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venerdì 29 novembre 2013

Il Papa "Magno" che si oppose al divorzio dei re

Ho trovato su Aleteia la storia attualissima di Papa San Niccolò Magno (il terzo papa, insieme a Leone I e Gregorio I ad aver ricevuto dal Popolo di Dio il titolo di "grande"). Che cosa fece per meritarselo? Si oppose con tutte le forze all'annullamento facile del matrimonio e tanto più al divorzio per passare a nuove nozze. E negò questo non a dei poveracci che non potevano pagarsi la causa alla Sacra Rota, ma nientemeno che al fratello dell'imperatore Ludovico II, segnando un precedente di parecchi secoli rispetto alla più nota vicenda che vede protagonista Enrico VIII d'Inghilterra.
Il pontificato di San Niccolò fu tutto un energico affermare la superiorità della Chiesa nella sfera spirituale, in particolare per quanto riguardava le elezioni o deposizioni dei vescovi, ma nel contempo affermò che i consacrati non si dovevano intromettere nel governo delle cose di questo mondo.
Morì il 13 novembre 867 e fu sepolto nell’atrio della Basilica di San Pietro davanti alle porte. 


Qui potete leggere l'intero articolo di Aleteia da cui ho estratto qui sotto le parti più interessanti, cambiando anche la "foto" che nell'originale è di Nicolò V , non del Primo:


L'avvincente storia del papa “Magno” che pochi conoscono

di Brantley Milligan, coeditor di Aleteia in inglese
....
Il titolo è onorifico e non dovrebbe essere preso alla leggera. Dei 266 uomini che hanno regnato dal trono di San Pietro, solo tre hanno ricevuto l'aggettivo “Magno” che segue il loro nome. Tutti e tre sono vissuti nel primo millennio, a pochi secoli di distanza l'uno dall'altro. Fino a Giovanni Paolo II, nessun papa negli ultimi 1100 anni della Chiesa aveva meritato questo onore.

Avete sentito probabilmente parlare dei papi San Leone Magno e San Gregorio Magno, ma stranamente il terzo è un papa di cui la maggior parte delle persone non ha mai saputo nulla: papa San Niccolò Magno – e la sua storia rappresenta un'importante lezione per il nostro periodo.

... Papa San Niccolò Magno nacque a Roma in una rispettata famiglia nell'anno 800, lo stesso in cui papa Leone III incoronò Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero. Ricevette una buona istruzione ed era noto per la sua pietà, ma non venne ordinato fino ai quarant'anni. Nell'arco di una decina d'anni venne eletto papa con il sostegno dell'imperatore Ludovico II. Fu vescovo di Roma per nove anni fino alla morte, ma il pontificato fu pieno di eventi drammatici.

La controversia più intensa iniziò quando il re Lotario II di Lotaringia e sua moglie Teutberga capirono che non potevano avere figli, il che significava che Lotario II non avrebbe avuto eredi che potessero succedergli al trono al momento della sua morte. Convinto che la moglie fosse sterile, Lotario cercò di ottenere un annullamento per poter sposare la sua amante Waldrada, ma il fratello di Teutberga, Hucberto, un abate, prese le sue difese. La non colpevolezza di Teutberga fu provata dopo che era stata sottoposta alla prova dell'acqua, e Lotario la riprese quindi con sé, almeno temporaneamente.

Lotario continuò però a perseguire un annullamento, e alla fine riuscì a convincere il suo clero locale a concederglielo. I vescovi di Francia convocarono un sinodo e confermarono l'annullamento malgrado l'assenza dei requisiti richiesti dal diritto ecclesiastico. Un anno dopo si tenne in Francia un altro sinodo sulla questione e vi parteciparono dei legati papali inviati da papa Niccolò, che vennero corrotti da Lotario e sostennero l'annullamento. Teutberga fece appello a Carlo il Calvo, re della Francia Occidentale, e il caso venne portato a Roma davanti allo stesso Niccolò.

Due arcivescovi vennero inviati dalla Germania con l'appoggio dell'imperatore Ludovico per argomentare a favore della nullità. Niccolò non solo dichiarò la nullità invalida, ma condannò e depose i due arcivescovi.

Irato per la decisione, Lotario inviò il suo esercito a Roma e assediò la città, esigendo che Niccolò gli concedesse l'annullamento. Pur essendo confinato nella vecchia basilica di San Pietro e restando prigioniero per due giorni senza cibo, Niccolò rifiutò di cedere. Quando fu chiaro che l'annullamento era una causa persa e che stava rischiando la scomunica per le sue azioni, Lotario si riconciliò con Niccolò, ritirò il suo esercito e tornò con la moglie Teutberga. L'imperatore Ludovico ordinò che i due arcivescovi deposti tornassero a casa loro, e la decisione di papa Niccolò continuò ad essere valida.

Una storia familiare

Se tutto sembra familiare è perché lo è: una situazione molto simile ha provocato lo scisma anglicano nel XVI secolo. Mentre Lotario alla fine accettò l'autorità del papa, però, il re Enrico VIII decise di intraprendere la via della creazione di una propria religione, che gli avrebbe convenientemente permesso di divorziare dalla moglie come voleva.

Potete immaginare se una cosa di questo tipo avvenisse oggi? I vescovi locali a sostegno di una nullità illegittima, gli inviati del papa corrotti, il papa che cambia la decisione e depone gli arcivescovi, il disgustato leader di una grande potenza che invia un esercito per assediare Roma e imprigionare il papa. I mezzi di comunicazione vivrebbero una giornata indimenticabile. Il New York Times dichiarerebbe la fine della Chiesa cattolica, l'Huffington Post esploderebbe contro l'atteggiamento retrogrado del papa sul matrimonio e gli esperti della CNN si chiederebbero se il futuro papa sarà liberale e modernizzerà la Chiesa. Il tutto unito alla confusione dottrinale che provocherebbe una disunione simile tra i vescovi e alla paura che una persecuzione così intensa del Santo Padre potrebbe estendersi ai cattolici di tutto il mondo.

Ad ogni modo la Chiesa è sopravvissuta, e anziché essere ricordato come un conservatore molesto papa Niccolò ha ottenuto i due onori maggiori possibili: la santità e il titolo esclusivo di “Magno”, diventando uno dei migliori papi che siano esistiti.

giovedì 27 giugno 2013

L'ultimo schiaffo dei vescovi Lefebvriani: adesso Papa Francesco sarà costretto a scomunicarli di nuovo?!

Foto-ricordo dell'Ordinazione illecita dei vescovi Lefebvriani
I tre vescovi Lefebrviani rimasti, dopo l'espulsione dalla Fraternità sacerdotale del negazionista (e mentalmente instabile) mons. Williamson, oggi osano festeggiare il 25° anniversario della loro illecita consacrazione episcopale, facendo una incondizionata apologia dello scismatico (e morto tale) che li ordinò e  calpestando la magnanima offerta di pace che Benedetto XVI fece loro con le discussioni dottrinali e soprattutto con il levar loro il fardello della scomunica conseguente all'atto stesso dell'ordinazione all'episcopato senza mandato papale.
Vi riporto l'intero testo in italiano che va consapevolmente contro il "Preambolo dottrinale" che papa Benedetto, limandolo e sistemandolo, aveva proposto come requisito irrinunciabile per la riconciliazione della Fraternità di San Pio X. Già un anno fa si era capito che mons. Fellay aveva dovuto capitolare e non firmare il Preambolo, eppure qualcuno sperava ancora. Ma quello che vediamo oggi ha tutta l'apparenza di una definitiva rottura.
Questa "dichiarazione" è una vera e propria "dichiarazione di guerra", che pubblicamente afferma in maniera definitiva il rifiuto dei testi del Concilio (e non solo della loro interpretazione errata "di rottura", che viene anzi fatta propria anche se in senso opposto all'ermeneutca liberale) e ribadisce il rifiuto pratico dell'autorità attuale della Sede Romana (accusata di essere irretita dall'errore).
Ora: rifiutare un Concilio Ecumenico riconosciuto dalla Chiesa Cattolica, indipendentemente dal contenuto più o meno pastorale, è senza dubbio un atto formale di scisma, e come tale deve essere sanzionato dall'autorità. A mio parere, dopo le discussioni dottrinali e la proposta del "preambolo", ci troviamo di fronte  anche al rigetto formale di proposizioni dottrinali che il Papa stesso aveva chiesto di sottoscrivere. In questo caso si deve parlare di eresia vera e propria. L'eresia mescola verità a esagerazioni, rigonfiamenti, rendendo falso il risultato. Il non voler obbedire e mantenere l'unità con la Chiesa di Roma, è comunque - proprio nella Tradizione cattolica - motivo sufficiente per sentirsi in difetto "di fede", perché contesta nella pratica la definizione dogmatica del Primato di giurisdizione del Romano Pontefice sancito al Concilio Vaticano Primo (non Secondo!).
La chiara posizione dei vescovi Lefebvriani e la loro conclamata voglia di separazione dalla Chiesa Cattolica errante, comunque, non potrà che risultare in un salutare shock per quanti di loro non accetteranno questo passo e torneranno in seno alla Madre Chiesa (come già in tanti hanno fatto....).
Farà anche bene a quei cattolici tradizionalisti tentati dalla SSPX, che non si vogliono rendere conto che qui c'è in ballo ben più di gregoriano e latino, o di messa antica (che oggi - tra l'altro - ha piena cittadinanza nella Chiesa Cattolica), ma si tratta di posizioni dottrinali che minano la recezione di un Concilio Ecumenico e la sua corretta interpretazione (oggetto del solerte e limpido magistero di Benedetto XVI). 
Vi espongo il testo della "dichiarazione" di guerra con qualche commento, in attesa della risposta che Roma non potrà a lungo trattenersi dal dare.

1- Nella ricorrenza del 25° anniversario delle Consacrazioni Episcopali, i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X intendono esprimere solennemente la loro gratitudine a Mons. Marcel Lefebvre e a Mons. Antonio De Castro Mayer per l’atto eroico [infelice scelta di termini!] che hanno avuto il coraggio di porre, il 30 giugno 1988. In particolare vogliono manifestare la loro filiale riconoscenza verso il venerato fondatore il quale, dopo tanti anni al servizio della Chiesa e del Sommo Pontefice, non ha esitato a subire l’ingiusta accusa di disobbedienza per la difesa della fede e del sacerdozio cattolico [stanno dicendo che la scomunica di Lefebvre non ha valore, non è stato disobbediente! Forse bisogna spiegar loro la differenza fra "sincerità" e "verità", percezione soggettiva e realtà di diritto].
2- Nella lettera che ci indirizzò prima delle consacrazioni, scriveva: “Vi scongiuro di rimanere attaccati alla sede di Pietro, alla Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese, nella fede cattolica integrale, espressa nei simboli della fede, nel Catechismo del Concilio di Trento, conformemente a quanto vi è stato insegnato in seminario. Rimanete fedeli nel trasmettere questa fede perché venga il regno di Nostro Signore.” E’ proprio questa frase che esprime le ragioni profonde dell’atto che si accingeva a compiere. “Perché venga il regno di Nostro Signore”, Adveniat regnum tuum. [Significato: il resto della Chiesa ha perduto l'integralità della fede]
3- Al seguito di Mons. Lefebvre affermiamo che la causa dei gravi errori che stanno demolendo la Chiesa non risiede in una cattiva interpretazione dei testi conciliari – in una “ermeneutica della rottura” che si opporrebbe ad una “ermeneutica della riforma nella continuità” – , ma piuttosto nei testi stessi [Questa affermazione è eretica, perché presuppone che il Concilio Ecumenico abbia fatto errori dottrinali, cosa che - per fede - un cattolico non può ammettere], a causa della scelta inaudita operata dal Concilio Vaticano II. Questa scelta si manifesta nei suoi documenti e nel suo spirito: di fronte all’ “umanesimo laico e profano”, di fronte alla “religione (poiché tale è) dell’uomo che si fa Dio”, la Chiesa, unica detentrice della Rivelazione “del Dio che si è fatto uomo”, ha voluto far conoscere il suo “nuovo umanesimo” dicendo al mondo moderno: “Anche noi, e più di chiunque altro, abbiamo il culto dell’uomo” (Paolo VI, Discorso di chiusura, 7 dicembre 1965) [citazione falsata, non rispettosa della traduzione ufficiale e tagliata ad arte: vedere per confronto il testo ufficiale in traduzione italiana o l'originale latino]. Ora, questa coesistenza del culto di Dio e del culto dell’uomo si oppone radicalmente alla fede cattolica che ci insegna a rendere il culto supremo e a riconoscere il primato esclusivamente al solo vero Dio e al suo Unigenito, Gesù Cristo, nel quale “abita corporalmente la pienezza della divinità” (Col. 2,9).
4- Siamo dunque obbligati a constatare che questo Concilio atipico, che ha voluto essere solo pastorale e non dogmatico, ha inaugurato un nuovo tipo di magistero, sconosciuto fino ad allora nella Chiesa, senza radici nella Tradizione; un magistero determinato a conciliare la dottrina cattolica con le idee liberali; un magistero imbevuto dei principi modernisti del soggettivismo, dell’immanentismo e in perpetua evoluzione, conformemente al falso concetto della tradizione vivente, in quanto altera la natura, il contenuto, il ruolo e l’esercizio del magistero ecclesiastico. [frasi di incredibile portata: si rigetta come falso il concetto di Tradizione vivente. Sarebbe bene andare a rileggere almeno i testi splendidi del Beato J.H. Newman prima di dire enormità del genere]
5- Per questo il regno di Cristo non è più la preoccupazione delle autorità ecclesiastiche, benché queste parole di Cristo: “Ogni potere mi è stato dato sulla terra e in cielo” (Mt 28,18) rimangano una verità ed una realtà assolute. Negarle nei fatti significa non riconoscere più in pratica la divinità di Nostro Signore. Così, a causa del Concilio, la regalità di Cristo sulle società umane è semplicemente ignorata, addirittura combattuta e la Chiesa è prigioniera di questo spirito liberale che si manifesta specialmente nella libertà religiosa, nell’ecumenismo, nella collegialità e nel nuovo rito della messa. [Qui si presentano i capi di accusa ben conosciuti e oggetto delle discussioni dottrinali degli anni precedenti]
6- La libertà religiosa esposta in Dignitatis humanae e la sua applicazione pratica da cinquant’anni conducono logicamente a chiedere al Dio fatto uomo di rinunciare a regnare sull’uomo che si fa Dio; il che equivale a dissolvere Cristo. Al posto di una condotta ispirata da una fede solida nel potere reale di Nostro Signore Gesù Cristo, noi vediamo la Chiesa vergognosamente guidata dalla prudenza umana e a tal punto dubbiosa di sé che chiede agli Stati soltanto ciò che le logge massoniche vogliono concederle: il diritto comune, nel mezzo e allo stesso livello delle altre religioni, che essa non osa più chiamare false.
7- Nel nome di un ecumenismo onnipresente (Unitatis Redintegratio) e di un vano dialogo interreligioso (Nostra Aetate) la verità sull’unica Chiesa è taciuta; così la stragrande maggioranza dei pastori e dei fedeli, non vedendo più in Nostro Signore e nella Chiesa Cattolica l’unica via della salvezza, hanno rinunciato a convertire i seguaci delle false religioni, lasciandoli nell’ignoranza dell’unica Verità. In questo modo l’ecumenismo ha letteralmente ucciso lo spirito missionario attraverso la ricerca di una falsa unità, riducendo troppo spesso la missione della Chiesa alla proclamazione di un messaggio di pace puramente terrena e ad un ruolo umanitario di sollievo alla miseria nel mondo, mettendosi così al seguito delle organizzazioni internazionali. [come in tutte le eresie anche qui c'è del vero, ma mescolato ad estremismi che lo rendono una caricatura dei problemi reali]
8- L’indebolimento della fede nella divinità di Nostro Signore favorisce una dissoluzione dell’unità dell’autorità nella Chiesa, introducendovi uno spirito collegiale, egalitario e democratico (cfr. Lumen Gentium). Cristo non è più il capo da cui deriva tutto, in particolare l’esercizio dell’autorità. Il Sommo Pontefice, che non esercita più effettivamente la pienezza della sua autorità, così come i vescovi, i quali – contrariamente agli insegnamenti del Concilio Vaticano I – pensano di poter condividere collegialmente e in maniera abituale la pienezza del potere supremo, ascoltano e seguono oramai, con i sacerdoti, il “popolo di Dio”, nuovo sovrano. Questo significa distruzione dell’autorità e di conseguenza rovina delle istituzioni cristiane: famiglie, seminari, istituti religiosi. [E' alquanto paradossale che per affermare di dover obbedire sempre e comunque al Papa, questi vescovi si sentano costretti a disobbedire. Mi scoppia la testa!]
9- La nuova messa, promulgata nel 1969, diminuisce l’affermazione del regno di Cristo attraverso la Croce (“Regnavit a ligno Deus”). Infatti il suo stesso rito sfuma e offusca la natura sacrificale e propiziatoria del sacrificio eucaristico [Otto anni di spiegazioni e attente catechesi di Benedetto XVI sono passati in vano...]. Soggiacente a questo nuovo rito si trova la nuova e falsa teologia del mistero pasquale [mai sentito parlare di ANTICHI padri della Chiesa?]. L’uno e l’altra distruggono la spiritualità cattolica fondata nel sacrificio di Nostro Signore sul Calvario. Questa messa è impregnata di uno spirito ecumenico e protestante [c'è sempre qualcosa di vero mescolato alle esagerazioni, ricordate], democratico e umanista che soppianta il sacrificio della Croce. Essa illustra la nuova concezione del “sacerdozio comune dei battezzati” che deforma il sacerdozio sacramentale del presbitero [questo è semplicemente falso e già chiarito in Lumen Gentium 10 dove si parla della diversità essenziale del sacerdozio battesimale e di quello ministeriale].
10- Cinquant’anni dopo il Concilio, le cause sussistono e generano ancora gli stessi effetti. Cosicché ancora oggigiorno le Consacrazioni Episcopali conservano tutta la loro ragion d’essere [nessun pentimento, nessuna richiesta di perdono]. È l’amore della Chiesa che ha guidato Mons. Lefebvre e guida i suoi figli. È lo stesso desiderio di “trasmettere il sacerdozio cattolico in tutta la sua purezza e la sua carità missionaria” (Mons. Lefebvre, Itinerario spirituale) che anima la Fraternità San Pio X al servizio della Chiesa quando essa chiede con insistenza alle autorità romane di riappropriarsi del tesoro della Tradizione dottrinale, morale e liturgica.
11- Questo amore della Chiesa spiega il principio che Mons. Lefebvre ha sempre osservato: seguire la Provvidenza in tutti i frangenti, senza mai permettersi di anticiparla. Noi intendiamo fare altrettanto: sia che Roma ritorni presto alla Tradizione e alla fede di sempre – il che ristabilirà l’ordine nella Chiesa – sia che essa riconosca esplicitamente alla Fraternità il diritto di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori che le sono contrari, con il diritto ed il dovere di opporsi pubblicamente agli errori e a coloro che li promuovono, chiunque essi siano – il che permetterà un inizio di ristabilimento dell’ordine. [qui si dice o Roma si fa Lefebvriana o ci deve lasciare liberi di contestarla e di disprezzarla, e allora qualche accordo si può fare. Cose inaudite!] Nel frattempo, di fronte a questa crisi che continua a provocare disastri nella Chiesa, noi perseveriamo nella difesa della Tradizione cattolica e la nostra speranza rimane totale, poiché sappiamo con la certezza della fede che “le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18). [veramente questa promessa, che riguarda la Chiesa, non la Tradizione della Chiesa, è stata fatta a Pietro e in lui ai suoi Successori, non a mons. Marcel... ma pare una dimenticanza veniale a chi si considera "il resto" della vera Chiesa!]
12- Intendiamo quindi seguire la richiesta del nostro caro e venerato padre nell’episcopato: “Miei cari amici, siate la mia consolazione in Cristo, rimanete forti nella fede, fedeli al vero sacrificio della Messa, al vero e santo sacerdozio di Nostro Signore, per il trionfo e la gloria di Gesù in cielo e in terra” (Lettera ai vescovi). Degni la Santissima Trinità, per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, accordarci la grazia della fedeltà all’episcopato che abbiamo ricevuto e che vogliamo esercitare per l’onore di Dio, il trionfo della Chiesa e la salvezza delle anime.
Ecône, 27 giugno 2013, festa della Madonna del Perpetuo Soccorso
Mons. Bernard Fellay
Mons. Bernard Tissier de Mallerais
Mons. Alfonso de Galarreta

mercoledì 5 dicembre 2012

Il National (ex)Catholic Reporter sfida sfacciatamente la Chiesa Cattolica, e firma - speriamo - la propria fine.


E' apparso due giorni fa, sul giornale statunitense NCR che insiste a chiamarsi cattolico, ma non lo è da anni e anni, un editoriale (leggi qua in inglese) a nome di tutta la redazione (nessuno se ne è preso la responsabilità singolarmente?) che si pone apertamente e senza indugi contro il Magistero della Chiesa Cattolica. Non solo "contro il Papa", come qualche commentatore sottolinea, ma prima di tutto contro l'intero episcopato degli USA, poi contro la Tradizione unanime della Chiesa Cattolica, infine contro i chiari documenti del Beato Giovanni Paolo II.... E potrei continuare. Basta leggere per capire che di attacco totale si tratta. Un attacco, dobbiamo sperare, in stile kamikaze.
Il punto controverso è - tanto per cambiare - l'ordinazione sacerdotale delle donne. In maniera disgustosa e provocatoria il National Catholic Reporter afferma nel titolo: "L'ordinazione delle donne correggerebbe un'ingiustizia". E prosegue:
"La chiamata al sacerdozio è un dono che viene da Dio. Ha le sue radici nel battesimo ed è richiesto e confermato dalla comunità quando tale dono risulta autentico ed evidente in una persona come carisma. Le donne cattoliche che hanno scoperto una chiamata al sacerdozio e hanno avuto tale chiamata confermata dalla comunità dovrebbero essere ordinate nella Chiesa Cattolica Romana. Vietare alle donne l'ordinazione presbiterale è un'ingiustizia e non si può tollerare che rimanga in piedi".
Un vocabolario scioccante, pieno di rivendicazioni sindacali che non tengono minimamente conto della realtà teologica del ministero come descritto, non dico dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che per i signori del Reporter è abominio, ma dai documenti del Concilio Vaticano II, se ancora credono almeno in esso!

Il giornale si schiera poi anima e corpo in difesa dell'eretico Roy Bourgeois, dimesso dallo stato clericale ed espulso dalla sua congregazione religiosa per aver partecipato attivamente ad una invalida e sacrilega ordinazione femminile, ultima goccia di interminabili campagne condotte dall'ex prete per imporre il suo pensiero femminista, progressista, abortista, liberista, libertario: una specie di Pannella in clergyman (che non portava, ovviamente).

Con puntiglio degno di protestanti arrabbiati, i redattori del pezzo su NCR riportano il parere del 1976 della Pontificia Commissione Biblica, per la quale nel Nuovo Testamento da solo non c'era una risposta definitiva e chiara per dirimere una volta per tutte la questione dell'ordinazione femminile. Da quell'ambiguo parere scientifico, NCR, senza tener conto della Parola di Dio trasmessa dalla Tradizione (rileggano Dei Verbum!) salta alle conclusione che allora si deve ordinare la donna! Il magistero seguente, anche questo puntigliosamente elencato, viene presentato come infedele alla Bibbia e coercitivo contro le cristiane che "sentono" la chiamata. Argomentazioni incredibili, presentate con una superficialità allucinante.

Addirittura critica la Santa Sede perché - dopo il responso dell'Ordinatio Sacerdotalis (1984), il quale stabiliva appartenere al deposito della fede che l'ordinazione sacerdotale è da riservare solo agli uomini -  sceglierebbe i candidati all'episcopato solo tra gli allineati a questa posizione. E voglio vedere che la Santa Sede non debba scegliere uomini ortodossi per affidar loro l'episcopato! Ma come ragionano al NCR? Con le quote di vescovi a seconda delle tendenze politiche? Ma di che Chiesa stanno cianciando?

Con un linguaggio volgare si parla addirittura di "vittime" del documento Ordinatio Sacerdotalis: sarebbero i docenti di teologia che si sono visti ritirare il mandato canonico di insegnare nelle facoltà cattoliche per la loro disobbedienza  all'insegnamento del Magistero (ma se proprio non riescono ad aderirvi almeno potrebbero sforzarsi di non insegnare a disprezzarlo...)

La conclusione del "proclama" (altro che editoriale) è questa che vi traduco:
Il nostro messaggio è che noi crediamo che il sensus fidelium è tale per cui l'esclusione delle donne dal sacerdozio non ha un forte fondamento nella Scrittura o nessun altro ragionevole motivo cogente; perciò le donne dovrebbero essere ordinate. Abbiamo sentito fedeli assentire a questo durante innumerevoli conversazioni nelle sale parrocchiali, sale per conferenze e raduni familiari. Ciò è stato oggetto di studio e di preghiera individuale e in gruppo. La coraggiosa testimonianza della Conferenza per l'Ordinazione delle donne, per esempio, ci dà la sicurezza che i fedeli sono arrivati a questa conclusione dopo una ponderazione fatta di preghiera e studio -- sì, perfino studio della Ordinatio Sacerdotalis.
NCR unisce la sua voce con Roy Bourgeois e fa appello alla Chiesa cattolica perché corregga questo ingiusto insegnamento.
Ma pensa! Le sale parrocchiali e i raduni familiari, luoghi notoriamente deputati alla formulazione dei dogmi nella Chiesa Cattolica, hanno trovato certezza irrefragabile che il Papa e i vescovi in comunione con lui, parecchie migliaia, stanno propalando un insegnamento ingiusto e sbagliato. E il buon giornale NCR che supporta questo supposto (e distorto) sensus fidelium (che come ricorda il concilio comprende tutti i fedeli, dai vescovi agli ultimi fedeli laici... ma tutti se lo dimenticano), si unisce alla lotta. 

Speriamo che finalmente, dopo quest'ultimo colpo, qualcuno in alto faccia qualcosa per fermare la deriva del NC. 
Con il sensus fidelium che è dato in maniera esclusiva ai blogger, propongo alla gerarchia:
1) Impedire l'uso di Catholic al National Reporter, appellativo che non si merita proprio e trae in inganno i fedeli.
2) Sanzionare in qualche modo, pena la scomunica per eresia se non ritrattano, i sottoscrittori del proclama in forma di editoriale.
3) Disdire e far disdire tutti gli abbonamenti che si può, per mostrare nei fatti che il popolo che sostiene economicamente un giornale cattolico pretende che i contenuti aiutino a conoscere la fede cattolica, e le opinioni dei dissidenti, giustamente esposte, non siano sostenute con partigianeria come fossero verità rivelate!

Piovono già le risposte che seppelliscono con ironiche mazzate argomentative gli schiamazzi protestanti del NCR. Leggete, per es., questo bel pezzo su First Things di Elizabeth Scalia. Tra le altre cose si veda questa lettera del lontano 1968 (!!) dove il vescovo di Kansas City già minacciava il giornale sedicente cattolico per le sue posizioni inaccettabili. Quando si dice lunga fedeltà alla propria linea editoriale!

PS: E poi qualcuno si chiede perché famosi blogger cattolici americani, come padre Zulhdorf, da anni chiamino il National Catholic Reporter con il nomignolo ironico di National Catholic Fishwrap, cioè buono solo per incartare il pesce?

venerdì 3 agosto 2012

Lefebvriani-Luterani: parallelismo del card. Koch sottolineato dall'Osservatore Romano

L'Osservatore Romano di oggi, 3 agosto, riprende una intervista rilasciata dal Card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l'ecumenismo, all'agenzia giornalistica svizzera ecclesiale e bilingue APIC-KIPA.
A proposito dell'atteggiamento di critica del Concilio Vaticano II tipico dei Lefebvriani, il card. Koch, non senza fine ironia, ricorda che cadono così nell'identico errore di Lutero (come tirare sabbia negli occhi di Econe...). Però il cardinale, che si prodiga nel dialogo proprio con i Luterani, e sta programmando di "celebrare" in qualche modo i 500 anni della Riforma (triste celebrazione, c'è da dire...) dovrebbe essere contento se i Lefebvriani assomigliano ai Luterani: in definitiva i partecipanti al dialogo aumentano! Significativo, comunque, il rilancio di questa intervista da parte del Giornale pontificio.

Ecco qui sotto il pezzo che trovate sull'Osservatore Romano di oggi, a pag. 6:

Intervista all’agenzia Apic-Kipa

Il cardinale Koch sul Vaticano II 
«Il concetto secondo il quale un concilio può anche essere in errore risale dopo tutto a Martin Lutero. Già solo considerando questo, i tradizionalisti dovrebbero domandarsi dove effettivamente si pongono». È un passaggio dell’intervista che il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha rilasciato all’agenzia Apic-Kipa. Il porporato ha espresso questa considerazione rispondendo a una domanda circa la possibilità di una riconciliazione con la Fraternità sacerdotale San Pio X, i cui membri in parte manifestano posizioni critiche riguardo al concilio Vaticano II.
Il cardinale, nel corso dell’intervista, ha toccato anche il tema della diversa percezione dei tradizionalisti riguardo al carattere stringente dei principi del concilio: «Il Vaticano II - ha detto - ha adottato quattro costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni. In termini puramente formali, voi potete fare una differenza tra questi tre generi. Ma poi sorge un problema se si considera che il concilio di Trento (1545- 1563) non ha pubblicato che dei decreti e nessuna costituzione. Non verrebbe a nessuno l’idea di affermare che il concilio di Trento sia stato di un livello inferiore. Dunque, dal punto di vista puramente formale, è possibile trovare delle differenze, ma non si può realmente accettare che si facciano delle differenze nel carattere stringente del contenuto di questi documenti». Il porporato ha ricordato anche che il decreto conciliare sull’ecumenismo, l’Unitatis redintegratio, trae i suoi principi dalla costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen gentium: «Paolo VI ha fermamente insistito, al momento della promulgazione del decreto, sul fatto che esso interpreta e spiega la costituzione dogmatica sulla Chiesa».
Riguardo all’ecumenismo, il porporato ha sottolineato che «non è un tema secondario bensì centrale del concilio, come ha ricordato una volta Giovanni Paolo II. È per questo che oggi deve essere un tema centrale della Chiesa. Inoltre, anche la dichiarazione conciliare sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, in particolare l’ebraismo, la Nostra aetate, trova le sue basi nella costituzione dogmatica sulla Chiesa».
Il cardinale Koch ha anche spiegato che, in occasione delle celebrazioni, nel 2017, dei cinquecento anni della Riforma, il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani sta preparando una dichiarazione comune con la Federazione Luterana Mondiale. Inoltre, dovrebbero esserci iniziative locali, la cui organizzazione sarà di competenza delle locali Conferenze episcopali.

giovedì 5 luglio 2012

Negare il funerale non è punizione del defunto, ma una salutare scossa per convertire i vivi

Notizia fresca: l'arcivescovo di Agrigento ha vietato le esequie ad un noto uomo della mafia siciliana. Il parroco, don Leopoldo Argento, attenendosi alle direttive dell'arcivescovo, ha pronunciato solo una preghiera. I giornali riferiscono che questo sarebbe il primo caso, nell'Agrigentino, in cui la Chiesa vieta la celebrazione dei funerali per un boss di mafia.

Secondo gli inquirenti, Lo Mascolo era il vicecapo della cosca locale, secondo soltanto al capomafia Antonino Gagliano. "Voglio rappresentare la mia grande ammirazione nei confronti del gesto dell'arcivescovo Montenegro - ha affermato il presidente del Consorzio agrigentino per la legalità e lo Sviluppo Mariagrazia Brandara - . Si è trattato certamente di una scelta complessa per le diverse implicazioni umani e morali e proprio per questo esprimiamo la nostra vicinanza all'arcivescovo". Appena domenica scorsa, in occasione dei festeggiamenti di San Calogero, compatrono di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro, aveva ripreso l'anatema contro la mafia pronunciato da Giovanni Paolo II, nel maggio del 1993, nella Valle dei Templi.

Una riflessione: la Chiesa non vieta le esequie a qualcuno perché è peccatore, anche se ha commesso gravi crimini, ma si è poi pentito. Chiunque può e deve essere ammesso alla preghiera del suffragio cristiano: tutti ne hanno bisogno. Ma proprio perché è presupposta la fede, il desiderio di penitenza e la ricerca di rinnovamento della vita, il funerale cristiano non può e non deve essere concesso a chi ostinatamente e fino alla fine non ha voluto dare segni di sincero pentimento rispetto a modi di vivere e agire in aperto contrasto con il credere e operare da cristiano. 
Non c'è mai da rallegrarsi, quasi fosse una giusta punizione quella di privare un fedele del funerale in Chiesa. Ciò deve invece essere visto piuttosto come una salutare precauzione, messa in atto dalla Chiesa-madre, che deve dare segni chiari ai suoi figli, per non indurli a considerare normali certe scelte incompatibili con la fede e la morale. Si deve certo sempre pregare privatamente per i morti, e affidarli alla misericordia di Dio, ma nei casi in cui la gerarchia arriva alla sofferta decisione di privare qualcuno delle esequie, se ne devono sempre comprendere anche i forti motivi di richiamo e di stimolo alla conversione che tale forte gesto include.

venerdì 29 giugno 2012

Un messaggio chiaro ai Lefebvriani ribelli: tocca al successore di Pietro aprire e chiudere

Papa Benedetto nell'omelia di oggi, 29 giugno 2012, non ha mancato di declinare il primato petrino in linea con le esigenze della Chiesa di oggi e le necessità che emergono in modo particolare in questi tempi. Ha ricordato con forza che a Pietro è conferito il "potere delle Chiavi". Gesù rimane per l'eternità il capo della Chiesa, certo, ma Pietro e i suoi successori sono gli "amministratori delegati". E chi disobbedisce a loro, disobbedisce a Cristo: perché ai pontefici competono "le decisioni dottrinali", il "potere disciplinare" e "la facoltà di infliggere e togliere la scomunica". Lefebvriano catechizzato, mezzo salvato... Rileggiamo le parole del Papa. Se vi interessa l'intera omelia, la trovate qui.
Passiamo ora al simbolo delle chiavi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo. Esso rimanda all’oracolo del profeta Isaia sul funzionario Eliakìm, del quale è detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (Is 22,22). La chiave rappresenta l’autorità sulla casa di Davide. E nel Vangelo c’è un’altra parola di Gesù rivolta agli scribi e ai farisei, ai quali il Signore rimprovera di chiudere il regno dei cieli davanti agli uomini (cfr Mt 23,13). Anche questo detto ci aiuta a comprendere la promessa fatta a Pietro: a lui, in quanto fedele amministratore del messaggio di Cristo, spetta di aprire la porta del Regno dei Cieli, e di giudicare se accogliere o respingere (cfr Ap 3,7). Le due immagini – quella delle chiavi e quella del legare e sciogliere – esprimono pertanto significati simili e si rafforzano a vicenda. L’espressione «legare e sciogliere» fa parte del linguaggio rabbinico e allude da un lato alle decisioni dottrinali, dall’altro al potere disciplinare, cioè alla facoltà di infliggere e di togliere la scomunica. Il parallelismo «sulla terra … nei cieli» garantisce che le decisioni di Pietro nell’esercizio di questa sua funzione ecclesiale hanno valore anche davanti a Dio.

Mi pare che Benedetto sia stato di una chiarezza cristallina. E speriamo che chi è tentato dallo scisma, dal rifiuto pratico dell'autorità dottrinale di Pietro affermata a parole, dall'aperta ribellione alla Chiesa di Roma, sappia con umiltà accettare i "preamboli dottrinali" e la "sistemazione canonica" che il Papa, roccia petrina della Chiesa, ha offerto e continua, con il sorriso di padre, a proporre nonostante tutto. (Se sapete l'inglese leggete l'omelia odierna di Mons. Fellay o ascoltatela in francese e ditemi voi!). Davvero Benedetto XVI è il papa dell'unità della Chiesa.

mercoledì 18 aprile 2012

Fellay, si dice, "ha firmato". Ma non tutti i suoi sono d'accordo con lui. Nemmeno Lefebvre stesso?

Si percepisce un certo contrasto all'interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i lefebvriani (leggi qui). Mentre l'ala "cattolica" si rallegra (leggi qui) della probabile capitolazione dei vertici alle richieste dottrinali del Papa (che per primo ha concesso tutto quello che i lefebvriani, da sempre, chiedevano), c'è un'aula "rigorista", che non intende piegarsi e cerca di spegnere gli entusiasmi (il comunicato oggi uscito da Menzingen ne è un segno chiaro - si veda anche qui -)
Purtroppo sappiamo che questi ultimi possono richiamarsi alla più autentica eredità dell'arcivescovo scomunicato Marcel Lefebvre, iniziatore dell'irregolare società di chierici tradizionalista, mai piegatosi alle richieste della Santa Sede. Accetterebbe lui, oggi, l'accordo dottrinale proposto da Ratzinger Papa, quello stesso Ratzinger Cardinale a cui più volte disse "NO" in vita, come ci testimonia il video-discorso che qui vi accludo?? A voi la risposta, dopo aver ascoltato il discorso (o letto i sottotitoli se non capite bene il francese). Comunque rimarrà la domanda: Quanto sincera potrà essere l'accettazione dottrinale di chi, fino a ieri, continuava a dire che non intendeva piegarsi alle pretese di una Roma "che ha perso la Fede"? Anche questo resta da scoprire... Speriamo e preghiamo per un vero e duraturo risanamento degli strappi nella veste di Cristo che è la sua Chiesa. Papa Benedetto se lo meriterebbe davvero.

domenica 1 aprile 2012

La strage degli innocenti al "centro procreazione" di Roma

Potete leggere qui l'agghiacciante notizia.
AL SAN FILIPPO NERI di Roma: Guasto al centro procreazione, distrutti 94 embrioni. Il ministro invia ispettori

Proprio San Filippo Neri doveva avere la sventura di dare il nome allo scellerato "centro procreazione" dove in un sol colpo 94 embrioni sono andati distrutti per l'innalzamento della temperatura dell'azoto liquido dove erano conservati. Novantaquattro bambini, troppo piccoli per esser visti ad occhio nudo, ma comunque esseri umani: morti, distrutti, per una svista di qualche tecnico. Già è una cosa abominevole congelare degli esserini creati in provetta, non parliamo di lasciarli deperire per uno scongelamento non previsto. Anche Severino Antinori, uno dei più spregiudicati e amorali "medici della riproduzione" che ci siano sulla piazza ha duramente condannato il comportamento senza professionalità del Centro romano in questione e ne ha auspicato la chiusura. 

Per "guarire" 40 coppie dalla "malattia" del non riuscire ad avere un bimbo, ne sono stati sacrificati ben 94. E solo ieri, e solo in un piccolo centro romano. Chissà quanti milioni di embrioni prodotti e mal conservati non entreranno mai nelle classifiche degli aborti: eppure lo sono a tutti gli effetti.

Preghiamo il Signore che fermi questa strage senza senso, questa assurdo gioco a creare la vita quando non vuole spontaneamente venire, che fa da contraltare alla smania di spegnerla se nasce naturalmente dove non la si è programmata o proprio non la si vuole.

giovedì 29 marzo 2012

Scomunicati i 4 sedicenti vescovi ucraini "ultratradizionalisti" della "Chiesa ortodossa greco cattolica ucraina"

Per "amore" della Chiesa e della "tradizione orientale" condannavano come eretici i loro vescovi e il card. Husar, tutti accusati di modernismo, e addirittura magia, sincretismo e innominabili eresie. In quattro - a loro detta -  si sarebbero fatti anche ordinare vescovi, ma non ci sono prove documentali. Comunque sia ecco cosa succede quando la Santa Sede perde la pazienza e agisce senza tentennamenti, per il bene dei fedeli e per evitare la confusione (come afferma la dichiarazione che vi allego). Speriamo che questo monito possa essere colto anche da altri vescovi (non orientali), che continuano a tirare la corda in un tira e molla che ormai ha i giorni contati.
A questo link trovate il sito in italiano della sedicente "Chiesa Ortodossa Greco-cattolica ucraina" e potete leggere i loro vaneggiamenti, tipo questo:
La scomunica di 2271 vescovi cattolici!!! (Scarica qui il testo)


DICHIARAZIONE DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE SULLO STATUS CANONICO DEI "SEDICENTI VESCOVI GRECO-CATTOLICI DI PIDHIRCI", REV.DI ELIÁŠ A. DOHNAL, O.S.B.M., MARKIAN V. HITIUK, O.S.B.M., METODEJ R. ŠPIŘIK, O.S.B.M., E ROBERT OBERHAUSER

1) La Santa Sede ha seguito con viva apprensione l'attività posta in essere dai Rev.di Eliáš A. DOHNAL, O.S.B.M., Markian V. HITIUK, O.S.B.M., Metodèj R. ŠPIŘIK, O.S.B.M., e Robert OBERHAUSER, i quali, espulsi dall'Ordine Basiliano di S. Giosafat, si sono successivamente autoproclamati vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina. Detti chierici con il loro comportamento contumace continuano a sfidare l'autorità ecclesiastica, danneggiando moralmente e spiritualmente non solo l'Ordine Basiliano di San Giosafat e la Chiesa greco-cattolica ucraina, ma anche questa Sede Apostolica e l'intera Chiesa Cattolica. Tutto questo provoca divisione e sconcerto tra i fedeli. I suddetti chierici, dopo aver dato vita ad un gruppo di "vescovi" di Pidhirci, recentemente hanno cercato di ottenerne il riconoscimento e la successiva registrazione, da parte della competente autorità civile, come "Chiesa Ortodossa Greco-Cattolica Ucraina".
2) Esponenti a vari livelli della Chiesa sin dall'inizio di questa sofferta vicenda hanno invano cercato di dissuaderli dal proseguire in comportamenti che possono tra l'altro trarre in inganno i fedeli – cosa avvenuta per un certo numero di essi.
3) La Santa Sede, sollecita nel proteggere l'unità e la pace del gregge di Cristo, aveva sperato in un pentimento e in un successivo conseguente ritorno dei suddetti chierici alla piena comunione con la Chiesa Cattolica. Purtroppo gli ultimi sviluppi – quale il tentativo non riuscito di registrazione statale del gruppo di "Pidhirci" con il nome di "Chiesa Ortodossa Greco-Cattolica Ucraina" – hanno dimostrato invece la loro contumacia.
4) Per salvaguardare, quindi, il bene comune della Chiesa e la "salus animarum", atteso che i sedicenti "vescovi" di Pidhirci non danno segno alcuno di ravvedimento, ma continuano a creare confusione e scompiglio nella comunità dei fedeli, in particolare calunniando gli Esponenti della Santa Sede e della Chiesa locale ed affermando che la Suprema Autorità della Chiesa è in possesso di una documentazione che comproverebbe la piena validità della loro ordinazione episcopale, la

Congregazione per la Dottrina della Fede
accogliendo la richiesta presentata da parte dell'Autorità ecclesiastica della Chiesa greco-cattolica ucraina, nonché di altri Dicasteri della Santa Sede, ha deciso con la presente dichiarazione di informare i fedeli, specialmente nei Paesi di provenienza dei chierici-sedicenti "vescovi" circa la loro attuale condizione canonica.

5) Questa Congregazione, dissociandosi totalmente dall'operato dei menzionati sedicenti "vescovi" e dalle loro sopraccitate false dichiarazioni, formalmente dichiara di non riconoscere la validità delle loro ordinazioni episcopali e di tutte quelle ordinazioni che da esse sono derivate o deriveranno. Si rende noto, inoltre, che lo stato canonico dei quattro menzionati sedicenti "vescovi" è quello di scomunicati ex can. 1459 § 1 Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium (CCEO), atteso che, con la sentenza di seconda istanza del Tribunale Ordinario della Chiesa Arcivescovile Maggiore Ucraina del 10 settembre 2008, gli stessi sono stati riconosciuti colpevoli dei delitti di cui ai cann. 1462, 1447 e 1452 CCEO, ovvero dei delitti di usurpazione illegittima dell'ufficio; di fomentata sedizione e di odio nei confronti di alcuni Gerarchi e di provocazione dei sudditi a disubbidire; nonché del delitto di lesione della buona fama altrui mediante dichiarazioni calunniose.
6) Si notifica inoltre che la denominazione "cattolica" usata da gruppi non riconosciuti dalla competente autorità ecclesiastica è da considerarsi illegittima ed abusiva ex can. 19 CCEO.
7) I fedeli sono, pertanto, tenuti a non aderire al suddetto gruppo in quanto esso è, ad ogni effetto canonico, fuori della comunione ecclesiastica e sono invitati a pregare per i membri dello stesso gruppo affinché possano ravvedersi e tornare alla piena comunione con la Chiesa cattolica.
Dal Palazzo del Sant'Uffizio, 22 febbraio 2012
William Cardinale Levada
Prefetto
  + Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo titolare di Thibica
Segretario

venerdì 16 marzo 2012

Mano di ferro in guanto di velluto. Papa Benedetto è chiaro: i Lefebvriani devono ora accettare le sue condizioni.

Un comunicato limpido e cristallino è uscito oggi dagli uffici della Santa Sede. Riguarda la vicenda della faticosa riconciliazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i cosiddetti Lefebvriani. Il messaggio, che si riferisce all'incontro odierno tra il Card. Levada e i superiori della Fraternità è scritto in ecclesialese curiale, forbito e gentile, ma è un macigno. Leggiamolo e commentiamolo:


Durante l’incontro del 14 settembre 2011 fra Sua Eminenza il Signor Cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, e Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, era stato consegnato a quest’ultimo un Preambolo Dottrinale, accompagnato da una Nota preliminare, quale base fondamentale per raggiungere la piena riconciliazione con la Sede Apostolica. In esso si enunciavano alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il "sentire cum Ecclesia" [questo è il riassunto delle puntate immediatamente precedenti. Potete trovare qualche riferimento anche in questo post e in quest'altro, scritti tempo fa'].

La risposta della Fraternità Sacerdotale San Pio X in merito al summenzionato Preambolo Dottrinale, pervenuta nel gennaio 2012, è stata sottoposta all’esame della Congregazione per la Dottrina della Fede e successivamente al giudizio del Santo Padre [è già sceso in campo il Papa, al cui giudizio -lo ricordiamo - non c'è appello ulteriore]. In ottemperanza alla decisione di Papa Benedetto XVI [il Papa ha deciso], con una lettera consegnata in data odierna, si è comunicato a S.E. Mons. Fellay la valutazione della sua risposta. In essa si fa presente che la posizione, da lui espressa, non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità. [Il Papa non è d'accordo con i Lefevriani a proposito del loro parere che il "preambolo dottrinale" sia inaccettabile . Attenzione ai termini. Si dice: la risposta data "non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura". C'è dunque, attualmente, e rimane una spaccatura, un fossato, una mancanza di comunione, e questa è data non da problemi disciplinari, ma da questioni che riguardano fede e/o morale (dottrinali)]

Al termine dell’odierno incontro, guidato dalla preoccupazione di evitare una rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili, si è rivolto l’invito al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X di voler chiarificare la sua posizione al fine di poter giungere alla ricomposizione della frattura esistente, come auspicato da Papa Benedetto XVI. [Qui si arriva al dunque: c'è un ultima mano tesa dal Papa, perché Fellay accetti di ricomporre la frattura esistente "come auspicato da Papa Benedetto". Altrimenti sono chiaramente previste le consueguenze, che ci si affretta a dire di voler evitare. Si tratta di una "rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili": minaccia di scomunica per niente velata, e questa volta - da ciò che pare dal comunicato - non solo per scisma causato da una rottura della disciplina, pur importante come l'ordinare vescovi senza mandato pontificio, ma per i problemi dottrinali. Questo vuol dire eresia, chiaro e tondo: davvero conseguenze dolorose e incalcolabili]
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Il temporeggiamento è finito. E' arrivata la resa dei conti. RadioVaticana aggiunge che il termine è il 15 aprile prossimo. Il Papa ha parlato: Roma locuta, causa finita. Prendere o lasciare. Ma lasciare significherà per i Lefebvriani perdere tutto e relegarsi tra i sedevacantisti. Oppure perdere solo gli elementi eretici, presenti nel suo seno, e tornare purificata a Roma, nell'abbraccio della Chiesa universale, continuando a far fiorire il carisma "spinoso" - se volete -  eppure fecondo - del continuo richiamo alla teologia, magistero e disciplina preconciliare.

E proprio secondo la Tradizione, ricordiamo anche questo, la Chiesa - per volere divino - non è una democrazia, soprattutto per quanto riguarda la dottrina e la sua valutazione. Il custode supremo del dogma è il Vescovo di Roma, con tutti i vescovi in comunione con lui (Vaticano Primo). Se certi vescovi rifiutano la comunione con il Romano Pontefice, si tagliano fuori da se stessi dalla Chiesa. 
La Chiesa universale è una piramide, certamente! (vedi schema qui sotto). Ma una piramide con la punta verso il basso, il cui vertice che sopporta e supporta tutto il peso ecclesiale è il vicario di Pietro, appoggiato in equilibrio sempre instabile, ma mantenuto lì da Dio stesso, sul dito invisibile del capo della Chiesa: Gesù Cristo.



martedì 28 febbraio 2012

Grazie a Tornielli ora abbiamo il testo latino delle Norme vaticane del 1978 per la valutazione di rivelazioni e apparizioni. E ora una nuova sfida....

Non si trovava da nessuna parte, non era mai stato pubblicato, nemmeno negli Acta Apostolicae Sedis. E infatti questo documento, (le Norme del 1978 della CdF che guidano il modo di procedere della gerarchia nei casi di rivelazioni private e apparizioni), mi era stato detto essere "sub secreto pontificio", protetto da sguardi indiscreti con il rischio di scomunica "ferendae sententiae" per quanti lo divulgassero (come tutti i documenti sub secreto di questo tipo). Comunque ora è stato divulgato e c'è persino allegata la traduzione italiana! ("segreto di Pulcinella", perché circolavano già - comunque - un paio di versioni inglesi, vedi qui e qui, ma non ufficiali).
Queste Norme sono importanti perché risalgono a più di due anni prima dell'inizio dei fenomeni connessi a Medjugorje, e quindi non possono essere tacciate di "prevenzione" nei confronti degli eventi che non si erano ancora verificati.
Comunque sia, sfidando le minacciose pene spirituali per le sue fonti, l'impavido Tornielli è riuscito in nell'impresa ottenere il documento originale che non era mai circolato pubblicamente, fuori dei sacri palazzi. Lo ringraziamo per questo  dono, (che risparmia a noi il rischio della scomunica) e ringraziamo le sue fonti generose e precise. Adesso, però, gli lanciamo un'altra sfida:
Carissimo Andrea, riuscirai almeno tu a procurarci gli scritti del Direttorio per la Catechesi del Cammino Neocatecumenale? (documenti che non dovrebbero essere segreti, e infatti ne è autorizzata la pubblicazione, eppure sono introvabili). 

venerdì 3 febbraio 2012

Se è proprio vero, ormai Fellay dà dell'eretico al Papa

Sono deluso e disgustato. Se quanto riferito nel blog di Tornielli corrisponde tutto al vero (non ho proprio avuto tempo di documentarmi meglio oggi), e Fellay ha veramente rigettato la proposta generosa di Benedetto XVI, respingendo il preambolo dottrinale, e con questo formalmente non accettando - seppur con tutta la necessaria apertura interpretativa tradizionale - l'insegnamento del XXI concilio ecumenico e il magistero vivente della Chiesa, rappresentata dal suo Papa, a questo stesso Pontefice, implicitamente, verrebbe con ciò rimproverato, da un vescovo illegittimo, di rimanere lui su posizioni eterodosse! E' evidente che al Papa non resta che una e una sola medicina. Le maniere forti. Qui di fatto, si passa dallo scisma all'eresia, e la scomunica - una volta minacciata - dovrà, in caso di impenitenza, essere alla fine comminata. Questo metterà in guardia i fedeli dal non seguire sulla via della disobbedienza ormai perniciosa chi non vuolesaperne di  tornare a Roma, lasciando che la FSSPX si perda nelle sue nebbie.
Certo che sarebbe una cocente delusione per un papa del dialogo e della riconciliazione come Benedetto, che non si merita questo pubblico schiaffo, dopo tutto quello che ha sofferto per aprire generosi portoni agli ingrati Lefebvriani. Pensate a come se la rideranno i suoi nemici, che lo hanno fino ad oggi deriso per il suo caparbio tentativo di riconciliare gli irriducibili. Speriamo che ci sia ancora spazio per il recupero. Ma ormai c'è proprio buio.

mercoledì 31 agosto 2011

Sacerdote romagnolo eretico e scismatico in nome della Sola Scriptura

Il giornale online RomagnaNoi dà notizia del Parroco di Montecerignone in provincia di Pesaro-Urbino, al confine con Cesena, Luca De Pero, e della sua "matura decisione" di apostatare dalla Chiesa Cattolica della quale è anche ministro ordinato, verso la comunità protestante dei Battisti. E questo passo lo compie in nome della Scrittura, della Bibbia che finalmente ha scoperto. Dopo 6 anni di sacerdozio, presumibilmente preceduti da almeno altri 6 anni di preparazione, come mai Don Luca ha scoperto solo adesso la forza della Parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura? O gli è stata accuratamente celata in tanti anni di seminario e di studi teologici, o forse non si era accorto che anche i cattolici professano un sincero amore per la Bibbia e non serve lasciare la Chiesa di Dio per arricchirsi e arricchire gli altri dei tesori contenuti nella Scrittura. Il passaggio di un prete ad una comunione protestante non può che suscitare sgomento, non solo perplessità. Soprattutto quando - come nel caso presente - tale "passaggio" è stato pubblicamente annunciato dal pulpito al termine della Messa domenicale normalmente celebrata da chi, senza probabilmente rendersene conto, stava mettendo in atto un sacrilegio, non credendo più a ciò che continuava a celebrare!
Ed ecco alcune delle tante domande che vorrei rivolgere a Don Luca:
1) Cosa prova a pensare di aver per tanti anni partecipato e offerto quello che ora è tenuto a considerare "l'abominevole sacrificio della Messa"? E' davvero convinto che il corpo di Cristo che consacrava e adorava è solo pane?
2) Come riconcilia la sua venerazione per la Madre di Dio con la sua nuova fede? E se gli scappa un'Ave Maria come pensa reagiranno i nuovi correligionari?
3) Durante gli anni di sacerdozio è vissuto percependo le offerte per le preghiere e messe per defunti e per gli altri sacramenti che celebrava: non esistendo però il Purgatorio, nè altri sacramenti a parte il Battesimo e la Santa Cena (in certo modo), non gli parrebbe il caso di restituire almeno quelle offerte ricevute per sé, in modo da fare ammenda della sua creduloneria precedente e dell'inganno - certo non doloso - in cui ha indotto i suoi fedeli?

Il povero vescovo di Luca De Pero è mons. Luigi Negri, di San Marino e Montefeltro. Mons. Negri ha comunicato con tempestività e con grande chiarezza la sua posizione e i suoi sentimenti. Potete leggerli qui, sul sito diocesano.
Nelle righe vergate a proposito della situazione incresciosa, il vescovo parla apertamente di scandalo, e di pericolo di emulazione da parte dei fedeli. Parla di attacco alla dottrina della Chiesa e al cuore stesso della fede cattolica, perpetrato proprio da chi dovrebbe tutelare e predicare la purezza della fede.
Mons. Negri non tralascia di ricordare che ha già intrapreso tutte le iniziative canoniche necessarie in un caso come questo di eresia e scisma. Per chi si chiedesse che cosa significa, ricordiamo che:

1) Can. 751 - Vien detta eresia, l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa; apostasia, il ripudio totale della fede cristiana; scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti.
2) L’eretico incorre nella scomunica latae sententiae fermo restando la rimozione dall’ufficio ecclesiastico per chi ha abbandonato pubblicamente la fede cattolica o la comunione con la Chiesa.
Il chierico può, inoltre, essere punito con:
— la proibizione o l’ingiunzione di dimorare in un determinato luogo o territorio;
— la privazione della potestà, dell’ufficio, dell’incarico, ecc.
Se lo richieda la prolungata contumacia o la gravità dello scandalo, possono essere aggiunte altre pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale.

Mentre preghiamo per la conversione e il ravvedimento del sacerdote Luca Pero, affidiamo al Signore anche i fedeli della sua ex parrocchia e il vescovo, evidentemente provato da questa situazione. 
E ricordiamo: non serve lasciare la Chiesa per prendere in mano la Bibbia. La Chiesa senza la Bibbia è muta, la Bibbia senza la Chiesa è come una nave senza l'acqua su cui galleggia: non vi porta da nessuna parte.

La "chiesa battista di Cesena" fornisce anche un video da titolo: Luca De Pero - la conversione di un ex prete a Cristo Gesù.
Non intendo entrare in questioni di sincerità personale, che non discutiamo, ma faccio presente che sincerità non è sinonimo di Verità. Questo ex sacerdote sarà anche sinceramente convinto, ma allo stesso tempo è veramente fuori strada rispetto a ciò che non solo ha creduto, ma fino a ieri ha pure insegnato. 

martedì 19 luglio 2011

La folle proposta di legge irlandese contro il segreto confessionale rilancia l'importanza della grata e l'anonimato del penitente

La proposta di legge irlandese che vuol prevedere il carcere fino a 5 anni per il prete che si rifiuti di denunciare un penitente quando abbia confessato reati di abuso sessuale, non può che essere definita "folle" e ributtante. Non solo perché contraria al diritto al libero esercizio della propria religione, ma perché contraria alla ragione! Infatti, se davvero fosse approvato tale provvedimento, chiunque sapesse che confessandosi si espone alla denuncia penale, rinuncerebbe subito a ricorrere al confessore. Ovvio e lampante, ma il Primo Ministro irlandese Enda Kenny pare non aver pensato a questa banale constatazione.
Inoltre ogni prete degno di questo nome, non si farà certo intimidire da una proposta di legge che apre una breccia a proposito del più sacrosanto segreto che un cristiano conosca, nonostante tale legge cerchi di cavalcare l'onda emotiva dei casi di abuso sui minori, in realtà minaccia in maniera complessiva la credibilità e la riservatezza del sacramento della penitenza. La scomunica "latae sententiae" per avere infranto il segreto confessionale non è una cosa da poco, per chi ci crede. Basta una sola eccezione per distruggere completamente il sigillo sacramentale, che - come ogni cattolico sa - non può mai, mai, mai essere direttamente o indirettamente violato.
Comunque sia questa assurda proposta di legge porta con sé una salutare provocazione per la Chiesa e soprattutto per i sacerdoti "faciloni": quelli che hanno abolito la grata dell'anonimato e addirittura hanno eliminato il confessionale.
E' evidente che, se mettiamo una barriera visiva tra penitente e confessore - come la tradizione insegna (tradizione con la t minuscola ovviamente, è una semplice tradizione umana, ma ben sensata) - se dunque impediamo il riconoscimento certo del penitente, ecco che il sacerdote confessore è libero da scrupoli e da problemi legali. Non può essere certo dell'identità di chi si è accusato, quindi non può andare a denunciare chi si è confessato da lui.
Cari irlandesi, rimettete la grata ai vostri confessionali. E cari italiani, fate lo stesso! Non è solo questione di legge che comanda di fare la spia, è questione di buon senso e di psicologia. Chi sta in confessionale sa che i penitenti amano poter scegliere se farsi vedere oppure no. Lasciamo ai penitenti la LORO scelta, cari sacerdoti, non decidiamo per loro. Perciò, se siete davvero democratici e liberali, rimettete le grate ai vostri confessionali!

San Giovanni Nepomuceno, prega per noi!

venerdì 20 marzo 2009

Il Concilio "pastorale" e lo scisma che non esisteva: le leggende sono dure a morire

Ho letto attentamente l'ultima intervista di Fellay su Il Foglio di oggi a cura degli intelligenti e "spiritosi" Gnocchi e Palmaro (fanno veramente bene libri ironici e arguti...dovreste davvero leggerli). La trovate qui.

A tutti quelli che la leggeranno chiedo solo di fare delle semplici domande a chi l'ha rilasciata e a chi l'ha divulgata, giusto per non lasciarsi "affascinare" eccessivamente da alcune affermazioni. In particolare, ogni volta che i lefebvriani rilasciano dichiarazioni, con gentilezza e delicatezza continuano a insistere su:

A) Il concilio Vaticano II si qualificò "pastorale" e non "dogmatico"
B) L'ordinazione illecita dei quattro vescovi sembrò un'atto scismatico, ma non lo fu (e quindi le scomuniche non erano valide).

Quando sentite queste frasi chiedete al vostro interlocutore con serietà e sicurezza:

A) Ci può mostrare quale degli altri 20 Concili Ecumenici della Chiesa si è dichiarato "Concilio dogmatico"? La vogliamo finire di opporre "pastorale" a "dogmatico"? Il Concilio Vaticano II, definito da alcuni concilio "pastorale" (quasi fosse una parolaccia), ha approvato - con tanto di firma di Lefebvre - due Costituzioni DOGMATICHE: la DEI VERBUM sulla Parola di Dio e la sua trasmissione attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione, e la LUMEN GENTIUM sulla Chiesa.
Il Concilio di Trento, di grazia, dove si è definito "dogmatico"? Qualcuno ce lo può mostrare? Non è più corretto affermare che ha emanato dei "documenti dogmatici"?
E forse è meglio far sapere che tutti i Concili affrontano la DOTTRINA della Chiesa, e quindi sono DOTTRINALI. Alcuni poi affrontano anche questioni DISCIPLINARI (vedi Trento). Ma sono tutti PASTORALI, cioè segno concreto e magisteriale della sollecitudine dei pastori del gregge di Cristo. I pastori, nella Chiesa, guidano il popolo con il loro magistero. Se no possono anche fare a meno di radunarsi in Concilio Ecumenico!
Smettiamola di sminuire il Sacrosanto Ventunesimo Concilio Ecumenico Vaticano II con giochi di parole che non hanno nessun senso, e da tanto tempo non si sentivano più. 

Leggiamo insieme questo passo dell'articolo Il Concilio Vaticano II atto di fede di Giovanni XXIII di Mons. Vincenzo Carbone Consultore della Congregazione per le Cause dei Santi e per anni Archivista del Concilio Vaticano II (Osservatore Romano 3 settembre 2000):
Giovanni XXIII....nella prima enciclica Ad Petri Cathedram (29 giugno 1959) specificò che lo scopo precipuo del Concilio era di "promuovere l'incremento della fede cattolica e un salutare rinnovamento dei costumi del popolo cristiano, e di aggiornare la disciplina ecclesiastica secondo le necessità dei tempi", per il bene della Chiesa e la salute delle anime.

Nella prima riunione della commissione antipreparatoria (30 giugno 1959) ripeté che la Chiesa, con il Concilio, si proponeva di attingere nuovo vigore per la sua missione. Fedele ai sacri principi e all’immutabile dottrina di Cristo, seguendo le orme della tradizione, intendeva rinsaldare la propria vita e coesione di fronte alle odierne situazioni, con efficienti norme di condotta e di attività. Il nuovo rigoglio di fervore e di opere sarebbe stato un richiamo all'unità per quelli che sono separati dalla Sede Apostolica.
Estranea al pensiero di Giovanni XXIII fu l'interpretazione di chi restrinse la "pastorale" a qualcosa di pratico, separato dalla dottrina, e intese "l'aggiornamento" nel senso di relativizzare secondo lo spirito del mondo i dogmi, le leggi e le strutture della Chiesa.
In Giovanni XXIII - dichiarò Paolo VI - "fu così vivo e fermo il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera".

All'apertura del Concilio (11 ottobre 1962), Giovanni XXIII disse che più di tutto interessava al Concilio che la dottrina cristiana fosse custodita e insegnata in forma più efficace; ma per poter raggiungere i molteplici campi dell'attività umana, era necessario che la Chiesa, senza discostarsi dal patrimonio della verità, guardasse anche al presente, alle situazioni e ai modi nuovi di vita.
Il Concilio voleva trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti; non si doveva però soltanto custodire il prezioso tesoro, bisognava proseguire il cammino della Chiesa, dedicandosi all'opera che il presente esigeva.
Lo scopo primario del Concilio non era la discussione di alcuni punti di dottrina, ma l'approfondimento e l'esposizione di essa secondo le attuali esigenze, esposti adottando la forma più corrispondente al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale. 
Quando il Papa apprese le erronee interpretazioni delle sue parole, esclamò: "Non è questo il pensiero del Papa!". 
L'indirizzo del Concilio voluto da Giovanni XXIII continuò anche quando egli non vi fu più.
B) Il secondo problema, quello di negare la realtà scismatica delle ordinazioni, è un'altra favola, che racconta, racconta, alla fine dovrebbe essere creduta. Non ci fu scisma perchè si trattava di ordinazione in stato di grave necessità (come se la Chiesa che stava con il Papa fosse ormai priva di vescovi validi). Non ci fu scisma perchè, secondo Fellay: "Le ordinazioni episcopali avvennero effettivamente senza l'accordo esplicito di Papa Giovanni Paolo II. Ma in quelle circostanze storiche era evidente che non si trattava di un atto di ribellione alla Santa Sede". 
Correggiamo: le ordinazioni episcopali non avvennero "senza accordo esplicito", ma come tutti sanno "contro l'ordine esplicito" di non procedere ad esse. Cosa molto, molto diversa: vera e propria ribellione, che il Papa cercò in tutti i modi di prevenire.
Un certo Card. Ratzinger seguì tutta la vicenda, e probabilmente ben conosce ogni retroscena, visto che era in prima linea nei colloqui con Lefebvre. Eppure neanche lui, poverino, si sarebbe accorto che non si trattava di "ribellione", non gli fu "evidente". Un vero pasticcione questo card. Ratzinger, non si è accorto dell'evidenza!
BASTA. Gli interventi e lettera di Papa Benedetto sono stati chiari e lucidi. Lasciamo stare, per favore, le recriminazione e i tentativi di cammuffare la realtà. Meglio la sincera ammissione dei fatti. La scomunica non c'è più, ma c'era ed era seria.

Dichiarava Benedetto XVI al termine dell'udienza del Mercoledì 28/01/2009
"...ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro Vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza mandato pontificio. Ho compiuto questo atto di paterna misericordia, perché ripetutamente questi Presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II".
Nel decreto di remissione del 21 gennaio si diceva:
Con questo atto si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica. Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie, vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione. [Che bisogno c'era di revocare una scomunica per togliere lo scandalo della divisione fra cristiani, se un atto scismatico non era quello che "sembrava"?]
Dice la Lettera di Benedetto XVI sulla remissione delle scomuniche:
La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio.

Rimangono questioni dottrinali aperte, finchè non di riconosce il valore del Concilio, e questo impedisce ai vescovi di essere pienamente reintegrati:

Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.... i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi.
Inoltre, un passo del decreto di remissione delle scomuniche, citava una lettera di Fellay del 15 dicembre 2009 inviata alla Santa Sede, in cui si diceva:
Mons. Fellay afferma, tra l'altro: "Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l'attuale situazione".
Ricordiamo, se ce ne fosse bisogno, che tra gli insegnamenti della Chiesa Cattolica Romana ci sono anche quelli del Concilio Ecumenico Vaticano II. Attenzione, mi riferisco solo ai testi autentici, non l'interpretazione o la teologia che su di essi si è sviluppata.
Fellay ci spieghi: è possibile, secondo la Santa Tradizione, che un Concilio Ecumenico, erri in materia di Dogma e Morale? Allora, ci faccia il piacere di non confondere i piccoli, anche nelle interviste. Dica chiaro: "Accettiamo i testi dogmatici del Concilio Vaticano II, e continuiamo a discutere sull'interpretazione di tutto il resto". Questo sì che aiuterà la Chiesa. Non le interviste ambigue e in certi passi ammiccanti, nonostante le buone intenzioni di chi le rilascia e di chi le riceve.
La Verità non farà liberi solo i modernisti, ma anche chi non vuol riconoscere che è ora di decidersi a rientrare, con tutti gli onori, per la porta aperta (a prezzo di tanti sacrifici) dal nuovo papa buono: Benedetto XVI.

lunedì 16 marzo 2009

Ancora sulla lettera del Papa: piccoli indizi nei commenti ufficiali

Notate come in questo servizio ufficale, preso dal canale Vaticano di YouTube ci siano affermazioni precise e nette, che non devono sfuggire. Un'eco delle intenzioni del Papa nello scrivere la sua ormai "pluristudiata" enciclichina sulla remissione delle scomuniche ai vescovi lefebvriani. Sottolineiamo dunque:

a) Che il Papa, con la rimozione delle scomuniche ai vescovi lefebvriani, non voleva mettere in discussione "il cammino di riconciliazione con il mondo ebraico fatto da prima del Concilio Vaticano II". Non, come tanti dicono, iniziato a partire dal Concilio; ma il Concilio è in continuità con, almeno, Pio XI e Pio XII. Anche su questo punto del dialogo non c'è rottura, al massimo approfondimento, accelerazione, distensione, ma non "svolta epocale" e "rivoluzioni copernicane", come se una chiesa antisemita, dall'oggi al domani, si fosse svegliata pluralista e accogliente.

b) Che ci sono "importanti questioni dottrinali" da chiarire con i lefebvriani. Non sono problemi liturgici, disciplinari o altro. Le questioni sono dottrinali: la palla passa alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Accettare integralmente il Concilio Vaticano II, nella sua interpretazione AUTENTICA (che, tecnicamente, vuol dire quella data dal magistero della Chiesa, non dal magistero dei teologi - pur utile e necessario -), non è un optional per chi voglia appartenere alla Chiesa Cattolica. Niente concilio pastorale (o meglio ogni concilio è anche pastorale, ma questo non significa niente dal punto di vista teologico): Concilio come sempre dottrinale e dove non fosse tale, sarebbe disciplinare. Questo è il modo TRADIZIONALE di indicare il tenore e valore dei documenti di un Concilio. Non c'è opposizione tra dogma e pastoralità. Chi vuol confondere le carte per sminuire il Vaticano II trova nella lettera del Papa uno sbarramento forte e chiaro.
Prendere o lasciare: ma per tutti, dice Benedetto, prendere il VERO Concilio. Non il Vaticano III, ma quello codificato e approvato dai padri del Vaticano II, secondo l'interpretazione del magistero ordinario.
Più semplice di così!

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