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martedì 5 dicembre 2017

"Non ci indurre in tentazione" Papa Benedetto lo spiegò 10 anni fa...

Per recenti parole di Papa Francesco si è riaccesa la bagarre di chi vuole cambiare anche il Padre Nostro, a proposito della "traduzione" (in realtà "un calco") dell'espressione "non c'indurre in tentazione".
Riproponiamo con l'occasione - a vantaggio degli smemorati cronici - le pagine del primo tomo del libro "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI che, ben 10 anni fa, spiegava per bene, senza semplificazioni televisive, i termini della questione:

E non c'indurre in tentazione


Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio"; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).

 Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l'alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in modo tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù:
«Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).

Uno sguardo al Libro di Giobbe, in cui sotto tanti aspetti si delinea già il mistero di Cristo, può fornirci ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l'uomo per schernire in questo modo Dio: la sua creatura, che Egli ha formato a sua immagine, è una creatura miserevole. Quanto in essa sembra bene, è invece solo facciata.
In realtà all'uomo - a ogni uomo - interessa sempre e solo il proprio benessere. Questa è la diagnosi di
Satana, che l'Apocalisse definisce «l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). La diffamazione dell'uomo e della creazione è in ultima istanza diffamazione di Dio, giustificazione del suo rifiuto.

 Satana vuole dimostrare la sua tesi con Giobbe, il giusto: se solo gli venisse tolto tutto, allora egli lascerebbe presto perdere anche la sua religiosità. Così Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, anche se entro limiti ben definiti: Dio non lascia cadere l'uomo, ma permette che venga messo alla prova. Qui traspare già in modo sommesso e non ancora esplicito il mistero della vicarietà, che prende una forma grandiosa in Isaia 53: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell'uomo. Mediante la sua  fede provata nella sofferenza, egli ristabilisce l'onore dell'uomo. Così le sofferenze di Giobbe sono anticipatamente sofferenze in comunione con Cristo, che ristabilisce l'onore di noi tutti al cospetto di Dio e ci indica la via per non perdere, neppure nell'oscurità più profonda, la fede in Dio.

Il Libro di Giobbe può anche esserci d'aiuto nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l'uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell'uva deve fermentare per divenire vino di qualità, così l'uomo ha bisogno di purificazioni, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L'amore è sempre un processo di purificazioni, di rinunce, di trasformazioni dolorose di noi stessi e così una via di maturazione. Se Francesco Saverio poté pregare Dio dicendo: «Ti amo, non perché puoi donarmi il paradiso o l'inferno, ma semplicemente perché sei quello che sei - mio re e mio Dio», era stato certamente necessario un lungo percorso di purificazioni interiori per giungere a quest'ultima libertà - un percorso di maturazioni, in cui era in agguato la tentazione, il pericolo della caduta - e tuttavia un percorso necessario.

Così possiamo ora interpretare la sesta domanda del Padre nostro già in maniera un po' più concreta. Con essa diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se - come nel caso di Giobbe - dai un po' di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me». In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo «e non c'indurre in tentazione», esprimiamo la consapevolezza «che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà» (De dom. or. 25).

 E poi, ponderando il profilo psicologico della tentazione, egli spiega che ci possono essere due differenti motivi per cui Dio concede al Maligno un potere limitato. Può accadere come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia, affinché sperimentiamo di nuovo la povertà del nostro credere, sperare e amare e non presumiamo di essere grandi da noi: pensiamo al fariseo che racconta a Dio delle proprie opere e crede di non aver bisogno di alcuna grazia. Cipriano, purtroppo, non specifica poi il significato dell'altro tipo di prova: la tentazione che Dio ci impone ad gloriam - per la sua gloria. Ma in questo caso non dovremmo ricordarci che Dio ha messo un carico particolarmente gravoso di tentazioni sulle spalle delle persone a Lui particolarmente vicine, i grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Teresa di Lisieux nel pio mondo del suo Carmelo? Tali persone stanno, per così dire, sulle orme di Giobbe come apologia dell'uomo, che è al contempo difesa di Dio. Ancor più: sono in modo del tutto particolare in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni. Sono chiamate a superare, per così dire, nel proprio corpo, nella propria anima le tentazioni di un'epoca, a sostenerle per noi, anime comuni, e ad aiutarci nel passaggio verso Colui che ha preso su di sé il gravame di tutti noi.

 Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall'altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani. Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).

martedì 28 novembre 2017

Sant'Antonio sulle monete di papa Bergoglio

Sono uscite le monete - belissime - che il Vaticano quest'anno dedica a Sant'Antonio e alla Basilica che racchiude la sua Tomba. Vedi qui.
Dopo i santuari della Madonna di Pompei e di quella di Loreto, la serie numismatica vaticana fa tappa quest’anno proprio a Padova, omaggiando Antonio e la sua basilica con due coniazioni da 20 e 50 euro in oro in commercio dal 5 ottobre. Si conclude in tal modo il ciclo triennale celebrativo delle Delegazioni Pontificie. Anche la Basilica di sant'Antonio, infatti, innalzata a Santuario Internazionale da San Giovanni Paolo II, è sede di un Delegato del Papa (dagli anni '30), e tutto il complesso è sottratto alla cura pastorale del Vescovo di Padova, proprio per l'ampiezza universale della devozione al Santo e della provenienza dei pellegrini da ogni parte del mondo.

Il 20 euro, opera della cesellatrice Mariangela Crisciotti, è ispirato all’immagine classica di Sant’Antonio, giovane religioso con Gesù bambino fra le braccia e un giglio in mano. L'aureola è costituita da una frase del Santo Dottore evangelico tratta dai suoi stessi Sermoni. Questa moneta commemorativa ha un peso di 6 gr. con un diametro di 21 mm. Ne sono coniati 1.900 esemplari.

La moneta 50 euro, modellata da Patrizio Daniele, rappresenta invece la maestosa facciata della Basilica, che non solo è il principale monumento di Padova ma anche uno tra i maggiori capolavori d’arte del mondo. Caratteristiche romaniche, gotiche, bizantine e orientali sono fuse in un insieme del tutto originale, che a prima vista distingue la Basilica da ogni altro luogo di culto medievale.
La moneta è coniata in ora e pesa 15 gr., ha un diametro di 28 mm, ed ha una tiratura di soli 1.800 esemplari

Entrambe le monete riportano, nell'altro lato, lo stemma di Papa Francesco, visto che il Pontefice non vuole che il suo volto appaia su nessuna faccia dei denari vaticani, ancorché commemorativi.

Se riuscite ad essere tra i pochi fortunati possessori di queste belle coniazioni vaticane, mandateci una foto!

mercoledì 30 novembre 2016

Un contributo di Giovanni Paolo II al dibattito su comunione ai divorziati risposati

Nel 1981 era stata pubblicata da Giovanni Paolo II la grande Esortazione Apostolica post-sinodale sulla Famiglia, una delle tappe miliari del suo pontificato: la "Familiaris Consortio".
A pochi anni di distanza, nel dicembre del 1984, San Giovanni Paolo II, a seguito di un altro Sinodo, stavolta sulla Penitenza e la riconciliazione, dà alle stampe la "Reconciliatio et Paenitentia". 
Anche in quest'ultima Esortazione il Santo Padre non tralascia di affrontare alcuni casi "più delicati"- così scrive - che riguardano le persone in quelle situazioni che non permettono l'accesso ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. 
Possiamo leggere con quanta bontà eppure con quale schietta parresia il Pontefice polacco sapeva coniugare Verità e Misericordia, il principio della compassione e il principio della coerenza, per cui la chiesa mai può "chiamare bene il male e male il bene".
Non vogliamo che il suo magistero si perda proprio adesso che, canonizzato il Papa, viene combattuto il suo pensiero che è il pensiero della Chiesa riguardo alle "condizioni richieste" per l'accesso ai sacramenti, condizioni ben chiarite e ribadite fin da Familiaris Consortio 84.
La parola più importante è: "FINCHÉ". Il Papa non esclude nessuno dalla Misericordia di Dio, ma i Sacramenti, di cui la Chiesa ha solo l'amministrazione e non il possesso, richiedono delle condizioni oggettive e delle disposizioni minime. Non correre - fa capire il Papa - finché non ci sono le condizioni richieste dare i sacramenti sarebbe una menzogna contro la verità, come chiudere per sempre le porte della possibile riconciliazione sarebbe negare la divina bontà. Non si può fare nessuna delle due cose. Ma finché c'è vita c'è speranza di riconciliazione piena e di cambiamento.
Un principio fondamentale della Teologia cattolica è quello di leggere il magistero successivo sempre e solo alla luce della Parola di Dio e del magistero precedente, divenuto "Tradizione". Se paiono in contraddizione si deve chiedere una spiegazione. E a volte si dovrà pretenderla.

Dall'Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, num. 34 di S.Giovanni Paolo II:

Alcuni casi più delicati

Ritengo di dover fare a questo punto un accenno, sia pur brevissimo, a un caso pastorale che il Sinodo ha voluto trattare - per quanto gli era possibile farlo -, contemplandolo anche in una delle «Propositiones». Mi riferisco a certe situazioni, oggi non infrequenti, in cui vengono a trovarsi cristiani desiderosi di continuare la pratica religiosa sacramentale, ma che ne sono impediti dalla condizione personale in contrasto con gli impegni liberamente assunti davanti a Dio e alla Chiesa. Sono situazioni che appaiono particolarmente delicate e quasi inestricabili.

Non pochi interventi nel corso del Sinodo, esprimendo il pensiero generale dei padri, hanno messo in luce la coesistenza e il mutuo influsso di due principi, egualmente importanti, in merito a questi casi. Il primo è il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa, continuatrice nella storia della presenza e dell'opera di Cristo, non volendo la morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora, cerca sempre di offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della riconciliazione con lui. L'altro è il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste.

Circa questa materia, che affligge profondamente anche il nostro cuore di pastori, è sembrato mio preciso dovere dire parole chiare nell'esortazione apostolica «Familiaris Consortio», per quanto riguarda il caso di divorziati risposati, o comunque di cristiani che convivono irregolarmente.

Al tempo stesso, sento il vivo dovere di esortare, insieme col Sinodo, le comunità ecclesiali e, soprattutto, i vescovi a portare ogni aiuto possibile ai sacerdoti, che, venendo meno ai gravi impegni assunti nell'ordinazione si trovano in situazioni irregolari. Nessuno di questi fratelli deve sentirsi abbandonato dalla Chiesa. Per tutti coloro che non si trovano attualmente nelle condizioni oggettive richieste dal sacramento della penitenza, le dimostrazioni di materna bontà da parte della Chiesa, il sostegno di atti di pietà diversi da quelli sacramentali, lo sforzo sincero di mantenersi in contatto col Signore, la partecipazione alla santa messa, la ripetizione frequente di atti di fede, di speranza, di carità, di dolore il più possibile perfetti, potranno preparare il cammino per una piena riconciliazione nell'ora che solo la Provvidenza conosce.

sabato 14 novembre 2015

L'autoambulanza della Misericordia: prendere alla lettera le parole del Papa

Grazie al sempre splendido fr.Z e al suo blog aggiornatissimo, ho trovato questa notizia che, spero, ispiri qualcuno a imitare lo zelo dei confratelli americani! Sappiamo tutti quanto il Santo Padre insista sul sacramento della Confessione. Anche quello che qui viene presentato è un modo per rendere piuttosto visibile la possibilità di accedere alla riconciliazione, giocando sulla metafora cara a Papa Francesco della "Chiesa-ospedale da campo".
Traduco al volo la notizia che trovate in originale su questo sito americano.

Autoambulanza trasformata in confessionale mobile: l'emergenza della conversione!

La diocesi americana di Lafayette (Lousiana) ha pensato ad un nuovo mezzo per rendere più semplice il contatto con la Chiesa Cattolica, soprattutto per i più lontani (dovete pensare alle distanze degli Stati Uniti e alla rarità delle chiese in cui si può trovare un confessore...)

Hanno perciò trasformato una vecchia ambulanza in un confessionale su ruote, chiamandolo più o meno "pronto soccorso spirituale". Sulla fiancata un'immagine di Gesù misericordioso e versetti biblici, la nuova unità mobile è pronta per le emergenze spirituali, ristrutturata com'è per la preghiera e la riconciliazione sacramentale.

"E' un modo per dare espressione pubblica della nostra fede cattolica con un po' d'orgoglio, perché la fede non è da confinare tra le quattro mura d'una chiesa, ma può andare sulle strade", dice Don Michael Champagne, sacerdote della Diocesi di Lafayette.

L'ambulanza-confessionale fa parte del progetto per l'anno giubilare della Misericordia indetto da Papa Francesco e che inizierà l'8 dicembre. Grazie ad un'offerta anonima in due settimane si è potuta completare quella che Don Champagne chiama una chiesa su ruote. "Dobbiamo andare dove sta la gente. Le persone vengono in chiesa come ad un centro di culto e di preghiera, ma anche noi abbiamo bisogno di uscire e raggiungere la gente" dice sempre il sacerdote.

Il veicolo non rappresenta solo un modo per portare più persone alla Chiesa cattolica, ma rende più facile ai fedeli con agende piuttosto affollate accostarsi alla confessione.

"Papa Francesco ci chiede di uscire verso le periferie della Chiesa e ora abbiamo i mezzi per farlo" ha affermato il vescovo Michael Jarrell.

Dentro l'ambulanza ci sono Bibbie, corone del rosario e perfino acqua benedetta. E' completamente equipaggiata per la cura spirituale di chi ne ha bisogno.

"Non c'è nessun peccato in tutto il mondo troppo grosso per la misericordia di Dio", afferma Don Champagne "E noi vogliamo allargare la portata del vangelo della misericordia predicandolo alla nostra gente".

L'unità di cura spirituale farà varie tappe nella zona della Louisiana francese a partire dall'8 dicembre, per l'inizio dell'Anno santo della Misericordia.


E c'è pure la video notizia! Grandiosi!!

mercoledì 15 luglio 2015

Le citazioni di S.Bonaventura nell'enciclica sul creato di Papa Francesco

Giovanni Antonio Pordenone, S.Bonaventura - 1530-35 (Londra)
A fronte di 3 citazioni di San Tommaso d'Aquino, l'enciclica di Papa Francesco Laudato si' riporta ben 4 citazioni del Dottore Serafico San Bonaventura da Bagnoregio (+1274). Certo l'ispirazione "sanfrancescana" è fondamentale, ma colui che ci ha trasmesso "teologicamente" interpretata la figura e l'esistenza del Santo d'Assisi è senza dubbio il suo settimo successore alla guida dell'Ordine minoritico: appunto San Bonaventura (di cui oggi festeggiamo la ricorrenza liturgica). Se volete conoscerlo meglio, penso che le tre catechesi che a lui dedicò nel 2010 Papa Benedetto XVI siano un ottimo punto di partenza.

Ora leggiamo i numeri in cui viene citata la teologia del Dottore francescano nella recente enciclica del Papa regnante. Come si vede San Bonaventura è citato all'inizio, nel mezzo e alla fine del testo papale: il teologo - insieme all'agiografo (Tommaso da Celano)- ci trasmette viva e feconda l'esperienza e l'ispirazione del Poverello.

SAN FRANCESCO D'ASSISI
11. La sua [di S.Francesco] testimonianza ci mostra anche che l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano. Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori e «li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione».[19] La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo discepolo san Bonaventura narrava che lui, «considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella».[Legenda Maior, VIII, 6: FF 1145.] Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio.

II. LA SAPIENZA DEI RACCONTI BIBLICI
66. I racconti della creazione nel libro della Genesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esistenza umana e la sua realtà storica. Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra (cfr Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15). Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto (cfr Gen 3,17-19). Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’Assisi viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura. San Bonaventura disse che attraverso la riconciliazione universale con tutte le creature in qualche modo Francesco era riportato allo stato di innocenza originaria.[Cfr Legenda Maior, VIII, 1: FF 1134.] Lungi da quel modello, oggi il peccato si manifesta con tutta la sua forza di distruzione nelle guerre, nelle diverse forme di violenza e maltrattamento, nell’abbandono dei più fragili, negli attacchi contro la natura.

VI. I SEGNI SACRAMENTALI E IL RIPOSO CELEBRATIVO
233. L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero.[159] L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura: «La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature».[In II Sent., 23, 2, 3]

VII. LA TRINITÀ E LA RELAZIONE TRA LE CREATURE
239. Per i cristiani, credere in un Dio unico che è comunione trinitaria porta a pensare che tutta la realtà contiene in sé un’impronta propriamente trinitaria. San Bonaventura arrivò ad affermare che l’essere umano, prima del peccato, poteva scoprire come ogni creatura «testimonia che Dio è trino». Il riflesso della Trinità si poteva riconoscere nella natura «quando né quel libro era oscuro per l’uomo, né l’occhio dell’uomo si era intorbidato».[Quaest. disp. de Myst. Trinitatis, 1, 2, concl.] Il santo francescano ci insegna che ogni creatura porta in sé una struttura propriamente trinitaria, così reale che potrebbe essere spontaneamente contemplata se lo sguardo dell’essere umano non fosse limitato, oscuro e fragile. In questo modo ci indica la sfida di provare a leggere la realtà in chiave trinitaria.

sabato 25 ottobre 2014

Seconde nozze e orientali: i cattolici avevano dubbi? Con i greci forse, ma con gli Armeni proprio no


Abbiamo assistito recentemente ad un risorgente interesse per il Concilio tridentino da parte di chi intenderebbe mostrare che la Chiesa romana non è poi così sicura della impossibilità dottrinale, per i battezzati coniugati, di passare a nuove nozze in caso di fallimento del primo matrimonio. Almeno questo si evincerebbe dalla cautela nelle relazioni con i greci ortodossi e dalla mancata condanna della prassi divorzistica bizantina ortodossa.

La ricostruzione delle vicende storiche di Trento, apparsa su Civiltà Cattolica (vedi qui) si conclude riconoscendo che, tuttavia, al Concilio di Firenze, in occasione della fragile unione con i greci, il Papa Eugenio IV aveva insistito nel voler appianare la questione che ancora rimaneva "insoluta". Forse sarebbe meglio dire che i greci non accettavano la prassi conseguente all'indissolubilità del matrimonio sacramentale che tra i latini era già ben assodata. Questo lo possiamo asserire perché al Concilio fiorentino le relazioni con le chiese orientali non si limitarono ai dialoghi con i greci, ma ne furono interessati anche i copti d'Egitto, i siri e gli armeni. Proprio nei confronti di questi ultimi troviamo alcune espressioni che dovrebbero togliere ogni dubbio sulla chiarezza dell'insegnamento romano, al di là delle cautele tenute in successive situazioni conciliari, per motivi - diremmo oggi - di opportunità ecumenica.

Prendiamo dunque in considerazione la Bolla Exsultate Deo per l'unione con gli Armeni, promulgata da Papa Eugenio IV al Concilio di Firenze il 22 novembre1439, fu qualificata dal beato Paolo VI, durante l'incontro nel maggio 1967 con il Catholicos (ortodosso) di Cilicia Khoren I, in questo modo: "ancora oggi costituisce per noi un testo apportatore di sicura dottrina" (Civ. Catt. II/1967 p. 504). Questa bolla, per la sua importanza, è oggi inserita nell'Enchiridion della Famiglia e della vita del Pontificio Consiglio per la Famiglia (LEV 2014) come primo documento tra quelli censiti della suprema autorità ecclesiale.
In tale decreto, promulgato più di cent'anni prima del Concilio di Trento - quindi in un periodo e in una situazione non di polemica con i Protestanti - troviamo un paragrafo riassuntivo della visione dottrinale sul matrimonio per la Chiesa Cattolica, nell'ambito della trattazione dei sette sacramenti:
Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo dell'unione di Cristo e della Chiesa, secondo l'apostolo, che dice: Questo sacramento è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa (Ef. 5,32). Causa efficiente del sacramento è regolarmente il mutuo consenso, espresso verbalmente di persona. Triplice è lo scopo del matrimonio: primo, ricevere la prole ed educarla al culto di Dio; secondo, la fedeltà, che un coniuge deve conservare verso l'altro; terzo, la indissolubilità del matrimonio, perché essa significa la unione indissolubile di Cristo e della Chiesa. E quantunque a causa della infedeltà sia permesso separarsi, non è lecito, però, contrarre un altro matrimonio, poiché il vincolo del matrimonio legittimamente contratto è eterno.


Septimum est sacramentum matrimonii, quod est signum coniunctionis Christi et Ecclesiae secundum Apostolum dicentem 'Sacramentum hoc magnum est: ego autem dico in Christo et in Ecclesia' (Eph 5,32). Causa efficiens matrimonii regulariter est mutuus consensus per verba de praesenti expressus. Assignatur autem triplex bonum matrimonii. Primum est proles suscipienda et educanda ad cultum Dei. Secundum est fides, quam unus coniugum alteri servare debet. Tertium indivisibilitas matrimonii, propter hoc quod significat indivisibilem coniunctionem Christi et Ecclesiae. Quamvis autem ex causa fornicationis liceat tori separationem facere, non tamen aliud matrimonium contrahere fas est, cum matrimonii vinculum legitime contracti perpetuum sit.
     Come ben si vede, papa Eugenio era convinto di dichiarare la fede della Chiesa, i cui contenuti essenziali dovevano essere tenuti da tutti, compresi gli Armeni che tornavano alla comunione con la Chiesa di Roma. Evidentemente il Papa, nel grande sforzo ecumenico del Concilio fiorentino, non presentava questioni di pastorale mutevole o di prassi legittimamente diversificata o diversificabile da una chiesa all'altra. Richiama invece la realtà sacramentale del matrimonio dei battezzati in riferimento al dato scritturistico (Paolo agli Efesini), richiama i tre beni del matrimonio, cioè gli scopi a cui è indirizzato per quanti condividono la fede cattolica.
       L'indissolubilità del matrimonio è il "bonum sacramenti" (in latino viene chiamata indivisibilitas riferita alla indivisibilità dei due ormai "una sola carne"). Essa non viene sostenuta da argomentazioni umani, di convenienza sociale o di utilità pastorale per la famiglia (che pur ci sono), ma solamente dal fatto che il matrimonio cristiano è sacramento dell'unione di Cristo con la sua Chiesa, cioè il segno e lo strumento attraverso cui si rinnova e si ripresenta nel mondo l'unione indissolubile tra Dio e l'uomo, la redenzione e la santificazione dell'umanità da parte di Cristo che riunisce tutti i credenti nell'unica sua famiglia, la Chiesa.
      Il decreto, poi, riconosce la dolorosa necessità, in certi casi ammissibile, della separazione. E' realista papa Eugenio, sa benissimo che il tradimento è intollerabile in molte coppie, ma non per questo il vincolo matrimoniale può considerarsi sciolto. Nel testo latino si usa la locuzione non fas est: presso i Romani fas indicava in modo generale una norma di carattere religioso, in contrapposizione a ius, la norma giuridica. Il senso è quindi che la non permissività delle seconde nozze non è un comando umano  o di diritto ecclesiastico, che possa cambiare, ma di origine divina, basato sulla volontà stessa di Dio.
        Addirittura il vincolo matrimoniale viene definito perpetuum, cioè "perpetuo", "eterno", che dura sempre, sottinteso "anche oltre la morte". Ed effettivamente, se pensiamo che i cristiani credono nella vita senza fine, sarebbe logico prevedere che l'unione di due cristiani in una sola carne vada al di là della morte. Anche Basilio Petrà insiste sul fatto che questa è la corretta visione antica e patristica, a cui però la chiesa, fin dai tempi apostolici, trova un'eccezione nel permesso dato da San Paolo alle vedove di potersi risposare una volta morto il coniuge (vedi qui). Secondo Petrà, però questa eccezione significherebbe che in caso di separazione irrevocabile è permesso risposarsi (non solo per morte, ma anche allargando ad altre fattispecie). Ma in una mentalità sacramentale, si nota bene invece l'analogia tra la dissoluzione delle specie eucaristiche, che pone termine alla presenza reale sacramentale di Cristo, e la dissoluzione fisica di uno dei coniugi, che pone fine al segno sacramentale del matrimonio, cioè la coppia di sposi (dando perciò al coniuge superstite la libertà di passare a nuove nozze).
Incoronazione nel matrimonio armeno

PS. A corollario di quanto scrive oggi la rivista dei Gesuiti Civiltà Cattolica, è utile, a parer mio, leggere anche come intendeva il famoso canone 7 sul matrimonio del Concilio di Trento un Dottore della Chiesa dell'epoca, il gesuita san Pietro Canisio, nella sua fortunatissima Summa Doctrinae Christianae (1555). Quanto troviamo annotato a margine del canone dal Santo Dottore non pare lasciar dubbi sul significato della definizione ancorché obliqua:

mercoledì 20 agosto 2014

San Pio X, a cent'anni dalla morte e 60 dalla canonizzazione

tomba di San Pio X in Vaticano
Era il 20 agosto 1914, la Guerra Mondiale iniziata da poco, il cuore del Papa, Pio X, si ferma nella notte. Si conclude così il primo pontificato tutto vissuto nel XX secolo.
Oggi, dunque, ricorre il primo centenario della morte del Santo Padre proveniente dalle terre venete, e quest'anno festeggiamo pure il sessantesimo anniversario della sua canonizzazione (29 maggio 1954).
Pio X ebbe tanti nemici in vita, e anche dopo, che cercarono di dipingerlo come un tiranno e un ossessionato dall'eresia modernista. Certo fece il suo lavoro di Pontefice e non trascurò le deviazioni dottrinali, senza dimenticare la pastorale: fu anzi un grande papa-pastore, basti pensare alla sua attenzione al catechismo dei bambini, alla prima comunione, alla diffusione dell'attività missionaria...

Il suo equilibrio da "innovatore sotto apparenze conservatrici" potrebbe essere riassunto da un aneddoto (probabilmente inventato e infatti smentito dalla Segreteria di Stato del tempo). Si tratterebbe dell'atteggiamento verso il "nuovo" ballo che si stava diffondendo a macchia d'olio nel secondo decennio del '900: il Tango, importato dall'Argentina. Tale ballo fu censurato e accusato da più parti ecclesiali di essere sensuale e peccaminoso. Pio X avrebbe assistito ad una dimostrazione con una coppia di ballerini i quali danzarono in sua presenza. Avrebbe potuto valutare da sé e dare un giudizio informato. La sua sentenza, espressa nel dialetto della sua terra che mai abbandonò, sarebbe stata:
«Mi me par che sia più bèo el bàeo dea furlana; ma no vedo che gran pecài ghe sia in stò novo bàeo!»
Ovvero: "A me pare più bello il ballo della friulana, però non vedo che gran peccati ci siano in questo ballo nuovo". 

Alla sua intercessione affidiamo Papa Francesco, perché San Pio vegli sul magistero del suo successore al Soglio di Pietro, e gli interceda quella discrezione (= capacità di discernimento) per prendere giuste decisioni per cui Francesco non cessa di chiedere preghiere.

Per la vostra serata agostana, vigilia della festa di San Pio X, che si celebra il 21 agosto (secondo il calendario di Paolo VI), vi propongo la visione di un film sulla vita del Santo Pastore.
Il titolo è "Gli uomini non guardano il cielo". Fu girato nel 1952, dopo la beatificazione del Papa, con la regia di Umberto Scarpelli. Nei panni del Santo Padre c'è Henry Vidon.

sabato 28 giugno 2014

Papa Francesco riflette sul ministero del Vescovo di Roma alla luce di San Pietro


In questa vigilia della Festa degli Apostoli di Roma, che quest'anno è particolarmente solenne a motivo della coincidenza con la domenica (sulla quale - liturgicamente - prevale), riascoltiamo una parte dell'omelia di Papa Francesco sul ministero di "confermare nella fede i fratelli" proprio del successore di Pietro: confermare nella fede, confermare nell'amore, confermare nell'unità, evitando la mentalità mondana, la logica del potere umano o delle umane convenienze: la fede in Cristo deve essere luce, senza risparmio, superando ogni conflitto tra i cristiani, "uniti nelle differenze".




Tre pensieri sul ministero petrino, guidati dal verbo “confermare”. In che cosa è chiamato a confermare il Vescovo di Roma?

1. Anzitutto, confermare nella fede. Il Vangelo parla della confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), una confessione che non nasce da lui, ma dal Padre celeste. Ed è per questa confessione che Gesù dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18). Il ruolo, il servizio ecclesiale di Pietro ha il suo fondamento nella confessione di fede in Gesù, il Figlio del Dio vivente, resa possibile da una grazia donata dall’alto. Nella seconda parte del Vangelo di oggi vediamo il pericolo di pensare in modo mondano. Quando Gesù parla della sua morte e risurrezione, della strada di Dio che non corrisponde alla strada umana del potere, in Pietro riemergono la carne e il sangue: «si mise a rimproverare il Signore: …questo non ti accadrà mai» (16,22). E Gesù ha una parola dura: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo» (v. 23). Quando lasciamo prevalere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la logica del potere umano e non ci lasciamo istruire e guidare dalla fede, da Dio, diventiamo pietra d’inciampo. La fede in Cristo è la luce della nostra vita di cristiani e di ministri nella Chiesa!

2. Confermare nell’amore. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato le commoventi parole di san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Di quale battaglia si tratta? Non quella delle armi umane, che purtroppo insanguina ancora il mondo; ma è la battaglia del martirio. San Paolo ha un’unica arma: il messaggio di Cristo e il dono di tutta la sua vita per Cristo e per gli altri. Ed è proprio l’esporsi in prima persona, il lasciarsi consumare per il Vangelo, il farsi tutto a tutti, senza risparmiarsi, che lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa. Il Vescovo di Roma è chiamato a vivere e confermare in questo amore verso Cristo e verso tutti senza distinzioni, limiti e barriere. E non solo il Vescovo di Roma: tutti voi, nuovi arcivescovi e vescovi, avete lo stesso compito: lasciarsi consumare per il Vangelo, farsi tutto a tutti. Il compito di non risparmiare, uscire di sé al servizio del santo popolo fedele di Dio.

3. Confermare nell’unità. Qui mi soffermo sul gesto che abbiamo compiuto. Il Pallio è simbolo di comunione con il Successore di Pietro, «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione» (Conc. Ecum Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa  Lumen gentium, 18). E la vostra presenza oggi, cari Confratelli, è il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformità. Il Vaticano II, riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore «costituì gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro» (ibid., 19). Confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato. Dobbiamo andare per questa strada della sinodalità, crescere in armonia con il servizio del primato. E continua, il Concilio: «questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio» (ibid., 22). Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenzenon c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù! Il Pallio, se è segno della comunione con il Vescovo di Roma, con la Chiesa universale, con il Sinodo dei Vescovi, è anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione.

Confessare il Signore lasciandosi istruire da Dio; consumarsi per amore di Cristo e del suo Vangelo; essere servitori dell’unità. Queste, cari Confratelli nell’episcopato, le consegne che i Santi Apostoli Pietro e Paolo affidano a ciascuno di noi, perché siano vissute da ogni cristiano. Ci guidi e ci accompagni sempre con la sua intercessione la santa Madre di Dio: Regina degli Apostoli, prega per noi! Amen.


domenica 27 aprile 2014

La canonizzazione dei Santi Papi da rivedere. Video del CTV

Il video della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, senza commenti, con il suono in presa diretta dalla celebrazione:


Il libretto per seguire la celebrazione è scaricabile qui

domenica 20 aprile 2014

Il Canto degli "Stichi" e "Stichirà" davanti al Santo Padre

Una tradizione medievale ripresa ai tempi di Giovanni Paolo II è quella di cantare davanti al Santo Padre gli "Stichi e Stichirà" pasquali, tipico canto bizantino che intercala ad alcuni versetti (stichi) del gioioso salmo 67(68) gli "stichirà", antifone poetiche che lodano il giorno di Pasqua e la risurrezione gloriosa di Cristo. La conclusione è costituita dal tropario di Pasqua, che si ripete incessantemente in tutto l'Oriente cristiano durante il tempo pasquale:
Cristo è risorto dai morti, con la sua morte ha calpestato la morte e ai morti nei sepolcri ha donato la vita!
Questo canto è stato ripristinato per segnare in modo particolare gli anni in cui la Pasqua orientale (che segue il calendario Giuliano) coincide nella stessa domenica con la Pasqua dell'occidente cristiano (che segue il calendario Gregoriano).
Ecco l'esecuzione di quest'anno davanti a Papa Francesco, non in greco, ma nella versione slava della liturgia bizantina. Sotto il video propongo la traduzione italiana e il testo cirillico originale:


Sorga Dio e i suoi nemici si disperdano. 

Oggi una Pasqua divina ci è stata rivelata,
una Pasqua nuova, santa, una Pasqua misteriosa,
una Pasqua solennissima.
Pasqua, il Cristo redentore,
Pasqua immacolata, Pasqua grande,
Pasqua dei credenti,
Pasqua che ci apre le porte del paradiso,
Pasqua che santifica tutti i fedeli!

Come si disperde il fumo, tu li disperdi. 

Su, o donne evangeliste,
venite dalla visione e dite a Sion:
ricevi da noi annunci di gioia,
la risurrezione di Cristo!
Rallegrati, giubila, esulta Gerusalemme,
contemplando il tuo re, il Cristo,
che procede dal sepolcro come uno sposo!

Periscano gli empi davanti a Dio, 
i giusti invece si rallegrino. 

Le donne mirofore al primo albore
si recarono al sepolcro del Vivificante
e trovarono un Angelo seduto sulla pietra,
che si rivolse a loro e disse:
Perché cercate il Vivente in mezzo ai morti?
Perché piangete l’Incorruttibile,
come se fosse nella corruzione?
Andate, annunciate ai suoi discepoli.

Questo è il giorno fatto dal Signore, 
rallegriamoci ed esultiamo in esso! 

Pasqua bellissima, Pasqua del Signore, Pasqua!
Una Pasqua santissima è sorta per noi!
Pasqua! Con gioia abbracciamoci gli uni gli altri!
O Pasqua che distruggi la tristezza!
Perché oggi il Cristo, risplendendo dalla tomba come dal talamo, ha riempito le donne di gioia,
dicendo: Portate l’annuncio agli apostoli!

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, 
ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. 

È il giorno della risurrezione! Irradiamo gioia
per questa festa, abbracciamoci gli uni gli altri,
chiamiamo fratelli anche coloro che ci odiano,
perdoniamo tutto per la risurrezione, ed
esclamiamo così:

Tropario: 
Cristo è risorto dai morti, 
con la sua morte ha calpestato la morte 
e ai morti nei sepolcri ha donato la vita!

Così commentava il canto il cerimoniere di Giovanni Paolo II, l'arcivescovo Piero Marini:

Il canto orientale degli «Stichi» e «Stichirà» di Pasqua
A sottolineare questo annunzio corale della Risurrezione del Signore compiuta insieme dalle Chiese di Oriente ed Occidente, la celebrazione papale del mattino di Pasqua di quest'anno riprende anche l'antica consuetudine medievale della Chiesa di Roma di cantare davanti al Papa gli «Stichi» e «Stichirà» di Pasqua della liturgia pasquale bizantina.
Gli «stichi», versetti del salmo 67 (68), intercalati con i tropari o «stichirà», versi teologici e poetici che cantano la risurrezione del Signore e la gioia della Pasqua cristiana, sono cantati nella Veglia pasquale bizantina alla fine delle lodi notturne, prima della celebrazione della divina liturgia e sono ripetuti nella celebrazione del vespro, dopo la proclamazione del vangelo della risurrezione (Gv 20,19-25).
Si tratta di un testo fra i più belli, poetici e lirici della liturgia pasquale. In esso risuona il gioioso annunzio della Risurrezione del Signore. Nell'attuale stesura risalgono al secolo VI-VII, ma in essi si possono cogliere motivi teologici delle omelie dei Padri orientali come Giovanni Crisostomo, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, ma forse risuonano in essi testi ancora più primitivi come le omelie pasquali del secolo II, di Melitone di Sardi e dell'Anonimo scrittore contemporaneo che ci ha trasmesso una splendida omelia pasquale, attribuita in seguito a Ippolito o a Giovanni Crisostomo.
Gli «stichirà» cantano la gioia della Chiesa per la risurrezione del Signore, mistero centrale della fede e della vita; è un inno di vittoria, un motivo di speranza incrollabile, un invito alla fraternità universale, al perdono dei nemici, a scambiare con tutti l'abbraccio della pace in Cristo che con il suo saluto pasquale porta a tutti la riconciliazione del Padre. Due delle strofe sottolineano il ruolo delle donne nell'annuncio della Risurrezione, secondo il Vangelo. Esse sono chiamate «mirofore» portatrici di profumi ed «evangeliste» annunciatrici della buona novella della risurrezione. Questo inno pasquale si conclude con il tropario di Pasqua che continuamente si ripete nella liturgia pasquale bizantina: «Cristo è Risorto dai morti, ha calpestato la morte con la sua morte, e ai morti nei sepolcri ha donato la vita». Si tratta di un notissimo testo bizantino, ripetuto migliaia di volte durante il tempo pasquale, testo che il Vaticano II ha citato alla fine del n. 22 della Costituzione pastorale Gaudium et spes.

L'omelia di Papa Francesco nella Notte di Pasqua: Ritornare in Galilea

Ecco l'omelia proposta questa notte dal Pontefice durante la Veglia Pasquale in San Pietro:

venerdì 18 aprile 2014

La predica del Venerdì Santo di Padre Raniero Cantalamessa a San Pietro


Ho ritagliato dalla lunga celebrazione della Passione del Signore tenuta oggi in Vaticano, solo la forte predica del Cappuccino p. Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, che offre al Papa, alla Curia Romana e a tutto il popolo di Dio la sua meditazione annuale. Il tema è tutto centrato su Giuda: il suo peccato e il nostro peccato, l'amore del denaro e il tradimento di Cristo, suo e nostro, ma non senza aperture alla speranza, alla misericordia, al sacramento della confessione che ci permette di accedere e di applicare a noi ciò che Gesù ci ha conquistato sulla Croce.
Trovate tutto il testo scritto preparato da padre Raniero sul suo sito internet www.cantalamessa.org, il titolo della predica: "Vi era con loro anche Giuda, il traditore"

martedì 15 aprile 2014

La Canonizzazione dei 2 Papi in 3D per tutti al cinema e gratis


Tutti o quasi sanno che la prossima canonizzazione del 27 aprile di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II verrà trasmessa per la prima volta in 3D. A molti però ciò non interessava: la tecnologia televisiva a tre dimensioni non è ancora abbastanza diffusa. Ma la bella notizia è che come all'inizio della Televisione i cinema ospitavano i primi teleschermi per chi non li possedeva, così oggi molti cinema in Italia e nel mondo permetteranno di vedere la canonizzazione teletrasmessa con il nuovo sistema "immersivo". Domenica 27 aprile alle ore 10 verrà quindi proiettata sul grande schermo e in 3D la celebrazione di Papa Francesco che iscrive nell'albo dei santi i suoi due beati predecessori: in oltre 500 cinema di 27 paesi del mondo.
Potete guardare, cliccando qui, i cinema italiani che aderiscono all'iniziativa, la quale, tra l'altro, risulta essere gratuita.

L’impianto produttivo prevede l’utilizzo di 13 telecamere 3D di ultima generazione, in posizioni di ripresa che offriranno una prospettiva inedita ed esclusiva di Papa Francesco e di Piazza San Pietro. Ciò permetterà allo spettatore di vivere la sensazione di essere presente in Piazza, insieme ai milioni di fedeli attualmente attesi, grazie all’utilizzo delle tecnologie 3D più evolute. 

Davvero sarà un'esperienza interessante: non un film o effetti speciali, ma una grande celebrazione ecclesiale, al cinema e con una visione che aiuta il coinvolgimento. Non sarà certo proprio come essere lì, ma per chi può andarci, soprattutto per i più giovani molto sensibili alle novità tecnologiche e visive, si prospetta una ghiotta occasione.

sabato 12 aprile 2014

Le palme intrecciate e la ferula d'olivo: il perché dei doni della diocesi di Ventimiglia-Sanremo

Il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, Mons. Antonio Suetta, ha presentato qualche giorno fa il "parmurelu" che sarà donato a Papa Francesco per la processione della Domenica delle Palme. Si tratta di un intreccio artistico tradizionale del ponente ligure, realizzato con tre foglie di palma unite, a simboleggiare la SS Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. L'opera è stata confezionata nei giorni scorsi a Sanremo presso la coperativa "Il Cammino", assieme ad altri 3000 esemplari di dimensioni minori, alcuni saranno nelle mani di Cardinali e autorità religiose altri consegnati ai fedeli presenti in Piazza S. Pietro.

Il motivo di questo collegamento tra la liguria e Piazza san Pietro nel giorno delle Palme risale a parecchi secoli fa: il capitano Benedetto Bresca si trovava a Roma in Piazza San Pietro, il 10 settembre del 1586, nel giorno in cui veniva innalzato l'obelisco egizio, alto 26 metri e pesante 350 tonnellate, come disposto da Papa Sisto V. Data la delicatezza dell'operazione, guidata dall'architetto Domenico Fontana, il Pontefice aveva ordinato ai numerosi fedeli il silenzio più assoluto, minacciando pene severe per chiunque avesse trasgredito alla disposizione. Sfidando il divieto, Bresca gridò "Aiga ae corde" (acqua alle corde, in dialetto ligure) nel momento in cui le funi che sostenevano l'obelisco, surriscaldate e troppo tese, sembravano sul punto di cedere. Capitan Bresca, uomo di grande tradizione marinara, sapeva bene che le corde di canapa quando vengono bagnate si raffreddano ed evitano lo sfilacciamento. L'avvertimento del marinaio fu colto in tempo e il crollo dell'obelisco scongiurato.
Sisto V anzichè punire il capitano per la trasgressione del silenzio, lo ringraziò e gli offrì di scegliere lui stesso il compenso per il provvidenziale suggerimento. Bresca chiese ed ottenne il privilegio, per sè e per i suoi discendenti, di avere l'onore di essere il fornitore ufficiale delle palme pasquali al Pontefice.

Il video con la presentazione del Vescovo:


Il dono dei parmureli al Santo Padre è un'iniziativa oggi promossa fin dal 2003 dal Centro Studi e Ricerche per le Palme e dalla Cooperativa sociale "Il Cammino" di Sanremo. L'antica tradizione si era arrestata negli anno '70 e fino a quel tempo erano state consegnate solo foglie non intrecciate.

Quest'anno, inoltre, si aggiunge una grande sorpresa: il dono al Santo Padre del pastorale, detto "ferula" (in legno d'olivo). Si tratta di una vera e propria opera d'arte realizzata da alcuni ragazzi della Cooperativa "Il Cammino", in particolare nel laboratorio di falegnameria del progetto di inserimento dei detenuti nel mondo del lavoro. La ferula donata al Papa riporta anche nel nodo lo stemma del Pontefice. Dalle foto, che ne mostrano la semplicità e l'eleganza, pare che questo bastone liturgico sarà certamente gradito a Papa Francesco e anche ai tanti "critici liturgici" che non hanno sempre applaudito certe forme artistiche di recenti pastorali fatti usare al Santo Padre.



sabato 29 marzo 2014

Un sacerdote che non ha tempo per confessare non cura le sue pecore, parola di Papa Francesco

Papa Francesco impegnato nel ministero della confessione sacramentale
Oltre al gesto di inginocchiarsi davanti al confessore, ieri Papa Francesco ha fatto anche un discorso sulla confessione, ma solo l'Avvenire l'ha riportato (oltre, ovviamente, i media vaticani). Per il resto è passato sotto silenzio. Belli i gesti, ma senza parola rimangono icone da venerare invece che esempi da comprendere e insegnamenti da mettere in pratica...
Il Pontefice ha incontrato i partecipanti al corso sulla confessione che annualmente viene organizzato dalla Penitenzieria Apostolica per la formazione dei sacerdoti.
Ne riporto una larga parte, ma potete leggerlo completamente a questo collegamento:

E' un discorso tipicamente "da Papa Francesco", con i piedi ben piantati per terra e gli occhi al cielo. A partire dalla propria esperienza spirituale e pastorale. Anche i "consigli" che dà ai confessori sono gentili richiami ai doveri sacerdotali. Soprattutto quello di mettere orari per le confessioni ed essere fedeli nel farsi trovare.... Dice dunque Papa Francesco:
Se la Riconciliazione trasmette la vita nuova del Risorto e rinnova la grazia battesimale, allora il vostro compito è donarla generosamente ai fratelli. Donare questa grazia. Un sacerdote che non cura questa parte del suo ministero, sia nella quantità di tempo dedicato sia nella qualità spirituale, è come un pastore che non si prende cura delle pecore che si sono smarrite; è come un padre che si dimentica del figlio perduto e tralascia di attenderlo. Ma la misericordia è il cuore del Vangelo! Non dimenticate questo: la misericordia è il cuore del Vangelo! È la buona notizia che Dio ci ama, che ama sempre l’uomo peccatore, e con questo amore lo attira a sé e lo invita alla conversione. Non dimentichiamo che i fedeli fanno spesso fatica ad accostarsi al Sacramento, sia per ragioni pratiche, sia per la naturale difficoltà di confessare ad un altro uomo i propri peccati. Per questa ragione occorre lavorare molto su noi stessi, sulla nostra umanità, per non essere mai di ostacolo ma sempre favorire l’avvicinarsi alla misericordia e al perdono. Ma, tante volte capita che una persona viene e dice: “Non mi confesso da tanti anni, ho avuto questo problema, ho lasciato la Confessione perché ho trovato un sacerdote e mi ha detto questo”, e si vede l’imprudenza, la mancanza di amore pastorale, in quello che racconta la persona. E si allontanano, per una cattiva esperienza nella Confessione. Se c’è questo atteggiamento di padre, che viene dalla bontà di Dio, questa cosa non succederà mai.
E bisogna guardarsi dai due estremi opposti: il rigorismo e il lassismo. Nessuno dei due fa bene, perché in realtà non si fanno carico della persona del penitente. Invece la misericordia ascolta veramente con il cuore di Dio e vuole accompagnare l’anima nel cammino della riconciliazione. La Confessione non è un tribunale di condanna, ma esperienza di perdono e di misericordia!
...Noi sappiamo che il Signore ha voluto fare questo immenso dono alla Chiesa, offrendo ai battezzati la sicurezza del perdono del Padre. E’ questo: è la sicurezza del perdono del Padre. Per questo è molto importante che, in tutte le diocesi e nelle comunità parrocchiali, si curi particolarmente la celebrazione di questo Sacramento di perdono e di salvezza. E’ bene che in ogni parrocchia i fedeli sappiano quando possono trovare i sacerdoti disponibili: quando c’è la fedeltà, i frutti si vedono. Questo vale in modo particolare per le chiese affidate alle Comunità religiose, che possono assicurare una presenza costante di confessori.
Il Papa è molto chiaro: presenza costante di confessori nelle chiese dei religiosi, e che i fedeli delle parrocchie sappiano gli orari in cui trovare i propri sacerdoti per la confessione. Questo è anche stabilito dal Diritto Canonico, visto che l'accessibilità al sacramento della penitenza è uno dei più importanti diritti da tutelare tra i cattolici!
Una domanda: dopo gli orari delle messe, certamente esposti nella chiesa che frequenti, c'è anche l'orario delle confessioni? Se non c'è ricorda al sacerdote le parole di Papa Francesco..."E’ bene che in ogni parrocchia i fedeli sappiano quando possono trovare i sacerdoti disponibili: quando c’è la fedeltà, i frutti si vedono".
un esempio parrocchiale positivo

mercoledì 19 marzo 2014

Bergoglio parla di san Giuseppe "la guida guidata"

Programma che il card. Jorge Mario Bergoglio conduceva in Argentina spiegando la vita e l'esperienza dei santi in televisione (doppiato in italiano da TV2000). Giuseppe, "la guida guidata", "non ha fatto quello che ha voluto, ma quello che gli è stato chiesto....rinunciando alla sua volontà per fare quella di Dio":

giovedì 13 marzo 2014

Anniversario dell'elezione di Francesco, Vescovo di Roma, Pastore della Chiesa universale


Una volta ai Pontefici romani, il giorno della loro "incoronazione" veniva per tre volte ricordato "Pater Sancte, sic transit gloria mundi", mentre un chierico dava fuoco ad un batuffolo di stoppa mentre il Papa era portato in trionfo sulla sedia gestatoria, tra applausi e osanna. A Francesco - questo è poco ma sicuro - un tale gesto non serve: è lui che lo ricorda continuamente alla Chiesa intera! Però come Chiesa intera dobbiamo ricordare un altro testo che pare un po' dimenticato (veniva cantato subito dopo il sic transit gloria mundi!): il Papa, qualunque Papa, non è tanto "il parroco del mondo", ma piuttosto "Pietro in persona". "Tu es Petrus", tu, Papa attuale, continui il servizio di Pietro, il servizio di tutti i Papi, per la saldezza della fede in Cristo della Chiesa universale, per l'unità della Chiesa, la custodia del deposito della fede e il proseguimento della missione evangelizzatrice. La tua persona e il tuo ufficio sono tuttavia incommensurabili, e bisogna sempre temere quando l'ufficio viene confuso con la persona: l'ufficio deve permanere ed essere esercitato, la persona che lo assume di volta in volta passa, col suo carattere e caratteristiche, spigoli e rotondità, diverse come diversi sono gli individui. No al "Papa-Superman" ammoniva Francesco pochi giorni fa nell'intervista al Corriere (leggi qui).

Il rischio è di confondere persona e ufficio, in una specie di monofisismo papolatrico che non può che infastidire specialmente i fratelli cristiani della Riforma o dell'Ortodossia, ma spesso non è percepito dai buoni cattolici. Non è una tentazione nuova: ne avevamo visto i prodromi già con Giovanni Paolo II. Ma poi era venuto Benedetto. Grazie a Dio, Papa Francesco ha nel suo immediato predecessore un vaccino potentissimo, che però pare non funzionare sui media e su tanti cristiani che dipendono da essi per la loro idea e valutazione del Papa e degli eventi ecclesiali. Ratzinger ci ha insegnato con il gesto sbalorditivo della rinuncia, che il ministero petrino non può essere identificato con la persona che lo esercita "pro tempore". Questa è vera umiltà, questa è autentica immunità alla mondanità spirituale. Il servizio di Pietro alla comunione è essenziale alla Chiesa, il colore delle scarpe o la collocazione della stanza del Pontefice sono scelte personali (che arrivano anche a particolari gesti di santità), ma non sono legati al compito richiesto al Vicario di Cristo. Del resto, tutti lo sanno, la santità di un Papa non si valuta da come ha governato la Chiesa, e d'altra parte grandi pontefici della storia non sono sempre stati dei "modelli" appariscenti o stinchi di santo...

Chiediamo oggi al Signore di darci in Francesco un Papa secondo il suo Cuore, non secondo i desideri del Mondo, che - com'è risaputo - non fa gli interessi di Dio, ma i propri conti (e forti sconti sul Vangelo). Imploriamo il Signore che il Pontefice "non fugga davanti ai lupi rapaci" che desiderano oggi, come sempre, disperdere e dilaniare il gregge di Cristo (hanno solo cambiato modo di camuffarsi per nascondersi tra le pecore...). Come ricorda l'oremus per il Papa, che vi riporto sotto, chiediamo infine che il Santo Padre ci edifichi con l'esempio, ma non esiti ad edificarci con la sua parola autorevole, di cui abbiamo tanto bisogno, soprattutto oggi, nella ridda di interpretazioni che lo circondano.





V. Orémus pro Pontífice nostro Francísco.
R. Dóminus consérvet eum, et vivíficet eum, et beátum fáciat eum in terra, et non tradat eum in ánimam inimicórum eius.

V. Preghiamo per il nostro Papa Francesco
R. Il Signore lo conservi, gli doni vita, lo renda felice sulla terra e non lo lasci in preda ai suoi nemici.
V. Tu es Petrus.
R. Et super hanc petram ædificábo Ecclésiam meam.

V. Tu sei Pietro.
R. E su questa pietra edificherò la mia Chiesa.
Orémus.
Deus, ómnium fidélium pastor et rector, fámulum tuum Francísco, quem pastórem Ecclésiae tuae præesse voluísti, propítius réspice: da ei, quæsumus, verbo et exémplo, quibus praeest, profícere: ut ad vitam, una cum grege sibi crédito, pervéniat sempitérnam. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.


Preghiamo
O Dio, pastore e guida di tutti i credenti, guarda il tuo servo 
Francesco che hai posto a presiedere la tua Chiesa; sostienilo con il tuo amore, perché edifichi con la parola e con l’esempio il popolo che gli hai affidato, e insieme giungano alla vita eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Mater Ecclésiæ, ora pro nobis.
Sancte Petre, ora pro nobis.

Madre della Chiesa. Prega per noi.
San Pietro. Prega per noi.
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