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mercoledì 16 settembre 2015

Il canto del sacerdote e le risposte del popolo nel rito della Messa in Italiano

Non avendo trovato in rete un PDF con la Melodia per il rito della Messa in italiano, lo propongo qui, e credo che in giro ce ne sia un certo bisogno.
Spesso, infatti, si sentono celebranti pieni di buona volontà "inventare" con un certo pressapochismo, "ad orecchio", una melodia per il canto di una colletta o di un postcommunio. Onde evitare distrazioni per il popolo e impossibilità di rispondere (perché magari non riconosce la melodia), è meglio seguire le indicazioni che troviamo nell'appendice del Messale Romano e che qui vi ho fotocopiato in modalità digitale (è possibile anche scaricarle). 
Riporto la Seconda Melodia per il rito della Messa, di cui ho anche trovato la registrazione completa (che potete sentire, traccia per traccia, nella playlist di Soundcloud qui sotto).
La cosiddetta "seconda melodia" è in realtà esemplata sui toni "simplices" della liturgia romana tradizionale, per questo apparirà piuttosto familiare e facile da memorizzare (correttamente!).
Speriamo che questo ottimo materiale, a suo tempo fatto circolare anche su musicassetta dalla CEI, quando uscì la II edizione del Messale, possa essere utile per migliorare la cantillazione dei celebranti e la solennità delle celebrazioni.



giovedì 24 ottobre 2013

Perseveranza nella vocazione religiosa: i francescani si interrogano sulla fedeltà in una cultura del provvisorio

Martedì 29 ottobre 2013, dalle ore 9.00, presso l’Auditorium della Pontificia Università Antonianum a Roma, si terrà la giornata di studio: Fedeltà e perseveranza vocazionale in una "cultura del provvisorio": modelli di lettura e proposte formative, organizzata dall'Istituto Francescano di Spiritualità.

Il titolo della Giornata di studio è significativo "Fedeltà e perseveranza vocazionale in una cultura del provvisorio". Spesso si afferma che le famiglie si disgregano e i matrimoni non reggono, ma poche volte ci si interroga su come i religiosi affrontano la propria vocazione e le crisi che essa inevitabilmente comporta. I francescani cercano, giustamente, di "guardare a se stessi" prima di insegnare agli altri a perseverare nella rispettiva vocazione e fanno il punto della situazione osservando le diverse aree del mondo e le differenti risposte al problema.


Nel corso della Giornata interverranno, tra gli altri: il Card. João Braz De Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; Mons. José Rodríguez Carballo OFM, Segretario della stessa Congregazione; il Rev. P. Michael Perry, OFM., Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori; i padri Vidal RodríguezLopez, OFM, e Sergiusz Baldyga, OFM, rispettivamente Segretario Generale e Vicesegretario per la Formazione e gli Studi dell’Ordine dei Frati Minori. E inoltre: Paolo Martinelli, OFMCap, Preside dell’Istituto Francescano di Spiritualità, Alcide Lindor Tofful, OFMConv, Psicologo - formatore nel contesto latinoamericano e altri esperti delle diverse famiglie francescane maschili e femminili.

E' possibile scaricare il depliant del programma dettagliato della giornata di studio a questo link

Ulteriori informazioni presso:
Pontificia Università Antonianum, segreteria Generale
via Merulana 124 – 00185 Roma (Italia)
tel.: 06 70373502 / 526 – Fax: 06703373604

martedì 30 luglio 2013

Papa, voglio diventare prete!

LO SLANCIO VOCAZIONALE CHE HA COMMOSSO IL PAPA IL 26 LUGLIO:


Chi è riuscito a commuovere Papa Francesco a Rio è stato soprattutto questo bambino. Il suo nome è Nathan de Brito che venerdì scorso, durante uno dei giri della Papamobile per le vie di Rio, è riuscito a saltare le barriere e arrampicarsi fino tra le braccia del Pontefice per dargli un importante annuncio:

"Santità, io voglio diventare prete di Cristo, un rappresentante di Cristo" ha sussurrato de Brito all'orecchio del Papa, abbracciandolo nella sua tenuta della nazionale di calcio brasiliana

Il Papa ha risposto: "Io pregherò per te, ma chiedo a te di pregare per me", commosso fino alle lacrime ricambiando l'abbraccio.

"A partire da oggi la tua vocazione è decisa"

I presenti hanno notato che il ragazzino non voleva lasciare il Santo Padre. Solo dopo vari tentativi degli agenti di sicurezza si è riusciti ad allontanarlo dalla Papamobile.

Una volta sulla strada, Nathan ha continuato a camminare fiancheggiando l'auto del Papa e salutandolo mandandogli baci. Una delle guardie si è fermato a consolare il piccolo prima di riportarlo indietro alla sua famiglia in attesa.

venerdì 5 aprile 2013

I gesti battesimali di Papa Francesco portano risonanze di Fede

E Pietro disse: "Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo". (Atti 2,38)

Papa Francesco amministra il Battesimo nella Notte di Pasqua:


Il gesto della lavanda dei piedi è tradizionalmente legato alla purificazione battesimale. Il grande servizio che Gesù fa il giovedì santo, il suo Servizio sacerdotale, è proprio anticipare nei sacramenti il dono salvifico della sua vita: il Battesimo che rende puri, permette di "aver parte con lui", ammette alla Santa Cena dell'Eucaristia. e abilita a "fare come il Mastro", cioè dare la vita per i propri amici. Gesù Cristo dà la sua vita per lavarci dai nostri peccati e ammettere noi alla vita nuova, la vita nella carità.
Ecco perché il servizio di carità che è simboleggiato dalla lavanda dei piedi: è il fare "questo" in memoria di lui, ovvero mostrare nella vita quotidiana il dono di sé per il concreto servizio dei fratelli e delle sorelle, ripetendo in piccolo, alla nostra portata, il gesto unico del Cristo Salvatore del mondo. 

Così anche il gesto di servizio di Papa Francesco, la lavanda dei piedi nel carcere di Casal del Marmo, ha avuto le sue ripercussioni "battesimali". I gesti che parlano di amore invitano alla fede cristiana.
La rivista Tempi ha ripubblicato ieri una toccante lettera di un carcerato musulmano di Padova (già apparsa in Avvenire, ma me l'ero persa). Questo catecumeno è rimasto fortemente colpito dalla scelta del Papa di lavare i piedi ad altri detenuti come lui, e gli ha voluto comunicare la sua decisione di ricevere il battesimo e farsi cristiano. 
Certo la decisione di Armand di farsi cristiano è precedente l'elezione di Francesco, e tuttavia è significativo come il segno dell'acqua versata sui piedi e il sacramento dell'acqua versata sulla testa si richiamino fortemente e si leghino. Si parte dall'acqua versata sulla testa tua per arrivare all'acqua versata sui piedi altrui.
Armand l'ha colto e lo dice con gioia al nuovo Papa che glielo ha confermato:

Armand, detenuto musulmano convertito, scrive a papa Francesco:
«In cella ho incontrato Cristo»
Caro papa Francesco, con molta emozione e con grande desiderio ti scrivo esprimendo tutta la mia felicità. Sin dal primo discorso sul balcone della loggia hai parlato al mondo intero, chiedendogli di pregare per te. Hai parlato di comunione, di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi.
La prima benedizione l’ho ricevuta assieme a due detenuti del carcere «Due Palazzi» di Padova dove sono recluso. Quella sera eravamo felici e abbiamo pregato con te e per te, per il grande compito che ti aspetta.
Mi chiamo Armand, sono nato in Albania 36 anni fa, cresciuto in una famiglia umile di contadini.
Mio padre è di religione musulmana, mia madre ortodossa. Ancora minorenne andai in Grecia in cerca di lavoro, poi in Italia sempre da clandestino. Un grave incidente automobilistico rese ancora più difficile la mia vita. È stato allora che ho calpestato quelli che oggi chiamo i miei fratelli, ma a quei tempi consideravo solo persone da rapinare e sfruttare. Ero come accecato.
In carcere ho incontrato Cristo, nello sconforto e nel fallimento della mia vita. In fondo a questo tunnel ho trovato persone che mi hanno preso per mano. Oggi è grazie a loro, con la lettura delle Sacre Scritture e con le preghiere, che posso dire di essere una persona diversa. Da 8 anni sono in carcere, da 4 a Padova, dove regolarmente seguo i corsi di catechesi.
Papa Francesco nel carcere minorile di Roma
Il 25 maggio assieme ad altri detenuti riceverò i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. Sarà la conclusione di un cammino durato oltre due anni, nei quali, aiutato da don Lucio e don Marco, ho avuto modo di prepararmi nella catechesi. Il nome di Battesimo che ho scelto è Davide. Il mio padrino sarà Giovanni, pure lui diventato cristiano durante la permanenza in carcere. Il desiderio di ricevere i Sacramenti, di nutrire, di rafforzare la mia fede cristiana e di partecipare alla comunione con Cristo è molto forte.
Caro papa Francesco, Giovedì Santo sarai con i detenuti nel carcere minorile di Casal del Marmo. Credo che sarà un grande momento di tenero amore e di speranza per tutti quei ragazzi. Sei nelle mie preghiere e in quelle di tutti noi detenuti.
Armand

sabato 23 febbraio 2013

Meditazione sul Diritto Canonico in tempo di elezioni

Totopapa? La scelta dei Cardinali nell'eleggere un Papa è più ampia di quanto parecchi pensano...
Evidentemente non intendo parlare delle elezioni di domani e lunedì per il Parlamento Italiano, ma dell’elezione del nuovo Papa...
In questi giorni pensavo a quante volte Papa Benedetto, nei mesi che hanno preceduto l'11 febbraio, avrà letto e riletto le parole di quel canone del Diritto Canonico ormai universalmente noto e citato:
Can. 332 - §2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.
Sappiamo tutti benissimo che con Benedetto siamo stati testimoni della prima volta che un Papa, da quando esiste il Diritto Canonico nella forma moderna, utilizza questa norma.
Poi mi sono chiesto: "se il Can. 332 ha un paragrafo 2, avrà anche pure un paragrafo 1, e che cosa dice quel numero?". Non essendo un canonista (i miei confratelli dicono che tremerebbero alla sola prospettiva che lo fossi... anche se a me non dispiacerebbe), sono andato dunque a guardare nel Libro II, parte II, sezione I, capitolo I, articolo I del Codice (divertente come i canonisti scrupolosamente dividono i loro testi... :-P ). Finalmente trovo il canone 332 il quale, con mia sorpresa, recita così al paragrafo 1:
332 §1. Il Sommo Pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l'elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale. Di conseguenza l'eletto al sommo pontificato che sia già insignito del carattere episcopale ottiene tale potestà dal momento dell'accettazione. Che se l'eletto fosse privo del carattere episcopale, sia immediatamente ordinato Vescovo.
Mi è caduto un fulmine in testa. Non perché non conoscessi la norma, ma perché è messa insieme all'altra, quella della rinuncia. E come in tempi moderni mai si era utilizzato il paragrafo 2, è ancor più remota nel tempo l'ultima volta che si è visto impiegare il paragrafo 1! No, non la parte sull'elezione legittima, ovviamente, ma il fatto che può essere eletto non solo chi non fa parte del collegio dei Cardinali, ma anche chi non fosse neppure vescovo: per esempio un semplice e buon prete, o addirittura un diacono (che sia però  celibe o vedono, per poter accedere all'episcopato).
Nella storia tanti Papi antichi erano diaconi o preti prima di essere eletti al Soglio pontificio. Poi si perse l'abitudine, e da quando solo i cardinali hanno l'esclusiva dell'elezione (e sono ahimé diventati tutti quanti vescovi, anche se conservano la distinzione di titolo di cardinali preti e cardinali diaconi....) quasi nessuno pensa più a questa remota possibilità. 

Eppure è successo più frequentemente che un diacono divenisse Papa che un Papa eletto rinunciasse all'Ufficio Petrino!
In questi giorni tutti fanno i conti sui cardinali papabili, e scrutano ognuno dei 116 porporati "in età da Conclave", dimenticando il paragrafo 1 del canone che, con il paragrafo 2, ci fa perdere uno dei migliori Papi della Storia.
Però siccome c'è lo Spirito Santo, possiamo anche immaginare che i Cardinali possano e vogliano scegliere tra una rosa ancora più ampia, lasciandosi ispirare a chiamare il nuovo Papa non solo da lontano in senso geografico, ma da lontano nel senso della gerarchia, dai cosiddetti "gradi bassi". Forse è ancora presto per vedere la consacrazione episcopale di un buon parroco eletto Papa.... Ma chissà, per il Diritto - dopotutto- non ci sarebbe nessun problema: tutto previsto e anzi, già visto!

Conclusione: abbiamo assistito ad un Papa che, a sorpresa e nello sbalordimento del mondo intero ha utilizzato il canone 332 §1. A questo punto nulla ci impedisce di pensare, allargando lo sguardo, che il collegio dei Cardinali possa, un domani, mettere sul trono di Pietro qualcuno di assolutamente impensabile... tanto da doverlo ancora consacrare vescovo. Tutto ci fa dire che il Diritto prevede anche Papi giovani, molto giovani.... Preghiamo e sogniamo anche con le leggi della Chiesa che, come si vede, hanno in serbo nelle loro pieghe molte più sorprese di quelle che ci si immagina. E Benedetto XVI ce l’ha ampiamente dimostrato.

lunedì 28 gennaio 2013

Un nuovo motivo scientifico a favore del "matrimonio dei preti"?

Ho trovato questa notizia, scientificamente supportata, sul sito dell'Unione Cristiani Cattolici Razionali, che di solito controllano molto bene le loro fonti. A parte rallegrarmi per la loro intenzione di promuovere il matrimonio rispetto ad altro tipo di libere e aperte "convivenze" senza stabilità, mi preoccupa invece la condizione "single" di tanti sacerdoti! Chissà se questi dati valgono anche per monaci e frati???? Certo, visto che i preti sono così pochi, qualcuno potrebbe suggerire almeno di "conservarli meglio" attraverso il matrimonio!

Non essere sposati aumenta il rischio di morte prematura

Una recente ricerca condotta presso il Duke University Medical Center a Durham, North Carolina, ha scoperto che le persone non sposate presentano un rischio più alto di morte prematura in particolare durante la middle age, ovvero tra i quaranta e i sessant’anni.
I ricercatori, guidati dalla dott.essa Ilene Siegler, hanno analizzato i dati di 4.802 persone e hanno appunto scoperto che coloro che non si sono mai sposati avevano più del doppio di probabilità di morire prima rispetto a coloro che sono sposati. Essere single, o aver perso un partner senza averlo sostituito è correlato ad un aumentato del rischio di morte precoce durante la mezza età e riduce la probabilità di sopravvivenza durante l’anzianità. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Annals of Behavioral Medicine e una sintesi è pubblicata su Sciencedaily.
Il matrimonio, dunque, conviene anche dal punto di vista del proprio benessere psicofisico, come è stato anche riconosciuto in un recente editoriale sul British Medical Journal (qui una sintesi): «a conti fatti vale probabilmente fare lo sforzo di sposarsi», hanno concluso con un pizzico di ironia. E’ infatti chiaramente dimostrato che le donne sposate si espongono ad un abbassamento del 10-15% del tasso di mortalità e per gli uomini un calo dei rischi di andare incontro ad ictus, malattie cardiache e complicazioni dovute a stili di vita non salutari.
Una serie di studi simili è possibile trovarla in questa pagina, dove si evince che il matrimonio conviene per la coppia e anche per i figli, i quali sono invece esposti a una peggiore salute psico-fisica se i due genitori non scelgono di sposarsi.
La scelta di sposarsi è fortemente avversata dalla vulgata occidentale, la quale predilige la meno impegnativa convivenza.  La Chiesa cattolica invita invece le coppie al matrimonio per rispondere alla vocazione (compito) che Dio ha dato a loro, ovvero la cooperazione nel dono della vita e la generazione di un nuovo essere umano attraverso l’educazione.

Fonte

mercoledì 21 novembre 2012

La Chiesa d'Inghilterra dice "no" alle donne-vescovo? MAGARI!

L'arcivescovo di Canterbury uscente, Rowan Williams, alla notizia del voto negativo
Quanta superficialità e faciloneria in certi titoli di giornali italiani quando si parla di Chiesa (e chiese), a volte con evidente ironia. Oggi ne fanno le spese gli anglicani: il Sinodo della Chiesa d'Inghilterra, la chiesa madre dell'anglicanesimo, ha votato contro la proposta di legislazione che deve permettere e regolare le future ordinazioni episcopali femminili. Tutto qui (come dice chiaramente l'incipit del comunicato stampa ufficiale). Si tratta piuttosto di postposizione che di rifiuto, o meglio era questione di "legittimità" delle consacrazioni femminile, non di "validità" (già - ahimè - assodata). Magari avessero, come dicono alcuni articolisti, votato contro l'ordinazione episcopale delle donne! Questa innovazione, dal punto di vista teologico, l'hanno già ammessa anni or sono, e già varie province della comunione anglicana ordinano allegramente le signore-vescove. Tra qualche anno, speriamo non prima del 2015 visti i tempi ecclesiali da dinosauri (questo è uguale in tutte le chiese...), verrà ripresentata la legislazione un po' emendata e via con l'imposizione delle mani.... Su questo nessuno ha dubbi, né i favorevoli né i contrari.
Il problema in Inghilterra è sorto dal fatto che si vuole "proteggere" la coscienza di quanti non si sento in grado di accettare la novità rivoluzionaria già ammessa dalla maggioranza. Sono anni che si trascinano da un Sinodo all'altro le discussione sul "Code of Practice", una specie di codice di comportamento a cui dovrebbero attenersi le diocesi in cui è a capo una vescovessa. Chi non accetta (badiamo bene: su basi teologiche!!) il sacerdozio e l'episcopato femminile, deve essere in qualche modo "protetto" da un potere a cui non può e non vuole sottostare: finché le donne sono preti (ma non nella mia parrocchia) è possibile tollerarle, ma quando diventano vescove, è necessario ubbidire (leggi qui le FAQ in proposito). Sul modo di organizzare l'esercizio del potere episcopale femminile da parte di chi non lo vuole non c'è stata intesa.
Qui, per chi legge l'inglese, è possibile trovare tutta la bozza della legislazione che ieri, con grandissima sorpresa, è stata bocciata. Questa è infatti la notizia: tutti si aspettavano, stavolta, di brindare alle mitrie muliebri, ed erano già col bicchiere in mano, pronti a chiedere l'assenso al Parlamento e poi alla Regina (figuriamoci che serietà: anche le questioni interne della chiesa - essendo chiesa di stato - devono passare per il Parlamento!). E invece è successo quello che ben pochi prevedevano. Dobbiamo capire come è composto e come funziona il Sinodo inglese. Ci sono tre "camere" (Houses): la camera dei vescovi, la camera del clero (basso clero = preti e diaconi) e la camera dei laici. Ognuno di questi tre corpi deve votare le leggi più importanti a maggioranza qualificata. Ora: i vescovi hanno votato a maggioranza bulgara, 44 contro 3 a favore della legislazione proposta, i ministri di rango inferiore hanno raggiunto il 76,6% a sostegno (148 contro 45). Ma la retrograda "casa dei laici" per soli 6 voti non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi (132 a favore, 74 contrari). Se avessero votato tutti insieme, invece, i "sì" avrebbero raggiunto il 72%, ben oltre la soglia richiesta, ma siccome per regolamento sinodale ogni corpo vota separatamente, ecco che il parere dei laici surclassa e ferma il consenso quasi unanime dei vescovi e l'enorme maggioranza del clero.
Questa per me è la vera notizia: la democrazia nella chiesa, comunque la si voglia vedere, non funziona. Anche se in questa occasione dobbiamo rallegrarci che i laici facciano ragionare i prelati, rallentando le loro affrettate decisioni (comunque, vista la nullità degli ordini anglicani, sono tutti laici quelli che paiono vescovi e preti...).
Pare che adesso i dirigenti del Sinodo abbiamo una certa difficoltà a spiegare come sia possibile che, nonostante teologicamente l'ordinazione episcopale femminile sia stata approvata da parecchio, e la maggioranza ultra-assoluta dei membri del Sinodo dia luce verde ad iniziare le consacrazioni, in realtà non si è riusciti a far passare la legge che dovrebbe regolare questa novità che tutti, oramai, davano per scontata.
Era, infatti, in vista del voto di ieri - vi ricordo - che moltissimi preti, vescovi e laici anglicani avevano lasciato negli anni scorsi la loro chiesa d'origine per aderire all'Ordinariato per anglo-cattolici stabilito da Papa Benedetto per quanti volessero "tornare a Roma".
Una cosa è sicura: la serietà della Chiesa d'Inghilterra che vota contro il parere dei suoi vescovi e dei suoi stessi primati (anche il nuovo arcivescovo era a favore e si è trovato silurato prima ancora di prendere il governo), è veramente compromessa. 

Da quello che ho letto sul sito della BBC pare che qualcuno, non per scherzo, abbia proposto misure pastorali d'emergenza a sostegno di quante, soprattutto tra il clero femminile, si sono sentite "distrutte" e amareggiate dal voto negativo di ieri, che impedisce loro un rapido e ben dovuto accesso ai gradi alti della gerarchia ecclesiastica britannica! 
Una felice vescovessa, ma della chiesa australiana, presiede la liturgia.

giovedì 28 giugno 2012

Don Pino Puglisi sarà Beato: martire della fede nella Sicilia della Mafia

Il Bollettino della Santa Sede di oggi ha pubblicato un lungo elenco di nomi di futuri santi, beati, servi di Dio e venerabili. Tra di essi spicca il nome di Don Pino Puglisi, di cui è stato approvato il Martirio:

Servo di Dio Giuseppe Puglisi, Sacerdote Diocesano; nato a Palermo (Italia) il 15 settembre 1937 ed ivi ucciso, in odio alla Fede, il 15 settembre 1993.

Questo decreto, lo ricordiamo, apre automaticamente a Don Pino la via del culto liturgico, dopo aver ottenuto per la sua santità - ben testimoniata dal popolo di Dio - l'affetto del popolo siciliano e l'onore dello Stato per il suo esempio fino alla morte. 
Ci sono tanti sacerdoti che contagiano la vocazione, Don Pino è uno di loro, e dall'alto del cielo guarerà la sua Palermo, intercedendo dal Signore santi pastori per la sua terra e i suoi ragazzi.

A motivo del suo costante impegno evangelico e sociale nel quartire Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalita' organizzata, il 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, il sacerdote venne ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa, intorno alle 20.45, in piazza Anita Garibaldi. Dopo le indagini, mandanti dell'omicidio furono riconosciuti i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano. Quest'ultimo fu condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999, mentre il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, fu condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspetto' sotto casa il prete.

Disse prima di morire: ''Me l'aspettavo''. Furono le ultime parole pronunciate da Padre Pino Puglisi, soprannominato 3P, parrocco di Brancaccio, davanti alla pistola impugnata dal boss Giuseppe Grigoli. Adesso il sacerdote sara' beato, Benedetto XVI ha infatti autorizzato la Congregazione per le Cause dei santi a promulgare il decreto relativo al martirio di Puglisi perche' ucciso ''in odio alla fede''. Era la sera del 15 settembre 1993. Fu ammazzato nel giorno in cui compiva 56 anni. I killer erano attesi dal sacerdote che era consapevole del pericolo al quale si era esposto con la sua azione di recupero dei giovani del quartiere sottratti al dominio del clan dei Graviano. Nel 1999 fu il cardinale Salvatore De Giorgi ad aprire la causa di beatificazione proclamando padre Puglisi ''servo di Dio''. La prima fase del processo di beatificazione si e' conclusa nel 2001. Padre Puglisi era stato nominato parroco della chiesa di San Gaetano, a Brancaccio, il 29 settembre 1990. Nel gennaio 1993 aveva aperto il centro ''Padre Nostro'', diventato in breve tempo punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere. La sua attivita' pastorale - come e' stato ricostruito anche dalle inchieste giudiziarie - ha costituito il movente dell'omicidio. Gli esecutori e i mandanti mafiosi, legati alla cosca mafiosa di Filippo e Giuseppe Graviano, sono stati condannati con sentenze definitive: ergastolo per i Graviano, Gaspare Spatuzza (che spalleggiava il killer e poi ha raccontato i retroscena del delitto), Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone. Oltre a Spatuzza anche Grigoli e' diventato collaboratore giustizia: la sua scelta, che ha preceduto quella di Spatuzza, gli e' valsa una condanna a 16 anni. ''Tre coordinate hanno caratterizzato il ministero di padre Pino - ha sostenuto l'arcivescovo di Palermo Paolo Romeo in occasione dell'ultimo anniversario del delitto -: educatore dei giovani, accompagnatore e formatore di coscienze, sacerdote in ascolto delle loro esigenze e dei loro interrogativi''.

Sulla storia di Don Puglisi è già stato fatto anche un film, icona moderna, agiografia del cinema. Il titolo è Alla luce del Sole. Lo potete vedere qui sotto:

domenica 3 giugno 2012

A che età si è troppo vecchi per essere "presbiteri"?

ordinazione diaconale di alcuni attempati ex anglicani
Pare che, a seguito di una decisione proveniente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, gli ex-ministri anglicani di 80 anni e più che stanno passando all'Ordinariato americano, non potranno venir ordinati presbiteri nella Chiesa Cattolica, indipendentemente dallo stato di salute.
Bisogna prendere con le pinze questa notizia, che tuttavia viene da una fonte solitamente ben informata (The AngloCatholic). Parrebbe infatti più consono lasciare queste decisioni all'Ordinario, che le dovrebbe compiere caso per caso.

Comunque sia, questa posizione può suscitare commenti favorevoli o contrari. Prima di tutto, però, bisogna sempre ricordare che, nella Chiesa Cattolica, nessuno ha diritto ad essere ordinato: è la Chiesa che ha diritto al ministero e per questo ha bisogno di ministri ordinati. In secondo luogo è necessario richiamare che i vescovi hanno il dovere di discernere su chi e quando imporre le mani per il sacerdozio. E la loro valutazione va rispettata.

Però il non ammettere una persona adatta al sacerdozio, solo per via dell'età, non sembra affatto una soluzione teologicamente e spiritualmente così sostenibile. A che età un cristiano è troppo vecchio per essere ammesso tra quelli che, fin dall'antichità, vengono chiamati "anziani" (presbiteri) della comunità?
Può essere posta una barriera invalicabile di un certo numero di primavere, senza tener conto d'altro? Sicuramente no.
Si potrebbe esser tentati di dire: "Ma un prete ottuagenario che cosa può mai fare per la Chiesa?". Ecco la subdola ideologia utilitarista che fa capolino, e pare tanto ragionevole che, di primo acchito, sembra sensata. Ma la risposta deve essere altrettanto drastica: "Ogni prete è una grazia sacramentale per la Chiesa, perché la sua sola esistenza ri-presenta sacramentalmente cristo capo e sacerdote". Ogni prete che semplicemente celebra la santa Eucaristia sta santificando la Chiesa, indipendentemente dall'energia che possiede come uomo. Che lo faccia per un giorno, dieci, cento o mille non ha nessuna importanza.

E poi - se proprio vogliamo metterla sul piano del ministero attivo - quanti preti dopo aver raggiunto e ben superato gli ottanta, sono di grande aiuto a parroci più giovani, con il loro servizio nel confessionale, con la loro capacità di consigliare, con la loro esperienza pastorale e condivisione umana con gli ammalati....
Non abbiamo forse un Papa ottantacinquenne, che sta facendo un ottimo lavoro?
L'ordinazione sacerdotale di uomini anziani, soprattutto nel caso in questione, cioè di persone che per una vita sono state a servizio ministeriale dei cristiani che ora hanno deciso di passare alla Chiesa Cattolica, non sarebbe affatto scandalosa o "stravagante". E anzi, avrebbe il merito di seppellire il giovanilismo imperante, anche a livello vocazionale. L'aspettativa di vita non è mai stata una condizione pro o contro il ricevere gli ordini sacri (d'altra parte non si muore solo di vecchiaia...). Se questi anziani sono abbastanza "giovani" per ricevere la cresima (e tutti i convertiti dall'anglicanesimo la ricevono), perché non dovrebbero essere anche adatti (acciacchi e lucidità mentale permettendo) a servire come presbiteri i loro fratelli?

PS. Nel mio convento abbiamo frati sacerdoti ultranovantenni che continuano egregiamente a confessare e predicare (e qualcuno si azzarda perfino a guidare pellegrinaggi all'estero...). Parlano degli ottantenni come dei giovanotti! Vedete come davvero tutto sia "relativo" al punto di vista!

lunedì 30 aprile 2012

Si chiude aprile, mese dedicato alla preghiera per le vocazioni. Il Papa ordina i preti per la sua Diocesi

Ieri Papa Benedetto ha ordinato nove presbiteri per la sua Diocesi di Roma (riferimento nel Regina Caeli). Un numero piccolo potremmo dire. Poche vocazioni? Non ci sono giovani che "vogliono farsi ordinare dal Papa? E' evidente che da parecchio non vediamo più maxiordinazioni di cinquantine (e oltre) di preti provenienti da tutto il mondo e appartenenti a diocesi,  congregazioni religiose o altri istituti che coglievano l'occasione per darsi visibilità. Lo stile pastorale di Benedetto, in questo, è parecchio difforme da quello del venerato predecessore. Come ogni vescovo, anche il Papa provvede i pastori per le parrocchie della sua Chiesa locale, lasciando ai vescovi delle singole diocesi di ordinare i propri collaboratori nel ministero. E' un segnale che Benedetto lancia: non c'è bisogno di mettersi la medaglia "ordinato prete dal Papa", l'importante è essere sacerdote secondo il cuore di Cristo.
Inoltre questa scelta "restrittiva" vuole ribadire che il Sommo Pontefice è, prima di tutto, vescovo di Roma, e deve mostrare sollecitudine per la sua Chiesa particolare. Solo in quanto buon Pastore della Chiesa romana è anche investito della guida di tutti i cristiani, non il contrario. Davvero Benedetto XVI, pur non essendo romano o italiano di nascita, non perde occasione per mostrare la sua "romanità" acquisita. 
Ora ascoltiamo e leggiamo l'omelia offerta ieri in occasione della messa per l'ordinazione presbiterale:



OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica Vaticana, IV Domenica di Pasqua, 29 aprile 2012

Venerati Fratelli,
cari Ordinandi,
cari fratelli e sorelle!

La tradizione romana di celebrare le Ordinazioni sacerdotali in questa IV Domenica di Pasqua, la domenica «del Buon Pastore», contiene una grande ricchezza di significato, legata alla convergenza tra la Parola di Dio, il Rito liturgico e il Tempo pasquale in cui si colloca. In particolare, la figura del pastore, così rilevante nella Sacra Scrittura e naturalmente molto importante per la definizione del sacerdote, acquista la sua piena verità e chiarezza sul volto di Cristo, nella luce del Mistero della sua morte e risurrezione. Da questa ricchezza anche voi, cari Ordinandi, potrete sempre attingere, ogni giorno della vostra vita, e così il vostro sacerdozio sarà continuamente rinnovato.

Quest’anno il brano evangelico è quello centrale del capitolo 10 di Giovanni e inizia proprio con l’affermazione di Gesù: «Io sono il buon pastore», a cui subito segue la prima caratteristica fondamentale: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Ecco: qui noi siamo immediatamente condotti al centro, al culmine della rivelazione di Dio come pastore del suo popolo; questo centro e culmine è Gesù, precisamente Gesù che muore sulla croce e risorge dal sepolcro il terzo giorno, risorge con tutta la sua umanità, e in questo modo coinvolge noi, ogni uomo, nel suo passaggio dalla morte alla vita. Questo avvenimento – la Pasqua di Cristo – in cui si realizza pienamente e definitivamente l’opera pastorale di Dio, è un avvenimento sacrificale: perciò il Buon Pastore e il Sommo Sacerdote coincidono nella persona di Gesù che ha dato la vita per noi.

Ma osserviamo brevemente anche le prime due Letture e il Salmo responsoriale (Sal 118). Il brano degli Atti degli Apostoli (4,8-12) ci presenta la testimonianza di san Pietro davanti ai capi del popolo e agli anziani di Gerusalemme, dopo la prodigiosa guarigione dello storpio. Pietro afferma con grande franchezza che «Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo»; e aggiunge: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (vv. 11-12). L’Apostolo interpreta poi alla luce del mistero pasquale di Cristo il Salmo 118, in cui l’orante rende grazie a Dio che ha risposto al suo grido d’aiuto e lo ha tratto in salvo. Dice questo Salmo: «La pietra scartata dai costruttori / è divenuta la pietra d’angolo. / Questo è stato fatto dal Signore: / una meraviglia ai nostri occhi» (Sal 118,22-23). Gesù ha vissuto proprio questa esperienza: di essere scartato dai capi del suo popolo e riabilitato da Dio, posto a fondamento di un nuovo tempio, di un nuovo popolo che darà lode al Signore con frutti di giustizia (cfr Mt 21,42-43). Dunque, la prima Lettura e il Salmo responsoriale, che è lo stesso Salmo 118, richiamano fortemente il contesto pasquale, e con questa immagine della pietra scartata e ristabilita attirano il nostro sguardo su Gesù morto e risorto.

La seconda Lettura, tratta dalla Prima Lettera di Giovanni (3,1-2), ci parla invece del frutto della Pasqua di Cristo: il nostro essere diventati figli di Dio. Nelle parole di Giovanni si sente ancora tutto lo stupore per questo dono: non soltanto siamo chiamati figli di Dio, ma «lo siamo realmente» (v. 1). In effetti, la condizione filiale dell’uomo è il frutto dell’opera salvifica di Gesù: con la sua incarnazione, con la sua morte e risurrezione e con il dono dello Spirito Santo Egli ha inserito l’uomo dentro una relazione nuova con Dio, la sua stessa relazione con il Padre. Per questo Gesù risorto dice: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). E’ una relazione già pienamente reale, ma che non è ancora pienamente manifestata: lo sarà alla fine, quando – se Dio vorrà – potremo vedere il suo volto senza veli (cfr v. 2).

Cari Ordinandi, è là che ci vuole condurre il Buon Pastore! E’ là che il sacerdote è chiamato a condurre i fedeli a lui affidati: alla vita vera, la vita «in abbondanza» (Gv 10,10). Torniamo dunque al Vangelo, e alla parabola del pastore. «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Gesù insiste su questa caratteristica essenziale del vero pastore che è Lui stesso: quella del «dare la propria vita». Lo ripete tre volte, e alla fine conclude dicendo: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18). E’ questo chiaramente il tratto qualificante del pastore così come Gesù lo interpreta in prima persona, secondo la volontà del Padre che lo ha mandato. La figura biblica del re-pastore, che comprende principalmente il compito di reggere il popolo di Dio, di tenerlo unito e guidarlo, tutta questa funzione regale si realizza pienamente in Gesù Cristo nella dimensione sacrificale, nell’offerta della vita. Si realizza, in una parola, nel mistero della Croce, cioè nel supremo atto di umiltà e di amore oblativo. Dice l’abate Teodoro Studita: «Per mezzo della croce noi, pecorelle di Cristo, siamo stati radunati in un unico ovile e siamo destinati alle eterne dimore» (Discorso sull’adorazione della croce: PG 99, 699).

In questa prospettiva orientano le formule del Rito dell’Ordinazione dei Presbiteri, che stiamo celebrando. Ad esempio, tra le domande che riguardano gli «impegni degli eletti», l’ultima, che ha un carattere culminante e in qualche modo sintetico, dice così: «Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini?». Il sacerdote è infatti colui che viene inserito in un modo singolare nel mistero del Sacrificio di Cristo, con una unione personale a Lui, per prolungare la sua missione salvifica. Questa unione, che avviene grazie al Sacramento dell’Ordine, chiede di diventare “sempre più stretta” per la generosa corrispondenza del sacerdote stesso. Per questo, cari Ordinandi, tra poco voi risponderete a questa domanda dicendo: «Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio». Successivamente, nei Riti esplicativi, al momento dell’unzione crismale, il celebrante dice: «Il Signore Gesù Cristo, che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza, ti custodisca per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio». E poi, alla consegna del pane e del vino: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Risalta con forza che, per il sacerdote, celebrare ogni giorno la Santa Messa non significa svolgere una funzione rituale, ma compiere una missione che coinvolge interamente e profondamente l’esistenza, in comunione con Cristo risorto che, nella sua Chiesa, continua ad attuare il Sacrificio redentore.

Questa dimensione eucaristica-sacrificale è inseparabile da quella pastorale e ne costituisce il nucleo di verità e di forza salvifica, da cui dipende l’efficacia di ogni attività. Naturalmente non parliamo della efficacia soltanto sul piano psicologico o sociale, ma della fecondità vitale della presenza di Dio al livello umano profondo. La stessa predicazione, le opere, i gesti di vario genere che la Chiesa compie con le sue molteplici iniziative, perderebbero la loro fecondità salvifica se venisse meno la celebrazione del Sacrificio di Cristo. E questa è affidata ai sacerdoti ordinati. In effetti, il presbitero è chiamato a vivere in se stesso ciò che ha sperimentato Gesù in prima persona, cioè a darsi pienamente alla predicazione e alla guarigione dell’uomo da ogni male del corpo e dello spirito, e poi, alla fine, riassumere tutto nel gesto supremo del «dare la vita» per gli uomini, gesto che trova la sua espressione sacramentale nell’Eucaristia, memoriale perpetuo della Pasqua di Gesù. E’ solo attraverso questa «porta» del Sacrificio pasquale che gli uomini e le donne di tutti i tempi e luoghi possono entrare nella vita eterna; è attraverso questa «via santa» che possono compiere l’esodo che li conduce alla «terra promessa» della vera libertà, ai «pascoli erbosi» della pace e della gioia senza fine (cfr Gv 10,7.9; Sal 77,14.20-21; Sal 23,2).

Cari Ordinandi, questa Parola di Dio illumini tutta la vostra vita. E quando il peso della croce si farà più pesante, sappiate che quella è l’ora più preziosa, per voi e per le persone a voi affidate: rinnovando con fede e con amore il vostro «sì, con l’aiuto di Dio lo voglio», voi coopererete con Cristo, Sommo Sacerdote e Buon Pastore, a pascere le sue pecorelle – magari quella sola che si era smarrita, ma per la quale si fa grande festa in Cielo! La Vergine Maria, Salus Populi Romani, vegli sempre su ciascuno di voi e sul vostro cammino. Amen.

giovedì 5 aprile 2012

Sante cannonate! L'epocale omelia di Papa Benedetto alla Messa Crismale

Benedetto XVI durante la consacrazione del Crisma
Se non l'avete ascoltata o letta, ve la metto in evidenza: un'omelia davvero epocale, in cui il Papa ha affrontato alcuni nodi cruciali del sacerdozio e della Chiesa: 1) il rinnegamento di sé; 2) l'obbedienza; 3) l'esempio dei Santi 4) la necessità di annunciare i contenuti della Fede; 5) la necessità di NON annunciare opinioni private, ma la Fede della Chiesa; 5) riaccendere nei sacerdoti lo "zelo per le anime".

E' sbalorditiva la capacità di questo anziano Papa tedesco, che tante leggende vogliono raccontarci fuori del mondo e non in contatto con la realtà, di percepire e saper esprimere i malesseri della Chiesa e del mondo e di saper anche fornire concrete ricette per iniziare a guarire, cioè a convertirsi. Non gira attorno ai problemi, ma li affronta a viso aperto. Sicuramente una lezione di coraggio per molti vescovi chiamati a essere i "sorveglianti" del gregge e dei loro sacerdoti - non ultimo il card. di Vienna, che - invece di correre dietro alle presunte visioni della "Madonna di Medjugorje", dopo questa omelia (che lo chiama in causa direttamente) o affronta il disastro della Chiesa che deve condurre o farebbe meglio a meditare di lasciar spazio ad altri più solidi pastori. Leggiamo e meditiamo.

OMELIA DEL SANTO PADRE ALLA MESSA CRISMALE 2012


Cari fratelli e sorelle!

In questa Santa Messa i nostri pensieri ritornano all’ora in cui il Vescovo, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera, ci ha introdotti nel sacerdozio di Gesù Cristo, così che fossimo “consacrati nella verità” (Gv 17,19), come Gesù, nella sua Preghiera sacerdotale, ha chiesto per noi al Padre.

Egli stesso è la Verità. Ci ha consacrati, cioè consegnati per sempre a Dio, affinché, a partire da Dio e in vista di Lui, potessimo servire gli uomini. 
Ma siamo consacrati anche nella realtà della nostra vita? Siamo uomini che operano a partire da Dio e in comunione con Gesù Cristo? Con questa domanda il Signore sta davanti a noi, e noi stiamo davanti a Lui.


Volete unirvi più intimamente al Signore Gesù Cristo e conformarvi a Lui, rinunziare a voi stessi e rinnovare le promesse, confermando i sacri impegni che nel giorno dell’Ordinazione avete assunto con gioia?”


Così, dopo questa omelia, interrogherò singolarmente ciascuno di voi e anche me stesso. Con ciò si esprimono soprattutto due cose: è richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, che io non rivendichi la mia vita per me stesso, ma la metta a disposizione di un altro – di Cristo.

Che non domandi: che cosa ne ricavo per me?, bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? O ancora più concretamente: come deve realizzarsi questa conformazione a Cristo, il quale non domina, ma serve; non prende, ma dà – come deve realizzarsi nella situazione spesso drammatica della Chiesa di oggi?


Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del Magistero – ad esempio nella questione circa l’Ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore.


La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa? Vogliamo credere agli autori di tale appello, quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di un vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?


Ma non semplifichiamo troppo il problema. Cristo non ha forse corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio? Sì, lo ha fatto, per risvegliare nuovamente l’obbedienza alla vera volontà di Dio, alla sua parola sempre valida. A Lui stava a cuore proprio la vera obbedienza, contro l’arbitrio dell’uomo. E non dimentichiamo: Egli era il Figlio, con l’autorità e la responsabilità singolari di svelare l’autentica volontà di Dio, per aprire così la strada della parola di Dio verso il mondo dei gentili. E infine: Egli ha concretizzato il suo mandato con la propria obbedienza e umiltà fino alla Croce, rendendo così credibile la sua missione. Non la mia, ma la tua volontà: questa è la parola che rivela il Figlio, la sua umiltà e insieme la sua divinità, e ci indica la strada.
Lasciamoci interrogare ancora una volta: non è che con tali considerazioni viene, di fatto, difeso l’immobilismo, l’irrigidimento della tradizione? No. Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo. E se guardiamo alle persone, dalle quali sono scaturiti e scaturiscono questi fiumi freschi di vita, vediamo anche che per una nuova fecondità ci vogliono l’essere ricolmi della gioia della fede, la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore.

Cari amici, resta chiaro che la conformazione a Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento. Ma forse la figura di Cristo ci appare a volte troppo elevata e troppo grande, per poter osare di prendere le misure da Lui. Il Signore lo sa. Per questo ha provveduto a “traduzioni” in ordini di grandezza più accessibili e più vicini a noi.

Proprio per questa ragione, Paolo senza timidezza ha detto alle sue comunità: imitate me, ma io appartengo a Cristo. Egli era per i suoi fedeli una “traduzione” dello stile di vita di Cristo, che essi potevano vedere e alla quale potevano aderire. A partire da Paolo, lungo tutta la storia ci sono state continuamente tali “traduzioni” della via di Gesù in vive figure storiche. Noi sacerdoti possiamo pensare ad una grande schiera di sacerdoti santi, che ci precedono per indicarci la strada: a cominciare da Policarpo di Smirne ed Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi Pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, fino a Papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo, come “dono e mistero”.

I Santi ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio. E ci lasciano anche capire che Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape.

Cari amici, vorrei brevemente toccare ancora due parole-chiave della rinnovazione delle promesse sacerdotali, che dovrebbero indurci a riflettere in quest’ora della Chiesa e della nostra vita personale.
C’è innanzitutto il ricordo del fatto che siamo – come si esprime Paolo – “amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1) e che ci spetta il ministero dell’insegnamento (munus docendi), che è una parte di tale amministrazione dei misteri di Dio, in cui Egli ci mostra il suo volto e il suo cuore, per donarci se stesso.

Nell’incontro dei Cardinali in occasione del recente Concistoro, diversi Pastori, in base alla loro esperienza, hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente.
Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola.

L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore.

Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sono gli strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo.

Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16).

Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori. Ma questo naturalmente non deve significare che io non sostenga questa dottrina con tutto me stesso e non stia saldamente ancorato ad essa. In questo contesto mi viene sempre in mente la parola di sant’Agostino: Che cosa è tanto mio quanto me stesso? Che cosa è così poco mio quanto me stesso? Non appartengo a me stesso e divento me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa. Se non annunciamo noi stessi e se interiormente siamo diventati tutt’uno con Colui che ci ha chiamati come suoi messaggeri così che siamo plasmati dalla fede e la viviamo, allora la nostra predicazione sarà credibile.

Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso. Il Curato d’Ars non era un dotto, un intellettuale, lo sappiamo. Ma con il suo annuncio ha toccato i cuori della gente, perché egli stesso era stato toccato nel cuore.


L’ultima parola-chiave a cui vorrei ancora accennare si chiama zelo per le anime (animarum zelus). È un’espressione fuori moda che oggi quasi non viene più usata. In alcuni ambienti, la parola anima è considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo.

Certamente l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità. Ma questo non può significare che non abbiamo più un’anima, un principio costitutivo che garantisce l’unità dell’uomo nella sua vita e al di là della sua morte terrena. E come sacerdoti naturalmente ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto. Tuttavia noi non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore. Ci preoccupiamo della salvezza degli uomini in corpo e anima. E in quanto sacerdoti di Gesù Cristo, lo facciamo con zelo.


Le persone non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo. Preghiamo il Signore di colmarci con la gioia del suo messaggio, affinché con zelo gioioso possiamo servire la sua verità e il suo amore.
Amen.



© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 6 marzo 2012

La concelebrazione nella spiegazione del card. Cañizares, prefetto del Culto divino

Comprendo che la questione della concelebrazione eucaristica fra sacerdoti non sia uno degli argomenti più caldi e interessanti per molti che dicono, ahimé: "a noi basterebbe averne uno di prete, figuriamoci se pensiamo alla concelebrazione!"
Comunque in altre realtà, soprattutto nelle case religiose, dove parecchi sacerdoti vivono insieme, o nei raduni piccoli o grandi dove convengono parecchi sacerdoti, le domande poste dall'articolo che vi propongo rimangono vive e fanno pensare.
Qui sotto, dunque, trovate una buona parte dell'intervento tenuto ieri sera a Roma dal cardinale Antonio Cañizares alla presentazione italiana del libro, uscito l'anno scorso: La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà di monsignor Guillaume Derville, direttore spirituale dell'Opus Dei e docente di teologia alla Santa Croce. Un articolo in francese dello stesso autore, apparso nel 2009 su Annales Theologici (che potete scaricare qui), anticipava molti dei temi poi rielaborati e completati nella monografia, uscita per ora in spagnolo [La concelebración eucarística. Del símbolo a la realidad (Ediciones Palabra, Madrid, 2010, 136 pp.)] e, ovviamente, in originale francese: La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité (Wilson & Lafleur).
I grassetti e le sottolineature sono mie aggiunte per evidenziare i punti salienti.
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Presentazione del libro:
La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà.
Card. Antonio Cañizares Llovera
(da ZENIT)

...Vorrei soffermarmi precisamente sulle ultime parole del testo appena citato, perché, a mio avviso, introducono un tema delicato che è, allo stesso tempo, il punto centrale dello studio di Mons. Derville. Leggiamole di nuovo: “La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
In altre parole, la liturgia, e al suo interno la concelebrazione, sarà bella quando è vera e autentica, quando in essa risplende la sua vera natura. In questa linea si situa il punto interrogativo posto dal Romano Pontefice davanti alle grandi concelebrazioni: 
“Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta. Anche un’altra domanda ho fatto fare, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore”3.
Il punto cruciale è proprio mantenere la “struttura voluta dal Signore”, perché la liturgia è un dono di Dio. Non è un qualcosa di fabbricato da noi uomini. Non è a nostra disposizione. In realtà, “con il comando «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l'attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento”4.
Per questo motivo, “dobbiamo anche imparare a capire la struttura della Liturgia e perché è articolata così. La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa”5.
Lo studio puntuale di Mons. Derville si inserisce in questa direzione. Egli ci aiuta ad ascoltare i testi del Concilio Vaticano II, i quali, con parole del Beato Giovanni Paolo II, “non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati, come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa”6.
Il Concilio, effettivamente, decise di estendere la facoltà di concelebrare seguendo due principi: questa forma di celebrazione della Santa Messa manifesta correttamente l’unità del sacerdozio e, al tempo stesso, è stata praticata fino ad oggi nella Chiesa in Oriente e in Occidente7. Perciò, la concelebrazione, come ha rilevato anche la Sacrosanctum Concilium, va inclusa tra i riti che dovrebbero essere ripristinati “secondo la tradizione dei Padri”8.
In questo senso, diventa importante affrontare, anche se brevemente, la storia della concelebrazione. La panoramica storica che ci offre Mons. Derville, anche se, come egli ‘modestamente’ dice, è un breve riassunto, ci risulta sufficiente per rilevare alcune zone d’ombra, che mostrano l’assenza di dati definitivi sulla celebrazione eucaristica nei primi tempi della Chiesa. Allo stesso tempo, senza però cadere in un ingenuo “archeologismo”, fornisce prove sufficienti per poter affermare che la concelebrazione, secondo la genuina tradizione della Chiesa, sia orientale che occidentale, è un rito straordinario, solenne e pubblico, di solito presieduto dal vescovo o da un suo delegato, circondato dal suo presbyterium e da tutta la comunità dei fedeli. D’altra parte, la concelebrazione quotidiana in uso tra gli orientali, in cui concelebrano solo sacerdoti, e la concelebrazione per così dire “privata”, in sostituzione delle Messe celebrate singolarmente o “more privato”, non sono presenti nella tradizione liturgica latina.
Inoltre, a mio parere, l’autore riesce a dare una spiegazione soddisfacente sulle ragioni di fondo, che il Concilio menziona per l’ampliamento della concelebrazione. Una estensione della facoltà di concelebrare, che doveva essere moderata, come si evince dalla lettura dei testi conciliari. È logico che dovesse essere così, perché la concelebrazione non ha come obiettivo risolvere i problemi logistici o organizzativi, ma piuttosto presentare il mistero pasquale, manifestando così l’unità del sacerdozio che nasce dall’Eucaristia. La bellezza della concelebrazione, come abbiamo detto in un primo momento, implica la sua celebrazione nella verità. In questo modo, la sua forza significativa dipende dal vivere e dal soddisfare le esigenze che la stessa concelebrazione comporta.
Quando il numero dei concelebranti è troppo elevato un aspetto essenziale della concelebrazione resta velato. La quasi impossibilità di sincronizzare le parole e i gesti che non sono riservati al celebrante principale, l’altare e le offerte allontanati, la mancanza di paramenti per alcuni dei concelebranti, l’assenza di armonia di colori e forme, tutto ciò può oscurare la manifestazione dell’unità del sacerdozio. E, non possiamo dimenticarlo, è proprio tale manifestazione che ha giustificato l’estensione della facoltà di concelebrare.
Nel lontano 1965, il cardinale Lercaro, presidente del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, inviò una lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, avvertendoli di un pericolo: considerare la concelebrazione come un modo per superare le difficoltà pratiche. E ricordava che poteva essere appropriato promuoverla9, qualora avesse favorito la pietà dei fedeli e dei sacerdoti.
È quest’ultimo aspetto che vorrei trattare ora molto brevemente. Come Benedetto XVI ha detto: 
“raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli. Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione”10.
Per ogni sacerdote, la celebrazione della Santa Messa è la ragione della sua esistenza. È, deve essere, un incontro molto personale con Dio e con la sua opera redentrice. Allo stesso tempo, ogni sacerdote, nella celebrazione Eucaristica, è lo stesso Cristo presente nella Chiesa come Capo del suo corpo11 e agisce anche a nome di tutta la Chiesa “allorché presenta a Dio la preghiera della Chiesa e soprattutto quando offre il sacrificio eucaristico”12. 
Dinnanzi alla meraviglia del dono eucaristico, che trasforma e configura a Cristo, ci può essere solo un atteggiamento di stupore, gratitudine e obbedienza.
L'autore ci aiuta a cogliere con maggiore profondità e chiarezza questa ammirevole realtà. E contemporaneamente, con questo libro ci ricorda e ci invita a considerare che oltre alla concelebrazione, vi è la possibilità della celebrazione individuale o la partecipazione all'Eucaristia come sacerdote, anche senza concelebrare. Si tratta, in ogni caso, di entrare nella liturgia, di cercare l’opzione che consente più facilmente il dialogo con il Signore, rispettando la struttura stessa della liturgia. Si trovano qui le limiti di un “diritto o no di concelebrare”, nel rispetto dei fedeli a partecipare in una liturgia dove l’ars celebrandi rende possibile la loro actuosa participatio. Tocchiamo dunque punti che hanno che vedere con quello che è giusto o meno; l’autore, infatti, non manca di riferirsi anche al Codice di Diritto Canonico.
Non mi resta altro che ringraziare Mons. Derville e anche le case editrice Palabra e Wilson & Lafleur per il libro che oggi ho il piacere di presentare. Credo che la sua lettura dia un esempio della giusta ermeneutica del Concilio Vaticano II. “Si tratta, dice il Papa, in concreto di leggere i cambiamenti voluti dal Concilio all'interno dell'unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture”13. Ed è un aiuto e uno stimolo per il compito che il Santo Padre ha ricordato recentemente alla Congregazione che presiedo: “si dedichi principalmente a dare nuovo impulso alla promozione della Sacra Liturgia nella Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II a partire dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium”14. Sono pure sicuro che questo libro contribuirà a far sì che l’Anno della Fede sia “un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia”15.

-----------Note----------

3 BENEDETTO XVI, Incontro con i parroci e il clero della diocesi di Roma, 7-II-2008.
4 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 11.
5 BENEDETTO XVI, Incontro con i sacerdoti della diocesi di Albano, 31-VIII-2006.
6 GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Novo millennio ineunte, 6-I-2001, n. 57.
7 Cfr. CONCILIO VATICANO II, Const.  Sacrosanctum Concilium , n. 57.
8 CONCILIO VATICANO II, Const. Sacrosanctum Concilium, n. 50.
9 Notitiae 1 (1965) 257-264.
10 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 80.
11 Cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 1548.
12 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 1552.
13 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 3.
14 BENEDETTO XVI, Motu proprio Quaerit semper, 30-VIII-2011.
15 BENEDETTO XVI, Motu proprio Porta fidei, n. 9.

domenica 4 marzo 2012

Problemi parrocchiali a seguito dell'introduzione della forma straordinaria

Pare che in una parrocchia inglese, dove da ormai qualche tempo il reverendo ha introdotto la Forma straordinaria del Rito Romano, una signora molto devota si sia lamentata con il prete, sospirando in questi termini a proposito dei giovani:

"Eh certo, appena si finisce di tirar su un cerimoniere decente, ecco che se ne va. Presto perderemo il terzo....! Questo è il problema con la Messa antica.... continua a causare vocazioni!"

Fa sorridere, certo. Ma se l'osservazione della signora rispondesse proprio al vero? :-o

Fonte: Blog Mulier Fortis

venerdì 24 febbraio 2012

L'indulgenza plenaria dei Venerdì di Quaresima: ecco la preghiera in italiano

Crocifisso di Donatello - Padova, Basilica di Sant'Antonio - altar maggiore
Carissimi sacerdoti fate conoscere le indulgenze plenarie, cari fedeli usate il tesoro delle indulgenze! [Ringraziamo Francesco che ci manda questo link per approfondire che cosa sia l'indulgenza e come normalmente si può ricevere]


L'Enchiridion indulgentiarum postconciliare (ediz. 1999) ricorda:

8 § 1. Plenaria indulgentia conceditur christifideli qui ...
... qualibet feria sexta temporis Quadragesimae, orationem En ego, o bone et dulcissime Iesu, coram Iesu Christi Crucifixi imagine post communionem pie recitaverit;

Si concede l'indulgenza plenaria ai fedeli che, nei venerdì del tempo di Quaresima, davanti all'immagine di Gesù Crocifisso, dopo la comunione, avranno recitato la preghiera En ego, o bone et dulcissime Iesu...

Ecco la preghiera:
En ego, o bone et dulcissime Iesu, ante conspectum tuum genibus me provolvo, ac maximo animi ardore te oro atque obtestor, ut meum in cor vividos fidei, spei et caritatis sensus, atque veram peccatorum meorum paenitentiam, eaque emendandi firmissimam voluntatem velis imprimere; dum magno animi affectu et dolore tua quinque vulnera mecum ipse considero, ac mente contemplor, illud prae oculis habens, quod iam in ore ponebat tuo David Propheta de te, o bone Iesu: « Foderunt manus meas et pedes meos; dinumeraverunt omnia ossa mea » (Ps 22 [Vg 21] 17-18).
(dal Messale Romano, Gratiarum actio post Missam)

E qui la traduzione in italiano:
Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che prostrato alla tua santissima Presenza ti prego con il fervore più vivo di stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati e di proponimento di non offenderti più, mentre io con tutto l’amore e con tutta la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di Te, o mio Gesù, il santo profeta Davide: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa”.

NB. Nota per gli ambrosiani, il cui rito non prevede la celebrazione eucaristica nei venerdì di Quaresima, suggerita nei commenti
Non essendo possibile riceve la S. Comunione nei venerdì di quaresima, la stessa indulgenza, alle stesse solite condizioni, su concessione della Penitenzieria Apostolica, si può acquistare nelle domeniche di quaresima in tutte le chiese di rito ambrosiano. (cfr. "Rivista Diocesana Milanese" giugno-luglio 1992 pp. 840 841)

mercoledì 22 febbraio 2012

la cattedra di Pietro e il suo successore: un video celebrativo sul nostro Papa

Oggi, nonostante il primo giorno di Quaresima ci impedisca la festività , celebriamo comunque (interiormente) anche la cattedra di Pietro, ovvero l'ufficio petrino di confermare nella fede i fratelli come roccia della Chiesa.
Preghiamo per il Papa, in maniera particolare e offriamo per lui e per la santificazione di tutta la Chiesa il digiuno di oggi
Rivediamo, poi, un video, apparso lo scorso giugno per festeggiare il 60° di sacerdozio di Benedetto XVI, ma poco diffuso e pubblicizzato. E' frutto del lavoro della Fondazione Joseph Ratzinger Benedetto XVI, ed è stato originariamente proiettato durante la consegna del "Premio Ratzinger".

lunedì 16 gennaio 2012

Se ne va uno degli ultimi Padri del Concilio Vaticano II: Antonio Mistrorigo


E' spirato nella serata di sabato 14 gennaio, verso le ore 20 S.E. mons. Antonio Mistrorigo, vescovo emerito di Treviso. La notizia è stata comunicata dal vicario generale, mons. Giuseppe Rizzo.
Da anni infermo, era quasi centenario - tra i 10 vescovi più anziani della Chiesa - , essendo nato a Chiampo (VI) il 26.03.1912 e ordinato sacerdote il 07.07.1935, è stato eletto Vescovo di Troia il 9.03.1955 e trasferito a Treviso il 25.06.1958,dove entrò il 03.08.1958; nominato Assistente al Soglio Pontificio il 20.09.1980. Mons. Mistrorigo era Vescovo emerito di Treviso dall'11.02.1989.
La sua principale preoccupazione e occupazione fu sempre la divina liturgia, sia prima che dopo il Concilio Vaticano II.
Dal 1962 al 1965 partecipò come vescovo alle sessioni del Concilio, dando il suo contributo soprattutto alla questione della riforma liturgica.
Presidente della Commissione episcopale per la liturgia (CEI), per molto tempo è stato anche presidente dell’Associazione italiana Santa Cecilia, per lo studio e lo sviluppo della musica sacra.
Curò parecchie edizioni liturgiche, 159 titoli in tutto, e libri per diffondere il canto gregoriano dopo la promulgazione di Sacrosanctum Concilium. Di un certo pregio il suo Dizionario Liturgico-pastorale, pubblicato nel 1977 e il Messalino festivo per la Messa, ristampato nel 2007 in occasione dell'uscita di Summorum Pontificum.
Uno dei messalini bilingui curato da Sua Ecc. Mons. Antonio
Come ricordo personale aggiungo la sua delicatezza unita al suo indomito desiderio di passare alle nuove generazioni di preti e religiosi il suo amore e il fuoco della divina liturgia. Appena da un anno vescovo emerito di Treviso, nel 1990-91, il monsignore ancora in ottima forma, veniva spessissimo al convento di San Francesco dei frati minori Conventuali di Treviso. Lì, oltre a presiedere spesso e volentieri le solenni celebrazioni, curava personalmente la preparazione liturgica dei giovani e numerosi postulanti (eravamo più di 20). Ci riuniva per le lezioni teoriche e poi si passava insieme in sacrestia e in chiesa per le lezioni pratiche. Mons. Antonio sapeva bene che la liturgia, in particolare quella pontificale, può mettere in soggezione i giovani seminaristi. E con la massima bontà e pazienza faceva le prove che ogni parroco farebbe con i suoi chierichetti, senza tralasciare di insegnare ai futuri cerimonieri quelle cose che diventano semplici con l'esperienza: come mettere e togliere la mitria al vescovo, facendo in modo che le infule cadano bene all'indietro. Si sedeva e chiamava il candidato di turno a imporgli e togliergli il copricapo, cosicché durante la celebrazione tutto fosse svolto con la massima serenità, scioltezza e compostezza. Non era una "mania" di perfezionismo, e questo lo si sentiva nelle sue spiegazioni. Era un modo per far entrare la nuova generazione di chierici nella preghiera liturgica, che non è solo conoscenza astratta, è anche azione, spostamento, oggetti e canti. Con i suoi consigli e la sua esperienza anche le elaborate liturgie pasquali venivano vissute senza ansia di sbagliare, ma con la compostezza e l'atmosfera orante che anche lui contribuiva a creare. Come testimoniano  i tantissimi fedeli che accorrevano al tempio francescano di Treviso, che ricordo gremito (ahimè, più della cattedrale...) quando il popolo sapeva che avrebbe celebrato il Vescovo emerito.

lunedì 9 gennaio 2012

Verso la settimana di preghiera per l'unità dei Cristiani: informazione e formazione per i sacerdoti

Chi vive la sua fede o esercita il ministero sacerdotale presso una parrocchia di città o un santuario, soprattutto in quelli più frequentati, sa bene quanti fedeli ortodossi, in particolare ucraini e romeni, vengano in chiesa, a pregare, a chiedere una benedizione dal sacerdote, e sempre più spesso a cercare i sacramenti della Confessione e della Comunione.
Non stiamo parlano degli orientali cattolici, che ancor oggi - pure fra il clero - vengono confusi con gli ortodossi - a motivo del loro rito pressochè identico, ma dei non-cattolici, ovvero di quei cristiani, in maggioranza dall'Est Europa o dal Medio Oriente, non in piena comunione con la Chiesa Cattolica. 

Come deve regolarsi il singolo prete? Che cosa può/non può fare e che consigli deve dare? Qual è la prassi per i matrimoni misti con ortodossi? E se viene a confessarsi un ortodosso, come devo comportami? Tante domande che esigono riflessioni e risposte adeguate, per non essere né eccessivamente faciloni, né eccessivamente stretti, tanto da dimenticare che "la suprema legge della Chiesa è la salvezza delle anime". Da due anni è uscito un utilissimo vademecum della CEI, dedicato proprio a questi problemi ecumenici "pratici", dettati dalla mobilità umana e dall'immigrazione nel nostro Paese. Documento che è passato in silenzio e non è stato, probabilmente, ancora valorizzato in pieno.
Ve lo propongo, cercando di divulgarlo tra i sacerdoti, sicuro che la lettura di questo vademecum sarà di grande aiuto per impostare su più solide basi teologiche e canoniche il rapporto di cura pastorale verso gli ortodossi che frequentano le nostre chiese.

Potete sfogliarlo qui sotto o scaricarlo a questo link: VADEMECUM PER LA PASTORALE DELLE PARROCCHIE CATTOLICHE VERSO GLI ORIENTALI NON CATTOLICI

sabato 7 gennaio 2012

Giovani sacerdoti, difficoltà con il latino e desiderio di imparare la forma extraordinaria del Rito Romano

Mi scrive un giovane prete: "Caro padre... sono Don... sacerdote da tre anni... Da qualche tempo seguo il suo blog e mi sono interessato alla celebrazione della Messa tridentina. Devo confessare che purtroppo mi è molto difficile capire le rubriche e le lunghe spiegazioni del messale in latino. Non ho studiato tanto questa lingua in seminario... Pronunciare e capire le parti della Messa è meno difficoltoso, mi sembra invece molto complicato seguire tutte le prescrizioni del rito. Non è che conosce dei testi che spiegano in italiano che cosa deve fare il sacerdote?...."

Da una parte è consolante che giovanissimi confratelli nel sacerdozio si interessino alla Forma straordinaria del Rito Romano (non chiamiamola "Messa tridentina" come fanno gli americani!!).
Dall'altra parte mi rendo sempre più conto di quanto abbia ragione Benedetto XVI nel parlare di "sacerdos idoneus" nei documenti che ha emanato o fatto emanare sulla questione (cioè Summorum Pontificum e Universae Ecclesiae). C'è bisogno di formazione in tutta la vita sacerdotale, ovviamente, in particolare in quella che viene chiamata "ars celebrandi". L'apprendere a celebrare la liturgia antica insegna ai sacerdoti anche a celebrare meglio la liturgia nuova. Con più calma, con gesti misurati e composti e non "di testa propria", con la necessaria attenzione a quello che si dice e quello che si fa.
La celebrazione nella forma straordinaria ha quindi - come minimo - un alto valore educativo per il presbitero, perché è molto esigente e chiede di essere conosciuta bene. Inoltre la lingua latina costringe, intanto, a ripassare la lingua della Chiesa occidentale, e poi a leggere prima di ogni celebrazione almeno tutto il Proprio della Messa del giorno, sia le letture che le orazioni, per poterle capire e leggere con senso (si dovrebbe fare anche se si celebra in italiano, ma quanti - con la scusa del tempo - lo fanno davvero?).
E veniamo alla domanda del nostro Don. Sì, ci sono parecchie risorse, anche in Internet, per studiare la celebrazione della Messa in forma straordinaria. 
Per la particolare necessità espressa, posso segnalare il sussidio composto recentemente (novembre 2011) dal carmelitano p. Giorgio Maria Faré Apprendere la celebrazione della  "Messa Bassa".  E' un utile compendio riassuntivo delle parole, pronuncia, posizione e movimenti del celebrante nella Messa letta (detta anche "Messa Bassa"), secondo le norme del Messale Romano del 1962. Molto preciso e dettagliato, risponde ad ogni dubbio.
A qualcuno potrà parere eccessivamente "rubricistico". Bisogna tuttavia tener conto che la mens del rito romano tradizionale non è una rigidità formalistica fine a se stessa, ma una fedeltà all'uniforme esecuzione dei riti e delle preghiere, in modo che l'attenzione dei fedeli non sia distratta da "novità" o "individuali peculiarità" di questo o quel prete, ma abbia la possibilità di concentrarsi esclusivamente sulla ripresentazione sacramentale dei Misteri di Cristo e sul loro significato. Sono il rito e le preci a dover "parlare", non la personalità più o meno dotata del sacerdote.

Non sottovaluterei, poi, per un ripasso visivo, anche gli utili video che si trovano su Maranatha.it

Se - comunque - si ha la possibilità di imparare da un altro sacerdote, magari anziano, e di lasciarsi istruire e correggere da lui, questa rimane certo la migliore opzione.

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