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mercoledì 30 novembre 2016

Un contributo di Giovanni Paolo II al dibattito su comunione ai divorziati risposati

Nel 1981 era stata pubblicata da Giovanni Paolo II la grande Esortazione Apostolica post-sinodale sulla Famiglia, una delle tappe miliari del suo pontificato: la "Familiaris Consortio".
A pochi anni di distanza, nel dicembre del 1984, San Giovanni Paolo II, a seguito di un altro Sinodo, stavolta sulla Penitenza e la riconciliazione, dà alle stampe la "Reconciliatio et Paenitentia". 
Anche in quest'ultima Esortazione il Santo Padre non tralascia di affrontare alcuni casi "più delicati"- così scrive - che riguardano le persone in quelle situazioni che non permettono l'accesso ai sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. 
Possiamo leggere con quanta bontà eppure con quale schietta parresia il Pontefice polacco sapeva coniugare Verità e Misericordia, il principio della compassione e il principio della coerenza, per cui la chiesa mai può "chiamare bene il male e male il bene".
Non vogliamo che il suo magistero si perda proprio adesso che, canonizzato il Papa, viene combattuto il suo pensiero che è il pensiero della Chiesa riguardo alle "condizioni richieste" per l'accesso ai sacramenti, condizioni ben chiarite e ribadite fin da Familiaris Consortio 84.
La parola più importante è: "FINCHÉ". Il Papa non esclude nessuno dalla Misericordia di Dio, ma i Sacramenti, di cui la Chiesa ha solo l'amministrazione e non il possesso, richiedono delle condizioni oggettive e delle disposizioni minime. Non correre - fa capire il Papa - finché non ci sono le condizioni richieste dare i sacramenti sarebbe una menzogna contro la verità, come chiudere per sempre le porte della possibile riconciliazione sarebbe negare la divina bontà. Non si può fare nessuna delle due cose. Ma finché c'è vita c'è speranza di riconciliazione piena e di cambiamento.
Un principio fondamentale della Teologia cattolica è quello di leggere il magistero successivo sempre e solo alla luce della Parola di Dio e del magistero precedente, divenuto "Tradizione". Se paiono in contraddizione si deve chiedere una spiegazione. E a volte si dovrà pretenderla.

Dall'Esortazione Apostolica Reconciliatio et Paenitentia, num. 34 di S.Giovanni Paolo II:

Alcuni casi più delicati

Ritengo di dover fare a questo punto un accenno, sia pur brevissimo, a un caso pastorale che il Sinodo ha voluto trattare - per quanto gli era possibile farlo -, contemplandolo anche in una delle «Propositiones». Mi riferisco a certe situazioni, oggi non infrequenti, in cui vengono a trovarsi cristiani desiderosi di continuare la pratica religiosa sacramentale, ma che ne sono impediti dalla condizione personale in contrasto con gli impegni liberamente assunti davanti a Dio e alla Chiesa. Sono situazioni che appaiono particolarmente delicate e quasi inestricabili.

Non pochi interventi nel corso del Sinodo, esprimendo il pensiero generale dei padri, hanno messo in luce la coesistenza e il mutuo influsso di due principi, egualmente importanti, in merito a questi casi. Il primo è il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa, continuatrice nella storia della presenza e dell'opera di Cristo, non volendo la morte del peccatore ma che si converta e viva, attenta a non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora, cerca sempre di offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della riconciliazione con lui. L'altro è il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste.

Circa questa materia, che affligge profondamente anche il nostro cuore di pastori, è sembrato mio preciso dovere dire parole chiare nell'esortazione apostolica «Familiaris Consortio», per quanto riguarda il caso di divorziati risposati, o comunque di cristiani che convivono irregolarmente.

Al tempo stesso, sento il vivo dovere di esortare, insieme col Sinodo, le comunità ecclesiali e, soprattutto, i vescovi a portare ogni aiuto possibile ai sacerdoti, che, venendo meno ai gravi impegni assunti nell'ordinazione si trovano in situazioni irregolari. Nessuno di questi fratelli deve sentirsi abbandonato dalla Chiesa. Per tutti coloro che non si trovano attualmente nelle condizioni oggettive richieste dal sacramento della penitenza, le dimostrazioni di materna bontà da parte della Chiesa, il sostegno di atti di pietà diversi da quelli sacramentali, lo sforzo sincero di mantenersi in contatto col Signore, la partecipazione alla santa messa, la ripetizione frequente di atti di fede, di speranza, di carità, di dolore il più possibile perfetti, potranno preparare il cammino per una piena riconciliazione nell'ora che solo la Provvidenza conosce.

martedì 29 novembre 2016

Kalenda: la luna del Natale di quest'anno liturgico (2016/2017)

Il quesito di ogni Avvento è: "Che luna si deve dire quest'anno al canto della Kalenda di Natale?", tradotto: che giorno lunare cade il Natale, in modo da poter cantare l'annuncio natalizio tradizionale del Martirologio in modo appropriato? Qui il testo della Kalenda in latino e traduzione italiana.
Per chi desiderasse approfondire, consiglio questo post scritto a suo tempo.
Comunque, la "luna" per il Natale dell'anno liturgico 2017 è vicesima sexta (ovvero il 25 dicembre del calendario solare cade nell'anno 2016 il 26° giorno dall'ultima Luna Nuova).
Il canto o l'annuncio inizierà pertanto così "Octavo Kalendas Ianuarii, Luna vicesima sexta....".
Come sempre, a questo link troverete lo spartito con la musica gregoriana: http://media.musicasacra.com/pdf/kalenda2009.pdf

sabato 5 novembre 2016

Legem credendi lex statuat supplicandi...anche a proposito di terremoti?

Non voglio entrare nella polemica scatenata in questi giorni da infauste affermazioni, tra l'altro mal interpretate: lanciate dai microfoni di una radio cattolica, distorte e rilanciate ad arte da media laicisti e infine commentate da alti prelati della Segreteria di Stato vaticana - non di prima mano, ma sotto pressione di richieste di agenzie di notizie in cerca di conflitto -. Comunque qualche parola si può dire, anche per invitare alla "prudenza teologica" entrambe i partiti.
Capisco che il problema all'ordine del giorno sorga dall'accusa di legare uno specifico terremoto ad uno specifico peccato. Individuare con certezza un tale legame sarebbe evidentemente temerario se non ridicolo. Non si fa. Tra l'altro additare peccati commessi da alcuni e castighi subiti da altri sarebbe un torto al senso di giustizia.
D'altra parte però, il collegare in maniera generale gli eventi delle catastrofi naturali al peccato dell'uomo, questo è tutt'altro che pre-cristiano o indice di mancanza di fiducia nella misericordia di Dio. Dire che Dio non c'entra nulla con ciò che succede nel mondo equivale a rendere irragionevole il rivolgersi a lui nel bene come nel male.
Potremmo citare a proposito tutti i Papi recenti da Giovanni XXIII a Francesco e non pochi santi (ricordate le parole di Sant'Annibale Maria di Francia in previsione del terremoto di Messina?).
Limitiamoci invece ad esporre senza tanti commenti le preghiere del Messale (inserite da Clemente XI dopo il terremoto del centro Italia del 1703) e che i cattolici hanno usato per secoli, senza che nessuno dal Vaticano o altrove obiettasse alcunché a proposito della loro correttezza o ortodossia. Preghiere presenti perfino nel Messale approvato nel 1962 dal Papa buono in persona. Dovrebbero far riflettere e almeno fermare il montare di polemiche suscitate ad arte da chi vuol mettere l'un contro l'altro i fedeli di Cristo....
Ecco dunque come suonano le preghiere "In tempore terraemotus" cioè in tempo di terremoti. La traduzione è quella approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana nel 1965:


Oratio
Omnipotens sempiterne Deus, qui respicis terram et facis eam tremere: parce metuentibus, propitiare supplicibus; ut cuius iram terrae fundamenta concutientem expavimus clementiam contritiones eius sanantem iugiter sentiamus . Per Dominum nostrum Iesum Christum filium tuum. Amen.

Secreta
Deus qui fundasti terram super stabilitatem suam, suspice oblationes et preces populi tui: ac trementis terrae periculis penitus amotis divinae tuae iracundiae terrores in humanae salutis remedia converte; ut, qui de terra sunt et in terram revertentur, gaudeant se fieri sancta conversatione caelestes. Per Dominum nostrum Iesum Christum, filium tuum.  Amen.

Postcommunio
Tuere nos, Domine quaesumus, tua sancta sumentes: et terram, quam vidimus nostris iniquitatibus trementem, superno munere firma; ut mortalium corda cognoscant et te indignante talia flagella prodire et te miserante cessare. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum. Amen.


O Dio onnipotente ed eterno tu guardi la terra ed essa trema; perdona chi ti teme, risparmia chi supplica, e, dopo aver temuto il tuo sdegno che scuoteva i cardini della terra, possiamo a lungo   esperimentare la tua clemenza che ne ripara le rovine. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


O Dio che hai fondato e reso stabile la terra, accogli le offerte e le preghiere del tuo popolo; rimosso completamente il pericolo del terremoto, muta la paura del tuo giusto sdegno in rimedio per la salvezza degli uomini; ed essi che vengono dalla terra e alla terra ritorneranno, si allietino al pensiero che con una vita santa diventeranno cittadini del cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

Proteggi, o Signore, chi si ciba dei santi misteri; e la grazia celeste renda stabile la terra che, a cagione dei nostri peccati, abbiamo visto sussultare; e sappiano gli uomini che dal tuo sdegno nascono questi flagelli e per la tua misericordia hanno fine. Per il nostro signore Gesù Cristo. Amen.

giovedì 27 ottobre 2016

Cosa dice davvero l'Istruzione "Ad resurgendum" sul problema della cremazione?


Si sono letti tanti titoli "rivoluzionari" e altre emerite stupidaggini sulla seria Istruzione “Ad resurgendum cum Christo” pubblicata il 25 ottobre 2016 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il problema affrontato è il dilagare della cremazione dei defunti e il non rispetto dei loro resti. 
Cosa dice dunque la Chiesa a proposito? Tutto è ammesso? Tanto l'importante è solo l'anima? Nemmeno per idea! Possiamo anche dire che nell'Istruzione troviamo delle precisazioni che restringono le aperture un po' esagerate dell'attuale rituale italiano per le esequie (vedi qui). Controlliamo:

1. Non c'è un "sì" alla pratica della CREMAZIONE, questa pratica rimane TOLLERATA (dopo si dice soltanto "non vietata" qualora si diano certe condizioni). Così infatti recita il primo paragrafo dell'Istruzione:
"Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna «andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,8). Con l’Istruzione Piam et constantem del 5 luglio 1963, l’allora Sant’Uffizio ha stabilito che «sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli», aggiungendo però che la cremazione non è «di per sé contraria alla religione cristiana» e che non siano più negati i sacramenti e le esequie a coloro che abbiano chiesto di farsi cremare, a condizione che tale scelta non sia voluta «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa». Questo cambiamento della disciplina ecclesiastica è stato poi recepito nel Codice di Diritto Canonico (1983) e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (1990)".
Si prosegue dicendo con chiarezza che il documento, approvato dal Papa, serve a sostenere le ragioni della sepoltura dei corpi, sia di ordine dottrinale che pastorale:  "la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto opportuno la pubblicazione di una nuova Istruzione, allo scopo di ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi". 
E si parla della cremazione, dando norme restrittive, perché su questo "si sono diffuse nuove idee in contrasto con la fede della Chiesa".

2. I Cristiani credono nella risurrezione dei corpi. Cristo è stato sepolto dopo la morte ed è risuscitato, e questo è il destino ultimo di ciascuno: "Anche ai nostri giorni la Chiesa è chiamata ad annunciare la fede nella risurrezione: «La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali»".


3. Con abbondanza di citazioni si ridadisce: "Seguendo l’antichissima tradizione cristiana, la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro (Cf. CIC, can. 1176, § 3; can. 1205; CCEO, can. 876, § 3; can. 868)". 
Visto che vogliamo assomigliare a Cristo "in vita e in morte" e Cristo è stato sepolto, allora: "l’inumazione è innanzitutto la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale".
 Ci sono poi motivi di precauzione dottrinale, che portano a difendere anche nei simboli la prassi delll'inumazione, per cui la Chiesa, che combatte derive panteistiche o gnostiche e dualiste: 
"Non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re–incarnazione, sia come la liberazione definitiva della “prigione” del corpo".
Non siamo nell'anno della Misericordia? Non ricorda il Papa ad ogni piè sospinto le "opere di misericordia"? Ecco che l'Istruzione ricorda, con aggancio biblico, che:
"Il giusto Tobia viene lodato per i meriti acquisiti davanti a Dio per aver seppellito i morti, e la Chiesa considera la sepoltura dei morti come un’opera di misericordia corporale".
Si sottolinea poi il fatto che la sepoltura nei cimiteri alimenta il contatto e la comunione tra i vivi e i defunti, "nonché la venerazione dei martiri e dei santi". Questo è un punto importante: se i defunti sono "santi" cioè vanno in paradiso, perché distruggere quelle che sono allora "sante reliquie"? La festa del 1° novembre ci fa riaffermare proprio la certezza dell'enorme schiera di santi "anonimi" fatta da semplici cristiani. Come si possono allora trattare le loro spoglie in modo men che adeguato a ciò che si fa con i Santi del calendario? Chi brucerebbe le reliquie di un Padre Pio o di un sant'Antonio?

La tradizione cristiana dunque "si è opposta alla tendenza a occultare o privatizzare l’evento della morte e il significato che esso ha per i cristiani".

4. Con il quarto paragrafo si vede quando e come è ammissibile la cremazione: 
a) Se ci sono ragioni di tipo igienico, economico o sociale che portino a scegliere la cremazione
b) Questa scelta: "non deve essere contraria alla volontà esplicita o ragionevolmente presunta del fedele defunto".
c) Non "si scorgono" nella cremazione in quanto atto in sé ragioni dottrinali che la impediscano (sottinteso non si dice "non ci sono", ma non ne vediamo, e comunque rimangono le grosse ragioni pastorali che la sconsigliano...)
d) Si afferma quindi con precisione: La Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti; tuttavia la cremazione non è vietata, «a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana».

Priorità alla sepoltura, cremazione "non vietata" (cioè tollerata, non favorita) e permessa solo e soltanto se non ci sono scelte sottostanti contrarie alla dottrina cristiana (e questo è il punto più difficile da dimostrare. Perchè di solito le scelte simboliche del culto dei morti hanno sempre a che fare con le credenze degli individui, anche se qui vengono fatte apparire - in teoria - facilmente disgiungibili).

Con ulteriore cautela il paragrafo si chiude così: "In assenza di motivazioni contrarie alla dottrina cristiana, la Chiesa, dopo la celebrazione delle esequie, accompagna la scelta della cremazione con apposite indicazioni liturgiche e pastorali, avendo particolare cura di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso". 

5. Le ceneri, frutto di eventuale cremazione, vanno conservate con cura in cimetero o in chiesa: 
Qualora per motivazioni legittime venga fatta la scelta della cremazione del cadavere, le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica.... si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto, che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione, nonché pratiche sconvenienti o superstiziose.
6. Non è permesso dalla Chiesa conservare le urne in casa o dividendo le ceneri tra i congiunti (anche se sono pratiche ammesse dallo Stato):  "la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita".
Casi di necessità eccezionali vanno comunque  sottoposti al permesso dei vescovi.

7. E' espressamente vietato lo spargere le ceneri o la "diamantizzazione" cioè la pratica che si va diffondendo di far comprimere le ceneri ad alte temperature per formare diamanti sintetici:
"Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione".
pubblicità: "trasformiamo in diamanti le ceneri dei tuoi cari"!
 8. L'ultimo paragrafo richiede ai sacerdoti di essere attenti e fermi, pronti a rifiutare i funerali in chiesa se non siano rispettate fin dall'inizio queste prescrizioni:
Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto.
Quindi, cari preti, informarsi. Misericordia è anche non confondere i fedeli, e non far pensare che ogni pratica è ammessa "tanto è morto"!. La fede nella risurrezione è oggi più che mai da tutelare e proteggere. La dispersione delle ceneri va sempre contrastata, magari fornendo alternative nella chiesa parrocchiale stessa, riaprendo i loculi -di cui fino a fine '700  le nostre chiese erano piene- per accogliere le ceneri di chi, magari per motivi economici, si fa cremare e non ha soldi nemmeno per un posto al cimitero.
Anche così, dopo la morte, si aiutano i poveri che vogliono morire da cristiani.

Il testo dell'Istruzione, approvata in forma specifica da Papa Francesco, è disponibile qui


preferite questa situazione o quella raffigurata nella foto di apertura?


lunedì 3 ottobre 2016

Franciscus vir catholicus: prima antifona della festa di San Francesco

B. Gozzoli, Francesco sostiene la Chiesa e Papa Innocenzo approva la Regola - Montefalco
Dall'Antiphonale Romano-Seraphicum ecco la prima antifona dei I Vespri della Solennità del Serafico Padre San Francesco, desunta dall'antico ufficio ritmico del XIII sec. composto da fra Giuliano da Spira.
Il testo è purtroppo oggi storpiato dall'adattamento italiano della Liturgia delle Ore che i frati usano, con una traduzione che oscura del tutto l'anima di questa antifona che dava l'avvio all'ufficiatura del Santo di Assisi. Oggi dunque troviamo nel breviario francescano: Francesco, uomo cattolico e tutto apostolico, fu inviato da Dio a predicare il Vangelo di pace. Bello, ma non corrispondente all'originale
Infatti il testo antico, fedele al dettato della vita del Santo scritta dallo stesso compositore Giuliano da Spira, ricalcando le preoccupazioni originarie dell'Assisiate, dice invece: Francesco, uomo cattolico e tutto apostolico, insegnò a mantenere integra la fede della Chiesa romana ed esortò a onorare, prima di tutti gli altri, i sacerdoti. 
Forse oggi queste sono osservazioni poco ecumeniche o poco egualitarie, ma tant'è: i contemporanei del Santo di Assisi, all'unanimità ci hanno tramandato di lui queste attenzioni. Probabilmente oggi tali semplici e concrete preoccupazioni del Poverello dovrebbero essere cantate nuovamente dai suoi frati, perché sia la fede cattolica che il riconoscimento del ruolo dei ministri della Chiesa, come ai tempi di Francesco, sono nuovamente messi in discussione e attaccati.
L'esecuzione nel video è della Schola Antiqua della Catedral Primada di Toledo - Spagna (registrata nel 2014)


Franciscus, vir catholicus,
et totus apostolicus,
Ecclesiae teneri 
fidem romanae docuit,
presbyterosque monuit
prae cunctis revereri.

domenica 2 ottobre 2016

Il transito del Beato padre Francesco d'Assisi in musica

In occasione della meditazione vigiliare per la festa di San Francesco, cioè il suo Transito da questo mondo a Dio (3 ottobre), ecco il mottetto cinquecentesco del compositore J. de Aliseda che riprende i versetti 1 e 8 del salmo 141(142), recitato dal Serafico Padre sul letto di morte secondo la testimonianza della Leggenda Maggiore XV,5.

Beatus Franciscus,
dum morti appropinquaret,
lacrimosis oculis
in coelum intendens dixit:
voce mea ad Dominum clamavi
voce mea ad Dominum deprecatus sum:
educ de custodia animam meam
ad confitendum nomini tuo
me expectant justi donec retribuas mihi.

Il beato Francesco
mentre si avvicinava alla morte,
con le lacrime agli oggi
fissando il cielo disse:
"Con la mia voce al Signore ho gridato aiuto,
con la mia voce ho supplicato il Signore.
Strappa dal carcere la mia anima,
perché io renda grazie al tuo nome
Mi attendono i giusti,
per il momento in cui mi darai la ricompensa".

San Bonaventura, Leggenda Maggiore (FF 1241-1243)
Avvicinandosi il momento del suo transito, [il beato Francesco] fece chiamare intorno a sé tutti i frati del luogo e, consolandoli della sua morte con espressioni carezzevoli li esortò con paterno affetto all'amore di Dio.
 Si diffuse a parlare sulla necessita di conservare la pazienza, la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana, ma ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo.
 Mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce (giacché aveva sempre amato questo segno) e benedisse tutti i frati, presenti e assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso.
 Inoltre aggiunse ancora: “State saldi, o figli tutti, nel timore del Signore e perseverate sempre in esso! E, poiché sta per venire la tentazione e la tribolazione, beati coloro che persevereranno nel cammino iniziato! Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla Sua grazia!
1242 Terminata questa dolce ammonizione, I'uomo a Dio carissimo comandò che gli portassero il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia: “Prima della festa di Pasqua...”.
 Egli, poi. come poté, proruppe nell'esclamazione del salmo: “Con la mia voce al Signore io grido, con la mia voce il Signore io supplico” e lo recitò fin al versetto finale: “Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi darai la ricompensa”. 
Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti i misteri, quell'anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa nell'abisso della chiarità divina e l'uomo beato s'addormentò nel Signore.
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