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martedì 29 settembre 2015

Imitare gli angeli secondo il pensiero di Sant'Antonio di Padova

A,Vivarini: santi Antonio e Michele arcangelo - XV sec. - Venezia
Per la festa dei santi Arcangeli, che precede di pochi giorni quella degli angeli custodi, vi propongo un bellissimo passo del Dottore Evangelico di Padova che ci spiega come possiamo nella nostra vita entrare a far parte dei cori angelici, vocazione a cui siamo chiamati per una "più grande misericordia" redentrice del Signore.

Dai Sermoni di sant'Antonio di Padova, Sacerdote e Dottore della Chiesa. (Serm XXI dom p.Pent.,3)
Dal Re dei re di tutto il creato, il Signore Gesù Cristo, che comanda agli angeli in cielo e agli uomini in questo mondo, ogni fedele viene nominato «regio funzionario" (in lat. règulus, piccolo re), per il fatto che ha in se stesso una certa raffigurazione degli ordini celesti, e che consta anche lui dei quattro elementi fondamentali di cui consta ogni creatura.
I cori celesti sono nove, ma noi li ordineremo in tre gruppi di tre ordini (cori) ciascuno.
Nel primo gruppo ci sono gli Angeli, gli Arcangeli e le Virtù.
Negli Angeli è raffigurata l'osservanza dei precetti, negli Arcangeli l'attenzione ai consigli e la loro applicazione, nelle Virtù i prodigi della vita santa. Anche tu dunque fai parte del coro degli Angeli quando osservi i comandamenti del Signore. Dice il profeta Malachia: «Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza»(Ml 2,7).
Similmente fai parte del coro degli Arcangeli quando osservi non solo i comandamenti, ma ti sforzi di seguire anche i consigli di Gesù Cristo. Infatti Isaia ti suggerisce: «Proponiti un consiglio, raduna una consulta» (Is 16,3).
Infine entri a far parte del coro delle Virtù quando risplenderai dei prodigi di una vita santa. Dice il Signore: «Chi crede in me farà anche lui le opere che faccio io, e ne farà anche di più grandi» (Gv 14,12).
E la Glossa commenta: Ciò che il Signore opera in noi non senza il nostro concorso, è più grande di tutto ciò che egli opera senza di noi; così che quando un malvagio diventa giusto, quest'opera è più grande di tutto ciò che vi è in cielo e in terra e altrove, perché quelle cose passeranno, mentre quest'opera resterà, e in quelle c'è soltanto l'opera di Dio, mentre in questa c'è anche l'immagine di Dio.
Anche se Dio ha creato gli angeli, la giustificazione dell'empio appare opera più grande che creare dei giusti, poiché anche se in entrambe le opere c'è un'eguale potenza, nella giustificazione dell'empio c'è una più grande misericordia.
Sant'Antonio segue la disposizione gregoriana dei nove cori angelici, cioè la gerarchia degli angeli secondo Gregorio Magno (e non ancora quella che diverrà popolare dalla II metà del XIII sec. cioè quella dello Pseudo Dionigi, che Dante dice aver corretto perfino il santo Papa!). Dunque i nomi dei nove cori angelici, secondo questa tradizione sono: Angeli, Arcangeli, Virtù, Potestà, Principati, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini.

venerdì 27 marzo 2015

Il significato della croce nel mistero della liturgia in un cortometraggio

Per preparare ragazzi, giovani e meno giovani alla celebrazione della Passione del Signore e alla Settimana Santa, vi consiglio questo video, un filmato che ha vinto il premio di miglior cortometraggio religioso del 2012. Potremmo descriverlo come una parabola: dalla noia alla partecipazione attiva nella liturgia.
L'esperienza liturgica e l'ascolto "partecipativo" della Parola di Dio ti rendono davvero contemporaneo alla vicenda della morte e risurrezione del Signore, e quando ricevi la comunione Cristo compie di nuovo in te l'opera della salvezza realizzata una volta per sempre sulla croce. Il linguaggio cinematografico comunica questo in maniera immediata ed emotivamente convincente. Si può "predicare" anche così: e questo coinvolgente sermone dura solo 5 minuti!
Ecco dunque il film "Domenica delle Palme", in inglese sottotitolato in Italiano. Da non perdere e da far conoscere:


Sito ufficiale del film

Traduzione: Francesca Di Russo
Sottotitoli di: Giuseppe Boncoraglio

sabato 21 febbraio 2015

I consigli del Direttorio per le omelie: un esempio per la Prima Domenica di Quaresima

Vi posto un "assaggio" (adatto a questa I domenica di Quaresima) del contenuto del recente "Direttorio Omiletico". Nella parte tematica approfondisce la teologica delle domeniche dei tempi forti secondo quanto troviamo nel Lezionario (con utili accostamenti del Messale). Una liturgia della Parola non può prescindere dalla "lettura spirituale" della Bibbia, che deve tener conto delle prefigurazioni, dei simboli nascosti nell'Antico Testamento e svelati nel Nuovo dalla presenza di Gesù. Il Direttorio, davvero fatto con perizia sotto questo aspetto, aiuta sinteticamente il predicatore a mettersi sulla giusta strada per quanto riguarda i contenuti biblici, dottrinali, morali e spirituali delle diverse domeniche e celebrazioni festive. Come comunicare praticamente il messaggio, però, rimane compito dell'omileta: a seconda dell'uditorio (i bambini di prima comunione non sono le monache di clausura!), delle località, della cultura....


Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti


DIRETTORIO OMILETICO

II. LE DOMENICHE DI QUARESIMA

57. Se il Triduo Pasquale e i successivi Cinquanta Giorni sono il centro radioso dell’anno liturgico, la Quaresima è il tempo che prepara le menti ed i cuori del popolo cristiano alla degna celebrazione di questi giorni. È anche il tempo dell’ultima preparazione dei cPraenotanda registrano, per le prime due Domeniche di Quaresima, l’uso tradizionale dei racconti evangelici della Tentazione e della Trasfigurazione, parlandone in relazione con le altre letture: “Le letture dell'Antico Testamento si riferiscono alla storia della salvezza, uno dei temi specifici della catechesi quaresimale. Si ha così, per ogni anno, una serie di testi, nei quali sono presentate le fasi salienti della storia stessa, dall'inizio fino alla promessa della Nuova Alleanza. Le letture dell'Apostolo sono scelte con il criterio di farle concordare tematicamente con quelle del Vangelo e dell'Antico Testamento e presentarle tutte nel più stretto rapporto possibile fra di loro” (OLM 97)
atecumeni che saranno battezzati nella Veglia Pasquale. Il loro cammino ha bisogno di essere accompagnato dalla fede, dalla preghiera e dalla testimonianza di tutta la comunità ecclesiale. Le letture bibliche del Tempo di Quaresima trovano il loro senso più profondo in relazione al mistero pasquale a cui ci dispongono. Offrono pertanto evidenti occasioni per mettere in pratica un principio fondamentale presentato in questo Direttorio: ricondurre le letture della Messa al loro centro che è il Mistero Pasquale di Gesù, nel quale entriamo in modo più profondo mediante la celebrazione dei sacramenti pasquali. I


A. Il Vangelo della I Domenica di Quaresima

58. Non è difficile per i fedeli collegare i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto con i giorni della Quaresima. Conviene che l’omileta espliciti questa connessione, affinché il popolo cristiano comprenda come ogni anno la Quaresima renda i fedeli mistericamente partecipi di questi quaranta giorni di Gesù e di ciò che egli patì e ottenne, mediante il digiuno e l’essere tentato. Mentre è consuetudine per i Cattolici impegnarsi in varie pratiche penitenziali e di devozione durante questo tempo, è importante sottolineare la realtà profondamente sacramentale dell’intera Quaresima.
Nell’orazione colletta della I Domenica di Quaresima ricorre infatti questa significativa espressione: “...per annua quadragesimalis exercitia sacramenti”. Cristo stesso è presente e operante nella Chiesa in questo tempo santo, ed è la sua opera purificatrice nelle membra del suo Corpo a dare valore salvifico alle nostre pratiche penitenziali. Il prefazio assegnato a questa Domenica afferma meravigliosamente tale idea dicendo: “Egli consacrò l'istituzione del tempo penitenziale con il digiuno di quaranta giorni…”. Il linguaggio del prefazio fa da ponte tra la Scrittura e l’Eucarestia.

59. I quaranta giorni di Gesù evocano i quarant’anni di peregrinazione di Israele nel deserto; l’intera storia di Israele si concentra in lui. Perciò appare come una scena in cui si concentra uno dei maggiori temi di questo Direttorio: la storia di Israele, che corrisponde alla storia della nostra vita, trova il suo senso definitivo nella Passione sofferta da Gesù. La Passione comincia, in un certo senso, già nel deserto, all’inizio, metaforicamente parlando, della vita pubblica di Gesù. Sin dal principio, pertanto, Gesù va incontro alla Passione e da ciò trae significato tutto ciò che segue.

60. Un paragrafo del Catechismo della Chiesa Cattolica può rivelarsi utile nella preparazione delle omelie, in particolare nell’affrontare temi
dottrinali radicati nel testo biblico. A proposito delle tentazioni di Gesù, il Catechismo asserisce:
Gli evangelisti rilevano il senso salvifico di questo misterioso avvenimento. Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione. Gesù compie perfettamente la vocazione d'Israele: contrariamente a coloro che in passato provocarono Dio durante i quaranta anni nel deserto, Cristo si rivela come il Servo di Dio obbediente in tutto alla divina volontà. Così Gesù è vincitore del diavolo: egli ha legato l'uomo forte per riprendergli il suo bottino. La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre (CCC 539).
61. Le tentazioni cui Gesù è sottoposto rappresentano la lotta contro una comprensione distorta del sua missione messianica. Il diavolo lo spinge a mostrarsi un Messia che dispiega i propri poteri divini: “Se tu sei Figlio di Dio…” esordisce il tentatore. Il che profetizza la lotta decisiva che Gesù dovrà affrontare sulla croce, quando udrà le parole di derisione: “Salva te stesso scendendo dalla croce!”. Gesù non cede alle tentazioni di Satana, né scende dalla croce. E’ esattamente in questo modo che Gesù dà prova di entrare davvero nel deserto dell’esistenza umana e non usa il suo potere divino a proprio vantaggio. Egli accompagna veramente il nostro pellegrinaggio terreno e rivela il reale potere di Dio, quello di amarci “fino alla fine” (Gv 13,1).

62. L’omileta dovrebbe sottolineare che Gesù è soggetto alla tentazione e alla morte per solidarietà con noi. Ma la Buona Notizia che l’omileta annuncia non è soltanto la solidarietà di Gesù con noi nella sofferenza; annuncia anche la vittoria di Gesù sulla tentazione e sulla morte, vittoria che condivide con tutti coloro che credono in lui. La garanzia decisiva che tale vittoria è condivisa da tutti i credenti sarà la celebrazione dei sacramenti pasquali nella Veglia Pasquale, verso cui la prima domenica di Quaresima è già orientata. L’omileta si muove verso la medesima direzione.

63. Gesù ha resistito alla tentazione del demonio che lo induceva a trasformare le pietre in pane, ma, alla fine e in un modo che la mente umana non avrebbe mai potuto immaginare, con la sua risurrezione egli trasforma la “pietra” della morte in “pane” per noi. Attraverso la morte diventa il pane dell’Eucaristia. L’omileta dovrebbe ricordare all’assemblea che si ciba di questo pane celeste, che la vittoria di Gesù sulla tentazione e sulla morte, condivisa tramite il sacramento, trasforma i loro “cuori di pietra in cuori di carne”, come promesso dal Signore mediante il profeta, cuori che si sforzano di rendere tangibile nella loro vita quotidiana l’amore misericordioso di Dio. Allora la fede cristiana può divenire lievito in un mondo affamato di Dio e le pietre vengono davvero trasformate in cibo che riempie il vivo desiderio del cuore umano

venerdì 20 febbraio 2015

Per l'omelia buona non bastano contenuti buoni. Ciò di cui il direttorio non tratta...

Il prof. Adriano Zanacchi ha pubblicato un libro dal titolo "Salviamo l'omelia", frutto della sua competenza come comunicatore e docente di comunicazione (è emerito della Facoltà di Comunicazioni della Pontificia Università Salesiana di Roma), per aiutare i sacerdoti a migliorare le proprie competenze come omileti e i fedeli laici a prepararsi all'omelia della Messa (che cosa aspettarsi). Radio Vaticana ha registrato un breve colloquio con l'autore, che potete riascoltare in questa pagina, visto che l'omelia è in questi giorni di grande attualità.
Il Direttorio omiletico, da pochi giorni diffuso dal Vaticano, si occupa, come si può vedere anche da uno sguardo al sommario, solo dei contenuti teologici dell'omelia e di come le parole del ministro devono interagire con la Parola di Dio. Ma, nota il prof. Zanacchi, c'è tutto il campo della costruzione del discorso, della tecnica per porgerlo e per recapitare il messaggio al destinatario che è da approfondire e da non dare per scontato. Non basta avere un grande messaggio importante per essere sicuri che, automaticamente, il proprio discorrere su di esso sarà interessante e accolto bene.


Ecco la descrizione del libro di Adriano Zanacchi - che trovate qui da ordinare -

Il volume raccoglie l'eco delle lamentazioni che da tempo si riversano sull'omelia, comprese quelle ai più alti livelli, ma intende collocarsi su un piano pratico e realistico. L'autore è un semplice fedele che ha ascoltato migliaia di prediche in grandi cattedrali, in chiese cittadine, in piccole pievi di campagna e ha messo a frutto la sua esperienza di «ascoltatore» e di studioso dei problemi della comunicazione. La riflessione si suddivide in tre parti. La prima individua le «piaghe» della predicazione e cerca di comprenderne le cause; la seconda è dedicata ai testi ufficiali della Chiesa e si propone di delineare l'identità dell'omelia e la sua funzione; la terza, infine, si interroga sulla possibilità di predicare meglio, richiamandosi ai suggerimenti del public speaking e, più in generale, agli studi sulla comunicazione. Vengono posti in evidenza i pericoli dell'improvvisazione e della mancata costruzione del discorso, si denuncia una diffusa presunzione comunicativa e si individuano gli elementi indispensabili per la formulazione di una proposta omiletica concreta che aiuti la riflessione sul valore della liturgia.

martedì 17 febbraio 2015

"Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai": le parole delle Ceneri illuminate da Papa Benedetto XVI


Il passaggio della Catechesi di mercoledì 17 febbraio 2010, in cui Papa Benedetto si sofferma a spiegare il contenuto pasquale delle parole bibliche tradizionali che il sacerdote proferisce su ciascuno dei penitenti che, a capo chino, vengono a ricevere l'imposizione delle ceneri all'inizio della Quaresima. Molti oggi le trascurano e le evitano, Benedetto, ancora, ce le illumina e fa gustare in questo passo e, per chi vuole approfondire ulteriormente, nella splendida omelia delle Ceneri del 2012 (vedi qui).
Il momento favorevole e di grazia della Quaresima ci mostra il proprio significato spirituale anche attraverso l’antica formula: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai, che il sacerdote pronuncia quando impone sul nostro capo un po’ di cenere. Veniamo così rimandati agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,19). Qui, la parola di Dio ci richiama alla nostra fragilità, anzi alla nostra morte, che ne è la forma estrema. Di fronte all’innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l’esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte.
L’uomo è polvere e in polvere ritornerà, ma è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. Così la formula liturgica “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” trova la pienezza del suo significato in riferimento al nuovo Adamo, Cristo. Anche il Signore Gesù ha liberamente voluto condividere con ogni uomo la sorte della fragilità, in particolare attraverso la sua morte in croce; ma proprio questa morte, colma del suo amore per il Padre e per l’umanità, è stata la via per la gloriosa risurrezione, attraverso la quale Cristo è diventato sorgente di una grazia donata a quanti credono in Lui e vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena della nostra esistenza, ma sarà portata a compimento dopo “la risurrezione della carne”. Il piccolo gesto dell’imposizione delle ceneri ci svela la singolare ricchezza del suo significato: è un invito a percorrere il tempo quaresimale come un’immersione più consapevole e più intensa nel mistero pasquale di Cristo, nella sua morte e risurrezione, mediante la partecipazione all’Eucaristia e alla vita di carità, che dall’Eucaristia nasce e nella quale trova il suo compimento. Con l’imposizione delle ceneri noi rinnoviamo il nostro impegno di seguire Gesù, di lasciarci trasformare dal suo mistero pasquale, per vincere il male e fare il bene, per far morire il nostro “uomo vecchio” legato al peccato e far nascere l’”uomo nuovo” trasformato dalla grazia di Dio.

mercoledì 24 dicembre 2014

Regalo per Natale: I 10 comandamenti di Roberto Benigni


Se non l'avete visto e volete giudicare voi stessi il programma (...nonostante il "chi siamo noi per giudicare?") o semplicemente volete rivederlo, ecco a voi la registrazione delle due serate complete sui Dieci Comandamenti recitati, narrati e commentati da Roberto Benigni.

Benigni I 10 Comandamenti Parte 1


Benigni I 10 Comandamenti Parte 2

sabato 28 giugno 2014

Papa Francesco riflette sul ministero del Vescovo di Roma alla luce di San Pietro


In questa vigilia della Festa degli Apostoli di Roma, che quest'anno è particolarmente solenne a motivo della coincidenza con la domenica (sulla quale - liturgicamente - prevale), riascoltiamo una parte dell'omelia di Papa Francesco sul ministero di "confermare nella fede i fratelli" proprio del successore di Pietro: confermare nella fede, confermare nell'amore, confermare nell'unità, evitando la mentalità mondana, la logica del potere umano o delle umane convenienze: la fede in Cristo deve essere luce, senza risparmio, superando ogni conflitto tra i cristiani, "uniti nelle differenze".




Tre pensieri sul ministero petrino, guidati dal verbo “confermare”. In che cosa è chiamato a confermare il Vescovo di Roma?

1. Anzitutto, confermare nella fede. Il Vangelo parla della confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), una confessione che non nasce da lui, ma dal Padre celeste. Ed è per questa confessione che Gesù dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18). Il ruolo, il servizio ecclesiale di Pietro ha il suo fondamento nella confessione di fede in Gesù, il Figlio del Dio vivente, resa possibile da una grazia donata dall’alto. Nella seconda parte del Vangelo di oggi vediamo il pericolo di pensare in modo mondano. Quando Gesù parla della sua morte e risurrezione, della strada di Dio che non corrisponde alla strada umana del potere, in Pietro riemergono la carne e il sangue: «si mise a rimproverare il Signore: …questo non ti accadrà mai» (16,22). E Gesù ha una parola dura: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo» (v. 23). Quando lasciamo prevalere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la logica del potere umano e non ci lasciamo istruire e guidare dalla fede, da Dio, diventiamo pietra d’inciampo. La fede in Cristo è la luce della nostra vita di cristiani e di ministri nella Chiesa!

2. Confermare nell’amore. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato le commoventi parole di san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Di quale battaglia si tratta? Non quella delle armi umane, che purtroppo insanguina ancora il mondo; ma è la battaglia del martirio. San Paolo ha un’unica arma: il messaggio di Cristo e il dono di tutta la sua vita per Cristo e per gli altri. Ed è proprio l’esporsi in prima persona, il lasciarsi consumare per il Vangelo, il farsi tutto a tutti, senza risparmiarsi, che lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa. Il Vescovo di Roma è chiamato a vivere e confermare in questo amore verso Cristo e verso tutti senza distinzioni, limiti e barriere. E non solo il Vescovo di Roma: tutti voi, nuovi arcivescovi e vescovi, avete lo stesso compito: lasciarsi consumare per il Vangelo, farsi tutto a tutti. Il compito di non risparmiare, uscire di sé al servizio del santo popolo fedele di Dio.

3. Confermare nell’unità. Qui mi soffermo sul gesto che abbiamo compiuto. Il Pallio è simbolo di comunione con il Successore di Pietro, «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione» (Conc. Ecum Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa  Lumen gentium, 18). E la vostra presenza oggi, cari Confratelli, è il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformità. Il Vaticano II, riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore «costituì gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro» (ibid., 19). Confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato. Dobbiamo andare per questa strada della sinodalità, crescere in armonia con il servizio del primato. E continua, il Concilio: «questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio» (ibid., 22). Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenzenon c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù! Il Pallio, se è segno della comunione con il Vescovo di Roma, con la Chiesa universale, con il Sinodo dei Vescovi, è anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione.

Confessare il Signore lasciandosi istruire da Dio; consumarsi per amore di Cristo e del suo Vangelo; essere servitori dell’unità. Queste, cari Confratelli nell’episcopato, le consegne che i Santi Apostoli Pietro e Paolo affidano a ciascuno di noi, perché siano vissute da ogni cristiano. Ci guidi e ci accompagni sempre con la sua intercessione la santa Madre di Dio: Regina degli Apostoli, prega per noi! Amen.


venerdì 18 aprile 2014

La predica del Venerdì Santo di Padre Raniero Cantalamessa a San Pietro


Ho ritagliato dalla lunga celebrazione della Passione del Signore tenuta oggi in Vaticano, solo la forte predica del Cappuccino p. Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, che offre al Papa, alla Curia Romana e a tutto il popolo di Dio la sua meditazione annuale. Il tema è tutto centrato su Giuda: il suo peccato e il nostro peccato, l'amore del denaro e il tradimento di Cristo, suo e nostro, ma non senza aperture alla speranza, alla misericordia, al sacramento della confessione che ci permette di accedere e di applicare a noi ciò che Gesù ci ha conquistato sulla Croce.
Trovate tutto il testo scritto preparato da padre Raniero sul suo sito internet www.cantalamessa.org, il titolo della predica: "Vi era con loro anche Giuda, il traditore"

sabato 14 settembre 2013

L'omelia di Papa Francesco sul mistero di dolcezza-amara della Croce

Il Centro Televisivo Vaticano ci offre un discreto estratto dell'omelia mattutina di Papa Francesco per la festa dell'Esaltazione della Croce: con la Mamma di Gesù, piangendo e in ginocchio per gustare la dolcezza amara della Croce di Cristo, mistero del suo amore:

domenica 7 luglio 2013

Indicazioni vocazioniali di Papa Francesco

Ecco l'omelia alla santa Messa con i novizi, novizie, seminaristi riuniti per l'Anno della Fede. Papa Francesco, da buon religioso e sacerdote, ha delle chiare indicazioni per la crescita della vocazione e dell'indirizzo missionario di questi giovani. Il vangelo di questa XIV domenica per Annum gli offe degli ottimi spunti. Riporto anche il video, perché Papa Francesco, nelle omelie, è da ascoltare: parla con le parole, ma anche con espressioni, gestualità e modi di dire che, nello scritto, non sono immediati da comprendere:



Uno stralcio dall'omelia da rileggere:

Nel Vangelo abbiamo ascoltato: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Lc 10,2). Gli operai per la messe non sono scelti attraverso campagne pubblicitarie o appelli al servizio della generosità, ma sono «scelti» e «mandati» da Dio. E’ Lui che sceglie, è Lui che manda, è Lui che manda, è Lui che dà la missione. Per questo è importante la preghiera. La Chiesa, ci ha ripetuto Benedetto XVI, non è nostra, ma è di Dio; e quante volte noi, i consacrati, pensiamo che sia nostra! Facciamo di lei… qualcosa che ci viene in mente. Ma non è nostra, è di Dio. il campo da coltivare è suo. La missione allora è soprattutto grazia. La missione è grazia. E se l’apostolo è frutto della preghiera, in essa troverà la luce e la forza della sua azione. La nostra missione, infatti, non è feconda, anzi si spegne nel momento stesso in cui si interrompe il collegamento con la sorgente, con il Signore.

Cari seminaristi, care novizie e cari novizi, cari giovani in cammino vocazionale. Uno di voi, uno dei vostri formatori, mi diceva l’altro giorno: évangéliser on le fait à genoux, l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Sentite bene: “l’evangelizzazione si fa in ginocchio”. Siate sempre uomini e donne di preghiera. Senza il rapporto costante con Dio la missione diventa mestiere. Ma da che lavori tu? Da sarto, da cuoca, da prete, lavori da prete, lavori da suora? No. Non è un mestiere, è un’altra cosa. Il rischio dell’attivismo, di confidare troppo nelle strutture, è sempre in agguato. Se guardiamo a Gesù, vediamo che alla vigilia di ogni decisione o avvenimento importante, si raccoglieva in preghiera intensa e prolungata. Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Qui sta il segreto della fecondità pastorale, della fecondità di un discepolo del Signore!

Gesù manda i suoi senza «borsa, né sacca, né sandali» (Lc 10,4). La diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo, lasciarsi condurre dallo Spirito Santo, e innestare la propria vita nell’albero della vita, che è la Croce del Signore.

domenica 12 maggio 2013

Il Papa per la difesa degli embrioni umani sponsorizza la raccolta firme

Oggi il Papa si è espresso così al discorso del Regina Caeli (video), ricordando l'iniziativa Uno di noi del Movimento per la vita:
...Invito a mantenere viva l’attenzione di tutti sul tema così importante del rispetto per la vita umana sin dal momento del suo concepimento. A questo proposito, mi piace ricordare anche la raccolta di firme che oggi si tiene in molte parrocchie italiane, al fine di sostenere l’iniziativa europea “Uno di noi”, per garantire protezione giuridica all’embrione, tutelando ogni essere umano sin dal primo istante della sua esistenza. Un momento speciale per coloro che hanno a cuore la difesa della sacralità della vita umana sarà la “Giornata dell’Evangelium Vitae”, che avrà luogo qui in Vaticano, nel contesto dell’Anno della fede, il 15 e 16 giugno prossimo.
Per informazioni sull'iniziativa e per la raccolta delle firme che il Papa ha oggi fatto propria e rilanciato con chiarezza e forte supporto, potete cliccare il banner qui sotto:

Qui il volantino che spiega la raccolta firme a cui potete aderire o presso le vostre parrocchie o anche con la sottoscrizione ONLINE

sabato 2 marzo 2013

Commento di Benedetto XVI alle letture della III domenica di Quaresima anno C

Questa domenica niente Papa, niente Angelus, niente omelia del Pontefice.... Ma per fortuna abbiamo Internet, che con sapienti interrogazioni ci restituisce, anche a distanza di anni, quello che serba nel deposito enorme della sua memoria digitale. Ed ecco che lo Scriba trae dal tesoro del Vangelo cose vecchie e cose nuove...
Il 7 marzo 2010 Papa Benedetto XVI in visita pastorale, predicava in una Parrocchia della sua diocesi di Roma (vedi qui). Le letture domenicali le trovate a questo link. Ecco, dunque, l'eco freschissimo della predica di allora fatta da Benedetto:
Cari fratelli e sorelle!
“Convertitevi, dice il Signore, il regno dei cieli è vicino” abbiamo proclamato prima del Vangelo di questa terza domenica di Quaresima, che ci presenta il tema fondamentale di questo ‘tempo forte’ dell'anno liturgico: l'invito alla conversione della nostra vita ed a compiere degne opere di penitenza. Gesù, come abbiamo ascoltato, evoca due episodi di cronaca: una repressione brutale della polizia romana all’interno del tempio (cfr Lc 13,1) e la tragedia dei diciotto morti per il crollo della torre di Siloe (v. 4). La gente interpreta questi fatti come una punizione divina per i peccati di quelle vittime, e, ritenendosi giusta, si crede al riparo da tali incidenti, pensando di non avere nulla da convertire nella propria vita. Ma Gesù denuncia questo atteggiamento come un’illusione: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (vv. 2-3). Ed invita a riflettere su quei fatti, per un maggiore impegno nel cammino di conversione, perché è proprio il chiudersi al Signore, il non percorrere la strada della conversione di se stessi, che porta alla morte, quella dell’anima. In Quaresima, ciascuno di noi è invitato da Dio a dare una svolta alla propria esistenza pensando e vivendo secondo il Vangelo, correggendo qualcosa nel proprio modo di pregare, di agire, di lavorare e nelle relazioni con gli altri. Gesù ci rivolge questo appello non con una severità fine a se stessa, ma proprio perché è preoccupato del nostro bene, della nostra felicità, della nostra salvezza. Da parte nostra, dobbiamo rispondergli con un sincero sforzo interiore, chiedendogli di farci capire in quali punti in particolare dobbiamo convertirci.
La conclusione del brano evangelico riprende la prospettiva della misericordia, mostrando la necessità e l’urgenza del ritorno a Dio, di rinnovare la vita secondo Dio. Riferendosi ad un uso del suo tempo, Gesù presenta la parabola di un fico piantato in una vigna; questo fico, però, risulta sterile, non dà frutti (cfr Lc 13,6-9). Il dialogo che si sviluppa tra il padrone e il vignaiolo, manifesta, da una parte, la misericordia di Dio, che ha pazienza e lascia all’uomo, a tutti noi, un tempo per la conversione; e, dall’altra, la necessità di avviare subito il cambiamento interiore ed esteriore della vita per non perdere le occasioni che la misericordia di Dio ci offre per superare la nostra pigrizia spirituale e corrispondere all’amore di Dio con il nostro amore filiale.
Anche San Paolo, nel brano che abbiamo ascoltato, ci esorta a non illuderci: non basta essere stati battezzati ed essere nutriti alla stessa mensa eucaristica, se non si vive come cristiani e non si è attenti ai segni del Signore (cfr 1 Cor 10,1-4).

E con le magie temporali della Rete non ci facciamo mancare nemmeno il video con uno scampolo di omelia, per rivedere il nostro amatissimo Benedetto e riascoltare le sue parole. Davvero un Pastore all'altezza della semplicità e profondità dei Padri della Chiesa:

mercoledì 12 dicembre 2012

E' proprio necessario celebrare la messa ad ogni funerale?

Tornielli ha lanciato un grido di dolore per la triste situazione creatasi nel modo di celebrare il funerale di Riccardo Schicchi, detto il "Re del Porno". Devo dire che sono pienamente d'accordo con lui, e mi chiedo come possano sfuggire certi contro-messaggi, di certo non voluti (ma immortalati da foto e video), e come non si arrivi a prevedere che, in un certo tipo di ambiente e con alcune persone sia necessaria un'attenzione pastorale supplementare, soprattutto in momenti delicati come i funerali. Precauzione, tra l'altro, raccomandata e non solo permessa dalla Santa Chiesa.

C'è chi si chiede come poteva un parroco evitare di dare la comunione a tutte le pornostar e pornodivi che gli si presentavano, non sapendo - giustamente - se si fossero previamente confessati, decidendo di lasciare il loro turpe mestiere. Giusta preoccupazione, alla quale si sarebbe dovuto pensare prima, leggendo quanto i nostri cari vescovi hanno fatto tanta fatica a scrivere e ad approvare. Cioè il "Rito delle Esequie" seconda edizione!

Infatti nelle Precisazioni al nuovo rituale delle Esequie, ufficialmente in vigore dallo scorso 2 novembre, si chiarisce senza lasciare ombre di dubbio (pag. 29):
2. Possono presentarsi situazioni pastorali nella quali è opportuno, o addirittura doveroso, tralasciare la celebrazione della Messa e ordinare il rito esequiale in forma di Liturgia della Parola....
Questo riprende e ribadisce quanto già stabilito nelle Premesse Generali, a pag. 19, dove di tratta esplicitamente delle Esequie nella Liturgia della Parola.

Forse accettare di celebrare il funerale del "Re del Porno" poteva essere una di quelle "situazioni pastorali" che consigliava doverosamente di adottare tale forma rituale?

Esiste anche un "secondo tipo" di celebrazione, più "appartata": le Esequie nella Cappella del Cimitero, anche queste senza la Messa (Premesse Generali num. 7). Perché non prendere in considerazione anche quest'altra opportunità di "flessibilità pastorale"?

Per quanto riguarda i possibili discorsi, che il rituale (Precisazioni num. 6, pag. 30) descrive come: "brevi parole di cristiano ricordo nei riguardi del defunto", subito si precisa: "Il testo sia precedentemente concordato e non sia pronunciato dall'ambone". Non si leggono care poesie o ricordi da dove si legge la Parola di Dio, e non si fanno proclami di "amore libero" e "contro la società bacchettona" in Chiesa. Il sacerdote deve vigilare e concordare con amici e parenti cosa si dirà e si farà.

Con un po' di attenzione pastorale e di delicatezza si possono evitare tanti imbarazzi alla Madre Chiesa e compiere allo stesso tempo il giusto ufficio della Misericordia nei confronti dei defunti cristiani.

Cari sacerdoti, leggete le rubriche prima di lamentarvi e dire: "non potevo fare altrimenti...!".

sabato 8 dicembre 2012

Video dell'omaggio del Papa all'Immacolata in Piazza di Spagna

Ecco il video con la registrazione dell'annuale omaggio del Papa alla Colonna dell'Immacolata nella romana piazza di Spagna. C'è il suo indirizzo di saluto (che potete leggere qui) e i canti. Si vedono anche i frati francescani conventuali, in particolare i giovani studenti, che hanno l'onore e l'onere (se fa freddo) di passare tutta la giornata ad accogliere i fiori dei romani, fino all'arrivo del Santo Padre. Sono i confratelli di Duns Scoto e di san Massimiliano Kolbe, i frati che hanno l'Immacolata - da 8 secoli - come Regina e Patrona.


Qui il libretto della breve celebrazione devozionale, con i canti gregoriani dell'Ave Maria e del Tota Pulchra

sabato 1 dicembre 2012

Alzatevi e levate il capo: omelia di Don Tonino Bello per la prima Domenica d'Avvento

Ha 24 anni eppure sembra registrata oggi l'omelia di Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta ma pure terziario francescano, come amava ricordare. Ve la propongo per meditare in questa prima domenica di Avvento. I testi biblici erano allora gli stessi di questa domenica, sebbene fosse in vigore la precedente traduzione CEI.
La Messa, in quella prima Domenica d'Avvento del 1988 fu trasmessa dalla RAI dal santuario della Madonna dei Martiri, nella diocesi di Don Tonino. Per questo abbiamo a disposizione il video dell'accorata e appassionata omelia da riascoltare. Buon Avvento a tutti i lettori.




+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,25-28.34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

sabato 10 novembre 2012

Vangelo della Domenica con immagini di casa nostra

Con una certa sorpresa mista a soddisfazione, ho visto che H2ONews ha commentato il Vangelo di questa domenica, 11 novembre 2012, con immagini di repertorio della bellissima Basilica di sant'Antonio di Padova, officiata da noi frati Minori Conventuali. Una bella scelta. Sarà forse perché nel vangelo domenicale si parla di poveri, di offerte e di Provvidenza, alcuni fra i temi preferiti dal Santo di Padova (insieme al fustigare i vizi e l'ipocrisia - anch'essa citata dal vangelo)? O forse, perché nell'interpretazione spirituale, il brano parla della vera preghiera (non quella che fanno gli ipocriti, ma quella che la vedova intende fare recandosi al tempio), dell'elemosina (i soldini dati dalla vedova) e, implicitamente, del digiuno (a cui la vedova si prepara, dando tutto quello che ha per vivere). Anche questo triplice tema è assolutamente centrale nella predicazione di sant'Antonio!



Mc 12,38-44: In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

venerdì 12 ottobre 2012

Rileggendo l'omelia papale della Messa di apertura dell'Anno della Fede: quel che conta del Concilio è nei suoi documenti

L'evangeliario intronizzato durante la Messa di ieri come al Concilio Vaticano II
L'omelia intera della Messa per l'apertura dell'Anno della Fede la potete recuperare a questo link.
A me interessa mettere in evidenza un passaggio centrale, dedicato alla puntualizzazione degli intenti del Concilio Vaticano II e all'importanza fondamentale dei suoi documenti (soprattutto per noi che all'evento non c'eravamo ancora e siamo alquanto stanchi di sentirci raccontare o con accenti entusiastici o completamente negativi quanto la Chiesa sia cambiata.. a noi interessano - come di tutti i concili - i documenti e la loro interpretazione che non possono essere ostaggi in esclusiva di chi è abbastanza vecchio da averlo visto, il Concilio).
Il Santo Padre, inoltre, richiama alla recezione del Concilio, ancora una volta puntando sul magistero vivo e autorevole, non sul magistero fai da te degli storici del Concilio o peggio di quelli che sognano ciò mai fu ed è solo nei loro desideri: la teologia si fa sui documenti dottrinali non sui diari o sulle manovre raccontate dagli storici e tantomeno sulle utopie di chi vuole una chiesa a sua immagine e somiglianza.
Cari lettori, l'ermeneutica del Concilio non si fa a partire dai libri di storia, ma tornando alla conoscenza esatta delle grandi Costituzioni conciliari, dai Decreti e dalle Dichiarazioni, interpretati alla luce del magistero più recente. Il tutto sempre e solo in fedeltà alla Parola di Dio che troviamo attestata nella Sacra Scrittura e nella Sacra Tradizione, come ben si esprime Dei Verbum. Potremmo anche dire: è ora di passare dalla sola esegesi storico-critica del Concilio, alla sintesi teologica condivisa, per trarne il senso spirituale per l'oggi della Chiesa.
Ecco, dunque, la parte dell'omelia che rileggo con i miei commenti in rosso.

Santa Messa per l'Apertura dell'Anno della Fede 11.10.2012

....Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI nel '67.
Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Così Papa Giovanni nell'inaugurazione del Concilio. [Come si vede per il Papa Buono, c'è una netta distinzione tra la dottrina e la sua formulazione: bisogna rendere la dottrina immutabile semplicemente più comprensibile, adatta alle esigenze del tempo. Ma proprio questa ingenuità di poter "travasare" come fosse un vino la dottrina della fede senza rendersi conto che i nuovi otri non erano sempre adatti ha portato - a parer mio - a spanderne molto, di quel buon vino].

Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato [il delicato equilibrio]: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione [Il Papa non propone di ricordare un evento, ma di tornare al testo dei documenti approvati, infatti prosegue:]. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi per trovarne l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi [Come dire: il lavoro teologico e pastorale lo si deve fare con la strumentazione adatta, non con i ricordi di chi ha ancora le emozioni nel pensare alla "rivoluzione copernicana" conciliare. Stiamo ai testi. Ormai sono passati 50 anni, i testimoni oculari se ne vanno, ma i documenti magisteriali - che crediamo scritti con una certa assistenza dello Spirito Santo - quelli restano].
Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche [leggasi: tradizionalisti irriducibili] e di corse in avanti [progressisti del Vaticano III ], e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento. [Ai tempi del Concilio si parlava di aggiornamento, e il buon papa Giovanni, anche nel suo discorso inaugurale credeva di poter aggiornare le parole e le forme tenendo invariato il contenuto. Ma la comunicazione umana non funziona così: toccando la formulazione inevitabilmente si modifica - anche se inconsapevolmente - il contenuto. Si deve parlare oggi, come faceva il Card. Newman, non di aggiornamento, ma piuttosto di sviluppo, perché questa parola indica una dottrina che è la stessa pur crescendo e maturando, senza per questo dover tornare indietro all'archeologismo, con un salto che annulla il progresso e le conquiste di secoli, né deve attaccarsi con fissismo a certe acquisizioni ritenute immutabili.]

Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato [ecco espressa l'idea di sviluppo organico, l'ermeneutica necessaria della riforma nella continuità]. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità [la vera crisi - dice il Papa - non è nei documenti del Concilio, ma nella crisi di fede, nelle vere e proprie eresie di chi ha messo in discussione la stessa Rivelazione e i suoi dati come accolti nel depositum fidei].

mercoledì 10 ottobre 2012

Se il Papa parla in arabo...

Da questo mercoledì, ha spiegato padre Lombardi, i sommari della Catechesi nell'udienza generale del Papa e i suoi saluti ai vari gruppi saranno tradotti anche in arabo. L'annuncio, per noi francescani, viene dato in un giorno particolare: oggi ricordiamo infatti i martiri Daniele e compagni, uccisi a Ceuta in Marocco, per aver predicato la fede di Cristo ai saraceni. I santi frati missionari, nel 1227, desiderosi di salvare le anime dei maomettani, predicavano in italiano e latino, non conoscendo la lingua araba. Perdettero tutti la testa per non volersi convertire all'Islam, continuando a proclamare che Dio vuole che tutti siano salvi attraverso Gesù Cristo, unico salvatore universale e assoluto.
In cielo oggi esultano, perché il loro Papa in terra ha deciso di rivolgersi a tutti anche in arabo: lingua - certo - dei cristiani del Medio Oriente, ma si dà il caso che sia compresa anche da milioni di musulmani, che potranno perciò cogliere di prima mano almeno qualche accenno della predicazione del Pastore dei cristiani.
Questa è davvero una bella notizia nel solco delle "cose pratiche da fare" per la Nuova Evangelizzazione.
martirio di san Daniele e compagni a Ceuta - Terni, tela del XVIII sec.

sabato 8 settembre 2012

Come stella mattutina e luna piena, così nasce la Vergine Maria. Parola di Sant'Antonio

Maria Immacolata tra i santi Francesco e Antonio (opera del Nuvoloni)
Vi posto ampi stralci del bellissimo sermone mariano di Sant'Antonio in onore della Nascita della Beata Vergine Maria, festa che il santo Dottore padovano colloca all'inizio della Redenzione, preparazione prossima della vera Arca dell'Alleanza, che doveva contenere l'Eterna Parola di Dio fatta carne. I quattro sermoni mariani, a differenza degli stilizzati ed elaborati sermoni domenicali antoniani, paiono a prima vista più simili a quella che doveva essere la viva predicazione del Santo, e soprattutto ci riportano la sua personalissima devozione alla Madre di Dio, attestataci dai contemporanei e dalle diverse biografie, e certificata dalla sua penna anche nelle bellissime preghiere composte da Antonio all'indirizzo della Vergine e collocate al termine delle sezioni di ciascun sermone.

La gloriosa Vergine Maria fu "come la stella del mattino fra le nubi" (Eccli 50,6)…

La stella del mattino è chiamata lucifero, portatrice di luce, perché splende più di tutte le stelle, e in modo più esatto è detta iubar, splendore, astro. Porta la luce, perché precede il sole e annuncia il giorno, irrora le tenebre della notte con il fulgore della sua luce.
    Stella del mattino, portatrice di luce, è la Vergine Maria che, nata nell'oscurità della nube, dissolse la tenebrosa caligine e a coloro che stavano nelle tenebre, nel mattino della grazia annunciò il sole di giustizia. Infatti, riferendosi a lei, il Signore dice a Giobbe: "Sei tu che fai spuntare a suo tempo la stella del mattino?" (Gb 38,32). Quando venne "il tempo di usare misericordia" (Sal 101,14), "il tempo di costruire la casa del Signore" (Ag 1,2), "il tempo favorevole e il giorno della salvezza" (2Cor 6,2), allora il Signore fece sorgere la stella del mattino, cioè la Vergine Maria, perché fosse la luce dei popoli. E i popoli devono dire a lei ciò che il popolo di Betulia disse a Giuditta:
"Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha annientato i nostri nemici. Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra. Benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidata a colpire il capo dei nostri nemici. Oggi egli ha esaltato il tuo nome in modo che la tua lode non cesserà mai dalla bocca degli uomini" (Gdt 13,22-25).
    La beata Vergine Maria, nella sua nascita, fu dunque come la stella del mattino. Di lei dice ancora Isaia: "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici" (Is 11,1).
    Osserva che la Vergine Maria è paragonata al germoglio, a motivo delle cinque proprietà che questo possiede: è allungato, diritto, solido, esile e flessibile. Così Maria si prolungò nella contemplazione, fu diritta per la sua perfetta giustizia, solida per la fermezza della mente, esile per la povertà e flessibile per l'umiltà. Questo germoglio è uscito dalla radice di Iesse, che fu il padre di Davide (cf. Mt 1,5): da questi discende Maria (cf. Lc 1,27), "dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo" (Mt 1,16). Per questo motivo nella festa di oggi si legge il brano del vangelo che ricorda la genealogia di Cristo, figlio di Davide (Mt 1,1).
"Come la luna che risplende nei giorni della sua pienezza" (Eccli 50,6). La Beata Vergine Maria è paragonata alla luna piena, perché è perfetta sotto ogni aspetto. La luna in verità è talvolta imperfetta e incompleta, perché ha delle macchie e la forma di falce. Ma la gloriosa Vergine Maria non ebbe mai alcuna macchia, né nella sua nascita, perché fu santificata ancora nel grembo materno e custodita dagli angeli; né durante i giorni della sua vita, perché mai peccò di superbia: sempre rifulse di pienezza di perfezione. Ed è detta luce perché dissolve le tenebre. 

    Ti preghiamo dunque, o nostra Signora, perché, tu, che sei la stella del mattino, scacci con il tuo splendore la nuvola della suggestione diabolica, che copre la terra della nostra mente. Tu che sei la luna piena, riempi la nostra vacuità, dissolvi le tenebre dei nostri peccati, affinché meritiamo di giungere alla pienezza della vita eterna e alla luce della gloria infinita.

    Ce lo conceda colui che ti ha creata perché tu sia la nostra luce, colui che oggi ti ha fatta nascere per poter egli stesso nascere da te. A lui sia onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
(Antonio di Padova, Sermone per la Natività della B.V.M., §§1-2.4) 
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