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sabato 14 novembre 2015

Messa consigliata in questi giorni di tragedia


La Chiesa, nella sua bimillenaria storia di preghiera e culto, ha un formulario adatto per ogni circostanza, soprattutto per i tempi di angoscia e attacchi come quelli che stiamo vivendo. La preghiera ci aiuta ad affrontare i momenti di terrore senza cedere all'odio, ma senza nemmeno abdicare alla ricerca di giustizia senza cui non c'è vera pace. Papa Francesco ha definito i recenti attacchi a Parigi come "un pezzo" di quella Terza guerra mondiale "a pezzi" che si va combattendo da tempo.
Perciò cari confratelli sacerdoti e cari laici collaboratori pastorali, usiamo in questi giorni, tra le Messe "per varie necessità" del Messale Romano, quella dal titolo "In tempo di guerra o di disordini", il cui formulario vi riporto qui di seguito:

IN TEMPO DI GUERRA O DI DISORDINI
(colore liturgico penitenziale: viola)

ANTIFONA D’INGRESSO
Dice il Signore:
«Io ho progetti di pace e non di sventura;
voi mi invocherete e io vi esaudirò
e vi farò tornare
da tutti i luoghi dove vi ho dispersi». Ger 29, 11.12.14

Oppure:
Flutti di morte mi hanno circondato,
mi hanno stretto dolori d’inferno;
nella mia angoscia ho invocato il Signore,
dal tuo tempio ha ascoltato la mia voce. Sal 17, 5-7


COLLETTA
O Dio, forte e misericordioso,
che condanni le guerre
e abbatti l’orgoglio dei potenti,
allontana i lutti e gli orrori che affliggono l’umanità,
perché tutti gli uomini, pacificati tra loro,
possano chiamarsi veramente tuoi figli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli

Oppure:
O Dio, amico della pace,
conoscerti è vivere, servirti è regnare;
libera da ogni aggressione il popolo che confida in te,
perché, sotto la tua difesa e protezione,
possa dedicarsi senza timore al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.


SULLE OFFERTE
Ricordati, o Padre,
che il tuo Figlio è la nostra pace,
e nel suo sangue ha distrutto le nostre discordie:
per questa rinnovata offerta del suo sacrificio
rendi all’umanità che tu ami
la tranquillità e la pace.
Per Cristo nostro Signore.


ANTIFONA ALLA COMUNIONE
«Vi lascio la pace,
vi dò la mia pace», dice il Signore;
«non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non si turbi il vostro cuore
e non abbia timore». Gv 14, 27


DOPO LA COMUNIONE
Signore, che ci hai nutriti con la dolcezza di quest’unico pane,
che ci conforta nelle prove della vita,
concedi all’umanità, sconvolta dalla guerra,
di ricuperare il bene della pace,
per vivere secondo la tua legge
nella giustizia e nella fraternità.
Per Cristo nostro Signore.

Originale Latino dal Messale di Paolo VI:

TEMPORE BELLI VEL EVERSIONIS

Ant. ad introitum 
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis et non afflictiónis; invocábitis me, et ego exáudiam vos, et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. Jr 29,11-12 Jr 14

Oppure:
Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me; et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam.Cf. Ps 17,5-7

Collecta
Deus miséricors et fortis, qui bella cónteris deprimísque supérbos, immanitátes a nobis et lácrimas dignáre festinánter arcére, ut omnes in veritáte tui nominári fílii mereámur. Per Dóminum.

Oppure:
Deus, auctor pacis et amátor, quem nosse vívere, cui servíre regnáre est, prótege ab ómnibus impugnatiónibus súpplices tuos, ut, qui in defensióne tua confídimus, nullíus hostilitátis arma timeámus. Per Dóminum.

Super oblata
Memoráre, Dómine, Fílium tuum, qui est ipse pax, ódia nostra suo Sánguine peremísse, et, mala nostra propitiátus aspíciens, da, ut homínibus quos díligis pacem hæc hóstia cum tranquillitáte restítuat. Per Christum.

Ant. ad communionem
Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis, dicit Dóminus; non quómodo mundus dat, ego do vobis. Non turbétur cor vestrum neque formídet. Jn 14,27

Post communionem
Uno pane, qui cor hóminis confírmat, suáviter satiátis, da nobis, Dómine, et belli furóres superáre felíciter, et tuam amóris ac iustítiæ legem fírmiter custodíre. Per Christum.


lunedì 14 settembre 2015

O Croce benedetta

Concludiamo la festa della Santa Croce ascoltando altre preghiere cantate in onore dello Strumento della Salvezza:

O Crux benedicta, quae sola fuisti digna portare Regem caelorum et Dominum, alleluia.O Croce benedetta, che sola fosti degna di portare il Re dei Cieli e Signore, alleluia.
Antifona al Magnificat (liturgia romana antica) cantata come Sallenda nella liturgia ambrosiana (vedi qui lo spartito):


La stessa antifona nella composizione polifonica di Francisco Guerrero a cui è aggiunta una strofa dell'inno alla Croce gloriosa (Pange lingua... proelium certaminis)

Per il segno della Croce liberaci Signore!

Festa dell'Esaltazione della Santa Croce

Per signum Crucis de inimícis nostris líbera nos, Deus noster.
Per mezzo del segno della Croce liberaci dai nostri nemici, o nostro Dio

Mottetto di Francesco Durante (1684-1755)


In gregoriano: antifona alla comunione per il 14 settembre, Esaltazione della Santa Croce.



Lo stesso testo cantato in modo più semplice come antifona del vespro. Cantano i monaci cistercensi austriaci di Heiligenkreuz:




sabato 19 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 7 - commenti di Giovanni Paolo II - Padre nelle tue mani...

L'ultima delle tradizionali "Sette parole di Cristo in Croce". Nel silenzio del Sabato Santo ne rileggiamo il commento scritto dal beato Pontefice papa Wojtyla:

Settima parola:

"Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 7 dicembre 1988

2. “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito” (Lc 23, 46). Con queste parole Luca esplicita il contenuto del secondo grido che Gesù emise poco prima di morire (cf. Mc 13, 37; Mt 27, 50). Nel primo grido egli aveva esclamato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34; Mt 27, 46). Queste parole sono completate da quelle altre, che costituiscono il frutto di una riflessione interiore maturata in preghiera. Se per un momento Gesù ha avuto e sofferto la tremenda sensazione di essere abbandonato dal Padre, ora la sua anima reagisce nell’unico modo che, come egli sa bene, si conviene a un uomo, che al tempo stesso è anche il “Figlio prediletto” di Dio: il totale abbandono nelle sue mani.

Gesù esprime questo suo sentimento con parole che appartengono al salmo 31-30: il salmo dell’afflitto che prevede la sua liberazione e ringrazia Dio che sta per operarla: “Mi affido alle tue mani: tu mi riscatti, Signore, Dio fedele” (Sal 31 [30], 6). Gesù nella sua lucida agonia, sta ricordando e balbettando anche qualche versetto di quel salmo, recitato spesse volte durante la sua vita. Ma, stando alla narrazione dell’evangelista, quelle parole sulla bocca di Gesù prendono un valore nuovo.

3. Con l’invocazione “Padre” (“Abbà”), Gesù dà al suo abbandono tra le mani del Padre un accento di fiducia filiale. Gesù muore da figlio. Muore in perfetta conformità al volere del Padre, per la finalità di amore che il Padre gli ha affidato e che il Figlio ben conosce.
Nella prospettiva del salmista l’uomo, colpito dalla sventura e afflitto dal dolore, rimette il suo spirito nelle mani di Dio per sfuggire alla morte che lo minaccia. Gesù, invece, accetta la morte e rimette il suo spirito nelle mani del Padre per attestargli la sua ubbidienza e manifestargli la sua fiducia per una nuova vita. Il suo abbandono è dunque più pieno e più radicale, più audace, più definitivo, più carico di volontà oblativa.

4. Inoltre quest’ultimo grido è un complemento del primo, come abbiamo notato fin da principio. Riprendiamo i due testi e vediamo che cosa risulta dal loro confronto. Anzitutto sotto l’aspetto semplicemente linguistico e quasi semantico.
Il termine “Dio” del salmo 22-21 è ripreso, nel primo grido, come un’invocazione che può significare smarrimento dell’uomo nel proprio nulla dinanzi all’esperienza dell’abbandono da parte di Dio, considerato nella sua trascendenza e quasi sperimentato in uno stato di “separazione” (il “Santo”, l’Eterno, l’Immutabile). Nel successivo grido Gesù ricorre al salmo 31-30, inserendovi l’invocazione a Dio come Padre (“Abbà”), appellativo che gli è abituale e in cui ben si esprime la familiarità di uno scambio di calore paterno e di atteggiamento filiale.

E inoltre: nel primo grido anche Gesù pone un “perché” a Dio, certo con profondo rispetto per la sua volontà, la sua potenza, la sua infinita grandezza, ma senza reprimere il senso di umano sgomento che non può non suscitare una morte come quella. Ora invece, nel secondo grido, vi è l’espressione dell’abbandono fiducioso nelle braccia del Padre sapiente e benigno, che tutto dispone e regge con amore. Vi è stato un momento di desolazione, nel quale Gesù si è sentito senza appoggio e difesa da parte di tutti, perfino di Dio: un momento tremendo; ma è stato presto superato grazie all’affidamento di sé nelle mani del Padre, la cui presenza amorosa e immediata Gesù avverte nella struttura più profonda del proprio io, giacché egli è nel Padre come il Padre è in lui (cf. Gv 10, 38;14, 10 s), anche sulla croce!

5. Le parole e le grida di Gesù sulla croce, per essere comprese, devono essere considerate in rapporto a ciò che egli stesso aveva annunciato in precedenza, nelle predizioni della sua morte e nell’insegnamento sul destino dell’uomo in una nuova vita. Per tutti la morte è un passaggio all’esistenza nell’aldilà; per Gesù è, anzi, la premessa della risurrezione che avverrà il terzo giorno. La morte, dunque, ha sempre un carattere di dissoluzione del composto umano, che suscita ripulsa: ma dopo il primo grido, Gesù con grande serenità rimette il suo spirito nelle mani del Padre, in vista della nuova vita e anzi della risurrezione da morte, che segnerà il coronamento del mistero pasquale. Così, dopo tutti i tormenti delle sofferenze fisiche e morali subite, la morte è abbracciata da Gesù come un ingresso nella pace inalterabile di quel “seno del Padre”, verso il quale è stata rivolta tutta la sua vita.

6. Con la sua morte Gesù rivela che alla fine della vita l’uomo non è votato all’immersione nell’oscurita, nel vuoto esistenziale, nella voragine del nulla, ma è invitato all’incontro col Padre, verso il quale si è mosso nel cammino della fede e dell’amore in vita, e nelle cui braccia si è gettato con santo abbandono nell’ora della morte. Un abbandono che, come quello di Gesù, comporta il dono totale di sé da parte di un’anima che accetta di essere spogliata del suo corpo e della vita terrestre, ma che sa di trovare nelle braccia, nel cuore del Padre la nuova vita, partecipazione alla vita stessa di Dio nel mistero trinitario.

7. Attraverso il mistero ineffabile della morte l’anima del Figlio giunge a godere della gloria del Padre nella comunione dello Spirito (amore del Padre e del Figlio). E questa è la “vita eterna”, fatta di conoscenza, di amore, di gioia, di pace infinita.
Di Gesù, l’evangelista Giovanni dice che “rese lo spirito” (Gv 19, 30), Matteo che “esalò lo spirito” (Mt 27, 50), Marco e Luca che “spirò” (Mc 15, 37; Lc 23, 46). È l’anima di Gesù che entra nella pienezza della visione beatifica in seno alla Trinità. In questa luce di eternità si può afferrare qualcosa del misterioso rapporto tra l’umanità di Cristo e la Trinità, sfiorato dalla lettera agli Ebrei quando, parlando dell’efficacia salvifica del sangue di Cristo, ben superiore a quella del sangue degli animali offerti nei sacrifici dell’antica alleanza, scrive che nella sua morte Cristo “mediante uno spirito eterno ha offerto se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9, 14).

venerdì 18 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 6 - commenti di Giovanni Paolo II - E' compiuto

La Parola del Venerdì Santo, quando tutto si compie, la nuova creazione dell'Uomo è completata, il vertice è raggiunto, la Redenzione è ultimata, il Signore cancella con la sua morte il peccato:

"Tetelestai": in greco "è compiuto, è completato"
Sesta parola:

"È compiuto" (Gv 19,30)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 7 dicembre 1988

1. “Tutto è compiuto” (Gv 19, 30). Secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù ha pronunciato queste parole poco prima di spirare. Sono state le ultime. Esse manifestano la sua coscienza d’aver eseguito fino in fondo l’opera per la quale era stato mandato in questo mondo (cf. Gv 17, 4). Si badi: non è tanto la coscienza di aver realizzato progetti suoi, quanto di aver eseguito la volontà del Padre nell’ubbidienza spinta fino alla completa immolazione di sé sulla croce. Già solo per questo Gesù morente ci appare come il modello di quella che dovrebbe essere la morte di ogni uomo: la conclusione dell’opera assegnata a ciascuno per il compimento dei disegni divini. Secondo il concetto cristiano della vita e della morte, gli uomini fino al momento della morte sono chiamati a compiere la volontà del Padre, e la morte è l’ultimo atto, quello definitivo e decisivo, del compimento di questa volontà. Gesù ce lo insegna dalla croce.

giovedì 17 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 5 - commenti di Giovanni Paolo II - Ho sete

La parola di Gesù in Croce di cui oggi rileggiamo il commento di Papa Giovanni Paolo II è ben rappresentata dal crocifisso della Beata madre Teresa di Calcutta, che meditava questa richiesta di Cristo ogni volta che guardava alla croce:

Quinta parola:

"Ho sete!" (Gv 19,28)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 30 novembre 1988

7. Tuttavia poco dopo [aver pronunciato Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?], forse per influsso del salmo 22 (21), che riaffiora nella sua memoria, Gesù esce in queste altre parole: “Ho sete” (Gv 19, 28).

È ben comprensibile che con queste parole Gesù alluda alla sete fisica, al grande tormento che fa parte della pena della crocifissione, come spiegano gli studiosi di queste materie.
Si può anche aggiungere che nel manifestare la sua sete Gesù ha dato prova di umiltà, esprimendo una elementare necessità fisica, come avrebbe fatto chiunque. Anche in questo Gesù si fa e si mostra solidale con tutti coloro che, viventi o morenti, sani o malati, piccoli o grandi, hanno bisogno e chiedono almeno un po’ d’acqua . . . (cf. Mt 10, 42). Per noi è bello pensare che ogni soccorso prestato a un morente, è prestato a Gesù crocifisso!

8. Ma non possiamo ignorare l’annotazione dell’evangelista, il quale scrive che Gesù uscì in tale espressione - “Ho sete” - “per adempiere la Scrittura” (Gv 19, 28). Anche in tali parole di Gesù vi è un’altra dimensione, oltre quella fisico-psicologica. Il riferimento è ancora al salmo 22 (21): “È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto” (Sal 22 [21], 16). Anche nel salmo 69 (68), 22 si legge: “Quando avevo sete mi hanno dato aceto”.
Nelle parole del salmista si tratta ancora di sete fisica, ma sulle labbra di Gesù essa rientra nella prospettiva messianica della sofferenza della croce. Nella sua sete il Cristo morente cerca ben altra bevanda che l’acqua o l’aceto: come quando al pozzo di Sicar aveva chiesto alla samaritana: “Dammi da bere” (Gv 4, 7). La sete fisica, allora, era stato simbolo e tramite di un’altra sete: quella della conversione di quella donna. Ora, sulla croce, Gesù ha sete di un’umanità nuova, quale dovrà sorgere dal suo sacrificio, in adempimento delle Scritture. Per questo l’evangelista lega il “grido della sete” di Gesù alle Scritture. La sete della croce, sulla bocca del Cristo morente, è l’ultima espressione di quel desiderio del battesimo da ricevere e del fuoco da accendere sulla terra, che era stato da lui manifestato in vita. “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (Lc 12, 49-50). Ora quel desiderio sta per compiersi, e con quelle sue parole Gesù conferma l’ardente amore con cui ha voluto ricevere quel supremo “battesimo” per aprire a noi tutti la fonte dell’acqua che veramente disseta e salva (cf. Gv 4, 13-14).

mercoledì 16 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 4 - commenti di Giovanni Paolo II - Dio mio, Dio mio

Papa Wojtyla commenta le parole di Gesù in croce. Oggi rileggiamo la catechesi sul grido di Gesù al Padre:
Quarta parola:

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" 
(Mt 27,46; cfr. Sal 22[21],2)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 30 novembre 1988

1. Stando ai sinottici, Gesù sulla croce gridò due volte (cf. Mt 27, 46-50; Mc 15, 34-37); del secondo grido solo Luca (Lc 23, 46) esplicita il contenuto. Nel primo grido si esprimono la profondità e l’intensità della sofferenza di Gesù, la sua partecipazione interiore, il suo spirito di oblazione, e forse anche la lettura profetico-messianica che egli fa del suo dramma sulla traccia di un salmo biblico. Certo il primo grido manifesta i sentimenti di desolazione e di abbandono provati da Gesù con le prime parole del salmo 22 [21]: “Alle tre Gesù gridò con voce forte: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»” (Mc 15, 34; cf. Mt27, 46).
Marco riporta le parole in aramaico. Si può supporre che quel grido sia parso talmente caratteristico che i testimoni auricolari del fatto, quando narrarono il dramma del Calvario, abbiano trovato opportuno ripetere le parole stesse di Gesù in aramaico, la lingua parlata da lui e dalla maggior parte degli israeliti suoi contemporanei. A Marco, esse potrebbero essere state riferite da Pietro, come avvenne per la parola “Abbà” = Padre (cf. Mc 14, 36) nella preghiera del Getsemani.

2. Che in quel suo primo grido Gesù usi le parole iniziali del salmo 22[21] è significativo per varie ragioni. Nello spirito di Gesù, che era solito pregare seguendo i testi sacri del suo popolo, dovevano essersi depositate molte di quelle parole e frasi che particolarmente lo impressionavano, perché meglio esprimevano il bisogno e l’angoscia dell’uomo dinanzi a Dio e in qualche modo alludevano alla condizione di colui che avrebbe preso su di sé tutta la nostra iniquità (cf. Is 53, 11).
Perciò nell’ora del calvario fu spontaneo per Gesù appropriarsi di quella domanda che il salmista fa a Dio sentendosi spossato dalla sofferenza. Ma sulla sua bocca il “perché” rivolto a Dio era anche più efficace nell’esprimere un dolente stupore per quella sofferenza che non aveva una spiegazione semplicemente umana, ma costituiva un mistero di cui solo il Padre possedeva la chiave. Per questo, pur nascendo dalla memoria del salmo letto o recitato nella sinagoga, la domanda racchiudeva un significato teologico in relazione al sacrificio, mediante il quale Cristo doveva, in piena solidarietà con l’uomo peccatore, sperimentare in sé l’abbandono di Dio. Sotto l’influsso di questa tremenda esperienza interiore, Gesù morente trova la forza per esplodere in quel grido!
E in quella esperienza, in quel grido, in quel “perché” rivolto al cielo, Gesù stabilisce anche un modo nuovo di solidarietà con noi, che siamo portati così spesso a levare occhi e bocca al cielo, per esprimere il nostro lamento e qualcuno persino la sua disperazione.

3. Ma sentendo Gesù pronunciare il suo “perché”, impariamo che, sì, anche gli uomini che soffrono possono pronunciarlo, ma in quelle stesse disposizioni di fiducia e di abbandono filiale, di cui Gesù ci è maestro e modello. Nel “perché” di Gesù, non c’è alcun sentimento o risentimento che porti alla rivolta, o che indulga alla disperazione; non c’è l’ombra di un rimprovero rivolto al Padre, ma l’espressione dell’esperienza di fragilità, di solitudine, di abbandono a se stesso, fatta da Gesù al posto nostro; da lui che diventa così il primo degli “umiliati ed offesi”, il primo degli abbandonati, il primo dei “desamparados” (come li chiamano gli spagnoli), ma che nello stesso tempo ci dice che su tutti questi poveri figli d’Eva veglia l’occhio benigno della Provvidenza soccorritrice.
4. In realtà, se Gesù prova il sentimento di essere abbandonato dal Padre, egli però sa di non esserlo affatto. Egli stesso ha detto: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 30), e parlando della passione futura: “Io non sono solo perché il Padre è con me” (Gv 16, 32). Sulla cima del suo spirito Gesù ha netta la visione di Dio e la certezza della unione col Padre. Ma nelle zone a confine con la sensibilità e quindi più soggette alle impressioni, emozioni e ripercussioni delle esperienze dolorose interne ed esterne, l’anima umana di Gesù è ridotta ad un deserto, ed egli non sente più la “presenza” del Padre, ma fa la tragica esperienza della più completa desolazione.

5. Qui si può tracciare un quadro sommario di quella situazione psicologica di Gesù per rapporto a Dio.
Gli avvenimenti esterni sembrano manifestare l’assenza del Padre, che lascia crocifiggere suo Figlio, pur disponendo di “legioni d’angeli” (cf. Mt 26, 53), senza intervenire per impedire la sua condanna a morte e il suo supplizio. Nell’Orto degli Ulivi Simon Pietro aveva sfoderato a sua difesa una spada, bloccato subito da Gesù stesso (cf. Gv 18, 10 s); nel pretorio, Pilato aveva ripetutamente tentato manovre diversive per salvarlo (cf. Gv 18, 31-38 s;19, 4-6, 12-15); ma il Padre, ora, tace. Quel silenzio di Dio grava sul morente come la pena più pesante, tanto più che gli avversari di Gesù considerano quel silenzio come una sua riprovazione: “Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene, giacché ha detto: sono Figlio di Dio!” (Mt 27, 43).
Nella sfera dei sentimenti e degli affetti, questo senso dell’assenza e dell’abbandono di Dio è stata la pena più pesante per l’anima di Gesù, che attingeva la sua forza e la sua gioia dall’unione con il Padre. Questa pena rese più dure tutte le altre sofferenze. Quella mancanza di conforto interiore è stata il suo maggiore supplizio.

6. Ma Gesù sapeva che con questa fase estrema della sua immolazione, giunta alle più intime fibre del cuore, egli completava l’opera di riparazione che era lo scopo del suo sacrificio per la riparazione dei peccati. Se il peccato è separazione da Dio, Gesù doveva provare nella crisi della sua unione con il Padre, una sofferenza proporzionata a quella separazione.
D’altra parte citando l’inizio del salmo 22 (21), che forse continuò a dire mentalmente durante la passione, Gesù non ne ignorava la conclusione, che si trasforma in un inno di liberazione e in un annuncio di salvezza dato a tutti da Dio. L’esperienza dell’abbandono è dunque una pena passeggera, che cede il posto alla liberazione personale e alla salvezza universale. Nell’anima afflitta di Gesù tale prospettiva ha certo alimentato la speranza, tanto più che egli ha sempre presentato la sua morte come un passaggio alla risurrezione, come la sua vera glorificazione. E a questo pensiero la sua anima riprende vigore e gioia sentendo che è vicina, proprio al culmine del dramma della croce, l’ora della vittoria.

martedì 15 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 3 - commenti di Giovanni Paolo II - Donna ecco tuo figlio

Rileggiamo la catechesi del Beato Giovanni Paolo II a commento della parola di Gesù in croce rivolta alla Madre e al discepolo amato. E' la terza delle tradizionali sette parole di Cristo sulla croce:

Terza parola:
"Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre" (Gv 19,26)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 23 novembre 1988

1. Il messaggio della croce comprende alcune parole supreme di amore, che Gesù rivolge a sua madre e al discepolo prediletto Giovanni, presenti al suo supplizio sul Calvario.

Ecco, san Giovanni nel suo Vangelo ricorda che “stava presso la croce di Gesù sua madre” (Gv 19, 25). Era la presenza di una donna - ormai vedova da anni, come tutto fa pensare - che stava per perdere anche suo figlio. Tutte le fibre del suo essere erano scosse da ciò che aveva visto nei giorni culminanti nella passione, da ciò che sentiva e presentiva, ora, accanto al patibolo. Come impedirle di soffrire e di piangere? La tradizione cristiana ha percepito la drammatica esperienza di quella donna piena di dignità e di decoro, ma col cuore affranto, e ha sostato a contemplarla con intima partecipazione al suo dolore:
“Stabat mater dolorosa
iuxta crucem lacrimosa
dum pendebat filius”.

Non si tratta solo di una questione “della carne e del sangue”, nè di un affetto senza dubbio nobilissimo, ma semplicemente umano. La presenza di Maria presso la croce mostra il suo impegno di partecipazione totale al sacrificio redentivo di suo Figlio. Maria ha voluto partecipare fino in fondo alle sofferenze di Gesù, perché non ha respinto la spada annunciatale da Simeone (cf. Lc 2, 35), e ha invece accettato, con Cristo, il disegno misterioso del Padre. Essa era la prima partecipe di quel sacrificio, e sarebbe rimasta per sempre il modello perfetto di tutti coloro che avrebbero accettato di associarsi senza riserva all’offerta redentiva.

2. D’altra parte la compassione materna, in cui si esprimeva quella presenza, contribuiva a rendere più denso e più profondo il dramma di quella morte in croce, così vicino al dramma di tante famiglie, di tante madri e di tanti figli, ricongiunti dalla morte dopo lunghi periodi di separazione per ragioni di lavoro, di malattia, di violenza ad opera di singoli o di gruppi.

Gesù, che vede sua madre accanto alla croce, la ripensa sulla scia dei ricordi di Nazaret, di Cana, di Gerusalemme; forse rivive i momenti del transito di Giuseppe, e poi del suo distacco da lei, e della solitudine nella quale è vissuta negli ultimi anni, una solitudine che ora sta per accentuarsi. Maria, a sua volta, considera tutte le cose che per anni e anni “ha conservato nel suo cuore” (cf. Lc 2, 19. 51), e adesso più che mai le comprende in ordine alla croce. Il dolore e la fede si fondono nella sua anima. Ed ecco, ad un tratto s’avvede che dall’alto della croce Gesù la guarda e le parla.

3. “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio»” (Gv 19, 26). È un atto di tenerezza e di pietà filiale. Gesù non vuole che sua madre resti sola. Al suo posto le lascia come figlio il discepolo che Maria conosce come il prediletto. Gesù affida così a Maria una nuova maternità, e le chiede di trattare Giovanni come suo figlio. Ma quella solennità dell’affidamento (“Donna, ecco il tuo figlio”), quel suo collocarsi al cuore stesso del dramma della croce, quella sobrietà ed essenzialità di parole che si direbbero proprie di una formula quasi sacramentale, fanno pensare che, al di sopra delle relazioni familiari, il fatto vada considerato nella prospettiva dell’opera della salvezza, dove la donna-Maria è stata impegnata col Figlio dell’uomo nella missione redentrice. A conclusione di quell’opera, Gesù chiede a Maria di accettare definitivamente l’offerta che egli fa di se stesso quale vittima di espiazione, considerando ormai Giovanni come suo figlio. È a prezzo del suo sacrificio materno che essa riceve quella nuova maternità.

4. Ma quel gesto filiale, pieno di valore messianico, va ben al di là della persona del discepolo prediletto, designato come figlio di Maria. Gesù vuol dare a Maria una figliolanza ben più numerosa, vuole istituire per Maria una maternità che abbraccia ogni suo seguace e discepolo di allora e di tutti i tempi. Il gesto di Gesù ha dunque un valore simbolico. Non è solo un gesto d’ordine familiare, come di un figlio che prende a cuore la sorte di sua madre, ma è il gesto del Redentore del mondo che assegna a Maria, come “donna”, un ruolo di nuova maternità per rapporto a tutti gli uomini, chiamati a riunirsi nella Chiesa. In quel momento, dunque, Maria è costituita, e quasi si direbbe “consacrata”, come Madre della Chiesa dall’alto della croce.

5. In questo dono fatto a Giovanni e, in lui, ai seguaci di Cristo e a tutti gli uomini, vi è come un completamento del dono che Gesù fa di se stesso all’umanità con la sua morte in croce. Maria costituisce con lui come un “tutt’uno”, non solo perché sono madre e figlio “secondo la carne”, ma perché nell’eterno disegno di Dio sono contemplati, predestinati, collocati insieme al centro della storia della salvezza; sicché Gesù sente di dover coinvolgere sua madre non solo nella propria oblazione al Padre, ma anche nella donazione di sé agli uomini; e Maria, a sua volta, è in perfetta sintonia con il Figlio in quest’atto di oblazione e di donazione, come per un prolungamento del “fiat” dell’annunciazione.

D’altra parte Gesù, nella sua passione, si è visto spogliato di tutto. Sul Calvario gli rimane la madre; e con gesto di supremo distacco dona anche lei al mondo intero, prima di portare a termine la sua missione col sacrificio della vita. Gesù è cosciente che è giunto il momento della consumazione, come dice l’evangelista: “Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta . . .” (Gv 19, 28). E vuole che tra le cose “compiute” ci sia anche questo dono della Madre alla Chiesa e al mondo.

6. Si tratta certamente di una maternità spirituale, che si attua, secondo la Tradizione cristiana e la dottrina della Chiesa, nell’ordine della grazia. “Madre nell’ordine della grazia”, la chiama il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 61). È quindi una maternità essenzialmente “soprannaturale”, che si iscrive nella sfera dove opera la grazia, generatrice di vita divina nell’uomo. È dunque oggetto di fede, come lo è la stessa grazia, a cui è correlata, ma non esclude e anzi comporta tutta una fioritura di pensieri, di affetti teneri e soavi, di sentimenti vivissimi di speranza, fiducia, amore, che fanno parte del dono di Cristo.

Gesù, che aveva sperimentato e apprezzato l’amore materno di Maria nella propria vita, ha voluto che anche i suoi discepoli potessero a loro volta godere di questo amore materno come componente del rapporto con lui in tutto lo sviluppo della loro vita spirituale. Si tratta di sentire Maria come madre e di trattarla come madre, consentendole di formarci alla vera docilità verso Dio, alla vera unione con Cristo, alla vera carità verso il prossimo.

7. Si può dire che anche questo aspetto del rapporto con Maria è compreso nel messaggio della croce. Dice infatti l’evangelista che Gesù “poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre»!” (Gv 19, 27). Rivolgendosi al discepolo, Gesù gli chiede espressamente di comportarsi con Maria come figlio verso la madre. All’amore materno di Maria dovrà rispondere un amore filiale. Poiché il discepolo sostituisce Gesù presso Maria, è invitato ad amarla veramente come la propria madre.

È come se Gesù gli dicesse: “Amala come io l’ho amata”. E poiché, nel discepolo, Gesù vede tutti gli uomini, ai quali lascia quel testamento d’amore, vale per tutti la richiesta di amare Maria come madre. In concreto Gesù fonda con quelle sue parole il culto mariano della Chiesa, alla quale fa capire, attraverso Giovanni, la sua volontà che Maria riceva da parte di ogni discepolo, di cui ella è madre per istituzione di Gesù stesso, un sincero amore filiale. L’importanza del culto mariano sempre voluto dalla Chiesa, si deduce dalle parole pronunciate da Gesù nell’ora stessa della sua morte.

8. L’evangelista conclude dicendo che “da quell’ora il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19, 27). Ciò significa che il discepolo ha risposto immediatamente alla volontà di Gesù: da quel momento, accogliendo Maria nella sua casa, le ha mostrato il suo affetto filiale, l’ha circondata di ogni cura, ha fatto in modo che potesse godere di raccoglimento e di pace in attesa di ricongiungersi a suo Figlio, e svolgere il suo ruolo nella Chiesa nascente, sia nelle Pentecoste sia negli anni successivi.

Quel gesto di Giovanni era l’esecuzione del testamento di Gesù nei confronti di Maria: ma aveva un valore simbolico per ogni discepolo di Cristo, invitato ormai ad accogliere Maria presso di sé, e farle posto nella propria vita. Perché, in forza delle parole di Gesù morente, ogni vita cristiana deve offrire uno “spazio” a Maria, non può non includere la sua presenza.

Allora possiamo concludere questa riflessione e catechesi sul messaggio della croce, con l’invito che rivolgo a ciascuno, di chiedersi come accoglie Maria nella sua casa, nella sua vita; e con una esortazione ad apprezzare sempre di più il dono che il Cristo crocifisso ci ha fatto, lasciandoci come madre la sua stessa Madre.

lunedì 14 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 2 - commenti di Giovanni Paolo II - Oggi sarai con me

Oggi la seconda delle "sette parole di Cristo in Croce" nel commento di Giovanni Paolo II:

Seconda parola:
"In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso" (Lc 23,43)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì, 16 novembre 1988


7. ..Un altro fatto concreto avvenuto sul Calvario... s’integra nel messaggio della croce come messaggio di perdono. Dice Gesù a un malfattore crocifisso con lui: “In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43). È un fatto impressionante, nel quale vediamo in azione tutte le dimensioni dell’opera salvifica, che si concretizza nel perdono. Quel malfattore aveva riconosciuto la sua colpevolezza, ammonendo il suo complice e compagno di supplizio, che scherniva Gesù: “Noi siamo in croce giustamente, perché riceviamo la giusta pena per le nostre azioni”; e aveva chiesto a Gesù di poter partecipare al regno, da lui annunciato: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23, 42). Egli trovava ingiusta la condanna di Gesù: “Non ha fatto niente di male”. Non condivideva quindi le imprecazioni del suo compagno di pena (“Salva te stesso,e noi” [Lc 23, 39]), e degli altri che, come i capi del popolo, dicevano: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso se è il Cristo di Dio, l’eletto” (Lc 23, 35), né gli insulti dei soldati: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (Lc 23, 37).

Il malfattore pertanto, chiedendo a Gesù di ricordarsi di lui, professa la sua fede nel Redentore; nel momento di morire, non solo accetta la sua morte come giusta pena del male compiuto, ma si rivolge a Gesù per dirgli che ripone in lui tutta la sua speranza.

Questa è la spiegazione più ovvia di quell’episodio narrato da Luca, nel quale l’elemento psicologico - cioè la trasformazione dei sentimenti del malfattore -, se ha come causa immediata l’impressione ricevuta dall’esempio di Gesù innocente che soffre e muore perdonando, ha però la sua vera radice misteriosa nella grazia del Redentore, che “converte” quest’uomo e gli accorda il perdono divino. La risposta di Gesù, infatti, è immediata. Egli promette al malfattore, pentito e “convertito”, il paradiso, in sua compagnia, per il giorno stesso. Si tratta dunque di un perdono integrale: colui che aveva commesso crimini e rapine - e dunque peccati - diventa un santo all’ultimo momento della sua vita.

Si direbbe che in quel testo di Luca è documentata la prima canonizzazione della storia, compiuta da Gesù in favore di un malfattore che si rivolge a lui in quel momento drammatico. Ciò mostra che gli uomini possono ottenere, grazie alla croce di Cristo, il perdono di tutte le colpe e anche di tutta una vita cattiva, e che possono ottenerlo anche all’ultimo istante, se si arrendono alla grazia del Redentore che li converte e salva.

Le parole di Gesù al malfattore pentito contengono anche la promessa della felicità perfetta: “Oggi sarai con me in paradiso”. Il sacrificio redentore ottiene, infatti, per gli uomini la beatitudine eterna. È un dono di salvezza proporzionato certamente al valore del sacrificio, nonostante la sproporzione che sembra esistere tra la semplice domanda del malfattore e la grandezza della ricompensa. Il superamento di questa sproporzione è operato dal sacrificio di Cristo, che ha meritato la beatitudine celeste col valore infinito della sua vita e della sua morte.

L’episodio narrato da Luca ci ricorda che il “paradiso” è offerto a tutta l’umanità, a ogni uomo che, come il malfattore pentito, cede alla grazia e pone la sua speranza in Cristo. Un momento di conversione autentica, un “momento di grazia”, che possiamo dire con san Tommaso, “vale più di tutto l’universo” (S. Thomae “Summa Theologiae”, I-II, q. 113, a 9, ad 2), può dunque saldare i conti di tutta una vita, può attuare nell’uomo - in qualsiasi uomo - ciò che Gesù assicura al suo compagno di supplizio: “Oggi sarai con me in paradiso”.

domenica 13 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 1 - commenti di Giovanni Paolo II - Padre perdona loro

Da oggi a sabato prossimo, ogni giorno, propongo una meditazione del presto canonizzato beato Giovanni Paolo II su ciascuna delle tradizionali "sette parole di Gesù Cristo in Croce". Il Papa polacco le commentò in una serie di udienze generali tenute nel 1988. Mi pare un modo quanto mai appropriato per prepararci contemporaneamente alla Pasqua e  a festeggiare la canonizzazione del santo autore che ci propone magistrali commenti:

Prima parola:
"Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 16 novembre 1988

1. Tutto ciò che Gesù ha insegnato e fatto durante la sua vita mortale raggiunge il culmine della verità e della santità sulla croce. Le parole che Gesù allora pronunciò costituiscono il suo supremo e definitivo messaggio e, nello stesso tempo, la conferma di una vita santa, conclusa col dono totale di se stesso, in ubbidienza al Padre, per la salvezza del mondo. Quelle parole, raccolte da sua Madre e dai discepoli presenti sul Calvario, sono state consegnate alle prime comunità cristiane e a tutte le generazioni future, perché illuminassero il significato dell’opera redentrice di Gesù e ispirassero i suoi seguaci durante la loro vita e nel momento della morte. Meditiamo anche noi quelle parole, come hanno fatto tanti cristiani, in tutti i tempi.

2. La prima scoperta che facciamo rileggendole, è che si trova in esse un messaggio di perdono. “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34): secondo la narrazione di Luca, questa è la prima parola pronunciata da Gesù sulla croce. Chiediamoci subito: non è forse la parola che avevamo bisogno di sentir pronunciare su di noi?

Ma in quelle condizioni di ambiente, dopo quegli avvenimenti, dinanzi a quegli uomini rei di averne chiesto la condanna e di avere tanto infierito contro di lui, chi avrebbe immaginato che quella parola sarebbe uscita dalle labbra di Gesù? Eppure il Vangelo ci dà questa certezza: dall’alto della croce è risonata la parola “perdono”!

3. Cogliamo gli aspetti fondamentali di quel messaggio di perdono.
Gesù non solo perdona, ma chiede il perdono del Padre per coloro che lo hanno messo a morte, e quindi anche per noi tutti. È il segno della sincerità totale del perdono di Cristo e dell’amore da cui deriva. È un fatto nuovo nella storia, anche in quella dell’alleanza. Nell’antico testamento leggiamo tanti testi dei salmisti che avevano chiesto la vendetta o il castigo del Signore per i loro nemici: testi che nella preghiera cristiana, anche liturgica, si ripetono non senza sentire il bisogno di interpretarli adeguandoli all’insegnamento e all’esempio di Gesù, che ha amato anche i nemici. Lo stesso può dirsi di certe espressioni del profeta Geremia (Ger 11, 20; 20, 12; 15, 15), e dei martiri giudei nel libro dei Maccabei (cf. 2 Mac 7, 9. 14. 17. 19). Gesù ribalta quella posizione al cospetto di Dio e pronuncia tutt’altre parole. Egli aveva ricordato a chi gli rimproverava la sua frequentazione dei “peccatori”, che già nell’antico testamento, secondo la parola ispirata, Dio “vuole misericordia” (cf. Mt 9, 13).

4. Si noti inoltre che Gesù perdona immediatamente, anche se l’ostilità degli avversari continua a manifestarsi. Il perdono è la sua sola risposta alla loro ostilità. E il suo perdono è rivolto a tutti coloro che, umanamente parlando, sono responsabili della sua morte, non soltanto agli esecutori, i soldati, ma a tutti coloro, vicini e lontani, palesi e nascosti, che sono all’origine del procedimento che ha portato alla sua condanna e alla sua crocifissione. Per tutti loro chiede perdono e così li difende davanti al Padre, sicché l’apostolo Giovanni, dopo aver raccomandato ai cristiani di non peccare, può aggiungere: “Ma se qualcuno pecca, noi abbiamo come intercessore presso il Padre Gesù Cristo, il giusto. Egli è la propiziazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2, 1-2). In questa linea è anche l’apostolo Pietro, il quale, nel discorso al popolo di Gerusalemme, estende a tutti la scusa dell’“ignoranza” (At 3, 17; cf. At 23, 34) e l’offerta del perdono (At 3, 19). È consolante per noi tutti sapere che secondo la lettera agli Ebrei Cristo crocifisso, eterno sacerdote, rimane per sempre colui che intercede in favore dei peccatori che mediante lui si avvicinano a Dio (cf. Eb 7, 25).

Egli è l’Intercessore, e anche l’Avvocato, il “Paraclito” (cf. 1 Gv 2, 1), che sulla croce, invece di denunciare la colpevolezza dei suoi crocifissori, l’attenua dicendo che non si rendono conto di quello che fanno. È benevolenza di giudizio; ma anche conformità alla verità reale, quella che lui solo può vedere in quei suoi avversari e in tutti i peccatori: molti possono essere meno colpevoli di quanto appaia o si pensi, e proprio per questo Gesù ha insegnato a “non giudicare” (cf. Mt 7, 11): ora, sul Calvario, egli si fa intercessore e difensore dei peccatori davanti al Padre.

5. Questo perdono dalla croce è l’immagine e il principio di quel perdono, che Cristo vuole portare a tutta l’umanità mediante il suo sacrificio. Per meritare questo perdono e, in positivo, la grazia che purifica e dà la vita divina, Gesù, ha fatto l’offerta eroica di se stesso per tutta l’umanità. Tutti gli uomini, ciascuno nella concretezza del suo io, del suo bene e del suo male, sono dunque compresi potenzialmente e, anzi, si direbbe intenzionalmente nella preghiera di Gesù al Padre: “Perdona loro”. Anche per noi vale certamente quella richiesta di clemenza, e quasi di comprensione celeste: “perché non sanno quello che fanno”. Forse nessun peccatore sfugge del tutto a quell’assenza di conoscenza e quindi al raggio di quella implorazione di perdono che emana dal cuore tenerissimo del Cristo morente sulla croce. Questo, tuttavia, non deve spingere nessuno a prendersi gioco della ricchezza di bontà, di tolleranza e di pazienza di Dio, fino a non riconoscere che tale bontà lo invita alla conversione (cf. Rm 2, 4). Con la durezza del suo cuore impenitente egli accumulerebbe collera su di sé per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio (cf. Rm 2, 5). Eppure anche per lui il Cristo morente chiede al Padre perdono, fosse pur necessario un miracolo per la sua conversione. Nemmeno lui, infatti, sa quello che fa!

6. È interessante costatare che, già nell’ambito delle prime comunità cristiane, il messaggio del perdono è stato accolto e seguito dai primi martiri della fede, che hanno ripetuto la preghiera di Gesù al Padre quasi con le stesse sue parole. Così fece il protomartire santo Stefano, il quale, secondo gli Atti degli Apostoli, al momento della sua morte chiese: “Signore, non imputare loro questo peccato” (At 7, 60). Anche san Giacomo, al dire di Eusebio di Cesarea, riprese i termini di Gesù per una domanda di perdono, durante il suo martirio (Eusebii Caesariensis “Historia Eccles.”, II, 23, 16). Del resto, ciò costituiva l’applicazione dell’insegnamento del Maestro, che aveva raccomandato: “Pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 44). All’insegnamento Gesù aveva unito l’esempio nel momento supremo della sua vita, e i suoi primi seguaci si conformavano a lui nel perdonare e nel chiedere il perdono divino per i loro persecutori.

giovedì 10 aprile 2014

Improperia del Venerdì Santo: una melodia più semplice per eseguirli

Trisagion sul frontone della Basilica di Guadalupe
I giorni della Settimana Santa, carichi di liturgie, mettono davanti alle piccole comunità cristiane un grande dilemma: visto che alcuni dei canti propri sono troppo difficili, o non esistono in melodie per questi canti in italiano, si deve decidere se sostituirli con "altri canti" (più o meno adatti) oppure optare per leggere il testo così come si presenta sul Messale o sui foglietti.
Questo è particolarmente vero per quei canti peculiari che accompagnano il momento dell'Adorazione della Croce nella solenne azione liturgica del Venerdì Santo.
In quest'occasione, e solo in questa occasione, è previsto uno dei canti più antichi della tradizione cristiana, un canto presente in tutte le chiese di tutte le famiglie liturgiche d'Oriente e Occidente, e che - per quanto riguarda la Chiesa Romana - viene eseguito soltanto una volta l'anno in questa precisa liturgia. O meglio, dovrebbe essere cantato una volta l'anno, ma siccome è un tantino complesso e magari nessuno ci ha pensato in tempo, lo si omette, sebbene a malincuore. Sto parlando dell'antichissimo "Trisaghion", che è attestato nelle liturgie occidentali almeno dal V secolo come un canto già tradizionale. Recita così: "Dio Santo, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi" (si può ascoltare qui)
La liturgia romana del Venerdì Santo (sia nella forma straordinaria che in quella ordinaria) ha conservato questa invocazione in greco, oltre che in traduzione latina affiancata, e questo testimonia l'antichità del canto (come il Kyrie eleison o l'Alleluia, mai tradotti) e attesta la comunione tra le differenti Chiese di diversa tradizione e provenienza. In Oriente questo ritornello è molto usato in tutte le liturgie (ascoltare qui), mentre in Occidente ne è rimasto solo il vestigio liturgico menzionato.
Dal punto di vista della devozione popolare, però, il Trisaghion è tra le preghiere inserite nella "Coroncina della Divina Misericordia" e grazie alla grande diffusione di questa pia pratica relativamente recente, l'antica preghiera di invocazione è ora ampiamente tornata anche sulla labbra dei cristiani latini
Tornando al Venerdì Santo, il Trisaghion viene intercalato con la prima parte dei cosiddetti "improperia", cioè con le frasi di lamento e di richiesta di spiegazioni rivolte a nome di Gesù al suo popolo che l'ha tradito e abbandonato alla morte di Croce.
Ho trovato una forma semplificata di questo canto, che fa uso di una melodia davvero facile e orecchiabile, studiata appositamente per i cori delle piccole chiese non preparati ad affrontare i canti elaborati del Graduale Romanum (ascoltare questa versione). E' proposta dalla spagnola Fraternidad de Cristo Sacerdote y Santa María Reina, che fornisce lo spartito (da scaricare qui) e ne ha registrato un'esecuzione di prova:


Il testo della prima parte dei "Lamenti del Signore", con il Trisaghion per ritornello, è preso dal Messale Romano attuale:

LAMENTI DEL SIGNORE - I

Popolo mio che male ti ho fatto?
In che ti ho provocato? Dammi risposta.

Io ti ho guidato fuori dall'Egitto,
e tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Hágios o Theós. Sanctus Deus.
Hágios ischyrós. Sanctus fortis.
Hágios athánatos, eléison himás. Sanctus immortális, miserére nobis.

Perché ti ho guidato quarant'anni nel deserto,
ti ho sfamato con manna,
ti ho introdotto in paese fecondo,
tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Hágios o Theós...

Che altro avrei dovuto fare e non ti ho fatto?
Io ti ho piantato, mia scelta e florida vigna,
ma tu mi sei divenuta aspra e amara:
poiché mi hai spento la sete con aceto
e hai piantato una lancia nel petto del tuo Salvatore.

Hágios o Theós...

IN LATINO

Pópule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristávi te? Respónde mihi!

Quia edúxi te de terra Ægypti: parásti Crucem Salvatóri tuo.

Hágios o Theós.
Sanctus Deus.

Hágios Ischyrós.
Sanctus Fortis.

Hágios Athánatos, eléison himás.
Sanctus Immortális, miserére nobis.

Quia edúxi te per desértum quadragínta annis,
et manna cibávi te, et introdúxi te in terram satis bonam:
parásti Crucem Salvatóri tuo.

Hágios o Theós....

Quid ultra debui facere tibi, et non feci?
Ego quidem plantavi te vineam meam speciosissimam:
et tu facta es mihi nimis amara:
aceto namque sitim meam potasti:
et lancea perforasti latus Salvatoris tui.

sabato 14 settembre 2013

L'omelia di Papa Francesco sul mistero di dolcezza-amara della Croce

Il Centro Televisivo Vaticano ci offre un discreto estratto dell'omelia mattutina di Papa Francesco per la festa dell'Esaltazione della Croce: con la Mamma di Gesù, piangendo e in ginocchio per gustare la dolcezza amara della Croce di Cristo, mistero del suo amore:

Vexilla Regis di Bruckner


Per concludere la giornata dedicata all'Esaltazione della Santa Croce, ecco un brano di polifonia moderna. Si tratta del Vexilla Regis di Anton Bruckner, composto nel 1892. Insieme al video musicale, registrato dall'ensemble inglese Poliphony, trovate anche il link allo spartito a quattro voci.

Per la potenza della tua Croce proteggi la tua popolazione, Signore. Il tropario della Santa Croce

Il tropario della Santa Croce in Arabo e in Greco, come si canta nel giorno dell'Esaltazione della Croce nelle chiese di tradizione bizantina. Lo dedichiamo a tutti i cristiani di Siria, Egitto, Irak, Libano, Palestina... che soffrono per il segno della Santissima Croce a cui non intendono rinunciare, nonostante inimmaginabili sofferenze e persecuzioni. I martiri della fede dei nostri giorni facciano risplendere anche per noi la vittoria della Croce:


خلص يا رب شعبك وبارك ميراثك، وامنح عبيدك المؤمنين الغلبة على الشرير، واحفظ بقوة صليبك جميع المختصين بك.

Σώσον Κύριε τόν λαόν σου καί ευλόγησον τήν κληρονομίαν σου, νίκας τοίς Βασιλεύσι κατά βαρβάρων δωρούμενος καί τό σόν φυλάττων διά τού Σταυρού σου πολίτευμα

Soson Kyrie ton laon Sou ke evloghison tin klironomian Sou nikas tis vasilefsi kata varvaron dhorumenos ke to son filaton dhia tu Stavru Sou politevma

Traduzione italiana: Salva il tuo popolo, Signore, e benedici la tua eredità. Concedi la vittoria sopra tutti i suoi nemici e per la potenza della tua Croce proteggi la tua popolazione.

venerdì 29 marzo 2013

Adorare la croce: la stessa croce che passa come testimone nella staffetta della fede

Vedendo la fatica di Papa Francesco nel genuflettere se non è aiutato, possiamo dedurre quanto sforzo fisico gli sia costato - anche se con il sorriso - l'inchinarsi ieri per la lavanda dei piedi a Casal del Marmo.


Altro Papa: due anni fa appena, quando Benedetto XVI era ancora in discreta forma per celebrare in tutta la pienezza delle azioni simboliche i riti del Venerdì Santo:

giovedì 14 marzo 2013

La prima predica: si inizia già a "ritoccare" i testi pronunciati dal Papa...


Vizietto tipico dei testi papali pronunciati a braccio: viene detta una cosa, e nella trascrizione, oplà, troviamo altro. Attenzione, non si parla di traduzione, ma di semplice trascrizione. Passi la sistemata generale per eliminare alcune imperfezioni del parlato, ma se Papa Francesco ha detto letteralmente che la Chiesa non deve diventare una "ONG pietosa" (vedi lancio ADNKronos), come mai troviamo nel testo del sito Vaticano: "ONG assistenziale"?

La forma: In realtà capirlo, stavolta, è facile: il Papa ha usato una locuzione infelice. In italiano pietosa non vuol dire "che si dedica alla pietà", ma che "fa pietà". In spagnolo probabilmente "pietosa" ha il senso di dedicarsi alle opere di assistenza e misericordia. Però il Papa ha detto proprio "pietosa", e se io fossi un membro di una Organizzazione Non Governativa che fa salti mortali per spendersi per i poveri, mi offernderei un tantino a sentirmi chiamare in diretta TV dal Sommo Pontefice "ONG pietosa"! Santità, stavolta il "falso amico" (così si chiamano quelle parole che suonano uguali ma hanno significati diversi nelle diverse lingue) non era troppo cattivo. Ma in futuro chissà? Meglio non rischiare fraintendimenti. Forse è davvero più utile essere umili fino in fondo e leggere un testo scritto, magari dopo averlo fatto correggere; almeno nelle grandi celebrazioni, quando gli occhi e le orecchie di tutto il mondo sono puntati sul Vescovo di Roma (che non è più il vescovo di Buenos Aires, ma certo ci vuole qualche giorno per entrare nei panni...).
I contenuti saranno forti e potenti lo stesso, anche se messi sulla carta: Giovanni Paolo II il grande lo insegna. Sapeva l'italiano molto meno di Francesco, perciò leggeva e a volte, in maniera calcolata, si staccava dallo scritto con poche battute ad effetto, che rimangono nella memoria. Anche papa Benedetto parlava a braccio ai bimbi di prima comunione, ma scriveva nero su bianco ai Cardinali e negli altri solenni momenti del suo ministero, pur parlando benissimo la nostra lingua. Al Papa non è richiesto di predicare solo come il buon parroco del duomo (con tutto il rispetto per il parroco del duomo) ma di dare e ribadire grandi messaggi in forma di magistero ordinario. Speriamo proprio che ci sia qualche segretario-cireneo che aiuti il Papa a entrare nei delicati meccanismi della comunicazione mediatica senza fargli fare brutte figure o lasciando che venga frainteso. A proposito: qualcuno ha visto o sa chi sia il segretario del nuovo Pontefice?

Passando al contenuto, non c'è dubbio che quello espresso dal Papa sia limpidamente cristocentrico, e francescanamente staurocentrico: il richiamo a confessare Cristo e Cristo crocifisso, contrapponendosi alla mentalità del mondo, della carne e del diavolo è un tema squisitamente evangelico e per questo squisitamente francescano. Camminare alla luce di Cristo e sequela del Crocifisso non sono separabili: pena sgretolare la Chiesa dall'interno, come un castello di sabbia. Oggi si dice: pericolo del relativismo e della perdita della Fede.
Riascoltiamo i sette minuti della prima omelia del Santo Padre:


Una piccola riflessione in questi giorni di esagerata retorica
La croce deve sempre essere ben in vista e non evitata. Però essa è "tagliata" alla misura del cammino di ciascuno: se sei Papa ne hai una, se sei mamma di famiglia un'altra, un'altra ancora, sempre personalizzata, se sei - mettiamo - una suora di clausura. Rileggiamo a commento dell'omelia di Papa Francesco alcune brevi righe tratte dalla Costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano II (n. 32), che preannuncia i temi espressi oggi dal Papa, mettendo però in luce che nella Chiesa ognuno ha il suo compito e ufficio. Questo non compromette l'uguaglianza di dignità dei membri della Chiesa, ma comporta comunque una distinzione, una differenza di cammini nella comunione, verso l'unica meta: 
Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr. 2Pt 1,1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra i sacri ministri e il resto del popolo di Dio comporta in sé unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra di loro da una comunità di rapporto: che i pastori della Chiesa sull'esempio di Cristo sono a servizio gli uni degli altri e a servizio degli altri fedeli, e questi a loro volta prestano volenterosi la loro collaborazione ai pastori e ai maestri. Così, nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa diversità di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in un tutto i figli di Dio, dato che «tutte queste cose opera... un unico e medesimo Spirito» (1 Cor 12,11).
Il brano del Concilio può essere parafrasato così: anche se il Papa si chiama Francesco, egli non è e non può essere un semplice fraticello che fa esortazioni evangeliche zampillanti al momento. Anche se assume il programma di Francesco, il Papa è la roccia della Fede, colui che presiede a tutte le chiese nella carità, colui che conferma nella fede i suoi fratelli e li guida con la Parola stessa di Cristo. E il Papa - come tutti i cristiani - sarà santo compiendo il suo ufficio, come sosteneva una altro san Francesco, quello di Sales. La devozione e l'esempio devono essere commisurati alla  propria vocazione, non solo ai propri desideri, pur pii e santi. Santità questa è la sua sfida: rimanere uomo del popolo, ma anche del tutto Papa di Roma e con Cristo discendere e risalire, o come dice san Giovanni nel Vangelo, deporre le vesti e riassumerle - dopo aver lavato i piedi - per poter parlare con autorità di maestro.

venerdì 14 settembre 2012

A proposito del segno della Croce nel benedire. Decennale del Decreto "De signo sanctae Crucis in benedictionibus semper adhibendo"


Cari sacerdoti e diaconi, non so se vi siete mai trovati ad usare il Benedizionale attualmente in vigore (trovate i testi del medesimo libro liturgico qui). Comunque, avrete saltuariamente notato che, nella maggior parte delle preghiere "di benedizione" ivi contenute, non è previsto il segno della croce fatto dal ministro, a differenza dell'uso tradizionale di questo gesto.
Molti si chiedono: si deve omettere tale segno perché non è previsto? Non si deve più fare come una volta? Ma è possibile che il segno della vivificante croce, segno cristiano di ogni benedizione, venga dimenticato proprio nei sacramentali che si chiamano appunto "benedizioni"?...

Nel 2002, dieci anni fa giusto oggi, la Congregazione per il Culto divino, proprio per venire incontro ai dubbi e alle perplessità, emise un DECRETO, che vi riporto in originale qua sotto. In esso si stabilisce che
a) Si deve sempre fare, da parte del ministro ordinato, il segno della Croce con la mano destra quando si danno le benedizioni alle persone e alle cose, deve essere considerato come "necessario".
b) Dove non sia esplicitamente posta la crocetta che indica il momento per tracciare il segno della Croce, lo si deve fare quando si incontrano parole come "benedire" o "benedizione" o equivalenti.
c) Se non ci sono nemmeno queste parole - cosa che capita spessissimo con il "nuovo" Benedizionale (CEI 1992) - allora si farà il segno della Croce alla fine della preghiera di benedizione.

Non è un caso che questo decreto sia datato 14 settembre, festa dell'Esaltazione della Santa Croce: è per  chi  volesse minimizzare l'importanza del segno della Croce il quale, dunque, NON E' FACOLTATIVO nelle benedizioni conferite dai soli ministri ordinati (è ovvio - come chiariscono le rubriche - che i laici non devono utilizzare questo segno, anche nelle benedizioni che possono pronunciare).


URBIS ET ORBIS DECRETUM
De signo sanctae Crucis in benedictionibus semper adhibendo

Cum ex usitato more semper liturgica viguisset consuetudo, ut in ritibus benedictionis signum crucis adhiberetur, id dextera manu a celebrante super personas aut res describendo, pro quibus misericordia impetratur, haec Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum ad dirimenda dubia statuit, ut, etiam si textus illius partis Ritualis Romani cui titulus De Benedictionibus silentio signum ipsum praetereatur vel expressa in eo careat mentione temporis opportuni huius actionis, attamen tamquam necessarium in quavis benedictione sacris ministris peragenda supradictum signum crucis usurpetur.
Hac vero absente mentione, tempus opportunum habeatur cum textus benedictionis verba benedictiobenedicere vel similia praebeat vel his deficientibus verbis, cum concluditur ipsa oratio benedictionis.

Contrariis quibuslibet minime obstantibus.

Ex aedibus Congregationis de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, die 14 Septembris A. D. 2002, in festo Exaltationis Sanctae Crucis.

GEORGIUS A. card. MEDINA ESTÉVEZ, Praefectus
✠ Franciscus Pius Tamburrino archiep. a Secretis

Trovate il testo in Acta Apostolicae Sedis del 5 novembre 2002, p. 684.



Croce e basilico e perchè la festa di oggi si chiama così. Con contorno di canti bizantini

Il kontakion della festa dell'Esaltazione della venerabile Croce datrice di vita in slavonico ecclesiastico, con traduzione dai libri liturgici della comunità cattolica bizantina di Roma:



Вознэсыися на крэст волэю, тэзоимэнитому ныне граду твоэму, щэдроты твоя даруй Христэ Божэ, возвэсэли силою своэю Православныя Християны, победы дая им насопостаты, пособиэ имущу твоэ оружиэ, миру нэпобедимую победу

Tu, che sei stato innalzato volontariamente sulla croce, o Cristo Dio, concedi le Tue misericordie al nuovo modo di vivere che trae il suo nome da Te. Nella Tua forza rallegra i nostri governanti, dando loro la vittoria contro i nemici: abbiano la Tua alleanza come arma di pace e trofeo invincibile.

Una tradizione greca, per la festa di oggi, è di poggiare la Croce su un letto di foglie di basilico profumato: come dice il nome, questa è l'erba del Re (basileus). Spiega Manuel Nin, Rettore del Pontificio collegio greco di Roma:
Alla fine del mattutino si svolge il rito dell'esaltazione e della venerazione della santa Croce. Il sacerdote prende dall'altare il vassoio che contiene la Croce preziosa collocata in mezzo a foglie di basilico - l'erba profumata che, secondo la tradizione, era l'unica a crescere sul Calvario e che attorniava la Croce quando fu ritrovata - e in processione lo porta tenendo il vassoio sulla sua testa fino alla porta centrale dell'iconostasi e in mezzo alla chiesa. Lì depone il vassoio su un tavolino, fa tre prostrazioni fino a terra e, prendendo in mano la Croce con le foglie di basilico, guardando a oriente, la innalza sopra il proprio capo, poi l'abbassa fino a terra e infine traccia il segno di croce, mentre i fedeli cantano per cento volte "Kyrie eleison". Ripetendo questa grande benedizione verso i quattro punti cardinali e di nuovo verso oriente, il sacerdote invoca la misericordia e la benedizione del Signore sulla Chiesa e sul mondo intero. Al termine, il sacerdote innalza la Croce e con essa benedice il popolo che poi passa a venerarla e riceve delle foglie di basilico, per ricordare il buon profumo del Cristo risorto che tutti i cristiani sono chiamati a testimoniare nel mondo.
Questo costume bizantino ci viene mostrato nel video seguente, dove si canta in greco il tropario della festa:



Σώσον, Κύριε, τον λαόν Σου και ευλόγησον την κληρονομίαν Σου, νίκας τοις βασιλεύσι κατά βαρβάρων δωρούμενος και το σον φυλάττων, δια του Σταυρού Σου, πολίτευμα.

Salva, o Signore, il tuo popolo e benedici la tua eredità. Concedi ai nostri governanti la vittoria sui barbari e custodisci con la tua Croce il nostro modo di vivere secondo i tuoi comandamenti

La diocesi di Lucca, dove oggi si festeggia il crocifisso detto "Santo Volto", ci fornisce un utile documento che riassume i motivi della odierna festività. Riporto la parte centrale, che più interessa:

La festa dell’Universale Esaltazione della Preziosa e Vivificante Croce è nata a Gerusalemme. L’origine risale al IV secolo e si collega alla consacrazione, il 13 settembre 335, della doppia basilica della Risurrezione e della Croce costruite da Costantino ed Elena. Questa consacrazione fu celebrata ogni anno a Gerusalemme e in seguito a Costantinopoli e nelle Chiese che seguirono la sua tradizione. La festa durava 8 giorni, il primo giorno si celebrava alla basilica della Risurrezione, il secondo, il 14 settembre, al martyrion costruito
sopra la cripta dove era stata trovata la croce. In questo giorno veniva mostrata a tutti la reliquia della croce salvifica. Man mano questa esposizione della croce – chiamata esaltazione – si sviluppò e passò anche nelle altre chiese. Andrea di Creta descrive il momento come avveniva verso il 700:
“i pontefici … salgono al gradino più elevato della Chiesa. Portando in alto la Croce gloriosa ed infinitamente adorabile, la ‘esaltano’. E sollevandola più volte verso il cielo, la mostrano ai popoli”. E nel secolo X nella grande Chiesa di Costantinopoli “il Patriarca sale sull’ambone… prende la croce nelle mani e la ‘esalta’… Il popolo canta ‘Signore pietà” per la prima, la seconda e la terza esaltazione. Dopo la terza, il Patriarca scende dal gradino e si fa l’adorazione del venerabile legno”.
    Nel XIV secolo ci sono alcuni ritocchi a questo rito e si giunge a precisare che la croce deve essere ‘esaltata’ verso i quattro punti cardinali mentre il popolo deve cantare Signore pietà per 100 volte.
Il rito viene compiuto anche oggi. Il celebrante, facendo una breve processione si porta al centro della chiesa e innalza la reliquia della Croce sopra la propria testa, nello stesso momento il popolo canta Signore pietà; la croce viene rivolta poi verso i punti cardinali suggerendo motivi di preghiera; rivolto a sud invita a pregare per il vescovo e per tutti i cristiani, rivolto a occidente per la città per ogni città e paese e i loro abitanti, guardando a nord invita a pregare per la salvezza di tutti i cristiani e per il perdono dei loro peccati e infine rivolto a oriente invita a pregare per quanti lavorano per la chiesa dove si celebra. Il significato del rito è chiaro: la Croce evoca la passione del Cristo che libererà il mondo dall’inganno dell’errore e da ogni schiavitù, lo illuminerà della luce della risurrezione e lo trasformerà nell’immagine della gloria di Dio: è questa la grande misericordia che il popolo invoca ripetendo Signore pietà. E’ facilmente comprensibile il retroterra scritturistico in riferimento all’innalzamento sia nei testi del libro dei Numeri (cap. 21) che di Giovanni
(cap. 3), (testi proclamati anche nella Liturgia latina della festa).
     La croce viene poi deposta all’interno di un grande piatto ricolmo di basilico su un tavolo al centro della chiesa; qui si recano tutti, clero e fedeli che prostrandosi adorano la croce e ricevono un rametto di basilico (il motivo per cui viene usata questa piantina si fa risalire al fatto che sul Golgota, dove fu trovata la croce, cresceva abbondantemente quest’erba odorosa). Giovanni Damasceno precisa la natura dell’atto di adorazione alla croce, è un’adorazione di onore perché l’onore reso all’immagine passa al prototipo e colui
che adora l’immagine adora la sostanza di ciò che vi è rappresentato.
    Gli inni della festa sottolineano che la Croce è l’espressione e il punto culminante di tutta la passione salvifica di Cristo; è un infinito abbassamento: ma gli innografi vedono anche il valore salvifico e pertanto glorioso dello scandalo della Croce: appena l’albero della tua croce fu piantato, o Cristo, si scossero le fondamenta della morte, o Signore; ciò che con brama aveva inghiottito, l’ade lo rese con tremore”
L'Esaltazione della Croce con santi francescani (notate a destra il nostro Sant'Antonio)
Arte popolare peruviana del XVII sec. - Bottega di Lorenzo Pardo - Lima

mercoledì 16 maggio 2012

Festa francescana di Santa Margherita da Cortona


Oggi l'Ordine Francescano fa memoria, nel suo calendario proprio, di santa Margherita da Cortona, che papa Benedetto XIII definì una "novella Maddalena" in occasione della sua canonizzazione, avvenuta il 16 maggio 1728. Margherita nacque a Laviano (Perugia) nel 1247 e morì a Cortona nel 1297, il 22 febbraio (data in cui la commemora la Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, di cui è patrona, e il Martirologio Romano, in cui è così descritta: "Santa Margherita, fortemente scossa dalla morte del suo amante, lavò con una salutare vita di penitenza le macchie della sua giovinezza e, accolta nel Terz’Ordine di san Francesco, si ritirò nella mirabile contemplazione delle realtà celesti, ricolmata da Dio con superiori carismi. " ).
Visse, infatti, per tanti anni (oltre 17) come convivente di un nobile di Montepulciano, in frivolezze e vanità: "O Margherita, più vana delle vane, che ne sarà mai di te?" (Legenda I,3): così veniva apostrofata dalle sue amiche quando la vedevano adornarsi esageratamente. Dalla convivenza con Arsenio, segnata tra l'altro dalla sofferenza per non essere accettata dalla famiglia di lui, nacque a Margherita un figlio, ma ciò non valse a regolarizzare la situazione. Quando il convivente fu ucciso, Margherita scossa dalla tragedia e non più accolta dalla propria famiglia di origine, si fece penitente e terziaria francescana, per espiare la sua vita di peccato in contrasto con il comando di Cristo sul matrimonio. Si dette perciò alla preghiera, alla meditazione intensa della Passione del Signore, secondo la spiritualità francescana, senza però sottrarsi alle opere di misericordia, fondando un ospedale e una confraternita per il soccorso di ammalati e bisognosi. Visse inoltre in assoluta povertà, favorita da Dio di grazie straordinarie, di cui beneficiarono gli abitanti di Cortona.
Il corpo incorrotto di santa Margherita è conservato nella Basilica di Cortona, che da lei prende il nome, e racchiude anche il crocifisso ligneo del XIII secolo che tante volte parlò alla Santa.
Il video mostra i festeggiamenti dello scorso febbraio in onore di Margherita, tributatigli dai suoi concittadini acquisiti:


Per approfondire la vita e la spiritualità di Santa Margherita vedi qui

Oremus
Deus, qui non vis mortem peccatoris,
sed un magis convertatur et vivat,
concede propitius, ut sicut famulam tuam Margaritam
de perditionis semita
ad viam salutis misericorditer attraxisti,
ita nos, culparum vincuilis liberati,
pura tibi mente servire valeamus.
Per Dominum...

O Dio, che non vuoi la morte del peccatore, ma la sua conversione, come hai richiamato santa Margherita dalla via della perdizione a quella della salvezza, concedi anche a noi di liberarci dalle catene del peccato per dedicarci totalmente al tuo servizio. Per il nostro Signore...
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