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sabato 29 marzo 2014

Lungimiranza di Benedetto con Anglicanorum Coetibus: "matrimonio" omo e lo sbriciolarsi della Chiesa d'Inghilterra


Non ringrazieremo mai abbastanza Papa Benedetto XVI per la sua lungimiranza - ben poco riconosciuta all'epoca - a proposito della scialuppa di salvataggio offerta agli anglicani che volevano traghettare verso la Chiesa di Roma. Con un documento di pochi numeri, l'Anglicanorum Coetibus, Papa Ratzinger forniva la cornice di riferimento in cui inquadrare i convertiti dalle comunità ecclesiali figlie delle scisma di Enrico VIII. Il motivo, nel lontano 2009, era visto in particolare nella crisi ecclesiologica dell'impossibilità per molti anglo-cattolici di accettare il ministero episcopale femminile, che di lì a poco doveva essere ammesso anche nella chiesa anglicana madre, quella inglese. Ma Benedetto sapeva che il declino della chiesa nazionale d'Inghilterra non riguardava solo il ministero sacerdotale. Una chiesa di Stato, che è legata a doppio filo con uno Stato completamente secolarizzato e con punte avanzate anticristiane, e che pure accetta questa condizione di subalternità (i vescovi sono approvati dal Primo Ministro!), non ha futuro perché non ha libertà e deve seguire gli alti e bassi dell'opinione e le svolte del sentimento della Nazione.
Oggi in Gran Bretagna entra in vigore la legge che permette a tutti, senza distinzione di sesso, di sposarsi con chi si preferisce: uomini con uomini, donne con donne o secondo il metodo misto (che - bontà loro - rimane consentito!). Potete ben capire come chi è già passato dagli anglicani alla Chiesa romana sia ben contento di averlo fatto, e molti altri - e prevedibile - seguiranno la strada di convergere sugli Ordinariati cattolici per ex-anglicani.
Un ennesimo grande dibattito si è infatti acceso nella chiesa Anglicana, che riassumo così: "Dobbiamo accettare questa ulteriore innovazione che contraddice ciò che fino a poco fa abbiamo creduto e professato?". Ufficialmente il Governo ha previsto delle tutele per la chiesa che non si sente "ancora" in grado di celebrare all'altare matrimoni gay. Eppure tutti sanno che è un paravento temporaneo. 
Damian Thompson, commentatore religioso del The Telegraph, ha scritto un articolo molto interessante su come andranno le cose, a partire dal dissenso liberal già oltremodo diffuso a tutti i livelli della Chiesa d'Inghilterra. L'ha intitolato, in maniera eloquente: "Il matrimonio omosessuale cambierà la Chiesa d'Inghilterra per sempre" (Leggi qui in inglese)
Il vescovo di Buckingam - ci riporta il cronista - ha invitato i preti ad essere "creativi" e aggirare il divieto che "per ora" la Chiesa impone sui matrimoni di persone dello stesso sesso. Intendiamoci: oggi una benedizione e una cerimonia religiosa per l'unione non si nega a nessuno. L'unica cosa ancora "vietata" è chiamare questa cerimonia "matrimonio"!
Il buon vescovo dice che è "moralmente scandalosa" la posizione della sua chiesa. Io direi che è, almeno, una posizione ipocrita. 
Il punto è che fino ad oggi ci sono preti e perfino vescovi che convivono con i loro compagni (o compagne se sono presbitere....), ma da oggi siccome c'è il matrimonio dovrebbero sposarsi, e rendere così pubblica la loro scelta. Questo, evidentemente, è un problema per una chiesa e per dei preti che fanno una scelta in contraddizione con le linee delle loro Chiesa, la quale fa finta di non vedere e di non sentire: perché in realtà la Chiesa d'Inghilterra è oramai clinicamente morta. O meglio: "cristianamente morta". Ognuno è perfettamente libero di credere e di fare ciò che vuole. L'imbarazzo dell'Arcivescovo di Canterbury è poi palpabile: è contrario al matrimonio gay per ufficio, ma favorevole a livello personale!
Cosa succederà nel prossimo futuro a questa "chiesa nazionale" data ormai in liquidazione? Vi traduco la parte finale del pezzo di Thompson:
Ecco la mia predizione: Da oggi, il clero pro-gay inizierà a forzare il "triplice lucchetto" di Cameron che impedisce alle parrocchie di tenere veri e propri matrimoni gay; e durante la prossima legislatura questo impedimento cesserà di esistere. Preti (e donne-prete) che desiderano sposare coppie dello stesso sesso, o invero sposare il proprio partner gay, semplicemente lo faranno. Le parrocchie degli Anglo-cattolici e quelle Evangelical che rifiutano l'idea non saranno costrette a tenere tali cerimonie, ma entrambe queste ali della Chiesa d'Inghilterra si stanno muovendo anch'esse in direzione liberale, sul lungo periodo il cambiamento demografico finirà il lavoro.
E' poi difficile esagerare l'effetto di indebolimento che questa situazione avrà sulle strutture centrali della Chiesa. Le deliberazioni del Sinodo Generale saranno rese irrilevanti. La finzione della "Comunione Anglicana" sarà abbandonata. Le province conservatrici in Africa ripudieranno la Chiesa d'Inghilterra; l'azione disciplinare presa all'ultima Conferenza di Lambeth nei confronti della Chiesa episcopale statunitense a cui "tutto va bene" cesserà di avere un pur minimo significato.
Negli anni '90, quando ho iniziato a fare il reporter di questioni anglicane, il matrimonio omosessuale era considerato un orrore non-negoziabile dalla maggior parte del clero e dei frequentatori della chiesa. L'infrangersi di quel consenso si è verificato assai prima di quanto anche i più ottimisti tra gli attivisti gay-cristiani consideravano possibile.
E se il centro non tiene più, ci si deve chiedere: qual è il prossimo tema aperto alla negoziazione? La fede nella vita eterna? La divinità di Gesù di Nazareth? Dopo ciò che succede oggi una cosa è scomodamente chiara: la Chiesa d'Inghilterra ha perso la forza - e perfino la propensione - di "segnare una linea nella sabbia" (cioè di definire i confini morali)
Forse quest'esperienza desolante di una chiesa che implode per voler correre dietro al mondo dovrebbe essere di monito anche in casa nostra, ricordando che il Vangelo non cambia e adattarlo ai tempi non significa che oggi è lecito quello che il Signore ha dichiarato peccaminoso. Questo vale in tutte le questioni, ma certo oggi ci vuole fede: senza credere alla Parola di Dio - visto lo squagliarsi di ogni razionalità condivisa nella società occidentale - niente tiene più e tutto diventa allegramente (e gaiamente) relativo.
Gli arcivescovi  inglesi di York e Canterbury.
Thompson commenta: "oggi come oggi il loro potere è in pezzi"

mercoledì 5 giugno 2013

Gli scontri a Istanbul arrivati davanti alla chiesa di Sant'Antonio

Ero un tantino preoccupato per i nostri frati che abitano a Istanbul, proprio sulla via principale verso piazza Taksim, la centralissima Istiklal caddesi, tanto più quando ho visto il video girato il 1° giugno e che vi riporto. Le proteste e le barricate, come si vede dai primi minuti, sono arrivate proprio davanti alla chiesa francescana di St. Antoine de Padoue (st Antuan kilisesi). I cancelli erano chiusi e tutti erano ovviamente barricati in casa, ma da quello che dicono su Twitter la chiesa ha aperto le porte per dare rifugio ad alcuni manifestanti.
La stampa turca raccontava il 2 giugno che una coppia di sposi stranieri, proprio nel giorno del matrimonio, è stata sorpresa davanti alla chiesa di Sant'Antonio, nel bel mezzo del quartiere turistico di Pera, dal lancio di gas lacrimogeni, ma si è comunque scambiata un bacio con fazzoletti di protezione. Come si vede la situazione non era per nulla tranquilla, anche se ultimamente le cose paiono assai più calme. Preghiamo.

giovedì 7 marzo 2013

Magistrale articolo di Magister: papale papale!

Oggi sul blog Chiesa.espresso di Sandro Magister è apparso un pezzo davvero spettacolare, sia per chiarezza che per lucidità, oltre che per informazioni ben fondate sulla conoscenza delle cose romane/vaticane. E' tutto da leggere, soprattutto per la limpida analisi dei desideri di chi vuole un papa "debole" che "lasci fare" e di chi preferisce uno che continui il lavoro interrotto di Benedetto XVI.  I ratzingeriani (e oggi non lo sono forse un po' tutti?) non possono che pregare molto perché Magister, alla fine, possa aver ragione e non prevalga invece la logica politica (anche quella che cerca di squalificare il "Papa Americano" con le profezie inventate....). Però dobbiamo anche ricordare che ci sono cardinali ratzingeriani anche fuori degli USA. In un altro continente, per es., c'è un cardinale che qualcuno chiama "un Ratzinger molto abbronzato".... Ma io non faccio nomi :-)
E ora a voi il piacere della lettura di questa "bomba" di endoresment esplosa oggi nella rete:
Il cardinal T. Dolan       -        Il cardinal  S. O'Malley
Un americano a Roma, verso la cattedra di Pietro
Forse l'arcivescovo di New York. Oppure quello di Boston. Nel solco di Benedetto XVI, con in più la frusta contro il malgoverno. Ma la curia resiste e contrattacca, spingendo avanti un cardinale brasiliano di sua fiducia
di Sandro Magister

ROMA, 7 marzo 2013 – La scommessa più facile è che il prossimo papa non sarà italiano. Ma nemmeno europeo, africano, asiatico. Per la prima volta nella bimillenaria storia della Chiesa il successore di Pietro potrebbe venire dalle Americhe. O a voler azzardare una previsione più mirata: dalla Grande Mela.

Timothy Michael Dolan, arcivescovo di New York, 63 anni, è un omone del Midwest dal sorriso radioso e dal vigore straripante, proprio quel "vigore sia del corpo che dell'animo" che Joseph Ratzinger ha riconosciuto di aver perduto e ha definito necessario per il suo successore, al fine di bene "governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo".

Nell'atto di rinuncia di Benedetto XVI c'era già il titolo del programma del futuro papa. E a molti cardinali tornò presto in mente la vivacità visionaria con cui Dolan sviluppò proprio questo tema, col suo italiano "primordiale", parola sua, ma spumeggiante, nel concistoro di un anno fa, quando egli stesso, l'arcivescovo di New York, si apprestava a ricevere la porpora:

L'annuncio del Vangelo oggi
Fu un concistoro molto criticato, quello del febbraio 2012. Da settimane, documenti scottanti prendevano il volo dalle stanze vaticane e persino dalla riservatissima scrivania del papa per rovesciare in pubblico avidità, contrasti, malefatte di una curia alla deriva.

Eppure, tra i nuovi cardinali creati da Benedetto XVI, un buon numero erano italiani, erano di curia e, peggio, erano legati a filo doppio al segretario di Stato, Tarcisio Bertone, universalmente ritenuto il principale colpevole del malgoverno.

Papa Joseph Ratzinger aggiustò il tiro qualche tempo dopo, in novembre, con altre sei nomine cardinalizie tutte extraeuropee, compresa quella dell'astro nascente della Chiesa d'Asia, il filippino con madre cinese Luis Antonio Gokim Tagle.

Ma la frattura rimaneva intatta. Da una parte i feudatari di curia, in strenua difesa dei rispettivi centri di potere. Dall'altra l'ecumene di una Chiesa che non tollera più che l'annuncio del Vangelo nel mondo e il luminoso magistero di papa Benedetto siano oscurati dalle tristi narrazioni della Babilonia romana.

È la stessa frattura che caratterizza l'imminente conclave. Dolan è il candidato tipo che rappresenta la svolta purificatrice. Non l'unico ma certamente il più rappresentativo e audace.

Sul fronte avverso, però, i magnati di curia fanno muro e contrattaccano. Non spingono avanti qualcuno di loro, sanno che così la partita sarebbe persa in partenza. Fiutano l'aria che tira nel collegio cardinalizio e puntano anch'essi lontano da Roma, al di là dell'Atlantico, non al nord ma al sud dell'America.

Guardano a San Paolo del Brasile, dove c'è un cardinale nato da emigrati tedeschi, Odilo Pedro Scherer, 64 anni, che in curia conoscono bene, che è stato per anni a Roma a servizio del cardinale Giovanni Battista Re, quando questi era prefetto della congregazione per i vescovi, e che oggi fa parte del consiglio cardinalizio di vigilanza sullo IOR, la "banca" vaticana, riconfermato pochi giorni fa, con Bertone suo presidente.

Scherer è il candidato perfetto di questa manovra tutta romana e curiale. Non importa che in Brasile non sia popolare, nemmeno tra i vescovi, che chiamati ad eleggere il presidente della loro conferenza, due anni fa, lo bocciarono senza appello. Né che non brilli come arcivescovo della grande San Paolo, capitale economica del paese.

L'importante, per i magnati curiali, è che sia docile e grigio. L'aureola progressista che ammanta la sua candidatura è di derivazione puramente geografica, ma giova anch'essa per accendere in qualche ingenuo porporato il vanto di eleggere il "primo papa latinoamericano".

Come nel conclave del 2005 i voti dei curiali e dei sostenitori del cardinale Carlo Maria Martini si riversarono assieme sull'argentino Jorge Bergoglio, nel tentativo fallito di bloccare l'elezione di Ratzinger, anche questa volta potrebbe avvenire un analogo connubio. Curiali e progressisti uniti sul nome di Scherer, con quel pochissimo che resta degli ex martiniani, da Roger Mahony a Godfried Danneels, entrambi oggi sotto tiro per la cedevole loro condotta nello scandalo dei preti pedofili.

Il papa che piace ai curiali e ai progressisti è per definizione debole. Piace ai primi perché li lascia fare. E ai secondi perché dà spazio al loro sogno di una Chiesa "democratica", governata "dal basso".

Non deve stupire che un esponente di grido del cattolicesimo progressista mondiale, lo storico Alberto Melloni, abbia auspicato sul "Corriere della Sera" del 25 febbraio che dal prossimo conclave esca non un "papa sceriffo" ma "un papa pastore", abbia deriso il cardinale Dolan e abbia indicato proprio in quattro magnati di curia i cardinali a suo giudizio più "capaci di comprendere la realtà" e di determinare "l'esito effettivo del conclave": gli italiani Giovanni Battista Re, Giuseppe Bertello, Ferdinando Filoni "e ovviamente Tarcisio Bertone".

Cioè esattamente quelli che stanno orchestrando l'operazione Scherer. Ai quattro andrebbe aggiunto l'argentino di curia Leonardo Sandri, del quale si fa correre voce che sarà il futuro segretario di Stato.

Per una curia siffatta, la sola ipotesi dell'elezione di Dolan è foriera di terrore. Ma Dolan papa imprimerebbe una scossa anche a quella Chiesa fatta di vescovi, di preti, di fedeli che non hanno mai accettato il magistero di Benedetto XVI, il suo ritorno energico agli articoli del "Credo", ai fondamentali della fede cristiana, al senso del mistero nella liturgia.

Dolan è, nella dottrina, un ratzingeriano a tutto tondo, con in più la dote del grande comunicatore. Ma lo è anche nella visione dell'uomo e del mondo. E nel ruolo pubblico che la Chiesa è chiamata a svolgere nella società.

Negli Stati Uniti è alla testa di quella squadra di vescovi "affermativi" che hanno segnato la rinascita della Chiesa cattolica dopo decenni di soggezione alle culture dominanti e di cedimenti al dilagare degli scandali.

In Europa e nel Nordamerica, cioè nelle regioni di più antica ma declinante cristianità, non esiste oggi una Chiesa più vitale e in ripresa di quella degli Stati Uniti. E anche più libera e critica rispetto ai poteri mondani. È svanito il tabù di una Chiesa cattolica americana che si identifica con la prima superpotenza mondiale, e quindi non potrà mai esprimere un papa.

Anzi, ciò che stupisce di questo conclave è che gli Stati Uniti offrono non uno, ma addirittura due "papabili" veri. Perché oltre a Dolan c'è l'arcivescovo di Boston, Sean Patrick O'Malley, 69 anni, con barba e saio da bravo frate cappuccino.

Il suo appartenere all'umile ordine di san Francesco non è d'ostacolo al papato né è senza precedenti illustri, perché anche il grande Giulio II, il papa di Michelangelo e di Raffaello, era francescano.

Ma ciò che più conta è che Dolan e O'Malley non sono due candidati tra loro contrapposti. I voti dell'uno possono convergere sull'altro, se necessario, perché sono entrambi portatori di un unico disegno.

Rispetto a Dolan, O'Malley ha un profilo meno risoluto per quanto riguarda le capacità di governo. E ciò potrebbe renderlo più accettabile ad alcuni cardinali, consentendo a lui di varcare quella soglia decisiva dei due terzi dei voti, 77 su 115, che potrebbe essere invece preclusa al più energico, e quindi molto più temuto, arcivescovo di New York.

Lo stesso ragionamento si potrebbe applicare a un terzo candidato, il cardinale canadese Marc Ouellet, anche lui di salda matrice ratzingeriana e ricco di talenti simili a quelli di Dolan e O'Malley, ma ancor più incerto e timido di quest'ultimo nelle decisioni operative. In un conclave che sul riordino del governo della Chiesa punta molte sue aspettative, la candidatura di Ouellet, pur presa in considerazione dai cardinali elettori, appare la più debole fra le tre nordamericane.

Col suo guardare da Roma al di là dell'Atlantico, l'imminente conclave prende atto della nuova geografia della Chiesa.

Il cardinale Ouellet è stato da giovane missionario in Colombia. Il cardinale O'Malley parla alla perfezione spagnolo e portoghese e ha sempre avuto come sua attività preminente la cura pastorale degli immigrati ispanici. Il cardinale Dolan è il capo dei vescovi di un paese che ha raggiunto le Filippine al terzo posto nel mondo per numero di cattolici, dopo Brasile e Messico. E sono "latinos" un terzo dei fedeli degli Stati Uniti, anzi, già la metà tra quelli sotto i 40 anni.

Non sorprende che i cardinali dell'America latina siano pronti a votare questi loro confratelli del nord. E con loro altri porporati di peso come l'italiano Angelo Scola, l'arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois, l'australiano George Pell.

Chiuse le porte del conclave, nel primo scrutinio potrebbero cadere su Dolan già molti voti, forse non i 47 di Ratzinger nella prima votazione del 2005, ma pur sempre parecchi.

Il seguito è ignoto.

Fonte: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350453

giovedì 20 dicembre 2012

L'articolo di Benedetto XVI sul Financial Times: tenere a bada il potere politico con l'umiltà potente del bimbo divino

Papa Benedetto non scrive solo messaggini su Twitter (per interposta persona). Sa anche affrontare in poche righe, da consumato teologo e insieme da uomo che non si sottrae alla dialettica culturale, le questioni scottanti del panorama socio-politico attuale. Ecco che nell'articolo oggi apparso sul Financial Times, il Papa affronta alcuni punti oggi alquanto "caldi" e dibattuti nell'America che si sente un tantino troppo erede dell'Impero Romano. E ai nuovi "Augusti" il Papa ricorda chi è Cristo e cosa è venuto a fare qui in terra.
La traduzione è a cura della Sala Stampa Vaticana, che ha offerto il pezzo di Benedetto XVI corredandolo con l'introduzione in corsivo che qui riporto. I commenti in rosso, invece, sono del blogger sottoscritto.

L’articolo del Papa per il "Financial Times" (20 dicembre 2012) nasce da una richiesta venuta dalla redazione del "Financial Times" stesso, che, prendendo spunto dalla pubblicazione dell’ultimo libro del Papa sull’infanzia di Gesù, ha chiesto un suo commento in occasione del Natale.
Nonostante si trattasse di una richiesta insolita, il Santo Padre ha accettato con disponibilità.
Forse è giusto ricordare la disponibilità con cui il Papa aveva risposto anche in passato ad alcune richieste fuori del comune, ad esempio la richiesta di intervento alla BBC, proprio in occasione del Natale alcuni mesi dopo il viaggio nel Regno Unito, o la richiesta di intervista televisiva per il programma "A sua immagine" della RAI, rispondendo a domande in occasione del Venerdì Santo.
Si è trattato anche allora di occasioni per parlare di Gesù e del suo messaggio ad un ampio uditorio, nei momenti salienti dell’anno liturgico cristiano.

Tempo di impegno nel mondo per i cristiani
di Benedetto XVI, vescovo di Roma, autore di "L'infanzia di Gesù"

"Rendi a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio" fu la risposta di Gesù quando gli fu chiesto ciò che pensava sul pagamento delle tasse. [Commento: Ahia, iniziamo con un messaggio duro... e costoso! Il Papa in realtà dice: Gesù, né ieri né oggi, si fa incastrare dalle logiche di potere umano e di convenienza politica. Afferma la verità, ma spiazza tutti] Quelli che lo interrogavano, ovviamente, volevano tendergli una trappola. Volevano costringerlo a prendere posizione nel dibattito politico infuocato sulla dominazione romana nella terra di Israele. E tuttavia c’era in gioco ancora di più: se Gesù era realmente il Messia atteso, allora sicuramente si sarebbe opposto ai dominatori romani. Pertanto la domanda era calcolata per smascherarlo o come una minaccia per il regime o come un impostore.

La risposta di Gesù porta abilmente la questione ad un livello superiore, mettendo con finezza in guardia nei confronti sia della politicizzazione della religione sia della deificazione del potere temporale [Commento: ce né per tutti, per la religione utilizzata come instrumentum regni o dall'altra parte per la "religione civile" che vuole sostituire lo Stato a Dio], come pure dell’instancabile ricerca della ricchezza. I suoi ascoltatori dovevano capire che il Messia non era Cesare, e che Cesare non era Dio. Il regno che Gesù veniva ad instaurare era di una dimensione assolutamente superiore. Come rispose a Ponzio Pilato: "Il mio regno non è di questo mondo" [Commento: e chi pensa ancora che il Papa, vicario di quel Cristo, sia interessato al Regno di questo mondo, sarebbe ora che cambiasse convinzione].

I racconti di Natale del Nuovo Testamento hanno lo scopo di esprimere un messaggio simile. Gesù nacque durante un "censimento del mondo intero", voluto da Cesare Augusto, l’imperatore famoso per aver portato la Pax Romana in tutte le terre sottoposte al dominio romano. Eppure questo bambino, nato in un oscuro e distante angolo dell’impero, stava per offrire al mondo una pace molto più grande, veramente universale nei suoi scopi e trascendente ogni limite di spazio e di tempo.

Gesù ci viene presentato come erede del re Davide, ma la liberazione che egli portò alla propria gente non riguardava il tenere a bada eserciti nemici; si trattava, invece, di vincere per sempre il peccato e la morte. [Commento: La teologia politica della liberazione non è mai andata giù a Benedetto. Qui precisa il senso di fede della redenzione]

La nascita di Cristo ci sfida a ripensare le nostre priorità, i nostri valori, il nostro stesso modo di vivere. E mentre il Natale è senza dubbio un tempo di gioia grande, è anche un’occasione di profonda riflessione, anzi un esame di coscienza. Alla fine di un anno che ha significato privazioni economiche per molti, che cosa possiamo apprendere dall’umiltà, dalla povertà, dalla semplicità della scena del presepe?

Il Natale può essere il tempo nel quale impariamo a leggere il Vangelo, a conoscere Gesù non soltanto come il Bimbo della mangiatoia, ma come colui nel quale riconosciamo il Dio fatto Uomo. [Commento: e cosa vi aspettate dal Papa, se non che ricordi che a Natale si festeggia non la nascita di un grande maestro, ma il dono di Dio stesso al mondo e all'umanità?]

E’ nel Vangelo che i cristiani trovano ispirazione per la vita quotidiana e per il loro coinvolgimento negli affari del mondo – sia che ciò avvenga nel Parlamento o nella Borsa. I cristiani non dovrebbero sfuggire il mondo; al contrario, dovrebbero impegnarsi in esso. Ma il loro coinvolgimento nella politica e nell’economia dovrebbe trascendere ogni forma di ideologia.

I cristiani combattono la povertà perché riconoscono la dignità suprema di ogni essere umano, creato a immagine di Dio e destinato alla vita eterna. [Commento: non perché vogliono cambiare il mondo o fare la rivoluzione proletaria] I cristiani operano per una condivisione equa delle risorse della terra perché sono convinti che, quali amministratori della creazione di Dio, noi abbiamo il dovere di prendersi cura dei più deboli e dei più vulnerabili. I cristiani si oppongono all’avidità e allo sfruttamento nel convincimento che la generosità e un amore dimentico di sé, insegnati e vissuti da Gesù di Nazareth, sono la via che conduce alla pienezza della vita. La fede cristiana nel destino trascendente di ogni essere umano implica l’urgenza del compito di promuovere la pace e la giustizia per tutti. [commento: le motivazioni dell'impegno cristiano sono teologiche, non ideologiche!]

Poiché tali fini vengono condivisi da molti, è possibile una grande e fruttuosa collaborazione fra i cristiani e gli altri. E tuttavia i cristiani danno a Cesare soltanto quello che è di Cesare, ma non ciò che appartiene a Dio. Talvolta lungo la storia i cristiani non hanno potuto accondiscendere alle richieste fatte da Cesare. Dal culto dell’imperatore dell’antica Roma ai regimi totalitari del secolo appena trascorso, Cesare ha cercato di prendere il posto di Dio. Quando i cristiani rifiutano di inchinarsi davanti ai falsi dèi proposti nei nostri tempi non è perché hanno una visione antiquata del mondo. Al contrario, ciò avviene perché sono liberi dai legami dell’ideologia e animati da una visione così nobile del destino umano, che non possono accettare compromessi con nulla che lo possa insidiare. [Commento: I politici - Obama in testa - sono serviti. I cristiani non rispondono al partito e nemmeno al capo di turno]

In Italia, molte scene di presepi sono adornate di rovine degli antichi edifici romani sullo sfondo. Ciò dimostra che la nascita del bambino Gesù segna la fine dell’antico ordine, il mondo pagano, nel quale le rivendicazioni di Cesare apparivano impossibili da sfidare. Adesso vi è un nuovo re, il quale non confida nella forza delle armi, ma nella potenza dell’amore. Egli porta speranza a tutti coloro che, come lui stesso, vivono ai margini della società. Porta speranza a quanti sono vulnerabili nelle mutevoli fortune di un mondo precario. Dalla mangiatoia, Cristo ci chiama a vivere da cittadini del suo regno celeste, un regno che ogni persona di buona volontà può aiutare a costruire qui sulla terra.

sabato 15 dicembre 2012

Asia Bibi è ancora in cella: facciamo sentire il ruggito di tutta la Chiesa per la sua liberazione.


Asia Bibi dal 2009 è in cella, in attesa dell'impiccagione che le è stata confermata per l'accusa di blasfemia, secondo l'assurda legge pakistana per cambiare la quale è morto anche il ministro Bhatti.
Da troppi anni questa donna, moglie e madre non vede i suoi 5 figli e non passa il Natale con loro. Il quotidiano Avvenire il giorno dell'Immacolata ha pubblicato la toccante lettera che vi riporto e pochi giorni dopo ha aperto un indirizzo email per ricevere lettere che chiedono la scarcerazione di Asia, facendo pressione sul Presidente del Pakistan.
Se Asia Bibi sara martirizzata e noi non avremo fatto niente, lei certo andrà in Paradiso e sugli altari, ma noi come faremo a rivolgerle le nostre preghiere, se non avremo nemmeno alzato un dito sulle nostre tastiere perché le sue preghiere di oggi vengano esaudite e possa tornare a casa senza abbandonare la sua Fede in Cristo Gesù?


SCRIVO DA UNA CELLA SENZA FINESTRE

Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata con­dannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il profe­ta Maometto.

Dio sa che è una sentenza ingiusta e che il mio unico de­­litto, in questo mio grande Paese che amo tanto, è di essere cattolica. Non so se queste parole usciranno da questa prigione. Se il Signore miseri­cordioso vuole che ciò avvenga, chiedo agli spagnoli (il 15 dicembre, il marito di Asia ritirerà a Madrid il premio dell’associazione HazteOir, n­dr) di pregare per me e intercedere presso il presidente del mio bellissi­mo Paese affinché io possa recuperare la libertà e tornare dalla mia fa­miglia che mi manca tanto. Sono sposata con un uomo buono che si chiama Ashiq Masih. Abbia­mo cinque figli, benedizione del cielo: un maschio, Imran, e quattro ra­gazze, Nasima, Isha, Sidra e la piccola Isham. Voglio soltanto tornare da loro, vedere il loro sorriso e riportare la serenità. Stanno soffrendo a cau­sa mia, perché sanno che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita. Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui».

Due uomini giusti sono stati assassinati per aver chiesto per me giusti­zia e libertà. Il loro destino mi tormenta il cuore. Salman Taseer, gover­natore della mia regione, il Punjab, venne assassinato il 4 gennaio 2011 da un membro della sua scorta, semplicemente perché aveva chiesto al governo che fossi rilasciata e perché si era opposto alla legge sulla bla­sfemia in vigore in Pakistan. Due mesi dopo un ministro del governo na­zionale, Shahbaz Bhatti, cristiano come me, fu ucciso per lo stesso mo­tivo. Circondarono la sua auto e gli spararono con ferocia.

Mi chiedo quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra persone di differenti religioni nel mio grande Pae­se. Gesù, nostro Signore e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere. Ho provato u­na grande emozione quando ho saputo che il Santo Padre Benedetto XVI era intervenuto a mio favore. Dio mi permetta di vivere abbastan­za per andare in pellegrinaggio fino a Roma e, se possibile, ringraziarlo personalmente.

Il marito di Asia e due sue figlie
Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi per­metta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari. Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia.


Asia Noreeen Bibi - Prigione di Sheikhupura, Pakistan​

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martedì 27 novembre 2012

Il diavolo fa le pentole... ma non le monete. La Slovacchia rivuole le aureole dei suoi santi

I santi patroni d'Europa la spuntano sull'Eurozona cristianofoba...

Ricordate la notizia di qualche giorno fa, a proposito della incomprensibile richiesta di qualche euroburocrate allergico ai cristiani di cancellare i "simboli religiosi" dalle monete slovacche per la commemorazione dei Santi Cirillo e Metodio? (leggi anche qui)
Bene, pare ora che a seguito delle proteste levatesi da parecchi parti, in prima fila le Chiese, ecco la marcia indietro (leggi qui) della Banca centrale Slovacca (che pure si era prima piegata, vedi qui), e ora sostiene la richiesta ufficiale di mantenere il disegno originale, aureole e crocette comprese. Così oggi il SIR ha dato la notizia in italiano:
(Sir Europa - Bratislava) - Il non voler rappresentare i santi Cirillo e Metodio con i simboli religiosi che li caratterizzano è una mancanza di rispetto nei confronti degli abitanti della Slovacchia e dei valori cristiani. Per questo motivo la Conferenza episcopale slovacca accoglie con favore il fatto che la Banca centrale slovacca abbia cambiato la sua intenzione a riguardo e che il design recentemente approvato della moneta commemorativa rispetti ora le radici cristiane della nazione. Secondo Anton Ziolkovský, segretario esecutivo della Conferenza episcopale, non si possono separare i santi Cirillo e Metodio dalla loro missione: “Ringraziamo tutti coloro che, con il loro sostegno, hanno contribuito a questo cambio e speriamo che le nostre legittime motivazioni siano ora rispettate anche dalla Commissione europea (Ce)”. Il design originario della moneta commemorativa, che sarà emessa in occasione del 1150° anniversario dell’arrivo dei fratelli di Tessalonica nella regione della Grande Moravia, era stato respinto dalla Ce e da diversi Stati membri che avevano chiesto di eliminare l’aureola e le croci dai vestiti. La Banca centrale slovacca, che aveva inizialmente assecondato la richiesta, dopo le proteste giunte dalla Chiesa cattolica, da diverse istituzioni e da eminenti figure della vita sociale e politica slovacca, ha infine deciso di insistere sul design originario mantenendo i simboli religiosi.
A volte far sentire le esigenze delle maggioranze silenziose (e cristiane) calpestate e vilipese è davvero necessario. E adesso prepariamoci alle immancabili polemiche natalizie su: presepi a scuola sì o presepi no... 


Il bozzetto originale dell'artista Miroslav Hric
Il bozzetto religiosamente epurato e ora rifiutato

giovedì 22 novembre 2012

L'Europa anticristiana colpisce ancora. Umiliata la Slovacchia: via le aureole da quei santi!

La moneta da 2 euro come sarà coniata
All'inizio pensavo ad uno scherzo, ma visto che tante fonti sono concordi, ho paura che sia tutto vero. Leggete qui l'articolo che ho trovato e che riproduco:
Roma, 19 nov. La Slovacchia dovrà fare a meno delle aureole sulle teste dei suoi santi patroni, Cirillo e Metodio, effigiati sulle nuove monete da due euro, a seguito delle lamentele di alcuni paesi dell'eurozona. Le nuove monete commemorative verranno coniate il prossimo anno per celebrare il 1150esimo anniversario dell'arrivo dei due fratelli bizantini in quella che era allora la Grande Moravia per diffondere il cristianesimo tra gli slavi e tradurre la Bibbia in slavonico antico. Cirillo e Metodio persuasero anche il Papa Adriano II ad approvare l'uso dello slavonico antico nella liturgia,
avvicinando la religione alla gente.
"La Commissione europea e alcuni stati membri hanno chiesto alla Slovacchia di rimuovere alcuni simboli religiosi dalla bozza della moneta, nel rispetto dei principi della neutralità religiosa" ha detto ad Afp Jana Kovacova, portavoce della Banca centrale di Bratislava. "Riteniamo che l'esito finale sarà una dignitosa combinazione di un simbolo di Stato e di un simbolo del cristianesimo" ha aggiunto. Le monete recheranno il simbolo della doppia croce, che fa parte anche dello stemma della Slovacchia.
Una vera e propria umiliazione ai simboli e ai cristiani che l'Europa l'hanno costruita. Gli euroburocrati (ma non si sa chi di preciso.... tutto misterioso) desiderosi di compiacere le varie massonerie umiliano uno Stato: cancellate le aureole dalla testa dei santi, anche se la croce arcivescovile può rimanere, perché tanto è simbolo dello Stato slovacco, non è mica un simbolo cristiano e basta! Alla faccia della tolleranza: via i simboli cristiani anche dalle monete, non sia mai che qualcuno se ne lamenti! Chi di grazia?. Ora capisco perché gli inglesi non vogliono l'euro, se no sarebbero certo obbligati a cancellare le diciture "fidei defensor" e "Dei gratia regina" intorno al ritratto della sovrana. In nome della tolleranza e della neutralità religiosa (ma da dove è uscito questo principio di "neutralità religiosa"?). 
Tra un po' dovremmo buttare giù il duomo di Milano o i campanili di Venezia e Pisa perché sono troppo religiosi come simboli delle città. E così particolare dopo particolare si accetta, per amore di Mammona, di cancellare ogni vestigio del cristianesimo in Europa. Davvero è il caso di dire con la sacra Scrittura: l'amore per il denaro è la radice di tutti i mali (1Tm 6,10).
La moneta slovacca come avrebbe dovuto essere: aureole e crocifisso
Commemorare due santi che hanno tradotto la Bibbia e la Sacra Liturgia, dando per questo motivo l'alfabeto agli slavi, e ripagarli disconoscendo il loro fine di evangelizzazione, privandoli dell'aureola simbolo della santità cristiana mi sembra davvero il colmo! Come dire: celebrate pure, cari slovacchi, i vostri missionari cristiani. Però, di grazia, non dite che erano missionari, e nemmeno che erano cristiani.

Ora mi chiedo: ma in nome di che cosa l'Europa permette al Vaticano di mettere nientemeno che il volto del Papa cattolico sulle monete in Euro? Non lo sanno che è inviso più o meno a metà della popolazione europea, e che questi poverini di europei non cattolici si possono trovare costretti ad accettare dei soldi segnati dall'orrenda faccia papista? Ma stiamo scherzando? Via anche il Papa dagli euri. Altro che aureole.

A proposito: avevate già visto la "monetina" da 200 (dicasi: duecento) Euro per l'Anno della Fede? Con tanto di allegoria della fede da una parte e Papa che adora il Santissimo Sacramento dall'altra. E l'Europa (chi?) non dice niente?



mercoledì 12 settembre 2012

In memoria di Chris Stevens: "ambasciator non porta pena", ma non dappertutto.

Viene ucciso l'ambasciatore USA in Libia e altri 3 statunitensi e si dà la colpa ad un film di quarta categoria, girato in california mesi fa. E' davvero difficile capire certi nessi di causa ed effetto, e a volte pare proprio siano inventati ad arte.
Ho visto i 13 minuti del film (vedi qui) di Sam Bacile che, si afferma, avrebbero scatenato il caos a Bengasi. Certamente è un film che intende esplicitamente insultare e in maniera volgare e direi stupida. I dialoghi e le scene sono volutamente pieni di odio e di veleno contro Maometto stesso. Comunque tale filmato era uscito a luglio e circolava liberamente anche su YouTube in lingua originale inglese. Non è prodotta da cristiani, ma da ebrei, per ammissione del suo autore che è israeliano (leggi qui). Fino a quando qualcuno, la settimana scorsa, l'ha sottotitolato in arabo, non era successo nulla (era stato perfino liquidato da Al Jazera come un pessimo tentativo di provocazione, ma senza conseguenze). Dare in pasto ai fondamentalisti un'esca del genere, nella lingua del popolo, è stato come sventolare una bistecca davanti allo squalo: sai benissimo quello che sta per succedere e il regista del film, forse, cercava proprio questo caos.
Il punto è che anche i buoni musulmani non sono culturalmente preparati per resistere minimamente a queste provocazioni, figuriamoci quelli esagitati. L'Occidente, comunque, ha uno strano atteggiamento: se il perpetratore della violenza è musulmano, allora se non giustificato è almeno in parte scusato quando la blasfemia l'ha provocato. Se invece è il cristiano ad essere oggetto di oltraggio e il suo credo o i suoi simboli vengono dileggiati, allora non è grave, dopotutto c'è libertà di pensiero e di espressione, e ognuno deve poter manifestare liberamente le sue idee, anche sulla religione.
Meno male che alla mostra del cinema di Venezia non c'era quest'anno nessun fondamentalista cristiano, altrimenti dopo la proiezione di "Paradise: Glaube" di Ulrich Seidl, sai che finimondo ci sarebbe stato!

Il vero dialogo interculturale impone, ovvio, di non offendersi reciprocamente, e di cercare di comprendere la sensibilità dell'altro. Ma questo non vuol dire arrivare a tollerare nella cultura altrui ciò che lede i diritti umani universali.
Questo per i cristiani è anche, e a maggior ragione, uno degli intenti del dialogo interreligioso che culmina nell'evangelizzazione, la quale richiede oltre che "inculturazione" del messaggio nella lingua e mentalità degli altri, anche un necessario "giudizio" e una "purificazione" della cultura ancora non permeata dal messaggio di Cristo, in tutti quegli aspetti che mortificano l'essere umano singolarmente o socialmente inteso.
Nel caso presente, perché certo non è il primo e non sarà l'ultimo, bisogna innanzitutto insistere che si diffonda anche tra i musulmani un sano atteggiamento culturale che condanni chi scarica la violenza in maniera cieca sul primo occidentale che capita a portata di mano per le colpe (vere o presunte) di un individuo o di pochi, senza processi e senza correlazioni (si pensi anche ai recenti casi dell'uso distorto della legge sulla blasfemia contro cristiani innocenti nel Pakistan). Questa mentalità corporativa, per cui - faccio un esempio - se uno disegna una vignetta blasfema allora si possono distruggere tutti i ristoranti del suo paese o bruciare le case dei suoi parenti è e resta una barbarie sia in oriente che in occidente e non può mai essere giustificata, perché non ha nessun fondamento religioso. E' una logica che non tiene e deve essere smascherata, perché non deve continuare a tenere in ostaggio le relazioni tra popoli e paesi interi. L'imbecille che strappa pagine di Corano  e mostra il video ci sarà sempre, ma le fucilate sparate agli innocenti dicendogli: "è colpa tua se li ammazziamo", sono ben più barbare.

Dobbiamo perciò ribadire cristianamente il al rispetto di tutti e il no alle gratuite provocazioni, ma da qualunque parte vengano, senza tolleranti silenzi o silenziose connivenze opportunistiche. E insieme, però, dobbiamo condannare ogni violenta reazione a qualunque provocazione, fosse anche religiosamente ammantata. Nei tanti paesi islamici dove questa condanna è impensabile, è impensabile tuttora l'uguaglianza fra uomini di diversa fede ed è impensabile il dialogo, nonostante i raduni e i documenti di circostanza. 

Una preghiera per l'ambasciatore ucciso e i suoi uomini di scorta. Ecco una videopresentazione che aveva preparato in occasione della sua nomina in Libia, davvero toccante.


lunedì 23 luglio 2012

Se il matrimonio è solo un prodotto culturale, a quando la proposta della legalizzazione della poligamia?

Per la serie: una non basta...
Pisapia a Milano e tanti altri continuano - in maniera insistente e politicamente interessata - a chiedere "diritti" per coloro che non vogliono o non possono assumersi i relativi "doveri", cioè quelle "libere unioni"  che essi vorrebbero in qualche modo "normare" (ma sarebbero ancora "libere"?). Si chiedono infatti "diritti" per le "coppie di fatto", senza nemmeno avere più il pudore di ammettere che le locuzioni "di diritto" e "di fatto" sono in opposizione di significato tra di loro. Mi pare ovvio che si debbano accettare come un fatto le unioni "di fatto", e riconoscere diritti alle coppie "di diritto", cioè a quelle che si impegnano (non necessariamente davanti all'altare) in un contratto vincolante, senza scadenza, per il reciproco aiuto, per il bene della società attraverso i figli, e per tutto quello che sappiamo una famiglia fondata sul matrimonio ha da offrire con oneri e onori. Ma una coppia "di fatto" perché mai dovrebbe avere diritti uguali a quelli di una coppia di diritto? Questo non è dato saperlo. E non è una questione religiosa, ma di umana giustizia. Un matrimonio è si pone come una realtà  privata, che coinvolge solo la coppia, ma ha una valenza pubblica. Per questo va tutelato e la società ha il dovere di riconoscere alla stabile decisione di un uomo e una donna di vivere insieme e di avere insieme figli un significato di importanza sociale. Se altre persone vogliono vivere liberamente in convivenza, senza legami, che facciano pure - c'è libertà -, ma non possono pretendere tutele quelli che, con le loro scelte, non si assumono i relativi oneri con tanto di firme proprie e dei testimoni.
...però non le voglio una dopo l'altra, ma tutte insieme.
Se invece si pretende ideologicamente che, cambiando il costume di alcuni, anche lo Stato si debba adattare a cambiare la formulazione (di per sé transculturale) di "famiglia", allora qui si apre uno scenario ben più preoccupante. Perché, infatti, si dovrebbero ammettere le "famiglie" composte da un uomo e un uomo o una donna e una donna, che vogliono vivere stabilmente insieme come "sposati" e non si dovrebbe invece permettere (come da molto tempo chiedono le associazioni musulmane, in base a un discorso di rispetto delle diversità culturali) il riconoscimento legale dell'unione di un uomo con due donne (e, per parità, di una donna con due o più uomini?). Qualcuno mi spiega che cosa impedirà, dopo il riconoscimento delle cosiddette "nozze gay", che si accetti la proposta di allargare ancora il concetto di famiglia, per esempio alle "nozze poligamiche"? Se si dice che le nozze gay sono ormai diffusi in tanti paesi - ed è pur vero - si deve tuttavia ribattere che la poligamia ha un curriculum ben più blasonato: tante civiltà l'hanno permessa e la permettono tuttora (meno frequente la poliandria...)! Ricordo che oggi la poligamia sincronica, in Italia, è addirittura un reato (mentre quella diacronica o successiva è permessa dal divorzio). Come si potrà continuare a giustificare questo "inumano" trattamento, veramente coercitivo della libertà di unione?
Molti non si rendono neppure conto delle conseguenze delle loro parole. Pensano di aprire solo alle coppi di fatto, ma in realtà aprono a ben di più. Così trovo scritto su "Oggi" da Mario Raffaele Conti (Coppie di fatto? Sì grazie):
Altre forme di famiglia (o di convivenza, le si chiami come si vuole) sono ora presenti nel nostro paese. Esse possono essere, quanto quelle tradizionali, positive, stabili, eticamente fondate.
Altre forme di famiglia presentatesi con gli immigrati sono anche quelle descritte sopra: un uomo con due o tre donne.... basta che siano consenzienti o no?
E da qui ad altri fantasiosi cambiamenti il passo è breve, sempre nel nome delle "libertà"....i cultori delle quali però, pretendono oggi di essere tutelati come chi a certe libertà rinuncia e preferisce una stabilità utile a sè, al partner, alla prole e in definitiva alla società stessa.
Carissimi politici, prima di metter mano a cambiare le definizioni tradizionali e occidentali di famiglia e di matrimonio all'interno della Costituzione della Repubblica, pensate al vaso di Pandora che andate ad aprire. Qualcuno lo dice anche apertamente: le spinte alle registrazioni comunali delle coppie di fatto sono, in realtà, propedeutiche al gran ribaltone del modo di intendere la famiglia. 
Come cristiani non possiamo certo accettare una cosa simile, ma nemmeno in quanto cittadini che sono convinti che non sia un errore né un sopruso verso nessuno continuare a definire la famiglia: unione stabile di un uomo e una donna, aperta alla procreazione e alla cura dei figli. E non ce ne sono altri tipi.

Il card. Scola, dunque, non compie nessuna "ingerenza clericale" a ricordare ciò che è scritto nella Costituzione ed era ovvio per tutti fino a pochi anni or sono Il fatto che l'arcivescovo di Milano debba anche ricordare come si ripartiscano i poteri dello Stato e le loro prerogative è al limite, alquanto imbarazzante per il Comune. Qui però - e lo ripeto - non è in ballo la fede, ma è ormai la ragione ad essere calpestata e negata. 

giovedì 5 luglio 2012

Negare il funerale non è punizione del defunto, ma una salutare scossa per convertire i vivi

Notizia fresca: l'arcivescovo di Agrigento ha vietato le esequie ad un noto uomo della mafia siciliana. Il parroco, don Leopoldo Argento, attenendosi alle direttive dell'arcivescovo, ha pronunciato solo una preghiera. I giornali riferiscono che questo sarebbe il primo caso, nell'Agrigentino, in cui la Chiesa vieta la celebrazione dei funerali per un boss di mafia.

Secondo gli inquirenti, Lo Mascolo era il vicecapo della cosca locale, secondo soltanto al capomafia Antonino Gagliano. "Voglio rappresentare la mia grande ammirazione nei confronti del gesto dell'arcivescovo Montenegro - ha affermato il presidente del Consorzio agrigentino per la legalità e lo Sviluppo Mariagrazia Brandara - . Si è trattato certamente di una scelta complessa per le diverse implicazioni umani e morali e proprio per questo esprimiamo la nostra vicinanza all'arcivescovo". Appena domenica scorsa, in occasione dei festeggiamenti di San Calogero, compatrono di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro, aveva ripreso l'anatema contro la mafia pronunciato da Giovanni Paolo II, nel maggio del 1993, nella Valle dei Templi.

Una riflessione: la Chiesa non vieta le esequie a qualcuno perché è peccatore, anche se ha commesso gravi crimini, ma si è poi pentito. Chiunque può e deve essere ammesso alla preghiera del suffragio cristiano: tutti ne hanno bisogno. Ma proprio perché è presupposta la fede, il desiderio di penitenza e la ricerca di rinnovamento della vita, il funerale cristiano non può e non deve essere concesso a chi ostinatamente e fino alla fine non ha voluto dare segni di sincero pentimento rispetto a modi di vivere e agire in aperto contrasto con il credere e operare da cristiano. 
Non c'è mai da rallegrarsi, quasi fosse una giusta punizione quella di privare un fedele del funerale in Chiesa. Ciò deve invece essere visto piuttosto come una salutare precauzione, messa in atto dalla Chiesa-madre, che deve dare segni chiari ai suoi figli, per non indurli a considerare normali certe scelte incompatibili con la fede e la morale. Si deve certo sempre pregare privatamente per i morti, e affidarli alla misericordia di Dio, ma nei casi in cui la gerarchia arriva alla sofferta decisione di privare qualcuno delle esequie, se ne devono sempre comprendere anche i forti motivi di richiamo e di stimolo alla conversione che tale forte gesto include.

mercoledì 4 luglio 2012

Squisitezza benedettiana

Il nostro Papa Benedetto XVI si conferma ogni giorno di più oltre che un raffinato teologo, splendido predicatore, giusto pontefice, anche vero amico di coloro che sa essergli fedeli. E questo nonostante tutte le loro difficoltà e perfino inadeguatezze, dovute a varie ragioni, non ultima l'età che avanza. Questo, mi pare, emerge benissimo dalla lettera che Papa Ratzinger ha voluto mandare prima del suo riposo estivo a Castel Gandolfo al Segretario di Stato Tarcisio Bertone, attualmente sotto attacco con un fuoco incrociato entro la Curia e fuori della Curia. Così dunque si esprime il buon Papa (aggiungo qualche commento...)
Al Venerato e Caro Fratello [la formula di rito è Venerato Fratello, già l'aggiungere "Caro" è un chiaro segno di affetto personale]il Signor Cardinale Tarcisio Bertone
Alla vigilia della partenza per il soggiorno estivo a Castel Gandolfo [= sto partendo per le ferie, e mi piacerebbe che a Roma tutti rimanessero un po' tranquilli, perciò], desidero esprimerLe profonda riconoscenza per la Sua discreta vicinanza e per il Suo illuminato consiglio [= il Papa contraddice chi afferma che Bertone è distante dalle sue posizioni e non lo aiuto come dovrebbe], che ho trovato di particolare aiuto in questi ultimi mesi [il Papa conosce e si avvale del Card. Bertone da lunghi anni, però menziona esplicitamente "gli ultimi mesi", quelli difficili della tempesta e della fuga di documenti, con l'attacco frontale al Segretario di Stato].
Avendo notato con rammarico le ingiuste critiche levatesi verso la Sua persona [come si dice: papale papale. Niente giri di parole. Benedetto definisce "ingiuste critiche" le evidenti bordate contro l'anziano cardinale suo amico], intendo rinnovarLe l’attestazione della mia personale fiducia [= l'unica opinione che conta, in questo caso, è la mia - dice implicitamente il Papa - e io ho fiducia anche se gli altri non ce l'hano], che già ebbi modo di manifestarLe con la Lettera del 15 gennaio 2010, il cui contenuto rimane per me immutato [al Papa tocca anche ricordare quello che già dovette scrivere in altra occasione, per sostenere il Card. Bertone a cui, allora, rimandava la meritata pensione per raggiunti limiti di età].
Nell’affidare il Suo ministero alla materna intercessione della Beata Vergine Maria, Aiuto dei Cristiani, [il Papa, con finezza, menziona la Madonna con il titolo di "ausiliatrice", caro ai Salesiani, di cui Bertone è membro] e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo [e voi sapete, sembra dire il Papa, che quando si nominano i santi apostoli Pietro e Paolo al termine delle missive papali, di solito se ne invoca l'ira su quanti non obbediscono alla Sede Romana...], mi è gradito inviarLe, insieme con il fraterno saluto [i vescovi fra loro sono tutti "fratelli nell'episcopato", ma qui il Papa è particolarmente fraterno], la Benedizione Apostolica, in pegno di ogni desiderato bene.
Dal Vaticano, 2 luglio 2012.
Papa Benedetto sta cercando, con tutta evidenza, di calmare le acque, ma anche dà - e non solo a pare mio - un segnale. Questa lettera ha il tono del ringraziamento per un vecchio e caro amico di battaglia, ma il Papa sa che per il bene suo e dell'amico sta arrivando il tempo di lasciarlo andare. La Curia ha bisogno di forze fresche nel nostromo, non solo di amicizia e fedeltà nei confronti del capitano.

Magister, approfondisce così il riferimento alla lettera del 2010, e commenta:
La precedente lettera del 15 gennaio 2010 citata dal papa era stata anch’essa resa pubblica a suo tempo.
In essa, il papa prendeva atto delle dimissioni a lui presentate da Bertone al compimento dei 75 anni di età.
E proseguiva spiegando perché l’aveva voluto nominare segretario di Stato e perché intendeva mantenerlo al suo posto: 
“Ho sempre ammirato il suo ’sensus fidei’, la sua preparazione dottrinale e canonistica e la sua ‘humanitas’, che ci ha molto aiutato a vivere nella Congregazione per la Dottrina della Fede un clima di autentica familiarità, unita ad una decisa e determinata disciplina di lavoro. Tutte queste qualità sono state il motivo che mi ha portato alla decisione, nell’estate del 2006, di nominarLa mio Segretario di Stato e sono oggi la ragione per la quale, anche in futuro, non vorrei rinunciare a questa sua preziosa collaborazione”. 
Il “contenuto” di quella lettera del 2010, scrive oggi il papa: “rimane per me immutato”.
Nel frattempo, però, le “qualità” che propiziarono a Bertone la nomina hanno avuto in lui dei cedimenti visibili a tutti, specie in questi ultimi tempi.
La “humanitas” è stata clamorosamente contraddetta, ad esempio, dall’inaudita brutalità con la quale lo scorso 24 maggio è stato cacciato Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dell’Istituto per le Opere di Religione.
Quanto alla “disciplina di lavoro”, la continua fuga di carte riservate dagli uffici vaticani ne è la perfetta smentita.
“Humanitas” e “disciplina” sono piuttosto le virtù di cui Benedetto XVI sta dando somma prova, in questo suo affettuoso accompagnamento del cardinale Bertone verso la messa a riposo, dopo l’estate.
Il vaticanista esperto ha fiuto per i "segni dei tempi" della Curia Romana. La squisitezza dei gesti di Benedetto XVI, comunque, è sottolineata e assolutamente apprezzabile, un vero esempio di cortesia e amicizia ecclesiale.

sabato 30 giugno 2012

Buone notizie per "l'ora di religione": finisce l'era dei docenti senza laurea

Era ora! Finalmente il Governo italiano e la Conferenza Episcopale sono addivenuti ad un nuovo accordo per normare la benedetta "ora di religione" nelle scuole della Repubblica. 
Potete leggere qui l'articolo di Avvenire sull'intesa raggiunta oggi. Qui, invece, ne parla brevemente Vatican Insider.
La grande novità, che prenderà piede definitivamente solo nel 2017, è la richiesta a tutti gli insegnanti di un titolo di studio universitario quinquennale per poter insegnare anche i corsi di Religione cattolica. Speriamo che questa utilissima norma possa in futuro qualificare meglio tanti volenterosi docenti, che però, a volte, capita ancora scambino la cattedra scolastica con l'aula di catechismo. Professionalità, competenza e preparazione culturale sono davvero necessarie, per far uscire dalla "serie B" delle materie scolastiche l'insegnamento religioso. Soprattutto nelle scuole superiori, dove i ragazzi hanno diritto - oltre che bisogno - di insegnanti culturalmente in grado di rispondere alle loro domande, tener testa alle loro argomentazioni e contestazioni, per essere aiutati con efficacia nel comprendere la realtà, anche religiosa.
Questa riforma, insomma, darà di certo buoni frutti: anche chi vorrebbe lamentarsene è meglio che non lo faccia. Farebbe solo la figura dello sfaticato o di chi non pensa ci sia bisogno di formazione e aggiornamento. E un docente non può permettersi una posizione del genere.
Tutti a studiare teologia, dunque, per rendere un miglior servizio alla Chiesa (che deve poter contare su chi conosce bene ciò che insegna a suo riguardo), sia allo Stato (che deve avere cittadini formati in maniera competente in tutti i campi).

venerdì 29 giugno 2012

Un messaggio chiaro ai Lefebvriani ribelli: tocca al successore di Pietro aprire e chiudere

Papa Benedetto nell'omelia di oggi, 29 giugno 2012, non ha mancato di declinare il primato petrino in linea con le esigenze della Chiesa di oggi e le necessità che emergono in modo particolare in questi tempi. Ha ricordato con forza che a Pietro è conferito il "potere delle Chiavi". Gesù rimane per l'eternità il capo della Chiesa, certo, ma Pietro e i suoi successori sono gli "amministratori delegati". E chi disobbedisce a loro, disobbedisce a Cristo: perché ai pontefici competono "le decisioni dottrinali", il "potere disciplinare" e "la facoltà di infliggere e togliere la scomunica". Lefebvriano catechizzato, mezzo salvato... Rileggiamo le parole del Papa. Se vi interessa l'intera omelia, la trovate qui.
Passiamo ora al simbolo delle chiavi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Esso rimanda all’oracolo del profeta Isaia sul funzionario Eliakìm, del quale è detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (Is 22,22). La chiave rappresenta l’autorità sulla casa di Davide. E nel Vangelo c’è un’altra parola di Gesù rivolta agli scribi e ai farisei, ai quali il Signore rimprovera di chiudere il regno dei cieli davanti agli uomini (cfr Mt 23,13). Anche questo detto ci aiuta a comprendere la promessa fatta a Pietro: a lui, in quanto fedele amministratore del messaggio di Cristo, spetta di aprire la porta del Regno dei Cieli, e di giudicare se accogliere o respingere (cfr Ap 3,7). Le due immagini – quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere – esprimono pertanto significati simili e si rafforzano a vicenda. L’espressione «legare e sciogliere» fa parte del linguaggio rabbinico e allude da un lato alle decisioni dottrinali, dall’altro al potere disciplinare, cioè alla facoltà di infliggere e di togliere la scomunica. Il parallelismo «sulla terra … nei cieli» garantisce che le decisioni di Pietro nell’esercizio di questa sua funzione ecclesiale hanno valore anche davanti a Dio.

Mi pare che Benedetto sia stato di una chiarezza cristallina. E speriamo che chi è tentato dallo scisma, dal rifiuto pratico dell'autorità dottrinale di Pietro affermata a parole, dall'aperta ribellione alla Chiesa di Roma, sappia con umiltà accettare i "preamboli dottrinali" e la "sistemazione canonica" che il Papa, roccia petrina della Chiesa, ha offerto e continua, con il sorriso di padre, a proporre nonostante tutto. (Se sapete l'inglese leggete l'omelia odierna di Mons. Fellay o ascoltatela in francese e ditemi voi!). Davvero Benedetto XVI è il papa dell'unità della Chiesa.

lunedì 18 giugno 2012

La ricetta francescana per l'economia: riscoprire il valore del "bene comune"

I frati Francescani, oltre ad aver diffuso in tutta Europa e oltre il rito e il Messale della Chiesa Romana, hanno anche qualche merito nel campo dell'economia. Sembra strano, ma chi conosce la storia dell'Ordine di San Francesco sa bene che la preoccupazione per l'osservanza della povertà ha portato i frati a mettere a punto teorie e pratiche virtuose per l'uso della ricchezza in maniera cristianamente sostenibile (si pensi all'istituzione dei Monti di Pietà, ovvero il microcredito ante litteram, la contabilità della partita doppia, la distinzione tra uso lecito del denaro e l'usura....).
Un convegno celebrato oggi al Sacro Convento di Assisi ha messo a confronto ministri del governo italiano, economi delle comunità francescane e professori di economia delle università, tutti intenti a studiare e riscoprire le "vecchie" e ben collaudate ricette che nel XIV e XV secolo hanno tanto aiutato le popolazioni a riprendersi dalle crisi economiche del tempo. E pare siano ancora utili! 
Trovate approfondimenti e sintesi del Convegno sul sito internet della Rivista del Sacro Convento (-qui per le relazioni e la cronaca). Potete anche leggere gli articoli su Il Sole 24Ore e Vatican Insider:

La lezione francescana per un'economia a servizio dell'uomo

I francescani da Assisi: «Economia al servizio dell'uomo». Passera evoca S. Francesco: «Il lavoro per il bene comune»

Gli interventi da scaricare:

sabato 2 giugno 2012

Autogol di immagine allo stadio di Milano


Davvero un brutto autogol, una beffa: esporre la maxi bandiera simil-orgoglio gay alle spalle del palco del Papa, proprio nel contesto dell'incontro mondiale delle famiglie. Capisco che la scelta dei colori serviva come tema e come identificativo delle varie zone pastorali (e dei 7 doni dello Spirito Santo, ecc..), ma possibile - ci si chiede - che a Milano siano così provinciali da non sapere che le immagini del Papa allo stadio avrebbero fatto il giro del mondo? E non si rendono conto che il simbolo da loro esposto (con probabile totale ingenuità) viene decodificato in tutti i paesi occidentali non come "la bandiera della pace", ma come Rainbow flag, l'arcobaleno dell'orgoglio omosessuale? Proprio così. E non a caso si chiama "Coordinamento Arcobaleno" il gruppo che protesta contro la visita papale di questi giorni, in nome della "pluralità" della famiglia, contro l'ideologia cristiana che ne propone un solo tipo! Non vengono forse contrabbandate come "famiglie arcobaleno" quelle con due papà o due mamme? (leggere qui). Ma allora, come si fa ad essere così ingenui!!
Chissà quanti americani o australiani, vedendo le foto di San Siro, penseranno ad una manifestazione contro il Papa, rimanendo stupiti di osservare, nello stadio gremito di giovani cattolici, innalzarsi il vessillo che a loro parla di tutt'altro, ma non certo di famiglia-basata-sul-matrimonio-fra-uomo-e-donna!
Siamo tutti sicurissimi che non c'era intenzione cattiva nei giovani organizzatori del segno di accoglienza, ma non si può lasciare alla spensieratezza giovanile la regia di simboli e gesti che devono essere limpidi e univoci, soprattutto perché destinati ad arrivare - senza tante spiegazioni - direttamente nelle case di cattolici di cultura, estrazione, lingua e provenienza diversissime.
L'autogol comunicativo è grosso, un assist maldestro servito dai collaboratori del Card. Scola (che non può mica vigilare su tutto...), eppure siamo convinti che Benedetto XVI, alla fine, vincerà la partita.

lunedì 30 aprile 2012

Sondaggio su mettere o rimuovere il crocifisso: a che punto siamo?

Guarda, guarda il risultato - parziale - del sondaggio, di cui abbiamo parlato qui. C'è ancora tempo per votare, se non l'avete ancora fatto. Andate al sito del quotidiano l'Adige, e inviate il vostro parere.

Crocifisso nelle aule scolastiche, va messo?


51% (449 voti)
No
49% (424 voti)
Totale voti: 873
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