere stringente del contenuto di questi documenti». Il porporato ha ricordato anche che il decreto conciliare sull’ecumenismo, l’Unitatis redintegratio, trae i suoi principi dalla costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen gentium: «Paolo VI ha fermamente insistito, al momento della promulgazione del decreto, sul fatto che esso interpreta e spiega la costituzione dogmatica sulla Chiesa».
Riguardo all’ecumenismo, il porporato ha sottolineato che «non è un tema secondario bensì centrale del concilio, come ha ricordato una volta Giovanni Paolo II. È per questo che oggi deve essere un tema centrale della Chiesa. Inoltre, anche la dichiarazione conciliare sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, in particolare l’ebraismo, la Nostra aetate, trova le sue basi nella costituzione dogmatica sulla Chiesa».
Il cardinale Koch ha anche spiegato che, in occasione delle celebrazioni, nel 2017, dei cinquecento anni della Riforma, il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani sta preparando una dichiarazione comune con la Federazione Luterana Mondiale. Inoltre, dovrebbero esserci iniziative locali, la cui organizzazione sarà di competenza delle locali Conferenze episcopali.

giovedì 19 luglio 2012

Tergiversazioni Lefebvriane e insegnamenti ancor tanto utili del Beato Newman

Leggendo la deludente "Dichiarazione" del capitolo dei Lefebvriani, che - nei confronti di "Roma" - non dichiara altro se non di voler continuare il "tira e molla" con la Santa Sede indefinitamente, non possono non tornare di attualità i discorsi e le parole forti del Card. Newman, il grande convertito dall'Anglicanesimo alla fine del XIX sec., rivolgeva a protestanti, anglicani e pure ortodossi.
I Lefebvriani continuano a fare appello alla loro coscienza di non poter cedere agli errori professati dalla Chiesa attuale (e pensano di essere i primi a indovinare...), anche se, allo stesso tempo e in maniera apertamente contraddittoria, insistono nel voler dirsi cattolici e dichiarano di sapere che "fuori della Chiesa non c'è salvezza" e che si deve obbedire al Papa. Eppure si rifiutano di accogliere la sistemazione canonica da lui proposta, e di aderire al Preambolo dottrinale che ha avuto l'assenso del Sommo Pontefice. Assurdo corto circuito. Lo stesso che si insinuò tra i vetero-cattolici contrari alle "innovazioni eretiche" del Concilio Vaticano I. E si vede oggi come sono finiti i vetero-cattolici che non accettavano le "novità": una chiesa alla deriva, protestante nella dottrina e  somigliante agli usi romani solo nelle forme esterne. Ogni cattolico "in coscienza" sceglie e tiene ciò che decide "in coscienza" si possa, a suo dire, considerare "in continuità con la Tradizione". Il continuo ribadire dei Lefebvriani di essere cattolici "tradizionali" però di non "poter" sottomettersi al Papa, farebbe impallidire e inorridire quel campione dell'ecclesiologia tradizionalista che fu san Roberto Bellarmino (per il quale dirsi cattolici e non obbedire ai legittimi pastori, in primis il Pontefice Romano, è una totale assurdità).
Nella Dichiarazione (di guerra?) i Lefebvriani arrivano a dire:
Parimenti, la Fraternità trova la sua guida nella Tradizione costante della Chiesa, che trasmette e trasmetterà fino alla fine dei tempi l’insieme degli insegnamenti necessari al mantenimento della fede e alla salvezza, in attesa che sia reso possibile un dibattito aperto e serio mirante ad un ritorno delle autorità ecclesiastiche alla Tradizione.
Ma omettono di dire che queste "autorità ecclesiastiche" sono il Romano Pontefice a cui, per la Tradizione ribadita al Vaticano I, ha non solo la potestà di governo, ma anche il dovere di confermare i suoi fratelli nella Fede (e per questo deve godere - in determinate circostanze - del carisma dell'infallibilità, perché tutta la Chiesa, indefettibilmente, rimanga nella vera fede).
La pronta risposta della Santa Sede che sminuisce la Dichiarazione del Capitolo della Fraternità San Pio X a  "documento interno" ad uso della fraternità stessa, la dice lunga, e fa capire che il Vaticano aspetta ben altro, una vera e propria risposta, chiara e formale, al Preambolo Dottrinale: prendere ed entrare oppure rifiutare e cadere nello scisma e nell'eresia. Questo è il bivio e non si scappa.
Il card. Ratzinger, qualche anno fa, nel 1990, così commentava a proposito dei ragionamenti newmaniani (Cf. Osservatore Romano 15 maggio 2005):
Proprio perché Newman spiegava l’esistenza dell’uomo a partire dalla coscienza, ossia nella relazione tra Dio e l’anima, era anche chiaro che questo personalismo non rappresentava nessun cedimento all’individualismo, e che il legame alla coscienza non significava nessuna concessione all’arbitrarietà – anzi che si trattava proprio del contrario. Da Newman abbiamo imparato a comprendere il primato del Papa: la libertà di coscienza – così ci insegnava Newman con la Lettera al Duca di Norfolk – non si identifica affatto col diritto di «dispensarsi dalla coscienza, di ignorare il Legislatore e il Giudice, e di essere indipendenti da doveri invisibili». In tal modo la coscienza, nel suo significato autentico, è il vero fondamento dell’autorità del Papa. Infatti la sua forza viene dalla Rivelazione, che completa la coscienza naturale illuminata in modo solo incompleto, e «la sua raison d’être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza».

Qui di seguito vi copio le pagine salienti del discorso di J.H. Newman, sperando che il Beato Cardinale interceda per i Lefebvriani ormai sull'orlo del burrone:

John H. Newman, Lettera al Duca di Norfolk, Edizioni Paoline, pp. 165-167.
Affermo che il Papa è l’erede della gerarchia ecumenica del IV secolo,  erede, potrei dire, per difetto, cioè per mancanza d’altri. Nessuno all’infuori di lui reclama od esercita i suoi diritti e i suoi doveri. È forse possibile considerare i patriarchi di Mosca o di Costantinopoli eredi dei diritti storici di sant’Ambrogio o di san Martino? Forse che un qualche Vescovo anglicano, negli ultimo trecento anni, ha richiamato alle nostre menti l’immagine di san Basilio? E allora, tutto quel potere ecclesiastico, che fa tanta mostra di sé nell’Impero cristiano, è svanito e, se così non è, dove dobbiamo trovarlo? Vorrei tanto che i protestanti si mettessero dal nostro punto di vista su questo tema: non intendo affatto intavolare con loro una disputa, desidero solo che essi capiscano come ci poniamo e come guardiamo le cose. Tra noi e loro corre questa grande differenza nella fede: essi non accettano che Cristo abbia fondato una società visibile o, meglio ancora, un regno per la propagazione e la conservazione della sua religione come casa e rifugio necessari per il suo popolo. Al contrario, noi vi crediamo. Noi sappiamo che il regno è ancora sulla terra, ma dov’è? Se tutto quello che ne resta è quanto può vedersi a Costantinopoli o a Canterbury, allora dico che è scomparso; e cioè, o vi è stata fin dal principio una corruzione radicale del cristianesimo, oppure esso è giunto alla fine via via che svaniva dal mondo il tipo della Chiesa di Nicea. Perché tutto quello che noi conosciamo del cristianesimo dalla storia antica, come fatto concreto, è la Chiesa di Atanasio e dei suoi colleghi nell’episcopato. Sotto il profilo storico, esso non è altro che quell’insieme di fenomeni; quella combinazione di diritti, prerogative e atti corrispondenti, alcuni dei quali li ho appena menzionati. Non c’è altra via d’uscita: di una istituzione, quale è appunto la Chiesa, che ha esistenza unitaria, non possiamo prendere solo quello che ci piace e nient’altro. Dobbiamo rinunziare a credere nella Chiesa come istituzione divina, oppure riconoscerla, oggi, in quella comunione di cui il Papa è il capo. Soltanto con lui e attorno a lui si trovano i diritti, le prerogative, i doveri che noi identifichiamo col regno fondato da Cristo. Dobbiamo prendere le cose come stanno: credere nella Chiesa significa credere nel Papa. E così questo credere nel Papa e nei suoi attributi, che sembra mostruoso ai protestanti, è essenzialmente legato al nostro essere cattolici, come il nostro cattolicesimo è legato al nostro cristianesimo. Non vi è quindi nessuna arbitraria opposizione ai poteri esistenti, né novità risonanti in orecchie spaventate in quella che viene spesso ingiustamente chiamata dottrina ultramontana. Non c’è affatto, da parte nostra, un servilismo deleterio verso il Papa per il semplice motivo che ne riconosciamo i diritti. Dico che è inevitabile: il parlamento può trattarci quanto duramente vuole; ma noi non crederemmo affatto alla Chiesa, se non credessimo al suo capo visibile. Così stanno le cose: il corso dei secoli ha realizzato la profezia e la promessa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa… e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-19). Il Papa rivendica oggi quello che in sostanza era già in possesso della gerarchia nicena. Non intendo seminare difficoltà lungo il mio cammino, ma non posso nascondere o attenuare quello che io credo essere la pura verità, anche se il confessarla urta i protestanti e, temo, anche alcuni cattolici.  

sabato 14 luglio 2012

In attesa: il Capitolo Generale del Lefebvriani annuncia un comunicato per la Santa Sede

Un'immagine benaugurante: Fellay e il Papa. Speriamo si possa avverare
il ritorno dei Lefebvriani a Roma e si eviti il peggio. 
Si è concluso oggi il Capitolo Generale della Fraternità sacerdotale san Pio X (i cui membri sono anche popolarmente detti "lefebvriani").
E' stato emesso un avviso che prelude ad un seguente messaggio che i capitolari indirizzano "a Roma", cioè alla Santa Sede, e che dovrebbe essere diramanto "prossimamente", nel senso: "a breve". Vedi la fonte originale in francese.
Attendiamo. Da questo si capirà certamente che cosa il Capitolo Generale avrà deciso. Per ora sappiamo che c'è stata una buona unità, cioè non si è spaccata la Fraternità, e i membri del Capitolo si sono espressi in maniera piuttosto unanime contro mons. Williamson (respinto come membro del Capitolo).
Come si dice: se son rose fioriranno, altrimenti tante spine!

venerdì 6 luglio 2012

Distretti Lefebvriani ragliano e deragliano!

Potete leggere qui le amene accuse di "eresia" sollevate dagli aderenti italiani alla Fraternità Sacerdotale S. Pio X, sui media: "Lefebvriani", contro nientepopodimeno che il neonominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Mons. Gerhard Ludwig Müller, emerito di Ratisbona. Accuse, in verità, scopiazzate dal comunicato dei loro confratelli del distretto di Germania (qui per chi legge il tedesco).

Cose da pazzi, o meglio, da veri e propri ricercatori dello scisma a tutti i costi. Che le resistenze interne alla FSSPX fossero enormi contro il progetto di unione con Roma lo si sapeva, ma che potessero arrivare ad attaccare in maniera così virulenta le scelte di Benedetto XVI per posti talmente delicati è inconcepibile. Come se il Papa tedesco non conoscesse gli scritti, in tedesco, del vescovo tedesco che proprio lui nomina ad essere suo successore in un dicastero tanto delicato come la Congregazione "Suprema"! Ma dico: qui si continua ad accusare il Papa di sposare tesi eretiche e nessuno fa niente. Se i tradizionalisti lefebvriani non vogliono la comunione con Roma lo dicano, non c'è problema: tanto non credono mica a ciò che afferma il Concilio Vaticano II, e quindi anche a Lumen Gentium 14
Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza... Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare.
Meno male che ai ragliamenti risponde oggi in brevi, ma chiare battute, quel signor teologo che non può essere definito "modernista" e nemmeno "inviso ai tradizionalisti", cioè mons. Nicola Bux. Leggiamo la sua intervista rilasciata a Vatican Insider, dove rispedisce con eleganza e competenza al mittente le accuse di eresia dirette a Müller:

Tradizionalisti all'attacco di Müller intervista di A. Tornielli

La nomina del vescovo di Ratisbona Gerhard Müller a nuovo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede è stata preceduta e seguita dalla diffusione – prima attraverso anonime email e quindi in articoli sul web, compreso nel sito italiano della Fraternità San Pio X – di piccole estrapolazioni dai suoi scritti che riporterebbero posizioni discutibili in materia di fede. Le cose stanno davvero così? Vatican Insider ha intervistato su questo il teologo Nicola Bux, consultore della Congregazione per la dottrina della fede.

Nel suo libro di dogmatica, Müller scrive che la dottrina sulla verginità di Maria «non riguarda tanto specifiche proprietà fisiologiche del processo naturale della nascita…».
«Il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa che l’aspetto corporeo della verginità è tutta nel fatto che Gesù sia stato concepito senza seme umano, ma per opera dello Spirito Santo. Essa è un’opera divina che supera ogni comprensione e possibilità umana. La Chiesa confessa la verginità reale e perpetua di Maria ma non si addentra in particolari fisici; né pare che i concili e i padri abbiano detto diversamente.
In questa linea, mi sembra, vada inteso quanto ha scritto Müller, il quale non sostiene una “dottrina” che neghi il dogma della perpetua verginità di Maria, ma mette in guardia da un certo, per dir così, “cafarnaismo”, cioè quella maniera di ragionare “secondo la carne” e non “secondo lo spirito”, già emersa a Cafarnao tra i giudei al termine del discorso di Gesù sul pane della vita».

Nel 2002 Müller, nel libro «Die Messe - Quelle des christlichen Lebens», parlando del sacramento eucaristico scrive che «il corpo e il sangue di Cristo non indicano componenti materiali della persona umana di Gesù nel corso della sua vita o della sua corporeità trasfigurata. Qui, corpo e sangue significano la presenza di Cristo nei segni del medium costituito da pane e vino».
«Proprio a Cafarnao i termini usati da Gesù, carne e sangue, furono fraintesi in modo antropomorfico e il Signore dovette ribadire il loro senso spirituale che non vuol dire che la sua presenza sia meno reale, vera e sostanziale. Si veda in proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica. Sant’Ambrogio dice che non si tratta dell’elemento formato dalla natura, ma della sostanza prodotta dalla formula di consacrazione: la stessa natura viene trasformata, perciò corpo e sangue sono l’essere di Gesù. Il concilio Tridentino dice che nell’eucaristia è presente “sostanzialmente” nostro Signore, vero Dio e vero uomo. È presente sacramentalmente con la sua sostanza, un modo di essere misterioso, ammissibile per fede e possibile da parte di Dio.

San Tommaso aveva detto che il modo della “sostanza” e non quello della “quantità”, caratterizza la presenza di Cristo nel sacramento dell’eucaristia. Il pane e il vino in quanto specie o apparenze, mediano il nostro accesso alla “sostanza”, cosa che accade soprattutto nella comunione. Comunque il concilio Tridentino non vede contraddizione tra il modo naturale della presenza di Cristo in cielo e quello sacramentale di essere in molti altri luoghi. Tutto ciò è stato ribadito da Paolo VI nella sua purtroppo dimenticata enciclica Mysterium Fidei. Non bastano i sensi ma ci vuole la fede. È mistero della fede».

Sul protestantesimo e l’unicità salvifica di Gesù, Müller nell’ottobre 2011 ha dichiarato: «Il battesimo è il segno fondamentale che ci unisce sacramentalmente in Cristo, e che ci presenta come una Chiesa dinanzi al mondo. Perciò, noi come cattolici e cristiani evangelici siamo già uniti persino in ciò che chiamiamo la Chiesa visibile».
«Sant’Agostino ha difeso contro i donatisti, la verità che il battesimo è un vincolo indistruttibile, che non abolisce la fraternità tra i cristiani, anche quando sono scismatici o eretici. Purtroppo oggi nella Chiesa si teme il dibattito, ma si procede per tesi e ostracismi di chi la pensa diversamente. Mi riferisco alla teologia, certo, che può essere opinabile.

Tuttavia anche lo sviluppo dottrinale trae giovamento dal dibattito: chi più ha argomenti, convince. Nelle accuse a monsignor Müller si estrapola dal contesto: così è facile condannare chiunque. Un vero cattolico deve fidarsi dell’autorità del Papa, sempre. In particolare, credo che Benedetto XVI sappia quel che fa. E vorrei rinnovare alla Fraternità Sacerdotale San Pio X proprio l’invito a fidarsi del Papa».

È stato detto che il nuovo Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede non sarebbe stato finora molto favorevole al Motu proprio Summorum Pontificum…
«Io sono certo che comprenda le ragioni che hanno indotto il Papa a promulgarlo e che opererà secondo lo spirito e la lettera del Motu proprio. Quanto alle estrapolazioni di cui abbiamo parlato, le cose scritte da monsignor Müller appartengono alla sua stagione di teologo e un teologo non produce dottrina, almeno immediatamente. Da vescovo deve invece difendere e diffondere la dottrina non sua, ma della Chiesa e credo che l’abbia fatto. Da Prefetto continuerà a farlo, sotto la guida del Papa».

Teniamo presente la distinzione tra teologi (che possono e devono esporre i loro pareri teologici, anche le loro proposte di "novità" interpretative, perché questo è il loro lavoro!) e vescovi che esercitano il magistero (il quale deve servire la dottrina della Chiesa, riconoscendo come coerente o scartando quello che non è compatibile con la Sacra Scrittura, interpretata dal Magistero, e la Tradizione apostolica). I vescovi in comunione con il Papa non esercitano il magistero perché sono tanto intelligenti o studiati (cosa che ovviamente non è affatto da escludere!!), è invece dottrina tradizionale che questo sia il loro specifico carisma a servizio dell'edificazione della Chiesa: per mantenerla nella vera fede. Non tocca ai preti, non tocca ai diaconi, non tocca neppure ai laici (nemmeno se fanno parte di qualche movimento ecclesiale), è invece incarico dei vescovi in comunione con il Romano Pontefice essere "maestri della fede". Non per niente ogni tanto (speriamo tanto tanto...) i vescovi insieme al Papa si mettono tutti insieme per fare un Concilio Ecumenico...

venerdì 29 giugno 2012

Un messaggio chiaro ai Lefebvriani ribelli: tocca al successore di Pietro aprire e chiudere

Papa Benedetto nell'omelia di oggi, 29 giugno 2012, non ha mancato di declinare il primato petrino in linea con le esigenze della Chiesa di oggi e le necessità che emergono in modo particolare in questi tempi. Ha ricordato con forza che a Pietro è conferito il "potere delle Chiavi". Gesù rimane per l'eternità il capo della Chiesa, certo, ma Pietro e i suoi successori sono gli "amministratori delegati". E chi disobbedisce a loro, disobbedisce a Cristo: perché ai pontefici competono "le decisioni dottrinali", il "potere disciplinare" e "la facoltà di infliggere e togliere la scomunica". Lefebvriano catechizzato, mezzo salvato... Rileggiamo le parole del Papa. Se vi interessa l'intera omelia, la trovate qui.
Passiamo ora al simbolo delle chiavi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Esso rimanda all’oracolo del profeta Isaia sul funzionario Eliakìm, del quale è detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (Is 22,22). La chiave rappresenta l’autorità sulla casa di Davide. E nel Vangelo c’è un’altra parola di Gesù rivolta agli scribi e ai farisei, ai quali il Signore rimprovera di chiudere il regno dei cieli davanti agli uomini (cfr Mt 23,13). Anche questo detto ci aiuta a comprendere la promessa fatta a Pietro: a lui, in quanto fedele amministratore del messaggio di Cristo, spetta di aprire la porta del Regno dei Cieli, e di giudicare se accogliere o respingere (cfr Ap 3,7). Le due immagini – quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere – esprimono pertanto significati simili e si rafforzano a vicenda. L’espressione «legare e sciogliere» fa parte del linguaggio rabbinico e allude da un lato alle decisioni dottrinali, dall’altro al potere disciplinare, cioè alla facoltà di infliggere e di togliere la scomunica. Il parallelismo «sulla terra … nei cieli» garantisce che le decisioni di Pietro nell’esercizio di questa sua funzione ecclesiale hanno valore anche davanti a Dio.

Mi pare che Benedetto sia stato di una chiarezza cristallina. E speriamo che chi è tentato dallo scisma, dal rifiuto pratico dell'autorità dottrinale di Pietro affermata a parole, dall'aperta ribellione alla Chiesa di Roma, sappia con umiltà accettare i "preamboli dottrinali" e la "sistemazione canonica" che il Papa, roccia petrina della Chiesa, ha offerto e continua, con il sorriso di padre, a proporre nonostante tutto. (Se sapete l'inglese leggete l'omelia odierna di Mons. Fellay o ascoltatela in francese e ditemi voi!). Davvero Benedetto XVI è il papa dell'unità della Chiesa.

mercoledì 18 aprile 2012

Fellay, si dice, "ha firmato". Ma non tutti i suoi sono d'accordo con lui. Nemmeno Lefebvre stesso?

Si percepisce un certo contrasto all'interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i lefebvriani (leggi qui). Mentre l'ala "cattolica" si rallegra (leggi qui) della probabile capitolazione dei vertici alle richieste dottrinali del Papa (che per primo ha concesso tutto quello che i lefebvriani, da sempre, chiedevano), c'è un'aula "rigorista", che non intende piegarsi e cerca di spegnere gli entusiasmi (il comunicato oggi uscito da Menzingen ne è un segno chiaro - si veda anche qui -)
Purtroppo sappiamo che questi ultimi possono richiamarsi alla più autentica eredità dell'arcivescovo scomunicato Marcel Lefebvre, iniziatore dell'irregolare società di chierici tradizionalista, mai piegatosi alle richieste della Santa Sede. Accetterebbe lui, oggi, l'accordo dottrinale proposto da Ratzinger Papa, quello stesso Ratzinger Cardinale a cui più volte disse "NO" in vita, come ci testimonia il video-discorso che qui vi accludo?? A voi la risposta, dopo aver ascoltato il discorso (o letto i sottotitoli se non capite bene il francese). Comunque rimarrà la domanda: Quanto sincera potrà essere l'accettazione dottrinale di chi, fino a ieri, continuava a dire che non intendeva piegarsi alle pretese di una Roma "che ha perso la Fede"? Anche questo resta da scoprire... Speriamo e preghiamo per un vero e duraturo risanamento degli strappi nella veste di Cristo che è la sua Chiesa. Papa Benedetto se lo meriterebbe davvero.

venerdì 16 marzo 2012

Mano di ferro in guanto di velluto. Papa Benedetto è chiaro: i Lefebvriani devono ora accettare le sue condizioni.

Un comunicato limpido e cristallino è uscito oggi dagli uffici della Santa Sede. Riguarda la vicenda della faticosa riconciliazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i cosiddetti Lefebvriani. Il messaggio, che si riferisce all'incontro odierno tra il Card. Levada e i superiori della Fraternità è scritto in ecclesialese curiale, forbito e gentile, ma è un macigno. Leggiamolo e commentiamolo:


Durante l’incontro del 14 settembre 2011 fra Sua Eminenza il Signor Cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, e Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, era stato consegnato a quest’ultimo un Preambolo Dottrinale, accompagnato da una Nota preliminare, quale base fondamentale per raggiungere la piena riconciliazione con la Sede Apostolica. In esso si enunciavano alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il "sentire cum Ecclesia" [questo è il riassunto delle puntate immediatamente precedenti. Potete trovare qualche riferimento anche in questo post e in quest'altro, scritti tempo fa'].

La risposta della Fraternità Sacerdotale San Pio X in merito al summenzionato Preambolo Dottrinale, pervenuta nel gennaio 2012, è stata sottoposta all’esame della Congregazione per la Dottrina della Fede e successivamente al giudizio del Santo Padre [è già sceso in campo il Papa, al cui giudizio -lo ricordiamo - non c'è appello ulteriore]. In ottemperanza alla decisione di Papa Benedetto XVI [il Papa ha deciso], con una lettera consegnata in data odierna, si è comunicato a S.E. Mons. Fellay la valutazione della sua risposta. In essa si fa presente che la posizione, da lui espressa, non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità. [Il Papa non è d'accordo con i Lefevriani a proposito del loro parere che il "preambolo dottrinale" sia inaccettabile . Attenzione ai termini. Si dice: la risposta data "non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura". C'è dunque, attualmente, e rimane una spaccatura, un fossato, una mancanza di comunione, e questa è data non da problemi disciplinari, ma da questioni che riguardano fede e/o morale (dottrinali)]

Al termine dell’odierno incontro, guidato dalla preoccupazione di evitare una rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili, si è rivolto l’invito al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X di voler chiarificare la sua posizione al fine di poter giungere alla ricomposizione della frattura esistente, come auspicato da Papa Benedetto XVI. [Qui si arriva al dunque: c'è un ultima mano tesa dal Papa, perché Fellay accetti di ricomporre la frattura esistente "come auspicato da Papa Benedetto". Altrimenti sono chiaramente previste le consueguenze, che ci si affretta a dire di voler evitare. Si tratta di una "rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili": minaccia di scomunica per niente velata, e questa volta - da ciò che pare dal comunicato - non solo per scisma causato da una rottura della disciplina, pur importante come l'ordinare vescovi senza mandato pontificio, ma per i problemi dottrinali. Questo vuol dire eresia, chiaro e tondo: davvero conseguenze dolorose e incalcolabili]
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Il temporeggiamento è finito. E' arrivata la resa dei conti. RadioVaticana aggiunge che il termine è il 15 aprile prossimo. Il Papa ha parlato: Roma locuta, causa finita. Prendere o lasciare. Ma lasciare significherà per i Lefebvriani perdere tutto e relegarsi tra i sedevacantisti. Oppure perdere solo gli elementi eretici, presenti nel suo seno, e tornare purificata a Roma, nell'abbraccio della Chiesa universale, continuando a far fiorire il carisma "spinoso" - se volete -  eppure fecondo - del continuo richiamo alla teologia, magistero e disciplina preconciliare.

E proprio secondo la Tradizione, ricordiamo anche questo, la Chiesa - per volere divino - non è una democrazia, soprattutto per quanto riguarda la dottrina e la sua valutazione. Il custode supremo del dogma è il Vescovo di Roma, con tutti i vescovi in comunione con lui (Vaticano Primo). Se certi vescovi rifiutano la comunione con il Romano Pontefice, si tagliano fuori da se stessi dalla Chiesa. 
La Chiesa universale è una piramide, certamente! (vedi schema qui sotto). Ma una piramide con la punta verso il basso, il cui vertice che sopporta e supporta tutto il peso ecclesiale è il vicario di Pietro, appoggiato in equilibrio sempre instabile, ma mantenuto lì da Dio stesso, sul dito invisibile del capo della Chiesa: Gesù Cristo.



lunedì 23 maggio 2011

Altri pensieri sparsi su "Universae Ecclesiae": Il num. 19 riguarda i Lefebvriani?


C'è un numero particolarmente interessante, per la sua chiarezza e il suo riferimento, nella recente istruzione Universae Ecclesiae (per l'attuazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, sulla Messa more antiquior). Si tratta del num. 19, che recita così:

19. Christifideles celebrationem secundum formam extraordinariam postulantes, auxilium ne ferant neque nomen dent consociationibus, quae validitatem vel legitimitatem Sanctae Missae Sacrificii et Sacramentorum secundum formam ordinariam impugnent, vel Romano Pontifici, Universae Ecclesiae Pastori quoquo modo sint infensae.

I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale.

Dunque, esaminando con più precisione, rispetto alla traduzione ufficiale, possiamo dire:
a) Questo numero riguarda il diritto di chiedere la forma straordinaria: celebrationem secundum formam extraordinariam postulantes
b) Chi la chiede deve avere i requisiti qui stabiliti: 1) non dare aiuto (auxilium ne ferat) nè tantomeno essere in qualche modo iscritto (neque nomen dent) ai gruppi o associazioni (consociationibus) che si oppongano (impugnent) alla validità o anche solo alla legittimità della Messa e dei sacramenti celebrati secondo la forma ordinaria.
c) Inoltre tali gruppi a cui eventualmente si appartiene non devono essere ostili in alcun modo (quoquo modo) verso il Romano Pontefice come Pastore della Chiesa Universale. Infensus vuol dire "ostile, nemico, arrabbiato con.."

Di chi si parla, perciò, in questo numero 19?
Certamente dei Sedevacantisti, quegli strambi personaggi che son convinti che l'ultimo papa valido sia stato Pio XII, dopo di chè la Sede di Pietro è occupata da usurpatori. Questi sono assolutamente contrari al Papa di Roma in quanto Pastore della Chiesa universale. Ma di questi nemmeno ci occupiamo.

La questione diventa tuttavia più delicata quanto pensiamo a chi non riconosce la validità della Messa e dei sacramenti nell forma Ordinaria. Sono pochi i gruppi, forse c'è qualcuno - personalmente - che ha questa idea. Se la manifesta così, è chiaro che si mette fuori della comunione della Chiesa e non può nemmeno chiedere la forma straordinaria (tanto più non la chiederebbe a chi è stato ordinato con il rito ordinario, e quindi sarebbe invalidamente ordinato). Mi pare che solo alla luce di questa cautela si capisce perchè l'ordinazione rimane per tutti in forma ordinaria: per mettere a tacere i pochi - che pure esistono - i quali cianciano dell'invalidità dei sacramenti celebrati con i libri riformati.

Più complessa è la questione concernente chi sostiene che la messa ordinaria non avrebbe "legittimità". Che cosa si intende per "legittimità": non è solo la liceità dell'atto di celebrare la messa Novus Ordo, ma si tratta del più radicale dubitare che sia stata legittimamente promulgata e che - comunque - il messale di Paolo VI sia un bene e non un male per la Chiesa.
Ci sono gruppi che la pensano così? Putroppo sì. Nella Fraternità Sacerdotale di San Pio X, i lefebvriani, questo mettere in questione la legittimità del Novus Ordo non è nascosto a nessuno. E sono parecchi anche tra i commenti in alcuni blog che mostrano con tutta evidenza la stessa posizione da parte di fedeli che si dicono in piena comunione con il Papa.

La richiesta di questo num. 19 non è in sostanza differente dalla condizione posta nel famoso indulto del 1984 nella lettera Quattuor abhinc annis del 1984, anzi - se si vuole - è più mite:
a) Con ogni chiarezza deve constare anche pubblicamente che questi sacerdoti ed i rispettivi fedeli in nessun modo condividano le posizioni di coloro che mettono in dubbio la legittimità e l'esattezza dottrinale del Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970.

Se dunque, domani, viene a bussare alla mia sagrestia un sacerdote della FSSPX con un gruppo che chiede di celebrare la Messa in forma straordinaria o anche solo un gruppo legato pubblicamente a una cappella dei lefebvriani, devo accogliere queste richieste? La risposta è no. Non perchè io sia contrario alla forma della celebrazione straordinaria, ma perchè chi lo chiede non è in comunione piena con il Sommo Legislatore della Chiesa, ed è in questo in polemica con il Papa; il quale non solo ritiene legittima la forma ordinaria, ma ordinariamente la celebra. La carità non può e non deve essere disgiunta dalla verità. E viceversa.
Ricordo, a chi spesso lo dimentica, che comunque i sacerdoti della FSSPX non esercitano legittimamente nessun ministero nella chiesa cattolica, le loro confessioni sono invalide per mancanza di giurisdizione (a parte in pericolo di morte), e anche i matrimoni celebrati dai sacerdoti lefebvriani sono invalidi per lo stesso motivo.

Questo numero 19 è pertanto un monito e un richiamo ai fedeli che frequentano certi gruppi non in comunione con la Chiesa, o ancora non del tutto in comunione (come i lefebvriani); un richiamo a ricordare che l'unità ecclesiale è il primo requisito per chiedere la celebrazione della Messa, unità non solo formale, ma sostanziale, che non mette in dubbio la validità e la legittimità dei sacramenti secondo le forme approvate dalla stessa Santa Madre Chiesa.

domenica 25 luglio 2010

Lo stillicidio di critiche dei Lefebvriani al Concilio e al Papa studioso. Tanti, in casa Lefebvre, continuano a minare il cammino verso l'unità


(ASCA) - Roma, 24 lug - I lefebvriani non nascondono il loro scetticismo sul tema scelto da papa Benedetto XVI per il tradizionale incontro di fine estate con i propri ex-studenti a Castelgandolfo. Il cosiddetto 'Schuelerkreis' affrontera' quest'anno il tema dell'interpretazione del Concilio Vaticano II. Si tratta pero' di uno sforzo ''superfluo'', secondo i tradizionalisti legati alla messa tridentina, perche' - come scrive il portavoce abate Alain Lorans (nella foto), nel loro bollettino settimanale online - il Concilio non puo' essere la ''bussola'' per il cristianesimo del nostro tempo, in quanto ''volendosi aprire allo spirito del mondo moderno si e' posto sotto l'influenza di una forza di attrazione estranea alla Chiesa'' che, come un ''magnete'', gli ha reso impossibile di continuare a indicare la strada. Di qui il contrasto di interpretazioni e di letture del Concilio, inconciliabile - secondo i lefebvriani - con una fede che, come una bussola, dovrebbe ''fornire una informazione precisa e far tacere ogni discussione: ecco il nord e il resto e' superfluo''.

Evidentemente ci sono alcuni che preferiscono lo "status quo", non vogliono l'unità completa, che significa sottomissione vera e giuridica a Roma e fine della libertà gallicana a cui ormai sono abituati da decenni in nome della purezza della fede. Perchè altrimenti continuare a mettere mine sotto i passi del Papa, che tanto si sta spendendo per la causa dell'unità di tutti i cristiani? Questo è davvero difficile da capire. L'unica spiegazione è il desiderio di boicottare il dialogo e far fallire i negoziati per riportare la FSSPX e i suoi vescovi nella comunione visibile con la Chiesa di Roma.

lunedì 26 ottobre 2009

Iniziano i colloqui con i Lefebvriani, ma a Lourdes il trionfalismo della FSSPX rovina il clima e non si cura dei sentimenti del Papa


Oggi iniziano i colloqui dottrinali tra la Santa Sede e la Fraternità di San Pio X, per far finalmente comprendere ai lefebvriani che la Chiesa Cattolica, ufficialmente, è la sola interprete autentica della lettera di ogni ogni Concilio Ecumenico, e chi non si sottomette al magistero del Sommo Pontefice non può fregiarsi dell'appellativo di "cattolico".
Ma proprio alla vigilia dei colloqui che cosa ci tocca vedere? Il vescovo lefebvriano Tissier de Mallerais che pontifica al trono nella Basilica san Pio X di Lourdes! Neanche fosse il vescovo diocesano! (qui la notizia) Non bastava il faldistorio? Sanno benissimo i Lefebvriani che questo gesto, che può sfuggire a chi frequenta solo il Novus Ordo può passare inosservato. Ma non è così. E' un gesto simbolico esplicito. Addirittura usa il pastorale, a riconoscersi una potestà che il Papa, finora gli nega esplicitamente. I simboli parlano: non era meglio fare sfoggio di umiltà in questa occasione?
Questo è correre troppo e non rispettare non solo i sentimenti del Pontefice, che è stato generoso - a sue spese - con i fratelli della FSSPX, ma anche non tener conto della lettera che il Papa ha mandato a tutti i vescovi dopo i "tumulti" scoppiati all'indomani della remissione delle scomuniche. Ve la cito perchè la memoria di molti è corta:
"Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa."
Evidentemente il Vescovo di Tarbes e Lourdes non ha ricevuto la lettera (o non vuole far polemica con nessuno). Qui non si tratta di dare un altare ad un sacerdote di un'altra chiesa non in comunione con Roma, si tratta di sacerdoti cattolici finora sospesi "a divinis". Non so se sia chiara la differenza.
Veramente il cattivo gusto e la faciloneria di certi elementi non ha fine. Mi chiedo poi come il rettore di Lourdes abbia potuto dare il suo consenso ad un pontificale del genere! Se proprio si voleva, per santa carità esagerata, poteva bastare una cappellina, consci che si trattava comunque - ancora- di una messa illecita per il diritto canonico, sebbene celebrata da un vescovo su cui non pesava più il fardello della scomunica.
Ma ormai ognuno interpreta la legge canonica come vuole, e la Tradizione vale solo quando conviene. Che sconforto, che tristezza. Questo trionfalismo lefebvriano è proprio agli antipodi dell'umiltà che servirebbe in questo frangente. Speriamo proprio che i colloqui portino frutto. Ma ci sarà bisogno di tanto aiuto dal cielo.

sabato 17 ottobre 2009

Progetti dei Lefebvriani: diventare prelatura personale?

Secondo l'informatissimo Tornielli l'innalzamento della Fraternità sacerdotale San Pio X a prelatura personale, come l'Opus Dei, sarebbe la contropartita richiesta dai Lefebvriani per rientrare in piena comunione con la Chiesa di Roma. Lo scrive oggi su Il Giornale.
Dopo aver già ottenuto la remissione della scomunica dei quattro vescovi illecitamente ordinati da Mons. Lefebvre, e la liberalizzazione dell'uso del Messale del 1962 con il Motu Proprio Summorum Pontificum, adesso gli oppositori delle riforme del Vaticano II vorrebbero assicurarsi l'indipendenza completa dai vescovi diocesani (a questo, in fondo, punterebbe la presunta richiesta di erezione in Prelatura Personale).
Secondo me i problemi dei tradizionalisti lefebvriani sono altri, e di due tipi.

1) Problemi teologici, che anche Tornielli mette giustamente in evidenza. E questi verranno affrontati nelle sessioni dell'apposita commissione di dialogo che affronterà l'ermeneutica dei punti controversi del Concilio Vaticano II (ovviamente non di TUTTO il Concilio, come qualche giornalista disinformatore continua ad asserire). In realtà questi dialoghi serviranno a tutta la Chiesa Cattolica, perchè chiederanno di esplicitare come devono essere interpretate "cattolicamente" le posizioni conciliari sulla collegialità episcopale, la libertà religiosa, l’ecumenismo e il rapporto con le religioni non cristiane.

2) Seconda serie di problemi viene alla FSSPX dai membri interni recalcitranti e dai sostenitori laici che non vogliono venire a patti con la Sede di Roma, da cui ormai per troppo tempo si sono sentiti indipendenti. Una fraternità che si è autoproclamata la principale (unica?) difesa rimasta alla Tradizione Cattolica e si è identificata in questa lotta non è per nulla facile da ricondurre intera e compatta all'unione con quelli che fino a ieri erano "eretici" e nemici. Molti laici, che dopotutto sostengono economicamente l'attività della FSSPX come benefattori, potrebbero insistere nel volere i loro preti "di corte", indipendenti dal Papa di Roma. E lo stato maggiore della Fraternità dovrà allora decidere tra il ritorno nelle braccia della Madre Chiesa e la sicurezza economica. Alcuni di questi preti potrebbero poi mettersi nuovamente "in proprio", staccandosi dalla Fraternità che torna a casa, e chissà, magari trovano anche un vescovo disposto a consacrarli al sommo sacerdozio.
Sono pericoli da non trascurare.

Per quanto riguarda ancora lo status di Prelatura Personale, sarebbe ben strano venisse concesso. Abbiamo già più di un precedente di ritorno di Lefebvriani. Per es. cito la Fraternità sacerdotale di San Pietro. Tornati in punta di piedi vent'anni fa, dodici preti staccatisi dalla FSSPX per non voler aderire al movimento scismatico, sono ora diventati 219! E hanno 11 diaconi, futuri preti, e circa 129 seminaristi! Quante piccole congregazioni possono vantare questi numeri? (qui i dati ufficiali). Eppure il loro status nella Chiesa è quello di una semplice Società di vita apostolica di diritto pontificio.
Sarebbe abbastanza preoccupante che venisse eretta un'altra "anomalia ecclesiologica", qual è ogni prelatura personale (meglio che ne rimanga una sola), soprattutto quando non ce n'è alcun bisogno per il bene della Chiesa. A sistemare in qualche ministero o dicastero i quattro vescovi di ritorno (se torneranno tutti e quattro...) ci penserà la fantasia del Santo Padre e dei suoi collaboratori.

giovedì 17 settembre 2009

A un passo dai dialoghi teologici, lefebvriani si vantano delle sortite in san Pietro.

la carta d'identità del prete: il celebret
No non si fa così. Mi dispiace. Se un sacerdote canonicamente sospeso (questo è il caso dei sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X, diverso dal caso di un sacerdote di una chiesa non in comunione con Roma) senza farsi notare, o approfittando della sbadataggine dei sacrestani celebra la santa Messa in san Pietro, non dovrebbe di certo vantarsi di questo "successo", ma eventualmente nascondere la cosa, di per sè non secondo i canoni, soprattutto adesso che stanno per prendere il via i tanto desiderati e faticosamente sperati colloqui teologici fra Lefebvriani e Roma. Ecco invece la notizia in mostra sul sito della SSPX tedesca. Potrebbe venire il sospetto di diffusione pilotata, al fine di sabotare i colloqui?
Con l'inganno e il sotterfugio, comunque, non si ottiene nessun riconoscimento. Il sacerdote in questione dice che "gli è stato permesso" di celebrare. Forse lui non ha detto chi era.
Mi dispiace per il confratello "furbetto dell'altarino" e anche di più per chi deve sempre domandare di vedere il "Celebret", cioè il documento che prova che il sacerdote richiedente non è incorso in censure, sospensioni o altri provvedimenti che gli impediscono di celebrare in pubblico.
Questa è la norma della Chiesa cattolica, e tutti quelli che si dicono cattolici vi si adeguano volentieri.
E dopo il commento eccovi la notizia, come riportata dalle agenzie di stampa:

VATICANO: LEFEBVRIANO CELEBRA IN S.PIETRO. S.SEDE, NESSUN CASO

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 16 set - Nei Paesi di lingua tedesca, dove sono piu' forti le polemiche tra i vescovi cattolici e i tradizionalisti della Fraternita' Sacerdotale San Pio X, ha destato scalpore negli ultimi giorni la notizia che un sacerdote lefebvriano avrebbe celebrato nel mese di agosto una o piu' messe 'in latino' nella Basilica di San Pietro. A diffondere la notizia e' stata la stessa Fraternita' sul proprio sito web: p. Marcus Jasny, priore della comunita' lefebvriana di Neustadt, in Germania, ha guidato un gruppo di maturande di una scuola della Fraternita' in pellegrinaggio a Roma dal 24 agosto al 2 settembre. Durante quei giorni, il sacerdote racconta di aver celebrato tutte le mattine alle 7 una messa secondo la 'forma straordinaria' del Rito Romano - la messa preconciliare il cui uso papa Benedetto XVI ha liberalizzato con il Motu Proprio Summorum Pontificum - proprio nella basilica di San Pietro.

La Fraternita' San Pio X, anche dopo la revoca della scomunica che pendeva sui suoi quattro vescovi voluta in gennaio da papa Ratzinger, rimane priva di riconoscimento canonico da parte della Santa Sede, e i suoi preti sono da considerarsi validamente ma illecitamente ordinati.

''Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta scritta di celebrare nella Basilica da un sacerdote con quel nome'', spiega all'ASCA Giuseppe Passeri, officiale dell'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, che chiarisce che pero' sono centinaia i preti che ogni giorno arrivano alla Sagrestia della Basilica e chiedono di poter celebrare insieme a piccoli gruppi in una delle cappelle laterali di San Pietro. Il permesso viene generalmente accordato dopo che il sacerdote ha mostrato i suoi documenti; inoltre, dopo il Motu Proprio non c'e' nessun problema a celebrare secondo il rito preconciliare. ''Le cappelle laterali, che hanno l'altare attaccato contro il muro - aggiunge il funzionario vaticano - sono tra l'altro piu' adatte alla celebrazione della messa in latino, perche' le cappelle piu' grandi hanno l'altare staccato come richiesto dal Concilio Vaticano II''. ''Ad ogni modo - conclude - si tratta di un piccolo episodio, non c'e' nessun caso''.

asp/cam/alf


lunedì 23 marzo 2009

Un gesto di costosa ma vera obbedienza "spirituale": la FSSPX tedesca sospende le ordinazioni

Aggiornamento 2: Il Priesterseminar Herz Jesu mi conferma che le ordinazioni da Zaitzkofen (Germania) vengono semplicemente trasferite in Svizzera (Econe). Nell'email che ho ricevuto in risposta non ci sono motivazioni, ma solo la smentita della cancellazione che è solo uno spostamento locale. Il comunicato ufficiale di mons. Fellay però dice che: "Questa decisione vuole essere gesto di distensione dopo la revoca delle ingiuste scomuniche che gravavano sui vescovi della Fraternità e le violente reazioni che ne sono seguite".

Il vescovo di Regensburg Gerhard Ludwig Müller all'inizio di marzo aveva negato il permesso alla Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare nuovi presbiteri nel suo territorio (nella foto il seminario tedesco della FSSPX). Il 2 marzo in un'intervista a Der Spiegel mons. Fellay rifiutava categoricamente di sottomettersi a tale divieto, definendolo non necessario e inopportuno, e dicendo che questa richiesta faceva tornare indietro di 10 anni il colloquio tra le parti.

Ma oggi una agenzia di notizie citata da fr. Z ci informerebbe che i lefebvriani tedeschi hanno cancellato le previste ordinazioni di sabato prossimo che si sarebbero dovute tenere a Zaitzkofen in Baviera. Attenzione: la notizia è stata ridimensionata. L'agenda web del seminario dice che le ordinazioni sacerdotali sono programmate [e per ora tali rimangono] per il 27 di giugno, per marzo non ce ne sarebbero (si poteva pensare ad ordinazioni diaconali, ma si tratta semplicemente dell'istituzione di suddiaconi [secondo Cathcon]).

Se la notizia sarà confermata, è un gesto di clamorosa obbedienza. Un segno vero e concreto di dialogo. Possiamo immaginare quanto costi rimandare per dei giovani diaconi la loro ordinazione presbiterale. Ma è sicuramente il più bel sacrificio che per ora possono offrire al Signore, affinchè si affretti il rietro nella piena comunione con la Chiesa Cattolica. Dopotutto, è meglio aspettare qualche mese, fosse pure un anno, piuttosto che perseverare nella censura della sospensione a divinis e celebrare la prima Messa in stato di disobbedienza esterna alla Santa Sede. 
Sperando che sia tutto vero, questo gesto di riconciliazione sarà il più bel regalo che i vescovi lefebvriani e tutti gli aderenti potevano fare a Papa Benedetto, per ringraziarlo concretamente della revoca delle scomuniche.


venerdì 20 marzo 2009

Il Concilio "pastorale" e lo scisma che non esisteva: le leggende sono dure a morire

Ho letto attentamente l'ultima intervista di Fellay su Il Foglio di oggi a cura degli intelligenti e "spiritosi" Gnocchi e Palmaro (fanno veramente bene libri ironici e arguti...dovreste davvero leggerli). La trovate qui.

A tutti quelli che la leggeranno chiedo solo di fare delle semplici domande a chi l'ha rilasciata e a chi l'ha divulgata, giusto per non lasciarsi "affascinare" eccessivamente da alcune affermazioni. In particolare, ogni volta che i lefebvriani rilasciano dichiarazioni, con gentilezza e delicatezza continuano a insistere su:

A) Il concilio Vaticano II si qualificò "pastorale" e non "dogmatico"
B) L'ordinazione illecita dei quattro vescovi sembrò un'atto scismatico, ma non lo fu (e quindi le scomuniche non erano valide).

Quando sentite queste frasi chiedete al vostro interlocutore con serietà e sicurezza:

A) Ci può mostrare quale degli altri 20 Concili Ecumenici della Chiesa si è dichiarato "Concilio dogmatico"? La vogliamo finire di opporre "pastorale" a "dogmatico"? Il Concilio Vaticano II, definito da alcuni concilio "pastorale" (quasi fosse una parolaccia), ha approvato - con tanto di firma di Lefebvre - due Costituzioni DOGMATICHE: la DEI VERBUM sulla Parola di Dio e la sua trasmissione attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione, e la LUMEN GENTIUM sulla Chiesa.
Il Concilio di Trento, di grazia, dove si è definito "dogmatico"? Qualcuno ce lo può mostrare? Non è più corretto affermare che ha emanato dei "documenti dogmatici"?
E forse è meglio far sapere che tutti i Concili affrontano la DOTTRINA della Chiesa, e quindi sono DOTTRINALI. Alcuni poi affrontano anche questioni DISCIPLINARI (vedi Trento). Ma sono tutti PASTORALI, cioè segno concreto e magisteriale della sollecitudine dei pastori del gregge di Cristo. I pastori, nella Chiesa, guidano il popolo con il loro magistero. Se no possono anche fare a meno di radunarsi in Concilio Ecumenico!
Smettiamola di sminuire il Sacrosanto Ventunesimo Concilio Ecumenico Vaticano II con giochi di parole che non hanno nessun senso, e da tanto tempo non si sentivano più. 

Leggiamo insieme questo passo dell'articolo Il Concilio Vaticano II atto di fede di Giovanni XXIII di Mons. Vincenzo Carbone Consultore della Congregazione per le Cause dei Santi e per anni Archivista del Concilio Vaticano II (Osservatore Romano 3 settembre 2000):
Giovanni XXIII....nella prima enciclica Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959) specificò che lo scopo precipuo del Concilio era di "promuovere l'incremento della fede cattolica e un salutare rinnovamento dei costumi del popolo cristiano, e di aggiornare la disciplina ecclesiastica secondo le necessità dei tempi", per il bene della Chiesa e la salute delle anime.

Nella prima riunione della commissione antipreparatoria (30 giugno 1959) ripeté che la Chiesa, con il Concilio, si proponeva di attingere nuovo vigore per la sua missione. Fedele ai sacri principi e all’immutabile dottrina di Cristo, seguendo le orme della tradizione, intendeva rinsaldare la propria vita e coesione di fronte alle odierne situazioni, con efficienti norme di condotta e di attività. Il nuovo rigoglio di fervore e di opere sarebbe stato un richiamo all'unità per quelli che sono separati dalla Sede Apostolica.
Estranea al pensiero di Giovanni XXIII fu l'interpretazione di chi restrinse la "pastorale" a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina, e intese "l'aggiornamento" nel senso di relativizzare secondo lo spirito del mondo i dogmi, le leggi e le strutture della Chiesa.
In Giovanni XXIII - dichiarò Paolo VI - "fu così vivo e fermo il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera".

All'apertura del Concilio (11 ottobre 1962), Giovanni XXIII disse che più di tutto interessava al Concilio che la dottrina cristiana fosse custodita e insegnata in forma più efficace; ma per poter raggiungere i molteplici campi dell'attività umana, era necessario che la Chiesa, senza discostarsi dal patrimonio della verità, guardasse anche al presente, alle situazioni e ai modi nuovi di vita.
Il Concilio voleva trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti; non si doveva però soltanto custodire il prezioso tesoro, bisognava proseguire il cammino della Chiesa, dedicandosi all'opera che il presente esigeva.
Lo scopo primario del Concilio non era la discussione di alcuni punti di dottrina, ma l'approfondimento e l'esposizione di essa secondo le attuali esigenze, esposti adottando la forma più corrispondente al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale. 
Quando il Papa apprese le erronee interpretazioni delle sue parole, esclamò: "Non è questo il pensiero del Papa!". 
L'indirizzo del Concilio voluto da Giovanni XXIII continuò anche quando egli non vi fu più.
B) Il secondo problema, quello di negare la realtà scismatica delle ordinazioni, è un'altra favola, che racconta, racconta, alla fine dovrebbe essere creduta. Non ci fu scisma perchè si trattava di ordinazione in stato di grave necessità (come se la Chiesa che stava con il Papa fosse ormai priva di vescovi validi). Non ci fu scisma perchè, secondo Fellay: "Le ordinazioni episcopali avvennero effettivamente senza l'accordo esplicito di Papa Giovanni Paolo II. Ma in quelle circostanze storiche era evidente che non si trattava di un atto di ribellione alla Santa Sede". 
Correggiamo: le ordinazioni episcopali non avvennero "senza accordo esplicito", ma come tutti sanno "contro l'ordine esplicito" di non procedere ad esse. Cosa molto, molto diversa: vera e propria ribellione, che il Papa cercò in tutti i modi di prevenire.
Un certo Card. Ratzinger seguì tutta la vicenda, e probabilmente ben conosce ogni retroscena, visto che era in prima linea nei colloqui con Lefebvre. Eppure neanche lui, poverino, si sarebbe accorto che non si trattava di "ribellione", non gli fu "evidente". Un vero pasticcione questo card. Ratzinger, non si è accorto dell'evidenza!
BASTA. Gli interventi e lettera di Papa Benedetto sono stati chiari e lucidi. Lasciamo stare, per favore, le recriminazione e i tentativi di cammuffare la realtà. Meglio la sincera ammissione dei fatti. La scomunica non c'è più, ma c'era ed era seria.

Dichiarava Benedetto XVI al termine dell'udienza del Mercoledì 28/01/2009
"...ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro Vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza mandato pontificio. Ho compiuto questo atto di paterna misericordia, perché ripetutamente questi Presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II".
Nel decreto di remissione del 21 gennaio si diceva:
Con questo atto si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica. Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie, vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione. [Che bisogno c'era di revocare una scomunica per togliere lo scandalo della divisione fra cristiani, se un atto scismatico non era quello che "sembrava"?]
Dice la Lettera di Benedetto XVI sulla remissione delle scomuniche:
La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio.

Rimangono questioni dottrinali aperte, finchè non di riconosce il valore del Concilio, e questo impedisce ai vescovi di essere pienamente reintegrati:

Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.... i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi.
Inoltre, un passo del decreto di remissione delle scomuniche, citava una lettera di Fellay del 15 dicembre 2009 inviata alla Santa Sede, in cui si diceva:
Mons. Fellay afferma, tra l'altro: "Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l'attuale situazione".
Ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, che tra gli insegnamenti della Chiesa Cattolica Romana ci sono anche quelli del Concilio Ecumenico Vaticano II. Attenzione, mi riferisco solo ai testi autentici, non l'interpretazione o la teologia che su di essi si è sviluppata.
Fellay ci spieghi: è possibile, secondo la Santa Tradizione, che un Concilio Ecumenico, erri in materia di Dogma e Morale? Allora, ci faccia il piacere di non confondere i piccoli, anche nelle interviste. Dica chiaro: "Accettiamo i testi dogmatici del Concilio Vaticano II, e continuiamo a discutere sull'interpretazione di tutto il resto". Questo sì che aiuterà la Chiesa. Non le interviste ambigue e in certi passi ammiccanti, nonostante le buone intenzioni di chi le rilascia e di chi le riceve.
La Verità non farà liberi solo i modernisti, ma anche chi non vuol riconoscere che è ora di decidersi a rientrare, con tutti gli onori, per la porta aperta (a prezzo di tanti sacrifici) dal nuovo papa buono: Benedetto XVI.

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