Cerca nel blog (argomenti, singole parole o frasi):

Condividi

Visualizzazione post con etichetta evangelizzazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta evangelizzazione. Mostra tutti i post

sabato 14 novembre 2015

L'autoambulanza della Misericordia: prendere alla lettera le parole del Papa

Grazie al sempre splendido fr.Z e al suo blog aggiornatissimo, ho trovato questa notizia che, spero, ispiri qualcuno a imitare lo zelo dei confratelli americani! Sappiamo tutti quanto il Santo Padre insista sul sacramento della Confessione. Anche quello che qui viene presentato è un modo per rendere piuttosto visibile la possibilità di accedere alla riconciliazione, giocando sulla metafora cara a Papa Francesco della "Chiesa-ospedale da campo".
Traduco al volo la notizia che trovate in originale su questo sito americano.

Autoambulanza trasformata in confessionale mobile: l'emergenza della conversione!

La diocesi americana di Lafayette (Lousiana) ha pensato ad un nuovo mezzo per rendere più semplice il contatto con la Chiesa Cattolica, soprattutto per i più lontani (dovete pensare alle distanze degli Stati Uniti e alla rarità delle chiese in cui si può trovare un confessore...)

Hanno perciò trasformato una vecchia ambulanza in un confessionale su ruote, chiamandolo più o meno "pronto soccorso spirituale". Sulla fiancata un'immagine di Gesù misericordioso e versetti biblici, la nuova unità mobile è pronta per le emergenze spirituali, ristrutturata com'è per la preghiera e la riconciliazione sacramentale.

"E' un modo per dare espressione pubblica della nostra fede cattolica con un po' d'orgoglio, perché la fede non è da confinare tra le quattro mura d'una chiesa, ma può andare sulle strade", dice Don Michael Champagne, sacerdote della Diocesi di Lafayette.

L'ambulanza-confessionale fa parte del progetto per l'anno giubilare della Misericordia indetto da Papa Francesco e che inizierà l'8 dicembre. Grazie ad un'offerta anonima in due settimane si è potuta completare quella che Don Champagne chiama una chiesa su ruote. "Dobbiamo andare dove sta la gente. Le persone vengono in chiesa come ad un centro di culto e di preghiera, ma anche noi abbiamo bisogno di uscire e raggiungere la gente" dice sempre il sacerdote.

Il veicolo non rappresenta solo un modo per portare più persone alla Chiesa cattolica, ma rende più facile ai fedeli con agende piuttosto affollate accostarsi alla confessione.

"Papa Francesco ci chiede di uscire verso le periferie della Chiesa e ora abbiamo i mezzi per farlo" ha affermato il vescovo Michael Jarrell.

Dentro l'ambulanza ci sono Bibbie, corone del rosario e perfino acqua benedetta. E' completamente equipaggiata per la cura spirituale di chi ne ha bisogno.

"Non c'è nessun peccato in tutto il mondo troppo grosso per la misericordia di Dio", afferma Don Champagne "E noi vogliamo allargare la portata del vangelo della misericordia predicandolo alla nostra gente".

L'unità di cura spirituale farà varie tappe nella zona della Louisiana francese a partire dall'8 dicembre, per l'inizio dell'Anno santo della Misericordia.


E c'è pure la video notizia! Grandiosi!!

sabato 10 gennaio 2015

San Francesco esortava così i suoi frati

Francesco illustra il Vangelo al Sultano - mosaico di M. Rupnik S.J.
Il capitolo XXII della Regola non bollata di San Francesco d'Assisi inizia con la seguente esortazione ai frati. Mi pare quanto mai attuale, pur essendo stata scritta nel 1220, dopo la permanenza del Santo in Egitto tra i crociati e i musulmani, dove ebbe il coraggio di andare ad annunciare il Vangelo al Sultano:
O frati tutti, riflettiamo attentamente che il Signore dice: "Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano" (Mt 5,44), poiché il Signore nostro Gesù Cristo, di cui dobbiamo seguire le orme (Cfr. 1Pt 2,21), chiamò amico (Cfr. Mt 26,50) il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono, dunque, nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, e li dobbiamo amare molto poiché, a motivo di ciò che essi ci infliggono, abbiamo la vita eterna.
Al capitolo XVI della stessa Regola, Franceesco dava anche le sue dettagliate istruzione per i religiosi che intendevano andare missionari "tra i Saraceni e gli altri infedeli". La memoria del santo Poverello recupera tutte le citazioni evangeliche necessarie per sostenere i suoi fratelli nell'intento di portare Cristo a coloro che ne sono privi, anche a costo della vita. Portare a tutti il regalo del Vangelo è il primo scopo della vita francescana: per questo lo si deve vivere, perché altrimenti non si sarebbe nemmeno credibili.

Cap. XVI: Dl COLORO CHE VANNO TRA I SARACENI E GLI ALTRI INFEDELI
1 Dice il Signore: "Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. 2 Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe" (Mt 10,16).
3 Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo.
4 Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se vedrà che sono idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore (Cfr. Lc 16,2), se in queste come in altre cose avrà proceduto senza discrezione. 
5 I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. 6 Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1Pt 2,13) a e confessino di essere cristiani.
7 L'altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5). 
8 Queste ed altre cose che piaceranno al Signore, possono dire ad essi e ad altri; poiché dice il Signore nel Vangelo: "Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli" (Mt 10,32); 9 e: "Chiunque si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando tornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli" (Lc 9,26)
10 E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. 11 E per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: "Colui che perderà l'anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna" (Cfr. Lc 9,24.; Mt 25,46).
12 "Beati quelli che sono perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,10). 13 Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15,20). 14 E: "Se poi vi perseguitano in una città fuggite in un'altra (Cfr. Mt 10,23). 15 Beati sarete, quando gli uomini vi odieranno e vi malediranno e vi perseguiteranno e vi bandiranno e vi insulteranno e il vostro nome sarà proscritto come infame e falsamente diranno di voi ogni male per causa mia (Cfr. Mt 5,11 e 12); 16 rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Lc 6,23; Mt 5,12). 17 E io dico a voi, miei amici: non lasciatevi spaventare da loro (Cfr. Lc 12,4) 18 e non temete coloro che uccidono il corpo e dopo di ciò non possono far niente di più (Mt 10,28; Lc 12,4).
19 Guardatevi di non turbarvi (Mt 24,6). 20 Con la vostra pazienza infatti salverete le vostre anime (Lc 21, 19). 21 E chi persevererà sino alla fine, questi sarà salvo" (Mt 10,22; 24,13).

venerdì 18 aprile 2014

La predica del Venerdì Santo di Padre Raniero Cantalamessa a San Pietro


Ho ritagliato dalla lunga celebrazione della Passione del Signore tenuta oggi in Vaticano, solo la forte predica del Cappuccino p. Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, che offre al Papa, alla Curia Romana e a tutto il popolo di Dio la sua meditazione annuale. Il tema è tutto centrato su Giuda: il suo peccato e il nostro peccato, l'amore del denaro e il tradimento di Cristo, suo e nostro, ma non senza aperture alla speranza, alla misericordia, al sacramento della confessione che ci permette di accedere e di applicare a noi ciò che Gesù ci ha conquistato sulla Croce.
Trovate tutto il testo scritto preparato da padre Raniero sul suo sito internet www.cantalamessa.org, il titolo della predica: "Vi era con loro anche Giuda, il traditore"

sabato 29 marzo 2014

Un sacerdote che non ha tempo per confessare non cura le sue pecore, parola di Papa Francesco

Papa Francesco impegnato nel ministero della confessione sacramentale
Oltre al gesto di inginocchiarsi davanti al confessore, ieri Papa Francesco ha fatto anche un discorso sulla confessione, ma solo l'Avvenire l'ha riportato (oltre, ovviamente, i media vaticani). Per il resto è passato sotto silenzio. Belli i gesti, ma senza parola rimangono icone da venerare invece che esempi da comprendere e insegnamenti da mettere in pratica...
Il Pontefice ha incontrato i partecipanti al corso sulla confessione che annualmente viene organizzato dalla Penitenzieria Apostolica per la formazione dei sacerdoti.
Ne riporto una larga parte, ma potete leggerlo completamente a questo collegamento:

E' un discorso tipicamente "da Papa Francesco", con i piedi ben piantati per terra e gli occhi al cielo. A partire dalla propria esperienza spirituale e pastorale. Anche i "consigli" che dà ai confessori sono gentili richiami ai doveri sacerdotali. Soprattutto quello di mettere orari per le confessioni ed essere fedeli nel farsi trovare.... Dice dunque Papa Francesco:
Se la Riconciliazione trasmette la vita nuova del Risorto e rinnova la grazia battesimale, allora il vostro compito è donarla generosamente ai fratelli. Donare questa grazia. Un sacerdote che non cura questa parte del suo ministero, sia nella quantità di tempo dedicato sia nella qualità spirituale, è come un pastore che non si prende cura delle pecore che si sono smarrite; è come un padre che si dimentica del figlio perduto e tralascia di attenderlo. Ma la misericordia è il cuore del Vangelo! Non dimenticate questo: la misericordia è il cuore del Vangelo! È la buona notizia che Dio ci ama, che ama sempre l’uomo peccatore, e con questo amore lo attira a sé e lo invita alla conversione. Non dimentichiamo che i fedeli fanno spesso fatica ad accostarsi al Sacramento, sia per ragioni pratiche, sia per la naturale difficoltà di confessare ad un altro uomo i propri peccati. Per questa ragione occorre lavorare molto su noi stessi, sulla nostra umanità, per non essere mai di ostacolo ma sempre favorire l’avvicinarsi alla misericordia e al perdono. Ma, tante volte capita che una persona viene e dice: “Non mi confesso da tanti anni, ho avuto questo problema, ho lasciato la Confessione perché ho trovato un sacerdote e mi ha detto questo”, e si vede l’imprudenza, la mancanza di amore pastorale, in quello che racconta la persona. E si allontanano, per una cattiva esperienza nella Confessione. Se c’è questo atteggiamento di padre, che viene dalla bontà di Dio, questa cosa non succederà mai.
E bisogna guardarsi dai due estremi opposti: il rigorismo e il lassismo. Nessuno dei due fa bene, perché in realtà non si fanno carico della persona del penitente. Invece la misericordia ascolta veramente con il cuore di Dio e vuole accompagnare l’anima nel cammino della riconciliazione. La Confessione non è un tribunale di condanna, ma esperienza di perdono e di misericordia!
...Noi sappiamo che il Signore ha voluto fare questo immenso dono alla Chiesa, offrendo ai battezzati la sicurezza del perdono del Padre. E’ questo: è la sicurezza del perdono del Padre. Per questo è molto importante che, in tutte le diocesi e nelle comunità parrocchiali, si curi particolarmente la celebrazione di questo Sacramento di perdono e di salvezza. E’ bene che in ogni parrocchia i fedeli sappiano quando possono trovare i sacerdoti disponibili: quando c’è la fedeltà, i frutti si vedono. Questo vale in modo particolare per le chiese affidate alle Comunità religiose, che possono assicurare una presenza costante di confessori.
Il Papa è molto chiaro: presenza costante di confessori nelle chiese dei religiosi, e che i fedeli delle parrocchie sappiano gli orari in cui trovare i propri sacerdoti per la confessione. Questo è anche stabilito dal Diritto Canonico, visto che l'accessibilità al sacramento della penitenza è uno dei più importanti diritti da tutelare tra i cattolici!
Una domanda: dopo gli orari delle messe, certamente esposti nella chiesa che frequenti, c'è anche l'orario delle confessioni? Se non c'è ricorda al sacerdote le parole di Papa Francesco..."E’ bene che in ogni parrocchia i fedeli sappiano quando possono trovare i sacerdoti disponibili: quando c’è la fedeltà, i frutti si vedono".
un esempio parrocchiale positivo

giovedì 20 febbraio 2014

I francescani in una chiesa giovane, devota e insieme dinamica: la Corea Cattolica

Sono arrivate sul sito dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali alcune notizie e foto della recente professione solenne dei voti (cioè per tutta la vita) di due religiosi francescani della Provincia di Corea, benedetta da numerose e buone vocazioni.
Fra Benedict Baek, assistente generale per l'Oriente, ci informa che l'11 febbraio a Daegu (Corea del Sud), nella chiesa di Wolbae, hanno emesso la professione perpetua due confratelli: Fra Raphael Changsu Hong e Fra Andrea Daegeun Song, attualmente impegnati negli studi di teologia. Ha presieduto la celebrazione il Ministro provinciale di Corea Fra Jong-ill Yoon.

notate il tripudio di velette sulle teste delle giovani e meno giovani!


La Provincia coreana dei Frati Minori Conventuali è oggi in piena fioritura, come del resto tutta la Chiesa Cattolica del paese asiatico. Chiesa giovane sì, ma seria e molto attiva nella diffusione del Vangelo e promozione della vita religiosa, sia maschile che femminile.
Verso la fine degli anni ’50 nella città portuale di Pusan, avevano trovato alloggio centinaia di cattolici coreani, fuggiti dal nord durante la guerra civile (1950-53). La penuria di sacerdoti ha spinto il vescovo John Choi a chiedere personale a vari ordini religiosi stranieri. Nel 1958 il Generale dei francescani conventuali rispose all’invito perchè poteva disporre di due seminaristi coreani che stavano per essere ordinati sacerdoti in Giappone.
Ma occorreva un confratello anziano che assumesse la responsabilità del piccolo gruppo. La scelta cadde su padre Francesco Faldani (1920-2007 foto a lato), originario della Provincia di Sant'Antonio di Padova, che dopo solo cinque anni di esperienza missionaria aveva dovuto lasciare in fretta la Cina perchè espulso dal governo comunista di Mao Tse Tung.

Gli inizi della missione coreana furono molto duri ma il veterano fra Francesco con l’aiuto di altri due conventuali, i padri Mario Fabrizi e Vittorio Di Nardo, offerti dalla provincia degli Abruzzi (Italia), riuscì a porre le basi per lo sviluppo futuro. Altri frati provenienti da Padova si unirono alla missione negli anni seguenti: i cugini Paolo e Giancarlo Faldani, nipoti dell'instancabile zio che seguirono fino in Estremo Oriente!

La comunità dei Francescani conventuali, nata dal patriarca Francesco Faldani conta oggi più di 60 confratelli ed è presente nelle principali città del paese: Seoul, Pusan, Taegu e Inchon.

Nel 1958 - osserva p. Giancarlo - in Corea del Sud i cattolici non superavano le 800.000 unità. Nel 2012 erano ormai oltre 5 milioni e mezzo. Più della metà hanno ricevuto il battesimo da adulti. Il piano di evangelizzazione della Chiesa coreana ha per titolo: "20 20" ovvero, con molto pragmatismo orientale: arrivare al venti percento di cattolici sul totale della popolazione in Corea del Sud entro il 2020. Semplice e chiaro negli obiettivi.
Una bella "foto di famiglia" dei frati coreani intervenuti alla professione dei voti 2014

sabato 21 settembre 2013

Dio dice: "Io ti perdono perché tu ti converta". Qualche appunto sul perdono e la confessione

confessionali alla GMG 2013 di Rio de Janeiro
Oggi tutti ricordano che nel giorno di san Matteo, 21 settembre di 60 anni fa, la vita di un ragazzo cambiò, a partire da una sosta al confessionale. Protagonista di quella confessione fu il giovane Jorge Mario Bergoglio e quella confessione fu l'inizio della chiamata di colui che oggi è Papa di Roma.
Proprio oggi leggo anche un articolo sull'"aria nuova" che ora tira nei confessionali; vi si discetta su cosa dev'essere e cosa non dev'essere la confessione. Con toni un po' "pontificali" si inneggia al Papa che finalmente "non giudica" (strizzando l'occhio a far intendere: mica come quelli di prima....), si sottolinea che la confessione è ora misericordia, ascolto di tutti, anche dei non credenti (!)... Certo, direte, sono cose che si scrivono sul giornale per attirare attenzione e farsi leggere... Eppure c'è del vero in tutto questo. Che la gente affolli i confessionali, dove trova un prete ad ascoltare (perché più spesso li trova vuoti....) è verità inoppugnabile. Ma che parecchi di quelli che vengono al confessionale (o spingono altri ad andarci....) cerchino il sacramento della riconciliazione con Dio, questo - dalla mia esperienza - spesso non è vero. E parlo come prete che nel confessionale ci resta seduto svariate ore di fila.
Mi spiego. Come ben fanno emergere i sacerdoti intervistati nell'articolo linkato, oggi il sacramento della riconciliazione viene percepito sovente come un "dialogo", come un modo per "star bene", recuperare "la propria serenità interiore", "sentirsi in pace con se stessi". Riconciliarsi con sè e con la propria vita: e Dio "deve" essere utile a questo. Se si cerca tutto ciò dalla confessione, è logico che il prete deve giocare la parte della spalla su cui piangere o il sostegno che toglie sensi di colpa, dicendo: "ma no, non ti preoccupare, tu sei buono, va tutto bene...". Ma il confessionale, che non è una sala delle torture, non è nemmeno la lavanderia (dice il papa) o il salone di bellezza, dove si mascherano le rughe o si coprono con il cerone della misericordia le macchie della pelle intrisa di peccati. 
Non sentirsi condannati per il peccato, ma anzi perdonati, non significa - nel linguaggio cristiano - che con la confessione tutto torna "magicamente" a posto. Dio non dice "beh facciamo finta che non sia successo niente!". Questo non sarebbe perdono, ma ipocrisia. Dio condanna il peccato mentre salva il peccatore. Mettiamocelo bene in testa: nessun Papa va frainteso su questo punto fondamentale. Il male va rimosso, mentre la persona va accolta. 
Se è vero, come dice il teologo intervistato: Basta con il ricatto (“io ti perdono se tu ti converti”), non possiamo tuttavia sostenere che dentro le persone ci sia solo "la bellezza di Dio". Altrimenti non servirebbe un sacramento per la remissione dei peccati, da non confondersi con una seduta psicologica! La confessione rimane un sacramento della fede, non una tecnica di aiuto per sentirsi "tirare su". Sant'Antonio di Padova - che a me piace chiamare Dottore del Confessionale - in linea con Papa Francesco spiega che siccome il mio peccato è una malattia, devo andare dal medico delle anime perché mi aiuti a liberarmene. Il peccato è la bruttura dell'anima che il Signore vuole eliminare, in modo da far tornare a risplendere la bellezza della sua immagine in me (dalla dissomiglianza alla somiglianza, dice Antonio).
Noi cattolici non ci sentiamo a nostro agio col motto luterano "simul iustus et peccator", quando si intenda che l'uomo rimane nei propri peccati anche dopo il perdono di Dio, e sarebbe solo lo sguardo di Dio a cambiare e a vederlo "bello e giusto" per mezzo di un perdono "imputato". Se si lascia la metafora giudiziale e si ragiona invece secondo la metafora della salute, come ci indica Papa Francesco, diventa ovvio che non si può essere contemporaneamente "sani e malati": si può essere tuttavia "convalescenti", malati in via di guarigione, cioè - appunto - "penitenti". Comunque "non fermi", ma in cammino verso il completo risanamento.
Per questo Dio non dice: "io ti perdono se tu ti converti", ma afferma piuttosto "io ti perdono PERCHE' tu ti converta", ovvero "ti do il perdono, medicina dell'anima, perché in forza di esso tu cambi vita, esca dal peccato, viva respirando la grazia che ti è stata data". Come dire: ti curo, perché tu stia bene ed esca dalla tua malattia. Gesù dice all'adultera: "Neanche io ti condanno, va e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,11).
Nessuno può convertirsi senza grazia (cioè senza la misericordia di Dio), ma nessuno può pretendere di rimanere quello che è nonostante la grazia. Il "mettersi in cammino" che il Papa tante volte propone è proprio questo esodo, biblicamente inteso, dal peccato alla santità. Non inganniamo le persone: questo cammino rimane faticoso, doloroso, richiede tagli e sacrifici, forse è anche pieno di ricadute. Ma ridona la salute a chi lo compie e non se ne sta fermo aspettando la fine.
Allora, per favore, non lasciamoci trasportare da trovate giornalistiche che scovano ogni giorno opposizioni al recente passato, aperture, cambiamenti, svolte, come se solo da domani i sacerdoti in confessionale debbano iniziare a distribuire la misericordia di Dio, perché fino ad oggi hanno solo amministrato il suo tremendo giudizio con castighi inumani! 
Il Papa ha ribadito che la Chiesa è un ospedale da campo dopo la battaglia. Andiamo fino in fondo a questa metafora: nell'ospedale da campo si tratta di salvare vite umane, tamponando emorragie, ricucendo ferite laceranti, ma anche amputando membra in cancrena e a volte, riconoscendo la propria impotenza, accompagnando le persone cercando solo di alleviarne i dolori. Questo fa il sacerdote-chirurgo ogni volta che siede al suo posto, nel pronto soccorso della misericordia. La "penitenza", parola dimenticata e non alla moda, è una tappa necessaria al sacramento. Essa consiste nella riparazione, nella doverosa riabilitazione di colui che uscito dal pericolo di "morte spirituale", ma ora ha davanti un lungo cammino per poter riprendere in pieno le sue funzioni. I sacerdoti che fanno finta di essere misericordiosi e non danno la penitenza, perché è fuori moda, sono come medici che curano il cancro con l'aspirina invece che con la chemioterapia, e dicono al malato "non ti preoccupare, tutto va bene"! 
Certo che è desiderio e diritto del "paziente" trovare un medico comprensivo e accogliente, ma è dovere del dottore non essere "medico pietoso" quello che il proverbio dice "fa la piaga verminosa",Il bravo confessore, pur dotato di tanta umanità e necessaria accoglienza, dovrà dire la verità, anche quando fa male, e chiamare i peccati con il loro nome: carità non fa rima con dissimulazione.
Francesco, il santo di Assisi, abbracciò il lebbroso, ma non si limitò a dare un abbraccio per far sentire il lebbroso "accettato" o "a posto" lasciandolo così com'era. Francesco si mise a servirli, i lebbrosi, a lavarne le piaghe e, anche se non poteva umanamente sanarli, andò a vivere con loro per farli uscire dall'isolamento. Se dal prete in confessionale cerco "l'assoluzione facile", quella "da lavanderia automatica a gettone", che deve essere quasi "un 6 politico", allora sbaglio indirizzo. La clinica delle anime è sempre aperta, ma qui non si pratica "chirurgia estetica" spirituale: si punta alla riabilitazione delle gambe spirituali di chi era paralizzato dal peccato e incapace di muoversi verso il Regno di Dio. Guai al prete se perde la pazienza (anche se tante volte è umanamente difficile mantenerla). Il ministro di Dio deve accompagnare il passo zoppicante di chi ricomincia a camminare, ma sempre e comunque ha l'incarico di parlare a nome di Gesù, non a nome proprio: senza rigorismo ma pure senza lassismo, come dice Papa Francesco (nell'intervista a Spadaro):
Il confessore corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate.
A proposito: l'ambulatorio-confessionale accanto al mio è vuoto. Se qualche giovane desidera un lavoro che è una missione per salvare la vita (eterna) delle persone, gli ricordo che i seminari hanno posto (non sono sovraffollati come le facoltà di medicina....).

mercoledì 18 settembre 2013

Le Tempora di autunno: mercoledì, venerdì e sabato

Oggi, venerdì prossimo e sabato, cadono le Tempora di Settembre (che seguono tradizionalmente la festa della Santa Croce). In Italia la CEI raccomanda di ricordare e di fare speciali preghiere nelle Quattro Tempora che scandiscono il passaggio delle stagioni e affidano i campi e la natura alla Provvidenza di Dio, ringraziandolo (è il caso dell'autunno) per i suoi benefici. Così troviamo nelle Precisazioni della Conferenza Episcopale per la liturgia:
Le «Quattro Tempora»
La tradizione delle «Quattro Tempora», originariamente legata alla santificazione del tempo delle quattro stagioni, può essere opportunamente ravvivata con momenti di preghiera e riflessione che pongano in rilievo il mistero di Cristo nel tempo. In tali occasione si potrà ad esempio usare qualche formulario particolare di preghiera universale o dei fedeli o anche, nel Tempo Ordinario, valersi dei formulari delle Messe per varie necessità nei giorni del cambio della stagione.
L'inizio delle quattro stagioni si ricorda il mercoledì, il venerdì e il sabato dopo la 3ª domenica di Avvento (Inverno), dopo la 1ª domenica di Quaresima (Primavera), dopo la domenica di Pentecoste (Estate), dopo la 3ª domenica di settembre (Autunno).
In un'epoca in cui l'attenzione al creato e il rispetto per i ritmi del cosmo tornano al centro dei discorsi, mostrare come la Chiesa non si interessa solo di storia sacra, ma anche delle opere dell'Artista soprannaturale che ha plasmato l'universo e lo dirige, è un modo per tornare in contatto con la cultura contemporanea, affamata di connessione alla natura, con il rischio però di non arrivare a percepire e vedere il Creatore di essa. Un approfondimento sulle Tempora lo troviamo anche sul blog di padre Augé.

Le Tempora di settembre, nel Messale del 1962, trovano delle Messe speciali con l'indicazione stazionale: tutte e tre le celebrazioni eucaristiche, anticamente, si svolgevano a Roma, con la partecipazione del Papa, nella Basilica dei Santi Apostoli (che dal XVI secolo è la sede della Curia Generale dell'Ordine dei Frati francescani conventuali). Qui i formulari del mercoledì, venerdì e sabato.

Per la Forma Ordinaria: la preghiera dei fedeli appropriata la si trova nell'Orazionale CEI, che prevede un formulario per queste ricorrenza. Per chi lo desidera, nel Benedizionale (vedi qui) è presente una benedizione da recitare al termine della preghiera dei fedeli e prima dell'offertorio, che si può accompagnare con la presentazione dei doni votivi di stagione (in autunno i grappoli d'uva).

mercoledì 11 settembre 2013

La Santa Mamma Chiesa: catechesi di oggi di Papa Francesco

Mentre scrivo è ancora in corso l'udienza generale, ma vi posto qui la parte dedicata alla catechesi di questo mercoledì 11 settembre, sull'immagine della Chiesa come Madre. Un Papa Francesco popolare come sempre, ma che non rinuncia alla chiara e solida ecclesiologia cattolica, pur presentata con la simpatia che lo caratterizza. Chiarezza teologica e semplicità non sono affatto incompatibili:

sabato 29 giugno 2013

L'ultimo sermone di sant'Antonio: dedicato ai santi Pietro e Paolo

Nel Sermonario del santo Dottore di Padova il testo dedicato ai due Apostoli, colonne della Chiesa, è l'ultimo tra quelli in onore dei santi. Come si sa, i Sermoni festivi che Antonio stava componendo vengono lasciati incompiuti a causa della sua prematura morte.
Tuttavia per la solennità odierna il Dottore Evangelico ci parla ancora dai suoi scritti. Ne rileggiamo un paragrafo, preso dal cuore del Sermone allegorico (cioè, nella terminologia antoniana: dottrinale) sui santi Pietro e Paolo (qui si può leggere l'intero testo). Secondo il sistema classico della predicazione medievale Antonio parte per i suoi discorsi da un versetto biblico, che spesso a noi può apparire completamente scollegato rispetto all'occasione. Ma l'occhio penetrante del commentatore spirituale non guarda secondo le categorie contemporanee, ma bada ai richiami interni delle parole e segue le suggestioni degli agganci lessicali che si rincorrono nella catena delle citazioni. In questo caso il passo biblico da cui si parte è Dt 33,18-19: «Rallègrati, Zabulon, nella tua uscita, e tu, Issacar, nelle tue tende. Chiameranno i popoli sulla montagna e immoleranno sacrifici legittimi. Succhieranno come latte le inondazioni del mare»:
Questi due apostoli furono, come oggi, lieti nel loro martirio: Pietro «nella sua uscita», dal supplizio della croce alla gloria dell'eterna beatitudine; Paolo «nelle tende», uscendo dalla tenda del suo corpo ed entrando nella tenda dell'abitazione celeste. Pietro è lieto della croce, Paolo della spada, perché sono sicuri dell'eterna ricompensa, alla quale, mentre erano in vita, avevano chiamato i popoli loro affidati.
«Chiameranno i popoli sulla montagna». Leggiamo nel libro dei Numeri: «Il Signore parlò a Mosè dicendo: Fatti due trombe d'argento battuto, con le quali potrai radunare la moltitudine» (Nm 10,1-2). Questi due apostoli sono detti trombe d'argento per la grande risonanza della loro predicazione; «d'argento battuto» perché subirono il martirio. Queste due trombe le ha fatte Cristo, cioè le ha scelte con la sua grazia, e per mezzo di esse ha chiamato la moltitudine dei popoli alla montagna della vita eterna. E come le trombe di Mosè radunavano il popolo per la guerra, per i banchetti sacri e per le solennità (cf. Nm 10,9-10), così questi due apostoli chiamarono i popoli alla guerra contro i vizi. Dice Pietro: «Siate temperanti e vegliate, perché il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare» (1Pt 5,8). E Paolo: «Imbracciate lo scudo della fede, con il quale potrete respingere e spegnere tutti i dardi infuocati del maligno» (Ef 6,16).
Li chiamarono ai banchetti dell'innocenza e della santa vita. Pietro: «Come bambini appena nati, bramate il puro latte spirituale per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore» (1Pt 2,2-3). E Paolo: «Banchettiamo con azimi di sincerità e di verità» (1Cor 5,8).
Li chiamarono alla grande festa della patria celeste. Pietro: «Esulterete di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, la salvezza dell'anima vostra» (1Pt 1,8-9). E Paolo: «Correte anche voi in modo da conquistare il premio» (1Cor 9,24); e di nuovo: «Finché arriviamo tutti allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13).
E dopo che queste trombe, questi due apostoli, ebbero chiamato i popoli ai tre impegni indicati, sentiamo che cosa hanno fatto essi stessi. «E immoleranno sacrifici legittimi» (alla lett. vittime di giustizia). È ciò che hanno fatto oggi, immolando a Cristo, con il martirio, i loro corpi come vittime di giustizia, perché erano giusti e santi.
(Sermone per la Festa dei Santi Pietro e Paolo §10) 
Giotto e bottega, 1325-1335, tempera su rame, I santi Apostoli Pietro e Paolo, C. del Vaticano.

venerdì 14 giugno 2013

Il cardinal Fernando Filoni consacra la nuova chiesa di sant'Antonio di Padova a Dubai (EAU)

Il giorno dopo la festa del Santo patrono di Padova ci arriva un'altra bella notizia. I cattolici degli Emirati Arabi hanno a Dubai una nuova Chiesa, a cui è stato dato il nome del Santo dei Miracoli.
Questo è particolarmente significativo per due motivi. 1) Sant'Antonio aveva sempre desiderato andare missionario tra i musulmani, e ci aveva anche provato, con l'intento di raggiungere il martirio, in Marocco. Ma il Signore aveva altri piani per lui. Adesso, ancora una volta, Antonio dal cielo può farsi presente a sostenere i cristiani che vivono in un paese religiosamente difficile della penisola arabica. 2) I cattolici degli Emirati sono tutti immigrati, da oltre 90 nazioni diverse. Sant'Antonio mette tutti d'accordo, si mostra ancora una volta come un santo universalmente amato, il nome giusto per una chiesa in cui tante persone di una sola fede, ma di provenienza diversissima, si radunano per celebrare la "cattolica unità".
Ecco un collage di notizie prese dall'Agenzia Fides e da News.va

Dubai, 14 maggio 2013 – : Il Card. Ferdinando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, è in visita negli Emirati Arabi Uniti e ha consacrato oggi una nuova Chiesa, intitolata a Sant’Antonio di Padova, a Ras Al Khaimah, alla periferia di Dubai, di cui sono pastori i frati francescani cappuccini.
Il viaggio è iniziato l'11 e si concluderà domani. Oggi l’evento centrale, la solenne celebrazione con la consacrazione della nuova chiesa.“La visita del Card. Filoni e la consacrazione di una nuova chiesa è un evento molto importante per la nostra Chiesa locale, fatta di fedeli tutti stranieri, soprattutto asiatici, spesso umili lavoratori, ma con una fede profonda”: con queste parole il Vescovo Paul Hinder, Vicario Apostolico dell’Arabia del Sud, esprime all’Agenzia Fides la sua gioia e soddisfazione per l’evento. Il Vescovo racconta che “il terreno per la nuova chiesa è stato messo a disposizione gratuitamente dall’Emiro, per le diverse comunità cristiane. Il Vicariato, negli ultimi due anni, ha edificato la struttura, grazie alla solidarietà dei fedeli da tutto il mondo”. Su un isola di territorio alla periferia di Dubai, sorge così una sorta di “quartiere ecclesiastico” che include chiese ed edifici di diverse confessioni cristiane (cattolici, copti, anglicani, avventisti del settimo giorno). La nuova Chiesa cattolica di Sant’Antonio include un grande Centro pastorale che potrà ospitare oltre mille persone, per incontri e attività pastorali. Con la costruzione e la consacrazione ufficiale della nuova chiesa, sale a otto il numero dei luoghi di culto cattolici nei sette stati della federazione degli Emirati. Il Vicariato dell’Arabia del Sud comprende circa 2,5 milioni di fedeli cattolici di oltre 90 nazionalità, soprattutto asiatiche, in prevalenza da Filippine, India, Sri Lanka, Bangladesh, Pakistan. Le relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e gli Emirati Arabi Uniti sono state allacciate nel 2007.
Le parole del Cardinal Filoni
La nuova chiesa di S.Antonio a Dubai appena completata
il Card. Filoni nell’omelia della Santa Messa per la consacrazione della nuova Chiesa intitolata a Sant’Antonio ha detto: “Oggi consacriamo a Dio questo nuovo tempio dedicato a sant’Antonio di Padova, che avete costruito con il vostro Pastore, immagine del tempio di Dio che siete voi. Voi, infatti, costituite le pietre del tempio spirituale della Chiesa, pietre che si sostengono le une con le altre e che formano il grande edificio della Chiesa, il cui primo architetto è il Signore. In questo edificio ciascuno ha il suo posto, è unico e prezioso”.
Come riferito a Fides, il Cardinale ha ringraziato le autorità religiose e civili presenti, portando il saluto di Papa Francesco, assicurando “il suo paterno affetto e la sua preghiera”.
Ai cattolici presenti, che negli Emirati sono tutti stranieri, provenienti soprattutto da paesi asiatici, il Prefetto ha detto: “Voi provenite da diversi Paesi, ma formate l’unico popolo di Dio La varietà delle vostre culture testimonia la multiforme ricchezza delle vostre origini, ma, in misura altrettanto significativa, l’armonia delle vostre voci esprime l’unità della vostra fede. In voi vive il mistero della Chiesa”.
Il Cardinale ha poi affidato ai fedeli un mandato: “A ognuno di voi chiedo di essere una pietra viva. Edificati su Cristo risorto, pietra angolare, abbiamo la possibilità di trasformare il mondo. Ovunque vivete con pienezza e gioia e si irradi attorno a voi il profumo della vostra vita cristiana”. E, ricordato l’importanza della testimonianza cristiana in un contesto come quello della penisola arabica, ha rimarcato: “Qui siete chiamati ad essere come il lievito nella pasta. E in un contesto complesso, riscontro fiducia e speranza: fiducia per il lavoro che sostiene il vostro futuro e le vostre famiglie, speranza per la vostra vita spirituale. La testimonianza della fede, la preghiera quotidiana, la misericordia siano i vostri fedeli compagni
La testimonianza della fede – ha proseguito – facilita anche il dialogo tra le religioni; la preghiera quotidiana rende familiare il rapporto tra il Padre misericordioso e le sue creature; la misericordia apre il cuore alla solidarietà e diventa riverbero della carità di Dio”. “ Siate icona dell'amore di Dio per gli uomini e le donne del nostro tempo”, ha continuato e “chiedete a Sant’Antonio di Padova di accompagnarvi nelle vostre fatiche quotidiane”. “A Maria Santissima, Nostra Signora d’Arabia, proclamata il 16 gennaio 2011 Patrona dei due Vicariati Apostolici del Golfo – ha concluso il Card. Filoni – affido le vostre pene e i vostri propositi”.

giovedì 13 giugno 2013

Il Cardinal Scola parla di Sant'Antonio di Padova

Oggi l'arcivescovo di Milano, Cardinal Angelo Scola, ha celebrato la Messa nel santuario cittadino dedicato al Santo dei Miracoli. Vi ricordo che durante la sua permanenza a Venezia come Patriarca, il cardinal Scola (come i suoi predecessori, in particolare San Pio X) è stato iscritto come membro dell'Arciconfraternita di Sant'Antonio di Padova. Più volte è venuto a celebrare alla Basilica pontificia di Padova. Ascoltiamo la sua omelia davvero bella: popolare e insieme dotta. Il cardinale sottolinea la verità e la carità, come caratteristiche dell'apostolato antoniano e francescano per la nuova evangelizzazione:

domenica 9 giugno 2013

Un Santo senza confini: dall'India un film d'annata su S.Antonio

Ho trovato quasi per caso nel grande archivio multimediale della Rete, alcuni spezzoni di un film musicale girato in India nel 1976 in lingua Tamil. E' ancora in bianco e nero e con effetti alquanto primitivi per la tecnologia occidentale del tempo, eppure è un testimone dell'interesse per il Santo Taumaturgo di Padova fine nelle remote terre del subcontinente asiatico, dove i cristiani sono tuttora una sparuta minoranza, figuriamoci negli anni '70. Tuttavia Antonio era già ben conosciuto e amato in quelle terre da trovare qualcuno che producesse un film, pieno di canzoni e di balli (nello stile che fino ad oggi è il prediletto di Bollywood). Anche attraverso l'arte cinematografica, in paesi a basso tasso di cristianesimo, si può diffondere una certa conoscenza iniziale delle figure e dei personaggi della fede, in maniera semplice e iniziale.
Il film si intitola: Punitha Anthoniyar ed è girato nel linguaggio Tamil, ampiamente parlata nel sud dell'India e anche da una parte della popolazione dello Sri Lanka. E' un film innocente e naif, ma certo assai popolare, come il Santo di cui racconta la storia e i miracoli.

Nel primo spezzone una canzone introduttiva di un menestrello, con immagini della Basilica di Sant'Antonio a Padova:


Proseguendo la storia del Santo predicatore, si giunge al climax della predica ai pesci. La location è una improbabile Rimini indiana, e il protagonista pare più mimare un intero "Cantico delle creature" (con tanto di tigri ed elefanti) più che di un'omelia rivolta ai soli abitanti del mare:


Nell'ultima scena che vi posto, il gran finale della visione di Gesù Bambino, che tanto ha influenzato l'iconografia antoniana. Il Santo è riconosciuto universalmente dal suo saio francescano e dal piccolo Gesù che tiene tra le braccia: la leggenda vuole che tempo prima della sua morte Antonio, ritirato nell'eremo di campagna di Camposampiero, mentre era intento alla lettura della Bibbia, avrebbe goduto della visita del Salvatore bambino:


giovedì 9 maggio 2013

Papa Francesco completerà l'opera iniziata da Clemente XIV

le reliquie dei martiri di Otranto
No, non mi riferisco all'opera per cui è tanto discusso il nome di Clemente XIV... la soppressione dei Gesuiti non c'entra nulla (e vorrei vedere!). 
Fra pochi giorni, il 12 maggio prossimo, nella sua prima celebrazione liturgica di canonizzazione, Papa Francesco iscriverà nell'elenco dei santi gli 800 martiri di Otranto, beatificati nel 1771 da quel suo predecessore, francescano conventuale, di nome Clemente, che cedette - suo malgrado - alle richieste dei poteri politici di sopprimere la Compagnia di Gesù (senza effetto duraturo, come oggi si può ben constatare).
Proprio nel concistoro dell'11 febbraio scorso, quello in cui Benedetto XVI annunciò a sorpresa la sua rinuncia, i cardinali avevano dato l'ultimo voto favorevole, necessario per procedere all'elevazione a Santi di questi beati martiri.

I martiri di Otranto, patroni della città pugliese, aspettano la canonizzazione dal 1480. Furono trucidati in odio alla fede da parte dei Turchi, i quali, avendo espugnato la città, avrebbero concesso la salvezza solo agli uomini che si fossero convertiti all'Islam. I martiri non accettarono l'offerta e ne pagarono le conseguenze. Potete leggere qui qualche particolare in più sulla nota vicenda. O guardare questo breve servizio del 2007 di TV2000:



L'agenzia Zenitcitando un libro curato da un caro ed esperto confratello (Dai Protomartiri francescani a sant’Antonio di Padova, Centro Studi Antoniani, Padova 2011), indicava ulteriori collegamenti tra questi martiri e un altro papa francescano, Sisto IV, che proprio in risposta all'eccidio di Otranto avrebbe canonizzato i frati protomartiri dell'Ordine Serafico, anch'essi trucidati dai Saraceni, ma nel Marocco del 1220.

Per chi ragiona in maniera "politicamente corretta" potrebbe sembrare alquanto singolare che Papa Francesco accetti di iniziare le sue canonizzazioni additando al mondo una vicenda che ricorda conflitti religiosi di tanti secoli fa, sulla quale - per buona pace con le altre religioni - molti vorrebbero far scendere almeno un po' di oblio. Ma anche quanti tuonano che la Chiesa di Roma è diventata troppo accondiscendente con l'Islam probabilmente dovrebbero ricredersi. In realtà non si tace nulla, anzi si riconosce un fatto storico, interpretandolo alla luce della Fede in Cristo.

Siamo appunto nell'Anno della Fede: che occasione migliore di questa per mostrare un caso "di notevole dimensioni" di martirio genuinamente cristiano, ossia per volontà certificata di non abiurare la fede in Cristo? Papa Bergoglio ci ha mostrato che non è certo un Pontefice che si fa incastrare da chi lo vuole "incasellare" a suo uso e consumo in qualche categoria "addomesticata". Sulla fede non fa sconti. Spiazza tutti: ci ricorda i martiri dei nostri giorni (vedi qui) e canonizza i martiri decapitati dai turchi, tributando loro il giusto riconoscimento come fecero prima di lui tanti pontefici, da Clemente XIV fino a Giovanni Paolo II che i martiri di Otranto li ha anche venerati (vedi qui e più sotto). Papa Francesco, ormai lo sappiamo, non guarda tanto alle convenienze politiche o alle formalità diplomatiche, ma prima di tutto alla Fede, alla sua diffusione e incarnazione nella vita. Come ha detto nel messaggio del Regina Caeli il Lunedì di Pasqua: 
... il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte
Possiamo rileggere, in prospettiva, quello che disse ai giovani Giovanni Paolo II, quando visitò la città di Otranto proprio in coincidenza con il 5° centenario del grande martirio, nel 1980:
Carissimi giovani!
1. Alla conclusione di questa intensa e splendida giornata del pellegrinaggio, che mi ha condotto alla vostra Otranto, per venerare gli 800 martiri nel V centenario della loro testimonianza di fede e di sangue, mi incontro con voi, che siete e rappresentate il futuro della vostra città, della vostra patria, della Chiesa, e portate nel cuore, come una preziosissima eredità, il mirabile esempio di quegli otrantini, che il 14 agosto del 1480 - all’alba di quello che viene considerato storicamente l’“evo moderno” - preferirono sacrificare la vita stessa anziché rinunciare alla fede cristiana.
È questa una pagina luminosa e gloriosa per la storia civile e religiosa dell’Italia, ma, specialmente, per la storia della Chiesa pellegrina in questo mondo, la quale deve pagare, attraverso i secoli, il suo tributo di sofferenza e di persecuzione per mantenere intatta ed immacolata la sua fedeltà allo sposo, Cristo, uomo-Dio, redentore e liberatore dell’uomo.
Voi, carissimi giovani, siete legittimamente fieri di appartenere ad una stirpe generosa, coraggiosa e forte, che si specchia con compiacimento in quegli 800 otrantini i quali, dopo aver difeso con tutti i mezzi la sopravvivenza, la dignità e la libertà della loro diletta città e delle loro case, seppero anche difendere, in maniera sublime, il tesoro della fede, ad essi comunicato nel battesimo.
2. Non possiamo leggere oggi, senza intensa emozione, le cronache dei testimoni oculari del drammatico episodio: i cittadini di Otranto, al di sopra dei 15 anni, furono posti dinanzi alla tremenda alternativa: o rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce. Antonio Pezzulla, un cimatore di panni, rispose per tutti: “Noi crediamo in Gesù Cristo, Figlio di Dio; e per Gesù Cristo, siamo pronti a morire!”. E subito dopo, tutti gli altri, esortandosi a vicenda, confermarono: “Moriamo per Gesù Cristo, tutti; moriamo volentieri, per non rinnegare la sua santa fede!”.
Erano forse degli illusi, degli uomini fuori del loro tempo? No, carissimi giovani! Quelli erano uomini, uomini autentici, forti, decisi, coerenti, ben radicati nella loro storia; erano uomini, che amavano intensamente la loro città; erano fortemente legati alle loro famiglie; tra di loro c’erano dei giovani, come voi, e desideravano, come voi, la gioia, la felicità, l’amore; sognavano un onesto e sicuro lavoro, un santo focolare, una vita serena e tranquilla nella comunità civile e religiosa!
E fecero, con lucidità e con fermezza, la loro scelta per Cristo!
In 500 anni la storia del mondo ha subìto molti mutamenti; ma l’uomo, nella sua profonda interiorità, ha mantenuto gli stessi desideri, gli stessi ideali, le stesse esigenze; è rimasto esposto alle stesse tentazioni, che - in nome dei sistemi e delle ideologie di moda - cercano di svuotare il significato ed il valore del fatto religioso e della stessa fede cristiana.
Di fronte alle suggestioni di certe ideologie contemporanee, che esaltano e proclamano l’ateismo teorico o pratico, io chiedo a voi, giovani di Otranto e delle Puglie: siete disposti a ripetere, con piena convinzione e consapevolezza, le parole dei beati martiri: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”?
Essere disposti a morire per Cristo comporta l’impegno di accettare con generosità e coerenza le esigenze della vita cristiana, cioè significa vivere per Cristo. 
3. I beati martiri ci hanno lasciato - e in particolare hanno lasciato a voi - due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena; l’autenticità della fede cristiana.
Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana; sull’esempio del Cristo, i primi suoi discepoli hanno manifestato sempre una sincera “pietas”, un profondo rispetto e una limpida lealtà nei confronti della patria terrena, anche quando erano oltraggiati e perseguitati a morte dalle autorità civili.
I cristiani hanno portato, durante il corso di due millenni, e continuano a portare oggi il loro contributo di lavoro, di dedizione, di sacrificio, di preparazione, di sangue per il progresso civile, sociale, economico della loro patria!
La seconda consegna lasciataci dai beati martiri è l’autenticità della fede. Il cristiano dev’essere sempre coerente con la sua fede. “Il martirio - ha scritto Clemente Alessandrino - consiste nel testimoniare Dio. Ma ogni anima che cerca con purezza la conoscenza di Dio e obbedisce ai comandamenti di Dio è martire, sia nella vita che nelle parole. Essa, infatti, pur se non versa il sangue, versa la sua fede, poiché per la fede si separa dal corpo già prima di morire” (Clemente Alessandrino, Stromata, 4,4,15).
Siate giovani di fede! di vera, di profonda fede cristiana! Il mio grande predecessore Paolo VI il 30 ottobre 1968, dopo aver parlato sulla autenticità della fede, recitò una sua preghiera “per conseguire la fede”.
Tenendo presente quel testo così incisivo e profondo, io auspico che, sull’esempio dei beati martiri di Otranto, la vostra fede, o giovani, sia certa, fondata cioè sulla parola di Dio, sulla approfondita conoscenza del messaggio evangelico e, specialmente, della vita, della persona e dell’opera del Cristo; ed altresì sulla interiore testimonianza dello Spirito Santo.
La vostra fede sia forte; non tentenni, non vacilli dinanzi ai dubbi, alle incertezze, che sistemi filosofici o correnti di moda vorrebbero suggerirvi; non venga a compromessi con certe concezioni, che vorrebbero presentare il cristianesimo come una semplice ideologia di carattere storico e quindi da porsi allo stesso livello di tante altre, ormai superate.
La vostra fede sia gioiosa, perché basata sulla consapevolezza di possedere un dono divino.
Quando pregate e dialogate con Dio e quando vi intrattenete con gli uomini, manifestate la letizia di questo invidiabile possesso.
La vostra fede sia operosa, si manifesti e si concretizzi nella carità fattiva e generosa verso i fratelli, che vivono accasciati nella pena e nel bisogno; si manifesti nella vostra serena adesione all’insegnamento della Chiesa, madre e maestra di verità; si esprima nella vostra disponibilità a tutte le iniziative di apostolato, alle quali siete invitati a partecipare per la dilatazione e la costruzione del regno di Cristo!
Affido questi miei pensieri ai beati martiri, la cui intercessione invoco oggi, in modo particolare, per voi, giovani, perché, come loro, sappiate vivere con rinnovato impegno le esigenze del messaggio di Gesù.
Con la mia benedizione apostolica. Amen!  (Fonte)

domenica 7 aprile 2013

Sant'Antonio di Padova e la Divina Misericordia

S.Antonio in confessionale dispensa la Divina Misericordia
In occasione della II Domenica di Pasqua "o della Divina Misericordia", riporto alcuni pensieri sulla Misericordia di Dio, tratti dai tanti presenti nei Sermoni del Santo Dottore Evangelico Antonio di Padova:

Il povero, privo di ogni umano soccorso, fiducioso solo nella divina misericordia, prega: «Signore, ho confidato nella tua misericordia. Il mio cuore ha esultato nella tua salvezza, canterò al Signore che mi ha beneficato» (Sal 12,6). Nota che ha detto tre cose: Ho confidato, il mio cuore ha esultato, e canterò al Signore. Il vero povero confida nella misericordia di Dio, il suo cuore esulta pur nella miseria del mondo, e così canterà la sua lode al Signore nell'eterna gloria. (Dom I d. Pent. §6 )
Se nella casa della confessione risuona la musica del pianto dell'amara compunzione, subito risponde ad una voce il coro della divina misericordia che perdona i peccati... La confessione è chiamata anche «porta del cielo». O vera porta del cielo, o vera porta del paradiso! Per mezzo di essa infatti, come attraverso una porta, il peccatore pentito viene introdotto al bacio dei piedi della divina misericordia, viene sollevato al bacio delle mani della grazia celeste, viene innalzato al bacio del volto della riconciliazione con il Padre.
O casa di Dio, o porta del cielo, o confessione del peccato! Beato colui che abiterà in te, beato colui che entrerà attraverso di te, beato chi si umilierà in te! (Dom I Quar. (2) §19) 
O profondità della divina clemenza, ben oltre il fondo dell'umana intelligenza, perché la sua misericordia è senza numero. Sta scritto nel libro della Sapienza: «Dio, avendo tutto disposto con misura, calcolo e peso» (Sap 11,21), non volle rinchiudere la sua misericordia entro queste leggi, entro questi termini, anzi è la sua misericordia che tutto racchiude e tutto abbraccia. La sua misericordia è dovunque, anche nell'inferno, perché neppure il dannato viene punito nella misura che la sua colpa esigerebbe.
«Della misericordia del Signore è piena la terra» (Sal 118, 64), e noi tutti, miseri, abbiamo ricevuto dalla sua pienezza grazia su grazia (cf. Gv 1,16). Paolo: «Per la misericordia di Dio sono quello che sono» (1Cor 15,10), e senza di essa sono nulla. O Signore, se tu mi privi della tua misericordia, io sprofondo nell'eterna miseria.
La tua misericordia è la colonna che sostiene il cielo e la terra, e se tu la togli, tutto cade in rovina. «È in grazia delle tue molte misericordie - dice Geremia -, se noi non siamo annientati» (Lam 3,22). Veramente molte sono le tue misericordie! Ogni volta che con la mente o con il corpo abbiamo commesso il peccato mortale, e non siamo stati strozzati all'istante dal diavolo, se siamo ancora in vita, dobbiamo attribuirlo all'infinita misericordia di Dio. Egli infatti aspetta che ci convertiamo e quindi non permette che il diavolo ci strozzi. Quindi, di tutte queste misericordie dobbiamo rendere grazie al Padre misericordioso, ogni volta che abbiamo peccato e non siamo stati annientati. O noi miseri! Perché siamo tanto ingrati di fronte a sì grande misericordia? (Dom XVI d. Pent. §12)

sabato 2 marzo 2013

Commento di Benedetto XVI alle letture della III domenica di Quaresima anno C

Questa domenica niente Papa, niente Angelus, niente omelia del Pontefice.... Ma per fortuna abbiamo Internet, che con sapienti interrogazioni ci restituisce, anche a distanza di anni, quello che serba nel deposito enorme della sua memoria digitale. Ed ecco che lo Scriba trae dal tesoro del Vangelo cose vecchie e cose nuove...
Il 7 marzo 2010 Papa Benedetto XVI in visita pastorale, predicava in una Parrocchia della sua diocesi di Roma (vedi qui). Le letture domenicali le trovate a questo link. Ecco, dunque, l'eco freschissimo della predica di allora fatta da Benedetto:
Cari fratelli e sorelle!
“Convertitevi, dice il Signore, il regno dei cieli è vicino” abbiamo proclamato prima del Vangelo di questa terza domenica di Quaresima, che ci presenta il tema fondamentale di questo ‘tempo forte’ dell'anno liturgico: l'invito alla conversione della nostra vita ed a compiere degne opere di penitenza. Gesù, come abbiamo ascoltato, evoca due episodi di cronaca: una repressione brutale della polizia romana all’interno del tempio (cfr Lc 13,1) e la tragedia dei diciotto morti per il crollo della torre di Siloe (v. 4). La gente interpreta questi fatti come una punizione divina per i peccati di quelle vittime, e, ritenendosi giusta, si crede al riparo da tali incidenti, pensando di non avere nulla da convertire nella propria vita. Ma Gesù denuncia questo atteggiamento come un’illusione: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (vv. 2-3). Ed invita a riflettere su quei fatti, per un maggiore impegno nel cammino di conversione, perché è proprio il chiudersi al Signore, il non percorrere la strada della conversione di se stessi, che porta alla morte, quella dell’anima. In Quaresima, ciascuno di noi è invitato da Dio a dare una svolta alla propria esistenza pensando e vivendo secondo il Vangelo, correggendo qualcosa nel proprio modo di pregare, di agire, di lavorare e nelle relazioni con gli altri. Gesù ci rivolge questo appello non con una severità fine a se stessa, ma proprio perché è preoccupato del nostro bene, della nostra felicità, della nostra salvezza. Da parte nostra, dobbiamo rispondergli con un sincero sforzo interiore, chiedendogli di farci capire in quali punti in particolare dobbiamo convertirci.
La conclusione del brano evangelico riprende la prospettiva della misericordia, mostrando la necessità e l’urgenza del ritorno a Dio, di rinnovare la vita secondo Dio. Riferendosi ad un uso del suo tempo, Gesù presenta la parabola di un fico piantato in una vigna; questo fico, però, risulta sterile, non dà frutti (cfr Lc 13,6-9). Il dialogo che si sviluppa tra il padrone e il vignaiolo, manifesta, da una parte, la misericordia di Dio, che ha pazienza e lascia all’uomo, a tutti noi, un tempo per la conversione; e, dall’altra, la necessità di avviare subito il cambiamento interiore ed esteriore della vita per non perdere le occasioni che la misericordia di Dio ci offre per superare la nostra pigrizia spirituale e corrispondere all’amore di Dio con il nostro amore filiale.
Anche San Paolo, nel brano che abbiamo ascoltato, ci esorta a non illuderci: non basta essere stati battezzati ed essere nutriti alla stessa mensa eucaristica, se non si vive come cristiani e non si è attenti ai segni del Signore (cfr 1 Cor 10,1-4).

E con le magie temporali della Rete non ci facciamo mancare nemmeno il video con uno scampolo di omelia, per rivedere il nostro amatissimo Benedetto e riascoltare le sue parole. Davvero un Pastore all'altezza della semplicità e profondità dei Padri della Chiesa:

giovedì 3 gennaio 2013

Si è concluso il pellegrinaggio di Taizé a Roma. Il Papa apprezza i canti di Taizé: sostegno ed espressione di preghiera

Ecco qui un video amatoriale che fa cogliere il clima che ha caratterizzato il 4° pellegrinaggio dei giovani amici della Comunità di Taizé a Roma (28 dicembre-2 gennaio). Il 29 dicembre 45 mila erano i presenti in piazza san Pietro per pregare ed ascoltare le parole del Santo Padre: cattolici, protestanti e ortodossi, tutti uniti nel pellegrinaggio alle tombe degli apostoli - come bene ha sottolineato il Pontefice.
Nel video trovate anche i discorsi del capo della comunità di Taizé, frère Alois, e quello di Benedetto XVI, in ben cinque lingue. Sono trascritti tutti in italiano dopo i video. Come potete leggere, il Papa nel suo indirizzo in Polacco, ha lodato la modalità della preghiera di Taizé, intessuta di canti meditativi e di silenzio: 
"Con il silenzio, il canto occupa un posto importante nelle vostre preghiere comunitarie. I canti di Taizé riempiono in questi giorni le basiliche di Roma. Il canto è un sostegno e un’espressione incomparabile della preghiera. Cantando Cristo, voi vi aprite anche al mistero della sua speranza"

La prima parte dell'Incontro in Piazza san Pietro è visionabile a questo link

Saluto di frère Alois al Santo Padre

Santissimo Padre,
oggi si realizza una tappa importante del nostro «pellegrinaggio di fiducia sulla terra». Siamo venuti da tutta l’Europa e da altri continenti, apparteniamo a confessioni diverse. Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci separa: ci uniscono un solo Battesimo e la stessa Parola di Dio. Questa sera siamo venuti intorno a Lei a celebrare questa unità, vera anche se non ancora pienamente compiuta. È guardando insieme verso Cristo che essa si approfondisce.

Frère Roger ha lasciato in eredità alla nostra comunità la sua preoccupazione di trasmettere il Vangelo, particolarmente ai giovani. Era davvero cosciente che le separazioni fra i cristiani sono un ostacolo alla trasmissione della fede. Ha aperto percorsi di riconciliazione che non abbiamo ancora finito di esplorare. Ispirati dalla sua testimonianza, moltissimi sono coloro che vorrebbero anticipare la riconciliazione attraverso la loro vita, vivere già da riconciliati.

Dei cristiani riconciliati possono diventare testimoni di pace e di comunione, portatori di una nuova solidarietà fra tutta l’umanità.

La ricerca di una relazione personale con Dio è il fondamento di questo passo. Questo ecumenismo della preghiera non incoraggia una facile tolleranza. Favorisce un reciproco ascolto e un dialogo vero.

Pregando qui questa sera, non possiamo dimenticare che l’ultima lettera scritta da frère Roger, proprio prima della sua morte violenta, era indirizza a Lei, Santo Padre, per dirLe che la nostra comunità voleva camminare in comunione con Lei. Neppure possiamo dimenticare quanto, dopo questa tragica morte, il Suo sostegno ci è stato prezioso per incoraggiarci ad andare avanti. Allora vorrei dirLe ancora l’affetto profondo dei nostri cuori, per la Sua persona e per il Suo ministero.

Per terminare vorrei portare la testimonianza di un gran numero di giovani africani con i quali eravamo riuniti il mese scorso a Kigali, in Ruanda. Venivano da 35 paesi, fa i quali il Congo, il Nord-Kivu, per vivere un pellegrinaggio di riconciliazione e di pace. La grande vitalità di questi giovani cristiani è una promessa per il futuro della Chiesa.

Questi giovani africani hanno voluto che portassimo con noi un segno della loro speranza, dei semi di sorgo, affinché crescano in Europa. Permettetemi, Santo Padre, di consegnarLe da parte loro un piccolo cestino tradizionale ruandese, chiamato «agaseke», con qualcuno di questi semi di speranza arrivati dall’Africa. Forse potranno essere seminati e fiorire nei giardini Vaticani.

Discorso del papa Benedetto XVI ai giovani in occasione del 35° incontro europeo

Grazie, caro Fratello Alois, per le Sue parole calorose e piene di affetto. Cari giovani, cari pellegrini della fiducia, benvenuti a Roma!

Siete venuti molto numerosi, da tutta l’Europa e anche da altri continenti, per pregare presso le tombe dei santi Apostoli Pietro e Paolo. In questa città, infatti, entrambi hanno versato il loro sangue per Cristo. La fede che animava questi due grandi Apostoli di Gesù è anche quella che vi ha messi in cammino. Durante l’anno che sta per iniziare, voi vi proponete di liberare le sorgenti della fiducia in Dio per viverne nel quotidiano. Mi rallegro che voi incontriate in tal modo l’intenzione dell’Anno della fede iniziato nel mese di ottobre.

È la quarta volta che tenete un Incontro europeo a Roma. In questa occasione, vorrei ripetere le parole che il mio predecessore Giovanni Paolo II aveva detto ai giovani durante il vostro terzo Incontro a Roma: «Il Papa si sente profondamente impegnato con voi in questo pellegrinaggio di fiducia sulla terra … Anch’io sono chiamato ad essere un pellegrino di fiducia in nome di Cristo» (30 dicembre 1987).

in inglese
fr. Roger al funerale
di Giovanni Paolo II
Poco più di 70 anni fa, Fratel Roger ha dato vita alla comunità di Taizé. Questa continua a veder venire a sé migliaia di giovani di tutto il mondo, alla ricerca di un senso per la loro vita, i Fratelli li accolgono nella loro preghiera e offrono ad essi l’occasione di fare l’esperienza di una relazione personale con Dio. Per sostenere questi giovani nel loro cammino verso Cristo, Fratel Roger ebbe l’idea di cominciare un «pellegrinaggio di fiducia sulla terra».

Testimone instancabile del Vangelo della pace e della riconciliazione, animato dal fuoco di un ecumenismo della santità, Fratel Roger ha incoraggiato tutti coloro che passano per Taizé a diventare dei cercatori di comunione. Lo dissi all’indomani della sua morte: «Dovremmo ascoltare dal di dentro il suo ecumenismo vissuto spiritualmente e lasciarci condurre dalla sua testimonianza verso un ecumenismo veramente interiorizzato e spiritualizzato». Sulle sue orme, siate tutti portatori di questo messaggio di unità. Vi assicuro dell’impegno irrevocabile della Chiesa cattolica a proseguire la ricerca di vie di riconciliazione per giungere all’unità visibile dei cristiani. E questa sera vorrei salutare con affetto tutto particolare quanti tra voi sono ortodossi o protestanti.

in francese
Oggi, Cristo vi pone la domanda che rivolse ai suoi discepoli: «Chi sono io per voi?». A tale domanda, Pietro, presso la cui tomba noi ci troviamo in questo momento, rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,15-16). E tutta la sua vita divenne una risposta concreta a questa domanda. Cristo desidera ricevere anche da ciascuno di voi una risposta che venga non dalla costrizione né dalla paura, ma dalla vostra libertà profonda. Rispondendo a tale domanda la vostra vita troverà il suo senso più forte. Il testo della Lettera di San Giovanni che abbiamo appena ascoltato ci fa capire con grande semplicità in modo sintetico come dare una risposta: «Che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri» (3,23). Avere fede e amare Dio e gli altri! Che cosa c’è di più esaltante? Che cosa di più bello?

Durante questi giorni a Roma, possiate lasciar crescere nei vostri cuori questo sì a Cristo, approfittando specialmente dei lunghi tempi di silenzio che occupano un posto centrale nelle vostre preghiere comunitarie, dopo l’ascolto della Parola di Dio. Questa Parola, dice la Seconda Lettera di Pietro, è «come una lampada che brilla in un luogo oscuro», che voi fate bene a guardare «finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino» (1,19). Voi l’avete capito: se la stella del mattino deve sorgere nei vostri cuori è perché non sempre vi è presente. A volte il male e la sofferenza degli innocenti creano in voi il dubbio e il turbamento. E il sì a Cristo può diventare difficile. Ma questo dubbio non fa di voi dei non credenti! Gesù non ha respinto l’uomo del Vangelo che gridò: «Credo; aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24).

in tedesco
Perché in questo combattimento voi non perdiate la fiducia, Dio non vi lascia soli e isolati. Egli dà a tutti noi la gioia e il conforto della comunione della Chiesa. Durante il vostro soggiorno a Roma, grazie specialmente all’accoglienza generosa di tante parrocchie e comunità religiose, voi fate una nuova esperienza di Chiesa. Tornando a casa, nei vostri diversi Paesi, vi invito a scoprire che Dio vi fa corresponsabili della sua Chiesa, in tutta la varietà delle vocazioni. Questa comunione che è il Corpo di Cristo ha bisogno di voi e voi avete in esso tutto il vostro posto. A partire dai vostri doni, da ciò che è specifico di ognuno di voi, lo Spirito Santo plasma e fa vivere questo mistero di comunione che è la Chiesa, al fine di trasmettere la buona novella del Vangelo al mondo di oggi.

in polacco
Con il silenzio, il canto occupa un posto importante nelle vostre preghiere comunitarie. I canti di Taizé riempiono in questi giorni le basiliche di Roma. Il canto è un sostegno e un’espressione incomparabile della preghiera. Cantando Cristo, voi vi aprite anche al mistero della sua speranza. Non abbiate paura di precedere l’aurora per lodare Dio. Non sarete delusi.

Cari giovani amici, Cristo non vi toglie dal mondo. Vi manda là dove la luce manca, perché la portiate ad altri. Sì, siete tutti chiamati ad essere delle piccole luci per quanti vi circondano. Con la vostra attenzione a una più equa ripartizione dei beni della terra, con l’impegno per la giustizia e per una nuova solidarietà umana, voi aiuterete quanti sono intorno a voi a comprendere meglio come il Vangelo ci conduca al tempo stesso verso Dio e verso gli altri. Così, con la vostra fede, contribuirete a far sorgere la fiducia sulla terra.

Siate pieni di speranza. Dio vi benedica, con i vostri familiari e amici!


(Fonte)
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online