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venerdì 6 dicembre 2013

Quando i santi perdono la pazienza, iniziano a usare le mani per predicare il vangelo...


San Nicola è ricordato come un santo che ama i bambini, che pensava alle ragazze da maritare, che veglia sui marinai e porta regali ai poveri.... Tutto vero, ne abbiamo parlato negli anni scorsi (vedi qui), ma tutto questo zucchero alla Babbo Natale rischia di far dimenticare anche un altro lato del santo vescovo di Myra, che ci mostra come andasse a finire lo sfibrante dialogo teologico tra i focosi pastori del IV secolo.
Siamo nel 325, san Nicola è uno dei Padri del I Concilio Ecumenico della Chiesa, il Concilio di Nicea.
Ario è chiamato a difendere la sua posizione che propugna l'inferiorità di Cristo rispetto al Padre. San Nicola ad un certo punto del discorso non si tiene più, non ce la fa a continuare ad ascoltare le elucubrazioni senza senso di Ario. Così si alza, si avvicina all'eretico e lo stende a terra con un gancio! E' successo davvero e questo evento storico viene non poche volte immortalato negli affreschi di chiese bizantine (come si vede dalle immagini allegate in questo post).
Tanto che l'Imperatore Costantino, presente alla scena, e gli altri vescovi in aula, scandalizzati dall'azione violenta di Nicola contro Ario, immediatamente spogliano Nicola del suo ufficio episcopale e gli confiscano i due simboli del suo rango di vescovo cristiano, ovvero la sua copia personale del libro dei Vangeli e il pallio (chiamato 'omophorion' che  in oriente è il paramento tipico di tutti i vescovi).
Nicola così spogliato fu rinchiuso in cella a sbollire. Mentre era in prigione per la sua scazzottata con l'eretico, quella stessa notte, gli vennero a far visita Cristo e la Beata Vergine Maria. Nostro Signore chiese a san Nicola: "Perché sei qui?" e Nicola rispose: "Perché ti amo, mio Signore e mio Dio"! 
Cristo allora diede in regalo a Nicola la copia dei santi Vangeli che portava con sé e subito dopo, la Vergine santa rivestì Nicola con il pallio episcopale, segnalando così che era stato restituito alla sua dignità di vescovo.
Questa storia ci chiarisce come mai nelle icone san Nicola sia spesso affiancato dalle due piccole figure di Cristo e della Vergine intenti a passargli un libro e un pallio episcopale, simboli che sempre Nicola porta addosso nelle raffigurazioni a lui dedicate.
Quando poi l'Imperatore Costantino sentì del miracoloso intervento a favore di Nicola, ordinò che egli fosse subito liberato e ristabilito come vescovo del Concilio. Il Credo di Nicea che alla fine condannò Ario e le sue empie dottrine fu poi firmato anche da san Nicola. E fino ad oggi ricordiamo come uno dei suoi più grandi regali la fede nella divinità di Gesù Cristo, consustanziale con il Padre, che Nicola, Atanasio e tanti altri santi hanno difeso con tutte le forze.... e che forze!
Fonte qui

Altra immagine del Santo vescovo mentre percuote l'eretico Ario

mercoledì 5 giugno 2013

Le chiese delle periferie: il brutto imposto ai poveri?

Una volta, anche i poveracci delle estreme periferie che abitavano in catapecchie, quando entravano in chiesa, entravano in luoghi bellissimi. Oggi, invece, continuano ad abitare in case e quartieri brutti e tristi, ma quando vanno in chiesa è anche peggio. Di questo tenore i pensieri espressi oggi in videoconferenza dal prof. Antonio Paolucci, che ormai da tempo (leggi l'articolo su Repubblica), giustamente, va attaccando con tutta la sua esperienza e professionalità (direttore dei musei vaticani) le bruttissime chiese moderne di cui è punteggiata la periferia di Roma e di altre città italiane (vedi qui qualche esempio). Con Paolucci si allinea il prof.Rodolfo Papa, pittore, storico e teorico dell'arte, che ha rincarato la dose, mostrando l'allontanamento dell'arte contemporanea dal sevizio alla fede, motivo per cui la Chiesa ha sempre impiegato l'arte.
    Potete ascoltare il dibattito promosso da ALETEIA nell'Hang-out di oggi, dal titolo provocatore: L'architettura sacra oggi: il Concilio Vaticano II tradito?, condotto dalla giornalista Benedetta Rinaldi
Ha partecipato alla discussione anche l'architetto Ciro Lomonte, parlando di un'ermeneutica della discontinuità conciliare applicata all'architettura degli edifici di culto contemporanei, dove sono stati applicati principi ben diversi da quelli cattolici. I riferimenti di Lomonte sono vere e proprie staffilate.
    La visione di questi esperti suona perciò ben dissonante rispetto alle campane a festa che si sentono spesso alla presentazione di nuovi progetti o inaugurazioni di chiese completate. I committenti paiono soddisfatti comunque, suggerisce Paolucci. Ai vescovi, dopotutto, interessa avere un luogo per la parrocchia e per la celebrazione, tutto il resto passa in secondo piano. 
Potete riascoltare l'intera registrazione del colloquio a più voci, cliccando sul video seguente:


Altri approfondimenti su Aleteia.org di questo argomento.

giovedì 14 marzo 2013

La prima predica: si inizia già a "ritoccare" i testi pronunciati dal Papa...


Vizietto tipico dei testi papali pronunciati a braccio: viene detta una cosa, e nella trascrizione, oplà, troviamo altro. Attenzione, non si parla di traduzione, ma di semplice trascrizione. Passi la sistemata generale per eliminare alcune imperfezioni del parlato, ma se Papa Francesco ha detto letteralmente che la Chiesa non deve diventare una "ONG pietosa" (vedi lancio ADNKronos), come mai troviamo nel testo del sito Vaticano: "ONG assistenziale"?

La forma: In realtà capirlo, stavolta, è facile: il Papa ha usato una locuzione infelice. In italiano pietosa non vuol dire "che si dedica alla pietà", ma che "fa pietà". In spagnolo probabilmente "pietosa" ha il senso di dedicarsi alle opere di assistenza e misericordia. Però il Papa ha detto proprio "pietosa", e se io fossi un membro di una Organizzazione Non Governativa che fa salti mortali per spendersi per i poveri, mi offernderei un tantino a sentirmi chiamare in diretta TV dal Sommo Pontefice "ONG pietosa"! Santità, stavolta il "falso amico" (così si chiamano quelle parole che suonano uguali ma hanno significati diversi nelle diverse lingue) non era troppo cattivo. Ma in futuro chissà? Meglio non rischiare fraintendimenti. Forse è davvero più utile essere umili fino in fondo e leggere un testo scritto, magari dopo averlo fatto correggere; almeno nelle grandi celebrazioni, quando gli occhi e le orecchie di tutto il mondo sono puntati sul Vescovo di Roma (che non è più il vescovo di Buenos Aires, ma certo ci vuole qualche giorno per entrare nei panni...).
I contenuti saranno forti e potenti lo stesso, anche se messi sulla carta: Giovanni Paolo II il grande lo insegna. Sapeva l'italiano molto meno di Francesco, perciò leggeva e a volte, in maniera calcolata, si staccava dallo scritto con poche battute ad effetto, che rimangono nella memoria. Anche papa Benedetto parlava a braccio ai bimbi di prima comunione, ma scriveva nero su bianco ai Cardinali e negli altri solenni momenti del suo ministero, pur parlando benissimo la nostra lingua. Al Papa non è richiesto di predicare solo come il buon parroco del duomo (con tutto il rispetto per il parroco del duomo) ma di dare e ribadire grandi messaggi in forma di magistero ordinario. Speriamo proprio che ci sia qualche segretario-cireneo che aiuti il Papa a entrare nei delicati meccanismi della comunicazione mediatica senza fargli fare brutte figure o lasciando che venga frainteso. A proposito: qualcuno ha visto o sa chi sia il segretario del nuovo Pontefice?

Passando al contenuto, non c'è dubbio che quello espresso dal Papa sia limpidamente cristocentrico, e francescanamente staurocentrico: il richiamo a confessare Cristo e Cristo crocifisso, contrapponendosi alla mentalità del mondo, della carne e del diavolo è un tema squisitamente evangelico e per questo squisitamente francescano. Camminare alla luce di Cristo e sequela del Crocifisso non sono separabili: pena sgretolare la Chiesa dall'interno, come un castello di sabbia. Oggi si dice: pericolo del relativismo e della perdita della Fede.
Riascoltiamo i sette minuti della prima omelia del Santo Padre:


Una piccola riflessione in questi giorni di esagerata retorica
La croce deve sempre essere ben in vista e non evitata. Però essa è "tagliata" alla misura del cammino di ciascuno: se sei Papa ne hai una, se sei mamma di famiglia un'altra, un'altra ancora, sempre personalizzata, se sei - mettiamo - una suora di clausura. Rileggiamo a commento dell'omelia di Papa Francesco alcune brevi righe tratte dalla Costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano II (n. 32), che preannuncia i temi espressi oggi dal Papa, mettendo però in luce che nella Chiesa ognuno ha il suo compito e ufficio. Questo non compromette l'uguaglianza di dignità dei membri della Chiesa, ma comporta comunque una distinzione, una differenza di cammini nella comunione, verso l'unica meta: 
Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio (cfr. 2Pt 1,1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all'azione comune a tutti i fedeli nell'edificare il corpo di Cristo. La distinzione infatti posta dal Signore tra i sacri ministri e il resto del popolo di Dio comporta in sé unione, essendo i pastori e gli altri fedeli legati tra di loro da una comunità di rapporto: che i pastori della Chiesa sull'esempio di Cristo sono a servizio gli uni degli altri e a servizio degli altri fedeli, e questi a loro volta prestano volenterosi la loro collaborazione ai pastori e ai maestri. Così, nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa diversità di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in un tutto i figli di Dio, dato che «tutte queste cose opera... un unico e medesimo Spirito» (1 Cor 12,11).
Il brano del Concilio può essere parafrasato così: anche se il Papa si chiama Francesco, egli non è e non può essere un semplice fraticello che fa esortazioni evangeliche zampillanti al momento. Anche se assume il programma di Francesco, il Papa è la roccia della Fede, colui che presiede a tutte le chiese nella carità, colui che conferma nella fede i suoi fratelli e li guida con la Parola stessa di Cristo. E il Papa - come tutti i cristiani - sarà santo compiendo il suo ufficio, come sosteneva una altro san Francesco, quello di Sales. La devozione e l'esempio devono essere commisurati alla  propria vocazione, non solo ai propri desideri, pur pii e santi. Santità questa è la sua sfida: rimanere uomo del popolo, ma anche del tutto Papa di Roma e con Cristo discendere e risalire, o come dice san Giovanni nel Vangelo, deporre le vesti e riassumerle - dopo aver lavato i piedi - per poter parlare con autorità di maestro.

sabato 9 marzo 2013

La preghiera dei Concili e dei Conclavi per prendere le giuste decisioni


Durante le Congregazioni generali e all’inizio del Conclave i Cardinali recitano una particolare e antica preghiera intitolata Ádsumus, dalla parola con cui si apre. “Una preghiera solitamente poco nota e però di grande valore, e in un certo senso di particolare interesse”, la definisce il Cardinal Attilio Nicora. È sua la riflessione che vi propongo a commento del testo latino e italiano di questa veneranda formula di invocazione allo Spirito Santo prima di compiere grandi decisioni collegiali.

ADSUMUS
Adsumus, Dómine, Sancte Spíritus,
ádsumus peccáti quidem immanitáte deténti, sed in nómine tuo speciáliter congregáti.
Veni ad nos et esto nobíscum; et dignáre illábi córdibus nostris: doce nos quid agámus, quo gradiámur, et osténde quid effícere debeámus ut, te auxiliánte, tibi in ómnibus placére valeámus.
Esto solus suggéstor et efféctor iudiciórum nostrórum, qui solus cum Deo Patre et eius Fílio nomen póssides gloriósum.
Non nos patiáris perturbatóres esse iustítiae, qui summam díligis aequitátem.
Non in sinístrum nos ignorántia trahat, non favor infléctat, non accéptio múneris vel persónae corrúmpat, sed iunge nos tibi efficáciter solíus tuae grátiae dono, ut simus in te unum et in nullum deviémus a vero, quátenus in nómine tuo collécti sic in cunctis teneámus cum moderámine pietátis iustítiam, ut et hic a te in nullo disséntiat senténtia nostra, et in futúrum pro bene gestis consequámur praemia sempitérna.
AMEN
ADSUMUS
Siamo qui dinnanzi a te, o Spirito Santo Signore; siamo qui oppressi dall'enormità del nostro peccato ma riuniti in modo speciale nel tuo nome.
Vieni a noi e resta con noi; degnati di penetrare nei nostri cuori.
Insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, indicaci il cammino da seguire, e mostraci come operare perché con il tuo aiuto possiamo piacerti in tutto 
Sii tu solo a suggerire e a portare a compimento le nostre decisioni, perché tu solo, con Dio Padre e con il Figlio suo, hai un nome santo e glorioso.
Non permettere che sia lesa da noi la giustizia, tu che ami la perfetta equità.
Non ci faccia deviare l'ignoranza, non ci renda parziali l'umana simpatia, non c'influenzino cariche o persone; tienici invece fortemente stretti a te col dono della tua grazia, perché siamo una cosa sola in te e in nulla ci discostiamo dalla verità.
Proprio perché riuniti nel tuo nome, fa' che sempre sappiamo praticare la giustizia temperandola con la pietà così che quaggiù il nostro giudizio non si discosti mai dal tuo,e un giorno ci sia dato, per le nostre responsabilità ben adempiute, il premio eterno.
AMEN


Siamo qui davanti a Te, Spirito Santo Signore.
Riflessione del Card. Attilio Nicora (Ortona 11 maggio 2007)

La preghiera è individuata dalla parola iniziale: “Adsumus” che vuol dire “sumus ad”, siamo davanti, presso lo Spirito Santo Signore. È una preghiera sorta nella seconda metà del VII secolo d.C. in ambiente iberico. La Spagna di allora aveva caratteristiche romano-visigotiche a seguito dei
fenomeni di progressiva fusione tra l’antico ceppo latino e il sopravvenire dei popoli che erano stati chiamati barbari, ma che a poco a poco creavano sintesi inedite e nuovi equilibri, anche con la freschezza e la vivacità della loro diversa origine.
La preghiera non ha un autore sicuramente identificato: viene attribuita al grande padre della Chiesa Isidoro di Siviglia oppure, da altri, al vescovo di Toledo, Eugenio

Ma questo interessa poco. Interessa di più ricordare che progressivamente questa preghiera venne usata nei concilii provinciali, cioè nelle riunioni dei vescovi delle diocesi appartenenti ad una provincia ecclesiastica sotto la guida di un metropolita. Allora era molto sentita questa struttura ecclesiastica -vescovo metropolita con i suoi vescovi suffraganei- ben rispondente alle necessità pastorali ed a volte anche temporali di certi territori particolarmente caratterizzati dal punto di vista del contesto culturale, sociale e politico. Questi vescovi ogni tanto si ritrovavano per discutere, riflettere e soprattutto per prendere decisioni in rapporto al buon governo delle loro Chiese particolari, in spirito di comunione. Ovviamente per prima cosa avvertivano il bisogno di pregare Dio perché il loro riunirsi per confrontarsi e deliberare non poteva essere soltanto affare umano: era l’espressione di una responsabilità anzitutto cristiana ed ecclesiale. 
La preghiera, usata inizialmente nei concili provinciali, ebbe poi una sua storia secolare. Nei secoli più recenti essa si è universalmente affermata diventando la preghiera caratteristica non soltanto dei concili particolari, tenuti dai vescovi in diversi luoghi del mondo, ma soprattutto del Concilio Vaticano II; l’Adsumus era la preghiera che apriva le sessioni del Concilio. Inoltre questa preghiera è abitualmente recitata nei tribunali ecclesiastici, quando i giudici si riuniscono per decidere la sentenza; e dalle recenti indicazioni liturgiche è suggerita per le riunioni pastorali. 
È interessante peraltro rilevare che in una società che avvertiva profondamente l’ispirazione cristiana, come quella medioevale, questa preghiera fu valorizzata anche in alcuni momenti di assemblea civica. È dunque un testo che è stato pregato anche da cristiani – allora tutti si ritenevano cristiani – che si riunivano per deliberare non soltanto intorno a questioni di Chiesa, ma anche a problemi afferenti il bene comune civile. Il timbro dominante della preghiera rimane proprio delle decisioni ecclesiali, però, con prudente analogia, si può leggerla con riferimento anche a responsabilità civili in vista del bene comune generale.

Analizziamo il testo.
1. Notiamo anzitutto che la preghiera è rivolta allo Spirito Santo: Adsumus, Domine Sancte Spiritus, ossia: siamo qui dinanzi a te, o Spirito Santo Signore, cosa assai singolare, perché nella liturgia pubblica normalmente la preghiera è rivolta al Padre, mediante Gesù Cristo nello Spirito Santo; qualche rara volta, specie nelle liturgie più recenti, è rivolta a Gesù Cristo - pensiamo alla solennità del Corpus Domini o del Cuore di Gesù-; rarissimamente è rivolta in maniera diretta allo Spirito Santo. Ci si potrebbe domandare come mai. È probabile che questo riferirsi direttamente allo Spirito Santo derivi dalla consapevolezza, molto presente nella coscienza dei vescovi, che lo Spirito Santo è stato fin dall’inizio all’origine del compito apostolico. Lo Spirito Santo fu effuso in pienezza a Pentecoste sugli undici riuniti con Maria nel cenacolo (cf. At 2,1-13). Lo Spirito Santo fu presente al primo concilio ecumenico, quello di Gerusalemme. “È parso bene allo Spirito Santo e a noi stabilire quanto segue…” (At 15, 28). Ma soprattutto lo Spirito Santo è caratteristicamente in azione nella ordinazione sacramentale del vescovo: la formula essenziale del rito di ordinazione di un vescovo è un’invocazione rivolta al Padre in questi termini “Et nunc effunde super hunc electum”, ossia effondi sopra a costui che è stato scelto da te, “eam virtutem quae a te est, Spiritum principalem”, quella forza che viene da te, cioè lo Spiritus principalis, che è lo Spirito Santo in quanto ispiratore efficace dell’azione di chi governa nella Chiesa.
Princeps-principalis allude qui al governo di chi è capo nella Chiesa, cioè al governo pastorale. La grazia domandata nell’ordinazione per il vescovo è questo Spirito Santo che abilita a governare. 
Da un vescovo quindi ci si deve attendere il governo della Chiesa particolare e della Chiesa universale in comunione con tutti i vescovi e con il Papa.
Sappiamo anche noi oggi, che lo Spirito Santo è principio permanente di un’autentica e matura vita cristiana, lo abbiamo ricevuto nel Battesimo e nella Cresima e ci viene dato come frutto continuo nell’Eucaristia che ci fa “un solo corpo e un solo Spirito” (Preghiera eucaristica III). Nella  Cresima, in particolare, ci è stato effuso con larghezza come Spirito Paraclito, cioè Spirito di sapienza e di intelletto, di consiglio e di fortezza, di scienza e di pietà, e di santo timore di Dio. Non stupisce perciò che ci si rivolga almeno una volta direttamente a questo Spirito Santo, che è Dominus, cioè Signore, è Dio, è la terza persona della Santa Trinità.

2. Una seconda considerazione. Il movimento della preghiera, Siamo qui dinanzi a Te: l’assemblea che inizia a riunirsi costituisce una trama orizzontale ma avverte il bisogno di aprirsi alla dimensione verticale, verso Dio. Perché questa congiunzione tra movimento orizzontale e verticale? Lo dice la preghiera stessa: “siamo qui oppressi dall’enormità del nostro peccato ma riuniti in modo speciale nel tuo nome”. La dimensione orizzontale da sola rivela solo una somma di soggetti “peccati quidem immanitate detenti”, bloccati dall’enormità del loro peccato. 
Essi resterebbero “detenti”, trattenuti e oppressi dal loro peccato, se dipendesse soltanto da loro fare qualcosa. Ma essi possono  congregarsi, convenire insieme,uscendo fuori dalle sbarre proprio nel nome dello Spirito Santo, perchè riuniti “specialiter” nel suo nome, domandano in modo particolare la sua assistenza. 
V’è dunque una forte sottolineatura dell’assoluta necessità dell’azione dello Spirito Santo, perché se mancasse Lui  non ci si potrebbe riunire per deliberare secondo giustizia ed equità. Dunque soltanto “in Nomine tuo specialiter congregati” o, come dice più avanti la preghiera, “in Nomine tuo collecti” si può configurare un’assemblea deliberante degna e responsabile. 

3. Un terzo punto. Come risulta descritta l’azione dello Spirito Santo? Noi siamo dinanzi a Lui ma gli chiediamo di venire a noi (“Veni ad nos”), di stare con noi (“esto nobiscum”), nei nostri cuori (“dignare illàbi cordibus nostris)”. Noi possiamo al massimo stare davanti a Dio, ma tutta l’azione positiva è svolta da Lui, che si muove verso noi, viene, sta con noi, ci accompagna e penetra estensivamente nel cuore. Ma non basta: entrato così dentro di noi, lo  Spirito Santo fa ciò che gli chiediamo: insegnaci tu ciò che dobbiamo fare (“Doce nos quid agamus”), indicaci il cammino da seguire (“quo gradiamur”), mostraci come operare (“et ostende quid efficere debeamus”). Lo Spirito Santo suggerisce e rende efficaci le volontà decisionali. 
Tu solo puoi suggerire ciò che è da fare (“effector”), in concreto, e tu solo puoi rendere il nostro giudizio una decisione efficace che non stravolge la giustizia. Lo Spirito Santo non tollera che noi diventiamo gente che stravolge la giustizia (“Non nos patiaris perturbatores esse iustitiae”); Egli anzi resiste attivamente, contrasta efficacemente la nostra inclinazione deviante e addirittura per dono di grazia ci unisce a sé (“sed iunge nos Tibi efficaciter solius Tuae gratiae dono”). È il massimo: Egli ci unisce profondamente a sé al punto tale che Lui stesso agisce attraverso noi suoi discepoli, docili ai suoi suggerimenti e alla potenza che viene da Lui per avere il coraggio di decidere, e di portare a compimento le decisioni, secondo giustizia ed equità.
Nell’azione dello Spirito Santo secondo il testo della preghiera, possiamo distinguere un’attività che Egli opera in negativo e un’azione che Egli esprime in positivo. 
In negativo: in un’assemblea riunita nel suo nome Egli evita che si devii dalla verità (“in nullo deviemus a vero”), evita che l’assemblea perturbi la giustizia (“perturbatores esse iustitiae”), evita che si prendano decisioni sbagliate per ignoranza (“non in sinistrum nos ignorantia trahat”), o parziali a motivo del favoritismo (“non favor inflectat”), o ingiuste per spirito di corruzione (“non acceptio muneris vel personae currumpat”. Questa è “l’azione di contrasto” dello Spirito Santo. 
In positivo: lo Spirito Santo fa sì che in tutto noi si piaccia a Lui (“ut, Te auxiliante, Tibi in omnibus placere valeamus”), come sarebbe logico dal momento che Egli ci ha uniti e riuniti a sé (“iunge nos Tibi”): l’assemblea dovrebbe respirare, fare, decidere in perfetta sintonia con Lui sì da piacergli in tutto. Lo Spirito Santo fa poi coincidere la nostra valutazione/decisione con quella di Dio (“ut in nullo dissentiat sententia nostra”). L’ideale è che la nostra “sententia”, cioè valutazione/decisione, sotto nessun  profilo sia in contrasto con il pensiero di Dio e con la sua volontà. Infine lo Spirito Santo – punto caratteristico della preghiera di una assemblea deliberante – fa sì che nel risolvere ogni questione noi pratichiamo la giustizia temperata dalla pietà (“sic in cunctis teneamus cum moderamine pietatis iustitiam”). Sposare insieme la giustizia e la pietà: è il compito dell’assemblea deliberante. E per questo lo Spirito Santo è dato. 
San Zeno, vescovo di Verona (sec. IV), così delineava questo aspetto: «Iustitia distribuit, pietas ministrat». La giustizia ha il compito di distribuire, di dare a ciascuno il suo - ed è cosa altissima, perché significa riconoscere che tu sei tu e che ci sono dei diritti che ti appartengono naturalmente in forza della dignità della tua persona, chiunque tu sia. Ma nel momento in cui sottolineo il “dare a ciascuno il suo” lo distinguo anche da me e in qualche modo lo separo: lui è un altro. C’è un movimento centrifugo rispetto a me.
Se ci si muovesse soltanto in questa direzione, l’esito sarebbe anonimo, burocratico, freddo, perché ciascuno sarebbe “altro” ma secondo un’astratta valutazione di legge, senza volto e senza nome, solo “soggetto di diritti”. La legge umana procede per medie. Non si fanno leggi per una persona sola, ma per una generalità di comportamenti e con disposizioni che riguardano un numero indefinito di persone. Il nome e il volto normalmente non hanno rilievo nella legge, proprio perché essa è per sua natura generale ed astratta. Se dunque si operasse soltanto in questa direzione certamente sarebbe valorizzato l’io di tutti gli altri in quanto altri da me, portatori di diritti soggettivi, ma sparirebbero i volti, e dal punto di vista dell’umanizzazione delle relazioni sociali l’esito sarebbe ambiguo e precario. Qui c’è forse la radice della crisi dello “Stato assistenziale”, a ben vedere; la vera crisi non è solo economica, ma deriva dal fatto che si è immaginato che con i diritti e le provvidenze si sarebbero risolti tutti i problemi. 
Occorre invece che la “pietas” si intrecci con la giustizia (iustitia distribuit, pietas ministrat). “Ministrare” è un verbo tipicamente cristiano: descrive l’azione del servitore che premurosamente si affretta, quando giunge il padrone, a provvedere con sollecitudine alle sue necessità. Il  ministrare cristiano è l’attenzione a servire premurosamente l’altro guardandolo nel volto e chiamandolo per nome, cosa che la burocrazia non fa. Per la burocrazia tu sei “un numero”, non sei un nome, sei “un letto” non sei un malato, sei “una posizione” non sei un bisognoso. È solo la “pietas” che vede il volto, chiama per nome e sollecitamente serve. Ecco il senso stimolante di questo punto della preghiera. 
Infine lo Spirito Santo c’è per suggerire le soluzioni e per “efficere”, per far sì che diventino decisioni efficaci (“Esto solus suggestor et effector iudiciorum nostrorum”).

4. Da ultimo non si può tacere la bellissima prospettiva escatologica espressa dall’Adsumus: quaggiù e in futuro (“hic et in futuro”). Quaggiù domandiamo che il nostro giudizio si conformi a quello di Dio. E in futuro aspettiamo che per le cose fatte bene (“pro bene gestis”), per le nostre responsabilità ben esercitate, “consequamur praemia sempiterna”, ci sia dato il premio eterno. Allora finalmente capiremo ciò che era vero e ciò che era ambiguo, ciò che resta come valore, come bene, e ciò che deve sparire perché non ha fatto andare avanti nulla che valesse davvero la pena di durare. Vedremo finalmente oltre alle nostre miserie,delle quali peraltro non avremo la possibilità di arrossire perché ormai saremo nelle gioia, anche il molto bene che non avremmo mai sospettato ci fosse in tante persone, le intenzioni buone anche dei nostri avversari, la volontà di far qualcosa di costruttivo presente anche in quelli che ci hanno fatto perdere sere e sere in discussioni consiliari apparentemente inutili... Tutto vedremo e comprenderemo, e gioiremo di questo.” Ogni assemblea di cristiani dovrebbe esprimersi come corpo unitario (“Ut simus in Te unum”) fondendo i pensieri, i giudizi e le volontà, e così arrivando alla “sententia”, cioè a una decisione comune. La preghiera dell’Adsumus ci insegna che solo lo Spirito Santo ci può unire, e solo se uniti in Lui si può non deviare dal vero, non tradire la giustizia, tenere insieme giustizia e pietà, pensare e volere secondo Dio, come cristiani che insieme cercano faticosamente il bene di tutti. 
Qui sta la radice, il senso e la condizione dell’unità tra i cattolici anche nell’affrontare le grandi questioni civili di oggi. La nostra unità, in Te Spirito Santo, non farà prevalere i nostri pensieri meschini e i nostri inconfessati interessi, non ci farà adorare idoli culturali e politici di volta in volta ammalianti. Uniti a Te possiamo vivere l’umile fierezza della nostra grande storia di passione e di servizio per il bene di tutti. 
Che l’amore alla causa cattolica ci sproni a creare insieme cose “belle e utili per gli uomini” (Tito 3,8), ispirandoci alla dottrina sociale della Chiesa e non correndo dietro alle pretese della “gente” ma interpretando le attese più autentiche di un “popolo”.

mercoledì 16 gennaio 2013

Si fa dire al Cardinale una cosa in italiano e tutto il contrario in inglese e spagnolo...


Leggevo una notizia su ZENIT - versione italiana - , dove si riportano le affermazioni di una conferenza del Cardinal Cañizares, a proposito di un sussidio o manuale per la corretta celebrazione della Messa, di prossima edizione (in estate) da parte della Congregazione del Culto Divino da lui presieduta. E fin qui tutto bene. Anche se ero perplesso: ci sono già tanti documenti chiari, se un prete non vuole adeguarsi non si adeguerà per un ennesimo "libriccino vaticano".... Poi, però, mi imbatto in una frase che mi pareva alquanto strana e mi fa sobbalzare, perché messa in bocca a Sua Eminenza:
[Il Cardinale] Ha poi rimarcato che il Concilio ha specificamente parlato della Messa rivolta verso il popolo e dell'importanza di Cristo sull'altare [forse intende il crocifisso?], in modo da non escludere i fedeli presenti, in particolare dalla parola di Dio. Ha anche sottolineato la necessità della nozione del “mistero” e di alcuni particolari interessanti prima molto più rispettati, come “l'altare a est” o la coscienza del “significato sacrificale dell'Eucaristia”.
E mi chiedo: ma in quale punto della Sacrosanctum Concilium si parla del prete che celebra la messa "verso il popolo"? Possibile che non me ne sia mai accorto? Ne hanno discusso i padri in commissione, ma poi non se ne è fatta menzione nel testo della Costituzione. C'è nei Principi e Norme del Messale Romano, a proposito dell'altare staccato dalla parete perché ci si possa girare intorno ed eventualmente celebrare verso il popolo. Ma non mi pareva che si menzionasse la questione nei documenti stessi del Concilio. Così, per curiosità, sono andato a controllare le altre lingue in cui ZENIT si esprime. Sorpresa delle sorprese: in Inglese e Spagnolo il senso della frase è esattamente l'opposto e ci sono ben altri particolari espunti dalla versione italiana (il riferimento al modo di celebrare in cappella Sistina di Benedetto XVI). Proprio questi particolari mi fanno dubitare che sia stata preparata una versione "adattata al gusto mainstream italiano" e sia stata invece lasciato l'originale delle affermazioni del Prefetto nelle altre lingue... Anche i titoli della notizia sono molto diversi: in Inglese si insiste sul fatto che il Vaticano sta preparando un sussidio per aiutare i preti a celebrare correttamente la Messa, in Italiano, invece, si cerca di sintetizzare il messaggio del Cardinale così: "La liturgia non "spettacolo" ma comunicazione diretta con Dio".

Versione inglese
He added that the Council did not speak of the priest celebrating Mass facing the people, that it stressed the importance of Christ on the altar, reflected in Benedict XVI's celebration of the Mass in the Sistine Chapel facing the altar. This does not exclude the priest facing the people, in particular during the reading of the word of God. He stressed the need of the notion of mystery, and particulars such as the altar facing East and the fact that the sacrificial sense of the Eucharist must not be lost.
Versione spagnola (originale, perché è la lingua in cui il Cardinale parlava):
Añadió que en concreto el Concilio no habló de la misa cara al pueblo, de la importancia de Cristo en el altar [qui si capisce che si parla di Cristo rappresentato dall'altare], lo que le permitió a Benedicto XVI celebrar la misa en la Capilla Sixtina hacia el altar, lo que no excluye la cara al pueblo, en particular durante la palabra de Dios. Subrayó la necesidad de la noción del misterio, y de algunos particulares interesantes que se respetaban como el altar hacia el oriente, y que no se pierda el sentido sacrifical de la eucaristía.
Anche RomeReports ha un pezzo sulla conferenza di oggi tenutasi all'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede sul tema: "La Liturgia cattolica a partire dal Vaticano II: continuità ed evoluzione". Il sommario del video dice: "Cardinal Canizares: Il futuro della Chiesa dipende dalla sua formazione liturgica".

venerdì 14 dicembre 2012

E l'Economist affermò: "E' trendy essere tradizionali nella Chiesa Cattolica"!


L'Economist, che di solito non si occupa di religione, quanto - ovviamente - di economia e politica, non disdegna di occuparsi di cultura e costume. In questa linea di attenzione, nella prossima edizione internazionale in edicola domani, uscirà con un articolo che suonerà stridente a molti, in particolare nella nostra italietta provincial-cattolica.
Ve lo anticipo, visto che è già in rete, però ve lo dovete leggere in inglese: 

Il titolo del pezzo è "Un'avanguardia tradizionalista", sottotitolo "Fa tendenza essere tradizionali nella Chiesa Cattolica". L'uso del termine "traditionalist" non è mi pare usato in maniera corrispondente all'accezione italiana, spesso ahimè sinonimo di "Lefebvriano", ma piuttosto nel senso di "chi vuole tornare alla sana Tradizione".
L'autore dell'articolo, in maniera giornalistica, mostra quello che vede e i dati che coglie, numeri alla mano, età dei frequentatori delle messe tradizionali e così via. Moda passeggera o avvisaglie di una svolta che  è qui per imporsi e rimanere? Non è ancora chiaro e l'autore non dà giudizi. Certo la sua prospettiva è anglo-americana: ma si sa che i trend culturali che si anticipano negli USA e a Londra, presto o tardi sbarcano anche qui da noi. L'articolista non ne vede una minaccia, né parteggia in maniera faziosa. Tuttavia si fa delle domande e guarda le cose con una certa curiosità, perché coglie il "trend". Sarebbe bello che deposte ideologie e cattiverie reciproche, anche tanti cattolici italiani riuscissero ad essere sereni a proposito dell'enorme patrimonio teologico, spirituale, liturgico, musicale, artistico e pastorale che in parecchi si ostinano a credere "superato" o "perduto", "obliato" o "obliterato" (contenti o piangenti a seconda del partito preso in questo campo). 
Naturalmente l'articolo riconosce in Benedetto XVI colui che ha mosso la prima "palla di neve", diciamo così, provocando - come si vede nei cartoni animati (sono sempre metafore mie...)- una valanga rotolante sempre più grande.... Per esempio si citano i nuovi Ordinariati ex-anglicani, qui da noi invisibili, ma in Inghilterra e America realtà vivaci e in rapida crescita (a volte anche troppo rapida....).

Voi lettori sapete che questo non è un blog "tradizionalista" (in senso stretto), è piuttosto "benedettiano", questo sì e lo rivendica orgogliosamente: come ogni francescano il carisma di chi lo scrive è semplicemente quello di schierarsi dalla parte del Papa e della Chiesa di Roma (per quello che riguarda la dottrina, l'insegnamento, e perfino la liturgia), e per il resto (e che resto....!) di cercare di riformare la Chiesa non attraverso crociate riformistiche o contrapposizioni protestanti, ma sull'esempio e con lo stile forte e amabile di san Francesco.

Leggete il pezzo, discutete e decidete se anche per voi la tradizione ha un futuro d'avanguardia, da dispiegare in avanti, o è solo un "guardare indietro" di chi non riesce a stare nel mondo moderno da cristiano. Un bel dilemma. Io, intanto, sto con Benedetto.

Leggete qui, se volete, in pessima traduzione automatica 

mercoledì 5 dicembre 2012

Il National (ex)Catholic Reporter sfida sfacciatamente la Chiesa Cattolica, e firma - speriamo - la propria fine.


E' apparso due giorni fa, sul giornale statunitense NCR che insiste a chiamarsi cattolico, ma non lo è da anni e anni, un editoriale (leggi qua in inglese) a nome di tutta la redazione (nessuno se ne è preso la responsabilità singolarmente?) che si pone apertamente e senza indugi contro il Magistero della Chiesa Cattolica. Non solo "contro il Papa", come qualche commentatore sottolinea, ma prima di tutto contro l'intero episcopato degli USA, poi contro la Tradizione unanime della Chiesa Cattolica, infine contro i chiari documenti del Beato Giovanni Paolo II.... E potrei continuare. Basta leggere per capire che di attacco totale si tratta. Un attacco, dobbiamo sperare, in stile kamikaze.
Il punto controverso è - tanto per cambiare - l'ordinazione sacerdotale delle donne. In maniera disgustosa e provocatoria il National Catholic Reporter afferma nel titolo: "L'ordinazione delle donne correggerebbe un'ingiustizia". E prosegue:
"La chiamata al sacerdozio è un dono che viene da Dio. Ha le sue radici nel battesimo ed è richiesto e confermato dalla comunità quando tale dono risulta autentico ed evidente in una persona come carisma. Le donne cattoliche che hanno scoperto una chiamata al sacerdozio e hanno avuto tale chiamata confermata dalla comunità dovrebbero essere ordinate nella Chiesa Cattolica Romana. Vietare alle donne l'ordinazione presbiterale è un'ingiustizia e non si può tollerare che rimanga in piedi".
Un vocabolario scioccante, pieno di rivendicazioni sindacali che non tengono minimamente conto della realtà teologica del ministero come descritto, non dico dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che per i signori del Reporter è abominio, ma dai documenti del Concilio Vaticano II, se ancora credono almeno in esso!

Il giornale si schiera poi anima e corpo in difesa dell'eretico Roy Bourgeois, dimesso dallo stato clericale ed espulso dalla sua congregazione religiosa per aver partecipato attivamente ad una invalida e sacrilega ordinazione femminile, ultima goccia di interminabili campagne condotte dall'ex prete per imporre il suo pensiero femminista, progressista, abortista, liberista, libertario: una specie di Pannella in clergyman (che non portava, ovviamente).

Con puntiglio degno di protestanti arrabbiati, i redattori del pezzo su NCR riportano il parere del 1976 della Pontificia Commissione Biblica, per la quale nel Nuovo Testamento da solo non c'era una risposta definitiva e chiara per dirimere una volta per tutte la questione dell'ordinazione femminile. Da quell'ambiguo parere scientifico, NCR, senza tener conto della Parola di Dio trasmessa dalla Tradizione (rileggano Dei Verbum!) salta alle conclusione che allora si deve ordinare la donna! Il magistero seguente, anche questo puntigliosamente elencato, viene presentato come infedele alla Bibbia e coercitivo contro le cristiane che "sentono" la chiamata. Argomentazioni incredibili, presentate con una superficialità allucinante.

Addirittura critica la Santa Sede perché - dopo il responso dell'Ordinatio Sacerdotalis (1984), il quale stabiliva appartenere al deposito della fede che l'ordinazione sacerdotale è da riservare solo agli uomini -  sceglierebbe i candidati all'episcopato solo tra gli allineati a questa posizione. E voglio vedere che la Santa Sede non debba scegliere uomini ortodossi per affidar loro l'episcopato! Ma come ragionano al NCR? Con le quote di vescovi a seconda delle tendenze politiche? Ma di che Chiesa stanno cianciando?

Con un linguaggio volgare si parla addirittura di "vittime" del documento Ordinatio Sacerdotalis: sarebbero i docenti di teologia che si sono visti ritirare il mandato canonico di insegnare nelle facoltà cattoliche per la loro disobbedienza  all'insegnamento del Magistero (ma se proprio non riescono ad aderirvi almeno potrebbero sforzarsi di non insegnare a disprezzarlo...)

La conclusione del "proclama" (altro che editoriale) è questa che vi traduco:
Il nostro messaggio è che noi crediamo che il sensus fidelium è tale per cui l'esclusione delle donne dal sacerdozio non ha un forte fondamento nella Scrittura o nessun altro ragionevole motivo cogente; perciò le donne dovrebbero essere ordinate. Abbiamo sentito fedeli assentire a questo durante innumerevoli conversazioni nelle sale parrocchiali, sale per conferenze e raduni familiari. Ciò è stato oggetto di studio e di preghiera individuale e in gruppo. La coraggiosa testimonianza della Conferenza per l'Ordinazione delle donne, per esempio, ci dà la sicurezza che i fedeli sono arrivati a questa conclusione dopo una ponderazione fatta di preghiera e studio -- sì, perfino studio della Ordinatio Sacerdotalis.
NCR unisce la sua voce con Roy Bourgeois e fa appello alla Chiesa cattolica perché corregga questo ingiusto insegnamento.
Ma pensa! Le sale parrocchiali e i raduni familiari, luoghi notoriamente deputati alla formulazione dei dogmi nella Chiesa Cattolica, hanno trovato certezza irrefragabile che il Papa e i vescovi in comunione con lui, parecchie migliaia, stanno propalando un insegnamento ingiusto e sbagliato. E il buon giornale NCR che supporta questo supposto (e distorto) sensus fidelium (che come ricorda il concilio comprende tutti i fedeli, dai vescovi agli ultimi fedeli laici... ma tutti se lo dimenticano), si unisce alla lotta. 

Speriamo che finalmente, dopo quest'ultimo colpo, qualcuno in alto faccia qualcosa per fermare la deriva del NC. 
Con il sensus fidelium che è dato in maniera esclusiva ai blogger, propongo alla gerarchia:
1) Impedire l'uso di Catholic al National Reporter, appellativo che non si merita proprio e trae in inganno i fedeli.
2) Sanzionare in qualche modo, pena la scomunica per eresia se non ritrattano, i sottoscrittori del proclama in forma di editoriale.
3) Disdire e far disdire tutti gli abbonamenti che si può, per mostrare nei fatti che il popolo che sostiene economicamente un giornale cattolico pretende che i contenuti aiutino a conoscere la fede cattolica, e le opinioni dei dissidenti, giustamente esposte, non siano sostenute con partigianeria come fossero verità rivelate!

Piovono già le risposte che seppelliscono con ironiche mazzate argomentative gli schiamazzi protestanti del NCR. Leggete, per es., questo bel pezzo su First Things di Elizabeth Scalia. Tra le altre cose si veda questa lettera del lontano 1968 (!!) dove il vescovo di Kansas City già minacciava il giornale sedicente cattolico per le sue posizioni inaccettabili. Quando si dice lunga fedeltà alla propria linea editoriale!

PS: E poi qualcuno si chiede perché famosi blogger cattolici americani, come padre Zulhdorf, da anni chiamino il National Catholic Reporter con il nomignolo ironico di National Catholic Fishwrap, cioè buono solo per incartare il pesce?

lunedì 12 novembre 2012

Concerto con musiche di Georg Ratzinger per suo fratello il Papa e discorso di Benedetto XVI su musica e canto liturgico

Vi posto un riassunto video, con qualche brano del concerto di ieri della Cappella Sistina, diretta da mons. Palombella, su musiche principalmente composte da mons. Georg Ratzinger, e offerto al Papa in occasione dell'anno della Fede.



Il concerto inizia con un attacco gregoriano e prosegue con le musiche degli autori contemporanei, principalmente il fratello del Papa (ma anche Colin Moby), ma inserisce anche un brano di Palestrina. Antico, rinascimentale e contemporaneo che stanno bene insieme, riconciliati dall'amore per la liturgia, da cui la Chiesa, maestra d'arte, sa trarre sempre cose vecchie e cose nuove.

A me, comunque sia, il coro della Cappella Sistina continua a non piacere, con quel modo pesante di cantare e le intonazioni non limpide e cristalline degli impareggiabili cori britannici.

Al termine del concerto, lo dice lo stesso Benedetto XVI, non è previsto un discorso. Ma il discorso in tema, il Papa l'aveva già fatto il giorno prima, alle corali ceciliane riunite a Roma. Vi riporto il discorso con sottolineature varie:

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO DALL'ASSOCIAZIONE ITALIANA SANTA CECILIA

Aula Paolo VI - Sabato, 10 novembre 2012

Cari fratelli e sorelle!
....
Questo vostro convegno si colloca intenzionalmente nella ricorrenza del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. E con piacere ho visto che l’Associazione Santa Cecilia ha inteso così riproporre alla vostra attenzione l’insegnamento della Costituzione conciliare sulla liturgia, in particolare là dove – nel sesto capitolo – tratta della musica sacra [Il Papa sottintende: "e noi sappiamo cosa dice questo capitolo, non è vero?"]. In tale ricorrenza, come sapete bene, ho voluto per tutta la Chiesa uno speciale Anno della fede, al fine di promuovere l’approfondimento della fede in tutti i battezzati e il comune impegno per la nuova evangelizzazione. Perciò, incontrandovi, vorrei sottolineare brevemente come la musica sacra può, anzitutto, favorire la fede e, inoltre, cooperare alla nuova evangelizzazione [Il Papa non fa discorsi di estetica fine a se stessa: gli interessa la fede e la diffusione della fede. L'arte e la musica sacra sono al servizio della diffusione del messaggio evangelico. Non c'è dubbio allora che vadano affidati, per quanto possibili, a persone competenti o comunque a maestri che non sappiano solo suonare e cantare, ma riconoscano e vivano un servizio ministeriale al messaggio evangelico].

Circa la fede, viene spontaneo pensare alla vicenda personale di Sant’Agostino - uno dei grandi Padri della Chiesa, vissuto tra il IV e il V secolo dopo Cristo - alla cui conversione contribuì certamente e in modo rilevante l’ascolto del canto dei salmi e degli inni, nelle liturgie presiedute da Sant’Ambrogio. Se infatti sempre la fede nasce dall’ascolto della Parola di Dio – un ascolto naturalmente non solo dei sensi, ma che dai sensi passa alla mente ed al cuore – non c’è dubbio che la musica e soprattutto il canto possono conferire alla recita dei salmi e dei cantici biblici maggiore forza comunicativa. Tra i carismi di Sant’Ambrogio vi era proprio quello di una spiccata sensibilità e capacità musicale, ed egli, una volta ordinato Vescovo di Milano, mise questo dono al servizio della fede e dell’evangelizzazione. La testimonianza di Agostino, che in quel tempo era professore a Milano e cercava Dio, cercava la fede, al riguardo è molto significativa. Nel decimo libro delle Confessioni, della sua Autobiografia, egli scrive: «Quando mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi nella mia fede riconquistata, e alla commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica» (33, 50). L’esperienza degli inni ambrosiani fu talmente forte, che Agostino li portò impressi nella memoria e li citò spesso nelle sue opere; anzi, scrisse un’opera proprio sulla musica, il De Musica. Egli afferma di non approvare, durante le liturgie cantate, la ricerca del mero piacere sensibile, ma riconosce che la musica e il canto ben fatti possono aiutare ad accogliere la Parola di Dio e a provare una salutare commozione [La sensibilità va mossa, ma non per il piacere musicale, nemmeno per attirare i giovani dando la musica che a loro - si pensa - piace. No: per prima cosa ci vuole una musica che si adatti alla Parola di Dio e sia al suo servizio come veicolo che giunga, attraverso le orecchie, al cuore]. Questa testimonianza di Sant’Agostino ci aiuta a comprendere il fatto che la Costituzione Sacrosanctum Concilium, in linea con la tradizione della Chiesa, insegna che «il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» (n. 112). Perché «necessaria ed integrante»? Non certo per motivi puramente estetici, in un senso superficiale, ma perché coopera, proprio per la sua bellezza, a nutrire ed esprimere la fede, e quindi alla gloria di Dio e alla santificazione dei fedeli, che sono il fine della musica sacra (cfr ibid.) [più chiaro di così]. Proprio per questo vorrei ringraziarvi per il prezioso servizio che prestate: la musica che eseguite non è un accessorio o solo un abbellimento esteriore della liturgia, ma è essa stessa liturgia. Voi aiutate l’intera Assemblea a lodare Dio, a far scendere nel profondo del cuore la sua Parola: con il canto voi pregate e fate pregare [sta parlando a corali che non aiutano a far cantare l'assemblea, ma che con il loro canto innalzano le anime dei membri della santa assemblea sacerdotale, in modo che -  come dice la Sacrosanctum Concilium - ognuno faccia tutto e solo ciò che gli compete], e partecipate al canto e alla preghiera della liturgia che abbraccia l’intera creazione nel glorificare il Creatore.

Il secondo aspetto che propongo alla vostra riflessione è il rapporto tra il canto sacro e la nuova evangelizzazione. La Costituzione conciliare sulla liturgia ricorda l’importanza della musica sacra nella missione ad gentes ed esorta a valorizzare le tradizioni musicali dei popoli (cfr n. 119). Ma anche proprio nei Paesi di antica evangelizzazione, come l’Italia, la musica sacra - con la sua grande tradizione che è propria, che è cultura nostra, occidentale - può avere e di fatto ha un compito rilevante, per favorire la riscoperta di Dio, un rinnovato accostamento al messaggio cristiano e ai misteri della fede. [Come dire: "in Africa è tradizione il tamburo e le danze, in Asia la gestualità rituale ritmata dal sitar, ma in Europa e in Italia perchè dobbiamo rinnegare la nostra secolare tradizione e prendere batteria e basso e motivetti pop? E' forse questa l'inculturazione rispettosa delle tradizioni musicali e delle forme adatte alla musica sacra?] Pensiamo alla celebre esperienza di Paul Claudel, poeta francese, che si convertì ascoltando il canto del Magnificat durante i Vespri di Natale nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi: «In quel momento – egli scrive – capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla». ..

E qui, cari amici, voi avete un ruolo importante: impegnatevi a migliorare la qualità del canto liturgico, senza aver timore di recuperare e valorizzare la grande tradizione musicale della Chiesa, che nel gregoriano e nella polifonia ha due delle espressioni più alte, come afferma lo stesso Vaticano II (cfr Sacrosanctum Concilium, 116) [Se il parroco fa tremare il coro perché gli dice che non deve fare canti in latino, il coro deve prendere questo discorso e farsi forza: non aver timore di recuperare e valorizzare la grande tradizione musicale della Chiesa!! Lo dice il CONCILIO VATICANO II!]. E vorrei sottolineare che la partecipazione attiva dell’intero Popolo di Dio alla liturgia non consiste solo nel parlare, ma anche nell’ascoltare, nell’accogliere con i sensi e con lo spirito la Parola, e questo vale anche per la musica sacra [partecipare attivamente non solo lo si fa con la bocca, ma anche con le orecchie! Pensate un po' quali calli pesta il Santo Padre! Non avete mai sentito il mantra: "ma se la gente non canta dove va a finire l'attiva partecipazione". Bene il mantra ha perso il suo effetto ipnotico]. Voi, che avete il dono del canto, potete far cantare il cuore di tante persone nelle celebrazioni liturgiche [cantare con il cuore è più importante che far cantare le labbra, anche se ovviamente non lo esclude. Volesse il cielo che le labbra si aprissero al canto spontaneamente e per amore di ciò che si canta e non a forza di richiami dal microfono....]

Cari amici, auguro che in Italia la musica liturgica tenda sempre più in alto, per lodare degnamente il Signore e per mostrare come la Chiesa sia il luogo in cui la bellezza è di casa. Grazie ancora a tutti per questo incontro! Grazie.

giovedì 8 novembre 2012

"Di chi è la Chiesa? Il Concilio che stupì il mondo". Speciale sul 50° del Vaticano II su LA7

Esattamente il mese scorso è andato in onda su LA7 uno speciale sul 50° anniversario del Concilio Vaticano II in collaborazione con TV2000, la televisione della CEI. Condotto da Lucia Ascioni e Gad Lerner, con un cast di ospiti di tutto rispetto (fatto apposta per favorire il conflitto televisivo...): Alberto Melloni,storico ed editorialista del “Corriere della Sera, Don Giovanni Nicolini, ex direttore della Caritas di Bologna, Dino Boffo, direttore di TV2000; il Card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, Giuliano Ferrara, direttore de "Il Foglio"; Roberto de Mattei, storico e Chiara Amirante, fondatrice della comunità "Nuovi Orizzonti". Ce n'è per tutti gli schieramenti.
Il titolo della serata è Di chi è la Chiesa? Il Concilio che stupì il mondo.
L'avevo perso il mese passato, ma sono riuscito a recuperare la registrazione nel grande archivio di YouTube. Finora è stato visto da appena 560 persone, quindi anche molti di voi non l'hanno visto. Eccolo qui sotto in versione intergrale. Buona visione.


Tanta retorica semplicistica nel servizio iniziale e tanta faciloneria riduzionista nel presentare le Costituzioni e i documenti del Concilio - vi avverto già - . Meglio seguire le interviste degli invitati che iniziano più o meno dal minuto 11:00. Grande soprattutto Chiara Amirante, che spariglia tutto.

martedì 6 novembre 2012

Il velo del calice e il senso del sacro

Mi scrive un giovanissimo lettore (15 anni!) attento alla liturgia. Vi riporto un estratto del suo messaggio che mi ha fatto sorridere:
.... ero a messa a Tutti i santi in una parrocchia che non è la mia e ho visto che il prete teneva sull'altare il calice nascosto sotto un tovagliolo bianco. Finita la messa ha sistemato il calice di nuovo sotto il tovagliolo. Mi sa dire se è una cosa normale e quale significato ha questa cerimonia che non avevo mai visto?....
E' alquanto divertente costatare come questo giovane e attento ministrante (i chierichetti notano ogni particolare "strano" delle liturgie...non lo sapevate?) descriva ciò che dovrebbe essere assolutamente comune, e invece è talmente raro da fargli dubitare della "normalità" di quanto visto.
Coprire il calice con un "velo" (non con un tovagliolo.... non si chiama tovagliolo neanche quello che il sacerdote usa per purificare il calice - detto appunto: purificatoio - e non si dica tovagliolo nemmeno quello che si usa per asciugare le mani dopo il lavabo - si chiama manutergio), dunque: coprire il calice con il velo non è una prassi stravagante, né tantomeno pre-conciliare. No. E' lecita e addirittura raccomandata nel rito ordinario.
Anzi, sarebbe prescritto al numero 118 dell'Ordinamento Generale del Messale Romano in vigore oggigiorno:
Il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco.
Calix laudabiliter cooperiatur velo, quod potest esse aut coloris diei aut coloris albi. 
Attenzione: non si dice "può essere coperto oppure no", ma "sia ricoperto". Qualcuno ritiene che vada inteso come facoltativo solo perché c'è un "lodevolmente" di mezzo. Ma come la mettiamo con il numero immediatamente precedente, 117, che prescrive "L’altare sia ricoperto da almeno una tovaglia bianca" (Altare una saltem tobalea albi coloris cooperiatur)? Forse si dubita che "almeno" una tovaglia che copra l'altare voglia dire che ce ne sia "almeno" una invece che nessuna? Come mai, allora, lo stesso identico termine latino, ha due intepretazioni diverse? 
A parer mio entra in gioco quella che si chiama "forza dell'abitudine". Le rubriche e ciò che dicono vengono tralasciate e nemmeno ci si accorge di ciò che invece sarebbe previsto. Tanto tutti fanno così (e il nostro chierichetto viene colpito dalla "novità" di "nascondere" il calice sotto il velo!).

Il senso di questa pratica è dato dallo stesso nome "velo". Si compre, in un certo senso si "cela" il mistero e tutto ciò che ha a che fare con esso. Pensiamo anche ad altri veli liturgici, come il "velo omerale" utilizzato per la benedizione eucaristica, o il velo che si pone davanti al tabernacolo... Questo è il modo "liturgico" di esprimere in gesti e atti ciò che è sentito come sacro. "I sacri misteri" vanno "rivelati" (appunto "svelati") nel momento in cui si celebrano. Ecco perché quando sono usciti i catecumeni (che anticamente partecipavano solo alla prima parte della Messa), si svela il calice e lo si porta sull'altare davanti ai fedeli.
Nel rito Armeno, addirittura, il velo lo usa anche il diacono che regge l'evangeliario, oltre che per coprire il calice e la patena (vedi foto).
In Oriente questa pratica non è mai venuta meno, perché non è tramontata la mentalità simbolica. In Occidente, purtroppo, la secolarizzazione ha eroso il senso del sacro e del mistero che si va dis-velando nella liturgia. Pertanto il calice, la patena, il corporale ecc.. sono stati recentemente tutti "ridotti" alla loro funzionalità pratica, trascurando (o a volte combattendo) il loro ricco significato simbolico. Un bicchiere e un piattino dove metto pane e vino non hanno bisogno di particolare riguardo. Ma "questo prezioso calice" in cui deve essere contenuto il Sangue di Cristo nostro Dio, oh questo sì che ha "lodevolmente" diritto ad essere circondato di devozione e rispetto, i quali si manifestano, praticamente, anche nell'uso di velare il calice (e di usare la palla per coprire il contenuto del calice).

Papa Benedetto, come sempre, ci dà il buon esempio. Ecco una foto della celebrazione del 3 novembre 2012 in suffragio dei papi e cardinali defunti: il diacono, all'inizio della preparazione dei doni, sta scoprendo il calice:

Altre considerazioni su questo tema, le potete trovare a quest'altro post.
Per quanti ritengono che queste "quisquilie" non siano degne di nota, faccio presente che la liturgia è in realtà come una cipolla: strato poco importante dopo strato poco importante, si finisce per eliminare tutto e rimanere con nulla in mano. La regola di ogni sacramento è: causare un effetto spirituale per mezzo di ciò che viene significato con segni materiali. Tolti i segni, si rischia di perdere anche l'efficacia spirituale....

venerdì 12 ottobre 2012

Rileggendo l'omelia papale della Messa di apertura dell'Anno della Fede: quel che conta del Concilio è nei suoi documenti

L'evangeliario intronizzato durante la Messa di ieri come al Concilio Vaticano II
L'omelia intera della Messa per l'apertura dell'Anno della Fede la potete recuperare a questo link.
A me interessa mettere in evidenza un passaggio centrale, dedicato alla puntualizzazione degli intenti del Concilio Vaticano II e all'importanza fondamentale dei suoi documenti (soprattutto per noi che all'evento non c'eravamo ancora e siamo alquanto stanchi di sentirci raccontare o con accenti entusiastici o completamente negativi quanto la Chiesa sia cambiata.. a noi interessano - come di tutti i concili - i documenti e la loro interpretazione che non possono essere ostaggi in esclusiva di chi è abbastanza vecchio da averlo visto, il Concilio).
Il Santo Padre, inoltre, richiama alla recezione del Concilio, ancora una volta puntando sul magistero vivo e autorevole, non sul magistero fai da te degli storici del Concilio o peggio di quelli che sognano ciò mai fu ed è solo nei loro desideri: la teologia si fa sui documenti dottrinali non sui diari o sulle manovre raccontate dagli storici e tantomeno sulle utopie di chi vuole una chiesa a sua immagine e somiglianza.
Cari lettori, l'ermeneutica del Concilio non si fa a partire dai libri di storia, ma tornando alla conoscenza esatta delle grandi Costituzioni conciliari, dai Decreti e dalle Dichiarazioni, interpretati alla luce del magistero più recente. Il tutto sempre e solo in fedeltà alla Parola di Dio che troviamo attestata nella Sacra Scrittura e nella Sacra Tradizione, come ben si esprime Dei Verbum. Potremmo anche dire: è ora di passare dalla sola esegesi storico-critica del Concilio, alla sintesi teologica condivisa, per trarne il senso spirituale per l'oggi della Chiesa.
Ecco, dunque, la parte dell'omelia che rileggo con i miei commenti in rosso.

Santa Messa per l'Apertura dell'Anno della Fede 11.10.2012

....Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI nel '67.
Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Così Papa Giovanni nell'inaugurazione del Concilio. [Come si vede per il Papa Buono, c'è una netta distinzione tra la dottrina e la sua formulazione: bisogna rendere la dottrina immutabile semplicemente più comprensibile, adatta alle esigenze del tempo. Ma proprio questa ingenuità di poter "travasare" come fosse un vino la dottrina della fede senza rendersi conto che i nuovi otri non erano sempre adatti ha portato - a parer mio - a spanderne molto, di quel buon vino].

Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato [il delicato equilibrio]: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione [Il Papa non propone di ricordare un evento, ma di tornare al testo dei documenti approvati, infatti prosegue:]. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi per trovarne l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi [Come dire: il lavoro teologico e pastorale lo si deve fare con la strumentazione adatta, non con i ricordi di chi ha ancora le emozioni nel pensare alla "rivoluzione copernicana" conciliare. Stiamo ai testi. Ormai sono passati 50 anni, i testimoni oculari se ne vanno, ma i documenti magisteriali - che crediamo scritti con una certa assistenza dello Spirito Santo - quelli restano].
Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche [leggasi: tradizionalisti irriducibili] e di corse in avanti [progressisti del Vaticano III ], e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento. [Ai tempi del Concilio si parlava di aggiornamento, e il buon papa Giovanni, anche nel suo discorso inaugurale credeva di poter aggiornare le parole e le forme tenendo invariato il contenuto. Ma la comunicazione umana non funziona così: toccando la formulazione inevitabilmente si modifica - anche se inconsapevolmente - il contenuto. Si deve parlare oggi, come faceva il Card. Newman, non di aggiornamento, ma piuttosto di sviluppo, perché questa parola indica una dottrina che è la stessa pur crescendo e maturando, senza per questo dover tornare indietro all'archeologismo, con un salto che annulla il progresso e le conquiste di secoli, né deve attaccarsi con fissismo a certe acquisizioni ritenute immutabili.]

Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato [ecco espressa l'idea di sviluppo organico, l'ermeneutica necessaria della riforma nella continuità]. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità [la vera crisi - dice il Papa - non è nei documenti del Concilio, ma nella crisi di fede, nelle vere e proprie eresie di chi ha messo in discussione la stessa Rivelazione e i suoi dati come accolti nel depositum fidei].

giovedì 11 ottobre 2012

Un nuovo formulario della Messa per l'Anno della Fede

Oggi il Papa celebra la Messa con un formulario non presente nel Messale Romano, nemmeno nella Terza edizione tipica. Si tratta della Messa approvata dalla Congregazione per il Culto Divino appositamente per quest'anno (17 giugno), il cui formulario si intitola "Messa per la Nuova Evangelizzazione".
Ve lo posto sia nell'originale latino (ma anche in italiano...). Il formulario si può sempre usare liberamente nei giorni in cui è permesso celebrare le "messe per varie necessità". Come oggi! Esorto i sacerdoti ad avvalersi almeno di questa Messa, con le sue letture, per sottolineare che l'Anno della Fede riguarda la diffusione del Vangelo, appunto la "nuova evangelizzazione".
Il Papa ha inoltre utilizzato la Preghiera Eucaristica IV (vedi libretto), frutto del Concilio Vaticano II, certo la migliore tra le nuove preghiere eucaristiche e - guarda un po' - la meno utilizzata, meno ancora del Canone Romano. Usiamo tutta la ricchezza della liturgia, cari preti, non lasciamo bellissime preghiere nascoste nel Messale!



Una finestra nel tempo: sull'apertura del Vaticano II 50 anni fa

Il Concilio comincia solennemente l'11 ottobre del 1962. Giovanni XIII - come si sente nel discorso finale del video allegato - pensava che intorno a dicembre o poco più in là il Concilio sarebbe finito.... anche il Papa che aveva pensato e convocato il Vaticano II, non sapeva bene che cosa avesse messo in moto....

mercoledì 10 ottobre 2012

La fiaccolata nel cinquantesimo del Concilio Vaticano II

L'Azione Cattolica Italiana ha organizzato per domani sera, 11 ottobre, una fiaccolata a ricordo del 50° anniversario di apertura del Concilio Vaticano II. Si vedranno sfilare da Castel Sant’Angelo a piazza San Pietro migliaia di persone, a ripercorrere l'itinerario che nel 1962 vide sfilare alla luce delle torce altri uomini e donne fin sotto la finestra di papa Roncalli, che chiuse quella speciale serata del primo giorno del Concilio Ecumenico con l’indimenticabile e improvvisato Discorso della lunaSi direbbe che persino la luna si è affrettata stasera...»). Un appuntamento aperto a tutti, associazioni, movimenti, gruppi. Non c'è bisogno di invito per unirsi a manifestare l'adesione sincera, anche con una fiaccolata, al Magistero solenne e straordinario della Chiesa, proprio in concomitanza con il Sinodo sull'Evangelizzazione che si è aperto qualche giorno fa.

Aggiungo il video di quella notte dell'11 ottobre 1962, con le immagini della fiaccolata e le parole del Papa Buono.


Qui sotto, inoltre, il bel servizio sul ricordo conciliare curato dal nostro caro Don Andrea Caniato, direttore dell'Ufficio Comunicazioni dell'Arcidiocesi di Bologna, andato in onda per il settimanale diocesano 12 Porte:

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