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martedì 12 marzo 2013

Conclave-Replay: per chi si fosse perso la processione e l' "extra omnes"

Per chi si fosse perso le immagini e i suoni di questa storica giornata, ecco in aiuto Youtube, che ci restituisce alcuni scampoli di Conclave. Nel sito Vaticano trovate, se vi interessa, l'intera replica della Messa di stamattina, l'inizio del Conclave del pomeriggio e l'attesa della fumata (nera).

La partenza della processione dei Cardinali dalla Cappella Paolina alla Cappella Sistina:

Il giuramento dei singoli Cardinali:


Al termine del solenne giuramento, Mons. Marini invita tutti i non "addetti ai lavori" ad uscire:

lunedì 11 marzo 2013

Papa Ratzinger a proposito di San Giuseppe e i pastori della Chiesa

All'Angelus del 19 dicembre 2010, Papa Benedetto XVI esprimeva una considerazione a proposito di San Giuseppe, delle sue qualità di "uomo giusto", come ispirazione per i pastori della Chiesa. Essi, ci fa capire il Papa secondo la tipologia, si devono prendere cura della Famiglia di Dio come san Giuseppe, senza "contaminare" la Sposa santa, la Chiesa stessa, di cui Maria Vergine è immagine perfetta.
I Cardinali che domani si riuniscono in Conclave ci donino un Papa come il santo Carpentiere: "uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, non segue il proprio progetto, ma si affida totalmente all’infinita misericordia di Colui che avvera le profezie e apre il tempo della salvezza":


Ecco qui la trascrizione del discorso del Papa:
San Giuseppe viene presentato come “uomo giusto” (Mt 1,19), fedele alla legge di Dio, disponibile a compiere la sua volontà. Per questo entra nel mistero dell’Incarnazione dopo che un angelo del Signore, apparsogli in sogno, gli annuncia: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Abbandonato il pensiero di ripudiare in segreto Maria, egli la prende con sé, perché ora i suoi occhi vedono in lei l’opera di Dio.
Sant’Ambrogio commenta che “in Giuseppe ci fu l’amabilità e la figura del giusto, per rendere più degna la sua qualità di testimone” (Exp. Ev. sec. Lucam II, 5: CCL 14,32-33). Egli – prosegue Ambrogio – “non avrebbe potuto contaminare il tempio dello Spirito Santo, la Madre del Signore, il grembo fecondato dal mistero” (ibid., II, 6: CCL 14,33). Pur avendo provato turbamento, Giuseppe agisce “come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”, certo di compiere la cosa giusta. Anche mettendo il nome di “Gesù” a quel Bambino che regge tutto l’universo, egli si colloca nella schiera dei servitori umili e fedeli, simile agli angeli e ai profeti, simile ai martiri e agli apostoli – come cantano antichi inni orientali. San Giuseppe annuncia i prodigi del Signore, testimoniando la verginità di Maria, l’azione gratuita di Dio, e custodendo la vita terrena del Messia. Veneriamo dunque il padre legale di Gesù (cfr CCC, 532), perché in lui si profila l’uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, non segue il proprio progetto, ma si affida totalmente all’infinita misericordia di Colui che avvera le profezie e apre il tempo della salvezza.
Cari amici, a san Giuseppe, patrono universale della Chiesa, desidero affidare tutti i Pastori, esortandoli ad offrire “ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo” (Lettera Indizione Anno Sacerdotale). Possa la nostra vita aderire sempre più alla Persona di Gesù, proprio perché “Colui che è il Verbo assume Egli stesso un corpo, viene da Dio come uomo e attira a sé l’intera esistenza umana, la porta dentro la parola di Dio” (Gesù di Nazaret, Milano 2007, 383).

domenica 10 marzo 2013

Novena a San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, per l'elezione di un buon Papa

G. Rollini- SAN GIUSEPPE, Basilica del Sacro Cuore- Roma
Il 19 marzo cade la Solennità di San Giuseppe, e sarà probabilmente il giorno scelto per l'inizio del Ministero Petrino del nuovo Papa. L'elezione del Pontefice avverrà durante i giorni della novena in preparazione alla festa del custode e padre putativo di Gesù, sposo castissimo della Vergine Maria. Ben a ragione san Giuseppe è anche patrono della Chiesa universale, che è il Corpo mistico di Cristo: lui che ha allevato e custodito il Capo e Fondatore della Chiesa per volontà dell Padre celeste, è certo il migliore protettore anche del Corpo. Lui che ha curato e difeso la Vergine Maria, non può non venire in soccorso della Santa Chiesa, di cui Maria è immagine e annuncio di piena realizzazione.
L'indimenticabile Papa Ratzinger ha il nome di san Giuseppe, e siamo certi che in questi giorni pregherà in modo del tutto speciale il suo patrono in cielo, affidando a lui la tutela della Chiesa che attende il Successore di Pietro.
Anche noi possiamo ricordare quotidianamente il fedele e silenzioso santo falegname di Nazareth, perché vegli sulla famiglia ecclesiale come veglio sulla Sacra Famiglia. Ecco la preghiera scritta da Papa Leone XIII in onore del Santo, assai adatta a questi giorni di novena:
A te o beato, Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, dopo quello della tua santissima Sposa. Per quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all’Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, guarda, ti preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue, e con il tuo potere e aiuto, vieni incontro ai nostri bisogni. Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo: allontana da noi, o Padre amatissimo, gli errori e i vizi che rovinano il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore: e come un tempo scampasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la Santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità. Stendi continuamente sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché con il tuo esempio e con il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo. Amen.

sabato 9 marzo 2013

La preghiera dei Concili e dei Conclavi per prendere le giuste decisioni


Durante le Congregazioni generali e all’inizio del Conclave i Cardinali recitano una particolare e antica preghiera intitolata Ádsumus, dalla parola con cui si apre. “Una preghiera solitamente poco nota e però di grande valore, e in un certo senso di particolare interesse”, la definisce il Cardinal Attilio Nicora. È sua la riflessione che vi propongo a commento del testo latino e italiano di questa veneranda formula di invocazione allo Spirito Santo prima di compiere grandi decisioni collegiali.

ADSUMUS
Adsumus, Dómine, Sancte Spíritus,
ádsumus peccáti quidem immanitáte deténti, sed in nómine tuo speciáliter congregáti.
Veni ad nos et esto nobíscum; et dignáre illábi córdibus nostris: doce nos quid agámus, quo gradiámur, et osténde quid effícere debeámus ut, te auxiliánte, tibi in ómnibus placére valeámus.
Esto solus suggéstor et efféctor iudiciórum nostrórum, qui solus cum Deo Patre et eius Fílio nomen póssides gloriósum.
Non nos patiáris perturbatóres esse iustítiae, qui summam díligis aequitátem.
Non in sinístrum nos ignorántia trahat, non favor infléctat, non accéptio múneris vel persónae corrúmpat, sed iunge nos tibi efficáciter solíus tuae grátiae dono, ut simus in te unum et in nullum deviémus a vero, quátenus in nómine tuo collécti sic in cunctis teneámus cum moderámine pietátis iustítiam, ut et hic a te in nullo disséntiat senténtia nostra, et in futúrum pro bene gestis consequámur praemia sempitérna.
AMEN
ADSUMUS
Siamo qui dinnanzi a te, o Spirito Santo Signore; siamo qui oppressi dall'enormità del nostro peccato ma riuniti in modo speciale nel tuo nome.
Vieni a noi e resta con noi; degnati di penetrare nei nostri cuori.
Insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, indicaci il cammino da seguire, e mostraci come operare perché con il tuo aiuto possiamo piacerti in tutto 
Sii tu solo a suggerire e a portare a compimento le nostre decisioni, perché tu solo, con Dio Padre e con il Figlio suo, hai un nome santo e glorioso.
Non permettere che sia lesa da noi la giustizia, tu che ami la perfetta equità.
Non ci faccia deviare l'ignoranza, non ci renda parziali l'umana simpatia, non c'influenzino cariche o persone; tienici invece fortemente stretti a te col dono della tua grazia, perché siamo una cosa sola in te e in nulla ci discostiamo dalla verità.
Proprio perché riuniti nel tuo nome, fa' che sempre sappiamo praticare la giustizia temperandola con la pietà così che quaggiù il nostro giudizio non si discosti mai dal tuo,e un giorno ci sia dato, per le nostre responsabilità ben adempiute, il premio eterno.
AMEN


Siamo qui davanti a Te, Spirito Santo Signore.
Riflessione del Card. Attilio Nicora (Ortona 11 maggio 2007)

La preghiera è individuata dalla parola iniziale: “Adsumus” che vuol dire “sumus ad”, siamo davanti, presso lo Spirito Santo Signore. È una preghiera sorta nella seconda metà del VII secolo d.C. in ambiente iberico. La Spagna di allora aveva caratteristiche romano-visigotiche a seguito dei
fenomeni di progressiva fusione tra l’antico ceppo latino e il sopravvenire dei popoli che erano stati chiamati barbari, ma che a poco a poco creavano sintesi inedite e nuovi equilibri, anche con la freschezza e la vivacità della loro diversa origine.
La preghiera non ha un autore sicuramente identificato: viene attribuita al grande padre della Chiesa Isidoro di Siviglia oppure, da altri, al vescovo di Toledo, Eugenio

Ma questo interessa poco. Interessa di più ricordare che progressivamente questa preghiera venne usata nei concilii provinciali, cioè nelle riunioni dei vescovi delle diocesi appartenenti ad una provincia ecclesiastica sotto la guida di un metropolita. Allora era molto sentita questa struttura ecclesiastica -vescovo metropolita con i suoi vescovi suffraganei- ben rispondente alle necessità pastorali ed a volte anche temporali di certi territori particolarmente caratterizzati dal punto di vista del contesto culturale, sociale e politico. Questi vescovi ogni tanto si ritrovavano per discutere, riflettere e soprattutto per prendere decisioni in rapporto al buon governo delle loro Chiese particolari, in spirito di comunione. Ovviamente per prima cosa avvertivano il bisogno di pregare Dio perché il loro riunirsi per confrontarsi e deliberare non poteva essere soltanto affare umano: era l’espressione di una responsabilità anzitutto cristiana ed ecclesiale. 
La preghiera, usata inizialmente nei concili provinciali, ebbe poi una sua storia secolare. Nei secoli più recenti essa si è universalmente affermata diventando la preghiera caratteristica non soltanto dei concili particolari, tenuti dai vescovi in diversi luoghi del mondo, ma soprattutto del Concilio Vaticano II; l’Adsumus era la preghiera che apriva le sessioni del Concilio. Inoltre questa preghiera è abitualmente recitata nei tribunali ecclesiastici, quando i giudici si riuniscono per decidere la sentenza; e dalle recenti indicazioni liturgiche è suggerita per le riunioni pastorali. 
È interessante peraltro rilevare che in una società che avvertiva profondamente l’ispirazione cristiana, come quella medioevale, questa preghiera fu valorizzata anche in alcuni momenti di assemblea civica. È dunque un testo che è stato pregato anche da cristiani – allora tutti si ritenevano cristiani – che si riunivano per deliberare non soltanto intorno a questioni di Chiesa, ma anche a problemi afferenti il bene comune civile. Il timbro dominante della preghiera rimane proprio delle decisioni ecclesiali, però, con prudente analogia, si può leggerla con riferimento anche a responsabilità civili in vista del bene comune generale.

Analizziamo il testo.
1. Notiamo anzitutto che la preghiera è rivolta allo Spirito Santo: Adsumus, Domine Sancte Spiritus, ossia: siamo qui dinanzi a te, o Spirito Santo Signore, cosa assai singolare, perché nella liturgia pubblica normalmente la preghiera è rivolta al Padre, mediante Gesù Cristo nello Spirito Santo; qualche rara volta, specie nelle liturgie più recenti, è rivolta a Gesù Cristo - pensiamo alla solennità del Corpus Domini o del Cuore di Gesù-; rarissimamente è rivolta in maniera diretta allo Spirito Santo. Ci si potrebbe domandare come mai. È probabile che questo riferirsi direttamente allo Spirito Santo derivi dalla consapevolezza, molto presente nella coscienza dei vescovi, che lo Spirito Santo è stato fin dall’inizio all’origine del compito apostolico. Lo Spirito Santo fu effuso in pienezza a Pentecoste sugli undici riuniti con Maria nel cenacolo (cf. At 2,1-13). Lo Spirito Santo fu presente al primo concilio ecumenico, quello di Gerusalemme. “È parso bene allo Spirito Santo e a noi stabilire quanto segue…” (At 15, 28). Ma soprattutto lo Spirito Santo è caratteristicamente in azione nella ordinazione sacramentale del vescovo: la formula essenziale del rito di ordinazione di un vescovo è un’invocazione rivolta al Padre in questi termini “Et nunc effunde super hunc electum”, ossia effondi sopra a costui che è stato scelto da te, “eam virtutem quae a te est, Spiritum principalem”, quella forza che viene da te, cioè lo Spiritus principalis, che è lo Spirito Santo in quanto ispiratore efficace dell’azione di chi governa nella Chiesa.
Princeps-principalis allude qui al governo di chi è capo nella Chiesa, cioè al governo pastorale. La grazia domandata nell’ordinazione per il vescovo è questo Spirito Santo che abilita a governare. 
Da un vescovo quindi ci si deve attendere il governo della Chiesa particolare e della Chiesa universale in comunione con tutti i vescovi e con il Papa.
Sappiamo anche noi oggi, che lo Spirito Santo è principio permanente di un’autentica e matura vita cristiana, lo abbiamo ricevuto nel Battesimo e nella Cresima e ci viene dato come frutto continuo nell’Eucaristia che ci fa “un solo corpo e un solo Spirito” (Preghiera eucaristica III). Nella  Cresima, in particolare, ci è stato effuso con larghezza come Spirito Paraclito, cioè Spirito di sapienza e di intelletto, di consiglio e di fortezza, di scienza e di pietà, e di santo timore di Dio. Non stupisce perciò che ci si rivolga almeno una volta direttamente a questo Spirito Santo, che è Dominus, cioè Signore, è Dio, è la terza persona della Santa Trinità.

2. Una seconda considerazione. Il movimento della preghiera, Siamo qui dinanzi a Te: l’assemblea che inizia a riunirsi costituisce una trama orizzontale ma avverte il bisogno di aprirsi alla dimensione verticale, verso Dio. Perché questa congiunzione tra movimento orizzontale e verticale? Lo dice la preghiera stessa: “siamo qui oppressi dall’enormità del nostro peccato ma riuniti in modo speciale nel tuo nome”. La dimensione orizzontale da sola rivela solo una somma di soggetti “peccati quidem immanitate detenti”, bloccati dall’enormità del loro peccato. 
Essi resterebbero “detenti”, trattenuti e oppressi dal loro peccato, se dipendesse soltanto da loro fare qualcosa. Ma essi possono  congregarsi, convenire insieme,uscendo fuori dalle sbarre proprio nel nome dello Spirito Santo, perchè riuniti “specialiter” nel suo nome, domandano in modo particolare la sua assistenza. 
V’è dunque una forte sottolineatura dell’assoluta necessità dell’azione dello Spirito Santo, perché se mancasse Lui  non ci si potrebbe riunire per deliberare secondo giustizia ed equità. Dunque soltanto “in Nomine tuo specialiter congregati” o, come dice più avanti la preghiera, “in Nomine tuo collecti” si può configurare un’assemblea deliberante degna e responsabile. 

3. Un terzo punto. Come risulta descritta l’azione dello Spirito Santo? Noi siamo dinanzi a Lui ma gli chiediamo di venire a noi (“Veni ad nos”), di stare con noi (“esto nobiscum”), nei nostri cuori (“dignare illàbi cordibus nostris)”. Noi possiamo al massimo stare davanti a Dio, ma tutta l’azione positiva è svolta da Lui, che si muove verso noi, viene, sta con noi, ci accompagna e penetra estensivamente nel cuore. Ma non basta: entrato così dentro di noi, lo  Spirito Santo fa ciò che gli chiediamo: insegnaci tu ciò che dobbiamo fare (“Doce nos quid agamus”), indicaci il cammino da seguire (“quo gradiamur”), mostraci come operare (“et ostende quid efficere debeamus”). Lo Spirito Santo suggerisce e rende efficaci le volontà decisionali. 
Tu solo puoi suggerire ciò che è da fare (“effector”), in concreto, e tu solo puoi rendere il nostro giudizio una decisione efficace che non stravolge la giustizia. Lo Spirito Santo non tollera che noi diventiamo gente che stravolge la giustizia (“Non nos patiaris perturbatores esse iustitiae”); Egli anzi resiste attivamente, contrasta efficacemente la nostra inclinazione deviante e addirittura per dono di grazia ci unisce a sé (“sed iunge nos Tibi efficaciter solius Tuae gratiae dono”). È il massimo: Egli ci unisce profondamente a sé al punto tale che Lui stesso agisce attraverso noi suoi discepoli, docili ai suoi suggerimenti e alla potenza che viene da Lui per avere il coraggio di decidere, e di portare a compimento le decisioni, secondo giustizia ed equità.
Nell’azione dello Spirito Santo secondo il testo della preghiera, possiamo distinguere un’attività che Egli opera in negativo e un’azione che Egli esprime in positivo. 
In negativo: in un’assemblea riunita nel suo nome Egli evita che si devii dalla verità (“in nullo deviemus a vero”), evita che l’assemblea perturbi la giustizia (“perturbatores esse iustitiae”), evita che si prendano decisioni sbagliate per ignoranza (“non in sinistrum nos ignorantia trahat”), o parziali a motivo del favoritismo (“non favor inflectat”), o ingiuste per spirito di corruzione (“non acceptio muneris vel personae currumpat”. Questa è “l’azione di contrasto” dello Spirito Santo. 
In positivo: lo Spirito Santo fa sì che in tutto noi si piaccia a Lui (“ut, Te auxiliante, Tibi in omnibus placere valeamus”), come sarebbe logico dal momento che Egli ci ha uniti e riuniti a sé (“iunge nos Tibi”): l’assemblea dovrebbe respirare, fare, decidere in perfetta sintonia con Lui sì da piacergli in tutto. Lo Spirito Santo fa poi coincidere la nostra valutazione/decisione con quella di Dio (“ut in nullo dissentiat sententia nostra”). L’ideale è che la nostra “sententia”, cioè valutazione/decisione, sotto nessun  profilo sia in contrasto con il pensiero di Dio e con la sua volontà. Infine lo Spirito Santo – punto caratteristico della preghiera di una assemblea deliberante – fa sì che nel risolvere ogni questione noi pratichiamo la giustizia temperata dalla pietà (“sic in cunctis teneamus cum moderamine pietatis iustitiam”). Sposare insieme la giustizia e la pietà: è il compito dell’assemblea deliberante. E per questo lo Spirito Santo è dato. 
San Zeno, vescovo di Verona (sec. IV), così delineava questo aspetto: «Iustitia distribuit, pietas ministrat». La giustizia ha il compito di distribuire, di dare a ciascuno il suo - ed è cosa altissima, perché significa riconoscere che tu sei tu e che ci sono dei diritti che ti appartengono naturalmente in forza della dignità della tua persona, chiunque tu sia. Ma nel momento in cui sottolineo il “dare a ciascuno il suo” lo distinguo anche da me e in qualche modo lo separo: lui è un altro. C’è un movimento centrifugo rispetto a me.
Se ci si muovesse soltanto in questa direzione, l’esito sarebbe anonimo, burocratico, freddo, perché ciascuno sarebbe “altro” ma secondo un’astratta valutazione di legge, senza volto e senza nome, solo “soggetto di diritti”. La legge umana procede per medie. Non si fanno leggi per una persona sola, ma per una generalità di comportamenti e con disposizioni che riguardano un numero indefinito di persone. Il nome e il volto normalmente non hanno rilievo nella legge, proprio perché essa è per sua natura generale ed astratta. Se dunque si operasse soltanto in questa direzione certamente sarebbe valorizzato l’io di tutti gli altri in quanto altri da me, portatori di diritti soggettivi, ma sparirebbero i volti, e dal punto di vista dell’umanizzazione delle relazioni sociali l’esito sarebbe ambiguo e precario. Qui c’è forse la radice della crisi dello “Stato assistenziale”, a ben vedere; la vera crisi non è solo economica, ma deriva dal fatto che si è immaginato che con i diritti e le provvidenze si sarebbero risolti tutti i problemi. 
Occorre invece che la “pietas” si intrecci con la giustizia (iustitia distribuit, pietas ministrat). “Ministrare” è un verbo tipicamente cristiano: descrive l’azione del servitore che premurosamente si affretta, quando giunge il padrone, a provvedere con sollecitudine alle sue necessità. Il  ministrare cristiano è l’attenzione a servire premurosamente l’altro guardandolo nel volto e chiamandolo per nome, cosa che la burocrazia non fa. Per la burocrazia tu sei “un numero”, non sei un nome, sei “un letto” non sei un malato, sei “una posizione” non sei un bisognoso. È solo la “pietas” che vede il volto, chiama per nome e sollecitamente serve. Ecco il senso stimolante di questo punto della preghiera. 
Infine lo Spirito Santo c’è per suggerire le soluzioni e per “efficere”, per far sì che diventino decisioni efficaci (“Esto solus suggestor et effector iudiciorum nostrorum”).

4. Da ultimo non si può tacere la bellissima prospettiva escatologica espressa dall’Adsumus: quaggiù e in futuro (“hic et in futuro”). Quaggiù domandiamo che il nostro giudizio si conformi a quello di Dio. E in futuro aspettiamo che per le cose fatte bene (“pro bene gestis”), per le nostre responsabilità ben esercitate, “consequamur praemia sempiterna”, ci sia dato il premio eterno. Allora finalmente capiremo ciò che era vero e ciò che era ambiguo, ciò che resta come valore, come bene, e ciò che deve sparire perché non ha fatto andare avanti nulla che valesse davvero la pena di durare. Vedremo finalmente oltre alle nostre miserie,delle quali peraltro non avremo la possibilità di arrossire perché ormai saremo nelle gioia, anche il molto bene che non avremmo mai sospettato ci fosse in tante persone, le intenzioni buone anche dei nostri avversari, la volontà di far qualcosa di costruttivo presente anche in quelli che ci hanno fatto perdere sere e sere in discussioni consiliari apparentemente inutili... Tutto vedremo e comprenderemo, e gioiremo di questo.” Ogni assemblea di cristiani dovrebbe esprimersi come corpo unitario (“Ut simus in Te unum”) fondendo i pensieri, i giudizi e le volontà, e così arrivando alla “sententia”, cioè a una decisione comune. La preghiera dell’Adsumus ci insegna che solo lo Spirito Santo ci può unire, e solo se uniti in Lui si può non deviare dal vero, non tradire la giustizia, tenere insieme giustizia e pietà, pensare e volere secondo Dio, come cristiani che insieme cercano faticosamente il bene di tutti. 
Qui sta la radice, il senso e la condizione dell’unità tra i cattolici anche nell’affrontare le grandi questioni civili di oggi. La nostra unità, in Te Spirito Santo, non farà prevalere i nostri pensieri meschini e i nostri inconfessati interessi, non ci farà adorare idoli culturali e politici di volta in volta ammalianti. Uniti a Te possiamo vivere l’umile fierezza della nostra grande storia di passione e di servizio per il bene di tutti. 
Che l’amore alla causa cattolica ci sproni a creare insieme cose “belle e utili per gli uomini” (Tito 3,8), ispirandoci alla dottrina sociale della Chiesa e non correndo dietro alle pretese della “gente” ma interpretando le attese più autentiche di un “popolo”.

venerdì 8 marzo 2013

12 marzo: Inizio del Conclave

Il 12 marzo, martedì pomeriggio, dopo la celebrazione mattutina della Messa pro eligendo Pontifice, i padri Cardinali entreranno in Conclave per eleggere il Successore di Pietro. Così il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede:
L’ottava Congregazione Generale del Collegio dei Cardinali ha deciso che il Conclave per l’elezione del Papa inizierà martedì 12 marzo 2013.
Al mattino nella Basilica di S. Pietro sarà celebrata la Messa "pro eligendo Romano Pontifice". Nel pomeriggio avverrà l’ingresso dei cardinali in Conclave.
Ricordo che il 12 marzo, per coincidenza, commemoriamo la data della morte di San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa del VI sec., (celebrato in questo giorno nella Forma straordinaria del Rito Romano). Il martirologio riporta che il 12 marzo è anche la data della nascita al cielo di un altro santo Papa: Innocenzo I, il Papa che scomunicò Pelagio e i pelagiani, e consolò i romani dopo il sacco di Roma del 410 ad opera di Alarico. L'impero romano  finiva e la Chiesa era l'unica a rimanere col popolo.
Che San Gregorio Magno e sant'Innocenzo intercedano per il nuovo Papa!

giovedì 7 marzo 2013

Magistrale articolo di Magister: papale papale!

Oggi sul blog Chiesa.espresso di Sandro Magister è apparso un pezzo davvero spettacolare, sia per chiarezza che per lucidità, oltre che per informazioni ben fondate sulla conoscenza delle cose romane/vaticane. E' tutto da leggere, soprattutto per la limpida analisi dei desideri di chi vuole un papa "debole" che "lasci fare" e di chi preferisce uno che continui il lavoro interrotto di Benedetto XVI.  I ratzingeriani (e oggi non lo sono forse un po' tutti?) non possono che pregare molto perché Magister, alla fine, possa aver ragione e non prevalga invece la logica politica (anche quella che cerca di squalificare il "Papa Americano" con le profezie inventate....). Però dobbiamo anche ricordare che ci sono cardinali ratzingeriani anche fuori degli USA. In un altro continente, per es., c'è un cardinale che qualcuno chiama "un Ratzinger molto abbronzato".... Ma io non faccio nomi :-)
E ora a voi il piacere della lettura di questa "bomba" di endoresment esplosa oggi nella rete:
Il cardinal T. Dolan       -        Il cardinal  S. O'Malley
Un americano a Roma, verso la cattedra di Pietro
Forse l'arcivescovo di New York. Oppure quello di Boston. Nel solco di Benedetto XVI, con in più la frusta contro il malgoverno. Ma la curia resiste e contrattacca, spingendo avanti un cardinale brasiliano di sua fiducia
di Sandro Magister

ROMA, 7 marzo 2013 – La scommessa più facile è che il prossimo papa non sarà italiano. Ma nemmeno europeo, africano, asiatico. Per la prima volta nella bimillenaria storia della Chiesa il successore di Pietro potrebbe venire dalle Americhe. O a voler azzardare una previsione più mirata: dalla Grande Mela.

Timothy Michael Dolan, arcivescovo di New York, 63 anni, è un omone del Midwest dal sorriso radioso e dal vigore straripante, proprio quel "vigore sia del corpo che dell'animo" che Joseph Ratzinger ha riconosciuto di aver perduto e ha definito necessario per il suo successore, al fine di bene "governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo".

Nell'atto di rinuncia di Benedetto XVI c'era già il titolo del programma del futuro papa. E a molti cardinali tornò presto in mente la vivacità visionaria con cui Dolan sviluppò proprio questo tema, col suo italiano "primordiale", parola sua, ma spumeggiante, nel concistoro di un anno fa, quando egli stesso, l'arcivescovo di New York, si apprestava a ricevere la porpora:

L'annuncio del Vangelo oggi
Fu un concistoro molto criticato, quello del febbraio 2012. Da settimane, documenti scottanti prendevano il volo dalle stanze vaticane e persino dalla riservatissima scrivania del papa per rovesciare in pubblico avidità, contrasti, malefatte di una curia alla deriva.

Eppure, tra i nuovi cardinali creati da Benedetto XVI, un buon numero erano italiani, erano di curia e, peggio, erano legati a filo doppio al segretario di Stato, Tarcisio Bertone, universalmente ritenuto il principale colpevole del malgoverno.

Papa Joseph Ratzinger aggiustò il tiro qualche tempo dopo, in novembre, con altre sei nomine cardinalizie tutte extraeuropee, compresa quella dell'astro nascente della Chiesa d'Asia, il filippino con madre cinese Luis Antonio Gokim Tagle.

Ma la frattura rimaneva intatta. Da una parte i feudatari di curia, in strenua difesa dei rispettivi centri di potere. Dall'altra l'ecumene di una Chiesa che non tollera più che l'annuncio del Vangelo nel mondo e il luminoso magistero di papa Benedetto siano oscurati dalle tristi narrazioni della Babilonia romana.

È la stessa frattura che caratterizza l'imminente conclave. Dolan è il candidato tipo che rappresenta la svolta purificatrice. Non l'unico ma certamente il più rappresentativo e audace.

Sul fronte avverso, però, i magnati di curia fanno muro e contrattaccano. Non spingono avanti qualcuno di loro, sanno che così la partita sarebbe persa in partenza. Fiutano l'aria che tira nel collegio cardinalizio e puntano anch'essi lontano da Roma, al di là dell'Atlantico, non al nord ma al sud dell'America.

Guardano a San Paolo del Brasile, dove c'è un cardinale nato da emigrati tedeschi, Odilo Pedro Scherer, 64 anni, che in curia conoscono bene, che è stato per anni a Roma a servizio del cardinale Giovanni Battista Re, quando questi era prefetto della congregazione per i vescovi, e che oggi fa parte del consiglio cardinalizio di vigilanza sullo IOR, la "banca" vaticana, riconfermato pochi giorni fa, con Bertone suo presidente.

Scherer è il candidato perfetto di questa manovra tutta romana e curiale. Non importa che in Brasile non sia popolare, nemmeno tra i vescovi, che chiamati ad eleggere il presidente della loro conferenza, due anni fa, lo bocciarono senza appello. Né che non brilli come arcivescovo della grande San Paolo, capitale economica del paese.

L'importante, per i magnati curiali, è che sia docile e grigio. L'aureola progressista che ammanta la sua candidatura è di derivazione puramente geografica, ma giova anch'essa per accendere in qualche ingenuo porporato il vanto di eleggere il "primo papa latinoamericano".

Come nel conclave del 2005 i voti dei curiali e dei sostenitori del cardinale Carlo Maria Martini si riversarono assieme sull'argentino Jorge Bergoglio, nel tentativo fallito di bloccare l'elezione di Ratzinger, anche questa volta potrebbe avvenire un analogo connubio. Curiali e progressisti uniti sul nome di Scherer, con quel pochissimo che resta degli ex martiniani, da Roger Mahony a Godfried Danneels, entrambi oggi sotto tiro per la cedevole loro condotta nello scandalo dei preti pedofili.

Il papa che piace ai curiali e ai progressisti è per definizione debole. Piace ai primi perché li lascia fare. E ai secondi perché dà spazio al loro sogno di una Chiesa "democratica", governata "dal basso".

Non deve stupire che un esponente di grido del cattolicesimo progressista mondiale, lo storico Alberto Melloni, abbia auspicato sul "Corriere della Sera" del 25 febbraio che dal prossimo conclave esca non un "papa sceriffo" ma "un papa pastore", abbia deriso il cardinale Dolan e abbia indicato proprio in quattro magnati di curia i cardinali a suo giudizio più "capaci di comprendere la realtà" e di determinare "l'esito effettivo del conclave": gli italiani Giovanni Battista Re, Giuseppe Bertello, Ferdinando Filoni "e ovviamente Tarcisio Bertone".

Cioè esattamente quelli che stanno orchestrando l'operazione Scherer. Ai quattro andrebbe aggiunto l'argentino di curia Leonardo Sandri, del quale si fa correre voce che sarà il futuro segretario di Stato.

Per una curia siffatta, la sola ipotesi dell'elezione di Dolan è foriera di terrore. Ma Dolan papa imprimerebbe una scossa anche a quella Chiesa fatta di vescovi, di preti, di fedeli che non hanno mai accettato il magistero di Benedetto XVI, il suo ritorno energico agli articoli del "Credo", ai fondamentali della fede cristiana, al senso del mistero nella liturgia.

Dolan è, nella dottrina, un ratzingeriano a tutto tondo, con in più la dote del grande comunicatore. Ma lo è anche nella visione dell'uomo e del mondo. E nel ruolo pubblico che la Chiesa è chiamata a svolgere nella società.

Negli Stati Uniti è alla testa di quella squadra di vescovi "affermativi" che hanno segnato la rinascita della Chiesa cattolica dopo decenni di soggezione alle culture dominanti e di cedimenti al dilagare degli scandali.

In Europa e nel Nordamerica, cioè nelle regioni di più antica ma declinante cristianità, non esiste oggi una Chiesa più vitale e in ripresa di quella degli Stati Uniti. E anche più libera e critica rispetto ai poteri mondani. È svanito il tabù di una Chiesa cattolica americana che si identifica con la prima superpotenza mondiale, e quindi non potrà mai esprimere un papa.

Anzi, ciò che stupisce di questo conclave è che gli Stati Uniti offrono non uno, ma addirittura due "papabili" veri. Perché oltre a Dolan c'è l'arcivescovo di Boston, Sean Patrick O'Malley, 69 anni, con barba e saio da bravo frate cappuccino.

Il suo appartenere all'umile ordine di san Francesco non è d'ostacolo al papato né è senza precedenti illustri, perché anche il grande Giulio II, il papa di Michelangelo e di Raffaello, era francescano.

Ma ciò che più conta è che Dolan e O'Malley non sono due candidati tra loro contrapposti. I voti dell'uno possono convergere sull'altro, se necessario, perché sono entrambi portatori di un unico disegno.

Rispetto a Dolan, O'Malley ha un profilo meno risoluto per quanto riguarda le capacità di governo. E ciò potrebbe renderlo più accettabile ad alcuni cardinali, consentendo a lui di varcare quella soglia decisiva dei due terzi dei voti, 77 su 115, che potrebbe essere invece preclusa al più energico, e quindi molto più temuto, arcivescovo di New York.

Lo stesso ragionamento si potrebbe applicare a un terzo candidato, il cardinale canadese Marc Ouellet, anche lui di salda matrice ratzingeriana e ricco di talenti simili a quelli di Dolan e O'Malley, ma ancor più incerto e timido di quest'ultimo nelle decisioni operative. In un conclave che sul riordino del governo della Chiesa punta molte sue aspettative, la candidatura di Ouellet, pur presa in considerazione dai cardinali elettori, appare la più debole fra le tre nordamericane.

Col suo guardare da Roma al di là dell'Atlantico, l'imminente conclave prende atto della nuova geografia della Chiesa.

Il cardinale Ouellet è stato da giovane missionario in Colombia. Il cardinale O'Malley parla alla perfezione spagnolo e portoghese e ha sempre avuto come sua attività preminente la cura pastorale degli immigrati ispanici. Il cardinale Dolan è il capo dei vescovi di un paese che ha raggiunto le Filippine al terzo posto nel mondo per numero di cattolici, dopo Brasile e Messico. E sono "latinos" un terzo dei fedeli degli Stati Uniti, anzi, già la metà tra quelli sotto i 40 anni.

Non sorprende che i cardinali dell'America latina siano pronti a votare questi loro confratelli del nord. E con loro altri porporati di peso come l'italiano Angelo Scola, l'arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois, l'australiano George Pell.

Chiuse le porte del conclave, nel primo scrutinio potrebbero cadere su Dolan già molti voti, forse non i 47 di Ratzinger nella prima votazione del 2005, ma pur sempre parecchi.

Il seguito è ignoto.

Fonte: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350453

mercoledì 6 marzo 2013

Il papa che vorrei...Gregorio XVII


Che nome prenderà il prossimo Papa? Partecipa anche tu al sondaggio che trovi sulla barra di sinistra del blog!
Sappiamo che ogni nome è anche un'indicazione programmatica, di radici e richiami a chi l'ha eventualmente portato prima del nuovo portatore. Personalmente, in questo clima di necessaria riforma della Chiesa, di de-mondanizzazione e purificazione di Roma, con tanto bisogno per una applicazione vigorosa dei principi di una sana riforma liturgica, teologica e spirituale, mi piacerebbe tanto che il prossimo Papa si imponesse il nome di:
GREGORIO XVII
Il perché è tutto nella lista dei Pontefici con questo nome, a partire dal grandissimo Gregorio Magno, per passare allo straniero san Gregorio III, al deciso Gregorio VII, e a Gregorio IX che seppe assumere i movimenti ecclesiali del suo tempo a servizio della rivitalizzazione della Chiesa (Francescani e Domenicani), fino a Gregorio XV, papa vertice della riforma cattolica e della "nuova evangelizzazione" dell'epoca...

Ecco qui la lista di tutti i Gregori pontefici massimi:
- San Gregorio Magno (540-604), il primo papa con questo nome, il più grande e famoso. Dottore della Chiesa d’Occidente, colui che si prese cura della Chiesa dopo il definitivo crollo dell’Impero di Roma e l’arrivo dei barbari. Riformatore e codificatore della liturgia, promotore del canto che da lui prende il nome.
- San Gregorio II (669-731) grande evangelizzatore delle terre germaniche e rafforzatore dell’autorità papale nelle chiese dell’epoca.
- San Gregorio III (690-741), l’ultimo dei Papi non europei: era siriano e grande campione dell’ortodossia cattolica contro la drammatica eresia iconoclasta.
- Gregorio IV (+844) devotissimo di Tutti i Santi, dei quali propagò la festa del 1 novembre.
- Gregorio V (972-999), Papa giovanissimo e inesperto, con cui però inizia l’evangelizzazione dell’Ucraina.
- Gregorio VI (+1047), ebbe il coraggio di rinunciare al Papato (fu il quinto a farlo) e di fare penitenza per la sua nomina simoniaca.
- San Gregorio VII (1073-1085), il grande rinnovatore e moralizzatore della Chiesa ad intra, che liberò dal potere politico imperiale con la “lotta per le investiture”
- Gregorio VIII (1100-1187), nei suoi due mesi scarsi di pontificato cercò la pace nella Chiesa per combattere unita i nemici esterni.
- Gregorio IX (1170-1241) il Papa rigoroso e intransigente per la fede, che canonizzò in un lampo San Francesco, Antonio di Padova, Elisabetta d’Ungheria.
- Beato Gregorio X (1210-1276) che dopo il primo, più litigioso e lungo conclave della storia (1006 giorni) promulgò le norme che, in sostanza, regolano fino ad oggi l’elezione dei Papi.
- Gregorio XI (1330-1378) che riportò la sede papale da Avignone a Roma
- Gregorio XII (1326-1417), l’ultimo papa ad aver abdicato - nel 1415 per mettere termine al Grande Scisma d’Occidente - prima di Benedetto XVI.
- Gregorio XIII (1502-1585), il grande convertito e attuatore della riforma del Concilio di Trento,
- Gregorio XIV (1535-1591), eletto per conciliare i contrasti nella Curia Romana, uomo integro, sobrio e spirituale. Corresse la versione della Bibbia e la diffuse.
- Gregorio XV (1554-1623), papa riformatore della Curia e missionario (inventò Propaganda Fide), combattente contro i protestanti, canonizzò i grandi santi della Controriforma: Santa Teresa d'Avila, Francesco Saverio, Ignazio di Loyola e Filippo Neri.
- Gregorio XVI (1765-1846) il papa “NO TAV” della sua epoca, contrario alle ferrovie che costavano la vita a tanti operai, promotore dell’educazione e nemico degli schiavisti.

Un sorriso su "Conclave & tecnologia"

Si sa che alcuni cardinali sono affezionati al microblogging del canarino blu, più conosciuto come "Twitter". C'è chi, in preparazione al Conclave (dove si richiede completo silenzio con l'esterno), ha smesso di twittare, e chi ha addirittura chiuso l'account (forse pensa di riaprire quello pontificio...?). Comunque sia, ecco qui una vignetta che gira in rete; l'ho tradotta per i lettori italiani:

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