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giovedì 11 febbraio 2016

Tre anni fa, il giorno che cambiò la Chiesa: la rinuncia di Benedetto XVI


Sono passati tre anni dall'11 febbraio 2013, il giorno in cui - sorprendendo il mondo con un fulmine a ciel sereno - Papa Benedetto XVI annunciava la sua rinuncia al ministero petrino. La fine del pontificato era stata fissata per il 28 febbraio. Proprio in quella data è fissata una speciale giornata di preghiera per Benedetto, con Benedetto. Il Papa Emerito, prima di ritirarsi dalla scena pubblica ha chiesto più volte a tutti i fedeli di continuare a pregare per lui, mentre egli stesso avrebbe continuato a pregare per tutti noi.
"Anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio", disse Benedetto nella Declaratio di rinuncia al Ministero Petrino.
Siamo certi che la sua parte dell'accordo l'ha mantenuta. Forse tanti che nella commozione del momento avevo promesso il loro ricordo, poi hanno un po' abbandonato l'impegno. Il 28 febbraio viene a scuoterci di nuovo. Da oggi a quella data abbiamo la possibilità di ricordare il tanto bene fatto da un pontefice straordinario e indimenticato, pregando con lui e per lui.
Intanto vediamoci  questo bel video, che la devozione al Papa Emerito Benedetto ha fatto mettere insieme da chi sostiene e diffonde la giornata di preghiera:


Qui il sito promotore della Giornata di preghiera

Scarica qui i libretti in varie lingue per la preghiera

"Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità. E mi sento molto appoggiato dalla vostra simpatia. Andiamo avanti insieme con il Signore per il bene della Chiesa e del mondo".
Benedetto XVI, Saluto da Castel Gandolfo, 28 febbraio 2013

lunedì 4 maggio 2015

La "Regina della Pace" entra cent'anni fa nelle litanie per implorare la fine della I Guerra mondiale


Per implorare la pace in piena I Guerra Mondiale, Benedetto XV, nel mese dedicato alla Vergine Santa, fece aggiungere alle litanie lauretane l'invocazione "Regina della pace, prega per noi". La lettera che stabilisce questo è solo del 5 maggio 1917. Ma fin dal 1915, come ricorda lo stesso Papa, egli aveva permesso ai vescovi di aggiungere "temporaneamente" la stessa invocazione. Rileggiamo il documento che dalle parole con cui inizia (non dalla data della sua pubblicazione) prende il titolo "Il 27 aprile 1915". Nel 1916 fu coniata la medaglia che vedete nell'immagine. Rappresenta i cinque continenti presentati dal Papa alla Madonna, mentre implorano il dono della pace dalla Regina della pace che tiene in mano un ramoscello d'olivo (cliccare sull'immagine per ingrandire).

Epistola del Papa Benedetto XV al Cardinal Pietro Gasparri, Segretario di Stato, affinché i vescovi di tutto il mondo aggiungano nelle litanie lauretane l'invocazione "Regina pacis, ora pro nobis"

Signor Cardinale,
il 27 aprile 1915, con la Lettera diretta al rev. P. Crawley-Boevey, Noi estendemmo a tutti coloro i quali consacrassero la loro casa al Sacratissimo Cuore di Gesù, le Indulgenze due anni prima concesse per tale atto di pietà dal Nostro Predecessore Pio X, di venerata e santa memoria, alle famiglie della Repubblica Cilena. Ci arrideva allora, vivida e serena, la speranza che il Divin Redentore, chiamato a regnare visibilmente nei focolari domestici, vi diffondesse gl’infiniti tesori di mitezza e di umiltà del Suo Cuore amantissimo e preparasse tutti gli animi ad accogliere il paterno invito alla pace, che Ci proponevamo d’indirizzare nel Suo Augusto Nome ai popoli belligeranti ed ai loro Capi nel primo anniversario dello scoppio dell’attuale terribile guerra. L’ardore con cui le famiglie cristiane, ed anche i soldati dei varî eserciti combattenti, offrirono da quel giorno a Gesù l’omaggio di amorosa sudditanza tanto accetto al Suo Cuore Divino, accrebbe la Nostra speranza e Ci confortò a levare più alto il paterno grido di pace.

Indicammo allora ai popoli l’unica via per comporre — con onore e con beneficio di ciascuno di essi — i loro dissidi e, tracciando le basi su le quali dovrà posare, per essere duraturo, il futuro assetto degli Stati, li scongiurammo, in nome di Dio e dell’umanità, ad abbandonare i propositi di mutua distruzione e addivenire ad un giusto ed equo accordo.

Ma la Nostra voce affannosa, invocante la cessazione dell’immane conflitto, suicidio dell’Europa civile, quel giorno ed in appresso rimase inascoltata! Parve che salisse ancor più la fosca marea di odî dilagante tra le Nazioni belligeranti, e la guerra, travolgendo nel suo spaventevole turbine altri paesi, moltiplicò le rovine e le stragi.

Eppure, non venne meno la Nostra fiducia! Ella lo sa, Signor Cardinale, che ha vissuto e vive con Noi nell’ansiosa attesa della sospirata pace. Nell’inesprimibile strazio dell’animo Nostro e tra le lagrime amarissime, che versiamo sugli atroci dolori accumulati sopra i popoli combattenti da questa orribile procella, Noi amiamo sperare omai non più lontano l’auspicato giorno, nel quale tutti gli uomini, figli del medesimo Padre Celeste, torneranno a considerarsi fratelli. Le sofferenze dei popoli, divenute presso che importabili, hanno reso più acuto e intenso il generale desiderio di pace. Faccia il Divin Redentore, nell’infinita bontà del Suo Cuore, che anche negli animi dei governanti prevalgano i consigli di mitezza, e che, conscii della propria responsabilità innanzi a Dio ed innanzi all’umanità, essi non resistano più oltre alla voce dei popoli invocante la pace!

A tal fine salga a Gesù, più frequente, umile e fiduciosa, specialmente nel mese dedicato al Suo Cuore Santissimo, la preghiera della misera umana famiglia e Ne implori la cessazione del terribile flagello. Si purifichi ciascuno più spesso nel salutare lavacro della sacramentale Confessione, e all’amantissimo Cuore di Gesù, congiunto al suo nella Santa Comunione, porga con affettuosa insistenza le sue suppliche. E poiché tutte le grazie, che l’Autore d’ogni bene si degna compartire ai poveri discendenti di Adamo, vengono, per amorevole consiglio della sua Divina Provvidenza, dispensate per le mani della Vergine Santissima, Noi vogliamo che alla Gran Madre di Dio in quest’ora tremenda più che mai si volga viva e fidente la domanda dei Suoi afflittissimi figli. Diamo, quindi, a Lei, Signor Cardinale, l’incarico di far conoscere a tutti i Vescovi del mondo il Nostro ardente desiderio che si ricorra al Cuore di Gesù, trono di grazie, e che a questo trono si ricorra per mezzo di Maria. Al quale scopo Noi ordiniamo che, a cominciare dal primo dì del prossimo mese di giugno, resti fissata nelle Litanie Lauretane l’invocazione «Regina pacis, ora pro nobis», che agli Ordinarii permettemmo di aggiungervi temporaneamente col Decreto della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinarii in data del 16 novembre 1915.

Si levi, pertanto, verso Maria, che è Madre di misericordia ed onnipotente per grazia, da ogni angolo della terra, nei tempi maestosi e nelle più piccole cappelle, dalle regge e dalle ricche magioni dei grandi come dai più poveri tugurî, ove alberghi un’anima fedele, dai campi e dai mari insanguinati, la pia, devota invocazione e porti a Lei l’angoscioso grido delle madri e delle spose, il gemito dei bimbi innocenti, il sospiro di tutti i cuori bennati: muova la Sua tenera e benignissima sollecitudine ad ottenere al mondo sconvolto la bramata pace e ricordi, poi, ai secoli venturi l’efficacia della Sua intercessione e la grandezza del beneficio da Lei compartitoci.

Con questa fiducia nel cuore, Noi imploriamo da Dio su tutti i popoli, che abbracciamo con eguale affetto, le più elette grazie ed impartiamo a Lei, Signor Cardinale, e a tutti i figli Nostri la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 5 maggio 1917.

BENEDICTUS PP. XV

lunedì 27 ottobre 2014

Le ostie che sfidano le leggi del tempo: conclusi recenti esami sul miracolo eucaristico di Siena


Pubblicati i risultati degli ultimi esami scientifici sulle ostie del miracolo eucaristico di Siena, conservato nella Chiesa dei Frati minori conventuali. Ancora inspiegabile come pane di quasi 300 anni fa non mostri alcun segno di decadimento né contaminazione di nessun tipo.
Intanto con il permesso di Papa Francesco, a Siena durante l'Anno Santo eucaristico, sarà possibile ottenere una speciale indulgenza plenaria.

S.Francesco a Siena
I primi test scientifici sulle SS. Particole conservate dal 1730 nella Basilica di san Francesco a Siena furono compiuti un secolo fa, nel 1914, autorizzate da San Pio X, ovviamente con i metodi e le conoscenze dell'epoca. Ora, con nuovi strumenti e maggior precisione sono state rifatte le analisi "non invasive" su alcuni campioni di queste particole ancora intatte e incontaminate. Le analisi sono state avviate il 10 settembre scorso dopo il nulla osta dato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede all’arcivescovo di Siena monsignor Antonio Buoncristiani.

Le particole vennero rubate il 14 agosto 1730 dalla basilica di San Francesco e ritrovate tre giorni dopo, abbandonate e sporche, dentro una cassetta dell’elemosina nella chiesa di Santa Maria in Provenzano. Vennero ripulite e riportate a San Francesco, e la città fece festa organizzando processioni di ringraziamento per il sacrilegio riparato (Siena aveva addirittura sospeso il Palio, talmente scossa dal furto sacrilego). Si decise di non consumare quelle ostie consacrate, rubate e ritrovate, e nel tempo ci si rese conto che non deperivano, restando "incorrotte” nei secoli. Da allora le particole non si sono mai contaminate e vengono ancor oggi conservate intatte e venerate.
Stando, in effetti, non solo alla scienza, ma anche all’esperienza concreta (più volte si fecero, a Siena, controprove, mettendo in un recipiente accanto alle ostie prodigiose altre non consacrate e appena fatte: in breve furono tutte alterate e poi sbriciolate dal tempo), già dopo sei mesi la farina azzima si rovina gravemente e, nel giro massimo di un paio d’anni, si riduce a poltiglia e poi a polvere.
Per le ostie di Siena, il tempo non ha provocato neppure un ingiallimento, malgrado nulla mai sia stato fatto per assicurare una custodia protetta dagli agenti atmosferici o dai germi ulteriori portati dal toccarle infinite volte con le mani.
Papa san Giovanni Paolo II, nel corso della sua visita pastorale alla città di Siena il 14 settembre 1980, così si espresse di fronte alle Ostie prodigiose: "È la Presenza!".

Le particole sono risultate 225, più alcuni frammenti, come nella precedente ricognizione, si legge in una nota della curia, e sono “incontaminate” e “visibilmente in ottimo stato di conservazione”, tuttora inspiegabile in termini naturali. Le particole si sono ridotte numericamente nel tempo (da 351 che erano), per un semplice motivo: perché, fra le tante "prove" eseguite nei secoli passati, ci fu anche il comunicare con esse delle persone che ne saggiassero il gusto. Che è risultato, esso pure - come attestano i resoconti - non alterato.
Ostensorio contentente le SS. Particole del miracolo di Siena
Nei mesi passati le ostie sono state sottoposte, in tre campioni, a un’ispezione della superficie con microscopio digitale portatile, rilevazione della presenza del nucleotide ATP (adenosin-trifosfato) mediante misura con bioluminometro, test colturale, fotogrammetria a distanza ravvicinata per la ricostruzione del modello 3D delle ostie a fini documentativi. Analizzato e poi ripulito anche il contenitore di cristallo dai tecnici dell’Istituto per la Conservazione e valorizzazione dei beni culturali di Firenze del CNR. Il test colturale non ha messo in evidenza nessuna crescita microbica né dopo 7 giorni dal campionamento, né dopo 14.

Il comunicato dell'Arcidiocesi senese conclude: "Le SS. Particole continuano pertanto ad essere prodigiosamente incorrotte, un segno evidente che rafforza la fede del Popolo di Dio nell’Eucaristia, culmine e fonte di tutta la vita della Chiesa, sacramento di unità e vincolo di carità fra i cristiani".

Proseguono inoltre le iniziative dell’Anno Eucaristico diocesano, con le celebrazioni in programma nella Basilica di S. Francesco e nelle Parrocchie dell’Arcidiocesi per tutto il prossimo anno pastorale. Per l’occasione, l'Arcivescovo di Siena, tramite la Penitenzieria Apostolica, ha anche ottenuto da Papa Francesco l’Indulgenza plenaria, dal 1° novembre 2014 al 4 ottobre 2015, per tutti i fedeli che devotamente sosteranno in preghiera di adorazione dinanzi alle SS. Particole, tanto nella Basilica  dei Francescani conventuali, quanto nelle altre chiese dove saranno esposte.

Vi aggiungo un servizio video della RAI di un paio d'anni fa sul miracolo eucaristico di Siena:

domenica 5 ottobre 2014

Esclusivo: contributo del Papa Emerito Benedetto XVI per il Sinodo sulla famiglia!


Un titolo così non sarebbe sbagliato, ma mancherebbe di indicare la data di questo contributo.... comunque attira l'attenzione ;-)! Vi riporto un discorso del 2008, fatto da Papa Benedetto a Lourdes, in Francia, e rivolto proprio ai vescovi (leggi qui il discorso intero). Tratta vari argomenti che Ratzinger riteneva (e certamente ritiene tuttora) di importanza capitale. Chissà se almeno i vescovi francesi porteranno nella loro valigetta anche questa pagina luminosa e chiarissima del recente magistero papale. Non sono passati secoli... quello che era vero 6 anni fa, sarà ancora vero oggi? O la Chiesa ha cambiato missione e verità improvvisamente? Vogliamo continuare ad andare controcorrente per il bene del mondo o i nostri vescovi decideranno che è ora di andare come il mondo suggerisce?
Duqneu, dopo aver trattato di problemi del sacerdozio, Papa Ratzinger proseguiva così la sua allocuzione alla Conferenza Episcopale d'oltralpe:

"Quali sono gli altri campi che richiedono maggiore attenzione? Le risposte possono differire da una diocesi all’altra, ma vi è un problema che appare dappertutto di una particolare urgenza: è la situazione della famiglia. 
Sappiamo che la coppia e la famiglia affrontano oggi delle vere burrasche. Le parole dell’evangelista a proposito della barca nella tempesta in mezzo al lago possono applicarsi alla famiglia: “Il vento gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena” (Mc 4, 37). I fattori che hanno generato questa crisi sono ben conosciuti, e non mi soffermerò perciò ad elencarli. Da vari decenni le leggi hanno relativizzato in molti Paesi la sua natura di cellula primordiale della società. Spesso le leggi cercano più di adattarsi ai costumi e alle rivendicazioni di particolari individui o gruppi, che non di promuovere il bene comune della società.
L’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata alla edificazione di un benessere terreno, grazie alla nascita di bambini donati da Dio, non è più, nella mente di certuni, il modello a cui l’impegno coniugale mira. Tuttavia l’esperienza insegna che la famiglia è lo zoccolo solido sul quale poggia l’intera società. Di più, il cristiano sa che la famiglia è anche la cellula viva della Chiesa. Più la famiglia sarà imbevuta dello spirito e dei valori del Vangelo, più la Chiesa stessa ne sarà arricchita e risponderà meglio alla sua vocazione. Conosco, per altro, ed incoraggio vivamente gli sforzi che fate per recare il vostro sostegno alle diverse associazioni che operano per aiutare le famiglie.
Avete ragione di attenervi con fermezza, anche a costo di andare controcorrente, ai principi che fanno la forza e la grandezza del Sacramento del matrimonio. 
La Chiesa vuol restare indefettibilmente fedele al mandato che le ha affidato il suo Fondatore, il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo. Essa non cessa di ripetere con Lui: “Ciò che Dio ha unito l’uomo non lo separi!” (Mt 19,6). La Chiesa non si è data da sola questa missione: l’ha ricevuta. Certo, nessuno può negare l’esistenza di prove, a volte molto dolorose, che certi focolari attraversano. Sarà necessario accompagnare le famiglie in difficoltà, aiutarle a comprendere la grandezza del matrimonio, e incoraggiarle a non relativizzare la volontà di Dio e le leggi di vita che Egli ci ha dato. Una questione particolarmente dolorosa, come sappiamo, è quella dei divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si possono dunque ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime. L’Esortazione apostolica Familiaris consortio ha indicato il cammino aperto da un pensiero rispettoso della verità e della carità".

Dal DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI ALLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE - Viaggio apostolico in Francia, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes (12 - 15 SETTEMBRE 2008), Hémicycle Sainte-Bernadette Lourdes, domenica 14 settembre 2008

giovedì 2 ottobre 2014

San Francesco patrono d'Italia da 75 anni con S.Caterina: il discorso di Pio XII per festeggiare l'anniversario

San Francesco e Santa Caterina furono ufficialmente proclamati patroni primari d'Italia nel 1939, settantacinque anni or sono. Nel primo anniversario papa Pio XII volle uscire dal Vaticano - cosa assai rara a quei tempi - e recarsi a rendere omaggio ai due santi presso la Basilica dei domenicani di Roma, dove è custodito il corpo della santa senese. Ho scovato un cinegiornale dell'epoca che ripercorre l'evento (5/5/1940). A conclusione del video si sente anche l'inizio del discorso del Pontefice, che riporto sotto, per stralci, per quanto riguarda il Serafico Patriarca di Assisi, la cui festa celebriamo tra un paio di giorni. (Chi è interessato all'intero discorso, veda qui)



DAL DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII SUI PATRONI D'ITALIA
SANTA CATERINA DA SIENA
E SAN FRANCESCO D'ASSISI

Domenica, 5 maggio 1940

Ammirevole spettacolo e al tutto degno della universale paternità apostolica, Venerabili Fratelli e diletti Figli, fu più volte, in secoli dal nostro lontani, il vedere in questo insigne tempio di Santa Maria sopra Minerva i Successori di Pietro, Nostri Antecessori, venuti con solenne corteo a celebrare i divini misteri nella dolce festività della Santissima Annunziata, e onorare con mano amorevole la pubblica distribuzione alle fanciulle di doti claustrali e nuziali, estimatori, com’erano, della verginità sacra a Dio e della onesta maternità familiare, vegliante, insieme con gli angeli celesti, sulle candide culle, nidi di angeli umani. A tale lieta storica ricordanza l’animo Nostro esulta in mezzo al Nostro amato popolo che Ci circonda devoto; e nella visione del passato, se pur bello di altra luce, contempliamo rinnovato e ripresentato, in festa di duplice e novissima aureola, lo splendore di questo altare, sotto cui dormono le venerate spoglie di una vergine eroica, sposa di Cristo, paladina della Chiesa, madre del popolo, angelo di pace all’italica famiglia. Al Nostro sguardo accanto a lei leva la fronte un poverello, vestito di saio e cinto di una corda, dall’aspetto serafico, dalle mani e dai piedi segnati di cicatrici, dall’occhio che contempla il cielo, i monti e le valli, il valico dei fiumi e dei mari, e nel suo amore e nel suo saluto abbraccia l’agnello e il lupo, gl’infelici e i felici, i concittadini e gli estranei. Sono questi, o Italia, i tuoi alti Patroni al cospetto di Dio, il quale pure ti ebbe privilegiata fra tutte le sponde del Mediterraneo e degli oceani, stabilendo in te, attraverso le mirabili vicende di un popolo prode, ignaro del consiglio e della mano divina, la sede e l’impero pacifico del Pastore universale delle anime redente dal sangue di Cristo. Caterina e Francesco, sotto il beatificante ciglio di Dio, guardano Roma e le regioni italiche, perché l’amore, che nutrirono quaggiù vivendo e operando, non si spegne nel cielo, ma si rinfiamma nell’imperituro amore di Dio.

La carità, che non viene meno verso Dio e verso i fratelli e fa che a Dio la mente dell’uomo rivolga se stessa e le sue azioni, è religione, che, quanto più sale al cielo e adora, tanto più nel ridiscendere in mezzo agli uomini si espande e grandeggia, illumina e riscalda, come i raggi emananti dal sole. E sole di Siena fu Caterina, a quel modo che sole di Assisi fu Francesco. I loro raggi furono luce e calore non solo dell’Umbria e della Toscana, ma ancora delle terre e del cielo d’Italia, e oltre i confini delle Alpi e del mare. Due anime giganti in fragili corpi: anima di virago la vergine di Siena; anima di cavaliere il giovane di Assisi. Uguali e diverse; perché è vanto della santità il pareggiare i suoi eroi nell’ardore e nel fuoco dello spirito; come è arte sua il differenziarli nelle vie e nelle opere anche di un medesimo bene, e rendere l’uno più pronto a conversare cogli umili, l’altra più presta a trattare coi grandi; l’uno vestito del suo scuro saio di Patriarca della milizia francescana, l’altra in abito candido sotto il nero manto domenicano.

Il manto domenicano e il saio francescano, che già per le sue vie la Città eterna vide in Domenico e in Francesco abbracciarsi con palpito di perenne amicizia, oggi s’incontrano nell’ombra di questo glorioso tempio innanzi alla tomba di Caterina da Siena, e si uniscono fraternamente nell’esaltare in Roma i due primari Patroni celesti d’Italia. Se le sacre spoglie di Domenico e di Francesco sono lontane, qui presenti stanno i figli dell’uno e dell’altro Patriarca; e dalle loro labbra esce una voce che fa un solo coro risonante dei nomi di Caterina e di Francesco e li avvolge nella stessa lode e invocazione, cui non vale a dividere o scemare il tempo che li separa, mentre li congiunge una medesima santa idea di lotta e di pace per Cristo, per la Chiesa e per l’Italia.

Dio fece grande e operosa in Caterina la donna; operoso e grande in Francesco l’uomo, esaltando in essi, con tratti di divine e somme immagini, le radici dell’umana famiglia, e coronando ambedue del sigillo di stimmate di passione ineffabile, in Francesco aperte, in Caterina (lei vivente) invisibili, quasi a dimostrare che anche sotto il velo della carne con un medesimo dolore si vive e si opera nell’amore. È il mistero della vita e dell’opera dei santi, degli eroi e delle eroine di Cristo: di sublimarsi nell’amore per inabissarsi in un dolore, che è imitazione di Cristo, compassione degl’infelici, sacrificio e olocausto di se stessi per la loro rigenerazione e concordia, restaurazione dei costumi, rimedio dei mali, lotta per il bene e per la pace, vittoria e trionfo della verità nella giustizia e nella carità dei fratelli e dei popoli; in un dolore che non soffoca o spegne il sorriso sul labbro, né la benignità della parola o nel cuore il balzo della tenerezza e l’ardore del coraggio. Non è forse questo il gaudio di Paolo negli affanni delle sue tribolazioni? «Superabundo gaudio in omni tribulatione nostra »....

...Degno è che s’invochi il nome del santo eroe di Assisi: Francesco, cavaliere amante della povertà di Cristo, ambiziosa del cielo ch’è suo, padre delle sacre legioni degli amici del popolo, suscitatore della carità diffusiva di pace e di bene fra gli uomini e nelle famiglie. E veramente egli, in tempi non meno tristi, precorse Caterina, e, al pari di lei, fu all’Italia un’aurora di rinnovamento spirituale e pacifico. Ignudo atleta fra i famelici dell’oro, con un cuore più largo che la miseria umana, sprezzatore di ogni dispregio, era pure stato il fiore dei giovani, prodigo e amante del lusso, il sonatore e il cantore delle allegre comitive, il guerriero prigioniero di Perugia, prostrato da Dio nel cammino verso le Puglie, per risorgere vaso di elezione a portare il nome di Cristo in mezzo al popolo e alle genti.

L’amore dei poveri e degl’infermi lo fece tra i poveri il più povero; perché nel povero contemplava l’immagine di Cristo; perché in questa gran valle della umanità sono più gli umili ed i poveri che i grandi ed i fortunati, a quel modo che sono più le valli e le pianure che i monti sulla faccia della terra. Mistiche nozze innanzi al duro suo genitore contrasse con la povertà, ascendendo con lei il sentiero della vita, lieto e operoso, fino al monte dalla nudità crocifissa sigillata nelle sue carni. Una tale nudità di beni terrestri lo collocò superiore agli onori e alle irrisioni, agli allettamenti e ai disagi, a tutto ciò che il mondo chiama beni e mali, largendogli quella ricchezza di spirito, che, nulla avendo, ha ogni cosa, perché nulla vuole, o, per meglio dire, nulla vuole, perché nel suo nulla trova ogni cosa, avendo deposto ogni desiderio di quaggiù per riporre ogni brama nel Padre celeste che nutre gli uccelli dell’aria e veste i gigli del campo.

Il poverello di Assisi, coperto di un saio ricamato di gloriosi squarci, avuto da un pezzente in cambio delle sue ornate vesti, levava, qui in Roma, sulle soglie dell’antica basilica del Principe degli Apostoli, la bandiera della povertà, quanto più lacera, tanto più bella, e apriva un nuovo cammino ai campioni della santità e della virtù, ai moderatori delle passioni umane, ai conciliatori delle discordie cittadine, ai restauratori della convivenza familiare e sociale, ai rinnovatori della pubblica pace e tranquillità. Quanti mossero sulle sue orme i piedi! Quanti si adunarono sotto le stuoie delle sue capanne alla Porziuncola! Quante vergini con Chiara di Assisi furono sue discepole! Quanti Frati Minori e Terziari guardarono a lui!

Roma vide più volte Francesco pellegrino per le sue vie; lo vide prono innanzi al Pontefice approvante la Regola di lui; lo vide stringersi al petto Domenico; e vide ambedue venerare come Madre la Santa Chiesa Romana, fratelli nel servirla, nel propagarla e nel difenderla, com’erano fratelli nella sequela del primo consiglio di Cristo.

La povertà di Cristo non impiccolisce il cuore, non restringe né spegne l’ardimento dell’animo generoso, ma alleggerisce il fardello della via, mette le ali al piede, infiamma lo zelo per accendere in ogni terra quel fuoco, che il Redentore era venuto a portare quaggiù. Così l’amore di Cristo trae Francesco dalla sua Tebaide, lo fa araldo del Vangelo, apostolo e adunatore di apostoli, pacificatore e padre di mistici cavalieri della pace e del bene, annunziatore del regno dei cieli nell’Umbria, nell’Italia, nell’Europa, nel mondo. La sua parola risonò in Assisi, nella valle di Spoleto, per le regioni italiche; i suoi piedi lasciarono orme per le strade di Spagna, sul suolo di Egitto, della Siria e della Palestina, di là dall’Adriatico; ascoltarono la sua voce popoli di diverse lingue e costumi, il Sultano del Nilo, gli uccelli della foresta. Ardente il suo cuore palpitava per tutte le creature di Dio, e a lui erano fratelli e sorelle il sole, la luna e le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco, la nostra madre terra.

Messaggero del gran Re, se dai Capitoli generali dei suoi frati diletti diffuse missionari per l’Europa e nell’Africa, fortemente amò il paese, dove Dio gli aveva dato così dolce luogo nativo, e di qua e di là dall’Appennino peregrinò sovente, spargendo colla parola della fede e coll’esempio della virtù il profumo di quella santità cortese, lieta, amorosa di Dio e della natura, ardente della mansuetudine e della pace di Cristo, che coi suoi figli fece dell’Italia la terra di Francesco, a lui fervidamente devota, stringendo col cingolo francescano pontefici e re, ricchi e poveri, felici e sventurati, famiglie e popolani di ogni condizione e di ogni età.

Invocate dunque, o Romani, invocate, o diletti figli d’Italia, Francesco di Assisi e insieme a lui Caterina da Siena, quali alti Patroni vostri innanzi a Dio. Ai piedi di molti eroi di santità già vi inchinate pregando, implorando, ringraziando, lodando, e la vostra devozione e pietà, la quale più fervida e filiale si innalza alla Regina dei santi, sale al cielo non meno gradita a lei che al divino suo Figlio, glorificatore dei santi. Ma Dio, come nella varietà delle stelle del firmamento, esalta talora, nella schiera dei suoi eroi, anime da lui plasmate a cose grandi, le prepara ai turbini dei tempi, le fa portenti della loro età e dei secoli, specchi di virtù e di operosità, modelli e sproni ai posteri, nelle vicende tristi e liete del vivere civile, a rinnovare e raffermare se stessi nel bene in pro della famiglia, dei concittadini, per la Chiesa e per la patria. Tali anime eroiche Noi vediamo in Caterina e in Francesco. Che se la gran donna, che qui veneriamo ed esaltiamo, non varcò, come Francesco, i mari, né si spinse fra i barbari e gl’infedeli, non ne ebbe meno ardimentoso il cuore; e anch’ella, pacificando nel cristiano costume l’Italia, adoperandosi e soffrendo per la Chiesa e per il Pontificato Romano, soffrì e operò a onore d’Italia e a bene universale dei popoli. Sono due fulgidissime glorie d’Italia, Caterina e Francesco; in essi, ancor più che nelle virtù cavalleresche, nelle arti, nelle lettere e nelle scienze, trionfa il nome italiano. Seppero stringere in un amore i fratelli e Dio, e non mai disgiungere il servire a Dio dal servire i fratelli.

.... Presso questo Dio, che perdonando fa più manifesta la sua potenza, imploriamo l’intercessione dei nostri insigni protettori, Caterina e Francesco, custodia e difesa d’Italia.
...

mercoledì 20 agosto 2014

San Pio X, a cent'anni dalla morte e 60 dalla canonizzazione

tomba di San Pio X in Vaticano
Era il 20 agosto 1914, la Guerra Mondiale iniziata da poco, il cuore del Papa, Pio X, si ferma nella notte. Si conclude così il primo pontificato tutto vissuto nel XX secolo.
Oggi, dunque, ricorre il primo centenario della morte del Santo Padre proveniente dalle terre venete, e quest'anno festeggiamo pure il sessantesimo anniversario della sua canonizzazione (29 maggio 1954).
Pio X ebbe tanti nemici in vita, e anche dopo, che cercarono di dipingerlo come un tiranno e un ossessionato dall'eresia modernista. Certo fece il suo lavoro di Pontefice e non trascurò le deviazioni dottrinali, senza dimenticare la pastorale: fu anzi un grande papa-pastore, basti pensare alla sua attenzione al catechismo dei bambini, alla prima comunione, alla diffusione dell'attività missionaria...

Il suo equilibrio da "innovatore sotto apparenze conservatrici" potrebbe essere riassunto da un aneddoto (probabilmente inventato e infatti smentito dalla Segreteria di Stato del tempo). Si tratterebbe dell'atteggiamento verso il "nuovo" ballo che si stava diffondendo a macchia d'olio nel secondo decennio del '900: il Tango, importato dall'Argentina. Tale ballo fu censurato e accusato da più parti ecclesiali di essere sensuale e peccaminoso. Pio X avrebbe assistito ad una dimostrazione con una coppia di ballerini i quali danzarono in sua presenza. Avrebbe potuto valutare da sé e dare un giudizio informato. La sua sentenza, espressa nel dialetto della sua terra che mai abbandonò, sarebbe stata:
«Mi me par che sia più bèo el bàeo dea furlana; ma no vedo che gran pecài ghe sia in stò novo bàeo!»
Ovvero: "A me pare più bello il ballo della friulana, però non vedo che gran peccati ci siano in questo ballo nuovo". 

Alla sua intercessione affidiamo Papa Francesco, perché San Pio vegli sul magistero del suo successore al Soglio di Pietro, e gli interceda quella discrezione (= capacità di discernimento) per prendere giuste decisioni per cui Francesco non cessa di chiedere preghiere.

Per la vostra serata agostana, vigilia della festa di San Pio X, che si celebra il 21 agosto (secondo il calendario di Paolo VI), vi propongo la visione di un film sulla vita del Santo Pastore.
Il titolo è "Gli uomini non guardano il cielo". Fu girato nel 1952, dopo la beatificazione del Papa, con la regia di Umberto Scarpelli. Nei panni del Santo Padre c'è Henry Vidon.

domenica 29 giugno 2014

Oggi Pietro va in croce e a Paolo è tagliata la testa: la chiesa commemora le sue colonne

Santi Pietro e Paolo di Giovanni Belvet (1622-1652)
Hodie Simon Petrus ascendit crucis patibulum, alleluia:
hodie clavicularius regni gaudens migravit ad Christum:
hodie Paulus Apostolus, lumen orbis terrae inclinato capite pro Christi nomine
martyrio coronatus est, alleluia.

Oggi Simon Pietro sale sul patibolo della croce, alleluia
oggi il clavigero del Regno con gioia se ne andò verso Cristo.
oggi Paolo l'Apostolo, luce del mondo, chinando il capo per il nome di Cristo
è coronato con il martirio, alleluia

Con questa antifona al Magnificat la Chiesa commemora i due apostoli che oggi festeggia insieme, accomunati dalla testimonianza più alta del martirio per non deviare da Cristo e dal suo messaggio. Dia il Signore al successore di Pietro e ai successori degli apostoli lo stesso coraggio di andare in croce o di perdere anche la testa, tagliata dal mondo, pur di continuare a testimoniare Gesù Figlio di Dio, unico salvatore, senza il quale non nessuno può essere salvato:

Ascoltiamo questa antifona con lo spettacolare intreccio polifonico di William Byrd (1540-1623), che rimase sempre cattolico pur nella difficile Inghilterra protestante di Elisabetta I. La figlia di Enrico VII e Anna Bolena ne apprezzava talmente la musica (come la sua sorellastra, la defunta regina cattolica Maria Tudor) da permettere a Byrd perfino di pubblicare le sue composizioni per la liturgia della Messa, nonostante la liturgia cattolica fosse ufficialmente vietata, i preti perseguitati e giustiziati, come pure i cattolici che non si piegavano alla supremazia ecclesiale della corona inglese. Davvero a volte la musica fa miracoli e ti mantiene nella fede di Pietro!

sabato 28 giugno 2014

Papa Francesco riflette sul ministero del Vescovo di Roma alla luce di San Pietro


In questa vigilia della Festa degli Apostoli di Roma, che quest'anno è particolarmente solenne a motivo della coincidenza con la domenica (sulla quale - liturgicamente - prevale), riascoltiamo una parte dell'omelia di Papa Francesco sul ministero di "confermare nella fede i fratelli" proprio del successore di Pietro: confermare nella fede, confermare nell'amore, confermare nell'unità, evitando la mentalità mondana, la logica del potere umano o delle umane convenienze: la fede in Cristo deve essere luce, senza risparmio, superando ogni conflitto tra i cristiani, "uniti nelle differenze".




Tre pensieri sul ministero petrino, guidati dal verbo “confermare”. In che cosa è chiamato a confermare il Vescovo di Roma?

1. Anzitutto, confermare nella fede. Il Vangelo parla della confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), una confessione che non nasce da lui, ma dal Padre celeste. Ed è per questa confessione che Gesù dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18). Il ruolo, il servizio ecclesiale di Pietro ha il suo fondamento nella confessione di fede in Gesù, il Figlio del Dio vivente, resa possibile da una grazia donata dall’alto. Nella seconda parte del Vangelo di oggi vediamo il pericolo di pensare in modo mondano. Quando Gesù parla della sua morte e risurrezione, della strada di Dio che non corrisponde alla strada umana del potere, in Pietro riemergono la carne e il sangue: «si mise a rimproverare il Signore: …questo non ti accadrà mai» (16,22). E Gesù ha una parola dura: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo» (v. 23). Quando lasciamo prevalere i nostri pensieri, i nostri sentimenti, la logica del potere umano e non ci lasciamo istruire e guidare dalla fede, da Dio, diventiamo pietra d’inciampo. La fede in Cristo è la luce della nostra vita di cristiani e di ministri nella Chiesa!

2. Confermare nell’amore. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato le commoventi parole di san Paolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Di quale battaglia si tratta? Non quella delle armi umane, che purtroppo insanguina ancora il mondo; ma è la battaglia del martirio. San Paolo ha un’unica arma: il messaggio di Cristo e il dono di tutta la sua vita per Cristo e per gli altri. Ed è proprio l’esporsi in prima persona, il lasciarsi consumare per il Vangelo, il farsi tutto a tutti, senza risparmiarsi, che lo ha reso credibile e ha edificato la Chiesa. Il Vescovo di Roma è chiamato a vivere e confermare in questo amore verso Cristo e verso tutti senza distinzioni, limiti e barriere. E non solo il Vescovo di Roma: tutti voi, nuovi arcivescovi e vescovi, avete lo stesso compito: lasciarsi consumare per il Vangelo, farsi tutto a tutti. Il compito di non risparmiare, uscire di sé al servizio del santo popolo fedele di Dio.

3. Confermare nell’unità. Qui mi soffermo sul gesto che abbiamo compiuto. Il Pallio è simbolo di comunione con il Successore di Pietro, «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione» (Conc. Ecum Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa  Lumen gentium, 18). E la vostra presenza oggi, cari Confratelli, è il segno che la comunione della Chiesa non significa uniformità. Il Vaticano II, riferendosi alla struttura gerarchica della Chiesa afferma che il Signore «costituì gli Apostoli a modo di collegio o gruppo stabile, a capo del quale mise Pietro, scelto di mezzo a loro» (ibid., 19). Confermare nell’unità: il Sinodo dei Vescovi, in armonia con il primato. Dobbiamo andare per questa strada della sinodalità, crescere in armonia con il servizio del primato. E continua, il Concilio: «questo Collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e universalità del Popolo di Dio» (ibid., 22). Nella Chiesa la varietà, che è una grande ricchezza, si fonde sempre nell’armonia dell’unità, come un grande mosaico in cui tutte le tessere concorrono a formare l’unico grande disegno di Dio. E questo deve spingere a superare sempre ogni conflitto che ferisce il corpo della Chiesa. Uniti nelle differenzenon c’è un’altra strada cattolica per unirci. Questo è lo spirito cattolico, lo spirito cristiano: unirsi nelle differenze. Questa è la strada di Gesù! Il Pallio, se è segno della comunione con il Vescovo di Roma, con la Chiesa universale, con il Sinodo dei Vescovi, è anche un impegno per ciascuno di voi ad essere strumenti di comunione.

Confessare il Signore lasciandosi istruire da Dio; consumarsi per amore di Cristo e del suo Vangelo; essere servitori dell’unità. Queste, cari Confratelli nell’episcopato, le consegne che i Santi Apostoli Pietro e Paolo affidano a ciascuno di noi, perché siano vissute da ogni cristiano. Ci guidi e ci accompagni sempre con la sua intercessione la santa Madre di Dio: Regina degli Apostoli, prega per noi! Amen.


domenica 27 aprile 2014

La canonizzazione dei Santi Papi da rivedere. Video del CTV

Il video della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, senza commenti, con il suono in presa diretta dalla celebrazione:


Il libretto per seguire la celebrazione è scaricabile qui

sabato 29 marzo 2014

Lungimiranza di Benedetto con Anglicanorum Coetibus: "matrimonio" omo e lo sbriciolarsi della Chiesa d'Inghilterra


Non ringrazieremo mai abbastanza Papa Benedetto XVI per la sua lungimiranza - ben poco riconosciuta all'epoca - a proposito della scialuppa di salvataggio offerta agli anglicani che volevano traghettare verso la Chiesa di Roma. Con un documento di pochi numeri, l'Anglicanorum Coetibus, Papa Ratzinger forniva la cornice di riferimento in cui inquadrare i convertiti dalle comunità ecclesiali figlie delle scisma di Enrico VIII. Il motivo, nel lontano 2009, era visto in particolare nella crisi ecclesiologica dell'impossibilità per molti anglo-cattolici di accettare il ministero episcopale femminile, che di lì a poco doveva essere ammesso anche nella chiesa anglicana madre, quella inglese. Ma Benedetto sapeva che il declino della chiesa nazionale d'Inghilterra non riguardava solo il ministero sacerdotale. Una chiesa di Stato, che è legata a doppio filo con uno Stato completamente secolarizzato e con punte avanzate anticristiane, e che pure accetta questa condizione di subalternità (i vescovi sono approvati dal Primo Ministro!), non ha futuro perché non ha libertà e deve seguire gli alti e bassi dell'opinione e le svolte del sentimento della Nazione.
Oggi in Gran Bretagna entra in vigore la legge che permette a tutti, senza distinzione di sesso, di sposarsi con chi si preferisce: uomini con uomini, donne con donne o secondo il metodo misto (che - bontà loro - rimane consentito!). Potete ben capire come chi è già passato dagli anglicani alla Chiesa romana sia ben contento di averlo fatto, e molti altri - e prevedibile - seguiranno la strada di convergere sugli Ordinariati cattolici per ex-anglicani.
Un ennesimo grande dibattito si è infatti acceso nella chiesa Anglicana, che riassumo così: "Dobbiamo accettare questa ulteriore innovazione che contraddice ciò che fino a poco fa abbiamo creduto e professato?". Ufficialmente il Governo ha previsto delle tutele per la chiesa che non si sente "ancora" in grado di celebrare all'altare matrimoni gay. Eppure tutti sanno che è un paravento temporaneo. 
Damian Thompson, commentatore religioso del The Telegraph, ha scritto un articolo molto interessante su come andranno le cose, a partire dal dissenso liberal già oltremodo diffuso a tutti i livelli della Chiesa d'Inghilterra. L'ha intitolato, in maniera eloquente: "Il matrimonio omosessuale cambierà la Chiesa d'Inghilterra per sempre" (Leggi qui in inglese)
Il vescovo di Buckingam - ci riporta il cronista - ha invitato i preti ad essere "creativi" e aggirare il divieto che "per ora" la Chiesa impone sui matrimoni di persone dello stesso sesso. Intendiamoci: oggi una benedizione e una cerimonia religiosa per l'unione non si nega a nessuno. L'unica cosa ancora "vietata" è chiamare questa cerimonia "matrimonio"!
Il buon vescovo dice che è "moralmente scandalosa" la posizione della sua chiesa. Io direi che è, almeno, una posizione ipocrita. 
Il punto è che fino ad oggi ci sono preti e perfino vescovi che convivono con i loro compagni (o compagne se sono presbitere....), ma da oggi siccome c'è il matrimonio dovrebbero sposarsi, e rendere così pubblica la loro scelta. Questo, evidentemente, è un problema per una chiesa e per dei preti che fanno una scelta in contraddizione con le linee delle loro Chiesa, la quale fa finta di non vedere e di non sentire: perché in realtà la Chiesa d'Inghilterra è oramai clinicamente morta. O meglio: "cristianamente morta". Ognuno è perfettamente libero di credere e di fare ciò che vuole. L'imbarazzo dell'Arcivescovo di Canterbury è poi palpabile: è contrario al matrimonio gay per ufficio, ma favorevole a livello personale!
Cosa succederà nel prossimo futuro a questa "chiesa nazionale" data ormai in liquidazione? Vi traduco la parte finale del pezzo di Thompson:
Ecco la mia predizione: Da oggi, il clero pro-gay inizierà a forzare il "triplice lucchetto" di Cameron che impedisce alle parrocchie di tenere veri e propri matrimoni gay; e durante la prossima legislatura questo impedimento cesserà di esistere. Preti (e donne-prete) che desiderano sposare coppie dello stesso sesso, o invero sposare il proprio partner gay, semplicemente lo faranno. Le parrocchie degli Anglo-cattolici e quelle Evangelical che rifiutano l'idea non saranno costrette a tenere tali cerimonie, ma entrambe queste ali della Chiesa d'Inghilterra si stanno muovendo anch'esse in direzione liberale, sul lungo periodo il cambiamento demografico finirà il lavoro.
E' poi difficile esagerare l'effetto di indebolimento che questa situazione avrà sulle strutture centrali della Chiesa. Le deliberazioni del Sinodo Generale saranno rese irrilevanti. La finzione della "Comunione Anglicana" sarà abbandonata. Le province conservatrici in Africa ripudieranno la Chiesa d'Inghilterra; l'azione disciplinare presa all'ultima Conferenza di Lambeth nei confronti della Chiesa episcopale statunitense a cui "tutto va bene" cesserà di avere un pur minimo significato.
Negli anni '90, quando ho iniziato a fare il reporter di questioni anglicane, il matrimonio omosessuale era considerato un orrore non-negoziabile dalla maggior parte del clero e dei frequentatori della chiesa. L'infrangersi di quel consenso si è verificato assai prima di quanto anche i più ottimisti tra gli attivisti gay-cristiani consideravano possibile.
E se il centro non tiene più, ci si deve chiedere: qual è il prossimo tema aperto alla negoziazione? La fede nella vita eterna? La divinità di Gesù di Nazareth? Dopo ciò che succede oggi una cosa è scomodamente chiara: la Chiesa d'Inghilterra ha perso la forza - e perfino la propensione - di "segnare una linea nella sabbia" (cioè di definire i confini morali)
Forse quest'esperienza desolante di una chiesa che implode per voler correre dietro al mondo dovrebbe essere di monito anche in casa nostra, ricordando che il Vangelo non cambia e adattarlo ai tempi non significa che oggi è lecito quello che il Signore ha dichiarato peccaminoso. Questo vale in tutte le questioni, ma certo oggi ci vuole fede: senza credere alla Parola di Dio - visto lo squagliarsi di ogni razionalità condivisa nella società occidentale - niente tiene più e tutto diventa allegramente (e gaiamente) relativo.
Gli arcivescovi  inglesi di York e Canterbury.
Thompson commenta: "oggi come oggi il loro potere è in pezzi"

giovedì 13 marzo 2014

Anniversario dell'elezione di Francesco, Vescovo di Roma, Pastore della Chiesa universale


Una volta ai Pontefici romani, il giorno della loro "incoronazione" veniva per tre volte ricordato "Pater Sancte, sic transit gloria mundi", mentre un chierico dava fuoco ad un batuffolo di stoppa mentre il Papa era portato in trionfo sulla sedia gestatoria, tra applausi e osanna. A Francesco - questo è poco ma sicuro - un tale gesto non serve: è lui che lo ricorda continuamente alla Chiesa intera! Però come Chiesa intera dobbiamo ricordare un altro testo che pare un po' dimenticato (veniva cantato subito dopo il sic transit gloria mundi!): il Papa, qualunque Papa, non è tanto "il parroco del mondo", ma piuttosto "Pietro in persona". "Tu es Petrus", tu, Papa attuale, continui il servizio di Pietro, il servizio di tutti i Papi, per la saldezza della fede in Cristo della Chiesa universale, per l'unità della Chiesa, la custodia del deposito della fede e il proseguimento della missione evangelizzatrice. La tua persona e il tuo ufficio sono tuttavia incommensurabili, e bisogna sempre temere quando l'ufficio viene confuso con la persona: l'ufficio deve permanere ed essere esercitato, la persona che lo assume di volta in volta passa, col suo carattere e caratteristiche, spigoli e rotondità, diverse come diversi sono gli individui. No al "Papa-Superman" ammoniva Francesco pochi giorni fa nell'intervista al Corriere (leggi qui).

Il rischio è di confondere persona e ufficio, in una specie di monofisismo papolatrico che non può che infastidire specialmente i fratelli cristiani della Riforma o dell'Ortodossia, ma spesso non è percepito dai buoni cattolici. Non è una tentazione nuova: ne avevamo visto i prodromi già con Giovanni Paolo II. Ma poi era venuto Benedetto. Grazie a Dio, Papa Francesco ha nel suo immediato predecessore un vaccino potentissimo, che però pare non funzionare sui media e su tanti cristiani che dipendono da essi per la loro idea e valutazione del Papa e degli eventi ecclesiali. Ratzinger ci ha insegnato con il gesto sbalorditivo della rinuncia, che il ministero petrino non può essere identificato con la persona che lo esercita "pro tempore". Questa è vera umiltà, questa è autentica immunità alla mondanità spirituale. Il servizio di Pietro alla comunione è essenziale alla Chiesa, il colore delle scarpe o la collocazione della stanza del Pontefice sono scelte personali (che arrivano anche a particolari gesti di santità), ma non sono legati al compito richiesto al Vicario di Cristo. Del resto, tutti lo sanno, la santità di un Papa non si valuta da come ha governato la Chiesa, e d'altra parte grandi pontefici della storia non sono sempre stati dei "modelli" appariscenti o stinchi di santo...

Chiediamo oggi al Signore di darci in Francesco un Papa secondo il suo Cuore, non secondo i desideri del Mondo, che - com'è risaputo - non fa gli interessi di Dio, ma i propri conti (e forti sconti sul Vangelo). Imploriamo il Signore che il Pontefice "non fugga davanti ai lupi rapaci" che desiderano oggi, come sempre, disperdere e dilaniare il gregge di Cristo (hanno solo cambiato modo di camuffarsi per nascondersi tra le pecore...). Come ricorda l'oremus per il Papa, che vi riporto sotto, chiediamo infine che il Santo Padre ci edifichi con l'esempio, ma non esiti ad edificarci con la sua parola autorevole, di cui abbiamo tanto bisogno, soprattutto oggi, nella ridda di interpretazioni che lo circondano.





V. Orémus pro Pontífice nostro Francísco.
R. Dóminus consérvet eum, et vivíficet eum, et beátum fáciat eum in terra, et non tradat eum in ánimam inimicórum eius.

V. Preghiamo per il nostro Papa Francesco
R. Il Signore lo conservi, gli doni vita, lo renda felice sulla terra e non lo lasci in preda ai suoi nemici.
V. Tu es Petrus.
R. Et super hanc petram ædificábo Ecclésiam meam.

V. Tu sei Pietro.
R. E su questa pietra edificherò la mia Chiesa.
Orémus.
Deus, ómnium fidélium pastor et rector, fámulum tuum Francísco, quem pastórem Ecclésiae tuae præesse voluísti, propítius réspice: da ei, quæsumus, verbo et exémplo, quibus praeest, profícere: ut ad vitam, una cum grege sibi crédito, pervéniat sempitérnam. Per Christum, Dóminum nostrum. Amen.


Preghiamo
O Dio, pastore e guida di tutti i credenti, guarda il tuo servo 
Francesco che hai posto a presiedere la tua Chiesa; sostienilo con il tuo amore, perché edifichi con la parola e con l’esempio il popolo che gli hai affidato, e insieme giungano alla vita eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Mater Ecclésiæ, ora pro nobis.
Sancte Petre, ora pro nobis.

Madre della Chiesa. Prega per noi.
San Pietro. Prega per noi.

venerdì 29 novembre 2013

Il Papa "Magno" che si oppose al divorzio dei re

Ho trovato su Aleteia la storia attualissima di Papa San Niccolò Magno (il terzo papa, insieme a Leone I e Gregorio I ad aver ricevuto dal Popolo di Dio il titolo di "grande"). Che cosa fece per meritarselo? Si oppose con tutte le forze all'annullamento facile del matrimonio e tanto più al divorzio per passare a nuove nozze. E negò questo non a dei poveracci che non potevano pagarsi la causa alla Sacra Rota, ma nientemeno che al fratello dell'imperatore Ludovico II, segnando un precedente di parecchi secoli rispetto alla più nota vicenda che vede protagonista Enrico VIII d'Inghilterra.
Il pontificato di San Niccolò fu tutto un energico affermare la superiorità della Chiesa nella sfera spirituale, in particolare per quanto riguardava le elezioni o deposizioni dei vescovi, ma nel contempo affermò che i consacrati non si dovevano intromettere nel governo delle cose di questo mondo.
Morì il 13 novembre 867 e fu sepolto nell’atrio della Basilica di San Pietro davanti alle porte. 


Qui potete leggere l'intero articolo di Aleteia da cui ho estratto qui sotto le parti più interessanti, cambiando anche la "foto" che nell'originale è di Nicolò V , non del Primo:


L'avvincente storia del papa “Magno” che pochi conoscono

di Brantley Milligan, coeditor di Aleteia in inglese
....
Il titolo è onorifico e non dovrebbe essere preso alla leggera. Dei 266 uomini che hanno regnato dal trono di San Pietro, solo tre hanno ricevuto l'aggettivo “Magno” che segue il loro nome. Tutti e tre sono vissuti nel primo millennio, a pochi secoli di distanza l'uno dall'altro. Fino a Giovanni Paolo II, nessun papa negli ultimi 1100 anni della Chiesa aveva meritato questo onore.

Avete sentito probabilmente parlare dei papi San Leone Magno e San Gregorio Magno, ma stranamente il terzo è un papa di cui la maggior parte delle persone non ha mai saputo nulla: papa San Niccolò Magno – e la sua storia rappresenta un'importante lezione per il nostro periodo.

... Papa San Niccolò Magno nacque a Roma in una rispettata famiglia nell'anno 800, lo stesso in cui papa Leone III incoronò Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero. Ricevette una buona istruzione ed era noto per la sua pietà, ma non venne ordinato fino ai quarant'anni. Nell'arco di una decina d'anni venne eletto papa con il sostegno dell'imperatore Ludovico II. Fu vescovo di Roma per nove anni fino alla morte, ma il pontificato fu pieno di eventi drammatici.

La controversia più intensa iniziò quando il re Lotario II di Lotaringia e sua moglie Teutberga capirono che non potevano avere figli, il che significava che Lotario II non avrebbe avuto eredi che potessero succedergli al trono al momento della sua morte. Convinto che la moglie fosse sterile, Lotario cercò di ottenere un annullamento per poter sposare la sua amante Waldrada, ma il fratello di Teutberga, Hucberto, un abate, prese le sue difese. La non colpevolezza di Teutberga fu provata dopo che era stata sottoposta alla prova dell'acqua, e Lotario la riprese quindi con sé, almeno temporaneamente.

Lotario continuò però a perseguire un annullamento, e alla fine riuscì a convincere il suo clero locale a concederglielo. I vescovi di Francia convocarono un sinodo e confermarono l'annullamento malgrado l'assenza dei requisiti richiesti dal diritto ecclesiastico. Un anno dopo si tenne in Francia un altro sinodo sulla questione e vi parteciparono dei legati papali inviati da papa Niccolò, che vennero corrotti da Lotario e sostennero l'annullamento. Teutberga fece appello a Carlo il Calvo, re della Francia Occidentale, e il caso venne portato a Roma davanti allo stesso Niccolò.

Due arcivescovi vennero inviati dalla Germania con l'appoggio dell'imperatore Ludovico per argomentare a favore della nullità. Niccolò non solo dichiarò la nullità invalida, ma condannò e depose i due arcivescovi.

Irato per la decisione, Lotario inviò il suo esercito a Roma e assediò la città, esigendo che Niccolò gli concedesse l'annullamento. Pur essendo confinato nella vecchia basilica di San Pietro e restando prigioniero per due giorni senza cibo, Niccolò rifiutò di cedere. Quando fu chiaro che l'annullamento era una causa persa e che stava rischiando la scomunica per le sue azioni, Lotario si riconciliò con Niccolò, ritirò il suo esercito e tornò con la moglie Teutberga. L'imperatore Ludovico ordinò che i due arcivescovi deposti tornassero a casa loro, e la decisione di papa Niccolò continuò ad essere valida.

Una storia familiare

Se tutto sembra familiare è perché lo è: una situazione molto simile ha provocato lo scisma anglicano nel XVI secolo. Mentre Lotario alla fine accettò l'autorità del papa, però, il re Enrico VIII decise di intraprendere la via della creazione di una propria religione, che gli avrebbe convenientemente permesso di divorziare dalla moglie come voleva.

Potete immaginare se una cosa di questo tipo avvenisse oggi? I vescovi locali a sostegno di una nullità illegittima, gli inviati del papa corrotti, il papa che cambia la decisione e depone gli arcivescovi, il disgustato leader di una grande potenza che invia un esercito per assediare Roma e imprigionare il papa. I mezzi di comunicazione vivrebbero una giornata indimenticabile. Il New York Times dichiarerebbe la fine della Chiesa cattolica, l'Huffington Post esploderebbe contro l'atteggiamento retrogrado del papa sul matrimonio e gli esperti della CNN si chiederebbero se il futuro papa sarà liberale e modernizzerà la Chiesa. Il tutto unito alla confusione dottrinale che provocherebbe una disunione simile tra i vescovi e alla paura che una persecuzione così intensa del Santo Padre potrebbe estendersi ai cattolici di tutto il mondo.

Ad ogni modo la Chiesa è sopravvissuta, e anziché essere ricordato come un conservatore molesto papa Niccolò ha ottenuto i due onori maggiori possibili: la santità e il titolo esclusivo di “Magno”, diventando uno dei migliori papi che siano esistiti.

giovedì 14 novembre 2013

Il "rinnovamento" auspicato da Papa Bergoglio? E' già nel programma di Papa Montini


Rileggendo per dovere d'insegnante l'enciclica di Paolo VI Ecclesiam suam, che nel 2014 compirà il suo bravo cinquantesimo anniversario, non ho potuto fare a meno di notare le fortissime consonanze tra le priorità delineate da Papa Montini a proposito del "Rinnovamento" della Chiesa, con quelle che Papa Francesco va sviluppando in questi mesi.
C'è davvero tutto nella seconda parte dell'Enciclica che in calce vi riporto:
a) la fedeltà alla Chiesa che non va "sostituita" con una nuova Chiesa, come una Mamma è sempre la Mamma (n. 46) e di essa ci si riconosce figli devoti. 
b) Il senso da dare alla parola "riforma" che non significa affatto "cambiamento" di dottrina, né ipotetico "ritorno" a ideali chiese primitive, ma piuttosto ritrovata (e sempre da ritrovare) fedeltà al progetto originario di Cristo nel dispiegarsi del tempo, "rimessa in forma" della Chiesa (n 48-49).
c) La necessità di respingere la mentalità mondana (Paolo VI parlava di profana) che cerca sempre di insinuarsi tra i cristiani (n. 50): essi devono essere nel mondo, ma non del mondo e non possono scendere a patti con esso (dialogare con il diavolo - come dice efficacemente l'attuale pontefice - ).
d) Lo spirito di obbedienza alle regole della Chiesa: non da contestare o cambiare perché sono ardue e faticose, ma da vivere come la via stretta che sola porta alla vera vita (nn. 53-54)
e) Lo spirito di povertà messo anch'esso in crisi dalla "mentalità moderna" del mondo, che non l'accetta e rischia di farlo emarginare anche nella Chiesa (nn. 55-56)
f) L'impulso pratico della carità (n. 58) e perfino la devozione filiale a Maria (n. 59), sono punti del programma di Paolo VI che Francesco mostra con semplicità e coerenza.

Questi sono i punti che qualificano ciò che allora si chiamava, con locuzione di Giovanni XXIII "aggiornamento", cioè rinnovamento nella continuità, secondo il progetto di Dio, non i desideri o le opinioni degli uomini.
L'ermeneutica della riforma nella continuità (con il volere di Cristo e il dettato evangelico, prima ancora che con la tradizione) non è stata inventata nel 2005 (anche se Benedetto XVI l'ha fatta risplendere).

LETTERA ENCICLICA  DEL SOMMO PONTEFICE  PAOLO PP. VI

PER QUALI VIE LA CHIESA CATTOLICA DEBBA  OGGI ADEMPIRE IL SUO MANDATO

II. IL RINNOVAMENTO
43. Poi, Noi siamo presi dal desiderio che la Chiesa di Dio sia quale Cristo la vuole: una, santa, tutta rivolta verso la perfezione alla quale egli l'ha chiamata ed abilitata. Perfetta nella sua concezione ideale, nel pensiero divino, la Chiesa deve tendere alla perfezione nella sua espressione reale, nella sua esistenza terrestre. È questo il grande problema morale che sovrasta alla vita della Chiesa, la misura, la stimola, la accusa, la sostiene, la riempie di gemiti e di preghiere, di pentimenti e di speranze, di sforzo e di fiducia, di responsabilità e di meriti. È un problema inerente alle realtà teologiche da cui dipende la vita umana; non si può concepire il giudizio su l'uomo stesso, sulla sua natura, sulla sua originaria perfezione e sulle rovinose conseguenze del peccato originale, sulla capacità dell'uomo al bene e sull'aiuto di cui ha bisogno per desiderarlo e per compierlo, sul senso della vita presente e delle sue finalità, sui valori di cui l'uomo ha desiderio o disponibilità, sul criterio di perfezione e di santità e sui mezzi ed i modi per dare alla vita il suo grado più alto di bellezza e di pienezza, senza riferirsi all'insegnamento dottrinale di Cristo e del conseguente magistero ecclesiastico. L'ansia di conoscere le vie del Signore è e dev'essere continua nella Chiesa, e la discussione, sempre tanto feconda e varia, che sulle questioni relative alla perfezione si va alimentando, di secolo in secolo, in seno alla Chiesa, Noi vorremmo che riprendesse l'interesse sovrano ch'essa merita avere, e non tanto per elaborare nuove teorie, quanto per generare nuove energie, rivolte appunto a quella santità che Cristo c'insegnò e che, con il suo esempio, la sua parola, la sua grazia, la sua scuola, sorretta, dalla tradizione ecclesiastica, fortificata dalla sua azione comunitaria, illustrati dalle singolari figure dei santi, rende a noi possibile conoscere, desiderare ed anche conseguire.

Perfettibilità dei cristiani
44. Questo studio di perfezionamento religioso e morale è stimolato anche esteriormente dalle condizioni in cui la Chiesa svolge la sua vita. Non può essa rimanere immobile e indifferente davanti ai mutamenti del mondo circostante. Per mille vie questo influisce e mette condizioni sul comportamento pratico della Chiesa. Essa, come ognuno sa, non è separata dal mondo; ma vive in esso. Perciò i membri della Chiesa ne subiscono l'influsso, ne respirano la cultura, ne accettano le leggi, ne assorbono i costumi. Questo immanente contatto della Chiesa con la società temporale genera per essa una continua situazione problematica, oggi laboriosissima. Da un lato la vita cristiana, quale la Chiesa difende e promuove, deve continuamente e strenuamente guardarsi da quanto può illuderla, profanarla, soffocarla, quasi cercasse di immunizzarsi dal contagio dell'errore, e del male; dall'altro lato la vita cristiana deve non solo adattarsi alle forme di pensiero e di costume, che l'ambiente temporale le offre e le impone, quando siano compatibili con le esigenze essenziali del suo programma religioso e morale, ma deve cercare di avvicinarle, di purificarle, di nobilitarle, di vivificarle, di santificarle: altro compito questo che impone alla Chiesa un perenne esame di vigilanza morale, che il nostro tempo reclama con particolare urgenza e con singolare gravità.
45. Anche a questo riguardo la celebrazione del Concilio è provvidenziale. Il carattere pastorale ch'esso si propone di assumere, gli scopi pratici di aggiornamento della disciplina canonica, il desiderio di rendere quanto più agevole sia possibile, in armonia col carattere soprannaturale che le è proprio, la pratica della vita cristiana conferiscono a questo Concilio un merito particolare fin da questo momento, che ancora precede la maggior parte delle deliberazioni, che da esso aspettiamo. Esso infatti risveglia, sia nei Pastori sia nei Fedeli, il desiderio di conservare e di accrescere nella vita cristiana il suo carattere di soprannaturale autenticità, e ricorda a tutti il dovere d'imprimere tale carattere positivamente e fortemente nella propria condotta, educa i fiacchi ad essere buoni, i buoni ad essere migliori, i migliori ad essere generosi, i generosi a farsi santi. Apre alla santità nuove espressioni, sveglia l'amore a diventare geniale, provoca nuovi slanci di virtù e di eroismo cristiano.

In quale senso intendere la riforma
46. Naturalmente spetterà al Concilio suggerire quali siano le riforme da introdurre nella legislazione della Chiesa, e le Commissioni post-conciliari, quella specialmente istituita per la revisione del Codice di Diritto Canonico, da noi fin d'ora designata, procureranno di formulare in termini concreti le deliberazioni del Sinodo ecumenico. A voi, perciò, Venerabili Fratelli, spetterà indicarci quali provvedimenti saranno da prendere per mondare e ringiovanire il volto della santa Chiesa. Ma sia ancora una volta manifestato il nostro proposito di favorire tale riforma: quante volte nei secoli scorsi questo proposito è associato alla storia dei Concili; ebbene lo sia una volta di più, e questa volta non già per togliere dalla Chiesa determinate eresie e generali disordini, che, per grazia di Dio, non sono nel suo seno, ma per infondere nuovo spirituale vigore nel Corpo Mistico di Cristo, in quanto società visibile, purificandolo da difetti di molti suoi membri e stimolandolo a nuove virtù.
47. Affinché ciò possa avvenire, mediante il divino aiuto, sia a Noi consentito qui a voi presentare alcune previe considerazioni atte ad agevolare l'opera del rinnovamento, a infonderle il coraggio di cui essa ha bisogno - non senza qualche sacrificio infatti essa può compiersi -, e a tracciarle alcune linee, secondo le quali sembra possa meglio realizzarsi.
48. Dovremo innanzi tutto ricordare alcuni criteri che ci avvertono con quali indirizzi questa riforma deve essere promossa. Essa non può riguardare né la concezione essenziale, né le strutture fondamentali della Chiesa cattolica. La parola riforma sarebbe male usata se in tale senso fosse da noi impiegata. Non possiamo accusare d'infedeltà questa nostra diletta e santa Chiesa di Dio, alla quale reputiamo somma grazia appartenere e dalla quale sentiamo salire al nostro spirito la testimonianza che siamo figli di Dio!(28) Oh, non è orgoglio, non è presunzione, non è ostinazione, non è follia, ma luminosa certezza, ma gioiosa convinzione la nostra, d'essere costituiti membra vive e genuine del Corpo di Cristo, d'essere autentici eredi dei Vangelo di Cristo, d'essere rettamente continuatori degli Apostoli, d'avere in noi, nel grande patrimonio di verità e di costumi che caratterizzano la Chiesa cattolica, quale oggi è, l'eredità intatta e viva della tradizione originaria apostolica. Se questo forma il nostro vanto, o meglio il motivo per cui dobbiamo sempre rendere grazie a Dio,(29) costituisce altresì la nostra responsabilità davanti a Dio stesso, al quale dobbiamo rendere conto di tanto beneficio; davanti alla Chiesa, a cui dobbiamo infondere con la certezza il desiderio, il proposito di conservare il tesoro - il deposito di cui parla san Paolo(30) -, e davanti ai fratelli tuttora da noi separati e al mondo intero, perché tutti abbiano a condividere con noi il dono di Dio.
49. Così che, su questo punto, se si può parlare di riforma, non si deve intendere cambiamento, ma piuttosto conferma nell'impegno di mantenere alla Chiesa la fisionomia che Cristo le impresse, anzi di volerla sempre riportare alla sua forma perfetta, rispondente da un lato al suo primigenio disegno, riconosciuta dall'altro coerente ed approvata nel doveroso sviluppo che, come albero dal seme, da quel disegno ha dato alla Chiesa la sua legittima forma storica e concreta. Non ci illuda il criterio di ridurre l'edificio della Chiesa, diventato largo e maestoso per la gloria di Dio, come un suo tempio magnifico, alle sue iniziali e minime proporzioni, quasi che quelle siano solo le vere, solo le buone; né ci incanti il desiderio di rinnovare la struttura della Chiesa per via carismatica, quasi che nuova e vera fosse quell'espressione ecclesiastica che nascesse da idee particolari, fervorose senza dubbio e talvolta persuase di godere di divina ispirazione, introducendo così arbitrari sogni di artificiosi rinnovamenti nel disegno costitutivo della Chiesa. La Chiesa quale è dobbiamo servire ed amare, con senso intelligente della storia, e con umile ricerca della volontà di Dio, che assiste e guida la Chiesa anche quando permette che la debolezza umana ne offuschi alquanto la purezza di linee e la bellezza d'azione. Questa purezza e questa bellezza noi andiamo cercando e vogliamo promuovere.

Danni e pericoli della concezione profana della vita
50. È necessario confermare in noi tali convinzioni per evitare un altro pericolo, che il desiderio di riforma potrebbe generare non tanto in noi Pastori, cui trattiene un vigile senso di responsabilità, quanto nell'opinione di molti fedeli che pensano dover consistere principalmente la riforma della Chiesa nell'adattamento dei suoi sentimenti e dei suoi costumi a quelli mondani. Il fascino della vita profana oggi è potentissimo. Il conformismo sembra a molti fatale e sapiente. Chi non è ben radicato nella fede e nella pratica della legge ecclesiastica pensa facilmente essere venuto il momento di adattarsi alla concezione profana della vita, come se questa fosse la migliore, fosse quella che un cristiano può e deve far propria. Questo fenomeno di adattamento si pronuncia tanto nel campo filosofico (quanto può la moda anche nel regno del pensiero, che dovrebbe essere autonomo e libero, e solo avido e docile davanti alla verità e all'autorità di provati maestri!), quanto nel campo pratico, dove diventa sempre più incerto e difficile segnare la linea della rettitudine morale, e della retta condotta pratica.
51. Il naturalismo minaccia di vanificare la concezione originale del cristianesimo; il relativismo, che tutto giustifica e tutto qualifica di pari valore, attenta al carattere assoluto dei principi cristiani; l'abitudine di togliere ogni sforzo, ogni incomodo dalla pratica consueta della vita accusa d'inutilità fastidiosa la disciplina e l'ascesi cristiana; anzi talvolta il desiderio apostolico d'avvicinare ambienti profani o di farsi accogliere dagli animi moderni, da quelli giovani specialmente, si traduce in una rinuncia alle forme proprie della vita cristiana e a quello stile stesso di contegno, che deve dare a tale premura di accostamento e di influsso educativo il suo senso ed il suo vigore. Non è forse vero che spesso il giovane Clero, ovvero anche qualche zelante Religioso guidato dalla buona intenzione di penetrare nelle masse popolari o in ceti particolari cerca di confondersi con essi invece di distinguersi, rinunciando con inutile mimetismo all'efficacia genuina del suo apostolato? Il grande principio, enunciato da Cristo, si ripresenta nella sua attualità e nella sua difficoltà: essere nel mondo, ma non del mondo; e buon per noi se la sua altissima e opportunissima preghiera sarà da lui,sempre vivo per intercedere a nostro favore,(31) ancor oggi proferita davanti al Padre celeste:Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno.(32)

Non immobilità, ma « aggiornamento »
52. Ciò non vuol dire che debba essere nostra intenzione credere che la perfezione sia l'immobilità delle forme, di cui la Chiesa s'è, lungo i secoli, rivestita; e neppure ch'essa consista nel rendersi refrattari agli avvicinamenti ed accostamenti alle forme oggi comuni e accettabili del costume e dell'indole del nostro tempo. La parola, resa ormai famosa, del Nostro venerato PredecessoreGiovanni XXIII di felice memoria, la parola «aggiornamento» sarà da Noi sempre tenuta presente come indirizzo programmatico; lo abbiamo confermato quale criterio direttivo del Concilio Ecumenico, e lo verremo ricordando quasi uno stimolo alla sempre rinascente vitalità della Chiesa, alla sua sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi, e alla sua sempre giovane agilità di tutto provare e di far proprio ciò ch'è buono,(33) sempre e dappertutto.

Obbedienza, energie morali, sacrificio
53. Ma sia ancora una volta ripetuto a nostro comune ammonimento e profitto: non tanto cambiando le sue leggi esteriori la Chiesa ritroverà la sua rinascente giovinezza, quanto mettendo interiormente il suo spirito in attitudine di obbedire a Cristo, e perciò di osservare quelle leggi che la Chiesa nell'intento di seguire la via di Cristo prescrive a se stessa: qui sta il segreto del suo rinnovamento, qui la sua « metanoia », qui il suo esercizio di perfezione. Se l'osservanza della norma ecclesiastica potrà essere resa più facile per la semplificazione di qualche precetto e per la fiducia accordata alla libertà del cristiano d'oggi, reso più edotto dei suoi doveri e più maturo e più saggio nella scelta dei modi con cui adempirli, la norma tuttavia rimane nella sua essenziale esigenza: la vita cristiana, quale la Chiesa viene interpretando e codificando in sapienti disposizioni, esigerà sempre fedeltà, impegno, mortificazione e sacrificio; sarà sempre segnata dalla via stretta, di cui nostro Signore ci parla;(34) domanderà a noi cristiani moderni non minori, anzi forse maggiori energie morali che non ai cristiani di ieri, una prontezza all'obbedienza, oggi non meno che in passato doverosa e forse più difficile, certo più meritoria perché guidata più da motivi soprannaturali che naturali. Non la conformità allo spirito del mondo, non l'immunità dalle discipline d'una ragionevole ascetica, non l'indifferenza verso i liberi costumi del nostro tempo, non l'emancipazione dall'autorità di prudenti e legittimi superiori, non l'apatia verso le forme contraddittorie del pensiero moderno possono dare vigore alla Chiesa, possono renderla idonea a ricevere l'influsso dei doni dello Spirito Santo, possono darle l'autenticità della sua sequela a Cristo Signore, possono conferirle l'ansia della carità verso i fratelli e la capacità di comunicare il suo messaggio di salvezza, ma la sua attitudine a vivere secondo la grazia divina, la sua fedeltà al Vangelo del Signore, la sua coesione gerarchica e comunitaria. Non molle e vile è il cristiano, ma forte e fedele.
54. Oh! Noi sappiamo quanto il discorso diventerebbe lungo, se volessimo tracciare anche solo nelle sue linee principali il programma moderno della vita cristiana; né intendiamo ora addentrarci in tale impresa. Voi, del resto, sapete quali siano i bisogni morali del nostro tempo, e voi non cesserete di richiamare i fedeli alla comprensione della dignità, della purezza, dell'austerità della vita cristiana, come non ometterete di denunciare, come meglio è possibile, anche pubblicamente, i pericoli morali ed i vizi di cui soffre l'età nostra. Noi tutti ricordiamo le solenni esortazioni che la Sacra Scrittura grida verso di noi: Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza e che non puoi sopportare i malvagi,(35) tutti cercheremo d'essere Pastori vigilanti ed operosi. Il Concilio Ecumenico deve dare a noi stessi nuovi e salutari ordinamenti; e tutti certamente dobbiamo disporre fin d'ora i nostri animi ad ascoltarli e ad eseguirli.

Lo spirito di povertà
55. Ma Noi non vogliamo rinunciare a due accenni particolari che Ci sembrano riguardare bisogni e doveri principali, e che possono offrire tema di riflessione per gli orientamenti generali del buon rinnovamento della vita ecclesiastica.
56. Accenniamo dapprima allo spirito di povertà. Pensiamo che esso sia così proclamato nel santo Vangelo, che sia così insito nel disegno della nostra destinazione al regno di Dio, che sia messo così in pericolo dalla valutazione dei beni nella mentalità moderna, che sia così necessario per farci comprendere tante nostre debolezze e rovine nel tempo passato e per farci altresì comprendere quale debba essere il nostro tenore di vita e quale il metodo migliore per annunciare alle anime la religione di Cristo, e che sia infine così difficile praticarlo a dovere, che osiamo farne menzione esplicita in questo Nostro messaggio, non già perché Noi abbiamo in mente di emanare speciali provvedimenti canonici a questo riguardo, quanto piuttosto per chiedere a voi, Venerabili Fratelli, il conforto del vostro consenso, del vostro consiglio e del vostro esempio. Noi attendiamo che voi, quale voce autorevole che interpreta gli impulsi migliori, onde palpita lo Spirito di Cristo nella santa Chiesa, diciate come debbano Pastori e fedeli alla povertà educare oggi il linguaggio e la condotta: Abbiate in voi lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù, ci ammonisce l'Apostolo;(36) e come insieme dobbiamo proporre alla vita ecclesiastica quei criteri direttivi che devono fondare la nostra fiducia più su l'aiuto di Dio e sui beni dello spirito, che non su i mezzi temporali; che devono a noi stessi ricordare, e al mondo insegnare, il primato di tali beni su quelli economici, e che di questi tanto dobbiamo limitare e subordinare il possesso e l'uso quanto è utile al conveniente esercizio della nostra missione apostolica.
57. La brevità di questo accenno alla eccellenza e all'obbligo dello spirito di povertà, che caratterizza il Vangelo di Cristo, non Ci esonera dal ricordare che tale spirito non Ci preclude la comprensione e l'impiego, a Noi consentito, del fatto economico, reso gigantesco e fondamentale nello sviluppo della moderna civiltà, specialmente in ogni suo riflesso umano e sociale. Pensiamo anzi che l'interiore liberazione, prodotta dallo spirito della povertà evangelica, ci renda più sensibili e più idonei a comprendere i fenomeni umani collegati con i fattori economici, sia nel dare alla ricchezza e al progresso di cui può essere generatrice il giusto e spesso severo apprezzamento che le si addice, sia nel dare alla indigenza l'interessamento più sollecito e generoso, sia infine nel desiderare che i beni economici non siano fonte di lotte, di egoismi, di orgoglio fra gli uomini, ma siano rivolti, per vie di giustizia e di equità, al bene comune, e perciò sempre più provvidamente distribuiti. Tutto quanto si riferisce a questi beni economici, inferiori a quelli spirituali ed eterni, ma necessari alla vita presente, trova l'alunno del Vangelo capace di valutazione sapiente e di cooperazione umanissima: la scienza, la tecnica e specialmente il lavoro umano si fanno per noi oggetto di vivissimo interesse; e il pane che ne risulta diventa sacro per la mensa e per l'altare. Gli insegnamenti sociali della Chiesa non lasciano dubbio su questo tema; e Ci piace avere questa occasione per riaffermare in proposito la Nostra coerente adesione a tali salutari dottrine.

L'ora della carità
58. L'altro accenno che vogliamo fare è allo spirito di carità. Ma non è già questo tema radicato nei vostri animi? Non segna forse la carità il punto focale dell'economia religiosa dell'Antico e del Nuovo Testamento? Non sono alla carità rivolti i passi dell'esperienza spirituale della Chiesa? Non è forse la carità la scoperta sempre più luminosa e più gaudiosa che la teologia da un lato, la pietà dall'altro vanno facendo nella incessante meditazione dei tesori scritturali e sacramentali, di cui la Chiesa è l'erede, la custode, la maestra e la dispensatrice? Noi pensiamo, con i Nostri Predecessori, con la corona di Santi che l'età nostra ha dato alla Chiesa celeste e terrestre, e con l'istinto devoto del popolo fedele, che la carità debba oggi assumere il posto che le compete, il primo, il sommo, nella scala dei valori religiosi e morali, non solo nella teorica estimazione, ma altresì nella pratica attuazione della vita cristiana. Ciò sia detto della carità verso Dio, che la sua Carità riversò sopra di noi, come della carità che di riflesso noi dobbiamo effondere verso il nostro prossimo, vale a dire il genere umano. La carità tutto spiega. La carità tutto ispira. La carità tutto rende possibile. La carità tutto rinnova. La carità tollera tutto, crede tutto, spera tutto, tutto sopporta.(37) Chi di noi ignora queste cose? E se le sappiamo, non è forse questa l'ora della carità?

Culto a Maria
59. Questo ideale di umile e profonda pienezza cristiana richiama il Nostro pensiero a Maria Santissima, come colei che perfettamente e meravigliosamente in sé lo riflette, anzi l'ha in terra vissuto ed ora in cielo ne gode il fulgore e la beatitudine. È felicemente in fiore il culto alla Madonna oggi nella Chiesa; e Noi in questa occasione volentieri vi rivolgiamo lo spirito per ammirare nella Vergine Santissima, Madre di Cristo, e perciò Madre di Dio e Madre nostra, il modello della perfezione cristiana, lo specchio delle virtù sincere, la meraviglia della vera umanità. Pensiamo che il culto a Maria sia fonte di insegnamenti evangelici: nel Nostro pellegrinaggio in Terra Santa, da Lei, la beatissima, la dolcissima, l'umilissima, l'immacolata creatura, a cui toccò il privilegio di offrire al Verbo di Dio la carne umana nella sua primigenia e innocente bellezza, abbiamo voluto assumere l'insegnamento dell'autenticità cristiana, e a Lei ancora rivolgiamo lo sguardo implorante, come ad amorosa maestra di vita, mentre ragioniamo con voi, Venerabili Fratelli, della rigenerazione spirituale e morale della vita della Santa Chiesa.
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