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martedì 5 dicembre 2017

"Non ci indurre in tentazione" Papa Benedetto lo spiegò 10 anni fa...

Per recenti parole di Papa Francesco si è riaccesa la bagarre di chi vuole cambiare anche il Padre Nostro, a proposito della "traduzione" (in realtà "un calco") dell'espressione "non c'indurre in tentazione".
Riproponiamo con l'occasione - a vantaggio degli smemorati cronici - le pagine del primo tomo del libro "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI che, ben 10 anni fa, spiegava per bene, senza semplificazioni televisive, i termini della questione:

E non c'indurre in tentazione


Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio"; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).

 Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l'alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in modo tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù:
«Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).

Uno sguardo al Libro di Giobbe, in cui sotto tanti aspetti si delinea già il mistero di Cristo, può fornirci ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l'uomo per schernire in questo modo Dio: la sua creatura, che Egli ha formato a sua immagine, è una creatura miserevole. Quanto in essa sembra bene, è invece solo facciata.
In realtà all'uomo - a ogni uomo - interessa sempre e solo il proprio benessere. Questa è la diagnosi di
Satana, che l'Apocalisse definisce «l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). La diffamazione dell'uomo e della creazione è in ultima istanza diffamazione di Dio, giustificazione del suo rifiuto.

 Satana vuole dimostrare la sua tesi con Giobbe, il giusto: se solo gli venisse tolto tutto, allora egli lascerebbe presto perdere anche la sua religiosità. Così Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, anche se entro limiti ben definiti: Dio non lascia cadere l'uomo, ma permette che venga messo alla prova. Qui traspare già in modo sommesso e non ancora esplicito il mistero della vicarietà, che prende una forma grandiosa in Isaia 53: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell'uomo. Mediante la sua  fede provata nella sofferenza, egli ristabilisce l'onore dell'uomo. Così le sofferenze di Giobbe sono anticipatamente sofferenze in comunione con Cristo, che ristabilisce l'onore di noi tutti al cospetto di Dio e ci indica la via per non perdere, neppure nell'oscurità più profonda, la fede in Dio.

Il Libro di Giobbe può anche esserci d'aiuto nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l'uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell'uva deve fermentare per divenire vino di qualità, così l'uomo ha bisogno di purificazioni, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L'amore è sempre un processo di purificazioni, di rinunce, di trasformazioni dolorose di noi stessi e così una via di maturazione. Se Francesco Saverio poté pregare Dio dicendo: «Ti amo, non perché puoi donarmi il paradiso o l'inferno, ma semplicemente perché sei quello che sei - mio re e mio Dio», era stato certamente necessario un lungo percorso di purificazioni interiori per giungere a quest'ultima libertà - un percorso di maturazioni, in cui era in agguato la tentazione, il pericolo della caduta - e tuttavia un percorso necessario.

Così possiamo ora interpretare la sesta domanda del Padre nostro già in maniera un po' più concreta. Con essa diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se - come nel caso di Giobbe - dai un po' di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me». In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo «e non c'indurre in tentazione», esprimiamo la consapevolezza «che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà» (De dom. or. 25).

 E poi, ponderando il profilo psicologico della tentazione, egli spiega che ci possono essere due differenti motivi per cui Dio concede al Maligno un potere limitato. Può accadere come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia, affinché sperimentiamo di nuovo la povertà del nostro credere, sperare e amare e non presumiamo di essere grandi da noi: pensiamo al fariseo che racconta a Dio delle proprie opere e crede di non aver bisogno di alcuna grazia. Cipriano, purtroppo, non specifica poi il significato dell'altro tipo di prova: la tentazione che Dio ci impone ad gloriam - per la sua gloria. Ma in questo caso non dovremmo ricordarci che Dio ha messo un carico particolarmente gravoso di tentazioni sulle spalle delle persone a Lui particolarmente vicine, i grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Teresa di Lisieux nel pio mondo del suo Carmelo? Tali persone stanno, per così dire, sulle orme di Giobbe come apologia dell'uomo, che è al contempo difesa di Dio. Ancor più: sono in modo del tutto particolare in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni. Sono chiamate a superare, per così dire, nel proprio corpo, nella propria anima le tentazioni di un'epoca, a sostenerle per noi, anime comuni, e ad aiutarci nel passaggio verso Colui che ha preso su di sé il gravame di tutti noi.

 Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall'altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani. Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).

lunedì 27 novembre 2017

Medjugorje. Le prime apparizioni raccontate dalla veggente Vicka

Presentiamo il libro di recente ripubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova, originariamente intitolato nel 1985: "Mille incontri con la Madonna", e oggi, significamente modificato in "Medjugorje. Le prime apparizioni raccontate dalla veggente Vicka" . E' da notare che l'edizione degli anni '80, introvabile, è addirittura valutata su Amazon più di 300 euro sul mercato dell'usato (vedi qui)! Il libro è una pietra miliare a proposito della conoscenza del fenomeno Medjugorje nei suoi primissimi passi, ben prima della enorme pubblicità ricevuta e della commercializzazione che ne è seguita. E' inoltre testimonianza inattaccabile del cambiamento "inspiegabile" tra la modalità peculiari e infantili delle prime "apparizioni" e la modalità che poi è diventata classica: visione, messaggi...ecc.

Contenuto
Riedizione in una veste grafica nuova dell’importante documento storico pubblicato nel 1985, e subito riedito nel 1986, dalle Edizioni Messaggero Padova: la trascrizione delle registrazioni dei colloqui tra padre Janko Bubalo e Vicka, la maggiore dei «veggenti» di Medjugorje. P. Janko interrogò in maniera familiare e vivace, talvolta scherzosa, ma al tempo stesso incalzante e precisa Vicka facendosi raccontare, fin nei particolari più discussi o irritanti, i primi tre anni di apparizioni: dal 24 giugno 1981 al 31 dicembre 1983. Sono quindi pagine che rappresentano una testimonianza storica unica e imprescindibile per la conoscenza dei fatti. La Premessa alla prima edizione italiana fu firmata dai curatori dell’opera: il francescano Smiljan-Dragan Kožul e il paolino, divenuto poi celebre come esorcista della diocesi di Roma, Gabriele Amorth. Unica novità presente della nuova edizione è la Prefazione del mariologo Gian Matteo Roggio, docente presso la Pontificia facoltà teologica Marianum di Roma, che aiuta a comprendere, nell’attuale contesto storico ed ecclesiale, il valore di queste pagine.
Ecco un estratto dell'introduzione alla nuova edizione del libro e l'indice del testo:
Qualche battuta interessante dal testo: 
PADRE JANKO: Il 2 agosto 1981 [...] dopo che avete pregato, la Madonna ha detto che tutti i presenti potevano toccarla. Dicono che la gente si era messa in fila e che ad uno ad uno si avvicinavano e la toccavano. Marija indicava loro dov'era. 
VICKA: Va' avanti. 
PADRE JANKO: È capitato un fatto strano. Dal contatto delle mani di molti, rimaneva la macchia sulla Madonna, tanto che alla fine l'abito della Madonna sembrava tutto sporco e macchiato. 
VICKA: Questo lo so. Quando la toccavano quelli che avevano il cuore impuro, rimaneva sulla Madonna una specie di macchia. (!!!!)

Per acquistarlo:

mercoledì 30 novembre 2016

Un contributo di Giovanni Paolo II al dibattito su comunione ai divorziati risposati

Nel 1981 era stata pubblicata da Giovanni Paolo II la grande Esortazione Apostolica post-sinodale sulla Famiglia, una delle tappe miliari del suo pontificato: la "Familiaris Consortio".
A pochi anni di distanza, nel dicembre del 1984, San Giovanni Paolo II, a seguito di un altro Sinodo, stavolta sulla Penitenza e la riconciliazione, dà alle stampe la "Reconciliatio et Paenitentia". 
Anche in quest'ultima Esortazione il Santo Padre non tralascia di affrontare alcuni casi "più delicati"- così scrive - che riguardano le persone in quelle situazioni che non permettono l'accesso ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. 
Possiamo leggere con quanta bontà eppure con quale schietta parresia il Pontefice polacco sapeva coniugare Verità e Misericordia, il principio della compassione e il principio della coerenza, per cui la chiesa mai può "chiamare bene il male e male il bene".
Non vogliamo che il suo magistero si perda proprio adesso che, canonizzato il Papa, viene combattuto il suo pensiero che è il pensiero della Chiesa riguardo alle "condizioni richieste" per l'accesso ai sacramenti, condizioni ben chiarite e ribadite fin da Familiaris Consortio 84.
La parola più importante è: "FINCHÉ". Il Papa non esclude nessuno dalla Misericordia di Dio, ma i Sacramenti, di cui la Chiesa ha solo l'amministrazione e non il possesso, richiedono delle condizioni oggettive e delle disposizioni minime. Non correre - fa capire il Papa - finché non ci sono le condizioni richieste dare i sacramenti sarebbe una menzogna contro la verità, come chiudere per sempre le porte della possibile riconciliazione sarebbe negare la divina bontà. Non si può fare nessuna delle due cose. Ma finché c'è vita c'è speranza di riconciliazione piena e di cambiamento.
Un principio fondamentale della Teologia cattolica è quello di leggere il magistero successivo sempre e solo alla luce della Parola di Dio e del magistero precedente, divenuto "Tradizione". Se paiono in contraddizione si deve chiedere una spiegazione. E a volte si dovrà pretenderla.

Dall'Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, num. 34 di S.Giovanni Paolo II:

Alcuni casi più delicati

Ritengo di dover fare a questo punto un accenno, sia pur brevissimo, a un caso pastorale che il Sinodo ha voluto trattare - per quanto gli era possibile farlo -, contemplandolo anche in una delle «Propositiones». Mi riferisco a certe situazioni, oggi non infrequenti, in cui vengono a trovarsi cristiani desiderosi di continuare la pratica religiosa sacramentale, ma che ne sono impediti dalla condizione personale in contrasto con gli impegni liberamente assunti davanti a Dio e alla Chiesa. Sono situazioni che appaiono particolarmente delicate e quasi inestricabili.

Non pochi interventi nel corso del Sinodo, esprimendo il pensiero generale dei padri, hanno messo in luce la coesistenza e il mutuo influsso di due principi, egualmente importanti, in merito a questi casi. Il primo è il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa, continuatrice nella storia della presenza e dell'opera di Cristo, non volendo la morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora, cerca sempre di offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della riconciliazione con lui. L'altro è il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste.

Circa questa materia, che affligge profondamente anche il nostro cuore di pastori, è sembrato mio preciso dovere dire parole chiare nell'esortazione apostolica «Familiaris Consortio», per quanto riguarda il caso di divorziati risposati, o comunque di cristiani che convivono irregolarmente.

Al tempo stesso, sento il vivo dovere di esortare, insieme col Sinodo, le comunità ecclesiali e, soprattutto, i vescovi a portare ogni aiuto possibile ai sacerdoti, che, venendo meno ai gravi impegni assunti nell'ordinazione si trovano in situazioni irregolari. Nessuno di questi fratelli deve sentirsi abbandonato dalla Chiesa. Per tutti coloro che non si trovano attualmente nelle condizioni oggettive richieste dal sacramento della penitenza, le dimostrazioni di materna bontà da parte della Chiesa, il sostegno di atti di pietà diversi da quelli sacramentali, lo sforzo sincero di mantenersi in contatto col Signore, la partecipazione alla santa messa, la ripetizione frequente di atti di fede, di speranza, di carità, di dolore il più possibile perfetti, potranno preparare il cammino per una piena riconciliazione nell'ora che solo la Provvidenza conosce.

martedì 5 gennaio 2016

Il viaggio epico dei Re Magi riassunto in cinque minuti

Uno splendido ri-montaggio con le immagini del film Nativity ci fa rivivere la storia dei Magi, dalla decisione di seguire il presagio astrale all'incontro col Dio-Bambino al ritorno a casa. Per gustare l'Epifania con un video: 

martedì 29 settembre 2015

Imitare gli angeli secondo il pensiero di Sant'Antonio di Padova

A,Vivarini: santi Antonio e Michele arcangelo - XV sec. - Venezia
Per la festa dei santi Arcangeli, che precede di pochi giorni quella degli angeli custodi, vi propongo un bellissimo passo del Dottore Evangelico di Padova che ci spiega come possiamo nella nostra vita entrare a far parte dei cori angelici, vocazione a cui siamo chiamati per una "più grande misericordia" redentrice del Signore.

Dai Sermoni di sant'Antonio di Padova, Sacerdote e Dottore della Chiesa. (Serm XXI dom p.Pent.,3)
Dal Re dei re di tutto il creato, il Signore Gesù Cristo, che comanda agli angeli in cielo e agli uomini in questo mondo, ogni fedele viene nominato «regio funzionario" (in lat. règulus, piccolo re), per il fatto che ha in se stesso una certa raffigurazione degli ordini celesti, e che consta anche lui dei quattro elementi fondamentali di cui consta ogni creatura.
I cori celesti sono nove, ma noi li ordineremo in tre gruppi di tre ordini (cori) ciascuno.
Nel primo gruppo ci sono gli Angeli, gli Arcangeli e le Virtù.
Negli Angeli è raffigurata l'osservanza dei precetti, negli Arcangeli l'attenzione ai consigli e la loro applicazione, nelle Virtù i prodigi della vita santa. Anche tu dunque fai parte del coro degli Angeli quando osservi i comandamenti del Signore. Dice il profeta Malachia: «Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza»(Ml 2,7).
Similmente fai parte del coro degli Arcangeli quando osservi non solo i comandamenti, ma ti sforzi di seguire anche i consigli di Gesù Cristo. Infatti Isaia ti suggerisce: «Proponiti un consiglio, raduna una consulta» (Is 16,3).
Infine entri a far parte del coro delle Virtù quando risplenderai dei prodigi di una vita santa. Dice il Signore: «Chi crede in me farà anche lui le opere che faccio io, e ne farà anche di più grandi» (Gv 14,12).
E la Glossa commenta: Ciò che il Signore opera in noi non senza il nostro concorso, è più grande di tutto ciò che egli opera senza di noi; così che quando un malvagio diventa giusto, quest'opera è più grande di tutto ciò che vi è in cielo e in terra e altrove, perché quelle cose passeranno, mentre quest'opera resterà, e in quelle c'è soltanto l'opera di Dio, mentre in questa c'è anche l'immagine di Dio.
Anche se Dio ha creato gli angeli, la giustificazione dell'empio appare opera più grande che creare dei giusti, poiché anche se in entrambe le opere c'è un'eguale potenza, nella giustificazione dell'empio c'è una più grande misericordia.
Sant'Antonio segue la disposizione gregoriana dei nove cori angelici, cioè la gerarchia degli angeli secondo Gregorio Magno (e non ancora quella che diverrà popolare dalla II metà del XIII sec. cioè quella dello Pseudo Dionigi, che Dante dice aver corretto perfino il santo Papa!). Dunque i nomi dei nove cori angelici, secondo questa tradizione sono: Angeli, Arcangeli, Virtù, Potestà, Principati, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini.

mercoledì 15 luglio 2015

Le citazioni di S.Bonaventura nell'enciclica sul creato di Papa Francesco

Giovanni Antonio Pordenone, S.Bonaventura - 1530-35 (Londra)
A fronte di 3 citazioni di San Tommaso d'Aquino, l'enciclica di Papa Francesco Laudato si' riporta ben 4 citazioni del Dottore Serafico San Bonaventura da Bagnoregio (+1274). Certo l'ispirazione "sanfrancescana" è fondamentale, ma colui che ci ha trasmesso "teologicamente" interpretata la figura e l'esistenza del Santo d'Assisi è senza dubbio il suo settimo successore alla guida dell'Ordine minoritico: appunto San Bonaventura (di cui oggi festeggiamo la ricorrenza liturgica). Se volete conoscerlo meglio, penso che le tre catechesi che a lui dedicò nel 2010 Papa Benedetto XVI siano un ottimo punto di partenza.

Ora leggiamo i numeri in cui viene citata la teologia del Dottore francescano nella recente enciclica del Papa regnante. Come si vede San Bonaventura è citato all'inizio, nel mezzo e alla fine del testo papale: il teologo - insieme all'agiografo (Tommaso da Celano)- ci trasmette viva e feconda l'esperienza e l'ispirazione del Poverello.

SAN FRANCESCO D'ASSISI
11. La sua [di S.Francesco] testimonianza ci mostra anche che l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano. Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori e «li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione».[19] La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo discepolo san Bonaventura narrava che lui, «considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella».[Legenda Maior, VIII, 6: FF 1145.] Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio.

II. LA SAPIENZA DEI RACCONTI BIBLICI
66. I racconti della creazione nel libro della Genesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esistenza umana e la sua realtà storica. Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra (cfr Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15). Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto (cfr Gen 3,17-19). Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’Assisi viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura. San Bonaventura disse che attraverso la riconciliazione universale con tutte le creature in qualche modo Francesco era riportato allo stato di innocenza originaria.[Cfr Legenda Maior, VIII, 1: FF 1134.] Lungi da quel modello, oggi il peccato si manifesta con tutta la sua forza di distruzione nelle guerre, nelle diverse forme di violenza e maltrattamento, nell’abbandono dei più fragili, negli attacchi contro la natura.

VI. I SEGNI SACRAMENTALI E IL RIPOSO CELEBRATIVO
233. L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero.[159] L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura: «La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature».[In II Sent., 23, 2, 3]

VII. LA TRINITÀ E LA RELAZIONE TRA LE CREATURE
239. Per i cristiani, credere in un Dio unico che è comunione trinitaria porta a pensare che tutta la realtà contiene in sé un’impronta propriamente trinitaria. San Bonaventura arrivò ad affermare che l’essere umano, prima del peccato, poteva scoprire come ogni creatura «testimonia che Dio è trino». Il riflesso della Trinità si poteva riconoscere nella natura «quando né quel libro era oscuro per l’uomo, né l’occhio dell’uomo si era intorbidato».[Quaest. disp. de Myst. Trinitatis, 1, 2, concl.] Il santo francescano ci insegna che ogni creatura porta in sé una struttura propriamente trinitaria, così reale che potrebbe essere spontaneamente contemplata se lo sguardo dell’essere umano non fosse limitato, oscuro e fragile. In questo modo ci indica la sfida di provare a leggere la realtà in chiave trinitaria.

venerdì 10 aprile 2015

La Divina Misericordia nella mistica di Angela da Foligno

Un passo molto bello del Libro della santa mistica francescana Angela da Foligno (presentata qui da Papa Benedetto XVI), ci introduce nella comprensione della Divina Misericordia come "medico" che risana l'essere umano con il perdono e "medicina" che lo mantiene in salute attraverso la conversione e la vita di penitenza.
La misericordia di Dio - ci spiega Angela, illuminata da rivelazioni interiori - dev'essere accolta come un dono gratuito, ma essa non agisce in modo "indolore", richiede cambiamento, allontanamento dal peccato, rimorso per il passato e "desiderio di liberarsi dalla malattia". Mostrarsi al medico è la prima cosa da fare, senza dimentica di fare tutto ciò che egli prescrive!
In questo modo va inteso il processo di liberazione dal peccato, non una dichiarazione forense di amnistia, ma un gioioso, sebbene faticoso, cammino di guarigione.

S. Angela da Foligno (1248-1309), Memoriale, cap. IV, il 21° passo
10. La divina misericordia...Ora nuovamente mi ha rivelato una cosa e me l’ha così impressa nel cuore e dimostrata tanto chiaramente, che a fatica posso trattenermi dal gridarla a tutti.
È questa: nessuna persona potrà portare scuse in ordine alla salvezza, perché non c’è bisogno che faccia se non come fa con il medico il malato, che gli manifesta la malattia e si prepara a mettere in atto le cose che gli dice. Così, non è necessario che una persona faccia di più o che si procuri altre medicine; deve soltanto mostrarsi al medico e disporsi a fare tutto quello che lui gli dice; e si guardi bene dal mischiarvi cose contrarie.L’anima capì che la medicina era il suo sangue e che gliela dava lui stesso. Il malato non deve fare altro che prepararsi e allora il medico gli ridà la salute e guarisce la sua malattia.
Qui l’anima capì che tutte le membra avevano una malattia particolare e indicò i loro peccati. Cominciò a contare tutte le membra e le loro colpe, che vide e specificò mirabilmente. Egli ascoltò tutto pazientemente e dopo affermò molto gioiosamente e piacevolmente che la guariva subito e aggiunse: «Maria Maddalena provò dolore, perché era malata, ed ebbe il desiderio di liberarsi dalla malattia. Chiunque ha questo desiderio può trovare come lei la salvezza».
Fece un altro esempio, sebbene fermandomi e meditando sul primo ne avessi per tutta la giornata. Disse: «Quando tornano al Padre i figlioli che con il peccato si allontanarono dal mio regno e si fecero figli del diavolo, egli prova gioia per il loro ritorno e mostra ad essi una letizia speciale, tanta è quella che gusta, e dà loro una grazia particolare, che non concede agli altri che furono vergini e non si separarono da lui. Questo avviene per l’amore del Padre e perché essi, ritornando, si dolgono d’aver offeso una maestà tanto grande, capiscono d’essere degni dell’inferno e hanno una tale conoscenza dell’amore del Padre, che provano un piacere speciale». 
Se volete leggere l'intero "Memoriale" di Sant'Angela da Foligno, lo trovate qui in formato PDF 

venerdì 27 marzo 2015

Il significato della croce nel mistero della liturgia in un cortometraggio

Per preparare ragazzi, giovani e meno giovani alla celebrazione della Passione del Signore e alla Settimana Santa, vi consiglio questo video, un filmato che ha vinto il premio di miglior cortometraggio religioso del 2012. Potremmo descriverlo come una parabola: dalla noia alla partecipazione attiva nella liturgia.
L'esperienza liturgica e l'ascolto "partecipativo" della Parola di Dio ti rendono davvero contemporaneo alla vicenda della morte e risurrezione del Signore, e quando ricevi la comunione Cristo compie di nuovo in te l'opera della salvezza realizzata una volta per sempre sulla croce. Il linguaggio cinematografico comunica questo in maniera immediata ed emotivamente convincente. Si può "predicare" anche così: e questo coinvolgente sermone dura solo 5 minuti!
Ecco dunque il film "Domenica delle Palme", in inglese sottotitolato in Italiano. Da non perdere e da far conoscere:


Sito ufficiale del film

Traduzione: Francesca Di Russo
Sottotitoli di: Giuseppe Boncoraglio

martedì 24 marzo 2015

Caro Sinodo.... 500 preti di Inghilterra e Galles sul matrimonio "mantenere unità di prassi e dottrina"

Contro chi vuole separare dottrina e prassi dell'indissolubilità
Il settimanale inglese Catholic Herald lancia una notizia che non ho visto riportata da nessuno in Italia. Eppure dire che il 10% dei preti di una Conferenza Episcopale Nazionale ha messo il proprio nome in pubblico sottoscrivendo un appello a mantenere l'attuale insegnamento sull'indissolubilità matrimoniale (dottrina e prassi insieme), fondato sulla Parola di Dio e sul magistero della Chiesa, non è cosa da poco. Ricordo infatti che i sacerdoti Cattolici in Inghilterra e Galles sono poco più di 5 mila. Ma non è strano che proprio loro prendano l'iniziativa: è a causa di un divorzio (quello di Enrico VIII che voleva risposarsi) che la Chiesa inglese ha perso la sua unità con Roma nel 1534 e ha visto poi tante persecuzioni e martiri del calibro di San John Fisher e Tommaso Moro, oltre che innumerevoli preti e laici rimasti fedeli fino alla morte. Ecco una sommaria traduzione di quanto trovate qui

Quasi 500 sacerdoti in Inghilterra e Galles esortano il prossimo Sinodo di ottobre a mantenersi saldo sulle posizioni tradizionali a proposito della Comunione per i divorziati risposati.
Per questi preti la dottrina e la prassi devono "restare saldamente e inseparabilmente in armonia".

Hanno firmato tutti insieme una lettera invitando i partecipanti al Sinodo famiglia di quest'anno a dare un "annuncio chiaro e fermo"di sostegno a ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio. Nella lettera, pubblicata sul Catholic Herald di questa settimana, i preti scrivono: "Come sacerdoti cattolici vogliamo riaffermare la nostra fedeltà incrollabile all'insegnamento tradizionale riguardo il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal Magistero della Chiesa per due millenni". Già il Sinodo straordinario dello scorso anno ha provocato un acceso dibattito sulla questione se ai cattolici divorziati e risposati dovrebbe esser consentito ricevere la Santa Comunione - una proposta presentata dall'ultraottantenne cardinale tedesco Walter Kasper.

In quello che pare essere un passo senza precedenti, 461 sacerdoti d'Inghilterra e Galles si sono uniti insieme per sollecitare i partecipanti sinodali a respingere la proposta. Scrivono: "Noi affermiamo l'importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti, e che dottrina e la prassi rimangono saldamente e inseparabilmente in armonia".

Un firmatario, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha affermato "C'è stata non poca pressione a non firmare la lettera; in effetti un certo grado di intimidazione da parte di alcuni uomini di Chiesa di alto livello".
Un altro, che ha chiesto anch'egli di non essere nominato, ha detto che la questione della comunione ai risposati è "una questione di interesse pastorale e fedeltà al Vangelo". Ha detto: "Misericordia richiede sia amore che verità. C'è molto in gioco. Non tutti i preti si sentono a proprio agio nell'esprimersi in una lettera aperta, ma sarei molto preoccupato se ci fossero sacerdoti in disaccordo con i sentimenti che questa lettera contiene".
"La lettera invita alla fedeltà alla dottrina cattolica, e richiede che la prassi pastorale rimanga 'inseparabilmente in sintonia' con ciò che è creduto.
I sacerdoti affermano che vogliono rimanere nell'impegno ad aiutare "quelli che lottano per seguire il Vangelo in una società sempre più secolarizzata", ma fanno capire che le coppie e le famiglie che sono rimaste fedeli non vengono adeguatamente supportate o incoraggiate.
Firmatari notevoli della lettera includono teologi come  p. Aidan Nichols e don John Saward, e il fisico di Oxford p. Andrew Pinsent. Hanno inoltre firmato la lettera p. Robert Billing, portavoce della diocesi di Lancaster, P. Tim Finigan, blogger e pubblicista per il Catholic Herald, e don Julian Large, prevosto del London Oratory.
I sacerdoti concludono la missiva invitando tutti i partecipanti al prossimo Sinodo "a fare un annuncio chiaro e fermo dell'insegnamento morale non mutevole della Chiesa, in modo che la confusione possa essere allontanata e la fede confermata."
Parlando di recente in occasione della presentazione del suo nuovo libro: Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell'amore, il Cardinal Kasper ha detto che i cattolici dovrebbero far conoscere ai vescovi le loro speranze e le preoccupazioni per il Sinodo. Ma è ancor più importante che preghino affinché lo Spirito Santo guidi le decisioni dei vescovi. Il cardinale ha detto: "Tutti dovremmo pregare perché c’è una battaglia in corso. Si spera che il Sinodo sarà in grado di trovare una risposta comune, con una larga maggioranza, che non sia una rottura con la tradizione, ma una dottrina che sia uno sviluppo della tradizione".

IL TESTO della Lettera dei 500 preti (vedi l'originale e tutte le firme qui)
Dopo il Sinodo straordinario dei Vescovi a Roma nell'ottobre 2014 è sorta parecchia confusione relativamente all'insegnamento morale cattolico. In questa situazione vogliamo, come sacerdoti cattolici, riaffermare la nostra fedeltà incrollabile alle dottrine tradizionali concernenti il matrimonio e il vero significato della sessualità umana, fondate sulla Parola di Dio e insegnate dal Magistero della Chiesa per due millenni. Ci impegniamo nuovamente nel compito di presentare questo insegnamento in tutta la sua pienezza, e nello stesso tempo a raggiungere con la misericordia del Signore coloro che lottano per rispondere alle esigenze e alle sfide del Vangelo in una società sempre più secolarizzata. Inoltre affermiamo l'importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti e che l'insegnamento dottrinale e la prassi pastorale rimangano saldamente e inseparabilmente in armonia. Esortiamo tutti coloro che parteciperanno al secondo Sinodo di ottobre 2015 a proclamare con chiarezza e fermezza l'insegnamento morale non mutevole della Chiesa, in modo che la confusione possa essere allontanata e la fede confermata.
Seguono le firme dei sacerdoti

Fonte; leggi anche questo approfondimento su Voice of the Family

Qui il comunicato stampa in inglese che presenta la lettera

Chi volesse riprendere la lettera o far giungere il suo sostegno ad essa è invitato dal comitato organizzatore inglese a scrivere segnalando la cosa a:

S.Em. Lorenzo Cardinal Baldisseri
Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
Palazzo del Bramante
Via della Conciliazione, 34
00193 Roma

S. Em. Gerhard Ludwig Cardinal Müller
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Piazza del S. Uffizio, 11
00193 Roma
email: cdf@cfaith.va


giovedì 29 gennaio 2015

Preghiera dello studente a Sant'Antonio di Padova in vista degli esami

A tutti i miei più giovani confratelli, che in questo periodo si affannano sui libri in preparazione agli esami delle Facoltà Teologiche, e a tutti i giovani universitari che, di appello in appello, affrontano le peripezie accademiche, dedico questa preghiera tradizionale: è un'orazione al Santo di Padova, il Dottore Evangelico Sant'Antonio, perché ottenga a chi prega - e non solo a chi studia tanto - il dono della sapienza (e della pace interiore) per superare le difficoltà degli esami:


O amabile Sant'Antonio,
che in premio della tua profonda umiltà
e angelica purezza
hai meritato da Dio il dono della sapienza,
con cui hai approfondito i più reconditi misteri
e li hai svelati alle moltitudini
con la tua meravigliosa predicazione,
volgi uno sguardo benigno su di me
e sopra i miei studi:
fa che io conosca il mio nulla
e mi conservi casto di mente e di corpo
per ottenere dal Signore la benedizione
necessaria per il buon esito dei miei studi e dei miei esami,
a gloria Sua e a bene dell'anima mia.
Amen!

sabato 25 ottobre 2014

Seconde nozze e orientali: i cattolici avevano dubbi? Con i greci forse, ma con gli Armeni proprio no


Abbiamo assistito recentemente ad un risorgente interesse per il Concilio tridentino da parte di chi intenderebbe mostrare che la Chiesa romana non è poi così sicura della impossibilità dottrinale, per i battezzati coniugati, di passare a nuove nozze in caso di fallimento del primo matrimonio. Almeno questo si evincerebbe dalla cautela nelle relazioni con i greci ortodossi e dalla mancata condanna della prassi divorzistica bizantina ortodossa.

La ricostruzione delle vicende storiche di Trento, apparsa su Civiltà Cattolica (vedi qui) si conclude riconoscendo che, tuttavia, al Concilio di Firenze, in occasione della fragile unione con i greci, il Papa Eugenio IV aveva insistito nel voler appianare la questione che ancora rimaneva "insoluta". Forse sarebbe meglio dire che i greci non accettavano la prassi conseguente all'indissolubilità del matrimonio sacramentale che tra i latini era già ben assodata. Questo lo possiamo asserire perché al Concilio fiorentino le relazioni con le chiese orientali non si limitarono ai dialoghi con i greci, ma ne furono interessati anche i copti d'Egitto, i siri e gli armeni. Proprio nei confronti di questi ultimi troviamo alcune espressioni che dovrebbero togliere ogni dubbio sulla chiarezza dell'insegnamento romano, al di là delle cautele tenute in successive situazioni conciliari, per motivi - diremmo oggi - di opportunità ecumenica.

Prendiamo dunque in considerazione la Bolla Exsultate Deo per l'unione con gli Armeni, promulgata da Papa Eugenio IV al Concilio di Firenze il 22 novembre1439, fu qualificata dal beato Paolo VI, durante l'incontro nel maggio 1967 con il Catholicos (ortodosso) di Cilicia Khoren I, in questo modo: "ancora oggi costituisce per noi un testo apportatore di sicura dottrina" (Civ. Catt. II/1967 p. 504). Questa bolla, per la sua importanza, è oggi inserita nell'Enchiridion della Famiglia e della vita del Pontificio Consiglio per la Famiglia (LEV 2014) come primo documento tra quelli censiti della suprema autorità ecclesiale.
In tale decreto, promulgato più di cent'anni prima del Concilio di Trento - quindi in un periodo e in una situazione non di polemica con i Protestanti - troviamo un paragrafo riassuntivo della visione dottrinale sul matrimonio per la Chiesa Cattolica, nell'ambito della trattazione dei sette sacramenti:
Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo dell'unione di Cristo e della Chiesa, secondo l'apostolo, che dice: Questo sacramento è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa (Ef. 5,32). Causa efficiente del sacramento è regolarmente il mutuo consenso, espresso verbalmente di persona. Triplice è lo scopo del matrimonio: primo, ricevere la prole ed educarla al culto di Dio; secondo, la fedeltà, che un coniuge deve conservare verso l'altro; terzo, la indissolubilità del matrimonio, perché essa significa la unione indissolubile di Cristo e della Chiesa. E quantunque a causa della infedeltà sia permesso separarsi, non è lecito, però, contrarre un altro matrimonio, poiché il vincolo del matrimonio legittimamente contratto è eterno.


Septimum est sacramentum matrimonii, quod est signum coniunctionis Christi et Ecclesiae secundum Apostolum dicentem 'Sacramentum hoc magnum est: ego autem dico in Christo et in Ecclesia' (Eph 5,32). Causa efficiens matrimonii regulariter est mutuus consensus per verba de praesenti expressus. Assignatur autem triplex bonum matrimonii. Primum est proles suscipienda et educanda ad cultum Dei. Secundum est fides, quam unus coniugum alteri servare debet. Tertium indivisibilitas matrimonii, propter hoc quod significat indivisibilem coniunctionem Christi et Ecclesiae. Quamvis autem ex causa fornicationis liceat tori separationem facere, non tamen aliud matrimonium contrahere fas est, cum matrimonii vinculum legitime contracti perpetuum sit.
     Come ben si vede, papa Eugenio era convinto di dichiarare la fede della Chiesa, i cui contenuti essenziali dovevano essere tenuti da tutti, compresi gli Armeni che tornavano alla comunione con la Chiesa di Roma. Evidentemente il Papa, nel grande sforzo ecumenico del Concilio fiorentino, non presentava questioni di pastorale mutevole o di prassi legittimamente diversificata o diversificabile da una chiesa all'altra. Richiama invece la realtà sacramentale del matrimonio dei battezzati in riferimento al dato scritturistico (Paolo agli Efesini), richiama i tre beni del matrimonio, cioè gli scopi a cui è indirizzato per quanti condividono la fede cattolica.
       L'indissolubilità del matrimonio è il "bonum sacramenti" (in latino viene chiamata indivisibilitas riferita alla indivisibilità dei due ormai "una sola carne"). Essa non viene sostenuta da argomentazioni umani, di convenienza sociale o di utilità pastorale per la famiglia (che pur ci sono), ma solamente dal fatto che il matrimonio cristiano è sacramento dell'unione di Cristo con la sua Chiesa, cioè il segno e lo strumento attraverso cui si rinnova e si ripresenta nel mondo l'unione indissolubile tra Dio e l'uomo, la redenzione e la santificazione dell'umanità da parte di Cristo che riunisce tutti i credenti nell'unica sua famiglia, la Chiesa.
      Il decreto, poi, riconosce la dolorosa necessità, in certi casi ammissibile, della separazione. E' realista papa Eugenio, sa benissimo che il tradimento è intollerabile in molte coppie, ma non per questo il vincolo matrimoniale può considerarsi sciolto. Nel testo latino si usa la locuzione non fas est: presso i Romani fas indicava in modo generale una norma di carattere religioso, in contrapposizione a ius, la norma giuridica. Il senso è quindi che la non permissività delle seconde nozze non è un comando umano  o di diritto ecclesiastico, che possa cambiare, ma di origine divina, basato sulla volontà stessa di Dio.
        Addirittura il vincolo matrimoniale viene definito perpetuum, cioè "perpetuo", "eterno", che dura sempre, sottinteso "anche oltre la morte". Ed effettivamente, se pensiamo che i cristiani credono nella vita senza fine, sarebbe logico prevedere che l'unione di due cristiani in una sola carne vada al di là della morte. Anche Basilio Petrà insiste sul fatto che questa è la corretta visione antica e patristica, a cui però la chiesa, fin dai tempi apostolici, trova un'eccezione nel permesso dato da San Paolo alle vedove di potersi risposare una volta morto il coniuge (vedi qui). Secondo Petrà, però questa eccezione significherebbe che in caso di separazione irrevocabile è permesso risposarsi (non solo per morte, ma anche allargando ad altre fattispecie). Ma in una mentalità sacramentale, si nota bene invece l'analogia tra la dissoluzione delle specie eucaristiche, che pone termine alla presenza reale sacramentale di Cristo, e la dissoluzione fisica di uno dei coniugi, che pone fine al segno sacramentale del matrimonio, cioè la coppia di sposi (dando perciò al coniuge superstite la libertà di passare a nuove nozze).
Incoronazione nel matrimonio armeno

PS. A corollario di quanto scrive oggi la rivista dei Gesuiti Civiltà Cattolica, è utile, a parer mio, leggere anche come intendeva il famoso canone 7 sul matrimonio del Concilio di Trento un Dottore della Chiesa dell'epoca, il gesuita san Pietro Canisio, nella sua fortunatissima Summa Doctrinae Christianae (1555). Quanto troviamo annotato a margine del canone dal Santo Dottore non pare lasciar dubbi sul significato della definizione ancorché obliqua:

domenica 5 ottobre 2014

Esclusivo: contributo del Papa Emerito Benedetto XVI per il Sinodo sulla famiglia!


Un titolo così non sarebbe sbagliato, ma mancherebbe di indicare la data di questo contributo.... comunque attira l'attenzione ;-)! Vi riporto un discorso del 2008, fatto da Papa Benedetto a Lourdes, in Francia, e rivolto proprio ai vescovi (leggi qui il discorso intero). Tratta vari argomenti che Ratzinger riteneva (e certamente ritiene tuttora) di importanza capitale. Chissà se almeno i vescovi francesi porteranno nella loro valigetta anche questa pagina luminosa e chiarissima del recente magistero papale. Non sono passati secoli... quello che era vero 6 anni fa, sarà ancora vero oggi? O la Chiesa ha cambiato missione e verità improvvisamente? Vogliamo continuare ad andare controcorrente per il bene del mondo o i nostri vescovi decideranno che è ora di andare come il mondo suggerisce?
Duqneu, dopo aver trattato di problemi del sacerdozio, Papa Ratzinger proseguiva così la sua allocuzione alla Conferenza Episcopale d'oltralpe:

"Quali sono gli altri campi che richiedono maggiore attenzione? Le risposte possono differire da una diocesi all’altra, ma vi è un problema che appare dappertutto di una particolare urgenza: è la situazione della famiglia. 
Sappiamo che la coppia e la famiglia affrontano oggi delle vere burrasche. Le parole dell’evangelista a proposito della barca nella tempesta in mezzo al lago possono applicarsi alla famiglia: “Il vento gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena” (Mc 4, 37). I fattori che hanno generato questa crisi sono ben conosciuti, e non mi soffermerò perciò ad elencarli. Da vari decenni le leggi hanno relativizzato in molti Paesi la sua natura di cellula primordiale della società. Spesso le leggi cercano più di adattarsi ai costumi e alle rivendicazioni di particolari individui o gruppi, che non di promuovere il bene comune della società.
L’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata alla edificazione di un benessere terreno, grazie alla nascita di bambini donati da Dio, non è più, nella mente di certuni, il modello a cui l’impegno coniugale mira. Tuttavia l’esperienza insegna che la famiglia è lo zoccolo solido sul quale poggia l’intera società. Di più, il cristiano sa che la famiglia è anche la cellula viva della Chiesa. Più la famiglia sarà imbevuta dello spirito e dei valori del Vangelo, più la Chiesa stessa ne sarà arricchita e risponderà meglio alla sua vocazione. Conosco, per altro, ed incoraggio vivamente gli sforzi che fate per recare il vostro sostegno alle diverse associazioni che operano per aiutare le famiglie.
Avete ragione di attenervi con fermezza, anche a costo di andare controcorrente, ai principi che fanno la forza e la grandezza del Sacramento del matrimonio. 
La Chiesa vuol restare indefettibilmente fedele al mandato che le ha affidato il suo Fondatore, il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo. Essa non cessa di ripetere con Lui: “Ciò che Dio ha unito l’uomo non lo separi!” (Mt 19,6). La Chiesa non si è data da sola questa missione: l’ha ricevuta. Certo, nessuno può negare l’esistenza di prove, a volte molto dolorose, che certi focolari attraversano. Sarà necessario accompagnare le famiglie in difficoltà, aiutarle a comprendere la grandezza del matrimonio, e incoraggiarle a non relativizzare la volontà di Dio e le leggi di vita che Egli ci ha dato. Una questione particolarmente dolorosa, come sappiamo, è quella dei divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si possono dunque ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime. L’Esortazione apostolica Familiaris consortio ha indicato il cammino aperto da un pensiero rispettoso della verità e della carità".

Dal DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI ALLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE - Viaggio apostolico in Francia, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes (12 - 15 SETTEMBRE 2008), Hémicycle Sainte-Bernadette Lourdes, domenica 14 settembre 2008

giovedì 2 ottobre 2014

Sant'Antonio ci chiede: hai chiesto scusa al tuo Angelo custode per non averlo ascoltato?

Sant'Antonio e angeli, di Leonardo da Besozzo sec. XV
Napoli, Chiesa di San Lorenzo Maggiore - Cappellone di Sant'Antonio.
Sant'Antonio, nel suo Sermone sulla riconciliazione fraterna (Domenica VI dopo Pentecoste, §14) ci presenta una dottrina alquanto singolare, eppure molto attenta alla necessità tipicamente francescana di fare pace con tutti: con Dio, con il prossimo (cioè gli altri esseri umani), con gli angeli (cioè i nostri fratelli di puro spirito), e perfino con noi stessi (il nostro spirito, dice Antonio). Con Cristo ci riconcilia la confessione, con il prossimo il "fare il primo passo" per chiedere perdono. Ma anche con l'angelo custode, che spesso non ascoltiamo, c'è bisogno di riconciliarsi. Sorprendente è che sant'Antonio ci dice che perfino l'opera di misericordia verso i poveri può aspettare, se ci si ricorda di dover chiedere scusa al proprio Angelo! Effettivamente, però la logica è dalla parte di Antonio: come si lascia la preghiera verso Dio per riconciliarsi con l'uomo, così non si deve confidare nell'offerta che va a Dio attraverso il povero, pensando sia l'unica cosa che conta, e tralasciando l'attenzione alle creature spirituali e invisibili, nostri fratelli che ci ricordano l'obbedienza a Dio, e  di tendere verso l'alto.
"Ci sono quattro specie di offerte, e anche quattro diversi tipi di nostri fratelli....Fratello nostro è ogni prossimo, Cristo, l'angelo e il nostro spirito. 
Se dunque presenti il dono della preghiera all'altare della santa Trinità, e lì ti ricordi che il fratello, cioè il tuo prossimo, ha qualcosa contro di te, se tu lo hai offeso con parole o con atti, o se hai del malanimo contro di lui: se è lontano, va', non con i piedi ma con l'animo umile a prostrarti al cospetto di colui al quale stai per fare la tua offerta; se invece è presente, va' con i tuoi piedi, a chiedergli perdono.... 
Se offri il dono dell'elemosina ai poveri, e lì ti ricordi che il tuo fratello, cioè l'angelo, che dal momento della creazione, quando anche tu sei stato creato, per grazia ti è stato assegnato da Dio, per portare in cielo le tue preghiere e le tue elemosine, ha qualcosa contro di te, cioè si lamenta di te perché, mentre lui ti suggerisce il bene tu rivolgi altrove l'orecchio dell'obbedienza, lascia lì il tuo dono, non confidare cioè nella tua arida elemosina fatta senza sentimento, ma va' prima, con i passi dell'amore, a riconciliarti per mezzo dell'obbedienza all'angelo dell'ammonizione, che ti è stato dato come custode, e poi presenta per mano sua il tuo dono, che sarà così gradito a Dio".

mercoledì 3 settembre 2014

A 500 anni dall'espulsione da Oxford i “Greyfriars” (francescani conventuali) sono tornati


Quasi 500 anni dopo la loro espulsione da Oxford, i “Greyfriars” (Frati Grigi, cioè i Francescani Conventuali, che vestono l'abito color cinerimo) sono tornati al Convento del Beato Agnello da Pisa.
Oxford è per il francescanesimo inglese la vera e propria "culla", il luogo di fioritura e moltiplicazione dei primi religiosi autoctoni, ricevuti già nel 1224, vivente il fondatore, da fra Agnello da Pisa. Questo intraprendente missionario francescano, dopo aver aperto il primo convento a Parigi, nella grande città universitaria in cui desiderava poter diffondere l'Ordine minoritico, fu inviato dal Poverello d'Assisi fino ai confini del mondo medievale: la Gran Bretagna. Un gruppo di 8 frati sbarcò nell’isola il 10 settembre di 790 anni fa! Si recarono dapprima a Canterbury, la sede primaziale della cattolica Inghilterra di allora, poi a Londra, ospiti dei Domenicani, e infine nella città universitaria di Oxford, dove Agnello sapeva di poter trovare giovani entusiasti per la vita religiosa e insieme vivacità culturale, teologica e biblica. Lo studio di Oxford per i frati studenti si sviluppò mirabilmente in poco tempo, arrivando ad essere secondo solo a quello di Parigi. L'iniziatore della missione inglese, Agnello, nonostante la malferma salute, volle tornare per breve tempo in Italia. Stabilitosi di nuovo ad Oxford, morì il 13 marzo del 1235 o 1236, a soli 41 anni. Nei secoli dai francescani di Oxford sarebbero usciti frati del calibro di Ruggero Bacone, Giovanni Duns Scoto, e Guglielmo di Occam.
Durante la Riforma inglese del XVI secolo i Greyfriars furono perseguitati e cacciati, come tutti gli ordini religiosi soppressi dalla furia anticattolica di Enrico VIII. Solo nel 1906 i Cappuccini, altro ramo della famiglia francescana, si erano insediati ad Oxford, fondando un collegio universitario (chiuso nel 2008 in modo piuttosto controverso). Oggi rimangono a condurre la locale parrocchia. Solamente nel 1910 anche i frati Conventuali misero di nuovo piede sul suolo inglese.

Dal 26 settembre prossimo 12 frati conventuali apriranno di nuovo formalmente le porte del convento nella cittadina di Oxford, presso All Saints (Tutti i Santi), a breve distanza dal centro (fonte). Il complesso di All Saints viene ceduto dalle suore anglicane Sorelle dei poveri che si ritirano (foto in alto: la consegna delle chiavi da parte delle suore). I frati in formazione potranno così risiedere e studiare nella prestigiosa università, frequentando la scuola di teologia dei Frati Predicatori, ricominciando ad annodare i cordoni della storia tranciati ai tempi della separazione dei cristiani inglesi da Roma.
Intanto, nella memoria della Beata Vergine Maria Regina, il 22 agosto 2014, due frati inglesi hanno emesso la professione solenne dei voti proprio ad Oxford, nelle mani del Vicario generale dell'Ordine, fra Jerzy Norel.
Fra James Mary McInerney e fra Gerard Mary Toman hanno formulato i loro voti definitivi durante una celebrazione che si è tenuta dai Domenicani del Collegio “Blackfriars” (Frati neri, come vengono chiamati i Domenicani per via della loro cappa), i quali hanno generosamente offerto la loro cappella e il refettorio del priorato per la festa seguente.
Grazie a Dio l'Ordine dei "Greyfriars" sta sperimentando in Inghilterra e Irlanda una promettente fioritura vocazionale dopo un lungo inverno: il 25 luglio scorso 6 giovani hanno professato i loro primi voti da francescani, un novizio ha da poco iniziato il cammino di preparazione e altri due religiosi sono stati ordinati sacerdoti il mese scorso. Tanti auguri ai nostri confratelli!

I frati di Inghilterra e Irlanda partecipanti al Capitolo Custodiale 

venerdì 29 agosto 2014

Giovanni Battista modello di chi vuol seguire la vita religiosa - meditazione di S.Antonio di Padova

Sant'Antonio e Giovanni Battista - di Piero della Francesca
Ogni tanto nei Sermoni del Santo Dottore di Padova ci si imbatte in pagine dirette alla riforma di vita dei religiosi. Sappiamo che sant'Antonio ha scritto la sua opera per i confratelli francescani: è quindi alla loro vocazione che - in particolare - si riferisce, anche se le sue raccomandazioni sono sempre generali, e, come in questo caso, vanno bene per tutti coloro che intraprendono e vogliono perseverare nel cammino della vita consacrata. Il testo seguente è tratto dal sermone per la II domenica di Avvento, tutto dedicato alla figura austera e penitente di San Giovanni Battista, di cui oggi celebriamo il martirio. Il precursore di Gesù nel deserto viene preso a modello delle virtù di quanti desiderano abbracciare la vita di penitenza e di quotidiana rinuncia in un ordine religioso.

Dai Sermoni di Sant'Antonio di Padova:

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Chi siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re» (Mt 11,7-8). 
Il deserto è la vita religiosa. E su questo concordano le parole di Isaia:
«Si rallegrerà il deserto e la terra inaccessibile, esulterà la solitudine e fiorirà come giglio. Germoglierà e crescerà, esulterà di gioia e proromperà in canti di lode» (Is 35,1-2).
In ogni ordine religioso si devono osservare in modo assoluto tre virtù: la povertà, la castità e l'obbedienza; tre virtù che sono richiamate nella precedente citazione di Isaia.
La povertà quando Isaia dice: «Si rallegrerà il deserto»; la castità quando aggiunge: «Fiorirà come giglio»; l'obbedienza quando conclude: «Germoglierà e crescerà».

- Dunque la povertà: «Si rallegrerà il deserto». Il religioso che vuole osservare veramente la povertà, deve compiere tre cose:
primo, rinunciare ad ogni bene terreno;
secondo, non avere alcuna volontà di possederne in futuro;
terzo, sopportare con pazienza le privazioni inerenti alla stessa povertà.
Questi tre atti sono indicati nelle parole: deserto, terra inaccessibile, e solitudine.
La vita del religioso dev'essere deserta, nella rinuncia ad ogni bene terreno; inaccessibile (in latino: invia, senza via), che cioè nella sua volontà non resti neanche l'ombra del desiderio di possedere qualcosa.
Dice in proposito Isaia: «Il deserto diventerà un Carmelo e il Carmelo sarà considerato una valle» (Is 32,15). Carmelo s'interpreta «conoscenza della circoncisione». Quindi il deserto, cioè l'ordine religioso, diventerà un Carmelo, cioè una circoncisione per quanto riguarda la rinuncia ai beni terreni; e la rinuncia ai beni sarà una valle, per ciò che riguarda la volontà di non possedere. Chi è sciolto da questi due legami, a buon diritto può rallegrarsi e cantare: L'anima mia è sciolta dal laccio dei cacciatori (cf. Sal 123,7). Si rallegrerà dunque il deserto e la terra inaccessibile.
A queste due qualità si deve aggiungere la terza: il religioso sappia patire la fame e la sete e sopportare le privazioni (cf. Fil 4,12). E così ci sarà la «solitudine che esulterà» quando sopporterà con pazienza questi disagi e altri simili.

- La castità: «Fiorirà come giglio». Il giglio (in latino lilium, che suona quasi come lacteum, latteo) simboleggia il candore della castità. Dice Geremia: «I suoi nazirei erano più candidi della neve e più bianchi del latte» (Lam 4,7). Ad essi il Signore promette per bocca di Isaia: Non dica l'eunuco, cioè colui che si è reso tale per il regno dei cieli, che ha promesso la continenza: Ecco io sono come albero secco. Poiché questo dice il Signore: Agli eunuchi che osservano i miei sabati, cioè la purezza del cuore che è il sabato dello spirito, e hanno scelto ciò che io voglio, cioè la castità del corpo, della quale dice l'Apostolo: Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione, affinché ognuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto (1Ts 4,3-4), e hanno osservato il mio patto, il patto concluso con me nel battesimo, darò nella mia casa, nella quale ci sono molti posti, e dentro le mie mura, di cui è detto nell'Apocalisse che sono costruite con diaspro (Ap 21,18), pietra preziosa di color verde che raffigura l'esultanza dell'eterna viridità (giovinezza), darò, ripeto, un posto del quale dice Giovanni: Vado a prepararvi un posto (Gv 14,2), e un nome più bello, cioè più eccellente, che avrà più valore che aver generato figli e figlie, un nome eterno, del quale dice l'Apocalisse: Scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme, e il mio nome nuovo (Ap 3,12). Avrà il nome di Dio perché sarà simile a Dio e lo vedrà come egli è (cf. 1Gv 3,2): Io dissi: Siete Dei (Sal 81,6); avrà il nome di Gerusalemme perché sarà nella pace; avrà il nome di Gesù perché è stato salvato. Avrà un nome eterno che mai sarà cancellato (Is 56,3-5), che mai cadrà in dimenticanza.

- L'obbedienza: «Germoglierà e crescerà, ed esulterà di gioia e proromperà in canti di lode». Osserva che la vera obbedienza ha in se stessa cinque qualità, indicate proprio nelle cinque parole suddette. La vera obbedienza è umile, ossequiente, pronta, gioconda e perseverante.
Umile nel cuore: questo indica la parola «germoglierà». Il germoglio è come l'inizio del fiore, e l'umiltà è l'inizio di ogni opera buona.
Ossequiente nella voce, indicato dalla parola «crescerà». Dall'umiltà del cuore procede il rispetto, anche nel tono della voce.
Pronta al comando, e a questo si riferisce la parola «esulterà». Dice il salmo: «Esulterà come un prode che percorre la via» (Sal 18,6).
Gioconda nella sofferenza, e questo è indicato dalla parola «con gioia».
Perseverante nell'esecuzione degli ordini, e allora sarà anche «piena di lode», perché ogni lode si canta alla fine.
O religiosi, così dev'essere il deserto del nostro ordine, nel quale siete venuti ad abitare uscendo dalla vanità del mondo. Perciò a voi ha detto il Signore: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto?»...
Ogni religioso sia ricolmo di questi tre doni, cioè della speranza, della gioia e della pace: della speranza per quanto riguarda la povertà, la quale spera solo in Dio; della gioia per ciò che concerne la castità, senza la quale non c'è gioia della coscienza; della pace, nei riguardi dell'obbedienza, fuori della quale non c'è pace per nessuno: «Non c'è pace per gli empi, dice il Signore» (Is 57,21); se il religioso sarà ricolmo di questi doni, sia certo che abbonderà anche nella speranza e nella grazia dello Spirito Santo, per vivere fiducioso nel deserto dell'ordine religioso.
Fratelli carissimi, imploriamo il Signore nostro Gesù Cristo che ci preservi dall'essere canna sbattuta dal vento o uomini avvolti in morbide vesti; ci faccia invece abitare nel deserto della penitenza, poveri, casti e obbedienti.
Ce lo conceda colui che è degno di lode, soave e amabile, Dio benedetto e beato nei secoli eterni. E ogni ordine religioso, puro e senza macchia, dica: Amen. Alleluia!

sabato 19 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 7 - commenti di Giovanni Paolo II - Padre nelle tue mani...

L'ultima delle tradizionali "Sette parole di Cristo in Croce". Nel silenzio del Sabato Santo ne rileggiamo il commento scritto dal beato Pontefice papa Wojtyla:

Settima parola:

"Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 7 dicembre 1988

2. “Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito” (Lc 23, 46). Con queste parole Luca esplicita il contenuto del secondo grido che Gesù emise poco prima di morire (cf. Mc 13, 37; Mt 27, 50). Nel primo grido egli aveva esclamato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34; Mt 27, 46). Queste parole sono completate da quelle altre, che costituiscono il frutto di una riflessione interiore maturata in preghiera. Se per un momento Gesù ha avuto e sofferto la tremenda sensazione di essere abbandonato dal Padre, ora la sua anima reagisce nell’unico modo che, come egli sa bene, si conviene a un uomo, che al tempo stesso è anche il “Figlio prediletto” di Dio: il totale abbandono nelle sue mani.

Gesù esprime questo suo sentimento con parole che appartengono al salmo 31-30: il salmo dell’afflitto che prevede la sua liberazione e ringrazia Dio che sta per operarla: “Mi affido alle tue mani: tu mi riscatti, Signore, Dio fedele” (Sal 31 [30], 6). Gesù nella sua lucida agonia, sta ricordando e balbettando anche qualche versetto di quel salmo, recitato spesse volte durante la sua vita. Ma, stando alla narrazione dell’evangelista, quelle parole sulla bocca di Gesù prendono un valore nuovo.

3. Con l’invocazione “Padre” (“Abbà”), Gesù dà al suo abbandono tra le mani del Padre un accento di fiducia filiale. Gesù muore da figlio. Muore in perfetta conformità al volere del Padre, per la finalità di amore che il Padre gli ha affidato e che il Figlio ben conosce.
Nella prospettiva del salmista l’uomo, colpito dalla sventura e afflitto dal dolore, rimette il suo spirito nelle mani di Dio per sfuggire alla morte che lo minaccia. Gesù, invece, accetta la morte e rimette il suo spirito nelle mani del Padre per attestargli la sua ubbidienza e manifestargli la sua fiducia per una nuova vita. Il suo abbandono è dunque più pieno e più radicale, più audace, più definitivo, più carico di volontà oblativa.

4. Inoltre quest’ultimo grido è un complemento del primo, come abbiamo notato fin da principio. Riprendiamo i due testi e vediamo che cosa risulta dal loro confronto. Anzitutto sotto l’aspetto semplicemente linguistico e quasi semantico.
Il termine “Dio” del salmo 22-21 è ripreso, nel primo grido, come un’invocazione che può significare smarrimento dell’uomo nel proprio nulla dinanzi all’esperienza dell’abbandono da parte di Dio, considerato nella sua trascendenza e quasi sperimentato in uno stato di “separazione” (il “Santo”, l’Eterno, l’Immutabile). Nel successivo grido Gesù ricorre al salmo 31-30, inserendovi l’invocazione a Dio come Padre (“Abbà”), appellativo che gli è abituale e in cui ben si esprime la familiarità di uno scambio di calore paterno e di atteggiamento filiale.

E inoltre: nel primo grido anche Gesù pone un “perché” a Dio, certo con profondo rispetto per la sua volontà, la sua potenza, la sua infinita grandezza, ma senza reprimere il senso di umano sgomento che non può non suscitare una morte come quella. Ora invece, nel secondo grido, vi è l’espressione dell’abbandono fiducioso nelle braccia del Padre sapiente e benigno, che tutto dispone e regge con amore. Vi è stato un momento di desolazione, nel quale Gesù si è sentito senza appoggio e difesa da parte di tutti, perfino di Dio: un momento tremendo; ma è stato presto superato grazie all’affidamento di sé nelle mani del Padre, la cui presenza amorosa e immediata Gesù avverte nella struttura più profonda del proprio io, giacché egli è nel Padre come il Padre è in lui (cf. Gv 10, 38;14, 10 s), anche sulla croce!

5. Le parole e le grida di Gesù sulla croce, per essere comprese, devono essere considerate in rapporto a ciò che egli stesso aveva annunciato in precedenza, nelle predizioni della sua morte e nell’insegnamento sul destino dell’uomo in una nuova vita. Per tutti la morte è un passaggio all’esistenza nell’aldilà; per Gesù è, anzi, la premessa della risurrezione che avverrà il terzo giorno. La morte, dunque, ha sempre un carattere di dissoluzione del composto umano, che suscita ripulsa: ma dopo il primo grido, Gesù con grande serenità rimette il suo spirito nelle mani del Padre, in vista della nuova vita e anzi della risurrezione da morte, che segnerà il coronamento del mistero pasquale. Così, dopo tutti i tormenti delle sofferenze fisiche e morali subite, la morte è abbracciata da Gesù come un ingresso nella pace inalterabile di quel “seno del Padre”, verso il quale è stata rivolta tutta la sua vita.

6. Con la sua morte Gesù rivela che alla fine della vita l’uomo non è votato all’immersione nell’oscurita, nel vuoto esistenziale, nella voragine del nulla, ma è invitato all’incontro col Padre, verso il quale si è mosso nel cammino della fede e dell’amore in vita, e nelle cui braccia si è gettato con santo abbandono nell’ora della morte. Un abbandono che, come quello di Gesù, comporta il dono totale di sé da parte di un’anima che accetta di essere spogliata del suo corpo e della vita terrestre, ma che sa di trovare nelle braccia, nel cuore del Padre la nuova vita, partecipazione alla vita stessa di Dio nel mistero trinitario.

7. Attraverso il mistero ineffabile della morte l’anima del Figlio giunge a godere della gloria del Padre nella comunione dello Spirito (amore del Padre e del Figlio). E questa è la “vita eterna”, fatta di conoscenza, di amore, di gioia, di pace infinita.
Di Gesù, l’evangelista Giovanni dice che “rese lo spirito” (Gv 19, 30), Matteo che “esalò lo spirito” (Mt 27, 50), Marco e Luca che “spirò” (Mc 15, 37; Lc 23, 46). È l’anima di Gesù che entra nella pienezza della visione beatifica in seno alla Trinità. In questa luce di eternità si può afferrare qualcosa del misterioso rapporto tra l’umanità di Cristo e la Trinità, sfiorato dalla lettera agli Ebrei quando, parlando dell’efficacia salvifica del sangue di Cristo, ben superiore a quella del sangue degli animali offerti nei sacrifici dell’antica alleanza, scrive che nella sua morte Cristo “mediante uno spirito eterno ha offerto se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9, 14).

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