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lunedì 4 dicembre 2017

Obbligo di San Nicola dal 2017

Come sapete il nostro Blog, tra le sue altre devozioni - numerosissime in verità -, è particolarmente attento al culto di San Nicola di Bari, grande vescovo antiariano vissuto a cavallo tra III e IV secolo, tradizionale patrono dei fanciulli nel mese del Natale, tanto da esser diventato il prototipo della figura "laicizzata" del Babbo Natale (vedi qui).
Dunque, nell'imminenza della sua ricorrenza, desidero ricordare a tutti i sacerdoti italiani che il 6 dicembre, da quest'anno 2017, per volere della Conferenza Episcopale Italiana, si festeggia come obbligatoria in tutte le chiese della penisola la Memoria di San Nicola.
Per la liturgia della Parola, le Letture della Messa possono essere quelle del giorno oppure quelle proposte dal lezionario dei Santi (Is 49,1-6; Sal 88; Ef 4, 1-7. 11-13; Lc 12,35-40). L'eucologia è quella proposta dal Messale Romano alle pagg. 629 e 671 e seguenti.
Vi riporto qui la circolare con cui è stata elevata la sua memoria, precedentemente facoltativa:

Per chi desiderasse conoscere meglio la figura storica del Santo Taumaturgo di Myra e di Bari, che accomuna nella devozione Cattolici, Ortodossi e pure i Protestanti, c'è una scheda molto ben fatta, scaricabile da questo link.
E buon Avvento a tutti!


venerdì 5 febbraio 2016

Novena al Beato Luca Belludi, francescano e compagno di S.Antonio di Padova

Accanto alla celeberrima tomba di sant'Antonio, nella sua basilica padovana, troviamo un altro confratello elevato alla gloria degli altari: si tratta del Beato Luca Belludi, socio del Santo portoghese, cioè compagno di cammino, suo biografo e successore. Riposa accanto al più famoso taumaturgo: gli sta accanto oggi come gli stava accanto durante la vita. 
A Padova è molto venerato dagli studenti di tutti i livelli, avendo fama di essere il patrono locale della "gioventù studiosa". Di lui sappiamo pochissimo, ma in calce alla preghiera della Novena - che qui vi trascrivo da un libriccino del 1964 - vi aggiungo le note biografiche di questo beato francescano. La sua festa ricorre il 17 febbraio.

Novena (8-16 febbraio) in preparazione alla festa del beato Luca belludi (17 febbraio)

Nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo. Amen.

1. - Signore, tu hai detto: «Voi non rallegratevi perché gli spiriti maligni vi sono soggetti; rallegratevi invece perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc l0,20). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, a curarmi prima di tutto e sopra tutto di piacere a te, di esserti intimamente unito, affinché il mio nome sia scritto nel Libro della vita, tra i tuoi eletti. Che importa compiere le opere anche più grandiose, se poi perdessi l’anima!
Tre Gloria al Padre.

2. - Signore, tu hai detto: «Non chi mi dice: - Signore! Signore! - entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: -Signore, Signore, non abbiamo profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo cacciato i demoni? E nel tuo nome non abbiamo compiuto molti prodigi? -. Ma allora io dichiarerò ad essi: - Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che commettete l’iniquità!» (Mt 7, 21-23). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, che il più grande miracolo è di compiere in ogni attimo e in ogni circostanza, con umiltà e amore, con ardimento e costanza, la tua adorabile volontà. Soltanto nella tua volontà è la nostra pace.
Tre Gloria al Padre.

3. - Signore, tu hai detto: «Badate di non praticare la vostra giustizia agli occhi degli uomini, per esser guardati da loro; altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6,1). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, l’importanza essenziale della retta intenzione, che deve guidarmi in tutte le mie azioni di cristiano. Concedimi di osservare la tua legge d’amore senza l’assillo d’esser veduto, approvato, elogiato dal prossimo. Che io non cerchi mai, come ricompensa del bene che ho la grazia di compiere, il plauso delle creature, ma unicamente la paterna compiacenza e l’intima approvazione del mio Padre celeste.
Tre Gloria al Padre.

4. - Signore, tu hai detto: «Quando fai l’elemosina, non farla strombazzando a modo degli ipocriti, per aver gloria dagli uomini. In verità vi dico: - Hanno già ricevuto la loro ricompensa! -. Invece, quando fai l’elemosina; non sappia la tua mano sinistra ciò che fa la tua destra, affinché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,2-4). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, com’è terribile e invadente la vanità, che s’insinua anche nelle cose più sante. Allontana da me ogni ostentazione e ogni stolta compiacenza. Rendimi delicato e discreto quando l’amore fraterno m’inclina ad alleviare le necessità materiali e spirituali del mio prossimo.
Tre Gloria al Padre.

5. - Signore, tu hai detto: «Quando pregate, non imitate gli ipocriti, i quali, mentre sono in preghiera, amano di essere veduti dagli uomini. In verità vi dico: - Hanno già ricevuto la loro ricompensa!". Tu, invece, ritirati, quando preghi, nella tua stanza, chiudi l’uscio e prega il Padre tuo che è presente nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,5-6). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, che s’innalza fino al tuo trono soltanto la preghiera sincera e pudica, non inquinata dalla bramosia di apparire dinanzi agli altri diverso da quel che sono in realtà. Che io mi circondi, anche nella preghiera pubblica, di riserbo e umiltà, cuore a cuore col Padre mio celeste, che è il Dio nascosto.
Tre Gloria al Padre.

6. - Signore, tu hai detto: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,7-8). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, ad essere consapevole della santità della preghiera, che non devo profanare con superstizioni, con formule recitate senz’anima, per abitudine. Rendimi degno di pregarti, o Signore! E concedimi di non essere egoista mentre elevo a te le mie lodi e ti espongo le mie necessità. Ch’io ti invochi non solo per me, ma porti nella orazione l’eco di tutte le sofferenze della Chiesa e dell’umanità, implorando la tua grazia su tutti, specie i più abbandonati, i più lontani e quelli che mi fanno del male.
Tre Gloria al Padre.

7. - Signore, tu hai detto: «Quando digiunate, non prendete un aspetto lugubre, come gli ipocriti, i quali mostrano un volto disfatto perché gli uomini s’accorgano del loro digiuno. In verità vi dico - Hanno già ricevuto la loro ricompensa! -. Tu, invece, quando digiuni, profùmati la testa e làvati il viso, per non far vedere agli uomini che stai digiunando, ma al Padre tuo che è presente nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Lc 6,16-18). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, a compiere il bene con spontaneità e naturalezza, perché le opere buone non degenerino in strumento di vana affermazione di me stesso; Che per colpa di una malintesa severità e sostenutezza io non abbia a dare alla religione un aspetto antipatico, repulsivo, perché tu vuoi che ti serviamo nella gioia. Ogni mia azione sia disinteressata e limpida, così da riflettere la tua Bellezza e Bontà infinita, e non mai la mia povera umanità.
Tre Gloria al Padre.

8. - Signore, tu hai detto: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-21). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, a improntare ogni mio pensiero, sentimento e azione di spirito soprannaturale. Come fugace e ingannevole è ogni bene di questo mondo: denaro, beni, amicizie, onori, potenza, piaceri... Tutte le cose di quaggiù rapidamente e irrevocabilmente sfioriscono. Mio tesoro sia domare le passioni, superare i cattivi esempi del mondo e le seduzioni di Satana, vivendo soltanto in te, con te, per te! Tutto è perduto tranne quello che depongo nel tuo Cuore!
Tre Gloria al Padre.

9. - Signore, tu hai detto: «La luce del corpo è l’occhio. Dunque, se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà oscurato. E se la luce che è in te diventa oscurità, quanto grande sarà la tenebra!» (Mt 6,22-23). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, a sentire e amare sempre più la bellezza delle virtù evangeliche. Come l’occhio sano vede bene e l’occhio malato vede male, cosi è della mia vita. Se ho cuore retto, benevolo, paziente, unito a Dio, ogni cosà acquista luminosità e quiete, anche in mezzo alle immancabili prove. Ma se il mio cuore è guasto d’egoismo, di finzione, d’invidia, disprezzo e ambizione, allora tutto in me e intorno a me è tenebra e inquietudine. O Signore, medico divino, guarisci lo sguardo della mia anima!
Tre Gloria al Padre.

V. Prega per noi, o Beato Luca.
R. Affinché siamo fatti degni delle promesse di Cristo.

Preghiera
O Dio, che hai dato al tuo confessore sant’Antonio come compagno e perfetto imitatore, il beato Luca, fa’ che, per intercessione di entrambi, seguiamo i loro esempi in modo da meritare, come loro, la tua ricompensa.

Per Cristo, nostro Signore. Amen.

PROFILO BIOGRAFICO DEL BEATO LUCA BELLUDI

Cappella del Beato Luca - Basilica S.Antonio
Ben poco ci è dato di conoscere intorno a questa nobile e attraente figura di francescano.
Emulando l’umiltà del suo grande maestro S. Antonio, frate Luca circondò di un alone di silenzio e di dimenticanza la sua vita e le sue gesta. Qualche esile notizia conservata nei vecchi archivi cittadini, qualche significativa memoria tramandatasi nei secoli nel convento ch’egli santificò con la sua dimora: è tutto ciò che ci è noto di lui.

Tra i figli del Poverello
Il Beato Luca nacque a Padova in data imprecisata, ma che gli studiosi con solide ragioni assegnano ai primi anni del 1200. Una tradizione piuttosto tardiva e discussa attesta ch’egli appartenne alla ricca e potente casata dei Belludi, che aveva in signoria il castello di Piazzola sul Brenta. Santi non ci s’improvvisa. Perciò è verosimile che il piccolo abbia avuto la fortuna di trascorrere infanzia, fanciullezza e adolescenza in un clima familiare intriso di religiosità sana e operosa.
Nel 1220, S. Francesco, reduce dal pellegrinaggio in Terrasanta, dopo aver approdato a Venezia, fece sosta a Padova per fondare, o forse solo per visitare, alla periferia della città due umili «luoghi», cioè il conventino per i frati e l’altro per le monache del suo giovane Ordine. Fu allora, probabilmente, che il nostro Beato incontrò il mirabile Poverello e sentì germogliare nel cuore la vocazione religiosa.
In quella stessa occasione o qualche tempo più tardi, Luca abbandonò senza rimpianto il mondo con tutti i sogni e le promesse della giovinezza, per rivestire la rozza tonaca di frate minore e cingere i fianchi col bianco cordiglio. Ma l’oblio, da lui assunto come regola di vita, copre col suo velo impenetrabile l’aurora di quella ardente santità.
Accanto alla chiesuola dell’Arcella, dedicata alla Madonna, frate Luca poté conoscere in profondità e immedesimarsi con l’ideale francescano, cui si era votato nell’entusiasmo e nella purezza dei suoi vent’anni. E fu qui - secondo una ragionevole congettura - che, incitato dai superiori e dopo conveniente preparazione, venne ordinato sacerdote. Nella tersa pace di madonna Povertà fu bello, giorno dopo giorno, lasciarsi portare dalla Grazia ad altezze spirituali sempre più luminose.
Il Beato scrisse la sua vita non con carta e penna, ma con parole di verità e con atti di amore: è il Libro della Vita, sigillato, che soltanto Dio conosce e che noi pure potremo leggere, in Cielo.

L’incontro di S. Antonio
1227: nel tardo autunno S. Antonio è a Padova, per la prima volta. Dopo avere abbandonato il natio Portogallo, il Santo aveva peregrinato per le strade d’Italia e di Francia, dovunque svolgendo un molteplice apostolato come educatore del popolo lottando in prima linea contro i vizi e le eresie infestanti, come pacificatore di conflitti politici e sociali, come creatore di centri di studi sacri, come forgiatore di anime apostoliche. Nella primavera di quell’anno, Antonio era stato eletto ad Assisi
ministro provinciale, cioè superiore di tutti i francescani d’Italia settentrionale. Per dovere d’ufficio egli era tenuto a visitare i diversi conventi sottoposti alla sua giurisdizione, accostando personalmente uno per uno i religiosi affidatigli.
Nel conventino dell’Arcella avviene il grande incontro. Anche qui difettano notizie precise. Più che nel 1227 pare probabile che i due uomini di Dio si siano incontrati più tardi, nell’estate del 1230. Da quel giorno S. Antonio e il Beato Luca sono un cuor solo e un’anima sola, due fiamme dello stesso Fuoco spirituale. Il Santo scopre con gioia quale tesoro stia racchiuso nell’anima schiva e generosa di frate Luca, e il Beato comprende subito quale figura straordinaria sia il suo nuovo «ministro», ridondante di sapienza e di santità, dotato di fermezza incrollabile e di tenerezza materna.
Sboccia fra i due uomini di Dio un’amicizia indissolubile e santa, una confidenza e un’intesa reciproca ammirevoli. Da quel momento il Beato Luca avrà un cognome: sarà, in vita e in morte, «Luca di S. Antonio», il compagno inseparabile del Taumaturgo.
Suscitati ambedue dalla Provvidenza in tempo di lotte forsennate tra città e città, di contrasti sanguinari tra classe e classe sociale, di implacabili rancori tra le famiglie più potenti ed ambiziose - S. Antonio e il Beato Luca, preparati al grande compito dall’assidua intimità con Dio, dall’austerità più rigida e dal cordiale amore fraterno, proseguono nelle terre emiliano-lombardo-venete quell’azione francescana che dà novella giovinezza alla Chiesa, duramente provata da tanti mali.
Vicino a S. Antonio, collaboratore impareggiabile, il nostro Beato vive anni intensissimi.
Una volta - è un antico e attendibile cronista che lo racconta - dopo aver tenuto al popolo la predica, S. Antonio, volendo sfuggire all’infrenabile entusiasmo della folla, cercò di far ritorno al convento attraverso viuzze fuori mano. Era al suo fianco frate Luca, «uomo famoso per la sua bontà». Ed ecco farsi avanti una povera madre, che stringeva in braccio il suo piccino gravemente infermo. Antonio, solo spinto dall’umiltà, tenta di resistere alle suppliche della sventurata; ma poi, vinto dalle preghiere del suo Compagno, s’intenerisce dinanzi a tanto dolore e risana il bambino.
La quaresima del 1231 è l’estrema, memorabile prova apostolica del Taumaturgo. Tutta Padova, dal vescovo Corrado col suo clero ai professori dell’università coi loro scolari dalla laboriosa borghesia ai lavoratori della terra si stipa intorno al suo pulpito e al suo confessionale. Una notte Satana, furente per le tante anime strappate alle sue seduzioni, si scaglia contro il Santo; ma la Vergine gloriosa, invocata nella stretta mortale, scende a liberare il suo apostolo. All’amico prediletto Antonio confida l’incursione subita e vinta.
Nel maggio dello stesso anno, di ritorno da Verona dove aveva impavidamente affrontato Ezzelino da Romano, S. Antonio si ferma sui colli euganei, e di lassù contempla commosso e benedice la sua patria adottiva: Padova. Gli è al fianco, come sempre e dovunque, il fedele frate Luca. Insieme combattono le battaglie di Dio, insieme progettano e realizzano, insieme soffrono e gioiscono, insieme pregano. E Luca attesterà del suo maestro: «Era veramente un uomo di grande orazione».
Ormai stremato dalle incessanti fatiche Antonio si ritira nell’eremitaggio di Camposampiero, seguito dall’Amico carissimo. Egli si fa preparare una celletta di stuoie tra i rami di un noce maestoso, ai piedi del quale anche Luca si ritempra nella preghiera e nella contemplazione, e riceve le ultime confidenze del Santo.
Sorella morte è vicina, e Antonio le va incontro all’Arcella. Nel quieto tramonto del 13 giugno 1231 egli abbandona questa terra di esilio cantando un inno d’amore alla Vergine, e illuminato dalla Visione di Gesù. Spira fra le braccia del Beato Luca.

A gloria dell’Amico
La salma del Taumaturgo alcuni giorni più tardi viene portata processionalmente alla chiesetta di S. Maria, in mezzo a un indescrivibile trionfo di popolo. Undici mesi passano, e papa Gregorio IX nella cattedrale di Spoleto eleva Antonio agli’ onori degli altari. Il Beato Luca naturalmente fu uno zelante promotore della canonizzazione; la sua testimonianza era la più sicura e documentata. E’ quasi certo che sia stato Luca stesso, nel 1232, a scrivere la prima biografia di S. Antonio, l’autorevole e fondamentale «Leggenda Assidua». In quelle pagine egli, fedele alla sua abitudine di circondarsi d’oblio, non nomina mai se stesso. Ma da vari indizi appare che lo scrittore, o almeno l’ispiratore, è lui, anche perché molti particolari ivi narrati non potevano essere rivelati che da un amico intimo.
Il monumento che celebra nei secoli la grandezza di Luca è certamente la Basilica del Santo, l’omaggio più stupendo che un amico abbia mai reso all’amico. Sappiamo che Luca fu l’erede dello spirito di Antonio, ed è intorno a lui che ormai gravita la vita dei francescani di Padova. La costruzione del bellissimo santuario ebbe subito inizio; i lavori si protrassero per molti decenni, sotto gli occhi vigili del Beato.
Un altro merito, e non minore, noi posteri dobbiamo riconoscergli. Si tratta degli scritti di S. Antonio: i «Sermoni domenicali» e gli incompiuti «Sermoni festivi» che, con la loro ricchezza di dottrina, hanno ottenuto al Taumaturgo l’aureola di Dottore della Chiesa. Frate Luca, che gli fu vicino durante la contemplazione in qualità di scrivano, diresse il loro riordinamento e la pubblicazione.
Fedele alla povertà francescana, predicatore ascoltato, consigliere di anime sperimentato e illuminato, Luca venne eletto superiore del convento del Santo e, nel triennio 1239-42, fu scelto a succedere a S. Antonio nella carica di ministro provinciale. Ma intanto, nubi foriere di uragano si erano addensate nel cielo di Padova. Per vent’anni la città vive sotto il giogo del tiranno Ezzelino, governata dal suo dispotico rappresentante Ansedisio di Guidotti.
Il Beato Luca si mostra, anche in questa drammatica circostanza, degno continuatore dell’apostolato antoniano. Intrepidamente affronta il satellite del tiranno, protestando contro l’intollerabile oppressione. Tale è il suo coraggio, tale il prestigio della sua figura morale e la sua popolarità, che Ansedisio non osa toccarlo. Nella notte del 13 giugno 1256, mentre il Beato prega e piange accanto alla Tomba dell’Amico santo, viene confortato da una visione S. Antonio gli appare, predicendogli imminente la liberazione della città dal dominio ezzeliniano. Una settimana più tardi Padova riacquista la libertà.
Il 10 aprile 1263 un altro avvenimento portentoso colma di letizia il cuore del Beato. Trasportandosi
i resti mortali .di Antonio dalla chiesetta di S. Maria alla nuova basilica, ormai in fase di compimento, viene ritrovata incorrotta la Lingua del Taumaturgo. La gloria si riverbera sul vecchio frate Luca. Il quale, nel mondo francescano, mentre passano a miglior vita uno ad uno quelli che conobbero S. Antonio, resta il depositario fedele delle memorie antoniane e l’ispiratore veridico di quanto si viene scrivendo nel suo convento intorno al Taumaturgo.

Avvolto nel silenzio
Gli anni, le fatiche, le penitenze sembra non riescano a intaccare la sua forte fibra.
Luca continua il suo apostolato, conducendolo col suo stile sommesso, riluttando ad ogni ombra
di esteriorità. Un documento del 1260, ritrovato recentemente, getta un raggio di luce su questa èsemplare attività. «Presente frate Luca già compagno di S. Antonio», viene composto un acre dissidio tra due famiglie della nobiltà padovana, ricche e prepotenti. C’è una sola spiegazione plausibile: il Beato è lì, con il prestigio della sua santità, a continuare la missione pacificatrice di Antonio, placando un funesto rancore. Il Signore lo favori anche col dono dei miracoli, che egli seppe però occultare premurosamente, attribuendo tutto all’intercessione del suo indimenticabile Amico.
La nobildonna Alice de Manto, nel suo testamento rogato il 9 giugno 1285, lascia «a frate Luca compagno di S. Antonio quattro lire venete per una tonaca». Come doveva essere logoro il saio indossato dal quasi nonagenario frate Luca, se la pia Signora si fa un dovere di provvedervi!
Il Beato vide gli albori del suo secolo: Dio dispose che ne vedesse anche il tramonto. E’ infatti l’anno 1288 circa quando, dopo una lunghissima esistenza tutta consacrata al Vangelo, frate Luca piega il capo stanco tra le braccia di sorella morte. Abbiamo una testimonianza della venerazione che confratelli e fedeli nutrivano per il vegliardo; una sola, ma che rivela tutto. Quando la sua salma fu composta nell’estremo riposo, non si seppe trovare luogo più degno ed onorifico per deporla, che la tomba dov’era stato custodito per trentadue anni il corpo benedetto di S. Antonio. Non era una semplice tomba, ma un altare. Appena morto, il Beato Luca fu spontaneamente venerato come un uomo di Dio, e il Signore ratificò quel culto facendo fiorire intorno all’altare del Beato grazie e prodigi.
Sul finir del Trecento, a pochi passi dall’Arca del Taumaturgo, venne eretta una graziosa cappella, che fu decorata magistralmente da Giusto de’ Menabuoi. Sulle pareti, ai lati dell’altare, due scene riguardano il nostro Beato: a sinistra, è ritratto mentre, in ginocchio e a mani giunte, contempla S. Antonio che gli profetizza prossima la liberazione di Padova; a destra, vediamo in alto il Beato Luca pure in ginocchio dinanzi a Cristo glorioso, in atto di implorare pietà per i suoi devoti che chiedono grazie ai piedi della sua tomba. Anche nell’abside, vicino al trono di Maria, appare l’immagine aureolata e amabile del Beato Luca che presenta alla Madre di Dio un nobiluomo orante.
In questa elegante cappella fu trasportata la Tomba-altare di Luca. Al presente, però, i suoi resti mortali sono custoditi in una pregevole urna marmorea trecentesca, incassata nell’abside, precisamente alla base dell’affresco raffigurante la Madonna in trono.
Se si potesse racchiudere in un’espressione molto rapida la figura di un santo, potremmo definire il Beato Luca un «santo del silenzio». La sua spiritualità ha profonde somiglianze con S. Giuseppe.
Per una singolare legge di contrasto, il nostro tempo, invasato dalle furie della fretta e del rumore, contaminato da una soffocante pubblicità e sconvolto da un’inquietudine senza pace, sta scoprendo la grandezza di questa spiritualità tutta intima, priva di ogni nota clamorosa, fatta solo di profondità. Il 18 maggio 1927 il pontefice Pio XI confermava ufficialmente il culto immemorabile prestato in tanti secoli al Beato Luca.
Di lui poco si conosce, poco si parla, poco si scrive. Mentre S. Antonio e la B. Elena, suoi contemporanei, ebbero chi si prese cura di raccogliere e tramandare ai posteri un riassunto biografico, il Beato Luca non ebbe nessuno che, dopo morto, affidasse alla carta una traccia almeno, qualche dato preciso, qualche ricordo degno di memoria. In questo io amo scorgere una disposizione provvidenziale, quasi una obbedienza postuma al suo desiderio di essere un santo appartato nell’ombra.
Non poche anime lo sentono vicino, lo invocano nelle loro necessità, lo amano. Anime silenziose, le cui pene non possono essere espresse che sottovoce, nel nascondimento del cuore. E le grazie del Beato Luca fioriscono nel silenzio.
Grazie’ soprattutto intime, che occhio umano non vede, che orecchio non ode. Iddio gli ha concesso di essere, anche nella gloria del cielo, il confortatore degli umili, l’amico dei dimenticati.
Al mattino o sul finir della sera, chi entra nella sua devota cappella, nota intorno all’altare del santo vegliardo degli adolescenti in preghiera. Sono i giovani studenti che vengono ad invocarlo nelle loro difficoltà. O caro Beato Luca, intercedi per noi presso Dio!

PREGHIERE DEGLI STUDENTI devoti al Beato Luca

Per il buon esito degli studi
O Signore, che nella sacra Scrittura ti definisti «Dio della scienza», ascolta la preghiera che t’innalziamo dinanzi alla tomba del Beato Luca, unendoci alle sue intenzioni.
Non rimangano per nostra colpa infruttuosi i talenti che ci hai concesso. Illumina, o Signore, la nostra intelligenza; irrobustisci la nostra volontà, stimola la nostra volontà di lavoro, affinché possiamo compiere felicemente i nostri studi. Aiutaci a scrollare il torpore della pigrizia, a vincere il richiamo a una vita frivola e dissipata, a svincolarci dalle attrattive di divertimenti che non fanno onore al nostro carattere di cristiani. Aiutaci, o Signore, ad affrontare di buon animo la monotonia del dovere quotidiano, ad impegnare in pieno tutte le nostre capacità, a formarci una cultura illuminata, vasta, profonda.
Ti domandiamo, o Signore, per intercessione del Beato Luca, di darci un cuore di apostoli, per trasformare le nostre esperienze, le nostre amicizie, le nostre inclinazioni in altrettante prese di contatto con la tua Grazia e la tua Verità. In ogni persona, in ogni cosa, o Signore, fa’ risplendere la tua presenza elevante e illuminante. E che tutti possano vedere in noi, nonostante le nostre fragilità, un raggio della tua sapienza e della tua bontà. Amen.

Per ottenere la Sapienza   (dal libro della Sapienza)

Dio dei padri e Signore di misericordia, *
che tutto hai creato con la tua parola,
che con la tua sapienza hai formato l'uomo, *
perché domini sulle creature che tu hai fatto,

e governi il mondo con santità e giustizia *
e pronunzi giudizi con animo retto,
dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono *
e non mi escludere dal numero dei tuoi figli,

perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, †
uomo debole e di vita breve, *
incapace di comprendere la giustizia e le leggi.

Anche il più perfetto tra gli uomini, †
privo della tua sapienza, *
sarebbe stimato un nulla.

Con te è la sapienza che conosce le tue opere, *
che era presente quando creavi il mondo;
essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi *
e ciò che è conforme ai tuoi decreti.

Mandala dai cieli santi, *
dal tuo trono glorioso,
perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica *
e io sappia ciò che ti è gradito.

Essa tutto conosce e tutto comprende: †
mi guiderà con prudenza nelle mie azioni *
e mi proteggerà con la sua gloria.

Ringraziamento per il buon esito degli esami
Mio Dio, ecco quello che succede: se una cosa mi va storta, mi lascio dominare dalla permalosità e ti tengo il broncio; se una cosa va a gonfie vele, mi lascio portar via dall’euforia. Così, in un caso e nell’altro, mi dimentico di te ...
Voglio ringraziarti per la grazia che mi hai fatto. Tutto è dono tuo, dono però che germoglia sull’albero della nostra collaborazione umana. Ho lavorato, e tu hai benedetto la mia fatica. Ho cercato di far del mio meglio, mettendoci applicazione e diligenza, e tu hai voluto premiare il mio impegno.
Grazie, mio Dio, dell’assistenza con cui mi hai circondato nei mesi di studio, nella vigilia febbrile dell’esame. Se ripenso a come si sono svolti questi lunghi giorni di studio, scopro che ogni mio passo è stato guidato dalla tua luce, ogni mio progresso nella conoscenza è stato illuminato dal tuo amore.
Fa’, o Signore, che a motivo di questo successo non mi lasci invadere dall’orgoglio intellettuale, dalla sicurezza di me; che io sappia mantenermi cristianamente libero dal solletico della vanità, dalla sete di elogi. Ch’io non mi dia mai aria di persona importante, bramosa di lodi vane. La mia cultura non crei una separazione fra me e la gente semplice; fa’ che io scopra quanto tesoro di sapienza c’è spesso nelle persone umili, che il mondo tratta con spregio.
Vorrei assomigliare al Beato Luca, il quale, pur possedendo doti intellettuali non comuni, non volle mai aggrapparsi a friabili apparenze di successo, ma preferì lavorare in disparte, solo preoccupato di piacere a Dio e di essere utile al prossimo. Oh, sì: il prossimo! A quell’esame, o Signore, io voglio essere promosso: all’esame che tu, al tramonto della mia vita, mi farai sull’amore che avrò portato ai miei fratelli.

Dopo un insuccesso scolastico
Sento poca voglia di pregare, dopo questa umiliazione. I bei sentimenti sbocciano a loro agio soltanto nei momenti di euforia. Mi sento amareggiato, stizzito. Istintivamente me la prendo con gl’insegnanti e li accuso di poca giustizia o addirittura di parzialità e d’incomprensione. Me la prendo coi compagni, e rinfaccio loro la buona fortuna; me la prendo con i miei familiari e li rimprovero di non capirmi...
Sono tentato di seguire l’esempio di certi faciloni, che hanno l’aria di prender tutto con leggerezza. Mio Dio, aiutami a comprendere meglio quello che è accaduto; ma liberami prima, dal turbamento d’animo che m’impedisce di vedere le cose con chiarezza.
C’è, nella mia reazione, parecchia vanità ferita, parecchia immaturità di carattere.
Drammatizzo tutto. Quanto ci guadagnerei a essere più semplice, ad affrontare virilmente
i fatti, con lealtà e realismo. Ecco: un successo mi inorgoglisce, uno scacco mi abbatte. Non è questo il primo rovescio che subisco nella vita;  chissà quante altre contrarietà dovrò affrontare,
quante delusioni, quante rinunce e sconfitte mi attendono in futuro. La vita è una maestra severa, con tutti. Invece di irritarmi inutilmente o di afflosciarmi, farei meglio a rivedere la parte di responsabilità che ho in questo insuccesso.
Se avessi studiato con più metodicità e intensità, senza lasciarmi vincere dall’indolenza o da facili distrazioni, forse mi sarebbe andata bene. Sono troppo portato a scaricare una colpa mia sugli altri! Fammi forte, o Signore, nei momenti in cui mi trovo sfiduciato e sfinito. La strada è lunga, difficile,
ma devo percorrerla da cristiano, con ritmo sereno e coraggioso. Sono inciampato mio malgrado, ma ora devo balzare in piedi e riprendere il mio posto, senza sciocche lamentele.
Confido tanto nel tuo aiuto, o mio caro Protettore, beato Luca: non lasciarmi solo in queste ore di tristezza e di scoraggiamento.

venerdì 4 dicembre 2015

Beatificazione di due frati francescani conventuali, primi martiri del Perù

Il 5 dicembre vengono beatificati nello stadio della città peruviana di Chimbote i frati Minori Conventuali Michael Tomaszek e Zbigniew Strzalkowski, insieme al sacerdote italiano Don Alessandro Dordi. Sono i primi religiosi uccisi in odio alla fede in Perù, i protomartiri di questa terra cristianizzata da almeno 500 anni. Uccisi dai terroristi comunisti di Sendero Luminoso, perché con il loro aiuto alla popolazione poverissima della zona in cui erano missionari, impedivano l'avanzare della rivoluzione proletaria. Il 9 agosto 1991 i due religiosi, prelevati dal piccolo convento di Pariacoto, venivano sommariamente processati e uccisi a colpi d'arma da fuoco. Qui il sito web dedicato alla beatificazione.

Un terzo frate del gruppo di missionari polacchi, fra Jarek, era rientrato per qualche settimana in Polonia nei giorni dell'esecuzione dei confratelli. E' tornato sul luogo del martirio e ha registrato la sua testimonianza:


Il vescovo di Chimbote, diocesi del Perù in cui lavoravano i tre prossimi beati, Angel Francisco Piorno Simon, ha voluto evidenziare l’avvenimento – “senza precedenti nella vita ecclesiale” - con una lettera alla rivista "Mar Adentro”: “Le loro figure ci commuovono e ci danno forza” ha scritto il presule, che dal marzo dello scorso anno vive con misure speciali di protezione per le denunce contro la corruzione e la violenza nella provincia dell’Ancash, 500 chilometri al nord di Lima, di cui si è fatto voce. “Ci commuovono perché se non è facile governare giorno dopo giorno la nostra vita nel cammino dell’esistenza, molto più difficile è affrontare la morte con dignità e coraggio quando essa ci si presenta cruenta, ingiusta e crudele”. La morte, per i due missionari, è arrivata un pomeriggio d’agosto del 1991 quando alcuni incappucciati arrivarono all’improvviso, li catturarono e li fecero salire su un furgone con le mani legate. Lungo il tragitto il processo sommario e la condanna a morte perché il loro aiuto ai poveri frenava la rabbia del popolo e rallentava la rivoluzione. L’esecuzione avvenne poco dopo, vicino al piccolo cimitero del pueblo di Pariacoto. “Possiamo intuire come gli batteva il cuore e come li attanagliava la paura; due erano giovani e dentro di loro doveva emergere il legittimo istinto di vivere” scrive il vescovo nella sua lettera. “La maggior parte degli esseri umani non sono preparati per un momento così. Loro, invece, lo erano, le piccole fedeltà di ogni giorno li avevano preparati per la testimonianza magnifica di fedeltà senza limiti”.

Fra Marco Tasca, Ministro Generale dei Francescani Conventuali, qualche mese fa, ha inviato a tutti i religiosi dell'Ordine una toccante lettera circolare a proposito del significato del martirio di Carità e di Fede dei due confratelli polacchi. Ve ne presento un estratto, potete leggerla integralmente nel sito della Beatificazione 

“Bisogna uccidere quelli che predicano la pace”

“In effetti, i principali capi di accusa che i terroristi di Sendero luminoso (movimento di matrice maoista guidato da Abimael Guzmán) avanzano a carico dei due frati riguardano la fede come realtà che disimpegnerebbe da ogni causa in favore dell’uomo e l’aiuto ai poveri – attraverso la distribuzione di cibo – come forma di colonialismo e condizionamento delle coscienze. Di seguito riportiamo alcune frasi pronunciate nel processo-farsa contro i due frati.

Ingannano il popolo perché distribuiscono alimenti della Caritas, che è imperialismo. Predicano la pace e così addormentano la gente. Non vogliono né la violenza né la rivoluzione. La pace disonora la gente. Bisogna uccidere quelli che predicano la pace. Con la religione addormentano il popolo. La religione è l’oppio del popolo. La Bibbia è un modo per addormentare il popolo, ingannarlo e dominarlo.

Concetti veteromarxisti (siamo nel 1991, due anni dopo la caduta del muro di Berlino) che esaltano la rivoluzione armata e additano la religione come oppio dei popoli. Sarà questa ideologia perversa e alquanto rozza a condannare a morte i nostri confratelli. Ricordiamo l’avvenimento con le parole del “terzo compagno”:

Il 9 agosto 1989 1991 – era un venerdì – dopo la celebrazione eucaristica, Miguel e Zbigniew furono prelevati separatamente dal convento e portati al Municipio di Pariacoto. Insieme, furono fatti salire su uno dei camioncini della missione, insieme a suor Berta HERNÁNDEZ, Ancella del Sacro Cuore di Gesù, che volle andare di propria iniziativa. Più tardi, sulla strada per Cochabamba, prima di attraversare il ponte fecero scendere la religiosa dal veicolo; quindi incendiarono il ponte e condussero i frati in un luogo chiamato Pueblo Viejo, vicino al cimitero. Lì, a sangue freddo, assassinarono fra Miguel con un colpo alla nuca e fra Zbigniew con due colpi, uno alla spalla e l’altro alla testa. Con loro fu ucciso anche il sindaco del paese, Giustino Masa.
Il cartone macchiato di sangue con scritto il motivo della condanna
I corpi non vennero rimossi fino al giorno dopo, quando la polizia fece i rilevamenti e giunse sul luogo anche monsignor BAMBARÉN. La mattina in cui fu celebrata la messa delle esequie, dopo l’autopsia nella città di Casma, al passaggio del feretro la gente rese omaggio ai frati martiri con fiori, bandiere, preghiere, lacrime e cartelli con scritto Paz y bien, Perdónales porque no saben lo que hacen, Nuestros padres no murieron. “Pace e bene”, “Perdonali perché non sanno quello che fanno”, “I nostri padri (Miguel e Zbigniew) non sono morti”.

“Lo stesso luogo dell’eccidio – leggiamo nel libro scritto a quattro mani da fra Jarek e Alberto Friso, giornalista del “Messaggero di sant’Antonio” – fu oggetto dell’attenzione degli abitanti di Pariacoto. Si recarono sul posto con delle vanghe e raccolsero per quanto fu possibile la terra bagnata dal sangue dei martiri, terra diventata sacra. Poi, in processione, la portarono al vicino cimitero, dove si trova ancora, in un cenotafio sotto una croce che riporta i nomi di Miguel e Zbigniew” (Frati martiri. Una storia francescana nel racconto del terzo compagno, EMP 2013, p. 202). La vox populi aveva intuito che quel sangue versato era prezioso e parlante, segno di un amore che non si può soffocare nemmeno con la morte.

In quei giorni drammatici, come abbiamo detto, fra Jarek si trovava in Polonia per celebrare il matrimonio della sorella, proprio mentre Giovanni Paolo II era a Częstochowa per la Giornata mondiale della gioventù. I due si incontrarono brevemente, in privato, il 13 agosto, e il papa, dopo aver chiesto informazioni sull’accaduto, disse: “Sono i nuovi santi martiri del Perù”. Una frase profetica, che da quel momento in poi accompagnerà e sosterrà il culto spontaneo della gente e il percorso del processo di beatificazione intrapreso dai confratelli.

Conclusione della lettera di fra Marco Tasca

Se “ad alcuni il Signore chiede il martirio della vita, c’è anche il martirio di tutti i giorni, di tutte le ore: la testimonianza contro lo spirito del male che non vuole che noi siamo evangelizzatori” (Papa Francesco, Catechesi inaugurale del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma, 17-19 giugno 2013). Mi piace – si legge nel sito - concludere questa Lettera richiamando ancora una volta lo stretto rapporto esistente tra la testimonianza quotidiana e il martiro, declinato da papa Francesco come lotta contro tutto ciò che quotidianamente, per pigrizia nostra e per suggestione del maligno, si oppone allo slancio missionario. Se fra Miguel e fra Zbigniew potessero parlare oggi al nostro Ordine racconterebbero del loro grande entusiasmo per l’annuncio del Vangelo a ogni uomo, a partire dai piccoli che hanno concretamente amato e servito. Parlerebbero di un Vangelo che più che un testo scritto è un messaggio buono e liberante (euanghélion) da consegnare attraverso la parola e l’esempio, soprattutto con stile gioioso e fraterno. Testimonierebbero dell’infinita misericordia di Dio che ha alimentato il loro desiderio di partire per terre lontane, di “uscire” in modo radicale e irreversibile per incontrare e condividere, evangelizzare ed essere evangelizzati. Rimaniamo allora in ascolto della breve e densa esistenza di questi nostri due confratelli e della loro fine più che eloquente, affinché il Signore ci renda evangelizzatori autentici, gioiosi e fecondi.


Il Signore ci ha fatto dono dei nostri fratelli Miguel e Zbigniew quando sono entrati nell’Ordine; attraverso la loro scelta missionaria ci incoraggia a rinnovare il nostro cammino di sequela; con il loro martirio ci testimonia la vittoria sulla morte e sul male di quanti si affidano alla Sua grazia; con la loro beatificazione ci dona degli intercessori. Facciamo tesoro di questo momento di grazia ed impegniamoci a seguire l’esempio dei nostri martiri. A loro ricordo l’Ordine si farà promotore di alcune iniziative e progetti catechetici e di promozione umana per i quali, fin da ora, chiedo le vostre preghiere ed il vostro contributo”.
Il beato Zbigniew in marcia per raggiungere un villaggio della sua missione in Perù

venerdì 30 ottobre 2015

Tutti i santi in un'unica antifona: meraviglie del gregoriano


Per i primi vespri della Solennità di Tutti i Santi abbiamo un'antifona al Magnificat particolarmente lunga ed elaborata. In essa - utilizzata tuttora dalla liturgia romana per la vigilia della festività- vengono menzionate le diverse categorie di Santi, ma non si dimentica di premettere ad essi i nove cori angelici, con i loro rispettivi nomi, anche se in un ordine che non rispecchia quello classico di san Gregorio Magno. Tutti i santi, schiere angeliche comprese, sono così contemplati in un'unica antifona e a tutti insieme si chiede l'intercessione per noi, quaggiù, davanti a Dio.

Ecco il testo e la traduzione:
Ángeli, * Archángeli, Throni et Dominationes, Principátus et Potestátes, Virtútes cælórum, Chérubim atque Séraphim, Patriarchæ et Prophétæ, sancti legis Doctóres, Apóstoli, omnes Christi Mártyres, sancti Confessores, Vírgines Dómini, Anachoritæ Sanctique omnes intercedite pro nobis.
Angeli, Arcangeli, Troni e Dominazioni, Principati e Potestà, Virtù dei cieli, Cherubini e Serafini, Patriarchi e Profeti, Dottori santi della Legge, Apostoli, Martiri tutti di Cristo, santi Confessori, Vergini del Signore, Monaci e Santi tutti intercedete per noi.
Il video musicale, con l'esecuzione dell'antifona e del Magnificat da parte della Cappella Sistina. Sotto lo spartito gregoriano nella revisione di Solesmes.



giovedì 29 ottobre 2015

Sua Eccellenza dà un'eccellente spiegazione di Halloween

Il Vescovo della diocesi di Macerata Mons. Nazzareno Marconi per la ricorrenza del 31 ottobre dell'anno scorso, spiegava con pacatezza e intelligenza l'origine, l'evoluzione e l'attualità della Vigilia di Tutti i Santi. Quando si dice un maestro della Fede che ha studiato e sa spiegare con chiarezza e senza oscurantismi....

martedì 29 settembre 2015

Imitare gli angeli secondo il pensiero di Sant'Antonio di Padova

A,Vivarini: santi Antonio e Michele arcangelo - XV sec. - Venezia
Per la festa dei santi Arcangeli, che precede di pochi giorni quella degli angeli custodi, vi propongo un bellissimo passo del Dottore Evangelico di Padova che ci spiega come possiamo nella nostra vita entrare a far parte dei cori angelici, vocazione a cui siamo chiamati per una "più grande misericordia" redentrice del Signore.

Dai Sermoni di sant'Antonio di Padova, Sacerdote e Dottore della Chiesa. (Serm XXI dom p.Pent.,3)
Dal Re dei re di tutto il creato, il Signore Gesù Cristo, che comanda agli angeli in cielo e agli uomini in questo mondo, ogni fedele viene nominato «regio funzionario" (in lat. règulus, piccolo re), per il fatto che ha in se stesso una certa raffigurazione degli ordini celesti, e che consta anche lui dei quattro elementi fondamentali di cui consta ogni creatura.
I cori celesti sono nove, ma noi li ordineremo in tre gruppi di tre ordini (cori) ciascuno.
Nel primo gruppo ci sono gli Angeli, gli Arcangeli e le Virtù.
Negli Angeli è raffigurata l'osservanza dei precetti, negli Arcangeli l'attenzione ai consigli e la loro applicazione, nelle Virtù i prodigi della vita santa. Anche tu dunque fai parte del coro degli Angeli quando osservi i comandamenti del Signore. Dice il profeta Malachia: «Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza»(Ml 2,7).
Similmente fai parte del coro degli Arcangeli quando osservi non solo i comandamenti, ma ti sforzi di seguire anche i consigli di Gesù Cristo. Infatti Isaia ti suggerisce: «Proponiti un consiglio, raduna una consulta» (Is 16,3).
Infine entri a far parte del coro delle Virtù quando risplenderai dei prodigi di una vita santa. Dice il Signore: «Chi crede in me farà anche lui le opere che faccio io, e ne farà anche di più grandi» (Gv 14,12).
E la Glossa commenta: Ciò che il Signore opera in noi non senza il nostro concorso, è più grande di tutto ciò che egli opera senza di noi; così che quando un malvagio diventa giusto, quest'opera è più grande di tutto ciò che vi è in cielo e in terra e altrove, perché quelle cose passeranno, mentre quest'opera resterà, e in quelle c'è soltanto l'opera di Dio, mentre in questa c'è anche l'immagine di Dio.
Anche se Dio ha creato gli angeli, la giustificazione dell'empio appare opera più grande che creare dei giusti, poiché anche se in entrambe le opere c'è un'eguale potenza, nella giustificazione dell'empio c'è una più grande misericordia.
Sant'Antonio segue la disposizione gregoriana dei nove cori angelici, cioè la gerarchia degli angeli secondo Gregorio Magno (e non ancora quella che diverrà popolare dalla II metà del XIII sec. cioè quella dello Pseudo Dionigi, che Dante dice aver corretto perfino il santo Papa!). Dunque i nomi dei nove cori angelici, secondo questa tradizione sono: Angeli, Arcangeli, Virtù, Potestà, Principati, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini.

venerdì 12 giugno 2015

Sant'Antonio chi sei? Ottimo e breve documentario sulla figura del Santo di Padova


La festa del Santo a noi carissimo, Antonio di Padova, ci spinge a divulgarne la vita e l'esperienza. Se avete 20 minuti, non perdetevi questo breve documentario, fatto piuttosto bene, sia sotto il profilo storico che per conoscere meglio la spiritualità e il messaggio del "Santo che il mondo ama":

martedì 12 maggio 2015

San Leopoldo Mandić: il prigioniero che libera gli oppressi dal peccato

Ho scritto qualche appunto per l'omelia di oggi, festa di San Leopoldo Mandić, cappuccino, amatissimo confessore della città di Padova dove trascorse la maggior parte della sua vita religiosa.
Le letture a cui faccio riferimento sono quelle del giorno, martedì della VI settimana di Pasqua (si possono leggere a questo link).

Nato il 12 maggio 1866 a Castelnuovo, nella Dalmazia meridionale, a sedici anni entra tra i Cappuccini di Venezia. Piccolo di statura, curvo e malfermo di salute. Entrato tra i Cappuccini, arde per la riunificazione con la Chiesa ortodossa. Questo suo desiderio però non si realizza, perché nei conventi dove viene assegnato gli vengono affidati altri incarichi. Si dedica soprattutto al ministero della confessione e in particolare a confessare altri sacerdoti. Dal 1906 svolge questo compito a Padova. È apprezzato per la sua straordinaria mitezza. La sua salute man mano si deteriora, ma fino a quando gli è possibile non cessa di assolvere in nome di Dio e di indirizzare parole di incoraggiamento a quanti lo accostano. Muore il 30 luglio 1942. La sua tomba, aperta dopo ventiquattro anni, ne rivela il corpo completamente intatto. Paolo VI lo ha beatificato nel 1976. Giovanni Paolo II, infine, lo ha canonizzato nel 1983.

     La prima lettura ci invita a riflettere sul mistero della vera liberazione, che è la liberazione dal peccato: Paolo, in prigione canta, e quando ha la possibilità di scappare non lo fa. In questo modo il prigioniero finisce per salvare il suo aguzzino. Lui, il carcerato libera il suo carceriere dalla paura e dal suicidio, illuminandogli il cuore con la Parola di Gesù, che vale più della libertà e della vita stessa e portandolo alla fede e al battesimo.
La celletta-confessionale del Santo
    Anche San Leopoldo, possiamo davvero dirlo, è stato un carcerato volontario, rimasto per più di 40 anni nella sua celletta a dire come san Paolo: “sono qui!” a tutti i peccatori che cercavano pace dalle loro colpe, angosce o disperazioni. 
Solo i confessori assidui possono capire che martirio quotidiano dev'essere stato il ministero di San Leopoldo!
     Come Gesù il piccolo cappuccino si è sacrificato per salvare il prossimo, espiando spesso la penitenza al posto dei suoi penitenti.         La partenza a cui Gesù fa riferimento nel vangelo è il suo sacrificio sulla croce: è questo che ottiene noi miseri peccatori di tutti i tempi lo Spirito Santo che cancella i peccati. L’uomo Gesù se ne va per effondere su tutti lo Spirito Consolatore. San Leopoldo è stato fedele con coraggio a questa vocazione di umiltà nascosta, sepolto nella penombra del suo confessionale, ogni santo giorno della vita a liberare prigionieri interiori.
     Papa Giovanni Paolo II ricordava nell’omelia della canonizzazione: «San Leopoldo non ha lasciato opere teologiche o letterarie, non ha affascinato con la sua cultura, non ha fondato opere sociali. … altro non fu che un povero frate: piccolo, malaticcio. La sua grandezza è nell’immolarsi, nel donarsi, giorno dopo giorno, per tutto il tempo della sua vita di sacerdote ….In questo sta la sua grandezza. In questo suo scomparire per far posto al vero Pastore delle anime. Il nostro santo manifestava il suo impegno dicendo così: “Nascondiamo tutto, anche quello che può avere apparenza di dono di Dio, affinché non se ne faccia mercato. A Dio solo l'onore e la gloria! Se fosse possibile, noi dovremmo passare sulla terra come un'ombra che non lascia traccia di sé”».



mercoledì 28 gennaio 2015

Festa liturgica del beato Francesco Zirano, frate e martire

Al termine della messa di Beatificazione, alcuni devoti prendono un po' della terra del luogo
del Martirio di padre Zirano, portata a Sassari dall'Arcivescovo di Algeri.
E' l'ultimo beato della famiglia francescana conventuale: il sardo padre Francesco Zirano, che subì un orrendo martirio ad Algeri dove si era recato per riscattare dai saraceni alcuni schiavi, tra cui anche un cugino e confratello. Il giorno liturgico per la commemorazione di questo beato, iscritto appena l'anno scorso nel Martirologio, è il 29 gennaio (il giorno della sua morte coincide con il 25 gennaio, festa della conversione di san Paolo).
L'Ordine minoritico ha chiesto l'approvazione di alcune parti proprie per l'ufficio del B. Francesco Zirano, tra cui come seconda lettura dell'Ufficio la cruda relazione, di un testimone oculare, dell'esecuzione del beato. In calce al post metto anche un documentario, curato dalla Provincia dei Conventuali di Sardegna, in cui si spiega in maniera particolareggiata la vita e il sacrificio del santo confratello:

29 gennaio
BEATO FRANCESCO ZIRANO, SACERDOTE E MARTIRE

Nacque a Sassari nel 1564 da modesta famiglia. Religioso tra i Frati Minori Conventuali della città, divenne sacerdote nel 1586. Il suo zelo di carità verso il prossimo si orientò in vocazione missionaria nel 1599, quando s’impegnò a liberare un cugino e confratello schiavo ad Algeri dal 1590 per salvaguardarlo dal rinnegare la fede. Arrivato in Africa nel luglio 1602 e impossibilitato a operare redenzioni, durante la guerra allora scoppiata tra il regno cabìle di Cuco alleato di Spagna e la reggenza turca di Algeri, fu catturato come spia e condannato a morte. Sollecitato a farsi maomettano per aver salva la vita, rifiutò ripetutamente e con fermezza, preferendo morire scorticato vivo. Morì il 25 gennaio 1603, proclamando la sua fedeltà a Cristo e alla vocazione francescana, e invocando la luce della fede per i carnefici che l’avevano rinnegata.

Dal Comune dei martiri

COLLETTA

O Dio, che hai suscitato nel beato Francesco, sacerdote,
il coraggio di rischiare la vita per liberare il prossimo
restando fedele a Cristo fino al martirio,
per sua intercessione concedi a noi
di testimoniare il Vangelo
con fede viva, carità operosa, speranza certa.
Per il nostro Signore.

Latino:
Deus, 
qui beátum Francíscum, presbýterum, succendísti,
ut pro libertáte próximi daret se perículo
et usque ad martýrium persevérans in Christo manéret,
eius nobis intercessióne concéde
fidem vivam, actuósam caritátem et spem certam,
ad testificándum Evangélium. Per Dominum.

Dal Comune di un martire, con salmodia del giorno dal salterio.

UFFICIO DELLE LETTURE

SECONDA LETTURA
Dalla deposizione sul martirio di Giovanni Andrea da Cagliari. (Antonio Daza, Chronica, pars IV, c. 51, Valladolid 1611, pp. 257-258)

Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito

In Valladolid, 29 di marzo 1606, davanti a me Francesco di Santander, fra Antonio Daza, a nome dell’Ordine del padre san Francesco, presentò come testimone Giovanni Andrea Sardo, originario della Sardegna. Dopo aver prestato giuramento in nome di Dio e al simbolo della croce, su cui mise la mano destra secondo la legge, promise di dire la verità sui fatti di cui era a conoscenza.
Interrogato riguardo all’istanza, il testimone dichiarò che sul contenuto della petizione ciò che lui sapeva era che: mentre lui era prigioniero nella città di Algeri da oltre di 22 anni, il padre fra Matteo de Aguirre mandò, con una lettera per il re Don Filippo nostro sovrano, il suo compagno fra Francesco di cui non sa il cognome, solo che era un frate, sacerdote, di circa 30 anni, di barba castana, di media statura, originario della città di Sassari del regno di Sardegna. I mori che lo guidavano lo tradirono con l’inganno, per cui invece di condurlo al porto per l’imbarco lo portarono nel territorio dei Turchi, dove fu fatto prigioniero dai ministri del re di Algeri. Non acconsentirono alla richiesta di riscattarlo e ritenendo che fosse il citato fra Matteo de Aguirre lo condannarono a morte. Lo condussero per eseguire la sentenza nella città di Algeri, presso il Diwan cioè il Consiglio, dove fu deciso che lo scorticassero vivo e lo misero in una buca fino alla cintola. 
Questo testimone vide come i Mori e i Turchi, mentre lo portavano al martirio, cercavano di convincerlo a rinnegare la nostra amata fede cattolica e che il frate Francesco professando e predicando la verità della nostra santa fede, diceva che in essa era nato e in essa voleva morire. Vedendo ciò portarono un boia greco rinnegato, privo di orecchie, il quale affermava che gliele avevano tagliate i cristiani e che l’uomo davanti a lui doveva pagare per questo. Così il teste vide come il boia si avvicinò con un coltello al condannato che aveva le mani legate ed era stato spinto nella citata buca scavata nel terreno; lì gli inferse un taglio dall’orecchio all’indietro, incidendo fino alla vita e il frate Francesco sopportava con grandissima fermezza invocando il santissimo nome di Gesù e di nostra Signora, recitando i salmi. Il boia proseguì scorticandolo con enorme crudeltà. Arrivato alle mani gli tagliava la pelle e amputava le mani all’altezza dei polsi e dopo procedeva alla stessa maniera con i piedi. Mentre gli scorticava i quarti anteriori questo testimone vide che allorché il boia, strappando la pelle, arrivava fino alla bocca dello stomaco, il suddetto fra Francesco, con tremendo dolore, rivolti gli occhi al cielo disse: «Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito: mi hai redento, Signore, Dio fedele». Con queste parole spirò. 
Il boia finì di scorticarlo e, presa la pelle, la riempì di paglia e la pose in cima alla porta che chiamano di Babason. Buttarono il corpo e le ossa nella campagna. Questo testimone e altri Cristiani schiavi andando a raccoglierli, non trovarono dette ossa, ma venne a sapere che altri le avevano prese e portate in terra di cristiani.

RESPONSORIO Cf. Gal 6,14; 2,20; Fil 1,29
R. Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, * che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.
V. Riguardo a Cristo, a me è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui:
R. Che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.

Una versione ridotta del documentario di Marco Biggi, narratore padre Umberto Zucca, che ha dedicato otto anni a ricercare e studiare i documenti sulla vita, martirio e e santità di p. Francesco Zirano:

lunedì 17 novembre 2014

Canto di comunione per S.Elisabetta: il canto della lavanda dei piedi

S.Elisabetta si prende cura di una ammalata - vetrata nella chiesa della Santa a Marburg (DE)
Per la festa di Santa Elisabetta d'Ungheria (o di Turingia) - grande donna francescana; da regina che era si fece povera, infermiera dei poveri, e mendicante per loro - il Messale dell'Ordine Serafico propone un'antifona di comunione peculiare, presente nella liturgia romana solo durante la celebrazione del "Mandatum" del Giovedì Santo, la "lavanda dei piedi", di cui costituisce la V antifona (nel Graduale preconciliare era la VI). Si tratta del testamento di Gesù, che lega l'amore reciproco concreto al riconoscimento dell'essere suoi discepoli (Gv 13,35):

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli,
se vi amerete gli uni gli altri»,
dice il Signore.

In hoc cognóscent omnes quia discípuli mei estis:
si dilectiónem habuéritis ad ínvicem.
Dixit Iesus discípulis suis.

Questo tratto della spiritualità cristiana è fatto proprio da Santa Elisabetta, che spese tutta se stessa e i suoi averi per amare fattivamente e con umiltà il prossimo, soprattutto gli ammalati e gli abbandonati, lavando e rifocillando quanti erano incapaci di provvedere a se stessi. E per questo fu riconosciuta una vera discepola di Gesù, canonizzata ad appena 4 anni dalla morte, nel 1235, dallo stesso Papa (Gregorio IX) che aveva canonizzato san Francesco e sant'Antonio di Padova. Con loro costituisce una terna di santità francescana delle origini, esempio che ha plasmato la spiritualità minoritica (religiosa e laicale) fino ad oggi.

Ascoltiamo l'antifona, semplice ed efficace, come fu la vita di carità di Santa Elisabetta. Sotto il video, trovate lo spartito:


L'antica tomba di S.Elisabetta: circondata da poveri e storpi che chiedono la sua intercessione

venerdì 14 novembre 2014

S. Nicola Tavelić e i suoi compagni: francescani che amavano i musulmani fino al martirio


Sono tanti i santi frati martiri che fin dai tempi di san Francesco ad oggi sono stati ammazzati per la fede dai musulmani. Ed oggi sono più attuali e rilevanti che mai, vista l'attuale rinnovata attitudine (magari inconscia e non voluta) della religione islamica di fomentare odio e persecuzione verso i cristiani.  
Nicola Tavelić nacque intorno al 1340 a Sebenico, in Dalmazia (Croazia). Fu prima missionario in Bosnia, quindi, nel 1381, partì per la Palestina. Con tre confratelli l'italiano Stefano da Cuneo, il provenzale Pietro da Narbona e il catalano Deodato da Ruticinio, preparò un discorso in difesa della fede cristiana, che pronunciò dinanzi al Cadì di Gerusalemme. Invitati tutti a ritrattare quanto avevano affermato, essi si rifiutarono decisamente, e per questo furono messi a morte. il loro martirio avvenne il 14 novembre 1391. (Approfondimenti qui)
Sono stati canonizzati da Paolo VI il 21 giugno 1970. "S. Nicola Tavelić e i suoi compagni" - scrive Paolo VI nell'omelia per la loro canonizzazione - "non odiavano il mondo musulmano. anzi, a loro modo, lo amavano" e cita la Regola di San Francesco seguita dai martiri odierni, per cui, quando piace a Dio, anche a costo della vita si può e si deve predicare il vangelo agli "infedeli", per invitarli alla fede nella Trinità e al battesimo.
Qui potete trovare i testi liturgici per la Messa della loro memoria. Vi riporto in questo post l'intera omelia del beato Paolo VI, sopra citata, offerta in occasione dell'elevazione alla gloria degli altari dei quattro martiri francescani che oggi celebriamo:

CANONIZZAZIONE DEI MARTIRI NICOLA TAVELIĆ, DEODATO DA RODEZ, STEFANO DA CUNEO E PIETRO DA NARBONNE

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

Domenica, 21 giugno 1970

Ecco riconosciuta la gloria della santità a Nicola Tavelić di Sebenico, in Croazia, ed ai suoi compagni Deodato «de Ruticinio», della Provincia di Aquitania, Pietro da Narbona, della Provincia di Provenza, e Stefano da Cuneo, della Provincia di Genova, tutti della Famiglia Religiosa dei Frati Minori di San Francesco; già venerato il primo col titolo di beato ( lSSl), e non meno competente agli altri suoi soci per averne condiviso la vocazione e l’eroica sorte del martirio, il 14 novembre dell’anno 1391 (al tempo di Papa Bonifacio IX, Tomacelli, durante lo scisma d’Occidente).

L’INNO PERENNE DI S. CIPRIANO

Vengono alle nostre labbra le parole di San Cipriano ai Martiri: «Esulto di letizia e di compiacenza, o fortissimi e beatissimi fratelli, riconoscendo la vostra fede e il vostro coraggio; la madre Chiesa è fiera di voi . . . Come cantare le vostre lodi, o fratelli valorosi? La forza del vostro animo e la perseveranza della vostra fede con quale elogio posso io celebrare?» (Ep. VIII; PL 4, 251-252).
Noi siamo particolarmente felici d’aver potuto proclamare la santità di questi martiri della fede, avendo così convalidato di fronte alla Chiesa intera il culto, che fino dal tempo della loro tragica e beata morte era a loro attribuito, a Nicola Tavelić in modo speciale, per merito dei suoi concittadini di Sebenico e dei suoi connazionali, dai quali fu sempre fedelmente conservata memoria di lui, e fu sempre circondata di pietà e di onore. È così compiuto un voto a lungo con tenace speranza nutrito.
Sono passati cinque secoli dal martirio di Nicola Tavelić e dei suoi soci. Sorge spontanea la domanda: come mai la Chiesa ha tanto tardato a canonizzare la loro eroica virtù? Lo studio delle circostanze mediante le quali fu consumato il loro martirio, fu tramandato il loro ricordo, fu autorizzato in pratica e in diritto il culto del beato Nicola, e fu ripreso l’esame della sua causa, può dare la risposta a questa ovvia questione; ma è studio complesso e che presenta un aspetto caratteristico, di non facile interpretazione. Narra la storia che Nicola Tavelić ed i suoi compagni furono martiri volontari, i quali, più che subire l’orrendo supplizio a loro inflitto, ad esso si esposero.

Siamo a Gerusalemme, al tempo dell’occupazione musulmana, in un periodo di relativa tregua, se allora i Francescani potevano risiedere nella città. I quattro Frati, protagonisti della tragica avventura missionaria, sono mossi da una duplice intenzione: quella di predicare la Fede cristiana confutando coraggiosamente, non certo forse cautamente e saggiamente, la religione di Maometto; e quella di sfidare e provocare il rischio del sacrificio della loro vita. È vero martirio? Già il grande dottore di questa materia, Papa Benedetto XIV, nella sua opera magistrale De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, si era posto il problema per risolverlo, in conformità alla dottrina consueta, in senso negativo: se il martirio è provocato intenzionalmente, non è vero martirio. Papa Lambertini, celebre per i suoi frizzi salaci, ci avverte che non bisogna stuzzicare il can che dorme (Cfr. BENEDETTO XIV, De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, lib. III, c. 17, 4).
Sorge allora una quantità di problemi. La tradizione storica della Chiesa non vanta forse altre figure di martiri volontari? Sant’Ignazio d’Antiochia, questa luminosissima figura di martire all’inizio del secondo secolo, non supplica forse i cristiani di Roma di non impedire il suo previsto martirio? Nessuna voce è più alta e lirica della sua, per perorare la sua immolazione. Io sono frumento di Dio, egli scrive con patetica veemenza, oh! ch’io sia macinato dai denti delle fiere, affinché io diventi pane puro di Cristo. «Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio . . . ogni mio desiderio è ormai crocifisso . . .» (C. IV-V, etc.). Non ci ricorda poi il nostro Martirologio i nomi di Martiri, che spontaneamente si lanciano alla morte per causa degna di qualificarli tali? S. Apollonia ad esempio (9 febbraio); S. Pelagia, elogiata da S. Ambrogio (De Virg. III; 9 giugno) ecc. Vi è poi tutta una letteratura che esorta al martirio, da Tertulliano in poi.

MARTIRI VOLONTARI

Ma per il caso nostro abbiamo un testo, che forse è determinante per la spiegazione della psicologia di Tavelić e dei suoi compagni; ed è desunto dalla regola stessa di San Francesco. Vale la pena di citarlo. «I frati che, per amore di Cristo, vanno in missione fra gli infedeli, possono comportarsi in due diverse maniere. Una di queste consiste nel non mai mettersi a discutere con gli infedeli e nell’essere umilmente sottomessi a tutte le creature per (amor di) Dio (Cfr. 1 Petr. 11, 13), dimostrando in tal modo d’essere cristiani. L’altra maniera è questa: quando i frati conosceranno che è volontà di Dio annunziare agli infedeli la parola divina, lo facciano, invitandoli a credere alla Santissima Trinità, a farsi battezzare e a divenire cristiani. Ma bisogna che i frati si ricordino sempre di aver consacrato se stessi e d’aver abbandonato i loro corpi a nostro Signor Gesù Cristo, e perciò devono, per amor suo, esporsi ai nemici visibili ed invisibili, perché dice il Signore: “Chi perderà la sua vita per me la salverà per la vita eterna”» (Regula I, c. XVI; Gli scritti di S. Francesco d’Assisi, Vicinelli pp. 102-103, Mondadori 1955; J. JORGENSEN, San Francesco d’Assisi, nuova ed. 1968, p. 321; e c. XII della Regula II).
La prima maniera fu scelta da San Francesco stesso nel suo viaggio in Palestina nel 1219; sebbene lui pure «per la sete del martirio, nella presenza del Soldan superba, predicò Cristo» (DANTE, Par., XI, 100); la seconda quella dell’ardimentoso discepolo, S. Nicola Tavelić e dei suoi compagni. «I Frati Francescani - osserva il Relatore Generale della Sezione storica della nostra Sacra Congregazione per le cause dei Santi - che si recavano in Palestina nei secoli XIII-XV, vi giungevano . . . con una preparazione psicologica orientata verso il martirio, cioè verso la perfetta imitazione di Cristo, Il beato Nicola ed i suoi tre consoci, quando presero la loro eroica decisione, erano animati dallo stesso entusiasmo religioso del loro Fondatore e dei primi Martiri dell’Ordine messi a morte nel Marocco nel 1220 e 1227».

SPIRITUALITÀ FRANCESCANA

Vi è in tutta l’originaria spiritualità francescana una caratteristica aspirazione, quella della imitazione testuale del Signore, fino alle estreme conseguenze, anche quelle che non sono «de necessitate salutis» (Cfr. Summ. Theol., II-II, 124, 3); ora del Signore non si dice forse che «si offerse, perché Egli lo volle»? (Is. 53, 7) Lui medesimo non afferma: «. . . Io do la mia vita . . . Nessuno me la toglie, ma Io la do da me stesso . . .»? (Io. 10, 17-18) È vero che «nessuno deve spontaneamente darsi la morte» (S. AUG., De civ. Dei, 1, 26; PL 41, 39), che «uno non deve dare ad altri occasione di agire ingiustamente» (Summ. Theol., ibid. 1 ad 3); ma, come nota lo stesso Benedetto XIV, riferendosi al nostro caso, vi possono essere situazioni in cui, o per impulso dello Spirito Santo, o per altre speciali circostanze, l’araldo del Vangelo non ha altro modo per scuotere l’infedeltà che quello di fare del proprio sangue la voce d’una estrema testimonianza. Testimonianza indubbiamente paradossale, testimonianza d’urto, testimonianza vana, perché non subito accolta, ma sommamente preziosa, perché convalidata dal totale dono di sé; testimonianza che mette in suprema evidenza che cosa sia martirio. Esso dovrebbe essere subito, passivo; nel linguaggio agiografico si chiama passio; ma non è mai privo d’un’accettazione volontaria, attiva; che nel nostro caso prevale e perciò maggiormente risplende.

Martirio, come si sa, vuol dire testimonianza, cioè affermazione soggettiva e oggettiva della fede. Soggettiva, perché con essa il martire attesta la convinzione sua propria, che s’identifica con la sua stessa personalità, della certezza ch’egli possiede, e che non può in alcun modo tradire; e oggettiva, perché con tale affermazione il martire vuole annunciare Cristo, vuole provare che Cristo è la verità, e che questa verità vale più della propria vita; è al vertice di ciò che è, e di ciò che preme, di ciò che salva. Diventa così motivo di credibilità (Cfr. Denz-Sch., 2779). Acquista fecondità missionaria: Semen est sanguis christianorum (TERTULLIANO, Apologeticum, c. 50; PL 1).
Martirio, al tempo stesso, è una dimostrazione assoluta di amore. Gesù l’ha detto: «Non vi è amore maggiore di quello per cui uno offre la propria vita per coloro ch’egli ama» (Cfr. Io. 15, 13); e perciò commenta l’Angelico che il martirio demonstrat perfectionem caritatis, attesta la perfezione della carità (Summ. Theol., II-11, 124, 3).
E perciò esso possiede in sommo grado l’elemento volontario dell’azione umana, il coraggio, la fortezza, l’eroismo, il sacrificio. Rappresenta l’aspetto drammatico e tragico del Vangelo: «Beati coloro che soffrono persecuzione per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Matth. 5, 10).

LA MEMORIA DIVENTA ATTUALITÀ

San Nicola Tavelić e Compagni. Oggi noi ricordiamo. La memoria diviene attualità, Noi stiamo a guardare. La storia diventa maestra. Pone un confronto fra queste lontane figure di frati idealisti, imprudenti, ma esaltati da un amore positivo e trascinante verso Cristo e persuasi della necessità missionaria propria della fede: martiri; e la nostra mentalità moderna, che nasconde sotto un mantello di evoluto scetticismo, una comoda e transigente viltà, e che, priva di principii superiori ed interiori, trova logico il conformismo alle idee correnti, alla psicologia risultante da un’alienazione collettiva alla ricerca e al servizio dei soli beni temporali. Sorge in noi un certo sentimento di disagio: noi ci sentiamo al tempo stesso distanti da quei campioni della fede, ma insieme avvertiamo, per tante ragioni, che essi ci sono vicini. Essi non sono figure anacronistiche e per noi irreali: essi anzi troppo ci dicono, e quasi ci rimproverano la nostra incertezza, la nostra facile volubilità, il nostro relativismo, che talora preferisce alla fede la moda. Lontani e vicini essi sono pur nostri, e ci ammoniscono e ci esortano, a noi pare, con parole simili a quelle che Noi, non molti giorni or sono, proferimmo: bisogna avere il coraggio della verità! il coraggio cristiano.

Ed un secondo sentimento succede al primo con una domanda imbarazzante: ma allora dobbiamo inasprire i dissensi con la società che ci circonda, e aggredirla con polemiche e con contestazioni, che rompono i nostri rapporti col nostro tempo e che accrescono le difficoltà della nostra presenza apostolica nel mondo? È questo l’esempio che dobbiamo raccogliere da questi valorosi oggi canonizzati Santi? No; noi non crediamo. A ben leggere nella loro storia e soprattutto nei loro animi, noi vediamo che non è uno spirito d’inimicizia che li spinse al martirio, ma piuttosto di amore, di ingenuo amore, se volete, e di folle speranza; un calcolo sbagliato, ma sbagliato per desiderio di giovare e di condurre a salvamento spirituale quelli stessi che essi provocarono a infliggere loro la terribile repressione del martirio. Questo è importante. È importante per il mondo della nostra così detta civiltà occidentale; il Concilio ce lo insegna. Ed è importante anche per quel mondo islamico nel quale si svolse e si consumò la tragedia di S. Nicola Tavelić e dei suoi Compagni: essi non odiavano il mondo musulmano; anzi, a loro modo, lo amavano. E certo lo amano ancora, e quasi personificano nella loro storia l’anelito cristiano verso il mondo islamico stesso, che la storia dei nostri giorni ci fa sempre meglio conoscere, fortificando la speranza di migliori rapporti fra la Chiesa cattolica e l’Islam: non ci ha esortato il Concilio «a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, non che a difendere e a promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà»? (Nostra aetate, 3)
Sono sentimenti questi che ci inducono a celebrare il Signore nei nuovi Santi, a ispirare la nostra vita al loro esempio, a invocare per la Chiesa, per la Croazia, per i Paesi d’origine loro, per tutta la famiglia francescana, e per il mondo intero la loro celeste protezione.


Per chi non lo conoscesse ecco anche il Racconto del Martirio dei Santi Nicola e Compagni nella narrazione di un contemporaneo (tratto dall'Ufficio delle Letture Romano-Serafico del 14 novembre)

Nicola e i suoi confratelli si consultarono a lungo su come potessero guadagnare le anime che il diavolo cercava di strappare e su come potessero offrire all'Altissimo più copiosi frutti nella città santa di Gerusalemme.
Quindi senza paura, dietro consiglio di alcuni frati molto saggi e maestri in teologia, sorretti anche da valide argomentazioni della S. Scrittura e di autorevoli dottori, nell'anno 1391, il giorno 11 novembre, festa di san Martino, verso le nove del mattino, decisero di attuare quello che da molto tempo avevano in mente, e tutti insieme, avendo nelle mani ognuno un rotolo di carta scritto in italiano e un altro in arabo, si avviarono verso il tempio di Salomone: ma fu loro impedito di entrare.
Condotti quindi nella casa del Cadì, mostrarono i rotoli e li lesserò di fronte a lui. Allora il Cadì si rivolse ai quattro Frati chiedendo con fermezza: «Le parole che ora avete lette, le avete pronunciate come uomini saggi, responsabili di voi stessi, oppure da dementi, insensati o senza riflettere? Siete stati forse inviati dal vostro Papa o da qualche altro principe cristiano?».
Con grande fermezza e desiderando ardentemente la sua conversione, i Frati risposero: «Non siamo stati mandati da alcun uomo, ma da Dio, che ci ha ispirato di indicarvi la verità e la via della salvezza, poiché Cristo dice nel Vangelo: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato, sarà salvo. Chi invece non avrà creduto, sarà condannato"».
Allora il Cadì li interrogò nuovamente: «Siete disposti a ritrattare le vostre parole e farvi saraceni, per evitare così la morte? Difatti se non farete questo, morirete». Essi risposero con chiara voce: «Non intendiamo in nessun modo revocare quanto abbiamo detto, e siamo pronti a morire per la fede cattolica e sostenere ogni genere di tormenti, poiché tutto ciò che abbiamo detto sono cose sante, cattoliche e vere».
Sentendo ciò il Cadì, richiesto il parere dei suoi consiglieri,pronunciò la sentenza di morte. Appena emessa la sentenza, i saraceni insorsero con grande clamore, gridando: «A morte, a morte!». E così li tormentarono con vari strumenti, lasciandoli a terra quasi morti. Ciò avvenne verso le ore tre pomeridiane, e tra lo schiamazzo del popolo continuarono a dilaniarli fino a tardi. Verso la mezzanotte il Cadì li fece spogliare, li fece legare nudi ai pali, e di nuovo li sottopose a sì crudele fustigazione che,orrendamente dilaniati, non potevano neppure reggersi in piedi. Li fece quindi rinchiudere in una tetra prigione, legati strettamente a dei ceppi di legno, in modo che non ci fosse pausa ai loro tormenti.
Finalmente il terzo giorno condotti nella piazza, dove sì usava giustiziare i malfattori, alla presenza dell'Emiro e del Cadì e di una sterminata moltitudine dì saraceni e di soldati con le spade sguainate, acceso un grande fuoco, li interrogarono ancora una volta se volessero ritrattare le cose che avevano dette e volessero farsi musulmani, e così evitare la morte.
Ma essi risposero: «Noi questo vogliamo e vi predichiamo, che vi convertiate alla fede di Cristo e vi facciate battezzare. Sappiate che per Cristo e per la sua fede non temiamo né il fuoco, né la morte del corpo». Udendo queste cose i saraceni, pieni di furore, si scagliarono furiosamente su di loro e con le spade li percossero così violentemente, da non lasciare loro neppure più sembianza umana.
Poi li gettarono tra le fiamme. E per tutta la giornata quella moltitudine stava a vedere lo spettacolo, aggiungendo legna su legna,disperdendo le loro ceneri al vento nascondendo le loro ossa, perché i cristiani non potessero più trovarle e seppellirle
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