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sabato 21 settembre 2013

Dio dice: "Io ti perdono perché tu ti converta". Qualche appunto sul perdono e la confessione

confessionali alla GMG 2013 di Rio de Janeiro
Oggi tutti ricordano che nel giorno di san Matteo, 21 settembre di 60 anni fa, la vita di un ragazzo cambiò, a partire da una sosta al confessionale. Protagonista di quella confessione fu il giovane Jorge Mario Bergoglio e quella confessione fu l'inizio della chiamata di colui che oggi è Papa di Roma.
Proprio oggi leggo anche un articolo sull'"aria nuova" che ora tira nei confessionali; vi si discetta su cosa dev'essere e cosa non dev'essere la confessione. Con toni un po' "pontificali" si inneggia al Papa che finalmente "non giudica" (strizzando l'occhio a far intendere: mica come quelli di prima....), si sottolinea che la confessione è ora misericordia, ascolto di tutti, anche dei non credenti (!)... Certo, direte, sono cose che si scrivono sul giornale per attirare attenzione e farsi leggere... Eppure c'è del vero in tutto questo. Che la gente affolli i confessionali, dove trova un prete ad ascoltare (perché più spesso li trova vuoti....) è verità inoppugnabile. Ma che parecchi di quelli che vengono al confessionale (o spingono altri ad andarci....) cerchino il sacramento della riconciliazione con Dio, questo - dalla mia esperienza - spesso non è vero. E parlo come prete che nel confessionale ci resta seduto svariate ore di fila.
Mi spiego. Come ben fanno emergere i sacerdoti intervistati nell'articolo linkato, oggi il sacramento della riconciliazione viene percepito sovente come un "dialogo", come un modo per "star bene", recuperare "la propria serenità interiore", "sentirsi in pace con se stessi". Riconciliarsi con sè e con la propria vita: e Dio "deve" essere utile a questo. Se si cerca tutto ciò dalla confessione, è logico che il prete deve giocare la parte della spalla su cui piangere o il sostegno che toglie sensi di colpa, dicendo: "ma no, non ti preoccupare, tu sei buono, va tutto bene...". Ma il confessionale, che non è una sala delle torture, non è nemmeno la lavanderia (dice il papa) o il salone di bellezza, dove si mascherano le rughe o si coprono con il cerone della misericordia le macchie della pelle intrisa di peccati. 
Non sentirsi condannati per il peccato, ma anzi perdonati, non significa - nel linguaggio cristiano - che con la confessione tutto torna "magicamente" a posto. Dio non dice "beh facciamo finta che non sia successo niente!". Questo non sarebbe perdono, ma ipocrisia. Dio condanna il peccato mentre salva il peccatore. Mettiamocelo bene in testa: nessun Papa va frainteso su questo punto fondamentale. Il male va rimosso, mentre la persona va accolta. 
Se è vero, come dice il teologo intervistato: Basta con il ricatto (“io ti perdono se tu ti converti”), non possiamo tuttavia sostenere che dentro le persone ci sia solo "la bellezza di Dio". Altrimenti non servirebbe un sacramento per la remissione dei peccati, da non confondersi con una seduta psicologica! La confessione rimane un sacramento della fede, non una tecnica di aiuto per sentirsi "tirare su". Sant'Antonio di Padova - che a me piace chiamare Dottore del Confessionale - in linea con Papa Francesco spiega che siccome il mio peccato è una malattia, devo andare dal medico delle anime perché mi aiuti a liberarmene. Il peccato è la bruttura dell'anima che il Signore vuole eliminare, in modo da far tornare a risplendere la bellezza della sua immagine in me (dalla dissomiglianza alla somiglianza, dice Antonio).
Noi cattolici non ci sentiamo a nostro agio col motto luterano "simul iustus et peccator", quando si intenda che l'uomo rimane nei propri peccati anche dopo il perdono di Dio, e sarebbe solo lo sguardo di Dio a cambiare e a vederlo "bello e giusto" per mezzo di un perdono "imputato". Se si lascia la metafora giudiziale e si ragiona invece secondo la metafora della salute, come ci indica Papa Francesco, diventa ovvio che non si può essere contemporaneamente "sani e malati": si può essere tuttavia "convalescenti", malati in via di guarigione, cioè - appunto - "penitenti". Comunque "non fermi", ma in cammino verso il completo risanamento.
Per questo Dio non dice: "io ti perdono se tu ti converti", ma afferma piuttosto "io ti perdono PERCHE' tu ti converta", ovvero "ti do il perdono, medicina dell'anima, perché in forza di esso tu cambi vita, esca dal peccato, viva respirando la grazia che ti è stata data". Come dire: ti curo, perché tu stia bene ed esca dalla tua malattia. Gesù dice all'adultera: "Neanche io ti condanno, va e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,11).
Nessuno può convertirsi senza grazia (cioè senza la misericordia di Dio), ma nessuno può pretendere di rimanere quello che è nonostante la grazia. Il "mettersi in cammino" che il Papa tante volte propone è proprio questo esodo, biblicamente inteso, dal peccato alla santità. Non inganniamo le persone: questo cammino rimane faticoso, doloroso, richiede tagli e sacrifici, forse è anche pieno di ricadute. Ma ridona la salute a chi lo compie e non se ne sta fermo aspettando la fine.
Allora, per favore, non lasciamoci trasportare da trovate giornalistiche che scovano ogni giorno opposizioni al recente passato, aperture, cambiamenti, svolte, come se solo da domani i sacerdoti in confessionale debbano iniziare a distribuire la misericordia di Dio, perché fino ad oggi hanno solo amministrato il suo tremendo giudizio con castighi inumani! 
Il Papa ha ribadito che la Chiesa è un ospedale da campo dopo la battaglia. Andiamo fino in fondo a questa metafora: nell'ospedale da campo si tratta di salvare vite umane, tamponando emorragie, ricucendo ferite laceranti, ma anche amputando membra in cancrena e a volte, riconoscendo la propria impotenza, accompagnando le persone cercando solo di alleviarne i dolori. Questo fa il sacerdote-chirurgo ogni volta che siede al suo posto, nel pronto soccorso della misericordia. La "penitenza", parola dimenticata e non alla moda, è una tappa necessaria al sacramento. Essa consiste nella riparazione, nella doverosa riabilitazione di colui che uscito dal pericolo di "morte spirituale", ma ora ha davanti un lungo cammino per poter riprendere in pieno le sue funzioni. I sacerdoti che fanno finta di essere misericordiosi e non danno la penitenza, perché è fuori moda, sono come medici che curano il cancro con l'aspirina invece che con la chemioterapia, e dicono al malato "non ti preoccupare, tutto va bene"! 
Certo che è desiderio e diritto del "paziente" trovare un medico comprensivo e accogliente, ma è dovere del dottore non essere "medico pietoso" quello che il proverbio dice "fa la piaga verminosa",Il bravo confessore, pur dotato di tanta umanità e necessaria accoglienza, dovrà dire la verità, anche quando fa male, e chiamare i peccati con il loro nome: carità non fa rima con dissimulazione.
Francesco, il santo di Assisi, abbracciò il lebbroso, ma non si limitò a dare un abbraccio per far sentire il lebbroso "accettato" o "a posto" lasciandolo così com'era. Francesco si mise a servirli, i lebbrosi, a lavarne le piaghe e, anche se non poteva umanamente sanarli, andò a vivere con loro per farli uscire dall'isolamento. Se dal prete in confessionale cerco "l'assoluzione facile", quella "da lavanderia automatica a gettone", che deve essere quasi "un 6 politico", allora sbaglio indirizzo. La clinica delle anime è sempre aperta, ma qui non si pratica "chirurgia estetica" spirituale: si punta alla riabilitazione delle gambe spirituali di chi era paralizzato dal peccato e incapace di muoversi verso il Regno di Dio. Guai al prete se perde la pazienza (anche se tante volte è umanamente difficile mantenerla). Il ministro di Dio deve accompagnare il passo zoppicante di chi ricomincia a camminare, ma sempre e comunque ha l'incarico di parlare a nome di Gesù, non a nome proprio: senza rigorismo ma pure senza lassismo, come dice Papa Francesco (nell'intervista a Spadaro):
Il confessore corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate.
A proposito: l'ambulatorio-confessionale accanto al mio è vuoto. Se qualche giovane desidera un lavoro che è una missione per salvare la vita (eterna) delle persone, gli ricordo che i seminari hanno posto (non sono sovraffollati come le facoltà di medicina....).

giovedì 18 luglio 2013

Oggi sarebbe abortito e invece fu un genio e compose la "Salve Regina": storie di 1000 anni fa

Il beato Ermanno offre alla Vergine il canto da lui composto
Nasceva ad Althausen in Svevia, giusto il 18 luglio di 1000 anni fa, il monaco disabile che per il suo handicap ricevette oltre al bel nome un epiteto poco simpatico: Ermanno "lo storpio" (Hermann der Lahme).
Correva l'anno 1013 nel "cupo" medioevo e il piccolo Ermanno, nato visibilmente malato e deforme nel corpo - con tutta probabilità per paralisi cerebrale e forse spina bifida - avrebbe dovuto essere "con misericordia" soppresso; ma "purtroppo" i suoi genitori Goffredo ed Eltrude erano testardamente cristiani convinti, e così cercarono di tirarlo su con gli altri 14 fratelli e sorelle.
I genitori portano il piccolo Ermanno al monastero
Fin dall'infanzia fu dunque soprannominato ‘il Rattrappito’, tanto era storto e contratto: non poteva star ritto, tanto meno camminare; stentava perfino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui; le sue dita stesse erano troppo deboli e rattratte per scrivere; le labbra e il palato erano deformati al punto che le sue parole uscivano stentate e difficili ad intendersi. La famiglia era agiata, eppure proprio la nobiltà della stirpe avrebbe suggerito, nei cosiddetti "secoli bui", di nascondere un figliolo così imperfetto nel corpo. Invece a sette anni il piccolo Ermanno fu affidato ai monaci benedettini di Reichenau, prestigiosa abbazia fondata da Carlo Magno. "Qui il ragazzo che poteva a mala pena biascicare poche parole con la sua lingua inceppata, trovò, chissà in virtù di quale psicoterapia religiosa, che la sua mente si apriva", dice una biografia moderna scritta da Cyril Martindale.
Neppure per un solo istante, durante tutta la sua vita, egli potè sentirsi ‘comodo’ o, per lo meno, liberato da ogni dolore: quali sono tuttavia gli aggettivi che vediamo affollarsi intorno a lui nelle pagine degli antichi cronisti? Li traduco dalla biografia in latino: piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione di essere galantuomo con tutti. Con il risultato che tutti gli volevano bene....
Fu in seguito accettato come monaco, e rimase per sempre nell'abbazia che lo aveva accolto.
Imparò la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica. Scrisse un intero trattato sugli astrolabi (...) e nella prefazione scrisse: ‘Ermanno, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca (...) è stato indotto dalle preghiere di molti amici (già, tutti gli volevano bene!) a scrivere questo trattato scientifico’. Aveva sempre cercato di risparmiarsi lo sforzo, con ogni sorta di pretesto, ma, in realtà, soltanto a causa della sua ‘massiccia pigrizia’; tuttavia finalmente poteva offrire, all’amico al quale il libro è dedicato, la teoria della cosa, e aggiungeva che, se l’amico l’avesse gradito, avrebbe cercato, in seguito di svilupparlo su linee pratiche e più particolareggiate. E, lo credereste, con quelle sue dita tutte rattrappite, l’indomabile giovane riuscì a fare astrolabi, e orologi e strumenti musicali. Mai vinto, mai ozioso!
Quello che doveva essere un peso diventa presto l’orgoglio del monastero e la sua fama arriva fino all’imperatore Enrico III e a papa Leone IX, che visitarono Reichenau rispettivamente nel 1048 e nel 1049.

Ma il geniale Ermanno, oltre a rivelarsi un grande scienziato e storico, si dilettò anche di musica, unendo questa passione alla sua profonda fede e devozione per la Vergine. E' praticamente certo che fu proprio lui a comporre la celeberrima preghiera mariana "Salve Regina" che ancora oggi, rivestita delle note scaturite dal genio di Ermanno, si canta in tutte le chiese. Possiamo capire meglio, conoscendo le sofferenze dell'autore, quel riferimento posto nel testo alla "valle di lacrime" in cui siano e da cui invochiamo aiuto da Maria santissima. Aveva composto uno splendido canto, ma lui non sarebbe mai riuscito a cantare.

Provato dalla vita e ammalato confiderà un giorno al suo confratello Bertoldo di essere "stanco di questa vita" e di anelare alla vita futura, quella senza fine. Bertoldo si dispera, e tocca ancora ad Ermanno consolarlo:
Amico del mio cuore, diss’egli, non piangere, non piangere per me!...E - aggiunse il morente - ricordando ogni giorno che anche tu dovrai morire, preparati con ogni energia per intraprendere lo stesso viaggio, poiché, in un giorno e in un’ora che tu noi sai, verrai con me - con me, il tuo caro, caro amico.”
Ermanno morì a 41 anni, circondato dagli amici, dopo aver ricevuto il corpo e il sangue di Cristo nella santa comunione, il 24 settembre del 1054 e seppellito ‘in mezzo a grandi lamenti’ nei suoi possedimenti di Altshausen ai quali aveva rinunciato da così lungo tempo. Venerato come beato fin dall'antichità, il suo culto fu confermato ufficialmente nel 1863 da Pio IX. Le sue numerose opere scritte sono edite anche dal Migne, nei volumi dedicati al Medioevo dopo la Patrologia Latina.

La prossima volta che ti viene un attacco di pessimismo o pensi di valere poco per i tuoi difetti, pensa a Ermanno e alla sua fede, fatica e felicità!

Riascoltiamo adesso la più famosa antifona da lui composta, sia nella versione con la melodia semplice (e tanto diffusa), sia con la melodia solenne:





Salve Regina

Salve, Regína, mater misericórdiae,
vita, dulcédo et spes nostra, salve.
Ad te, clamámus éxsules fílii Hevae.
Ad te suspirámus geméntes et flentes
in hac lacrimárum valle.
     Salve, o Regina, Madre di misericordia;
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, noi esuli figli d'Eva;
a te sospiriamo gementi e piangenti
in questa valle di lacrime. 
Eia ergo, advocáta nostra,
illos tuos misericórdes
óculos ad nos convérte.
Et Iesum benedíctum
fructum ventris tui,
nobis post hoc exílium osténde.
O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria.
     
Orsù, dunque, Avvocata nostra,
rivolgi a noi quegli occhi
tuoi misericordiosi.
E mostraci dopo questo esilio
Gesù, il frutto benedetto
del ventre tuo,
o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.


Fonti: Santiebeati; articolo su Tempi.it; articolo di Patrizia Solari

lunedì 15 luglio 2013

Prepararsi alla Messa con san Bonaventura

Il francescano san Bonaventura (+1274), Dottore Serafico, oltre alle profonde opere intellettuali di scienza teologica, scrisse anche dei trattati devozionali. Uno, in particolare, desidero oggi richiamare all'attenzione del lettore: il trattato sulla preparazione del sacerdote alla celebrazione della Santa Messa.
In esso Bonaventura esamina in cinque punti il sacerdote che si appresta a celebrare l'Eucaristia: la sua fede, la sua intenzione, le disposizioni, la carità e il fervore con cui celebra, i motivi che lo spingono a celebrare e infine dà consigli sulla preparazione immediata alla celebrazione eucaristica. Molta attenzione viene data proprio alle disposizioni del celebrante, nell'anima e nel corpo. La pulizia interiore ed esteriore (siamo nel medioevo!!) devono corrispondersi. La confessione è strettamente legata al sacrificio eucaristico e alla fruttuosa ricezione della comunione. Viene già ricordato come grave errore quello di credere che basti la celebrazione quotidiana per espiare i peccati, senza la previa confessione (errore che pare non esser passato di moda...).
Nell'ultima sezione del trattato, Bonaventura si sofferma anche sugli aspetti esteriori della celebrazione, e sulla devozione del sacerdote (al quale consiglia speciali preghiere); sulla compostezza dei gesti e sul non aggiungere o mutare arbitrariamente i testi (gli stessi abusi liturgici di oggi, eppure la Messa era in latino... come si vede non è la lingua della celebrazione a frenare i sacerdoti fantasiosi e poco attenti ai testi e ai gesti). Vi riporto alcuni brani del trattato, tanto per dare qualche cenno. Se lo si vuole leggere per esteso si veda qui

Dal TRACTATUS DE PRAEPARATIONE AD MISSAM
di San Bonaventura, vescovo e Dottore della Chiesa
CAPITOLO I
6. Ma ahimè, quanti sacerdoti oggi ci sono miseri e noncuranti della loro salvezza, che mangiano il corpo di Cristo sull’altare come fosse carne di bestie; e avvolti e contaminati in abominazioni, di cui non si può neppur parlare, non hanno ritegno a toccare e baciare con mani scellerate e labbra macchiate il Figlio di Dio e di Maria Vergine! ...Per di più, e questo è ancora peggio, certuni in questi tempi sono giunti a tanta perversità e stoltezza da credere - infelicissimi- che le loro malefatte e immondezze dei peccati, che quotidianamente rinnovano e si propongono di rinnovare, col fatto stesso che ogni giorno celebrano, siano espiati con la santa comunione, senza bisogno di penitenza né di confessione. Costoro non sono sacerdoti, ma sacrileghi; non cristiani, ma eretici. Infatti, se avessero fede retta, o temerebbero di peccare, o smetterebbero di celebrare.
CAPITOLO II
2. ...Avviandoti all’altare, rammenta Cristo che si avvia alla croce e immergi il tuo cuore in tutto ciò che avvenne nella Passione; leggi chiaramente e distintamente ciò che si deve leggere, non moltiplicando troppo le collette, né leggendo dell’altro per devozione e per proprio arbitrio, oltre quello che fu istituito dai santi Padri. 
3. Giunto al santo Canone, raccogli il tuo spirito, per evitare le distrazioni, e poni grande attenzione ai segni e agli atti, più grande ancora alle parole, massima all’intenzione; primo, perché vi si contiene un corpo cosi prezioso; secondo, perché vi si contiene un’anima così gloriosa; terzo, perché vi si contiene la Divinità infinita. – Al Memento sia dei vivi che dei morti, non esprimere la tua raccomandazione con parole o a voce, ma richiama alla mente alcune persone più intime e le altre ricordale insieme sommariamente, riferendo l’intenzione a tutte quelle per cui hai già pregato o ti sei proposto di pregare. Giunto al Qui pridie (momento della Consacrazione), dirigi la tua mente e intenzione a fare ciò che intese fare Cristo nella sua cena e ciò che intende la santa Madre Chiesa. Alla Comunione poi. fermati un po’ e di’, non con la lingua o le labbra, ma con il cuore:
PREGHIERA 
Signore mio, chi sei tu e chi sono io, perché osi introdurti nella vergognosa dimora del mio corpo e della mia anima? Perché mi hai creato, se dovevo farti questa ingiuria esecrabile? Mille anni di lacrime e di penitenza non basterebbero per ricevere degnamente solo una volta cosi nobile sacramento; tanto più ne sono indegno io, che, miserabile, pecco ogni giorno, persisto incorreggibile e vi accedo impreparato! Ma la tua misericordia è infinitamente più grande della mia miseria, cosi che confidando nella tua bontà, oso riceverti.
Due condizioni infatti si richiedono soprattutto per ricevere bene questo sacramento: una profonda umiltà nella coscienza del proprio niente e la compassione per la morte di Cristo.

venerdì 15 febbraio 2013

La processione quotidiana nella basilica del Santo Sepolcro

In questo primo venerdì di Quaresima desidero mostrare e raccogliere un po' di utile materiale sulla processione che i francescani di Gerusalemme compiono quotidianamente ai luoghi della Passione del Signore presenti nella Basilica del Santo Sepolcro. Si sviluppa come una vera e propria Via Crucis cantata, in gregoriano, che fa memoria della Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore. Traggo alcune citazioni proprio dal sito della Basilica del Santo Sepolcro, dove si spiega:
La processione non nasce come una pratica rituale per i frati della comunità del Sepolcro, e non resta neanche una “liturgia” dedicata al solo culto dei cristiani locali, ma è dedicata a tutti i Cristiani pellegrini che giungono presso la basilica. Questo aspetto ha aiutato nel preservare l’origine dei santuari quali patrimonio della Chiesa Cattolica Universale.
Per quel che riguarda il contenuto e la storia della processione, leggiamo:
Con l’arrivo dei frati minori nella Basilica (presenti nel S. Sepolcro da tempo, ma riconosciuti ufficialmente dai Papi nel 1342) questi ripristinarono il culto cristiano nei Luoghi santi, da molto tempo in mano alle autorità musulmane, per custodire i santuari e celebrare la liturgia. Il più antico testo della processione risale al 1431 con il diario di Mariano da Siena. La comunità dei frati accoglieva i pellegrini introducendoli e guidandoli nel Luogo Santo, i pellegrini dopo l’ingresso pomeridiano, compivano la visita del santuario sotto forma processionale e dopo una notte di preghiera trascorsa in basilica la peregrinatio veniva conclusa con l’Eucaristia solenne e comunitaria celebrata dal Guardiano francescano.
Dal XVI sec. con l’aumento dei religiosi residenti al Sepolcro, ma soprattutto a causa della venuta dell’Impero Ottomano, la processione iniziò a diventare una pratica quotidiana della comunità, piuttosto che non un rituale legato all’arrivo dei pellegrini, perdendo così parte del suo carattere pastorale, a causa di fattori storici evidenti.
Riforma sostanziale della processione si ebbe nel 1623 con il Custode Tommaso Obicini, sotto la custodia del quale venne pubblicato un processionale ufficiale, Ordo Processionalis.
Nel 1924 l’allora Custode Ferdinando Diotallevi aggiunse tra le stazioni della processione quotidiana la stazione dell’Addolorata al Calvario. L’anno seguente entrò in vigore una nuova versione della processione in cui furono apportate modifiche agli inni per adeguarli all’edizione ufficiale dell’Antifonale Romano. 
L'intero libretto della Processione è ora reso disponibile in PDF, completo di testo latino e spartiti degli inni, traduzione italiana, inglese  e francese. Potete scaricarlo a questo collegamento:
Qui sotto metto anche un video che riassume alcune delle tappe della stessa processione: al Calvario, alla pietra dell'Unzione, alla cappella dell'incontro con la Maddalena, al Sepolcro vuoto:


Itinerario

Al suono delle campane, la comunità dei frati si reca nel coro per la recita della Liturgia delle Ore; in seguito escono dal coro e inizia la processione. Questa, composta di quattordici stazioni, inizia e termina nello stesso luogo, ossia nella cappella del santissimo Sacramento o dell’Apparizione di Gesù risorto a sua Madre. Partecipano alla processione i frati della comunità e alcuni provenienti da San Salvatore.
Ad ogni stazione si recita o canta un inno adatto al luogo, segue un antifona e la colletta, infine vengono recitati un Pater, Ave e Gloria. Fino alla settima stazione la processione è recitata recto tono, cioè utilizzando sempre la stessa nota, e in seguito viene cantata.
Anticamente partecipavano alla processione anche i sacerdoti delle altre confessioni, ma questa pratica andò in disuso con il tempo.
I frati hanno anche il diritto di incensare e pregare davanti agli altari di altre confessioni cristiane.

La processione segue questo itinerario:

•I. All’altare del Santissimo Sacramento
•II. Presso la Colonna della flagellazione
•III. Al Carcere di Cristo
•IV. All’altare della divisione delle vesti di Cristo
•V. Nella Cripta del ritrovamento della Croce
•VI. Alla cappella di Sant’Elena
•VII. Alla cappella della coronazione e degli improperi
•VIII. Al luogo della Crocifissione sul Calvario
•IX. Al luogo dove Cristo spirò sulla Croce
•X. All’altare dell’Addolorata
•XI. Alla Pietra dell’unzione
•XII. Al glorioso Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo
•XIII. Al luogo dell’apparizione di Gesù a Maria Maddalena
•XIV. Alla cappella dell’Apparizione di Gesù risorto a sua Madre

domenica 11 novembre 2012

Dalla cappa di san Martino ai cappellani il passo è breve

Tutti sanno come san Martino (316-397), ancora catecumeno e soldato romano,  trovandosi alle porte della città di Amiens insieme ai suoi commilitoni, incontrò un mendicante seminudo. Tutti conoscono il suo gesto: d'impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il poveraccio infreddolito. Si racconta che quella stessa notte Martino sognò Gesù avvolto nel lembo di mantello che aveva donato al povero. Gesù si presenta a lui e gli restituisce la parte che aveva condiviso. L'indomani, quando Martino si sveglia, trova il suo mantello di nuovo integro. Martino aveva allora all'incirca 18 anni.

Mantello, in latino, si dice cappa. Ma trattandosi del mantello corto dei militari si parlava, al diminutivo, di cappella (cappa corta). Questa cappella venne conservata come insigne reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi. I Franchi la portavano come stendardo in guerra, davanti alle truppe, fidando nella protezione del santo patrono.
Da Carlomagno la cappa di san Martino venne inviata all'oratorio palatino di Aquisgrana, che da allora si chiamerà, in francese Aix-la-chapelle (Aachen, in tedesco). Infatti, il termine latino, dal significare la reliquia del mantello di san Martino, passò per estensione ad indicare l'oratorio che la conteneva; le persone incaricate di conservare tale insigne reliquia vennero chiamate: "cappellani"! E fu così la chiesetta del palazzo reale di Carlomagno divenne una "cappella" in senso moderno.
Interno della Cappella palatina di Aquisgrana
Il nome, in seguito, identificherà per ulteriore estensione tutte le chiesette e saranno chiamati cappellani tutti i sacerdoti ad esse preposti, anche se non avevano più nulla a che fare con il prodigioso indumento del santo vescovo di Tours (vedi il Dizionario etimologico).
Dalla cappa di Martino prende nome, perfino, la dinastia reale francese dei "Capetingi". Una vera e propria devota fissazione! Pezzetti del mantello di san Martino erano nel medievo reliquie ambitissime (e parecchio diffuse), vere e proprie narrazioni reificate dell'esempio di carità del primo santo non martire dell'Occidente cristiano.

Una lettura teologica e sociale del gesto di amore disinteressato di san Martino, l'ha data papa Benedetto XVI nel messaggio dell'Angelus dell'11 novembre 2007, dove, tra l'altro, diceva:
Cari fratelli e sorelle, il gesto caritatevole di san Martino si iscrive nella stessa logica che spinse Gesù a moltiplicare i pani per le folle affamate, ma soprattutto a lasciare se stesso in cibo all’umanità nell’Eucaristia, Segno supremo dell’amore di Dio, Sacramentum caritatis. E’ la logica della condivisione, con cui si esprime in modo autentico l’amore per il prossimo. Ci aiuti san Martino a comprendere che soltanto attraverso un comune impegno di condivisione, è possibile rispondere alla grande sfida del nostro tempo: quella cioè di costruire un mondo di pace e di giustizia, in cui ogni uomo possa vivere con dignità. Questo può avvenire se prevale un modello mondiale di autentica solidarietà, in grado di assicurare a tutti gli abitanti del pianeta il cibo, l’acqua, le cure mediche necessarie, ma anche il lavoro e le risorse energetiche, come pure i beni culturali, il sapere scientifico e tecnologico.


sabato 25 febbraio 2012

Le tentazioni di Gesù e il luogo dove avvennero

La Terra Santa è uno scrigno non solo di arte, ma anche di natura. Il monte delle tentazioni di Cristo e il monastero che racchiude la grotta dove Gesù consacrò la prima Quaresima del Nuovo Testamento vengono mostrati e spiegati in questo breve video, a cura dei Francescani di Terra Santa. Guardandolo ci prepariamo a entrare nel mistero della lotta del Dio incarnato contro lo spirito del Male.

giovedì 23 febbraio 2012

La celebrazione delle Ceneri con Papa Benedetto XVI

Riepilogo della giornata del Mercoledì delle Ceneri di Papa Benedetto, con sintesi dell'omelia: un commento alle parole "Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai". Il Papa ha dunque scelto la II formula.

40 giorni: un video-riassunto sulla Quaresima

Il nostro caro e bravo Don Andrea, che si occupa del settore comunicazioni della diocesi di Bologna, ha realizzato questo ottimo video-messaggio in cui riassume i significati del numero 40 nella Scrittura e nella vita della Chiesa, il numero che dà origine alla Quaresima. Inoltre fa un utile ripasso sulle pratiche ed "esercizi spirituali e corporali" tipici di questo tempo penitenziale.

mercoledì 22 febbraio 2012

Miserere mei: il salmo penitenziale per eccellenza secondo il grande Tartini



Riascoltiamo il Salmo 50, la richiesta di perdono del Re Davide, nel rivestimento artistico di Giuseppe Tartini, genio musicale, convertitosi ad Assisi e per più decenni compositore e violinista della cappella musicale della Basilica di Sant'Antonio di Padova.
Questo Miserere fu eseguito per la prima volta il Mercoledì Santo 1768 a Roma, davanti a Papa Clemente XIII.
Purtroppo il video non è completo e a metà è troncato: si deve pur fare penitenza oggi :-(

Miserere mei, Deus, secundum magnam
misericordiam tuam.
Et secundum multitudinem miserationum tuarum,
dele iniquitatem meam.
Amplius lava me ab iniquitate mea:
et a peccato meo munda me.
Quoniam iniquitatem meam ego cognosco:
et peccatum meum contra me est semper.
Tibi soli peccavi, et malum coram te feci:
ut justificeris in sermonibus tuis, et vincas cum judicaris.
Ecce enim in inquitatibus conceptus sum:
et in peccatis concepit me mater mea.
Ecce enim veritatem dilexisti: incerta et occulta
sapientiae tuae manifestasti mihi.
Asperges me hyssopo, et mundabor:
lavabis me, et super nivem dealbabor.
Auditui meo dabis gaudium et laetitiam:
et exsultabunt ossa humiliata.
Averte faciem tuam a peccatis meis:
et omnes iniquitates meas dele.
Cor mundum crea in me, Deus:
et spiritum rectum innova in visceribus meis.
Ne projicias me a facie tua:
et Spiritum sanctum tuum ne auferas a me.
Redde mihi laetitiam salutaris tui:
et spiritu principali confirma me.
Docebo iniquos vias tuas: et impii ad te
convertentur.
Libera me de sanguinibus, Deus, Deus salutis
meae: et exsultabit lingua mea justitiam tuam.
Domine, labia mea aperies:
et os meum annuntiabit laudem tuam.
Quoniam si voluisses sacrificium, dedissem utique:
holocaustis non delectaberis.
Sacrificium Deo spiritus contribulatus:
cor contritum, et humiliatum, Deus, non despicies.
Benigne fac, Domine, in bona voluntate tua Sion:
ut aedificentur muri Jerusalem.
Tunc acceptabis sacrificium justitiae,
oblationes, et holocausta:
tunc imponent super altare tuum vitulos.

martedì 21 febbraio 2012

Il carnevale è finito... ricordati che domani è Quaresima

Vi propongo come meditazione visiva per la fine del carnevale, questa simpatica tavola allegorica di Ignacio de Ries, pittore spagnolo del XVII sec. Il titolo è "Arbol de la vida", e si trova nella Cattedrale di Segovia. 
E' una rappresentazione della vanità della vita mondana e ridanciana, simbolizzata dalle gozzoviglie che si tengono in cima all'albero, nella noncuranza generale dei colpi che la morte quotidianamente assesta all' "albero della vita". Il diavolo tira dalla sua parte, cercando di accelerare l'inevitabile, per non dar tempo ai buontemponi di ricordarsi: "memento homo quia pulvis es...", "ricordati che sei polvere e in polvere tornerai". 
Dalla parte opposta alla morte, in abiti penitenziali, Gesù suona la campana, cercando di intercettare l'attenzione dei gaudenti tra le feste carnascialesche. Pare invano, a giudicare dallo sguardo preoccupato del Signore.
Ma come ogni vanitas anche questo quadro è un ammonimento. Una pubblicità penitenziale: l'ora è giunta, la Quaresima è alle porte.
Scendete dall'albero - prima che sia troppo tardi, albero che pare "della vita" e invece ti trascina nella tomba. 

martedì 10 gennaio 2012

Un documentario da non perdere: La Chiesa altrove. La chiesa che prega, che pratica la carità e subisce il martirio

Il 6 gennaio 2012 è andato in onda su RAI 3 uno splendido - quanto raro oggigiorno - documentario della serie "La grande storia", dedicato a far conoscere gli aspetti meno conosciuti della Chiesa nei luoghi meno frequentati dal grande pubblico. Questi aspetti sono: la vita di preghiera (mostrata attraverso l'ottica della chiesa Siro-cattolica e di rito Copto-cattolico d'Etiopia), la vita di carità e di martirio dei cristiani. Ci vuole coraggio, oggi, a presentare in TV questi aspetti della vita cristiana, soprattutto quello del Martirio, troppo spesso dimenticato dagli stessi credenti. Vedere certe immagini, ascoltare alcune toccanti testimonianze di veri "confessori" della fede, che soffrono ogni giorno per mantenere il Vangelo, è salutare per tutti.

Così il sito di Rai 3 presenta il documentario:
La Chiesa Altrove è un viaggio in giro per il mondo, alla ricerca della Chiesa più remota, quella lontana dalla cupola di San Pietro. Un pellegrinaggio nei luoghi meno conosciuti e più nascosti del Cristianesimo. La Siria, l’Etiopia, l’Uganda, il Pakistan, la Turchia... sono luoghi di frontiera dove abitano donne e uomini che hanno fatto una scelta di vita radicale nel nome della propria fede. In questo modo La Chiesa Altrove mostra un’immagine della Chiesa contemporanea che va oltre l’ufficialità più nota, molto diversa da come è tradizionalmente conosciuta in Occidente.
Il documentario si struttura come un trittico intorno ai tre pilastri fondamentali del Cristianesimo: la prima arcata è dedicata alla Preghiera e al rapporto con il trascendente; la seconda affronta il tema della Carità, non tanto per individuare i grandi protagonisti di questa missione, ma le mille facce anonime della carità nel mondo; la terza campata infine vuole approfondire il tema della testimonianza, che comprende anche il discorso del Martirio cristiano.
Cliccate qui per andare a vedere questo documentario, oppure cliccate sull'immagine qui sotto:

giovedì 11 agosto 2011

Lo scandaloso "privilegio capovolto" della Madre Santa Chiara

Chiara d'Assisi, di cui oggi ricorre la festa, chiese ed ottenne da Papa Gregorio IX, tre anni dopo la morte di San Francesco, un privilegio che nessuno aveva mai osato chiedere. Di solito il papa (ieri come oggi) si sentiva domandare conferme di possedimenti, benefici ecclesiastici da sfruttare, terreni della chiesa da aggiungere ai beni di un monastero, profitti e proventi e cose del genere. Figuratevi lo stupore di Gregorio (che comunque già ben conosceva l'originalità e la radicalità francescane), nel sentirsi chiedere una bolla papale per avere in perpetuo il privilegio di non possedere nulla!
In questo, infatti, consiste il "Privilegio della Povertà" che la Madre Chiara volle per sé e per le sue figlie, perché potessero vivere - anche se recluse - lo stesso ideale di Francesco, il poverello d'Assisi. In questo modo Chiara si differenziava definitivamente da ogni altra forma di vita religiosa femminile del suo tempo. Le monache di ogni spiritualità, pur vivendo in clausura e in povertà personale, avevano ampi possessi come monastero. Una vita garantita dalla rendita fondiaria. Chiara, fedele a Francesco, vuol vivere del lavoro delle sue mani e della carità del prossimo. E così riuscirà a fare, spuntandola su giuristi e canonisti preoccupati più delle cose di questo mondo che della Provvidenza.
Ecco il testo:

Bolla "Privilegio della povertà"

Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio, alle dilette figlie in Cristo Chiara e alle altre ancelle di Cristo, viventi in comune presso la chiesa di San Damiano, nella diocesi di Assisi, salute e apostolica benedizione.

È noto che, volendo voi dedicarvi unicamente al Signore, avete rinunciato alla brama di beni terreni. Perciò, venduto tutto e distribuitolo ai poveri, vi proponete di non avere possessioni di sorta, seguendo in tutto le orme di colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita (cfr. Mt. 19,21). Né, in questo proposito, vi spaventa la privazione di tante cose: perché la sinistra dello sposo celeste è sotto il vostro capo, per sorreggere la debolezza del vostro corpo, che con carità bene ordinata avete assoggettato alla legge dello spirito.

E infine, colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, non vi farà mancare né il vitto né il vestito, finché nella vita eterna passerà davanti a voi e vi somministrerà se stesso, quando cioè la sua destra vi abbraccerà con gioia più grande, nella pienezza della sua visione (Ct 2,6).

Secondo la vostra supplica, quindi, confermiamo col beneplacito apostolico, il vostro proposito di altissima povertà, concedendovi con l’autorità della presente lettera che nessuno vi possa costringere a ricevere possessioni.

Pertanto a nessuno, assolutamente, sia lecito invalidare questa scrittura della nostra concessione od opporvisi temerariamente. Se qualcuno poi presumesse di attentarlo, sappia che incorrerà nell’ira di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Perugia il 17 settembre, anno secondo (1228) del Nostro Pontificato.

La bolla del Privilegio conservata ad Assisi

mercoledì 30 marzo 2011

Il santo della scala: Giovanni Climaco


Oggi, 30 marzo, le chiese cattoliche e ortodosse ricordano insieme San Giovanni Climaco (Ιωάννης της Κλίμακος).
Il suo soprannome è venuto dall'opera che l'ha reso celebre, uno dei capolavori dell'ascetica monastica: "La scala del Paradiso" (Κλίμαξ). San Giovanni Climaco, contemporaneo di Maometto, propone i trenta gradini che portano dalla terra fino al cielo, arrampicandosi sulla scala posta e sorretta da Cristo stesso, che per primo l'ha percorsa. Le icone che "fotografano" la scala giovannea mostrano la lotta spirituale: i monaci ascendono pericolosamente, senza reti di protezione, esortati dai santi, aiutati dagli angeli, ma insidiati dai demoni, che cercano di farli cadere per attirarli nel profondo dell'inferno. La visione "agonistica" della vita spirituale è qualcosa da recuperare nel nostro tempo, dove ormai domina uno psicologismo che rischia di rinchiudere in se stessi e nei propri limiti, problemi, inconsistenze, fermando all'analisi e spesso deresponsabilizzando ("sono fatto così!...).
Sul valore del testo di San Giovanni "della scala" i cristiani d'Oriente e Occidente sono sempre stati d'accordo, diffondendo enormemente questo libro, attraverso traduzioni in tutte le lingue antiche della cristianità. Nella tradizione Bizantina, la quarta domenica di Quaresima è dedicata alla commemorazione del Climaco, visto come un incoraggiante maestro sulla via dei propositi quaresimali e dei sacrifici connessi con la purificazione prepasquale per tutti i fedeli.
Vi propongo i link all'opera completa di Giovanni Climaco, secondo la traduzione italiana del 1874 del sacerdote Antonio Ceruti (1830-1918), archivista e viceprefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Potete così vedere, gradino per gradino, tutto il percorso ascensionale dell'anima proposto dal grande padre degli asceti. La lingua usata è alquanto ottocentesca, ma comunque ben comprensibile anche oggi.

INDICE della "Scala del Paradiso" di san Giovanni Climaco


L'inno Apolytikion* in greco per la memoria di san Giovanni Climaco
(* canto tipico di una memoria o festa, corrispondente alla colletta occidentale per il fatto che sintetizza il mistero o la vita del santo celebrato.)


Ἀπολυτίκιον
Ἦχος γ’. Θείας πίστεως.
Θεῖον κλίμακα, ὑποστηρίξας, τὴν τῶν λόγων σου, μέθοδον πάσι, Μοναστῶν ὑφηγητὴς ἀναδέδειξαι, ἐκ πρακτικῆς Ἰωάννη καθάρσεως, πρὸς θεωρίας ἀνάγων τὴν ἔλαμψιν. Πάτερ Ὅσιε, Χριστὸν τὸν Θεὸν ἱκέτευε, δωρήσασθαι ἠμὶν τὸ μέγα ἔλεος

Apolytikion 
Dopo aver elevato una scala sacra per mezzo delle tue parole, sei stato rivelato a tutti come un maestro di monaci; e tu ci porti, o Giovanni, dalla purificazione che viene attraverso la disciplina verso la luce della visione divina. Padre giusto, ti supplico, fa che Cristo Dio ci conceda grande misericordia.

martedì 29 marzo 2011

Libri così non se ne scrivono più: "L'utile spavento del peccatore", anno 1649

Un libro di tempi andati, eppure, a solo scorrere il lungo indice delle otto parti in cui è diviso, si può ben vedere quante attualissime domande pastorali già si agitavano nel XVII secolo.
"L'utile spavento del peccatore, ovvero la penitenza sollecita", opera del sacerdote Gianfrancesco Maia Materdona, è reperibile completamente online, scannerizzato da Google Books.
Il linguaggio è certo quello infiorato e barocco dell'epoca, alcune espressioni e ridondanze non possono non far sorridere, ma le argomentazioni, anche a spulciar solo qualcosa, danno da riflettere, soprattutto nella seconda parte (dove si dissuade il "peccatore habituato" dal confidare troppo, senza corrispondervi, alle frasi di misericordia e perdono che si trovano sparse nei libri biblici - anche oggi spesso agitate come amuleti, da chi non vuol convertirsi punto...) e nella sesta parte, che insegna come confessarsi e come fare poi la penitenza. Molto concreto e piano: dice pane al pane  e... peccato al peccato, proprio per far venire un "utile spavento" al peccatore abitudinario, spingendolo a non rimandare la conversione.
Un'ottima lettura per la Quaresima, soprattutto per i sacerdoti - magari mentre aspettano nel confessionale che qualche anima penitente ricerchi l'assoluzione divina e un buon consiglio.
Ecco qui sotto l'intera opera, che potete scaricare anche da questo link.

giovedì 17 marzo 2011

Il glorioso san Patrizio e la convalescente Chiesa d'Irlanda

Oggi, 17 marzo, festa di San Patrizio, auguri a tutti gli amici Irlandesi che onorano il loro evangelizzatore e patrono.
Scrive di lui il Martirologio Romano: "San Patrizio, vescovo: da giovane fu portato prigioniero dalla Britannia in Irlanda; recuperata poi la libertà, volle entrare tra i chierici; fatto ritorno nella stessa isola ed eletto vescovo, annunciò con impegno il Vangelo al popolo e diresse con rigore la sua Chiesa, finché presso la città di Down in Irlanda si addormentò nel Signore".
Un santo identificato con la terra d'adozione, tanto da diventare un simbolo per i cattolici e anche per i protestanti. Sempre rappresentato in paramenti verdi di speranza, colore dell'isola di smeraldo, san Patrizio protegga la Chiesa che ha fondato e che deve ritrovare la strada della penitenza e del rinnovamento, come Papa Benedetto ha autorevolmente mostrato nella sua forte lettera dello scorso anno alla Chiesa cattolica d'Irlanda. L'anno di penitenza chiesto da Sua Santità si concluderà a Pasqua prossima ventura. Quindi, accompagniamo anche con la nostra preghiera quest'ultimo tornante quaresimale dei discepoli di san Patrizio.
Per sottolineare la gioiosa festa anniversaria vi posto l'inno a San Patrizio, che si canta su una popolare melodia irlandese. Accanto alle parole inglesi una mia traduzione conoscitiva. In appendice lo spartito e il MIDI e pure un video con questo famoso canto popolare.

Hail, glorious Saint Patrick,
dear Saint of our isle!
On us thy poor children,
bestow a sweet smile;
And now thou art high
in the mansions above,
On Erin's green valleys
look down in thy love.

Salve, glorioso san Patrizio, caro Santo della nostra isola! Su noi tuoi poveri figli, volgi un dolce sorriso; e ora che sei in alto, nelle dimore superne, giù, sulle verdi vallate d’Irlanda guarda col tuo amore
Hail, glorious Saint Patrick,
thy words were once strong
Against Satan's wiles
and a heretic throng;
Not less in thy might now
in heaven thou art
Oh, come to our aid,
in our battle take part.

Salve, glorioso san Patrizio, le tue parole un tempo furono forti contro le insidie di Satana e l’orda degli eretici; non meno sei forte ora nei cieli, oh, vieni in nostro aiuto, prendi parte alla nostra battaglia.
In the war agaisnt sin,
in the fight for the faith,
Dear Saint, may thy children
resist to the death;
May their strength be in meekness,
in penance, and prayer,
Their banner the Cross,
which they glory to bear.

Nella guerra contro il peccato, nella lotta per la fede, caro Santo, possano i tuoi figli resistere fino alla morte; stia la loro forza nella mitezza, nella penitenza e nella preghiera, loro vessillo la Croce, che si glorino di portare.
Thy people, now exiles
on many a shore,
Shall love and revere thee
till time be no more:
And the fire thou hast kindled
shall ever burn bright
Its warmth undiminished,
undying its light.

Il tuo popolo, ora esule su tanti lidi, ti amerà e onorerà fino al termine del tempo: e il fuoco che tu hai acceso arderà brillante per sempre, il suo calore senza diminuire e la sua luce senza morire.
Ever bless and defend
the sweet land of our birth,
Where the shamrock still blooms
as when thou went on earth,
And our hearts shall yet burn,
wheresoever we roam,
For God and Saint Patrick
and our native home.
Benedici e difendi sempre il dolce paese dove siam nati, dove i trifogli ancor fioriscono come quando tu eri su questa terra.
E i nostri cuori ancora bruceranno, dovunque vaghiamo, per Dio e per San Patrizio e per la nostra patria.


Qui un altro spartito in tonalità originale: prima pagina - seconda pagina.


Il video qui di seguito non esegue la melodia scritta nello spartito presentato, ma un'altra con variazioni più popolarmente cantate, in modo da rendere ancor più semplice la musica; inoltre ripete come ritornello l'ultima riga di ogni strofa per tre volte. Trovate lo spartito del video a questo link

sabato 12 marzo 2011

Sant'Antonio sulle tentazioni di Cristo e dei Cristiani (Prima Domenica di Quaresima)

Ecco una parte dei paragrafi 24-26 del sermone di sant'Antonio per la Prima Domenica di Quaresima, dove interpreta le tentazioni di Gesù nel deserto e fa delle opportune applicazioni ai cristiani (e soprattutto ai sacerdoti): applicazioni che paiono essere sempre di grande attualità. Leggere e meditare.

Come il diavolo tentò il Signore di gola nel deserto, di vanagloria nel tempio e di avidità sul monte, così fa anche con noi ogni giorno: ci tenta di gola nel deserto del digiuno, di vanagloria nel tempio dell'orazione e dell'ufficiatura, e di tante forme di avidità sul monte delle nostre cariche.
Mentre digiuniamo ci tenta di gola, con la quale pecchiamo in cinque modi, come è detto nel seguente versetto di san Gregorio: Troppo presto, lautamente, troppo, voracemente, con raffinatezza...
Parimenti il diavolo ci tenta di vanagloria nel tempio. Infatti mentre siamo in preghiera, mentre recitiamo l'ufficio divino e siamo occupati nella predicazione, siamo assaliti dal diavolo con i dardi della vanagloria e, purtroppo, molto spesso feriti. Ci sono infatti alcuni che vogliono esser visti mentre pregano e fanno genuflessioni e mandano sospiri. E ci sono altri che quando cantano in coro modulano la voce e gorgheggiano, e desiderano essere ascoltati. E ci sono altri ancora che, quando predicano, e tuonano con la voce, e moltiplicano le citazioni, le commentano a modo loro e si attorcigliano, bramano esser lodati. Tutti questi mercenari, credetemi, «hanno già ricevuto la loro ricompensa» (Mt 6,2)....
Inoltre sul monte delle nostre cariche, della nostra transitoria dignità, siamo tentati a commettere molti peccati di avidità. Non c'è solo l'avidità del denaro ma anche quella dell'esser ritenuti i primi (non tantum est avaritia pecuniae sed etiam excellentiae). Gli avidi più hanno e più bramano di avere, e coloro che sono posti in alto, quanto più salgono tanto più si forzano di salire, e così avviene che crollino con una caduta molto più rovinosa...
Dice Salomone in proposito: «Il fuoco non dice mai: basta!» (Pro 30,16). Il fuoco, cioè l'avarizia del denaro e della eminenza, non dice mai: basta! Ma cosa dice? «Dammi, dammi!» (Pro 30,15). O Signore Gesù, togli, togli (aufer, aufer) questi due «dammi, dammi» (affer, affer) dai prelati della tua chiesa, che si pavoneggiano sul monte delle dignità ecclesiastiche e sperperano il tuo patrimonio, da te conquistato con gli schiaffi, con i flagelli, con gli sputi, con la croce, con i chiodi, con l'aceto, con il fiele e la lancia.
                                                                                    (Sant'Antonio di Padova)


mercoledì 9 marzo 2011

Un braccialetto per rammentare i "buoni propositi" per tutta la Quaresima

L'Arcidiocesi di Denver (USA), attraverso il suo ufficio per la liturgia, inizia a distribuire oggi a tutti i partecipanti alla messa delle ceneri, oltre 100mila braccialetti in gomma, di colore nero, con su scritto - in latino -: "sacrificium". Il perchè lo spiegano gli stessi organizzatori dell'iniziativa: ognuno è invitato ad indossare questo braccialetto per tutta la Quaresima, in modo da ricordare non solo quello che Gesù ha fatto per noi, con il sacrificio della sua morte e con la sua risurrezione, ma anche ciò che noi siamo chiamati a compiere con lui, sulle sue orme e in unione con lui; in particolare ciò che abbiamo promesso come sacrificio quaresimale per questo tempo dell'anno liturgico che ci prepara alla Pasqua. L'ufficio liturgico ricorda che il colore nero è il colore delle ceneri che i cristiani ricevono all'inizio della Quaresima, ma è anche il colore della mortalità umana, che deve essere anch'essa ricordata, come monito per la penitenza.
Padre Randy Dollins, ideatore dell'iniziativa, spiega che ha scelto la scritta in latino perchè voleva che il braccialetto potesse essere lo stesso per i suoi parrocchiani di lingua spagnola che per quelli di madrelingua inglese, mostrando l'universalità della Chiesa e della chiamata di tutti alla conversione. Inoltre il portare sempre sotto gli occhi tale braccialetto dovrebbe rammentare ogni giorno a chi lo indossa i suoi propositi. Dice infatti Dollins: "C'è molto entusiasmo il Mercoledì delle ceneri, molto più - diciamo - che alla Quarta domenica di Quaresima...".
Inoltre, altre persone vedendo portare il braccialetto, potrebbero essere incuriosite e fare domande, dando un'ottima opportunità a colui che lo porta di dare spiegazioni sulla quaresima, sulla sua fede. Geniale modalità di evangelizzazione: incuriosire e rispondere alle domande, piuttosto che strombazzare il vangelo in stile pubblicità! Anche questo è nella linea del "dare ragione della speranza che è in voi"....

Mi pare una bella idea, che potrebbe essere copiata efficacemente anche da noi, soprattutto con i giovanissimi, già abituati a portare braccialetti di gomma e affini, magari senza significati particolari. Risimbolizzare il quotidiano e ancorarlo alle scelte evangeliche: questa è semplice quanto concreta "nuova evangelizzazione", tra l'altro già in voga ai tempi dei padri della Chiesa*, al di là di chiacchiere e convegni.....

* Sant'Ambrogio, in una sua predica, risimbolizza i braccialetti-scaramantici che le donne milanesi del suo tempo portavano: braccialetti con delle piccole lune d'argento in onore della divinità della luna e della rugiada. Ambrogio dice che quelle lune devono ricordare la Chiesa, dalla quale dipende la vera rugiada che è l'acqua del battesimo! Non dice alle donne: "toglietevi i braccialetti demoniaci!", ma li rende un richiamo costante alla loro scelta cristiana ed ecclesiale.

Notizia ripresa da Zenit

mercoledì 2 febbraio 2011

L'interpretazione mistica di Sant'Antonio a proposito della festa della Presentazione di Gesù al Tempio

Per meglio meditare sulla festa odierna, che chiude dopo 40 giorni il ciclo natalizio, vi posto un passo dai Sermoni di Sant'Antonio di Padova che commenta la processione con le candele accese e il cantico di Simeone. Il senso che, come di frequente, il santo francescano attribuisce a tutto questo è di carattere penitenziale. Non dimentichiamo che tutta la prima predicazione dei frati Minori era incentrata sulla chiamata alla conversione e alla penitenza. Sant'Antonio non fa eccezione, ma continua - sebbene attraverso un tipo di predicazione allegorica basata sulla Bibbia - il ministero e la diffusione dei contenuti tipici del suo Padre san Francesco.

Oggi i fedeli cristiani portano il fuoco splendente con la candela, la quale è formata di cera e di stoppino. Nella fiammella è simboleggiata la divinità, nella cera l'umanità, nello stoppino l'asprezza della passione del Signore.
Come oggi, la beata Vergine portò e offrì nel tempio il Figlio di Dio e suo, e simbolicamente oggi i fedeli portano e offrono il fuoco, offrendo la candela.
E in questi tre elementi è indicata la vera penitenza: nel fuoco l'ardore della contrizione, che sradica tutte le radici dei vizi; nella cera la confessione del peccato: come fonde la cera di fronte al fuoco (cf. Sal 67,3), così per l'ardore del pentimento fluisce dalla bocca di chi si confessa l'accusa del suo peccato, mentre scorrono le lacrime; nello stoppino l'asprezza dell'espiazione e della riparazione.
In questi tre atti c'è Gesù, cioè la salvezza dell'uomo; e chi li avrà offerti a Dio, potrà dire con il giusto Simeone: "Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele" (Lc 2,29-30).
Nota che in questi quattro versetti vengono indicate le quattro beatitudini del penitente.
La prima beatitudine consiste nel perdono totale dei peccati e nella tranquillità della coscienza: "Lascia che il tuo servo vada in pace".
La seconda beatitudine consiste nella separazione dell'anima dal corpo, quando potrà vedere colui nel quale credette e che desiderò: "perché i miei occhi ha visto la tua salvezza".
La terza beatitudine giungerà nell'esame dell'ultimo giudizio, quando sarà detto: Dategli del frutto delle sue mani e le sue stesse opere lo lodino alle porte dell'eternità (cf. Pro 31,31): "preparata da te davanti a tutti i popoli" (Lc 2,31).
La quarta beatitudine sarà nello splendore della gloria eterna, in cui vedrà faccia a faccia e conoscerà come è conosciuto (cf. 1Cor 13,12): "luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele".
(Sant'Antonio di Padova, Pur. della Beata Vergine Maria - I -, § 9)
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