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martedì 5 dicembre 2017

"Non ci indurre in tentazione" Papa Benedetto lo spiegò 10 anni fa...

Per recenti parole di Papa Francesco si è riaccesa la bagarre di chi vuole cambiare anche il Padre Nostro, a proposito della "traduzione" (in realtà "un calco") dell'espressione "non c'indurre in tentazione".
Riproponiamo con l'occasione - a vantaggio degli smemorati cronici - le pagine del primo tomo del libro "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI che, ben 10 anni fa, spiegava per bene, senza semplificazioni televisive, i termini della questione:

E non c'indurre in tentazione


Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio"; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).

 Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l'alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in modo tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù:
«Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).

Uno sguardo al Libro di Giobbe, in cui sotto tanti aspetti si delinea già il mistero di Cristo, può fornirci ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l'uomo per schernire in questo modo Dio: la sua creatura, che Egli ha formato a sua immagine, è una creatura miserevole. Quanto in essa sembra bene, è invece solo facciata.
In realtà all'uomo - a ogni uomo - interessa sempre e solo il proprio benessere. Questa è la diagnosi di
Satana, che l'Apocalisse definisce «l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). La diffamazione dell'uomo e della creazione è in ultima istanza diffamazione di Dio, giustificazione del suo rifiuto.

 Satana vuole dimostrare la sua tesi con Giobbe, il giusto: se solo gli venisse tolto tutto, allora egli lascerebbe presto perdere anche la sua religiosità. Così Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, anche se entro limiti ben definiti: Dio non lascia cadere l'uomo, ma permette che venga messo alla prova. Qui traspare già in modo sommesso e non ancora esplicito il mistero della vicarietà, che prende una forma grandiosa in Isaia 53: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell'uomo. Mediante la sua  fede provata nella sofferenza, egli ristabilisce l'onore dell'uomo. Così le sofferenze di Giobbe sono anticipatamente sofferenze in comunione con Cristo, che ristabilisce l'onore di noi tutti al cospetto di Dio e ci indica la via per non perdere, neppure nell'oscurità più profonda, la fede in Dio.

Il Libro di Giobbe può anche esserci d'aiuto nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l'uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell'uva deve fermentare per divenire vino di qualità, così l'uomo ha bisogno di purificazioni, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L'amore è sempre un processo di purificazioni, di rinunce, di trasformazioni dolorose di noi stessi e così una via di maturazione. Se Francesco Saverio poté pregare Dio dicendo: «Ti amo, non perché puoi donarmi il paradiso o l'inferno, ma semplicemente perché sei quello che sei - mio re e mio Dio», era stato certamente necessario un lungo percorso di purificazioni interiori per giungere a quest'ultima libertà - un percorso di maturazioni, in cui era in agguato la tentazione, il pericolo della caduta - e tuttavia un percorso necessario.

Così possiamo ora interpretare la sesta domanda del Padre nostro già in maniera un po' più concreta. Con essa diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se - come nel caso di Giobbe - dai un po' di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me». In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo «e non c'indurre in tentazione», esprimiamo la consapevolezza «che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà» (De dom. or. 25).

 E poi, ponderando il profilo psicologico della tentazione, egli spiega che ci possono essere due differenti motivi per cui Dio concede al Maligno un potere limitato. Può accadere come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia, affinché sperimentiamo di nuovo la povertà del nostro credere, sperare e amare e non presumiamo di essere grandi da noi: pensiamo al fariseo che racconta a Dio delle proprie opere e crede di non aver bisogno di alcuna grazia. Cipriano, purtroppo, non specifica poi il significato dell'altro tipo di prova: la tentazione che Dio ci impone ad gloriam - per la sua gloria. Ma in questo caso non dovremmo ricordarci che Dio ha messo un carico particolarmente gravoso di tentazioni sulle spalle delle persone a Lui particolarmente vicine, i grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Teresa di Lisieux nel pio mondo del suo Carmelo? Tali persone stanno, per così dire, sulle orme di Giobbe come apologia dell'uomo, che è al contempo difesa di Dio. Ancor più: sono in modo del tutto particolare in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni. Sono chiamate a superare, per così dire, nel proprio corpo, nella propria anima le tentazioni di un'epoca, a sostenerle per noi, anime comuni, e ad aiutarci nel passaggio verso Colui che ha preso su di sé il gravame di tutti noi.

 Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall'altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani. Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).

giovedì 11 febbraio 2016

Tre anni fa, il giorno che cambiò la Chiesa: la rinuncia di Benedetto XVI


Sono passati tre anni dall'11 febbraio 2013, il giorno in cui - sorprendendo il mondo con un fulmine a ciel sereno - Papa Benedetto XVI annunciava la sua rinuncia al ministero petrino. La fine del pontificato era stata fissata per il 28 febbraio. Proprio in quella data è fissata una speciale giornata di preghiera per Benedetto, con Benedetto. Il Papa Emerito, prima di ritirarsi dalla scena pubblica ha chiesto più volte a tutti i fedeli di continuare a pregare per lui, mentre egli stesso avrebbe continuato a pregare per tutti noi.
"Anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio", disse Benedetto nella Declaratio di rinuncia al Ministero Petrino.
Siamo certi che la sua parte dell'accordo l'ha mantenuta. Forse tanti che nella commozione del momento avevo promesso il loro ricordo, poi hanno un po' abbandonato l'impegno. Il 28 febbraio viene a scuoterci di nuovo. Da oggi a quella data abbiamo la possibilità di ricordare il tanto bene fatto da un pontefice straordinario e indimenticato, pregando con lui e per lui.
Intanto vediamoci  questo bel video, che la devozione al Papa Emerito Benedetto ha fatto mettere insieme da chi sostiene e diffonde la giornata di preghiera:


Qui il sito promotore della Giornata di preghiera

Scarica qui i libretti in varie lingue per la preghiera

"Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità. E mi sento molto appoggiato dalla vostra simpatia. Andiamo avanti insieme con il Signore per il bene della Chiesa e del mondo".
Benedetto XVI, Saluto da Castel Gandolfo, 28 febbraio 2013

venerdì 10 aprile 2015

La Divina Misericordia nella mistica di Angela da Foligno

Un passo molto bello del Libro della santa mistica francescana Angela da Foligno (presentata qui da Papa Benedetto XVI), ci introduce nella comprensione della Divina Misericordia come "medico" che risana l'essere umano con il perdono e "medicina" che lo mantiene in salute attraverso la conversione e la vita di penitenza.
La misericordia di Dio - ci spiega Angela, illuminata da rivelazioni interiori - dev'essere accolta come un dono gratuito, ma essa non agisce in modo "indolore", richiede cambiamento, allontanamento dal peccato, rimorso per il passato e "desiderio di liberarsi dalla malattia". Mostrarsi al medico è la prima cosa da fare, senza dimentica di fare tutto ciò che egli prescrive!
In questo modo va inteso il processo di liberazione dal peccato, non una dichiarazione forense di amnistia, ma un gioioso, sebbene faticoso, cammino di guarigione.

S. Angela da Foligno (1248-1309), Memoriale, cap. IV, il 21° passo
10. La divina misericordia...Ora nuovamente mi ha rivelato una cosa e me l’ha così impressa nel cuore e dimostrata tanto chiaramente, che a fatica posso trattenermi dal gridarla a tutti.
È questa: nessuna persona potrà portare scuse in ordine alla salvezza, perché non c’è bisogno che faccia se non come fa con il medico il malato, che gli manifesta la malattia e si prepara a mettere in atto le cose che gli dice. Così, non è necessario che una persona faccia di più o che si procuri altre medicine; deve soltanto mostrarsi al medico e disporsi a fare tutto quello che lui gli dice; e si guardi bene dal mischiarvi cose contrarie.L’anima capì che la medicina era il suo sangue e che gliela dava lui stesso. Il malato non deve fare altro che prepararsi e allora il medico gli ridà la salute e guarisce la sua malattia.
Qui l’anima capì che tutte le membra avevano una malattia particolare e indicò i loro peccati. Cominciò a contare tutte le membra e le loro colpe, che vide e specificò mirabilmente. Egli ascoltò tutto pazientemente e dopo affermò molto gioiosamente e piacevolmente che la guariva subito e aggiunse: «Maria Maddalena provò dolore, perché era malata, ed ebbe il desiderio di liberarsi dalla malattia. Chiunque ha questo desiderio può trovare come lei la salvezza».
Fece un altro esempio, sebbene fermandomi e meditando sul primo ne avessi per tutta la giornata. Disse: «Quando tornano al Padre i figlioli che con il peccato si allontanarono dal mio regno e si fecero figli del diavolo, egli prova gioia per il loro ritorno e mostra ad essi una letizia speciale, tanta è quella che gusta, e dà loro una grazia particolare, che non concede agli altri che furono vergini e non si separarono da lui. Questo avviene per l’amore del Padre e perché essi, ritornando, si dolgono d’aver offeso una maestà tanto grande, capiscono d’essere degni dell’inferno e hanno una tale conoscenza dell’amore del Padre, che provano un piacere speciale». 
Se volete leggere l'intero "Memoriale" di Sant'Angela da Foligno, lo trovate qui in formato PDF 

martedì 17 febbraio 2015

"Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai": le parole delle Ceneri illuminate da Papa Benedetto XVI


Il passaggio della Catechesi di mercoledì 17 febbraio 2010, in cui Papa Benedetto si sofferma a spiegare il contenuto pasquale delle parole bibliche tradizionali che il sacerdote proferisce su ciascuno dei penitenti che, a capo chino, vengono a ricevere l'imposizione delle ceneri all'inizio della Quaresima. Molti oggi le trascurano e le evitano, Benedetto, ancora, ce le illumina e fa gustare in questo passo e, per chi vuole approfondire ulteriormente, nella splendida omelia delle Ceneri del 2012 (vedi qui).
Il momento favorevole e di grazia della Quaresima ci mostra il proprio significato spirituale anche attraverso l’antica formula: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai, che il sacerdote pronuncia quando impone sul nostro capo un po’ di cenere. Veniamo così rimandati agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,19). Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, anzi alla nostra morte, che ne è la forma estrema. Di fronte all’innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l’esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte.
L’uomo è polvere e in polvere ritornerà, ma è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. Così la formula liturgica “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” trova la pienezza del suo significato in riferimento al nuovo Adamo, Cristo. Anche il Signore Gesù ha liberamente voluto condividere con ogni uomo la sorte della fragilità, in particolare attraverso la sua morte in croce; ma proprio questa morte, colma del suo amore per il Padre e per l’umanità, è stata la via per la gloriosa risurrezione, attraverso la quale Cristo è diventato sorgente di una grazia donata a quanti credono in Lui e vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena della nostra esistenza, ma sarà portata a compimento dopo “la risurrezione della carne”. Il piccolo gesto dell’imposizione delle ceneri ci svela la singolare ricchezza del suo significato: è un invito a percorrere il tempo quaresimale come un’immersione più consapevole e più intensa nel mistero pasquale di Cristo, nella sua morte e risurrezione, mediante la partecipazione all’Eucaristia e alla vita di carità, che dall’Eucaristia nasce e nella quale trova il suo compimento. Con l’imposizione delle ceneri noi rinnoviamo il nostro impegno di seguire Gesù, di lasciarci trasformare dal suo mistero pasquale, per vincere il male e fare il bene, per far morire il nostro “uomo vecchio” legato al peccato e far nascere l’”uomo nuovo” trasformato dalla grazia di Dio.

domenica 5 ottobre 2014

Esclusivo: contributo del Papa Emerito Benedetto XVI per il Sinodo sulla famiglia!


Un titolo così non sarebbe sbagliato, ma mancherebbe di indicare la data di questo contributo.... comunque attira l'attenzione ;-)! Vi riporto un discorso del 2008, fatto da Papa Benedetto a Lourdes, in Francia, e rivolto proprio ai vescovi (leggi qui il discorso intero). Tratta vari argomenti che Ratzinger riteneva (e certamente ritiene tuttora) di importanza capitale. Chissà se almeno i vescovi francesi porteranno nella loro valigetta anche questa pagina luminosa e chiarissima del recente magistero papale. Non sono passati secoli... quello che era vero 6 anni fa, sarà ancora vero oggi? O la Chiesa ha cambiato missione e verità improvvisamente? Vogliamo continuare ad andare controcorrente per il bene del mondo o i nostri vescovi decideranno che è ora di andare come il mondo suggerisce?
Duqneu, dopo aver trattato di problemi del sacerdozio, Papa Ratzinger proseguiva così la sua allocuzione alla Conferenza Episcopale d'oltralpe:

"Quali sono gli altri campi che richiedono maggiore attenzione? Le risposte possono differire da una diocesi all’altra, ma vi è un problema che appare dappertutto di una particolare urgenza: è la situazione della famiglia. 
Sappiamo che la coppia e la famiglia affrontano oggi delle vere burrasche. Le parole dell’evangelista a proposito della barca nella tempesta in mezzo al lago possono applicarsi alla famiglia: “Il vento gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena” (Mc 4, 37). I fattori che hanno generato questa crisi sono ben conosciuti, e non mi soffermerò perciò ad elencarli. Da vari decenni le leggi hanno relativizzato in molti Paesi la sua natura di cellula primordiale della società. Spesso le leggi cercano più di adattarsi ai costumi e alle rivendicazioni di particolari individui o gruppi, che non di promuovere il bene comune della società.
L’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata alla edificazione di un benessere terreno, grazie alla nascita di bambini donati da Dio, non è più, nella mente di certuni, il modello a cui l’impegno coniugale mira. Tuttavia l’esperienza insegna che la famiglia è lo zoccolo solido sul quale poggia l’intera società. Di più, il cristiano sa che la famiglia è anche la cellula viva della Chiesa. Più la famiglia sarà imbevuta dello spirito e dei valori del Vangelo, più la Chiesa stessa ne sarà arricchita e risponderà meglio alla sua vocazione. Conosco, per altro, ed incoraggio vivamente gli sforzi che fate per recare il vostro sostegno alle diverse associazioni che operano per aiutare le famiglie.
Avete ragione di attenervi con fermezza, anche a costo di andare controcorrente, ai principi che fanno la forza e la grandezza del Sacramento del matrimonio. 
La Chiesa vuol restare indefettibilmente fedele al mandato che le ha affidato il suo Fondatore, il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo. Essa non cessa di ripetere con Lui: “Ciò che Dio ha unito l’uomo non lo separi!” (Mt 19,6). La Chiesa non si è data da sola questa missione: l’ha ricevuta. Certo, nessuno può negare l’esistenza di prove, a volte molto dolorose, che certi focolari attraversano. Sarà necessario accompagnare le famiglie in difficoltà, aiutarle a comprendere la grandezza del matrimonio, e incoraggiarle a non relativizzare la volontà di Dio e le leggi di vita che Egli ci ha dato. Una questione particolarmente dolorosa, come sappiamo, è quella dei divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si possono dunque ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime. L’Esortazione apostolica Familiaris consortio ha indicato il cammino aperto da un pensiero rispettoso della verità e della carità".

Dal DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI ALLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE - Viaggio apostolico in Francia, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes (12 - 15 SETTEMBRE 2008), Hémicycle Sainte-Bernadette Lourdes, domenica 14 settembre 2008

domenica 27 aprile 2014

La canonizzazione dei Santi Papi da rivedere. Video del CTV

Il video della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, senza commenti, con il suono in presa diretta dalla celebrazione:


Il libretto per seguire la celebrazione è scaricabile qui

sabato 29 marzo 2014

Lungimiranza di Benedetto con Anglicanorum Coetibus: "matrimonio" omo e lo sbriciolarsi della Chiesa d'Inghilterra


Non ringrazieremo mai abbastanza Papa Benedetto XVI per la sua lungimiranza - ben poco riconosciuta all'epoca - a proposito della scialuppa di salvataggio offerta agli anglicani che volevano traghettare verso la Chiesa di Roma. Con un documento di pochi numeri, l'Anglicanorum Coetibus, Papa Ratzinger forniva la cornice di riferimento in cui inquadrare i convertiti dalle comunità ecclesiali figlie delle scisma di Enrico VIII. Il motivo, nel lontano 2009, era visto in particolare nella crisi ecclesiologica dell'impossibilità per molti anglo-cattolici di accettare il ministero episcopale femminile, che di lì a poco doveva essere ammesso anche nella chiesa anglicana madre, quella inglese. Ma Benedetto sapeva che il declino della chiesa nazionale d'Inghilterra non riguardava solo il ministero sacerdotale. Una chiesa di Stato, che è legata a doppio filo con uno Stato completamente secolarizzato e con punte avanzate anticristiane, e che pure accetta questa condizione di subalternità (i vescovi sono approvati dal Primo Ministro!), non ha futuro perché non ha libertà e deve seguire gli alti e bassi dell'opinione e le svolte del sentimento della Nazione.
Oggi in Gran Bretagna entra in vigore la legge che permette a tutti, senza distinzione di sesso, di sposarsi con chi si preferisce: uomini con uomini, donne con donne o secondo il metodo misto (che - bontà loro - rimane consentito!). Potete ben capire come chi è già passato dagli anglicani alla Chiesa romana sia ben contento di averlo fatto, e molti altri - e prevedibile - seguiranno la strada di convergere sugli Ordinariati cattolici per ex-anglicani.
Un ennesimo grande dibattito si è infatti acceso nella chiesa Anglicana, che riassumo così: "Dobbiamo accettare questa ulteriore innovazione che contraddice ciò che fino a poco fa abbiamo creduto e professato?". Ufficialmente il Governo ha previsto delle tutele per la chiesa che non si sente "ancora" in grado di celebrare all'altare matrimoni gay. Eppure tutti sanno che è un paravento temporaneo. 
Damian Thompson, commentatore religioso del The Telegraph, ha scritto un articolo molto interessante su come andranno le cose, a partire dal dissenso liberal già oltremodo diffuso a tutti i livelli della Chiesa d'Inghilterra. L'ha intitolato, in maniera eloquente: "Il matrimonio omosessuale cambierà la Chiesa d'Inghilterra per sempre" (Leggi qui in inglese)
Il vescovo di Buckingam - ci riporta il cronista - ha invitato i preti ad essere "creativi" e aggirare il divieto che "per ora" la Chiesa impone sui matrimoni di persone dello stesso sesso. Intendiamoci: oggi una benedizione e una cerimonia religiosa per l'unione non si nega a nessuno. L'unica cosa ancora "vietata" è chiamare questa cerimonia "matrimonio"!
Il buon vescovo dice che è "moralmente scandalosa" la posizione della sua chiesa. Io direi che è, almeno, una posizione ipocrita. 
Il punto è che fino ad oggi ci sono preti e perfino vescovi che convivono con i loro compagni (o compagne se sono presbitere....), ma da oggi siccome c'è il matrimonio dovrebbero sposarsi, e rendere così pubblica la loro scelta. Questo, evidentemente, è un problema per una chiesa e per dei preti che fanno una scelta in contraddizione con le linee delle loro Chiesa, la quale fa finta di non vedere e di non sentire: perché in realtà la Chiesa d'Inghilterra è oramai clinicamente morta. O meglio: "cristianamente morta". Ognuno è perfettamente libero di credere e di fare ciò che vuole. L'imbarazzo dell'Arcivescovo di Canterbury è poi palpabile: è contrario al matrimonio gay per ufficio, ma favorevole a livello personale!
Cosa succederà nel prossimo futuro a questa "chiesa nazionale" data ormai in liquidazione? Vi traduco la parte finale del pezzo di Thompson:
Ecco la mia predizione: Da oggi, il clero pro-gay inizierà a forzare il "triplice lucchetto" di Cameron che impedisce alle parrocchie di tenere veri e propri matrimoni gay; e durante la prossima legislatura questo impedimento cesserà di esistere. Preti (e donne-prete) che desiderano sposare coppie dello stesso sesso, o invero sposare il proprio partner gay, semplicemente lo faranno. Le parrocchie degli Anglo-cattolici e quelle Evangelical che rifiutano l'idea non saranno costrette a tenere tali cerimonie, ma entrambe queste ali della Chiesa d'Inghilterra si stanno muovendo anch'esse in direzione liberale, sul lungo periodo il cambiamento demografico finirà il lavoro.
E' poi difficile esagerare l'effetto di indebolimento che questa situazione avrà sulle strutture centrali della Chiesa. Le deliberazioni del Sinodo Generale saranno rese irrilevanti. La finzione della "Comunione Anglicana" sarà abbandonata. Le province conservatrici in Africa ripudieranno la Chiesa d'Inghilterra; l'azione disciplinare presa all'ultima Conferenza di Lambeth nei confronti della Chiesa episcopale statunitense a cui "tutto va bene" cesserà di avere un pur minimo significato.
Negli anni '90, quando ho iniziato a fare il reporter di questioni anglicane, il matrimonio omosessuale era considerato un orrore non-negoziabile dalla maggior parte del clero e dei frequentatori della chiesa. L'infrangersi di quel consenso si è verificato assai prima di quanto anche i più ottimisti tra gli attivisti gay-cristiani consideravano possibile.
E se il centro non tiene più, ci si deve chiedere: qual è il prossimo tema aperto alla negoziazione? La fede nella vita eterna? La divinità di Gesù di Nazareth? Dopo ciò che succede oggi una cosa è scomodamente chiara: la Chiesa d'Inghilterra ha perso la forza - e perfino la propensione - di "segnare una linea nella sabbia" (cioè di definire i confini morali)
Forse quest'esperienza desolante di una chiesa che implode per voler correre dietro al mondo dovrebbe essere di monito anche in casa nostra, ricordando che il Vangelo non cambia e adattarlo ai tempi non significa che oggi è lecito quello che il Signore ha dichiarato peccaminoso. Questo vale in tutte le questioni, ma certo oggi ci vuole fede: senza credere alla Parola di Dio - visto lo squagliarsi di ogni razionalità condivisa nella società occidentale - niente tiene più e tutto diventa allegramente (e gaiamente) relativo.
Gli arcivescovi  inglesi di York e Canterbury.
Thompson commenta: "oggi come oggi il loro potere è in pezzi"

domenica 23 marzo 2014

Cinque mariti e in cerca della vera gioia: la Samaritana secondo Benedetto

Riporto una parte significativa del discorso improvvisato dal Santo Padre Benedetto XVI al termine dell'incontro con i gruppi parrocchiali di Santa Maria liberatrice di Testaccio (24 febbraio 2008). Ha come spunto l'episodio del Vangelo di questa III domenica di Quaresima, in particolare l'attenzione di Gesù per la ricerca affannata e sbagliata della Samaritana che, incontrando il Messia, appaga finalmente la sua sete di libertà e gioia:
Oggi abbiamo letto un brano del Vangelo molto attuale. La donna samaritana della quale si parla, può apparire come una rappresentante dell'uomo moderno, della vita moderna. Ha avuto cinque mariti e convive con un altro uomo. Faceva ampio uso della sua libertà e tuttavia non diventava più libera, anzi diventava più vuota. Ma vediamo anche che in questa donna era vivo un grande desiderio di trovare la vera felicità, la vera gioia. Per questo era sempre inquieta e si allontanava sempre di più dalla vera felicità. 
Tuttavia anche questa donna, che viveva una vita apparentemente così superficiale, anche lontana da Dio, nel momento in cui Cristo le parla allora mostra che nella profondità del cuore custodiva questa domanda su Dio: chi è Dio? Dove possiamo trovarlo? Come possiamo adorarlo? In questa donna possiamo vedere tutto lo specchio della nostra vita di oggi, con tutti i problemi che ci coinvolgono; ma vediamo anche come nella profondità del cuore ci sia sempre la questione di Dio, e l'attesa che Egli si mostri in un altro modo.
La nostra attività è realmente l'attesa; rispondiamo all'attesa di quanti attendono la luce del Signore, e nel darle risposta a questa attesa anche noi cresciamo nella fede e possiamo capire che questa fede è quell'acqua della quale abbiamo sete. 
In questo senso voglio incoraggiarvi ad andare avanti con il vostro impegno pastorale e missionario, con il vostro dinamismo per aiutare le persone di oggi a trovare la vera libertà e la vera gioia. Tutti, come questa donna del Vangelo, sono in cammino per essere totalmente liberi, per trovare la piena libertà e per trovare in essa la gioia piena; ma spesso si ritrovano sulla strada sbagliata. Possano costoro, tramite la luce del Signore e la nostra cooperazione con il Signore, scoprire che la vera libertà viene dall'incontro con la Verità che è l'amore e la gioia.
L'incontro con la Samaritana - Abbazia S.Angelo in Formis XI sec.

sabato 22 marzo 2014

La sete di Gesù nella spiegazione di Benedetto XVI


BENEDETTO XVI
Piazza San Pietro - III Domenica di Quaresima, 24 febbraio 2008

Cari fratelli e sorelle,
in questa terza Domenica di Quaresima la liturgia ripropone quest’anno uno dei testi più belli e profondi della Bibbia: il dialogo tra Gesù e la Samaritana (cfr Gv 4,5-42). ...È impossibile rendere in una breve spiegazione la ricchezza di questa pagina evangelica: occorre leggerla e meditarla personalmente, immedesimandosi in quella donna che, un giorno come tanti altri, andò ad attingere acqua dal pozzo e vi trovò Gesù, seduto accanto, "stanco del viaggio", nella calura del mezzogiorno. "Dammi da bere", le disse, lasciandola molto stupita: era infatti del tutto inconsueto che un giudeo rivolgesse la parola a una donna samaritana, per di più sconosciuta. Ma la meraviglia della donna era destinata ad aumentare: Gesù parlò di un’"acqua viva" capace di estinguere la sete e diventare in lei "sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna"; dimostrò inoltre di conoscere la sua vita personale; rivelò che era giunta l’ora di adorare l’unico vero Dio in spirito e verità; e infine le confidò – cosa rarissima – di essere il Messia.

Tutto questo a partire dall’esperienza reale e sensibile della sete. Il tema della sete attraversa tutto il Vangelo di Giovanni: dall’incontro con la Samaritana, alla grande profezia durante la festa delle Capanne (Gv 7,37-38), fino alla Croce, quando Gesù, prima di morire, disse per adempiere la Scrittura: "Ho sete" (Gv 19,28). La sete di Cristo è una porta di accesso al mistero di Dio, che si è fatto assetato per dissetarci, così come si è fatto povero per arricchirci (cfr 2 Cor 8,9). Sì, Dio ha sete della nostra fede e del nostro amore. Come un padre buono e misericordioso desidera per noi tutto il bene possibile e questo bene è Lui stesso. La donna di Samaria invece rappresenta l’insoddisfazione esistenziale di chi non ha trovato ciò che cerca: ha avuto "cinque mariti" ed ora convive con un altro uomo; il suo andare e venire dal pozzo per prendere acqua esprime un vivere ripetitivo e rassegnato. Tutto però cambiò per lei quel giorno, grazie al colloquio con il Signore Gesù, che la sconvolse a tal punto da indurla a lasciare la brocca dell’acqua e a correre per dire alla gente del villaggio: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?" (Gv 4,28-29).

Cari fratelli e sorelle, anche noi apriamo il cuore all’ascolto fiducioso della parola di Dio per incontrare, come la Samaritana, Gesù che ci rivela il suo amore e ci dice: il Messia, il tuo salvatore "sono io, che ti parlo" (Gv 4,26). Ci ottenga questo dono Maria, prima e perfetta discepola del Verbo fatto carne.

giovedì 13 marzo 2014

Anniversario dell'elezione di Francesco, Vescovo di Roma, Pastore della Chiesa universale


Una volta ai Pontefici romani, il giorno della loro "incoronazione" veniva per tre volte ricordato "Pater Sancte, sic transit gloria mundi", mentre un chierico dava fuoco ad un batuffolo di stoppa mentre il Papa era portato in trionfo sulla sedia gestatoria, tra applausi e osanna. A Francesco - questo è poco ma sicuro - un tale gesto non serve: è lui che lo ricorda continuamente alla Chiesa intera! Però come Chiesa intera dobbiamo ricordare un altro testo che pare un po' dimenticato (veniva cantato subito dopo il sic transit gloria mundi!): il Papa, qualunque Papa, non è tanto "il parroco del mondo", ma piuttosto "Pietro in persona". "Tu es Petrus", tu, Papa attuale, continui il servizio di Pietro, il servizio di tutti i Papi, per la saldezza della fede in Cristo della Chiesa universale, per l'unità della Chiesa, la custodia del deposito della fede e il proseguimento della missione evangelizzatrice. La tua persona e il tuo ufficio sono tuttavia incommensurabili, e bisogna sempre temere quando l'ufficio viene confuso con la persona: l'ufficio deve permanere ed essere esercitato, la persona che lo assume di volta in volta passa, col suo carattere e caratteristiche, spigoli e rotondità, diverse come diversi sono gli individui. No al "Papa-Superman" ammoniva Francesco pochi giorni fa nell'intervista al Corriere (leggi qui).

Il rischio è di confondere persona e ufficio, in una specie di monofisismo papolatrico che non può che infastidire specialmente i fratelli cristiani della Riforma o dell'Ortodossia, ma spesso non è percepito dai buoni cattolici. Non è una tentazione nuova: ne avevamo visto i prodromi già con Giovanni Paolo II. Ma poi era venuto Benedetto. Grazie a Dio, Papa Francesco ha nel suo immediato predecessore un vaccino potentissimo, che però pare non funzionare sui media e su tanti cristiani che dipendono da essi per la loro idea e valutazione del Papa e degli eventi ecclesiali. Ratzinger ci ha insegnato con il gesto sbalorditivo della rinuncia, che il ministero petrino non può essere identificato con la persona che lo esercita "pro tempore". Questa è vera umiltà, questa è autentica immunità alla mondanità spirituale. Il servizio di Pietro alla comunione è essenziale alla Chiesa, il colore delle scarpe o la collocazione della stanza del Pontefice sono scelte personali (che arrivano anche a particolari gesti di santità), ma non sono legati al compito richiesto al Vicario di Cristo. Del resto, tutti lo sanno, la santità di un Papa non si valuta da come ha governato la Chiesa, e d'altra parte grandi pontefici della storia non sono sempre stati dei "modelli" appariscenti o stinchi di santo...

Chiediamo oggi al Signore di darci in Francesco un Papa secondo il suo Cuore, non secondo i desideri del Mondo, che - com'è risaputo - non fa gli interessi di Dio, ma i propri conti (e forti sconti sul Vangelo). Imploriamo il Signore che il Pontefice "non fugga davanti ai lupi rapaci" che desiderano oggi, come sempre, disperdere e dilaniare il gregge di Cristo (hanno solo cambiato modo di camuffarsi per nascondersi tra le pecore...). Come ricorda l'oremus per il Papa, che vi riporto sotto, chiediamo infine che il Santo Padre ci edifichi con l'esempio, ma non esiti ad edificarci con la sua parola autorevole, di cui abbiamo tanto bisogno, soprattutto oggi, nella ridda di interpretazioni che lo circondano.





V. Orémus pro Pontífice nostro Francísco.
R. Dóminus consérvet eum, et vivíficet eum, et beátum fáciat eum in terra, et non tradat eum in ánimam inimicórum eius.

V. Preghiamo per il nostro Papa Francesco
R. Il Signore lo conservi, gli doni vita, lo renda felice sulla terra e non lo lasci in preda ai suoi nemici.
V. Tu es Petrus.
R. Et super hanc petram ædificábo Ecclésiam meam.

V. Tu sei Pietro.
R. E su questa pietra edificherò la mia Chiesa.
Orémus.
Deus, ómnium fidélium pastor et rector, fámulum tuum Francísco, quem pastórem Ecclésiae tuae præesse voluísti, propítius réspice: da ei, quæsumus, verbo et exémplo, quibus praeest, profícere: ut ad vitam, una cum grege sibi crédito, pervéniat sempitérnam. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.


Preghiamo
O Dio, pastore e guida di tutti i credenti, guarda il tuo servo 
Francesco che hai posto a presiedere la tua Chiesa; sostienilo con il tuo amore, perché edifichi con la parola e con l’esempio il popolo che gli hai affidato, e insieme giungano alla vita eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Mater Ecclésiæ, ora pro nobis.
Sancte Petre, ora pro nobis.

Madre della Chiesa. Prega per noi.
San Pietro. Prega per noi.

venerdì 28 febbraio 2014

Canti di Quaresima: l'inno Audi benigne Conditor, con un omaggio a Benedetto XVI

Arriva la santa Quaresima, e ci accingiamo a rispolverare ancora e ancora gli inni di questo tempo liturgico. Ecco allora "Audi, benigne Conditor", "ascolta benevolo creatore", cantato all'ultima celebrazione delle Ceneri presieduta da Papa Benedetto XVI: era il 13 febbraio 2013.
Insieme al video musicale, c'è sotto lo spartito e vi ricordo un altro post che parla dello stesso canto (e lo fa ascoltare in altra esecuzione): vedi qui.


Ascolta, Creatore benigno, 
il grido che alziamo di pianto, 
in questo digiuno che compie 
i santi quaranta tuoi giorni

O tu, che nei cuori ci scruti 
e sai quanto fragili siamo, 
a te ritornati, concedi 
la gioia di un largo perdono.

Poiché troppo abbiamo peccato, 
ma tu da’ il perdono ai contriti 
a gloria del nome tuo santo, 
lenisci la piaga dei cuori.

Con questa astinenza, concedi 
che il corpo rinasca temprato, 
che sobria la mente digiuni, 
non più lusingata dal male.

O Dio, che sei unico e trino, 
sia il dono che noi ti facciamo 
del nostro digiuno frugale 
copioso di frutti ai tuoi occhi. 
Amen.


sabato 22 febbraio 2014

Il Concistoro con due Papi

Confermata la presenza di Benedetto XVI al primo Concistoro per la creazione di nuovi cardinali tenuto dal suo successore Papa Francesco. Qui sotto il video-streaming e qui il libretto per seguire la celebrazione:

sabato 8 febbraio 2014

Giuseppina Bakhita, santa afro-veneta. La sua storia e la sua Messa

Santa Giuseppina Bakhita, la "santa moretta" dei vicentini, è oggi celebrata in tutta la Chiesa. Un esempio fulgido di come Dio tragga i suoi capolavori anche dal fango della cattiveria umana degli schiavisti e dei trafficanti "in carne umana".

Rispondendo alle domande dei seminaristi, ancora nel 2007, Papa Benedetto aveva citato Santa Giuseppina (vedi qui), ricordando questo aneddoto:
Mi viene qui in mente una piccola storia di Santa Bakhita, questa bella Santa africana, che era schiava in Sudan, poi in Italia ha trovato la fede, si è fatta suora e quando era già anziana il vescovo faceva visita al suo monastero, nella sua casa religiosa e non la conosceva; vide questa piccola, già curva, suora africana e disse a Bakhita: "Ma che cosa fa Lei, sorella?"; la Bakhita rispose: "Io faccio La stessa cosa che Lei, Eccellenza". Il vescovo stupito chiese: "Ma che cosa?" e Bakhita rispose: "Ma Eccellenza, noi due vogliamo fare la stessa cosa, fare la volontà di Dio". Mi sembra una risposta bellissima, il Vescovo e la piccola suora, che quasi non poteva più lavorare, facevano, in posizioni diverse, la stessa cosa, cercavano di fare la volontà di Dio e così erano al posto giusto.
La RAI ha prodotto un bel film in due puntate sulla sua vicenda: dalla schiavitù alla gloria degli altari, passando per l'incontro con Cristo e la vita religiosa. Lo si può vedere qui tutto intero.


Rileggiamo il bel passaggio che Papa Benedetto XVI dedica nell'enciclica "Spe Salvi" a questa santa, tanto amata anche da Papa Francesco. E' la santa che incarna la speranza di essere redenta, in senso proprio prima ancora che religioso. Redimere vuol dire letteralmente "essere riscattati dalla schiavitù". Questa esperienza di vita ha condotto Bakhita a incontrare il suo vero redentore e a consacrarsi a lui:
Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall'incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile. L'esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio. Penso all'africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II. Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All'età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all'avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo « padroni » così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava «paron» il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un « paron » al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal « Paron » supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava «alla destra di Dio Padre». Ora lei aveva «speranza» – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era «redenta», non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio. Così, quando si volle riportarla nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo «Paron». Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L'8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane e da allora – accanto ai suoi lavori nella sagrestia e nella portineria del chiostro – cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l'incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l'aveva «redenta», non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti (Benedetto XVI, Spe salvi, n. 3).
Per chi fosse interessato all'eucologia della Santa, posto qui sotto le preghiere della Messa in italiano per il giorno della sua memoria, tratte dal Proprio della Diocesi di Vicenza.

8 febbraio SANTA GIUSEPPINA BAKHITA, vergine      
GIUSEPPINA BAKHITA, oriunda dell’Africa Centrale (zona del Darfur in Sudan), ancora bambina fu rapita e venduta da crudeli negrieri. Ma Dio, che la prediligeva, la guidò per vie prodigiose al Battesimo e poi alla vita religiosa tra le Figlie di Santa Maddalena di Canossa.
Semplice, umile e fedele visse la sua consacrazione fino allo splendore di eroiche virtù. Morì a Schio, l’8 febbraio 1947.
Papa Giovanni Paolo II la proclamò beata il 17 maggio 1992 e santa il 1 ottobre 2000.
La Congregazione del Culto divino in data 11 gennaio 1994 concesse alla nostra Diocesi la celebrazione liturgica della memoria della Beata Giuseppina Bakhita nel giorno 8 febbraio di ogni anno. Con la Terza edizione “typica” del Messale Romano la memoria è entrata nel calendario della Chiesa universale.

Dal Comune delle vergini

COLLETTA
O Dio, che hai elevato santa Giuseppina (Bakhita)
dalla misera condizione di schiava
alla dignità di figlia tua e sposa di Cristo,
concedi che, sul suo esempio,
seguiamo con amore fedele il Signore Gesù crocifisso e,
dediti alle opere di misericordia,
perseveriamo nella carità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

SULLE OFFERTE
O Dio, mirabile nei tuoi santi,
accogli questi doni che ti presentiamo
nel ricordo di santa Giuseppina Bakhita e,
come ti fu gradita la sua testimonianza verginale,
ti sia ben accetta l'offerta del nostro sacrificio.
Per Cristo nostro Signore.

ANTIFONA ALLA COMUNIONE
Ecco lo sposo che viene,
andate incontro a Cristo Signore. Cfr Mt 25, 6

DOPO LA COMUNIONE
O Padre, che ci hai nutrito con il pane della vita,
fa’ che sull'esempio
di santa Giuseppina Bakhita vergine,
portiamo nel nostro corpo mortale
la passione di Cristo Gesù
per aderire a te, unico e sommo bene.
Per Cristo nostro Signore.

venerdì 25 ottobre 2013

Il Twitter del Papa sfiora ormai 10 milioni di seguaci. La rimonta degli ispanici e altre cifre

L'account Twitter @Pontifex, nelle sue varie lingue (sono 8+1, il latino), sta ormai sfiorando i 10 milioni di "followers", seguaci che non solo leggono e meditano i brevi messaggi di testo spediti dal Papa, ma soprattutto "rispediscono" spessissimo ai loro amici quanto il Pontefice ha twittato. In questo modo si attua una vera e propria "semina" su scala mondiale delle parole essenziali e feconde offerte dal Santo Padre.
L'account pontificio è stato aperto a dicembre dell'anno scorso dal pioniere Benedetto XVI, e in meno di un anno ne ha fatta di strada, passando - tra l'altro - dalle mani di Papa Ratzinger alla tastiera di Papa Bergoglio.
Un buon panorama della vicenda del micro-blogging papale ce l'ha fornita qualche giorno fa la conferenza di cui vi relazionavo in questo post.

Adesso volevo riprendere alcuni dati attuali e confrontarli con i dati dell'anno passato, relativi ai primi giorni di attività di @pontifex. Alcuni dati li avevo presentati in questo post.
Come tutti ricordano, l'account era stato aperto vari giorni in anticipo rispetto al fatidico "primo tweet" del 12 dicembre, per permettere, a chi volesse, di iscriversi per tempo. Il giorno 10 dicembre, nelle diverse lingue, ho contato 886.393 followers, il giorno dopo, di mattina, erano 911.807. A distanza di una giornata dal primo tweet, cioè il 13 dicembre, erano quasi raddoppiati: 1.705.759! Un vero successo inaspettato.
Ma piano piano, mese dopo mese, l'usignolo blu del Papa ha continuato ad acquistare amici, nonostante il lungo silenzio del periodo drammatico dell'abdicazione e del successivo tempo del conclave.
Ieri ho contato 9.972.088, quasi 10 milioni di followers!
C'è da dire, però, che questo numero non equivale a 10 milioni di persone fisiche. Come me (e come tanti di voi) sono in parecchi a seguire più di una lingua contemporaneamente (latino compreso).

Comunque sia l'aspetto che più mi preme mettere in evidenza è come sia cambiato il "peso" relativo delle lingue tra l'inizio delle attività in Twitter di Papa Benedetto e la stabilizzazione attuale con Papa Francesco.
Le percentuali parlano da sole e ci raccontano senza ombra di dubbio il risveglio dell'America Latina cattolica, che - grazie al nuovo Papa - ha cominciato ad interessarsi al Santo Padre.
Guardate qui:


Ecco i numeri assoluti, dai contatori di Twitter, che ci mostrano il boom di iscrizioni alla lingua spagnola e portoghese (certo merito della GMG di Rio). Lo spagnolo, quasi raddoppiato in termini percentuali e divenuto la prima lingua dei followers del Papa: è già oltre quota 4 milioni, quasi un milione in più dell'inglese, che pochi mesi fa faceva da padrone (60% degli iscritti, oltre 3 volte il numero degli ispano-parlanti). Un vero exploit:
A parte le percentuali, però, c'è da dire che comunque i fruitori in lingua inglese sono triplicati quanto a numero assoluto.
Anche l'italiano fa un buon risultato, entrando tra le tre lingue che sfondano il milione di followers, aumentando di otto volte. E non parliamo del latino, che pur essendo considerato una "lingua morta", con quasi 180 mila iscritti supera persino lingue vive come il tedesco, il polacco e l'arabo.

La comunicazione via Twitter e l'analisi delle percentuali di iscritti nelle varie lingue mi pare proprio una conferma di quanto già si andava notando: il riaccendersi di interesse per la parola del Papa in varie regioni del mondo, che ora - non solo grazie alla tecnologia, ma soprattutto per la provenienza geografica dell'emittente dei messaggi - si stanno in massa "sintonizzando" sulle sue frequenze.

mercoledì 9 ottobre 2013

E Ratzinger risponde: 5 obiezioni e 5 risposte dell'ex-Papa sulla pastorale dei divorziati risposati

Nel 2011 l'Osservatore Romano ha ripubblicato queste chiare argomentazioni pubblicate nel 1998 dall'allora Card. Ratzinger alle ricorrenti obiezioni sollevate per aggirare o denigrare la pastorale cattolica nei confronti delle persone che dopo un matrimonio valido decidono di passare a nuove nozze. Ratzinger, con ottima sintesi, mostra che le questioni non sono "soggettive" o di carattere morale e nemmeno di difformità di prassi tra Oriente e Occidente, sottolinea invece che ogni soluzione non può prescindere dalla fedeltà alla Parola di Dio, espressa con evidenza nei Vangeli e nelle lettere di san Paolo, ed attestata dal magistero dei Padri della Chiesa fino ai nostri giorni.


A proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati

Nel 1998 il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, introdusse il volume intitolato Sulla pastorale dei divorziati risposati, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in una collana del dicastero («Documenti e Studi», 17). Per l’attualità e l’ampiezza di prospettive di questo scritto poco conosciuto, ne riproponiamo la terza parte, con l’aggiunta di tre note. Il testo è disponibile sul sito del giornale (www.osservatoreromano.va), oltre che in italiano, anche in francese, inglese, portoghese, spagnolo e tedesco.

La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati del 14 settembre 1994 (vedi qui il testo) ha avuto una vivace eco in diverse parti della Chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della Chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

Alcune obiezioni più significative — soprattutto il riferimento alla prassi ritenuta più flessibile dei Padri della Chiesa, che ispirerebbe la prassi delle Chiese orientali separate da Roma, così come il richiamo ai principi tradizionali dell’epikèia e della aequitas canonica — sono state studiate in modo approfondito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Gli articoli dei professori Pelland, Marcuzzi e Rodriguez Luño (1) sono stati elaborati nel corso di questo studio. I risultati principali della ricerca, che indicano la direzione di una risposta alle obiezioni avanzate, saranno ugualmente qui brevemente riassunti.

1. Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento, che la parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio permetta un’applicazione flessibile e non possa essere classificata in una categoria rigidamente giuridica.

Alcuni esegeti rilevano criticamente che il Magistero in relazione all’indissolubilità del matrimonio citerebbe quasi esclusivamente una sola pericope — e cioè Marco, 10, 11-12 — e non considererebbe in modo sufficiente altri passi del Vangelo di Matteo e della prima Lettera ai Corinzi. Questi passi biblici menzionerebbero una qualche “eccezione” alla parola del Signore sull’indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (Matteo, 5, 32; 19, 9) e nel caso di separazione a motivo della fede (1 Corinzi, 7, 12-16). Tali testi sarebbero indicazioni che i cristiani in situazioni difficili avrebbero conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù.

A questa obiezione si deve rispondere che i documenti magisteriali non intendono presentare in modo completo ed esaustivo i fondamenti biblici della dottrina sul matrimonio. Essi lasciano questo importante compito agli esperti competenti. Il Magistero sottolinea però che la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio deriva dalla fedeltà nei confronti della parola di Gesù. Gesù definisce chiaramente la prassi veterotestamentaria del divorzio come una conseguenza della durezza di cuore dell’uomo. Egli rinvia — al di là della legge — all’inizio della creazione, alla volontà del Creatore, e riassume il suo insegnamento con le parole: «L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» (Marco, 10, 9). Con la venuta del Redentore il matrimonio viene quindi riportato alla sua forma originaria a partire dalla creazione e sottratto all’arbitrio umano — soprattutto all’arbitrio del marito, per la moglie infatti non vi era in realtà la possibilità del divorzio. La parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è il superamento dell’antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia. Solo così il matrimonio può rendere pienamente giustizia alla vocazione di Dio all’amore ed alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè «Sacramento» (cfr. Efesini, 5, 32).

La possibilità di separazione, che Paolo prospetta in 1 Corinzi, 7, riguarda matrimoni fra un coniuge cristiano e uno non battezzato. La riflessione teologica successiva ha chiarito che solo i matrimoni tra battezzati sono «sacramento» nel senso stretto della parola e che l’indissolubilità assoluta vale solo per questi matrimoni che si collocano nell’ambito della fede in Cristo. Il cosiddetto «matrimonio naturale» ha la sua dignità a partire dall’ordine della creazione ed è pertanto orientato all’indissolubilità, ma può essere sciolto in determinate circostanze a motivo di un bene più alto — nel caso la fede. Così la sistematizzazione teologica ha classificato giuridicamente l’indicazione di san Paolo come privilegium paulinum, cioè come possibilità di sciogliere per il bene della fede un matrimonio non sacramentale. L’indissolubilità del matrimonio veramente sacramentale rimane salvaguardata; non si tratta quindi di una eccezione alla parola del Signore. Su questo ritorneremo più avanti.

A riguardo della retta comprensione delle clausole sulla pornèia esiste una vasta letteratura con molte ipotesi diverse, anche contrastanti. Fra gli esegeti non vi è affatto unanimità su questa questione. Molti ritengono che si tratti qui di unioni matrimoniali invalide e non di eccezioni all’indissolubilità del matrimonio. In ogni caso la Chiesa non può edificare la sua dottrina e la sua prassi su ipotesi esegetiche incerte. Essa deve attenersi all’insegnamento chiaro di Cristo.

2. Altri obiettano che la tradizione patristica lascerebbe spazio per una prassi più differenziata, che renderebbe meglio giustizia alle situazioni difficili; la Chiesa cattolica in proposito potrebbe imparare dal principio di «economia» delle Chiese orientali separate da Roma.

Si afferma che il Magistero attuale si appoggerebbe solo su di un filone della tradizione patristica, ma non su tutta l’eredità della Chiesa antica. Sebbene i Padri si attenessero chiaramente al principio dottrinale dell’indissolubilità del matrimonio, alcuni di loro hanno tollerato sul piano pastorale una certa flessibilità in riferimento a singole situazioni difficili. Su questo fondamento le Chiese orientali separate da Roma avrebbero sviluppato più tardi accanto al principio della akribìa, della fedeltà alla verità rivelata, quello della oikonomìa, della condiscendenza benevola in singole situazioni difficili. Senza rinunciare alla dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, essi permetterebbero in determinati casi un secondo e anche un terzo matrimonio, che d’altra parte è differente dal primo matrimonio sacramentale ed è segnato dal carattere della penitenza. Questa prassi non sarebbe mai stata condannata esplicitamente dalla Chiesa cattolica. Il Sinodo dei Vescovi del 1980 avrebbe suggerito di studiare a fondo questa tradizione, per far meglio risplendere la misericordia di Dio.

Lo studio di padre Pelland mostra la direzione, in cui si deve cercare la risposta a queste questioni. Per l’interpretazione dei singoli testi patristici resta naturalmente competente lo storico. A motivo della difficile situazione testuale le controversie anche in futuro non si placheranno. Dal punto di vista teologico si deve affermare:

a. Esiste un chiaro consenso dei Padri a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio. Poiché questa deriva dalla volontà del Signore, la Chiesa non ha nessun potere in proposito. Proprio per questo il matrimonio cristiano fu fin dall’inizio diverso dal matrimonio della civiltà romana, anche se nei primi secoli non esisteva ancora nessun ordinamento canonico proprio. La Chiesa del tempo dei Padri esclude chiaramente divorzio e nuove nozze, e ciò per fedele obbedienza al Nuovo Testamento.

b. Nella Chiesa del tempo dei Padri i fedeli divorziati risposati non furono mai ammessi ufficialmente alla sacra comunione dopo un tempo di penitenza. È vero invece che la Chiesa non ha sempre rigorosamente revocato in singoli Paesi concessioni in materia, anche se esse erano qualificate come non compatibili con la dottrina e la disciplina. Sembra anche vero che singoli Padri, ad esempio Leone Magno, cercarono soluzioni “pastorali” per rari casi limite.

c. In seguito si giunse a due sviluppi contrapposti:

— Nella Chiesa imperiale dopo Costantino si cercò, a seguito dell’intreccio sempre più forte di Stato e Chiesa, una maggiore flessibilità e disponibilità al compromesso in situazioni matrimoniali difficili. Fino alla riforma gregoriana una simile tendenza si manifestò anche nell’ambito gallico e germanico. Nelle Chiese orientali separate da Roma questo sviluppo continuò ulteriormente nel secondo millennio e condusse a una prassi sempre più liberale. Oggi in molte Chiese orientali esiste una serie di motivazioni di divorzio, anzi già una «teologia del divorzio», che non è in nessun modo conciliabile con le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio. Nel dialogo ecumenico questo problema deve essere assolutamente affrontato.

— Nell’Occidente fu recuperata grazie alla riforma gregoriana la concezione originaria dei Padri. Questo sviluppo trovò in qualche modo una sanzione nel concilio di Trento e fu riproposto come dottrina della Chiesa nel concilio Vaticano II.

La prassi delle Chiese orientali separate da Roma, che è conseguenza di un processo storico complesso, di una interpretazione sempre più liberale — e che si allontanava sempre più dalla parola del Signore — di alcuni oscuri passi patristici così come di un non trascurabile influsso della legislazione civile, non può per motivi dottrinali essere assunta dalla Chiesa cattolica. Al riguardo non è esatta l’affermazione che la Chiesa cattolica avrebbe semplicemente tollerato la prassi orientale. Ettore Goffi, «Matrimonio» (1996) Certamente Trento non ha pronunciato nessuna condanna formale. I canonisti medievali nondimeno ne parlavano continuamente come di una prassi abusiva. Inoltre vi sono testimonianze secondo cui gruppi di fedeli ortodossi, che divenivano cattolici, dovevano firmare una confessione di fede con un’indicazione espressa dell’impossibilità di un secondo matrimonio.

3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epikèia e della aequitas canonica.

Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La Chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epikèia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la Chiesa dovrebbe qui fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti.

I due contributi di don Marcuzzi e del professor Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

a. Epikèia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la Chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La Chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali — ad esempio nella pastorale dei Sacramenti —, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma. (2)

b. La Chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1 Corinzi, 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del privilegium paulinum e del privilegium petrinum. Con riferimento alle clausole sulla pornèia in Matteo e in Atti, 15,20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella Chiesa occidentale fu dato spazio al principio della oikonomìa, senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di Diritto Canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti, sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale nemo iudex in propria causa («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno. Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

c. Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.

4. Molti accusano l’attuale Magistero di involuzione rispetto al Magistero del Concilio e di proporre una visione preconciliare del matrimonio.

Alcuni teologi affermano che alla base dei nuovi documenti magisteriali sulle questioni del matrimonio starebbe una concezione naturalistica, legalistica del matrimonio. L’accento sarebbe posto sul contratto fra gli sposi e sullo ius in corpus. Il Concilio avrebbe superato questa comprensione statica e descritto il matrimonio in un modo più personalistico come patto di amore e di vita. Così avrebbe aperto possibilità per risolvere in modo più umano situazioni difficili. Sviluppando questa linea di pensiero alcuni studiosi pongono la domanda se non si possa parlare di «morte del matrimonio», quando il legame personale dell’amore fra due sposi non esiste più. Altri sollevano l’antica questione se il Papa non abbia in tali casi la possibilità di sciogliere il matrimonio.

Chi però legga attentamente i recenti pronunciamenti ecclesiastici riconoscerà che essi nelle affermazioni centrali si fondano su Gaudium et spes e con tratti totalmente personalistici sviluppano ulteriormente sulla traccia indicata dal Concilio la dottrina ivi contenuta. È tuttavia inadeguato introdurre una contrapposizione fra la visione personalistica e quella giuridica del matrimonio. Il Concilio non ha rotto con la concezione tradizionale del matrimonio, ma l’ha sviluppata ulteriormente. Quando ad esempio si ripete continuamente che il Concilio ha sostituito il concetto strettamente giuridico di “contratto” con il concetto più ampio e teologicamente più profondo di “patto”, non si può dimenticare in proposito che anche nel “patto” è contenuto l’elemento del “contratto” pur essendo collocato in una prospettiva più ampia. Che il matrimonio vada molto al di là dell’aspetto puramente giuridico affondando nella profondità dell’umano e nel mistero del divino, è già in realtà sempre stato affermato con la parola “sacramento”, ma certamente spesso non è stato messo in luce con la chiarezza che il Concilio ha dato a questi aspetti. Il diritto non è tutto, ma è una parte irrinunciabile, una dimensione del tutto. Non esiste un matrimonio senza normativa giuridica, che lo inserisce in un insieme globale di società e Chiesa. Se il riordinamento del diritto dopo il Concilio tocca anche l’ambito del matrimonio, allora questo non è tradimento del Concilio, ma esecuzione del suo compito.

Se la Chiesa accettasse la teoria che un matrimonio è morto, quando i due coniugi non si amano più, allora approverebbe con questo il divorzio e sosterrebbe l’indissolubilità del matrimonio in modo ormai solo verbale, ma non più in modo fattuale. L’opinione, secondo cui il Papa potrebbe eventualmente sciogliere un matrimonio sacramentale consumato, irrimediabilmente fallito, deve pertanto essere qualificata come erronea. Un tale matrimonio non può essere sciolto da nessuno. Gli sposi nella celebrazione nuziale si promettono la fedeltà fino alla morte.

Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se cristiani non credenti — battezzati, che non hanno mai creduto o non credono più in Dio — veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale. Di fatto anche il Codice indica che solo il contratto matrimoniale «valido» fra battezzati è allo stesso tempo sacramento (cfr. Codex iuris canonici, can. 1055, § 2). All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di «non fede» abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi. (3)

5. Molti affermano che l’atteggiamento della Chiesa nella questione dei fedeli divorziati risposati è unilateralmente normativo e non pastorale.

Una serie di obiezioni critiche contro la dottrina e la prassi della Chiesa concerne problemi di carattere pastorale. Si dice ad esempio che il linguaggio dei documenti ecclesiali sarebbe troppo legalistico, che la durezza della legge prevarrebbe sulla comprensione per situazioni umane drammatiche. L’uomo di oggi non potrebbe più comprendere tale linguaggio.Rogier Van der Weyden, «Il matrimonio» (1445) Gesù avrebbe avuto un orecchio disponibile per le necessità di tutti gli uomini, soprattutto per quelli al margine della società. La Chiesa al contrario si mostrerebbe piuttosto come un giudice, che esclude dai sacramenti e da certi incarichi pubblici persone ferite.

Si può senz’altro ammettere che le forme espressive del Magistero ecclesiale talvolta non appaiano proprio come facilmente comprensibili. Queste devono essere tradotte dai predicatori e dai catechisti in un linguaggio, che corrisponda alle diverse persone e al loro rispettivo ambiente culturale. Il contenuto essenziale del Magistero ecclesiale in proposito deve però essere mantenuto. Non può essere annacquato per supposti motivi pastorali, perché esso trasmette la verità rivelata. Certamente è difficile rendere comprensibili all’uomo secolarizzato le esigenze del Vangelo. Ma questa difficoltà pastorale non può condurre a compromessi con la verità. Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Veritatis splendor ha chiaramente respinto le soluzioni cosiddette «pastorali», che si pongono in contrasto con le dichiarazioni del Magistero (cfr. ibidem, 56).

Per quanto riguarda la posizione del Magistero sul problema dei fedeli divorziati risposati, si deve inoltre sottolineare che i recenti documenti della Chiesa uniscono in modo molto equilibrato le esigenze della verità con quelle della carità. Se in passato nella presentazione della verità talvolta la carità forse non risplendeva abbastanza, oggi è invece grande il pericolo di tacere o di compromettere la verità in nome della carità. Certamente la parola della verità può far male ed essere scomoda. Ma è la via verso la guarigione, verso la pace, verso la libertà interiore. Una pastorale, che voglia veramente aiutare le persone, deve sempre fondarsi sulla verità. Solo ciò che è vero può in definitiva essere anche pastorale. «Allora conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Giovanni, 8,32).

Note:

1 Cfr. Ángel Rodríguez Luño, L’epicheia nella cura pastorale dei fedeli divorziati risposati, in Sulla pastorale dei divorziati risposati, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1998, («Documenti e Studi», 17), pp. 75-87; Piero Giorgio Marcuzzi, s.d.b., Applicazione di «aequitas et epikeia» ai contenuti della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 14 settembre 1994, ibidem, pp. 88-98; Gilles Pelland, s. j., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati, ibidem, pp. 99-131.

2 A tale riguardo vale la norma ribadita da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica postsinodale Familiaris consortio, n. 84: «La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”». Cfr. anche Benedetto XVI, Lettera apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, n. 29.

3 Durante un incontro con il clero della diocesi di Aosta, svoltosi il 25 luglio 2005, Papa Benedetto XVI ha affermato in merito a questa difficile questione: «Particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito.
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