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sabato 25 febbraio 2017

Il Kyrie per le domeniche del Tempo di Quaresima

Nelle domeniche di Quaresima non c'è il canto del Gloria, perciò si può opportunamente mettere in risalto il Kyrie eleison, magari cantandolo con l'antica melodia riservata ai tempi forti del rito latino. Nel Kyriale lo trovate alla messa XVII variante B. I Kyrie di Taizé sono belli, ma questo, sinceramente, è meglio, consacrato da centinaia di anni d'ininterrotto uso proprio nelle domeniche del tempo penitenziale. Anche le comunità più piccole e povere dal punto di vista musicale non possono avere particolari problemi nel metterlo in pratica:

Come si canta nella Forma Ordinaria (con duplice invocazione)

Come si canta nella Forma Straordinaria (con la triplice invocazione)

Per i giorni feriali c'è poi l'altra messa semplicissima che vi invito a tirar fuori dai cassetti. Qui il link per il post in cui ne parlavo.

lunedì 7 marzo 2016

Canti in italiano per la V domenica di Quaresima - anno C


Prosegue il progetto di offrire e divulgare alcune antifone proprie, in Italiano, per le Messe delle domeniche di Quaresima. Siamo giunti alla Quinta settimana. Ecco i testi musicali elaborati dal M° Porfiri dell'Antifona d'Ingresso, del ritornello del Salmo Responsoriale e dell'Antifona alla Comunione. PDF scaricabile con questo collegamento, oppure vedi in anteprima qui sotto:

lunedì 22 febbraio 2016

Canti in Italiano per la III domenica di Quaresima


In collaborazione col M° A.Porfiri e il suo blog "IlNaufrago" offriamo gli spartiti dell'Antifona d'ingresso, del ritornello del Salmo responsoriale e dell'Antifona di Comunione per la III Domenica di Quaresima anno C (cioè la prossima domenica).
Le antifone sono composte sul testo del Messale Romano, che non sempre coincide con il testo dell'antifona corrispondente nel Graduale. Per la III domenica, per es., il testo dell'introito preso da Ezechiele differisce dal salmo 24 tradizionalmente cantato (Oculi mei), mentre l'antifona alla comunione riporta gli stessi versetti 4-5 del salmo 84 (Passer invenit).
La melodia semplice e il testo in italiano dovrebbero favorire i cori, anche parrocchiali, ad accostarsi a questo genere di canto antifonale, tipico della liturgia, che concentra l'attenzione maggiormente sul testo biblico da meditare e gustare durante l'azione sacra, riservando infatti i canti variabili ogni domenica (proprio) alla Schola cantorum, e favorendo invece il canto dell'assemblea nelle parti invariabili dell'ordinario della messa.
Anche cantando in lingua italiana ci si può così maggiormente avvicinare a quell'obiettivo che il Concilio Vaticano II aveva posto al canto liturgico, che deve sempre tenere presente, come paradigma, l'esempio del canto gregoriano.

Potete scaricare i PDF della musica a questo collegamento o cliccando sull'immagine:



martedì 9 febbraio 2016

Chi può imporre le ceneri? Quando e come si danno? Le risposte del Vicariato di Roma

Ogni anno, con il Mercoledì delle Ceneri, si scatena una delle giornate più "fantasiose" dei cattolici: tutti devono avere la loro spruzzatina delle preziosissime ceneri. Molti, soprattutto poco praticanti, affollano le chiese il Mercoledì dell'inizio della Quaresima, perché quando si "prendono le ceneri" , guai, non si può mancare. Pare a volte incredibile l'effetto di questa distribuzione e le proteste per avere le ceneri a qualunque ora e in qualunque momento. Ed effettivamente questo sacramentale è davvero per tutti, perché tutti siamo peccatori (magari i bambini piccoli da poco battezzati no, ma sorvoliamo...), però con un po' d'ordine! La cenere è comunque per tutti, come - d'altronde - la morte di cui la cenere è segno e richiamo: "Ricordati uomo che sei polvere, e in polvere ritornerai", recita l'ammonimento del ministro che impone l'austero segno quaresimale sul capo del penitente.
Tuttavia, meglio ribadirlo a scanso di equivoci, la cenere del mercoledì NON E' UN SACRAMENTO e non è nemmeno strettamente necessario per la salvezza. Quindi si dovrebbero osservare le norme che vi ricopio devotamente qui sotto, onde evitare "Fai-da-te" liturgici. Queste, naturalmente, valgono solo per il rito romano. A Milano, per intenderci, non ho idea di come funzioni (anche perché non hanno il mercoledì delle Ceneri e la quaresima ambrosiana inizia direttamente domenica prossima!)

INDICAZIONI LITURGICO - PASTORALI

PER LA CELEBRAZIONE DEL MERCOLEDI' DELLE CENERI
(a cura dell'Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma)

- La benedizione e l’imposizione delle ceneri si fanno a ogni messa, secondo la forma indicata dal messale (pp. 65-67): dopo il saluto liturgico iniziale segue subito la colletta, poiché l’atto penitenziale è sostituito dal rito delle ceneri. Dopo l’omelia, il sacerdote benedice le ceneri con una delle due orazioni previste e con l’aspersione. Segue l’imposizione delle ceneri e si conclude con la preghiera universale. La celebrazione prosegue come al solito.

- Se è presente un secondo ministro ordinato, questi impone le ceneri al celebrante principale, usando le formule consuete.

- Si invitano i ministri a valorizzare entrambe le formule proposte dal Messale (eventualmente alternandole): la prima (= Convertitevi, e credete al Vangelo) è appello alla conversione, la seconda (= Ricòrdati che sei polvere, e in polvere tornerai) lo motiva. Rimane comunque la possibilità di scegliere e utilizzare una sola delle due formule, recitandola per ogni fedele (nb: meglio la seconda!).

- Le ceneri si ottengono bruciando i rami di olivo e di palma benedetti la domenica delle Palme dell’anno precedente. Le ceneri avanzate si disperdono nella terra.

- Ministro dell’imposizione delle ceneri è soltanto il vescovo, il presbitero e il diacono. Il Messale non prevede di affidare l’imposizione delle ceneri a ministri istituiti o a ministri straordinari della comunione; né prevede di inviare i ministri straordinari perché rechino le ceneri ai malati. Potrebbe essere opportuno che nei primi giorni della Quaresima il parroco e i sacerdoti visitino i malati per incoraggiarli e per confermare loro che la sofferenza, cristianamente accettata e offerta, è atto penitenziale di altissimo valore.

- Il gesto dell’imposizione delle ceneri consiste nello spargere le ceneri sul capo, recitando la formula per ogni fedele. Pur senza eccessi impropri, va assicurata una materialità davvero visibile e percepibile del segno, sia quando si presentano le ceneri per la preghiera di benedizione, sia quando si impongono sul capo del fedele.

- Poiché le ceneri vanno imposte all’interno di un contesto celebrativo, la benedizione con l’imposizione delle ceneri può svolgersi anche durante una celebrazione della Parola. In questo caso il rito si modella sulla Liturgia della Parola della Messa, come indicato a p. 68 del Messale. Tale modalità celebrativa può essere molto utile nella pastorale dei luoghi di lavoro o nelle rettorie (aperte anche negli orari della pausa pranzo per gli uffici), nei luoghi di cura, o qualora la celebrazione si svolgesse in orari serali, per venire incontro a lavoratori e studenti.

- Il Messale prevede il rito delle ceneri solo nel primo mercoledì di quaresima. Non può essere spostato in altro giorno, e mai va compiuto di Domenica, neppure fuori della Messa: il forte monito penitenziale e il digiuno non sono compatibili con il fondamentale carattere pasquale della Domenica.



PS. Vorrei aggiungere un suggerimento utile, preso dalla tradizione: Come si danno le ceneri alle suore? Nell'antichità e nel medioevo tutte le donne andavano a messa con il capo coperto: ad esse le ceneri non venivano messe sopra il velo, ma imposte in forma di croce segnando la fronte con le ceneri stesse. Agli uomini invece si spargevano sul capo scoperto. Per questo, per es., nei paesi anglosassoni, le ceneri si impastano con un po' d'acqua benedetta, in modo che aderiscano alla fronte (e in questa maniera vengono amministrate a tutti i fedeli oggi).
Nulla vieta - anzi questo è il modo tradizionale - di offrire alle suore le ceneri in questo modo, segnando la loro fronte con il pollice intriso delle sacre ceneri.

sabato 21 febbraio 2015

I consigli del Direttorio per le omelie: un esempio per la Prima Domenica di Quaresima

Vi posto un "assaggio" (adatto a questa I domenica di Quaresima) del contenuto del recente "Direttorio Omiletico". Nella parte tematica approfondisce la teologica delle domeniche dei tempi forti secondo quanto troviamo nel Lezionario (con utili accostamenti del Messale). Una liturgia della Parola non può prescindere dalla "lettura spirituale" della Bibbia, che deve tener conto delle prefigurazioni, dei simboli nascosti nell'Antico Testamento e svelati nel Nuovo dalla presenza di Gesù. Il Direttorio, davvero fatto con perizia sotto questo aspetto, aiuta sinteticamente il predicatore a mettersi sulla giusta strada per quanto riguarda i contenuti biblici, dottrinali, morali e spirituali delle diverse domeniche e celebrazioni festive. Come comunicare praticamente il messaggio, però, rimane compito dell'omileta: a seconda dell'uditorio (i bambini di prima comunione non sono le monache di clausura!), delle località, della cultura....


Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti


DIRETTORIO OMILETICO

II. LE DOMENICHE DI QUARESIMA

57. Se il Triduo Pasquale e i successivi Cinquanta Giorni sono il centro radioso dell’anno liturgico, la Quaresima è il tempo che prepara le menti ed i cuori del popolo cristiano alla degna celebrazione di questi giorni. È anche il tempo dell’ultima preparazione dei cPraenotanda registrano, per le prime due Domeniche di Quaresima, l’uso tradizionale dei racconti evangelici della Tentazione e della Trasfigurazione, parlandone in relazione con le altre letture: “Le letture dell'Antico Testamento si riferiscono alla storia della salvezza, uno dei temi specifici della catechesi quaresimale. Si ha così, per ogni anno, una serie di testi, nei quali sono presentate le fasi salienti della storia stessa, dall'inizio fino alla promessa della Nuova Alleanza. Le letture dell'Apostolo sono scelte con il criterio di farle concordare tematicamente con quelle del Vangelo e dell'Antico Testamento e presentarle tutte nel più stretto rapporto possibile fra di loro” (OLM 97)
atecumeni che saranno battezzati nella Veglia Pasquale. Il loro cammino ha bisogno di essere accompagnato dalla fede, dalla preghiera e dalla testimonianza di tutta la comunità ecclesiale. Le letture bibliche del Tempo di Quaresima trovano il loro senso più profondo in relazione al mistero pasquale a cui ci dispongono. Offrono pertanto evidenti occasioni per mettere in pratica un principio fondamentale presentato in questo Direttorio: ricondurre le letture della Messa al loro centro che è il Mistero Pasquale di Gesù, nel quale entriamo in modo più profondo mediante la celebrazione dei sacramenti pasquali. I


A. Il Vangelo della I Domenica di Quaresima

58. Non è difficile per i fedeli collegare i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto con i giorni della Quaresima. Conviene che l’omileta espliciti questa connessione, affinché il popolo cristiano comprenda come ogni anno la Quaresima renda i fedeli mistericamente partecipi di questi quaranta giorni di Gesù e di ciò che egli patì e ottenne, mediante il digiuno e l’essere tentato. Mentre è consuetudine per i Cattolici impegnarsi in varie pratiche penitenziali e di devozione durante questo tempo, è importante sottolineare la realtà profondamente sacramentale dell’intera Quaresima.
Nell’orazione colletta della I Domenica di Quaresima ricorre infatti questa significativa espressione: “...per annua quadragesimalis exercitia sacramenti”. Cristo stesso è presente e operante nella Chiesa in questo tempo santo, ed è la sua opera purificatrice nelle membra del suo Corpo a dare valore salvifico alle nostre pratiche penitenziali. Il prefazio assegnato a questa Domenica afferma meravigliosamente tale idea dicendo: “Egli consacrò l'istituzione del tempo penitenziale con il digiuno di quaranta giorni…”. Il linguaggio del prefazio fa da ponte tra la Scrittura e l’Eucarestia.

59. I quaranta giorni di Gesù evocano i quarant’anni di peregrinazione di Israele nel deserto; l’intera storia di Israele si concentra in lui. Perciò appare come una scena in cui si concentra uno dei maggiori temi di questo Direttorio: la storia di Israele, che corrisponde alla storia della nostra vita, trova il suo senso definitivo nella Passione sofferta da Gesù. La Passione comincia, in un certo senso, già nel deserto, all’inizio, metaforicamente parlando, della vita pubblica di Gesù. Sin dal principio, pertanto, Gesù va incontro alla Passione e da ciò trae significato tutto ciò che segue.

60. Un paragrafo del Catechismo della Chiesa Cattolica può rivelarsi utile nella preparazione delle omelie, in particolare nell’affrontare temi
dottrinali radicati nel testo biblico. A proposito delle tentazioni di Gesù, il Catechismo asserisce:
Gli evangelisti rilevano il senso salvifico di questo misterioso avvenimento. Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione. Gesù compie perfettamente la vocazione d'Israele: contrariamente a coloro che in passato provocarono Dio durante i quaranta anni nel deserto, Cristo si rivela come il Servo di Dio obbediente in tutto alla divina volontà. Così Gesù è vincitore del diavolo: egli ha legato l'uomo forte per riprendergli il suo bottino. La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre (CCC 539).
61. Le tentazioni cui Gesù è sottoposto rappresentano la lotta contro una comprensione distorta del sua missione messianica. Il diavolo lo spinge a mostrarsi un Messia che dispiega i propri poteri divini: “Se tu sei Figlio di Dio…” esordisce il tentatore. Il che profetizza la lotta decisiva che Gesù dovrà affrontare sulla croce, quando udrà le parole di derisione: “Salva te stesso scendendo dalla croce!”. Gesù non cede alle tentazioni di Satana, né scende dalla croce. E’ esattamente in questo modo che Gesù dà prova di entrare davvero nel deserto dell’esistenza umana e non usa il suo potere divino a proprio vantaggio. Egli accompagna veramente il nostro pellegrinaggio terreno e rivela il reale potere di Dio, quello di amarci “fino alla fine” (Gv 13,1).

62. L’omileta dovrebbe sottolineare che Gesù è soggetto alla tentazione e alla morte per solidarietà con noi. Ma la Buona Notizia che l’omileta annuncia non è soltanto la solidarietà di Gesù con noi nella sofferenza; annuncia anche la vittoria di Gesù sulla tentazione e sulla morte, vittoria che condivide con tutti coloro che credono in lui. La garanzia decisiva che tale vittoria è condivisa da tutti i credenti sarà la celebrazione dei sacramenti pasquali nella Veglia Pasquale, verso cui la prima domenica di Quaresima è già orientata. L’omileta si muove verso la medesima direzione.

63. Gesù ha resistito alla tentazione del demonio che lo induceva a trasformare le pietre in pane, ma, alla fine e in un modo che la mente umana non avrebbe mai potuto immaginare, con la sua risurrezione egli trasforma la “pietra” della morte in “pane” per noi. Attraverso la morte diventa il pane dell’Eucaristia. L’omileta dovrebbe ricordare all’assemblea che si ciba di questo pane celeste, che la vittoria di Gesù sulla tentazione e sulla morte, condivisa tramite il sacramento, trasforma i loro “cuori di pietra in cuori di carne”, come promesso dal Signore mediante il profeta, cuori che si sforzano di rendere tangibile nella loro vita quotidiana l’amore misericordioso di Dio. Allora la fede cristiana può divenire lievito in un mondo affamato di Dio e le pietre vengono davvero trasformate in cibo che riempie il vivo desiderio del cuore umano

giovedì 19 febbraio 2015

"Audi Benigne Conditor" della band polacca "Mistic"

Il Gregoriano continua ad essere fonte di ispirazione per la musica sacra di ogni tempo, ma anche della musica pop. Ne sono un esempio i membri del gruppo Mistic, dalla Polonia, che dal 2006 cantano con l'inconfondibile stile reso popolare dalla band tedesca di cover "rock-monastiche" Gregorian. La peculiarità di questo quintetto polacco è che non solo riprendono l'ispirazione dalla "musica da Chiesa", ma anche i testi. Il loro disco del 2011 è emblematico. Mentre negli altri lavori utilizzano la lingua polacca, nel CD "Glorifica" tutti i testi sono religiosi e in latino: inni, antifone e sequenze del repertorio liturgico romano remixati in Tecno-electronic-pop.
So già che a qualcuno - più d'uno - queste cose fanno rizzare i capelli dall'orrore, ma io continuo a dire che segnali del genere mostrano la vivacità di testi che non possono tramontare e tradizioni musicali che continuano a persistere nella cultura europea - magari nell'ambito laico - dopo che sono state imprudentemente marginalizzate dalla comunità cristiana che le ha prodotte e sviluppate lungo i secoli.
E questo deve far pensare.

Vi propongo - in linea con il tempo liturgico che stiamo vivendo - il brano "Audi benigne Conditor" dei Mistic, che altro non è se non l'inno proprio della Quaresima (vedi qui e qui l'originale e la traduzione), in una veste sonora contemporanea che affonda le radici in terreni profondi e antichi, tutta da ascoltare:



Il contenuto dell'intero CD, dedicato al Papa polacco S. Giovanni Paolo II, con i link per ascoltare altri brani dei Mistic:

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mercoledì 18 febbraio 2015

Mercoledì delle Ceneri: Rinnoviamoci e ripariamo al male


Il rito dell'imposizione delle ceneri sarebbe accompagnato anche oggi dal testo del responsorio seguente, che difficilmente avrete modo di ascoltare, se non su YouTube (e nella Messa del Papa, naturalmente! Come anche l'antifona "Immutemur" si sente di rado nel suo giorno...)
Mediamo il contenuto di questo canto, che si sposa con l'invito tradizionalmente espresso dal sacerdote a ciascuno: "Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai".

Emendemus in melius 

Emendemus in melius
quae ignoranter peccavimus,
ne subito praeoccupati die mortis
quaeramus spatium poenitentiae
et invenire non possumus.
Attende, Domine, et miserere,
quia peccavimus tibi.

V. Adjuva nos, Deus salutaris noster,
et propter honorem nominis tui libera nos

*Attende, Domine, et miserere,
Quia peccavimus tibi.
[cf Bar 3,2]
Rinnoviamoci, e ripariamo al male
che nella nostra ignoranza abbiamo fatto,
perché non ci sorprenda la morte
e non ci manchi il tempo di convertirci.
Ascoltaci, Signore, pietà di noi,
contro di te abbiamo peccato.
[Sal 78,9]
V. O Dio della nostra Salvezza, vieni in nostro aiuto
e per la gloria del tuo nome salvaci, o Signore.

* Ascoltaci, Signore, pietà di noi,
contro di te abbiamo peccato.

Lo ascoltiamo nella intensa composizione di William Byrd, musicista inglese della seconda metà del XVI secolo, che pur cattolico fu maestro di cappella della protestante regina d'Inghilterra Elisabetta I che non volle privarsi del suo genio compositivo, pur nel tempo delle persecuzioni contro i "papisti".

Qui lo spartito in PDF da scaricare

martedì 17 febbraio 2015

"Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai": le parole delle Ceneri illuminate da Papa Benedetto XVI


Il passaggio della Catechesi di mercoledì 17 febbraio 2010, in cui Papa Benedetto si sofferma a spiegare il contenuto pasquale delle parole bibliche tradizionali che il sacerdote proferisce su ciascuno dei penitenti che, a capo chino, vengono a ricevere l'imposizione delle ceneri all'inizio della Quaresima. Molti oggi le trascurano e le evitano, Benedetto, ancora, ce le illumina e fa gustare in questo passo e, per chi vuole approfondire ulteriormente, nella splendida omelia delle Ceneri del 2012 (vedi qui).
Il momento favorevole e di grazia della Quaresima ci mostra il proprio significato spirituale anche attraverso l’antica formula: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai, che il sacerdote pronuncia quando impone sul nostro capo un po’ di cenere. Veniamo così rimandati agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,19). Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, anzi alla nostra morte, che ne è la forma estrema. Di fronte all’innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l’esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte.
L’uomo è polvere e in polvere ritornerà, ma è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. Così la formula liturgica “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” trova la pienezza del suo significato in riferimento al nuovo Adamo, Cristo. Anche il Signore Gesù ha liberamente voluto condividere con ogni uomo la sorte della fragilità, in particolare attraverso la sua morte in croce; ma proprio questa morte, colma del suo amore per il Padre e per l’umanità, è stata la via per la gloriosa risurrezione, attraverso la quale Cristo è diventato sorgente di una grazia donata a quanti credono in Lui e vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena della nostra esistenza, ma sarà portata a compimento dopo “la risurrezione della carne”. Il piccolo gesto dell’imposizione delle ceneri ci svela la singolare ricchezza del suo significato: è un invito a percorrere il tempo quaresimale come un’immersione più consapevole e più intensa nel mistero pasquale di Cristo, nella sua morte e risurrezione, mediante la partecipazione all’Eucaristia e alla vita di carità, che dall’Eucaristia nasce e nella quale trova il suo compimento. Con l’imposizione delle ceneri noi rinnoviamo il nostro impegno di seguire Gesù, di lasciarci trasformare dal suo mistero pasquale, per vincere il male e fare il bene, per far morire il nostro “uomo vecchio” legato al peccato e far nascere l’”uomo nuovo” trasformato dalla grazia di Dio.

sabato 19 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 7 - commenti di Giovanni Paolo II - Padre nelle tue mani...

L'ultima delle tradizionali "Sette parole di Cristo in Croce". Nel silenzio del Sabato Santo ne rileggiamo il commento scritto dal beato Pontefice papa Wojtyla:

Settima parola:

"Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 7 dicembre 1988

2. “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito” (Lc 23, 46). Con queste parole Luca esplicita il contenuto del secondo grido che Gesù emise poco prima di morire (cf. Mc 13, 37; Mt 27, 50). Nel primo grido egli aveva esclamato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34; Mt 27, 46). Queste parole sono completate da quelle altre, che costituiscono il frutto di una riflessione interiore maturata in preghiera. Se per un momento Gesù ha avuto e sofferto la tremenda sensazione di essere abbandonato dal Padre, ora la sua anima reagisce nell’unico modo che, come egli sa bene, si conviene a un uomo, che al tempo stesso è anche il “Figlio prediletto” di Dio: il totale abbandono nelle sue mani.

Gesù esprime questo suo sentimento con parole che appartengono al salmo 31-30: il salmo dell’afflitto che prevede la sua liberazione e ringrazia Dio che sta per operarla: “Mi affido alle tue mani: tu mi riscatti, Signore, Dio fedele” (Sal 31 [30], 6). Gesù nella sua lucida agonia, sta ricordando e balbettando anche qualche versetto di quel salmo, recitato spesse volte durante la sua vita. Ma, stando alla narrazione dell’evangelista, quelle parole sulla bocca di Gesù prendono un valore nuovo.

3. Con l’invocazione “Padre” (“Abbà”), Gesù dà al suo abbandono tra le mani del Padre un accento di fiducia filiale. Gesù muore da figlio. Muore in perfetta conformità al volere del Padre, per la finalità di amore che il Padre gli ha affidato e che il Figlio ben conosce.
Nella prospettiva del salmista l’uomo, colpito dalla sventura e afflitto dal dolore, rimette il suo spirito nelle mani di Dio per sfuggire alla morte che lo minaccia. Gesù, invece, accetta la morte e rimette il suo spirito nelle mani del Padre per attestargli la sua ubbidienza e manifestargli la sua fiducia per una nuova vita. Il suo abbandono è dunque più pieno e più radicale, più audace, più definitivo, più carico di volontà oblativa.

4. Inoltre quest’ultimo grido è un complemento del primo, come abbiamo notato fin da principio. Riprendiamo i due testi e vediamo che cosa risulta dal loro confronto. Anzitutto sotto l’aspetto semplicemente linguistico e quasi semantico.
Il termine “Dio” del salmo 22-21 è ripreso, nel primo grido, come un’invocazione che può significare smarrimento dell’uomo nel proprio nulla dinanzi all’esperienza dell’abbandono da parte di Dio, considerato nella sua trascendenza e quasi sperimentato in uno stato di “separazione” (il “Santo”, l’Eterno, l’Immutabile). Nel successivo grido Gesù ricorre al salmo 31-30, inserendovi l’invocazione a Dio come Padre (“Abbà”), appellativo che gli è abituale e in cui ben si esprime la familiarità di uno scambio di calore paterno e di atteggiamento filiale.

E inoltre: nel primo grido anche Gesù pone un “perché” a Dio, certo con profondo rispetto per la sua volontà, la sua potenza, la sua infinita grandezza, ma senza reprimere il senso di umano sgomento che non può non suscitare una morte come quella. Ora invece, nel secondo grido, vi è l’espressione dell’abbandono fiducioso nelle braccia del Padre sapiente e benigno, che tutto dispone e regge con amore. Vi è stato un momento di desolazione, nel quale Gesù si è sentito senza appoggio e difesa da parte di tutti, perfino di Dio: un momento tremendo; ma è stato presto superato grazie all’affidamento di sé nelle mani del Padre, la cui presenza amorosa e immediata Gesù avverte nella struttura più profonda del proprio io, giacché egli è nel Padre come il Padre è in lui (cf. Gv 10, 38;14, 10 s), anche sulla croce!

5. Le parole e le grida di Gesù sulla croce, per essere comprese, devono essere considerate in rapporto a ciò che egli stesso aveva annunciato in precedenza, nelle predizioni della sua morte e nell’insegnamento sul destino dell’uomo in una nuova vita. Per tutti la morte è un passaggio all’esistenza nell’aldilà; per Gesù è, anzi, la premessa della risurrezione che avverrà il terzo giorno. La morte, dunque, ha sempre un carattere di dissoluzione del composto umano, che suscita ripulsa: ma dopo il primo grido, Gesù con grande serenità rimette il suo spirito nelle mani del Padre, in vista della nuova vita e anzi della risurrezione da morte, che segnerà il coronamento del mistero pasquale. Così, dopo tutti i tormenti delle sofferenze fisiche e morali subite, la morte è abbracciata da Gesù come un ingresso nella pace inalterabile di quel “seno del Padre”, verso il quale è stata rivolta tutta la sua vita.

6. Con la sua morte Gesù rivela che alla fine della vita l’uomo non è votato all’immersione nell’oscurita, nel vuoto esistenziale, nella voragine del nulla, ma è invitato all’incontro col Padre, verso il quale si è mosso nel cammino della fede e dell’amore in vita, e nelle cui braccia si è gettato con santo abbandono nell’ora della morte. Un abbandono che, come quello di Gesù, comporta il dono totale di sé da parte di un’anima che accetta di essere spogliata del suo corpo e della vita terrestre, ma che sa di trovare nelle braccia, nel cuore del Padre la nuova vita, partecipazione alla vita stessa di Dio nel mistero trinitario.

7. Attraverso il mistero ineffabile della morte l’anima del Figlio giunge a godere della gloria del Padre nella comunione dello Spirito (amore del Padre e del Figlio). E questa è la “vita eterna”, fatta di conoscenza, di amore, di gioia, di pace infinita.
Di Gesù, l’evangelista Giovanni dice che “rese lo spirito” (Gv 19, 30), Matteo che “esalò lo spirito” (Mt 27, 50), Marco e Luca che “spirò” (Mc 15, 37; Lc 23, 46). È l’anima di Gesù che entra nella pienezza della visione beatifica in seno alla Trinità. In questa luce di eternità si può afferrare qualcosa del misterioso rapporto tra l’umanità di Cristo e la Trinità, sfiorato dalla lettera agli Ebrei quando, parlando dell’efficacia salvifica del sangue di Cristo, ben superiore a quella del sangue degli animali offerti nei sacrifici dell’antica alleanza, scrive che nella sua morte Cristo “mediante uno spirito eterno ha offerto se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9, 14).

venerdì 18 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 6 - commenti di Giovanni Paolo II - E' compiuto

La Parola del Venerdì Santo, quando tutto si compie, la nuova creazione dell'Uomo è completata, il vertice è raggiunto, la Redenzione è ultimata, il Signore cancella con la sua morte il peccato:

"Tetelestai": in greco "è compiuto, è completato"
Sesta parola:

"È compiuto" (Gv 19,30)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 7 dicembre 1988

1. “Tutto è compiuto” (Gv 19, 30). Secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù ha pronunciato queste parole poco prima di spirare. Sono state le ultime. Esse manifestano la sua coscienza d’aver eseguito fino in fondo l’opera per la quale era stato mandato in questo mondo (cf. Gv 17, 4). Si badi: non è tanto la coscienza di aver realizzato progetti suoi, quanto di aver eseguito la volontà del Padre nell’ubbidienza spinta fino alla completa immolazione di sé sulla croce. Già solo per questo Gesù morente ci appare come il modello di quella che dovrebbe essere la morte di ogni uomo: la conclusione dell’opera assegnata a ciascuno per il compimento dei disegni divini. Secondo il concetto cristiano della vita e della morte, gli uomini fino al momento della morte sono chiamati a compiere la volontà del Padre, e la morte è l’ultimo atto, quello definitivo e decisivo, del compimento di questa volontà. Gesù ce lo insegna dalla croce.

giovedì 17 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 5 - commenti di Giovanni Paolo II - Ho sete

La parola di Gesù in Croce di cui oggi rileggiamo il commento di Papa Giovanni Paolo II è ben rappresentata dal crocifisso della Beata madre Teresa di Calcutta, che meditava questa richiesta di Cristo ogni volta che guardava alla croce:

Quinta parola:

"Ho sete!" (Gv 19,28)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 30 novembre 1988

7. Tuttavia poco dopo [aver pronunciato Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?], forse per influsso del salmo 22 (21), che riaffiora nella sua memoria, Gesù esce in queste altre parole: “Ho sete” (Gv 19, 28).

È ben comprensibile che con queste parole Gesù alluda alla sete fisica, al grande tormento che fa parte della pena della crocifissione, come spiegano gli studiosi di queste materie.
Si può anche aggiungere che nel manifestare la sua sete Gesù ha dato prova di umiltà, esprimendo una elementare necessità fisica, come avrebbe fatto chiunque. Anche in questo Gesù si fa e si mostra solidale con tutti coloro che, viventi o morenti, sani o malati, piccoli o grandi, hanno bisogno e chiedono almeno un po’ d’acqua . . . (cf. Mt 10, 42). Per noi è bello pensare che ogni soccorso prestato a un morente, è prestato a Gesù crocifisso!

8. Ma non possiamo ignorare l’annotazione dell’evangelista, il quale scrive che Gesù uscì in tale espressione - “Ho sete” - “per adempiere la Scrittura” (Gv 19, 28). Anche in tali parole di Gesù vi è un’altra dimensione, oltre quella fisico-psicologica. Il riferimento è ancora al salmo 22 (21): “È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto” (Sal 22 [21], 16). Anche nel salmo 69 (68), 22 si legge: “Quando avevo sete mi hanno dato aceto”.
Nelle parole del salmista si tratta ancora di sete fisica, ma sulle labbra di Gesù essa rientra nella prospettiva messianica della sofferenza della croce. Nella sua sete il Cristo morente cerca ben altra bevanda che l’acqua o l’aceto: come quando al pozzo di Sicar aveva chiesto alla samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4, 7). La sete fisica, allora, era stato simbolo e tramite di un’altra sete: quella della conversione di quella donna. Ora, sulla croce, Gesù ha sete di un’umanità nuova, quale dovrà sorgere dal suo sacrificio, in adempimento delle Scritture. Per questo l’evangelista lega il “grido della sete” di Gesù alle Scritture. La sete della croce, sulla bocca del Cristo morente, è l’ultima espressione di quel desiderio del battesimo da ricevere e del fuoco da accendere sulla terra, che era stato da lui manifestato in vita. “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (Lc 12, 49-50). Ora quel desiderio sta per compiersi, e con quelle sue parole Gesù conferma l’ardente amore con cui ha voluto ricevere quel supremo “battesimo” per aprire a noi tutti la fonte dell’acqua che veramente disseta e salva (cf. Gv 4, 13-14).

mercoledì 16 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 4 - commenti di Giovanni Paolo II - Dio mio, Dio mio

Papa Wojtyla commenta le parole di Gesù in croce. Oggi rileggiamo la catechesi sul grido di Gesù al Padre:
Quarta parola:

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" 
(Mt 27,46; cfr. Sal 22[21],2)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 30 novembre 1988

1. Stando ai sinottici, Gesù sulla croce gridò due volte (cf. Mt 27, 46-50; Mc 15, 34-37); del secondo grido solo Luca (Lc 23, 46) esplicita il contenuto. Nel primo grido si esprimono la profondità e l’intensità della sofferenza di Gesù, la sua partecipazione interiore, il suo spirito di oblazione, e forse anche la lettura profetico-messianica che egli fa del suo dramma sulla traccia di un salmo biblico. Certo il primo grido manifesta i sentimenti di desolazione e di abbandono provati da Gesù con le prime parole del salmo 22 [21]: “Alle tre Gesù gridò con voce forte: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»” (Mc 15, 34; cf. Mt27, 46).
Marco riporta le parole in aramaico. Si può supporre che quel grido sia parso talmente caratteristico che i testimoni auricolari del fatto, quando narrarono il dramma del Calvario, abbiano trovato opportuno ripetere le parole stesse di Gesù in aramaico, la lingua parlata da lui e dalla maggior parte degli israeliti suoi contemporanei. A Marco, esse potrebbero essere state riferite da Pietro, come avvenne per la parola “Abbà” = Padre (cf. Mc 14, 36) nella preghiera del Getsemani.

2. Che in quel suo primo grido Gesù usi le parole iniziali del salmo 22[21] è significativo per varie ragioni. Nello spirito di Gesù, che era solito pregare seguendo i testi sacri del suo popolo, dovevano essersi depositate molte di quelle parole e frasi che particolarmente lo impressionavano, perché meglio esprimevano il bisogno e l’angoscia dell’uomo dinanzi a Dio e in qualche modo alludevano alla condizione di colui che avrebbe preso su di sé tutta la nostra iniquità (cf. Is 53, 11).
Perciò nell’ora del calvario fu spontaneo per Gesù appropriarsi di quella domanda che il salmista fa a Dio sentendosi spossato dalla sofferenza. Ma sulla sua bocca il “perché” rivolto a Dio era anche più efficace nell’esprimere un dolente stupore per quella sofferenza che non aveva una spiegazione semplicemente umana, ma costituiva un mistero di cui solo il Padre possedeva la chiave. Per questo, pur nascendo dalla memoria del salmo letto o recitato nella sinagoga, la domanda racchiudeva un significato teologico in relazione al sacrificio, mediante il quale Cristo doveva, in piena solidarietà con l’uomo peccatore, sperimentare in sé l’abbandono di Dio. Sotto l’influsso di questa tremenda esperienza interiore, Gesù morente trova la forza per esplodere in quel grido!
E in quella esperienza, in quel grido, in quel “perché” rivolto al cielo, Gesù stabilisce anche un modo nuovo di solidarietà con noi, che siamo portati così spesso a levare occhi e bocca al cielo, per esprimere il nostro lamento e qualcuno persino la sua disperazione.

3. Ma sentendo Gesù pronunciare il suo “perché”, impariamo che, sì, anche gli uomini che soffrono possono pronunciarlo, ma in quelle stesse disposizioni di fiducia e di abbandono filiale, di cui Gesù ci è maestro e modello. Nel “perché” di Gesù, non c’è alcun sentimento o risentimento che porti alla rivolta, o che indulga alla disperazione; non c’è l’ombra di un rimprovero rivolto al Padre, ma l’espressione dell’esperienza di fragilità, di solitudine, di abbandono a se stesso, fatta da Gesù al posto nostro; da lui che diventa così il primo degli “umiliati ed offesi”, il primo degli abbandonati, il primo dei “desamparados” (come li chiamano gli spagnoli), ma che nello stesso tempo ci dice che su tutti questi poveri figli d’Eva veglia l’occhio benigno della Provvidenza soccorritrice.
4. In realtà, se Gesù prova il sentimento di essere abbandonato dal Padre, egli però sa di non esserlo affatto. Egli stesso ha detto: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30), e parlando della passione futura: “Io non sono solo perché il Padre è con me” (Gv 16, 32). Sulla cima del suo spirito Gesù ha netta la visione di Dio e la certezza della unione col Padre. Ma nelle zone a confine con la sensibilità e quindi più soggette alle impressioni, emozioni e ripercussioni delle esperienze dolorose interne ed esterne, l’anima umana di Gesù è ridotta ad un deserto, ed egli non sente più la “presenza” del Padre, ma fa la tragica esperienza della più completa desolazione.

5. Qui si può tracciare un quadro sommario di quella situazione psicologica di Gesù per rapporto a Dio.
Gli avvenimenti esterni sembrano manifestare l’assenza del Padre, che lascia crocifiggere suo Figlio, pur disponendo di “legioni d’angeli” (cf. Mt 26, 53), senza intervenire per impedire la sua condanna a morte e il suo supplizio. Nell’Orto degli Ulivi Simon Pietro aveva sfoderato a sua difesa una spada, bloccato subito da Gesù stesso (cf. Gv 18, 10 s); nel pretorio, Pilato aveva ripetutamente tentato manovre diversive per salvarlo (cf. Gv 18, 31-38 s;19, 4-6, 12-15); ma il Padre, ora, tace. Quel silenzio di Dio grava sul morente come la pena più pesante, tanto più che gli avversari di Gesù considerano quel silenzio come una sua riprovazione: “Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene, giacché ha detto: sono Figlio di Dio!” (Mt 27, 43).
Nella sfera dei sentimenti e degli affetti, questo senso dell’assenza e dell’abbandono di Dio è stata la pena più pesante per l’anima di Gesù, che attingeva la sua forza e la sua gioia dall’unione con il Padre. Questa pena rese più dure tutte le altre sofferenze. Quella mancanza di conforto interiore è stata il suo maggiore supplizio.

6. Ma Gesù sapeva che con questa fase estrema della sua immolazione, giunta alle più intime fibre del cuore, egli completava l’opera di riparazione che era lo scopo del suo sacrificio per la riparazione dei peccati. Se il peccato è separazione da Dio, Gesù doveva provare nella crisi della sua unione con il Padre, una sofferenza proporzionata a quella separazione.
D’altra parte citando l’inizio del salmo 22 (21), che forse continuò a dire mentalmente durante la passione, Gesù non ne ignorava la conclusione, che si trasforma in un inno di liberazione e in un annuncio di salvezza dato a tutti da Dio. L’esperienza dell’abbandono è dunque una pena passeggera, che cede il posto alla liberazione personale e alla salvezza universale. Nell’anima afflitta di Gesù tale prospettiva ha certo alimentato la speranza, tanto più che egli ha sempre presentato la sua morte come un passaggio alla risurrezione, come la sua vera glorificazione. E a questo pensiero la sua anima riprende vigore e gioia sentendo che è vicina, proprio al culmine del dramma della croce, l’ora della vittoria.

martedì 15 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 3 - commenti di Giovanni Paolo II - Donna ecco tuo figlio

Rileggiamo la catechesi del Beato Giovanni Paolo II a commento della parola di Gesù in croce rivolta alla Madre e al discepolo amato. E' la terza delle tradizionali sette parole di Cristo sulla croce:

Terza parola:
"Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre" (Gv 19,26)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 23 novembre 1988

1. Il messaggio della croce comprende alcune parole supreme di amore, che Gesù rivolge a sua madre e al discepolo prediletto Giovanni, presenti al suo supplizio sul Calvario.

Ecco, san Giovanni nel suo Vangelo ricorda che “stava presso la croce di Gesù sua madre” (Gv 19, 25). Era la presenza di una donna - ormai vedova da anni, come tutto fa pensare - che stava per perdere anche suo figlio. Tutte le fibre del suo essere erano scosse da ciò che aveva visto nei giorni culminanti nella passione, da ciò che sentiva e presentiva, ora, accanto al patibolo. Come impedirle di soffrire e di piangere? La tradizione cristiana ha percepito la drammatica esperienza di quella donna piena di dignità e di decoro, ma col cuore affranto, e ha sostato a contemplarla con intima partecipazione al suo dolore:
“Stabat mater dolorosa
iuxta crucem lacrimosa
dum pendebat filius”.

Non si tratta solo di una questione “della carne e del sangue”, nè di un affetto senza dubbio nobilissimo, ma semplicemente umano. La presenza di Maria presso la croce mostra il suo impegno di partecipazione totale al sacrificio redentivo di suo Figlio. Maria ha voluto partecipare fino in fondo alle sofferenze di Gesù, perché non ha respinto la spada annunciatale da Simeone (cf. Lc 2, 35), e ha invece accettato, con Cristo, il disegno misterioso del Padre. Essa era la prima partecipe di quel sacrificio, e sarebbe rimasta per sempre il modello perfetto di tutti coloro che avrebbero accettato di associarsi senza riserva all’offerta redentiva.

2. D’altra parte la compassione materna, in cui si esprimeva quella presenza, contribuiva a rendere più denso e più profondo il dramma di quella morte in croce, così vicino al dramma di tante famiglie, di tante madri e di tanti figli, ricongiunti dalla morte dopo lunghi periodi di separazione per ragioni di lavoro, di malattia, di violenza ad opera di singoli o di gruppi.

Gesù, che vede sua madre accanto alla croce, la ripensa sulla scia dei ricordi di Nazaret, di Cana, di Gerusalemme; forse rivive i momenti del transito di Giuseppe, e poi del suo distacco da lei, e della solitudine nella quale è vissuta negli ultimi anni, una solitudine che ora sta per accentuarsi. Maria, a sua volta, considera tutte le cose che per anni e anni “ha conservato nel suo cuore” (cf. Lc 2, 19. 51), e adesso più che mai le comprende in ordine alla croce. Il dolore e la fede si fondono nella sua anima. Ed ecco, ad un tratto s’avvede che dall’alto della croce Gesù la guarda e le parla.

3. “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio»” (Gv 19, 26). È un atto di tenerezza e di pietà filiale. Gesù non vuole che sua madre resti sola. Al suo posto le lascia come figlio il discepolo che Maria conosce come il prediletto. Gesù affida così a Maria una nuova maternità, e le chiede di trattare Giovanni come suo figlio. Ma quella solennità dell’affidamento (“Donna, ecco il tuo figlio”), quel suo collocarsi al cuore stesso del dramma della croce, quella sobrietà ed essenzialità di parole che si direbbero proprie di una formula quasi sacramentale, fanno pensare che, al di sopra delle relazioni familiari, il fatto vada considerato nella prospettiva dell’opera della salvezza, dove la donna-Maria è stata impegnata col Figlio dell’uomo nella missione redentrice. A conclusione di quell’opera, Gesù chiede a Maria di accettare definitivamente l’offerta che egli fa di se stesso quale vittima di espiazione, considerando ormai Giovanni come suo figlio. È a prezzo del suo sacrificio materno che essa riceve quella nuova maternità.

4. Ma quel gesto filiale, pieno di valore messianico, va ben al di là della persona del discepolo prediletto, designato come figlio di Maria. Gesù vuol dare a Maria una figliolanza ben più numerosa, vuole istituire per Maria una maternità che abbraccia ogni suo seguace e discepolo di allora e di tutti i tempi. Il gesto di Gesù ha dunque un valore simbolico. Non è solo un gesto d’ordine familiare, come di un figlio che prende a cuore la sorte di sua madre, ma è il gesto del Redentore del mondo che assegna a Maria, come “donna”, un ruolo di nuova maternità per rapporto a tutti gli uomini, chiamati a riunirsi nella Chiesa. In quel momento, dunque, Maria è costituita, e quasi si direbbe “consacrata”, come Madre della Chiesa dall’alto della croce.

5. In questo dono fatto a Giovanni e, in lui, ai seguaci di Cristo e a tutti gli uomini, vi è come un completamento del dono che Gesù fa di se stesso all’umanità con la sua morte in croce. Maria costituisce con lui come un “tutt’uno”, non solo perché sono madre e figlio “secondo la carne”, ma perché nell’eterno disegno di Dio sono contemplati, predestinati, collocati insieme al centro della storia della salvezza; sicché Gesù sente di dover coinvolgere sua madre non solo nella propria oblazione al Padre, ma anche nella donazione di sé agli uomini; e Maria, a sua volta, è in perfetta sintonia con il Figlio in quest’atto di oblazione e di donazione, come per un prolungamento del “fiat” dell’annunciazione.

D’altra parte Gesù, nella sua passione, si è visto spogliato di tutto. Sul Calvario gli rimane la madre; e con gesto di supremo distacco dona anche lei al mondo intero, prima di portare a termine la sua missione col sacrificio della vita. Gesù è cosciente che è giunto il momento della consumazione, come dice l’evangelista: “Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta . . .” (Gv 19, 28). E vuole che tra le cose “compiute” ci sia anche questo dono della Madre alla Chiesa e al mondo.

6. Si tratta certamente di una maternità spirituale, che si attua, secondo la Tradizione cristiana e la dottrina della Chiesa, nell’ordine della grazia. “Madre nell’ordine della grazia”, la chiama il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 61). È quindi una maternità essenzialmente “soprannaturale”, che si iscrive nella sfera dove opera la grazia, generatrice di vita divina nell’uomo. È dunque oggetto di fede, come lo è la stessa grazia, a cui è correlata, ma non esclude e anzi comporta tutta una fioritura di pensieri, di affetti teneri e soavi, di sentimenti vivissimi di speranza, fiducia, amore, che fanno parte del dono di Cristo.

Gesù, che aveva sperimentato e apprezzato l’amore materno di Maria nella propria vita, ha voluto che anche i suoi discepoli potessero a loro volta godere di questo amore materno come componente del rapporto con lui in tutto lo sviluppo della loro vita spirituale. Si tratta di sentire Maria come madre e di trattarla come madre, consentendole di formarci alla vera docilità verso Dio, alla vera unione con Cristo, alla vera carità verso il prossimo.

7. Si può dire che anche questo aspetto del rapporto con Maria è compreso nel messaggio della croce. Dice infatti l’evangelista che Gesù “poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre»!” (Gv 19, 27). Rivolgendosi al discepolo, Gesù gli chiede espressamente di comportarsi con Maria come figlio verso la madre. All’amore materno di Maria dovrà rispondere un amore filiale. Poiché il discepolo sostituisce Gesù presso Maria, è invitato ad amarla veramente come la propria madre.

È come se Gesù gli dicesse: “Amala come io l’ho amata”. E poiché, nel discepolo, Gesù vede tutti gli uomini, ai quali lascia quel testamento d’amore, vale per tutti la richiesta di amare Maria come madre. In concreto Gesù fonda con quelle sue parole il culto mariano della Chiesa, alla quale fa capire, attraverso Giovanni, la sua volontà che Maria riceva da parte di ogni discepolo, di cui ella è madre per istituzione di Gesù stesso, un sincero amore filiale. L’importanza del culto mariano sempre voluto dalla Chiesa, si deduce dalle parole pronunciate da Gesù nell’ora stessa della sua morte.

8. L’evangelista conclude dicendo che “da quell’ora il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19, 27). Ciò significa che il discepolo ha risposto immediatamente alla volontà di Gesù: da quel momento, accogliendo Maria nella sua casa, le ha mostrato il suo affetto filiale, l’ha circondata di ogni cura, ha fatto in modo che potesse godere di raccoglimento e di pace in attesa di ricongiungersi a suo Figlio, e svolgere il suo ruolo nella Chiesa nascente, sia nelle Pentecoste sia negli anni successivi.

Quel gesto di Giovanni era l’esecuzione del testamento di Gesù nei confronti di Maria: ma aveva un valore simbolico per ogni discepolo di Cristo, invitato ormai ad accogliere Maria presso di sé, e farle posto nella propria vita. Perché, in forza delle parole di Gesù morente, ogni vita cristiana deve offrire uno “spazio” a Maria, non può non includere la sua presenza.

Allora possiamo concludere questa riflessione e catechesi sul messaggio della croce, con l’invito che rivolgo a ciascuno, di chiedersi come accoglie Maria nella sua casa, nella sua vita; e con una esortazione ad apprezzare sempre di più il dono che il Cristo crocifisso ci ha fatto, lasciandoci come madre la sua stessa Madre.

lunedì 14 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 2 - commenti di Giovanni Paolo II - Oggi sarai con me

Oggi la seconda delle "sette parole di Cristo in Croce" nel commento di Giovanni Paolo II:

Seconda parola:
"In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso" (Lc 23,43)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì, 16 novembre 1988


7. ..Un altro fatto concreto avvenuto sul Calvario... s’integra nel messaggio della croce come messaggio di perdono. Dice Gesù a un malfattore crocifisso con lui: “In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43). È un fatto impressionante, nel quale vediamo in azione tutte le dimensioni dell’opera salvifica, che si concretizza nel perdono. Quel malfattore aveva riconosciuto la sua colpevolezza, ammonendo il suo complice e compagno di supplizio, che scherniva Gesù: “Noi siamo in croce giustamente, perché riceviamo la giusta pena per le nostre azioni”; e aveva chiesto a Gesù di poter partecipare al regno, da lui annunciato: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23, 42). Egli trovava ingiusta la condanna di Gesù: “Non ha fatto niente di male”. Non condivideva quindi le imprecazioni del suo compagno di pena (“Salva te stesso,e noi” [Lc 23, 39]), e degli altri che, come i capi del popolo, dicevano: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso se è il Cristo di Dio, l’eletto” (Lc 23, 35), né gli insulti dei soldati: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (Lc 23, 37).

Il malfattore pertanto, chiedendo a Gesù di ricordarsi di lui, professa la sua fede nel Redentore; nel momento di morire, non solo accetta la sua morte come giusta pena del male compiuto, ma si rivolge a Gesù per dirgli che ripone in lui tutta la sua speranza.

Questa è la spiegazione più ovvia di quell’episodio narrato da Luca, nel quale l’elemento psicologico - cioè la trasformazione dei sentimenti del malfattore -, se ha come causa immediata l’impressione ricevuta dall’esempio di Gesù innocente che soffre e muore perdonando, ha però la sua vera radice misteriosa nella grazia del Redentore, che “converte” quest’uomo e gli accorda il perdono divino. La risposta di Gesù, infatti, è immediata. Egli promette al malfattore, pentito e “convertito”, il paradiso, in sua compagnia, per il giorno stesso. Si tratta dunque di un perdono integrale: colui che aveva commesso crimini e rapine - e dunque peccati - diventa un santo all’ultimo momento della sua vita.

Si direbbe che in quel testo di Luca è documentata la prima canonizzazione della storia, compiuta da Gesù in favore di un malfattore che si rivolge a lui in quel momento drammatico. Ciò mostra che gli uomini possono ottenere, grazie alla croce di Cristo, il perdono di tutte le colpe e anche di tutta una vita cattiva, e che possono ottenerlo anche all’ultimo istante, se si arrendono alla grazia del Redentore che li converte e salva.

Le parole di Gesù al malfattore pentito contengono anche la promessa della felicità perfetta: “Oggi sarai con me in paradiso”. Il sacrificio redentore ottiene, infatti, per gli uomini la beatitudine eterna. È un dono di salvezza proporzionato certamente al valore del sacrificio, nonostante la sproporzione che sembra esistere tra la semplice domanda del malfattore e la grandezza della ricompensa. Il superamento di questa sproporzione è operato dal sacrificio di Cristo, che ha meritato la beatitudine celeste col valore infinito della sua vita e della sua morte.

L’episodio narrato da Luca ci ricorda che il “paradiso” è offerto a tutta l’umanità, a ogni uomo che, come il malfattore pentito, cede alla grazia e pone la sua speranza in Cristo. Un momento di conversione autentica, un “momento di grazia”, che possiamo dire con san Tommaso, “vale più di tutto l’universo” (S. Thomae “Summa Theologiae”, I-II, q. 113, a 9, ad 2), può dunque saldare i conti di tutta una vita, può attuare nell’uomo - in qualsiasi uomo - ciò che Gesù assicura al suo compagno di supplizio: “Oggi sarai con me in paradiso”.

domenica 13 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 1 - commenti di Giovanni Paolo II - Padre perdona loro

Da oggi a sabato prossimo, ogni giorno, propongo una meditazione del presto canonizzato beato Giovanni Paolo II su ciascuna delle tradizionali "sette parole di Gesù Cristo in Croce". Il Papa polacco le commentò in una serie di udienze generali tenute nel 1988. Mi pare un modo quanto mai appropriato per prepararci contemporaneamente alla Pasqua e  a festeggiare la canonizzazione del santo autore che ci propone magistrali commenti:

Prima parola:
"Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 16 novembre 1988

1. Tutto ciò che Gesù ha insegnato e fatto durante la sua vita mortale raggiunge il culmine della verità e della santità sulla croce. Le parole che Gesù allora pronunciò costituiscono il suo supremo e definitivo messaggio e, nello stesso tempo, la conferma di una vita santa, conclusa col dono totale di se stesso, in ubbidienza al Padre, per la salvezza del mondo. Quelle parole, raccolte da sua Madre e dai discepoli presenti sul Calvario, sono state consegnate alle prime comunità cristiane e a tutte le generazioni future, perché illuminassero il significato dell’opera redentrice di Gesù e ispirassero i suoi seguaci durante la loro vita e nel momento della morte. Meditiamo anche noi quelle parole, come hanno fatto tanti cristiani, in tutti i tempi.

2. La prima scoperta che facciamo rileggendole, è che si trova in esse un messaggio di perdono. “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34): secondo la narrazione di Luca, questa è la prima parola pronunciata da Gesù sulla croce. Chiediamoci subito: non è forse la parola che avevamo bisogno di sentir pronunciare su di noi?

Ma in quelle condizioni di ambiente, dopo quegli avvenimenti, dinanzi a quegli uomini rei di averne chiesto la condanna e di avere tanto infierito contro di lui, chi avrebbe immaginato che quella parola sarebbe uscita dalle labbra di Gesù? Eppure il Vangelo ci dà questa certezza: dall’alto della croce è risonata la parola “perdono”!

3. Cogliamo gli aspetti fondamentali di quel messaggio di perdono.
Gesù non solo perdona, ma chiede il perdono del Padre per coloro che lo hanno messo a morte, e quindi anche per noi tutti. È il segno della sincerità totale del perdono di Cristo e dell’amore da cui deriva. È un fatto nuovo nella storia, anche in quella dell’alleanza. Nell’antico testamento leggiamo tanti testi dei salmisti che avevano chiesto la vendetta o il castigo del Signore per i loro nemici: testi che nella preghiera cristiana, anche liturgica, si ripetono non senza sentire il bisogno di interpretarli adeguandoli all’insegnamento e all’esempio di Gesù, che ha amato anche i nemici. Lo stesso può dirsi di certe espressioni del profeta Geremia (Ger 11, 20; 20, 12; 15, 15), e dei martiri giudei nel libro dei Maccabei (cf. 2 Mac 7, 9. 14. 17. 19). Gesù ribalta quella posizione al cospetto di Dio e pronuncia tutt’altre parole. Egli aveva ricordato a chi gli rimproverava la sua frequentazione dei “peccatori”, che già nell’antico testamento, secondo la parola ispirata, Dio “vuole misericordia” (cf. Mt 9, 13).

4. Si noti inoltre che Gesù perdona immediatamente, anche se l’ostilità degli avversari continua a manifestarsi. Il perdono è la sua sola risposta alla loro ostilità. E il suo perdono è rivolto a tutti coloro che, umanamente parlando, sono responsabili della sua morte, non soltanto agli esecutori, i soldati, ma a tutti coloro, vicini e lontani, palesi e nascosti, che sono all’origine del procedimento che ha portato alla sua condanna e alla sua crocifissione. Per tutti loro chiede perdono e così li difende davanti al Padre, sicché l’apostolo Giovanni, dopo aver raccomandato ai cristiani di non peccare, può aggiungere: “Ma se qualcuno pecca, noi abbiamo come intercessore presso il Padre Gesù Cristo, il giusto. Egli è la propiziazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2, 1-2). In questa linea è anche l’apostolo Pietro, il quale, nel discorso al popolo di Gerusalemme, estende a tutti la scusa dell’“ignoranza” (At 3, 17; cf. At 23, 34) e l’offerta del perdono (At 3, 19). È consolante per noi tutti sapere che secondo la lettera agli Ebrei Cristo crocifisso, eterno sacerdote, rimane per sempre colui che intercede in favore dei peccatori che mediante lui si avvicinano a Dio (cf. Eb 7, 25).

Egli è l’Intercessore, e anche l’Avvocato, il “Paraclito” (cf. 1 Gv 2, 1), che sulla croce, invece di denunciare la colpevolezza dei suoi crocifissori, l’attenua dicendo che non si rendono conto di quello che fanno. È benevolenza di giudizio; ma anche conformità alla verità reale, quella che lui solo può vedere in quei suoi avversari e in tutti i peccatori: molti possono essere meno colpevoli di quanto appaia o si pensi, e proprio per questo Gesù ha insegnato a “non giudicare” (cf. Mt 7, 11): ora, sul Calvario, egli si fa intercessore e difensore dei peccatori davanti al Padre.

5. Questo perdono dalla croce è l’immagine e il principio di quel perdono, che Cristo vuole portare a tutta l’umanità mediante il suo sacrificio. Per meritare questo perdono e, in positivo, la grazia che purifica e dà la vita divina, Gesù, ha fatto l’offerta eroica di se stesso per tutta l’umanità. Tutti gli uomini, ciascuno nella concretezza del suo io, del suo bene e del suo male, sono dunque compresi potenzialmente e, anzi, si direbbe intenzionalmente nella preghiera di Gesù al Padre: “Perdona loro”. Anche per noi vale certamente quella richiesta di clemenza, e quasi di comprensione celeste: “perché non sanno quello che fanno”. Forse nessun peccatore sfugge del tutto a quell’assenza di conoscenza e quindi al raggio di quella implorazione di perdono che emana dal cuore tenerissimo del Cristo morente sulla croce. Questo, tuttavia, non deve spingere nessuno a prendersi gioco della ricchezza di bontà, di tolleranza e di pazienza di Dio, fino a non riconoscere che tale bontà lo invita alla conversione (cf. Rm 2, 4). Con la durezza del suo cuore impenitente egli accumulerebbe collera su di sé per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio (cf. Rm 2, 5). Eppure anche per lui il Cristo morente chiede al Padre perdono, fosse pur necessario un miracolo per la sua conversione. Nemmeno lui, infatti, sa quello che fa!

6. È interessante costatare che, già nell’ambito delle prime comunità cristiane, il messaggio del perdono è stato accolto e seguito dai primi martiri della fede, che hanno ripetuto la preghiera di Gesù al Padre quasi con le stesse sue parole. Così fece il protomartire santo Stefano, il quale, secondo gli Atti degli Apostoli, al momento della sua morte chiese: “Signore, non imputare loro questo peccato” (At 7, 60). Anche san Giacomo, al dire di Eusebio di Cesarea, riprese i termini di Gesù per una domanda di perdono, durante il suo martirio (Eusebii Caesariensis “Historia Eccles.”, II, 23, 16). Del resto, ciò costituiva l’applicazione dell’insegnamento del Maestro, che aveva raccomandato: “Pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 44). All’insegnamento Gesù aveva unito l’esempio nel momento supremo della sua vita, e i suoi primi seguaci si conformavano a lui nel perdonare e nel chiedere il perdono divino per i loro persecutori.
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