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mercoledì 30 novembre 2016

Un contributo di Giovanni Paolo II al dibattito su comunione ai divorziati risposati

Nel 1981 era stata pubblicata da Giovanni Paolo II la grande Esortazione Apostolica post-sinodale sulla Famiglia, una delle tappe miliari del suo pontificato: la "Familiaris Consortio".
A pochi anni di distanza, nel dicembre del 1984, San Giovanni Paolo II, a seguito di un altro Sinodo, stavolta sulla Penitenza e la riconciliazione, dà alle stampe la "Reconciliatio et Paenitentia". 
Anche in quest'ultima Esortazione il Santo Padre non tralascia di affrontare alcuni casi "più delicati"- così scrive - che riguardano le persone in quelle situazioni che non permettono l'accesso ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. 
Possiamo leggere con quanta bontà eppure con quale schietta parresia il Pontefice polacco sapeva coniugare Verità e Misericordia, il principio della compassione e il principio della coerenza, per cui la chiesa mai può "chiamare bene il male e male il bene".
Non vogliamo che il suo magistero si perda proprio adesso che, canonizzato il Papa, viene combattuto il suo pensiero che è il pensiero della Chiesa riguardo alle "condizioni richieste" per l'accesso ai sacramenti, condizioni ben chiarite e ribadite fin da Familiaris Consortio 84.
La parola più importante è: "FINCHÉ". Il Papa non esclude nessuno dalla Misericordia di Dio, ma i Sacramenti, di cui la Chiesa ha solo l'amministrazione e non il possesso, richiedono delle condizioni oggettive e delle disposizioni minime. Non correre - fa capire il Papa - finché non ci sono le condizioni richieste dare i sacramenti sarebbe una menzogna contro la verità, come chiudere per sempre le porte della possibile riconciliazione sarebbe negare la divina bontà. Non si può fare nessuna delle due cose. Ma finché c'è vita c'è speranza di riconciliazione piena e di cambiamento.
Un principio fondamentale della Teologia cattolica è quello di leggere il magistero successivo sempre e solo alla luce della Parola di Dio e del magistero precedente, divenuto "Tradizione". Se paiono in contraddizione si deve chiedere una spiegazione. E a volte si dovrà pretenderla.

Dall'Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, num. 34 di S.Giovanni Paolo II:

Alcuni casi più delicati

Ritengo di dover fare a questo punto un accenno, sia pur brevissimo, a un caso pastorale che il Sinodo ha voluto trattare - per quanto gli era possibile farlo -, contemplandolo anche in una delle «Propositiones». Mi riferisco a certe situazioni, oggi non infrequenti, in cui vengono a trovarsi cristiani desiderosi di continuare la pratica religiosa sacramentale, ma che ne sono impediti dalla condizione personale in contrasto con gli impegni liberamente assunti davanti a Dio e alla Chiesa. Sono situazioni che appaiono particolarmente delicate e quasi inestricabili.

Non pochi interventi nel corso del Sinodo, esprimendo il pensiero generale dei padri, hanno messo in luce la coesistenza e il mutuo influsso di due principi, egualmente importanti, in merito a questi casi. Il primo è il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa, continuatrice nella storia della presenza e dell'opera di Cristo, non volendo la morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora, cerca sempre di offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della riconciliazione con lui. L'altro è il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste.

Circa questa materia, che affligge profondamente anche il nostro cuore di pastori, è sembrato mio preciso dovere dire parole chiare nell'esortazione apostolica «Familiaris Consortio», per quanto riguarda il caso di divorziati risposati, o comunque di cristiani che convivono irregolarmente.

Al tempo stesso, sento il vivo dovere di esortare, insieme col Sinodo, le comunità ecclesiali e, soprattutto, i vescovi a portare ogni aiuto possibile ai sacerdoti, che, venendo meno ai gravi impegni assunti nell'ordinazione si trovano in situazioni irregolari. Nessuno di questi fratelli deve sentirsi abbandonato dalla Chiesa. Per tutti coloro che non si trovano attualmente nelle condizioni oggettive richieste dal sacramento della penitenza, le dimostrazioni di materna bontà da parte della Chiesa, il sostegno di atti di pietà diversi da quelli sacramentali, lo sforzo sincero di mantenersi in contatto col Signore, la partecipazione alla santa messa, la ripetizione frequente di atti di fede, di speranza, di carità, di dolore il più possibile perfetti, potranno preparare il cammino per una piena riconciliazione nell'ora che solo la Provvidenza conosce.

martedì 15 ottobre 2013

Perché i cattolici che dopo il divorzio si risposano non possono ricevere i sacramenti? Risponde la Commissione Teologica Internazionale

In questi giorni sentiamo spesso e con dispiacere interpretare male, piegare o di proposito fraintendere le parole di attenzione pastorale del Santo Padre Francesco riferite alle difficoltà che possono colpire le famiglie e le coppie di sposi. Fino al punto che ci sono commentatori (non solo giornalisti) i quali arrivano a mettere in bocca al successore di Pietro le proprie opinioni e sono poi anche convinti - per gli applausi di colleghi o di lettori indifferenti al bene della Chiesa e dei cristiani - di essere nel giusto.
Visto che il magistero unanime e concorde a tutti i livelli (compreso quello di Papa Francesco) non lo si vuole più ascoltare, proviamo a rivolgerci ai teologi, che pare abbiano più "successo mediatico".
Vi espongo un testo di quell'autorevole organismo - ma non fonte di magistero - che è la Commissione Teologica Internazionale, la quale studia ad alto livello e in profondità i problemi teologici e fornisce poi ai Pastori i risultati delle ricerche come base per prendere decisioni o per formulare la dottrina.
Nel 1977, in pieno post-concilio ma in epoca pre-Wojtyla e pre-Ratzinger, fu stilato il documento: "La dottrina cattolica sul sacramento del Matrimonio". Tale scritto, qui sotto citato, riassume in maniera sintetica, chiara e comprensibile i motivi DI FEDE per cui il matrimonio tra battezzati è un sacramento ed è indissolubile e perché - quando è valido - non permette ai singoli coniugi di risposarsi finché è in vita il marito o la moglie. Sono motivi di fede, basati sulla sacra Scrittura e sul volere di Cristo, non quisquilie da talk show.
Prego perciò quanti sono chiamati a commentare le questioni ecclesiali di prenderne visione e di smettere di colpevolizzare o condannare in nome di questo o quell'altro teologo l'intera prassi pastorale che noi poveri preti, con tanta fatica e fedeltà alla Chiesa, cerchiamo di portare avanti.
Alla fin fine siamo noi poveri preti - non i commentatori - a stare ogni giorno in prima linea nelle parrocchie e nei confessionali, ambulatori di primo soccorso della Chiesa-ospedale-da-campo; siano noi i medici a cui sono affidate le anime! Non chiedeteci di essere cialtroni imbonitori o di dire alle persone: "tutto va bene" quanto non va bene per niente. Il Papa non fa così. Le sue carezze sono quelle del buon medico, che si rende conto quanto la cura riabilitante sia faticosa e dolorosa. Non risparmia le incisioni, ma le lenisce con il farmaco dell'umanità e della vicinanza affettuosa. Lasciateci dunque aiutare spiritualmente le persone a riprendere la via e la vita cristiana, non curandole con la medicina di una falsa misericordia mondana (che sarebbe tanto facile...) ma con la vera, buona ed esigente misericordia di Gesù Cristo (che è evangelica e punta alla guarigione dal peccato). Un matrimonio valido è e rimarrà indissolubile, al Sinodo discuteranno del problema della nullità e dell'accesso più agevole alla verifica della realtà dei matrimoni caso per caso. Nessuno, men che meno Papa Francesco, cambierà la definizione di "matrimonio" e di "famiglia" in segno di "apertura" alla modernità, come vanno blaterando i giornali anche oggi.
I segni sacramentali non sono "caramelle" e la Chiesa non ha il potere di distribuirli, gestirli o modificarli a piacimento; può solo "amministrarli" secondo la volontà di colui che ne è l'Autore.
A chi non piace questa Madre Chiesa, sposa di Cristo, e ripete il ritornello: "LA CHIESA DEVE CAMBIARE!" vorrei sommessamente ricordare: Guarda che Gesù dice un'altra cosa: "convertitevi e credete al vangelo!". Non è mai tardi per iniziare.

Cristo e la Chiesa sua sposa
Il testo della Commissione teologica internazionale (che potete leggere tutto intero qui), è composto di due parti. Nella prima (A) ci sono delle propositiones, approvate in forma specifica, sulla teologia del matrimonio (sotto vi riporto quelle raggruppate al titolo 5). Nella seconda parte (B) vengono esposte 16 testi del padre gesuita Gustave Martelet, approvate in forma generica, davvero belle e da riprendere anche in futuri Sinodi sulla famiglia.

5. Divorziati risposati

5.1. Radicalismo evangelico

Fedele al radicalismo del vangelo, la chiesa non può porsi nei confronti dei fedeli con parole diverse da quelle dell’apostolo Paolo: « Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito — e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito — e il marito non ripudi la moglie » (1 Cor 7, 10-11). Ne deriva che le nuove unioni, dopo un divorzio ottenuto con una legge civile, non sono né regolari né legittime.

5.2. Testimonianza profetica

Questo rigore non è dovuto a una legge puramente disciplinare o a un certo legalismo. Si fonda sul giudizio che il Signore ha dato a questo proposito (Mc 10, 6 ss.). In quest’ottica, questa regola severa è una testimonianza profetica resa alla fedeltà irreversibile dell’amore che lega il Cristo alla chiesa. Essa dimostra ancora come l’amore degli sposi sia assunto nella carità stessa di Cristo (Ef 5, 23-32).

5.3. La « non-sacramentalizzazione »

L’incompatibilità dello stato dei « divorziati-risposati » con il precetto e il mistero dell’amore pasquale del Signore comporta per questi l’impossibilità di ricevere, nella santa eucaristia, il segno dell’unità con Cristo. L’ammissione alla comunione eucaristica può avvenire solo dopo la penitenza che implica « il pentimento per il peccato commesso e il buon proposito di non commetterlo più in futuro » (Concilio di Trento, DS 1676). Tutti i cristiani debbono ricordarsi le parole dell’apostolo: «... Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna » (1 Cor 11, 27-29).

5.4. Pastorale dei divorziati risposati

Questa situazione illegittima non consente di vivere in piena comunione con la chiesa. E tuttavia i cristiani che vi si trovano non sono esclusi dall’azione della grazia di Dio e dal legame con la chiesa. Non debbono essere privati della cura dei pastori (Allocuzione pontificia di Paolo VI, 4 novembre 1977). Essi hanno ancora molti compiti che loro derivano dal battesimo. Devono attendere all’educazione religiosa dei loro bambini. La preghiera cristiana sia pubblica che privata, la penitenza, certe attività apostoliche sono sempre modi per vivere la loro vita cristiana. Non debbono essere disprezzati ma aiutati come tutti i cristiani che, con l’aiuto della grazia di Cristo, si sforzano per liberarsi dal peccato.

5.5. Combattere le cause del divorzio

È sempre più necessario svolgere un’azione pastorale che tenda ad evitare il moltiplicarsi dei divorzi e delle nuove unioni civili dei divorziati. In particolare è necessario inculcare ai nuovi sposi una coscienza viva di tutte le loro responsabilità di coniugi e di genitori. È fondamentale presentare in modo sempre più efficace il significato autentico del matrimonio sacramentale come alleanza realizzata « nel Signore » (1 Cor 7, 39). In questo modo i cristiani saranno più preparati a conformarsi al comandamento del Signore e a rendere testimonianza all’unione di Cristo con la chiesa. Questo d’altronde sarà fatto per il maggior bene degli sposi, per quello dei bambini come pure per la società stessa.
.......

La tesi 12 del padre Gustave Martelet S.J.:

12. Divorzio e eucaristia

Senza misconoscere le circostanze attenuanti e talvolta anche la qualità di un matrimonio civile successivo al divorzio, l’accesso dei divorziati risposati all’eucaristia risulta incompatibile con il mistero di cui la chiesa è servitrice e testimone. Accogliendo i divorziati risposati all’eucaristia, la chiesa lascerebbe credere a tali coniugi che essi possono, sul piano dei segni, comunicare con colui del quale essi rifiutano il mistero coniugale sul piano della realtà.

Fare una cosa del genere, significherebbe inoltre che la chiesa si dichiara d’accordo con battezzati, al momento in cui essi entrano o restano in una contraddizione obiettiva ed evidente con la vita, il pensiero e lo stesso essere del Signore come sposo della chiesa. Se essa potesse comunicare il sacramento dell’unità a quelli e a quelle che, su un punto essenziale del mistero di Cristo, hanno rotto con lui, essa non sarebbe più segno e testimone del Cristo, ma suo contro-segno e suo contro-testimone. Non di meno, però, tale rifiuto non giustifica assolutamente una qualche procedura infamante che sarebbe in contraddizione, a sua volta, con la misericordia di Cristo verso noi peccatori.

Trovate a questo link l'intero documento della CTI "La dottrina cattolica sul sacramento del matrimonio" che suggerisco vivamente di leggere e tenere presente.

mercoledì 12 giugno 2013

I frati Paolotti cercano di scuotere Rimini nel nome e nel ricordo di Sant'Antonio.

Il miracolo della mula che si inginocchia davanti al SS. Sacramento mostrato da S.Antonio
Festa Sant'Antonio da Padova. Messa per ricordare i miracoli riminesi
"Rimini e Sant’Antonio: un felice binomio per la Città, per i suoi abitanti e per la ripresa della sua economia, perché anche l’economia è materia che ha bisogno della Redenzione".
tempietto antoniano di Rimini
I padri Paolotti di Rimini (cioè i frati Minimi di san Francesco di Paola, che tengono la Chiesa di S.Antonio a Rimini) accompagnano con queste parole la festa di Sant’Antonio di Padova che sarà celebrata il 13 giugno nel santuario di piazza Tre Martiri nella messa delle 11,30. In questa celebre piazza, contrassegnata dal bel tempietto opera del Bramante, viene tradizionalmente collocato il miracolo della mula che si inginocchia davanti al Santissimo Sacramento portato da Antonio. Sempre a Rimini si ricorda il miracolo della predica ai pesci, che ascoltavano volentieri il Santo rattristato dalla chiusura del cuore degli eretici che pullulavano in città.

Scrivono ancora, in tono forte, i reverendi frati Paolotti : 
"Se Sant’Antonio tornasse, oggi, a Rimini incontrerebbe molte persone chiuse nei limiti del loro corpo o nel moralismo del loro spirito. E, ancora una volta, Antonio da Padova dovrebbe miracolosamente parlare ai pesci e far inginocchiare la mula davanti all’Ostia consacrata, cioè dovrebbe manifestare l’unicità di Cristo ai riminesi e agli immigrati di tutte le religioni e di tutte le provenienze".
Qui i frati, forse senza accorgersene, hanno dato una grossa sferzata ai riminesi, mettendoli nei panni degli eretici del XIII sec. che negavano la presenza reale di Cristo nell'eucaristia. Il riferimento agli "immigrati di tutte le religioni" è un coraggioso passo in direzione di una rinnovata prima evangelizzazione, che non si ferma davanti al politicamente corretto praticato ai nostri tempi ma che, comunque, deve conservare il rispetto delle persone e delle credenze osservate in buona fede (tutte le religioni sono uguali, dice il mondo. NO dice il cristiano: sono gli uomini ad essere tutti uguali e hanno ugual diritto ad accedere alla verità).
Non possiamo dubitare che Antonio, al suo tempo, avrebbe condiviso il fervore dei frati Minimi riminesi di oggi. Speriamo che questi ultimi abbiano abbastanza dolcezza e tenerezza (come dice il Papa) verso non credenti e peccatori, quanta forza e schiettezza nell'affermare l'unicità salvifica di Nostro Signore.

La predica ai pesci che S. Antonio tenne fuori le porte della città di Rimini

domenica 12 maggio 2013

Il Papa per la difesa degli embrioni umani sponsorizza la raccolta firme

Oggi il Papa si è espresso così al discorso del Regina Caeli (video), ricordando l'iniziativa Uno di noi del Movimento per la vita:
...Invito a mantenere viva l’attenzione di tutti sul tema così importante del rispetto per la vita umana sin dal momento del suo concepimento. A questo proposito, mi piace ricordare anche la raccolta di firme che oggi si tiene in molte parrocchie italiane, al fine di sostenere l’iniziativa europea “Uno di noi”, per garantire protezione giuridica all’embrione, tutelando ogni essere umano sin dal primo istante della sua esistenza. Un momento speciale per coloro che hanno a cuore la difesa della sacralità della vita umana sarà la “Giornata dell’Evangelium Vitae”, che avrà luogo qui in Vaticano, nel contesto dell’Anno della fede, il 15 e 16 giugno prossimo.
Per informazioni sull'iniziativa e per la raccolta delle firme che il Papa ha oggi fatto propria e rilanciato con chiarezza e forte supporto, potete cliccare il banner qui sotto:

Qui il volantino che spiega la raccolta firme a cui potete aderire o presso le vostre parrocchie o anche con la sottoscrizione ONLINE

lunedì 17 dicembre 2012

Tutti devono avere libertà di parola e di pensiero? No, il Papa no!

Guardate cos'è successo ieri durante l'Angelus domenicale, quando un gruppo di attivisti ha inscenato una protesta, subito stroncata con fermezza e gentilezza dal servizio d'ordine di Piazza san Pietro:

 

E questo perché? Perché il Papa ha ricordato con cristallina chiarezza, nel recente Messaggio per la giornata mondiale della Pace che: 
 Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità 
 4. Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita. Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. ...
Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.
Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.
Tralasciando - per ora - la questione dell'aborto: mi pare si capisca abbastanza perché uccidere i bambini sia un atto contro la pace, dobbiamo soffermarci sulla questione dello stravolgimento dell'istituzione matrimoniale (che alcuni vorrebbero tra uomini e uomini o donne e donne).
I signori immortalati nel video non apprezzano che il Papa faccia un discorso argomentando con la ragione e non con la fede? Se hanno qualcosa da dire, invece di inscenare proteste, sarebbe ora di iniziare a rispondere con argomenti ragionevoli, a domande del tipo: "Che vantaggio può ricavare la società dal riconoscere come matrimonio un'unione omosessuale?" e poi "Che differenza può fare oggi, oggi che tutti rifiutano il matrimonio, insistere per avere un diritto che nessuna società umana, fino ai nostri giorni, si è mai sognata di dover riconoscere?" e ancora: "Che senso legale può avere che i desideri privati di singoli debbano diventare per forza diritti riconosciuti e sanciti, se nessuna maggioranza di cittadini democraticamente condivide tutto questo? (e lo si è dimostrato perfino nella laicissima Australia...)". Insomma: perché mai una libertà privata di convivenza, che nessuno nei nostri paesi civili e occidentali si sogna di coartare, deve addirittura diventare norma e diritto da imporre a tutti, addirittura cambiando l'istituto matrimoniale (che non è né cristiano, né religioso, è un'istituto dell'umanità!)?

Allora aspettiamo le pacate e ragionevoli argomentazioni, invece di urla e cartelloni che, poi, vengono esposti solo a San Pietro, stranamente, anche se tutti i musulmani, gli ebrei, i buddisti e parecchi altri sono - guarda un po'- d'accordo col Papa. Eppure non si sono viste proteste davanti alla Moschea di Roma o Parigi o Londra, tanto meno davanti alle Sinagoghe. Come mai? Benedetto è stato chiaro: non sono questioni di fede. Ciononostante anche esimi commentatori continuano ad affermare pacificamente che "è solo la Chiesa oscurantista ad opporsi a queste innovazioni di civiltà". Non pare proprio. E comunque: aspettiamo una risposta agli argomenti con altri illuminanti argomenti. Non con sceneggiate.

lunedì 10 settembre 2012

Come prevedevasi: dopo il matrimonio omo, si introduce la "poligamia silenziosa". In Brasile, infatti...


E' passata alquanto in sordina la notizia che in Brasile, dopo l'introduzione di un contratto di unione civile tra uomo e uomo o donna e donna, si sono accorti che è possibile anche la formula "due donne e un uomo". Praticamente, per via di carta bollata e notai, si legalizza adesso anche la poligamia simultanea (ufficialmente vietata, mentre la "poligamia successiva" è già stata introdotta da vari decenni, praticamente ovunque, dalle leggi divorzistiche). Potemmo dire: "come volevasi dimostrare"....leggere questo precedente post.
Crolla un altro baluardo del diritto di famiglia e del buon senso occidentale e cristiano: che il rapporto di tipo sponsale/matrimoniale sia esclusivo, uno a uno.
Così è accaduto che tre persone, due donne e un uomo, sono state registrate come "unione stabile", con tutte le tutele legali del caso (pensione di reversibilità ed eredità comprese). Motivo: non c'è motivo giuridico per rifiutare la domanda!
Il Catholic Herald (leggi qui in inglese), giornale britannico, ci informa che l'Istituto Brasiliano per la Famiglia, che supporta apertamente sia le unioni poligame che quelle dello stesso sesso, ha accolto con entusiasmo la decisione. Il vicepresidente del gruppo ha affermato: "Dobbiamo rispettare la natura privata delle relazioni e imparare a vivere in questa società pluralistica, riconoscendo differenti desideri".
La sociologa britannica Patricia Morgan, specialista in politiche familiari e criminologia, ha tuttavia affermato di non essere affatto sorpresa dalla nuova iniziativa di legalizzazione, e ha aggiunto che tentativi del genere si erano avuti anche in Olanda. (E possiamo scommettere che torneranno in gran spolvero!)
La proliferazione di una schiera di relazione che saranno legalmente considerate equivalenti al matrimonio era già inevitabile da quando l'istituzione matrimoniale è stata ridefinita: "In Olanda, per favorire l'uguaglianza, aprirono il "parternariato civile" agli eterosessuali come agli omosessuali, per poi trovare che c'erano anche relazioni "a tre" che stavano cercando riconoscimento legale". E aggiunge: "penso sia tutto dovuto alla stessa causa: una volta che ci si allontana dal modello un uomo-una donna, che cosa ci si può aspettare?". Una volta che si permette il matrimonio di persone dello stesso sesso non ci sono più confini.
"La gente dice che questo non accadrà, ma dove si va a finire? Non stiamo forse per introdurre la poligamia alla maniera dei musulmani? E la gente vuol semplicemente tenere gli occhi chiusi se pensa che tutto questo non stia per succedere", ha detta ancora la sociologa. Parte del problema - concludeva la Morgan - è dovuta alla moderna visione del matrimonio come "relazione di coppia" basata su definizioni soggettive di "amore". Questo ha condotto all'esclusione dello scopo più ampio del matrimonio, quale contratto pubblico a servizio del bene comune, a supporto della procreazione e dell'educazione delle future generazioni.

Qualche altro azzarda una previsione: se questo caso brasiliano farà scuola e si imporranno le nuove "unioni a tre", si può essere certi di una conseguenza: gli avvocati dei divorzi diventeranno ancora più ricchi di quanto già non siano (leggi qui)

mercoledì 25 aprile 2012

Allarme sondaggio: contribuite con i vostri voti a far appendere i crocifissi nella scuola

Mi avvisa un utente che sul quotidiano trentino "L'Adige", è stato lanciato un sondaggio che chiede: "Il crocifisso nella aule scolastiche, va messo?". Nonostante ormai tutti sappiano che la risposta "legale" è "il crocifisso deve rimanere dov'è", è bene che ciascuno vada a cliccare sul "Sì", per ribadire anche in questi sondaggi online che la maggioranza cristiana esiste e vuol farsi sentire.
Quindi contribuite con il vostro click a far entrare in circolo l'idea che il crocifisso sta benissimo nelle aule scolastiche.
Qui il link a cui trovare il sondaggio: http://www.ladige.it/sondaggi/crocifisso-aule-scolastiche-va-messo

Votate e diffondete!!

sabato 7 aprile 2012

Una sola domanda: ti sei già confessato per la Pasqua?

Cari lettori, in questi santi giorni della Grande Settimana, grazie a Dio, i confessionali sono più frequentati che mai. I sacerdoti - almeno nel santuario dove dimoro - fanno orario continuato dalle 6,30 del mattino alla sera, alternandosi a decine alla volta per raccogliere le confessioni di tutti i penitenti che vengono e per riconciliarli con Dio.
E tu, fratello o sorella che leggi, ti sei già recato a farti "risuscitare interiormente" dalla misericordia di Dio? Hai già lasciato che Gesù ti fornisca l'abito nuziale dell'anima, lavando con il suo perdono le tue colpe? Se pensi di non averne bisogno, è proprio il momento di cercare ancor di più un prete per confessarti.
La Pasqua è per il perdono dei peccati e per la risurrezione dell'uomo: non rimanere nel tuo sepolcro! 
Sant'Antonio direbbe: "fratello, Gesù è morto perché tu potessi risuscitare, non rendere vano il suo sacrificio tenendoti i tuoi peccati". VAI A CONFESSARTI. C'è ancora tempo. Non dimenticare: la confessione è il modo migliore per celebrare personalmente, in se stessi, la Vittoria di Gesù sul peccato e sulla morte.

lunedì 5 marzo 2012

L'Annunziata non legge il Diritto Canonico e per salvarsi dai propri autogol accusa la Chiesa: e fa un altro autogol

Vedo oggi sulla stampa ben pochi commenti positivi alla "sfortunata" uscita di Lucia Annunziata alla sua trasmissione "In 1/2 h", dove ha detto testualmente:

"I funerali di Lucio Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia: vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. È il simbolo di quello che siamo, c’è il permissivismo purché ci si volti dall’altra parte".

In questo post intendo occuparmi dell'Annunziata e della sua accusa, non di Lucio Dalla. Sia chiaro.
Sono, dunque, le sue stesse parole a mostrare il corto circuito logico del pensiero della famosa Lucia, proprio dal punto di vista cristiano che pensa invece di smascherare e criticare.
Chiediamo alla Signora Annunziata, giornalista-moralista contro la Chiesa, a proposito del caso del funerale di Lucio Dalla:
1) E' doveroso o imposto dalla legge o dalla morale parlare in pubblico delle proprie tendenze sessuali?
2) E' giusto che i giornalisti speculino, il giorno della morte, su qualcosa che l'interessato non hai mai detto o trattato, nè lasciato in qualche modo trapelare, tanto che nessuno dà per certa la notizia? E come mai l'Annunziata non se ne è occupata prima, visto che proprio adesso - guarda caso - era nel mirino delle associazioni omo per la sua paradossale difesa di Celentano?
3) Non è vero, forse, che quando la Chiesa nega i funerali molti giornalisti gridano faziosamente la propria indignazione?
4) Non è vero, forse, che quando la Chiesa concede i funerali gli stessi giornalisti gridano faziosamente la propria indignazione?
5) Se l'Annunziata doveva riparare la sua immagine incrinata da orribili sospetti di omofobia a seguito di sue precedenti uscite, deve proprio utilizzare la Chiesa come bersaglio, in modo da scaricare le colpe e individuare un'istituzione più omofoba di lei (ma pure ipocrita) e prendersi così gli applausi di quelli che ieri la contestavano per le sue uscite?

Ricordiamo dunque a quelli che si scandalizzano a comando, o "a interesse", che il NEGARE il funerale nella Chiesa Cattolica è regolato dal canone del diritto qui sotto riportato:

Can. 1184 - §1. Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: 1) quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; 2) coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana; 3) gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli.
§2. Presentandosi qualche dubbio, si consulti l'Ordinario del luogo, al cui giudizio bisogna stare.

Dunque, cara Annunziata, vediamo se il Signor Lucio Dalla rientrava in uno di questi casi:
1) Non era notoriamente apostata, né eretico, né scismatico, anzi, a detta di tutti desiderava essere un credente in Gesù Cristo e un membro della Chiesa Cattolica. Su questo ci sono centinaia di testimonianze date dall'interessato stesso.

2) Non ha scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede, ma è stato messo in un loculo come tanti al camposanto di Bologna. Quindi non si pone neanche il problema delle intenzioni.

3) Era un "peccatore manifesto"? Non ce ne sono evidenze, visto che nessuno sapeva quasi nulla della sua vita privata. Lo dice l'Annunziata stessa che sulle sue preferenze c'era silenzio assoluto. Per lei è segno negativo, per il diritto canonico è segno che le esequie - semmai ci fosse anche il peccato - si possono tuttavia concedere. Anche nei processi si viene assolti "per insufficienza di prove", figuriamoci in Chiesa.
Anche se - per ipotesi - fosse stato in uno stato abituale di peccato, questo non era per nulla "manifesto", pubblico, neppure paparazzato. Non si rileva, perciò, nessun "pubblico scandalo" tra i fedeli. Quindi anche questo comma, per ammissione stessa dei giornalisti, è rispettato. Non ci sono scandali, anzi, nessuno finora sa esattamente che tipo di relazione avesse con il suo amico (vivere sotto lo stesso tetto di 3000 metri quadrati (!) non basta a gridare al peccato). La riservatezza sul peccato proprio o dei fratelli e il non manifestarlo, sventolandolo in pubblico, cioè il contrario del gay pride, non è ipocrisia, è una virtù.

Ma non sfugga il primo paragrafo del canone, che in realtà è il più importante: "Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento". Anche chi fosse peccatore incallito, e ha dato in qualche modo "segno di pentimento" viene subito abbracciato dalla Madre Chiesa.
Ricordiamoci sempre del primo santo canonizzato da Gesù Cristo: il primo ad entrare in Paradiso fu il ladrone, assassino, pubblico peccatore condannato a morte, ma assolto da Cristo stesso per un flebile e tardivo segno di pentimento!
Il peccato non è assimilabile in maniera semplicistica alla categoria del delitto. E' questione anche di coscienza e di rapporto con Dio e con la sua Chiesa. Certo i confessori di Lucio Dalla non possono e non devono parlare, ma se il sacerdote domenicano che ha officiato il rito lo conosceva bene, avrà probabilmente avuto certezza - se ce ne fosse stato bisogno - di questi segni.

La Chiesa mai e poi mai condannerà le inclinazioni o le tendenze di chichessia ("essere Gay", dice l'Annunziata). Sono solo le azioni ad essere giustamente definite un peccato. Sia omo che etero, ricordiamolo bene. E nessuno fa un processo alle intenzioni o ai sospetti.
Dove non solo non c'è certezza dei fatti, ma c'è pure il segno di una tenace volontà di adempiere ai precetti di Cristo e della Chiesa, con una vita più coerente possibile con il proprio credo, e pur con tutte le difficoltà poste dai limiti umani, perché mai, mi si spieghi, si dovrebbe negare il funerale cristiano, che è - tra l'altro - una invocazione per il perdono dei peccati che Dio conosce (e noi no)?

mercoledì 30 novembre 2011

Il confessionale come "beauty farm": la "depilazione sacramentale" nell'inesauribile fantasia di S. Antonio

Davvero la fantasia teologico-pastorale di Sant'Antonio di Padova è inesauribile. Rileggendo i sermoni d'Avvento mi sono sorpreso di un'ardita immagine del Dottore Evangelico a proposito della confessione, sacramento che egli sviscera, predica, raccomanda in quasi ogni pagina della sua opera.
La lettura allegorica della Scrittura può apparire alquanto bizzarra ai nostri tempi, però è innegabile la sua portata spirituale e di utilità pratica nel dipingere con vividi colori la Parola di Dio, traendo da essa significati sovrabbondanti. Da una esegesi non proprio letterale o scientifica, i Padri e i teologi medievali riuscivano a trarre - comunque - dottrina sicura e utili esemplificazioni.
Veniamo perciò al passo in esame: la confessione come depilazione. Sì, avete letto bene. Nel brano che vi riporto, sant'Antonio paragona una buona confessione ad una seduta di attenta cosmesi per eliminare i pelacci! Visto il suo punto di partenza biblico, dove si parla di barba, Antonio applica il suo esempio all'uomo. Ma evidentemente il richiamo alla bellezza e a rimuovere i "peli della coscienza" ha una grande presa e un effetto attraente anche sul popolo femminile, dato che pare di gran moda la ricerca della bellezza, sia per Lui che per Lei.
E il tribunale della penitenza può così mutarsi - parola di un santo dottore della Chiesa - in un salone di bellezza "interiore" gestito da Nostro Signore. Affascinante lettura:

Dai Sermoni di Sant'Antonio di Padova, Dom. I d'Avvento, §2

A proposito delle realtà superflue che devono essere recise con la confessione, Isaia dice: «In quel giorno il Signore, con un rasoio affilato», o: «preso a nolo»«raderà, a quelli che sono al di là del fiume, la testa e i peli delle gambe e tutta la barba» (Is 7,20). Il rasoio, detto in lat. novacula, come facesse nuovo l'uomo, è la confessione, la quale rinnova lo spirito dell'uomo. Dice Geremia: «Rinnovate (nel senso di dissodate) il terreno incolto e non seminate sopra le spine» (Ger 4,3), perché quando saranno cresciute non soffochino (cf. Lc 8,7) la parola della confessione. Questo rasoio è detto «affilato», o «preso a nolo»: affilato, perché taglia il peccato e le sue circostanze; preso a nolo, perché il peccatore, nel darsi da fare per la propria salvezza, deve come noleggiarlo con una certa somma, che è la devozione e l'umiltà. Con questo rasoio il Signore «rade il capo», ecc. , «a coloro che sono «al di là del fiume», che hanno attraversato il fiume, che hanno cioè ricevuto il battesimo. Nel capo e nei piedi sono indicati l'inizio e la fine della vita, nella barba l'intrepidezza nel fare il bene.
    Con la lama tagliente di una vera confessione il Signore rade nel penitente i vizi, raffigurati nei peli, dall'inizio della sua conversione fino alla conclusione della sua vita. Rade anche tutta la barba, perché il penitente non confidi in alcuna delle opere buone che ha fatto, come se le avesse fatte lui. Dobbiamo infatti confidare solo in colui che ha fatto noi, e non in quello che noi abbiamo fatto. 
De superfluis in confessione circumcidendis dicit Isaias: "In die illa radet Dominus in novacula acuta", vel conducta, "in his qui trans flumen sunt, caput et pilos pedum, et barbam universam "(Is 7,20). Novacula dicta, quod quasi novum faciat hominem, est confessio, quae novat hominis spiritum. Unde Ieremias: "Novate novale, et nolite serere super spinas "(Ier 4,3)","ne exortae suffocent (cf. Lc 8,7) confessionis verbum. Haec novacula dicitur acuta vel conducta: acuta, quia peccatum et circumstantias peccati rescindit; conducta, quia ipsam peccator, in suae salutis opus, devotione et humilitate, quasi quadam mercede, debet conducere. Ista novacula "in his qui trans flumen sunt," idest transgressi sunt flumen, idest Baptismum, "Dominus radit caput" etc. In capite et pedibus vitae principium et finis, in barba boni operis fortitudo designatur.
Verae confessionis acumine Dominus radit in poenitente vitia, quae in pilis significantur, a principio sui ingressus usque ad finem sui exitus.
Radit etiam barbam universam, ut de nullo bono opere quod fecit, quasi ipse fecerit, confidat. In eo enim solo qui fecit, et non in eo quod fecimus nos, debemus confidere.

Possiamo fare una attualizzazione d'Avvento: ricordate di passare dal vostro sacerdote-estetista dell'anima di fiducia prima di Natale, per farvi belli non solo fuori, ma anche dentro.


"Che liscio! rasatura perfetta: si è appena confessato."

martedì 29 marzo 2011

Libri così non se ne scrivono più: "L'utile spavento del peccatore", anno 1649

Un libro di tempi andati, eppure, a solo scorrere il lungo indice delle otto parti in cui è diviso, si può ben vedere quante attualissime domande pastorali già si agitavano nel XVII secolo.
"L'utile spavento del peccatore, ovvero la penitenza sollecita", opera del sacerdote Gianfrancesco Maia Materdona, è reperibile completamente online, scannerizzato da Google Books.
Il linguaggio è certo quello infiorato e barocco dell'epoca, alcune espressioni e ridondanze non possono non far sorridere, ma le argomentazioni, anche a spulciar solo qualcosa, danno da riflettere, soprattutto nella seconda parte (dove si dissuade il "peccatore habituato" dal confidare troppo, senza corrispondervi, alle frasi di misericordia e perdono che si trovano sparse nei libri biblici - anche oggi spesso agitate come amuleti, da chi non vuol convertirsi punto...) e nella sesta parte, che insegna come confessarsi e come fare poi la penitenza. Molto concreto e piano: dice pane al pane  e... peccato al peccato, proprio per far venire un "utile spavento" al peccatore abitudinario, spingendolo a non rimandare la conversione.
Un'ottima lettura per la Quaresima, soprattutto per i sacerdoti - magari mentre aspettano nel confessionale che qualche anima penitente ricerchi l'assoluzione divina e un buon consiglio.
Ecco qui sotto l'intera opera, che potete scaricare anche da questo link.

lunedì 11 ottobre 2010

Aforisma del giorno sull'intransigenza della Chiesa e la tolleranza del mondo

Riprendo dalla Buhardilla de Jeronimo questo utilissimo aforisma apologetico, profetico anche per la nostra epoca, riportato dal teologo domenicano p. Reginald Garrigou-Lagrange nel suo libro Dieu, son existence et sa nature, Paris 1923, (p. 725):
L’Eglise est intransigeante en principe parce qu’elle croit, elle est tolérante en pratique parce qu’elle aime. Les ennemis de l’Eglise sont tolérants en principe parce qu’ils ne croient pas, et intransigeants en pratique parce qu’ils n’aiment pas.
Ovvero:
La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché  non amano.
E' proprio da incorniciare!
Detto fatto:

martedì 15 settembre 2009

Stabat Mater: sequenza in onore della Madonna Addolorata

Per conoscere il testo dello Stabat Mater e leggere la storia di questa sequenza medievale di ambito francescano potete consultare questa pagina:
http://it.wikipedia.org/wiki/Stabat_Mater

Vi aggiungo qui sotto lo Stabat Mater gregoriano, quello stupefacente elaborato da Palestrina e quello in italiano e latino di Mons. Frisina, modalità diverse di meditare musicalmente lo stesso testo classico:

giovedì 5 febbraio 2009

Zenit, agenzia dei Legionari di Cristo, riconosce le colpe del fondatore

Stasera su Zenit, agenzia di notizie ecclesiali legata ai Legionari di Cristo, è stata pubblicato questo take:
LA LEGIONE DI CRISTO ADDOLORATA PER LA CONDOTTA DEL SUO FONDATORE
La Congregazione chiede perdono per lo scandalo 
Come detto in un precedente post, dobbiamo tutti riconoscere l'amore per la verità del Direttore Generale della congregazione e dei suoi membri. Un bell'esempio di comunicazione istituzionale condotta bene, senza inutili negazioni o insabbiamenti. Si consegna alla storia, con la dovuta carità, ciò che è emerso, salvando in questo modo i figli spirituali, sui quali non devono ricadere le colpe dei padri.

Pete Vere, canonista e autore di numerosi testi sul Codice di Diritto Canonico, ha detto a ZENIT che non c'è bisogno che la Legione metta da parte il suo fondatore.
"Essere onesti sul fondatore, ammettere che ha commesso degli errori e che forse ha fatto cose per le ragioni sbagliate, e che forse alcune azioni erano negative... Penso che questo tipo di apertura e trasparenza permetterà [alla Legione] di andare avanti", ha constatato. "Vista la portata e considerando l'effetto che ha sulla Chiesa, la Legione ha qualcosa di positivo".


Una preghiera per tutti i Legionari, che il Signore li guidi nelle vie dell'umiltà e della misericordia per suo amore e non per altro.

martedì 6 gennaio 2009

La questione teologica dietro l'Humanae Vitae

Vi segnalo un'interessantissima recensione dell'agenzia ZENIT del volumetto “La profezia di Paolo VI. L’enciclica Humanae vitae (1968)” a proposito delle risorgenti polemiche sull'enciclica di Paolo VI sull'amore umano e sulll'unità inscindibile in esso dei valori unitivo e procreativo:
Quando fu pubblicata, il 25 luglio 1968, scatenò un putiferio, non solo tra coloro che avversavano la Chiesa, ma anche all’interno della gerarchia e del clero cattolico.
Il 30 luglio del 1968 il New York Times pubblicò un appello di oltre duecento teologi, che invitava i cattolici a disubbidire all’enciclica Humanae vitae.
Il clero e la conferenza episcopale olandese si ribellarono e il 6 dicembre del 1968, 774 cattolici francesi scrissero una lettera molto critica al Pontefice in merito alla stessa enciclica.
Il clamore e le critiche offesero così tanto Paolo VI che da allora non pubblicò più una enciclica.
In merito all’Humanae vitae, Giovanni Maria Vian, Direttore de “L’Osservatore Romano”, ha ricordato cosa scrisse nel 1995 il Cardinale Joseph Ratzinger: “Raramente un testo della storia recente del Magistero è divenuto tanto un segno di contraddizione come questa Enciclica, che Paolo VI ha scritto a partire da una decisione profondamente sofferta”.
Su quanto era accaduto il 29 giugno del 1972, Papa Paolo VI disse che “attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa”.
A quanti di noi che teologi moralisti non siamo, ma ci occupiamo di teologia fondamentale, il libretto di mons. M. Schooyans, docente emerito dell’Università di Lovanio “La profezia di Paolo VI. L’enciclica Humanae vitae (1968)”, interesserà moltissimo. Infatti pone l'accento sul problema basilare della "sofferta decisione" del papa di non accettare la contraccezione anche per le coppie sposate: si tratta di un problema teologico sulla perennità del dato di fede e di morale. Può quello che era falso ieri diventare vero oggi e viceversa? E non tanto nella valutazione soggettiva della coscienza o dell'intelligenza umana, ma addirittura nella valutazione oggettiva del magistero della Chiesa. Non è certo una questione di poco conto. Il relativismo, in realtà, si insinua proprio a partire dal tentativo di mostrare come anche la Chiesa cambia opinione e facilmente abbandona ciò che prima credeva.
Come riporta l'articolo che appare oggi su ZENIT: 
Secondo Schooyans, Paolo VI fu profetico nell’opporsi al relativismo morale. Opponendosi alla contraccezione difese infatti il matrimonio, la dignità e la salute delle donne, e contrastò il controllo e la selezione delle nascite.
“Se Paolo VI avesse ceduto sul tema della contraccezione – ha scritto il professore belga – avrebbe aperto la porta ad un naufragio in campo morale, avrebbe cioè sconfessato la ragione, capace di discernere il vero dal falso, il bene dal male”.
“Inoltre – sottolinea Schooyans -, egli avrebbe avviato una crisi capace di scuotere tutta la teologia dogmatica: Creazione, Incarnazione, Ecclesiologia”.
Per il professore belga, “la principale sfida dell’Humanae vitae, la questione veramente fondamentale, è quella dell’autorità del Papa e del rapporto con la Tradizione. Si voleva, né più né meno, cercare di convincere Paolo VI a sconfessare Pio XI e portarlo a distruggere la propria autorità e quella dei suoi successori”.
Importante questo rilievo, che si può applicare a tanti altri campi: l'esegesi biblica, la cosmologia, l'antropologia teologica.... Una volta eliminato il principio di Tradizione, che insieme alla Scrittura ci lega alla fonte della Rivelazione, il Cristianesimo rimane privo del contenuto stesso del suo messaggio. Che questo contenuto sia insopportabile alle orecchie del mondo era già previsto dal fondatore! Che sorgano ciclicamente lupi rapaci in veste di pecore, anche questo era stato annunciato. Non preoccupiamoci dunque, e continuiamo il nostro lavoro di "umili operai nella vigna del Signore", senza cercare di trasformare la vigna in una piantagione di ananas perchè sarebbe più moderna o redditizia....

Per leggere tutto l'articolo di ZENIT: http://www.zenit.org/article-16682?l=italian

domenica 4 gennaio 2009

Anche la "pillola normale" ha effetti abortivi. La verità dalla medicina

Ecco un documento che farà discutere e ululare da varie parti, nonostante venga da ambienti medico-scientifici di indiscutibile qualità. Lo offro soprattutto ai "cattolici adulti" che dal '68 in qua hanno ingurgitato vagonate di "pillole della modernità" per non parlare delle altre... Cari amici, soprattutto confessori, qui dobbiamo tutti tornare a studiare questioni date per assodate e risolte, e sarà il caso che anche il Magistero ci dia un aiuto. Ormai i casi sono talmente tanti e intricati che nessun prete può tenervi testa da solo. Studio, aggiornamento, certamente, ma forse è più necessario riprendere in mano testi che all'epoca avevano fatto gridare contro la "chiesa oscurantista" e che invece si riscoprono di attualità. L'Humanae vitae è a questo link

Documento della Federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici

L'«Humanae vitae» Una profezia scientifica
di Pedro José María Simón Castellví
Presidente della Federazione internazionale delle Associazioni dei medici cattolici (FIAMC)

La Federazione che ho l'onore di presiedere ha appena pubblicato un documento ufficiale per commemorare il quarantesimo anniversario della lettera enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI, di venerata memoria. Si tratta di un testo molto tecnico, lungo, di cento pagine, con trecento citazioni bibliografiche, la maggior parte di riviste mediche specializzate.

Il documento ha visto la luce dopo molti mesi di ricerca e di intenso lavoro di raccolta di dati. È giusto ricordarne il curatore, lo svizzero dottor Rudolf Ehmann, che ha dedicato alla sua redazione gli stessi mesi esatti di una gravidanza. Non era mai stato fatto qualcosa di simile dal punto di vista medico, dato il modo di lavorare e di scrivere a cui siamo abituati noi medici. Inoltre il testo originale tedesco è bello e ben scritto. Quali sono le sue chiavi di lettura? Dice qualcosa di nuovo alla Chiesa e alla società? Si deve considerare come una perizia qualificata per valutare aspetti importanti della contraccezione. Scritto con tutti i requisiti scientifici, senza nessun complesso d'inferiorità rispetto a qualsiasi dibattito di ostetricia e ginecologia, giunge a due conclusioni che non dovrebbero passare inosservate né nella Chiesa né al di fuori di essa.

In primo luogo, dimostra irrefutabilmente che la pillola denominata anovolutaria più utilizzata nel mondo industrializzato, quella con basse dosi di ormoni estrogeni e progestinici, funziona in molti casi con un vero effetto anti-impiantatorio, cioè abortivo, poiché espelle un piccolo embrione umano. L'embrione, anche nei suoi primi giorni, è qualcosa di diverso da un ovulo o cellula germinale femminile. L'embrione ha una crescita continua, coordinata, graduale, di tale forza che, se non vi è qualcosa che glielo impedisce, finisce con l'uscire dal grembo materno in nove mesi disposto a divorare litri di latte. Questo effetto anti-impiantatorio è ammesso dalla letteratura scientifica. Si parla persino senza pudore di tasso di perdita embrionale. Curiosamente però questa informazione non giunge al grande pubblico. Ne sono a conoscenza i ricercatori ed è presente nei bugiardini dei prodotti farmaceutici volti a evitare una gravidanza.

Un altro aspetto interessante riguarda gli effetti ecologici devastanti delle tonnellate di ormoni per anni rilasciati nell'ambiente. Abbiamo dati a sufficienza per affermare che uno dei motivi per nulla disprezzabile dell'infertilità maschile in occidente (con sempre meno spermatozoi nell'uomo) è l'inquinamento ambientale provocato da prodotti della "pillola". Siamo qui di fronte a un effetto anti-ecologico chiaro che esige ulteriori spiegazioni da parte dei fabbricanti. Sono noti a tutti gli altri effetti secondari delle combinazioni fra estrogeni e progestinici. La stessa Agenzia Internazionale di Ricerca del Cancro (International Agency for Research on Cancer), con sede a Lione, agenzia dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel suo comunicato stampa del 29 luglio 2005, aveva già constatato la carcinogenicità dei preparati orali di combinati estrogeno-progestinici e li aveva classificati nel gruppo uno degli agenti carcinogenici...

La cosa triste in tutto ciò è che, se si tratta di regolare la fertilità, non sono questi i prodotti necessari. I mezzi naturali di regolazione della fertilità ("Nfp" o Natural Family Planning) sono altrettanto efficaci e inoltre rispettano la natura della persona.
In questo sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo si può dire che i mezzi contraccettivi violano almeno cinque importanti diritti: il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto all'educazione, il diritto all'informazione (la loro diffusione avviene a discapito dell'informazione sui mezzi naturali) e il diritto all'uguaglianza fra i sessi (il peso dei contraccettivi ricade quasi sempre sulla donna).
La Fiamc si è impegnata con la scienza e la verità fin dalle sue origini. Per questo studiamo e menzioniamo tanto l'effetto principale e quelli secondari di questi farmaci. La chiave della nostra antropologia non consiste però solo nel fatto che esaminiamo i prodotti abortivi che hanno consistenti effetti secondari o che sono addirittura inutili. Noi andiamo ben al di là.

La sessualità è un dono meraviglioso di Dio ai coniugi. Li unisce tanto che qualsiasi elemento esterno che s'interponga fra di loro è un terzo senza diritti. I coniugi si donano tutto l'un l'altro, anche la propria capacità generativa. Se una nuova vita non è possibile per gravi motivi, fa anche parte dell'intimità coniugale l'utilizzare i periodi non fecondi della donna per avere rapporti che devono essere sempre appaganti per entrambi e unirli sempre più. A quanti vedono alcuni documenti della Chiesa come compendi di divieti, chiederei vivamente di leggere i codici civili, penali o mercantili dei paesi occidentali. Lì sì che vi sono divieti! Non discuto la loro opportunità, ma credo che quegli stessi codici si basino sulle premesse fondamentali della libertà personale e di commercio che mirano alla felicità delle persone e all'efficienza delle società e che, in definitiva, giustificano alcune proibizioni. La Chiesa ha in grande stima la sessualità e credo che, se si acquisiscono una formazione e abitudini corrette, la vita è più facile e si giudicano positivamente alcuni limiti che effettivamente esistono.

Noi medici cattolici siamo pienamente consapevoli di dover investire molto di più nella maternità. Di più anche in risorse umane, nell'educazione e in risorse finanziarie. La dottrina dell'Humanae vitae è poco seguita, e fra i vari motivi, perché a suo tempo troppi medici non l'hanno accettata. La domanda opposta può aiutarci a vedere quanto fu profetico Paolo VI. Se avesse accettato la "pillola", oggi avremmo potuto prescrivere con coscienza alcuni prodotti che sappiamo essere anti-impiantatori? Il prestigio del medico gli consente di offrire con autorità ai coniugi alternative alla contraccezione. Il rapporto tra medico e paziente è così forte che difficilmente si rompe, anche se vi è di mezzo un teologo dissidente. A tal fine è però necessario formare e informare più e meglio i medici sulla fertilità. Credo che noi medici cattolici continueremo a svolgere la nostra professione. Tuttavia, vista la situazione attuale - con progressi molto lenti, molte reticenze e milioni di persone coinvolte - oso chiedere rispettosamente alla Chiesa di creare una commissione speciale per l'Humanae vitae.

(©L'Osservatore Romano - 4 gennaio 2009)
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