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sabato 25 ottobre 2014

Seconde nozze e orientali: i cattolici avevano dubbi? Con i greci forse, ma con gli Armeni proprio no


Abbiamo assistito recentemente ad un risorgente interesse per il Concilio tridentino da parte di chi intenderebbe mostrare che la Chiesa romana non è poi così sicura della impossibilità dottrinale, per i battezzati coniugati, di passare a nuove nozze in caso di fallimento del primo matrimonio. Almeno questo si evincerebbe dalla cautela nelle relazioni con i greci ortodossi e dalla mancata condanna della prassi divorzistica bizantina ortodossa.

La ricostruzione delle vicende storiche di Trento, apparsa su Civiltà Cattolica (vedi qui) si conclude riconoscendo che, tuttavia, al Concilio di Firenze, in occasione della fragile unione con i greci, il Papa Eugenio IV aveva insistito nel voler appianare la questione che ancora rimaneva "insoluta". Forse sarebbe meglio dire che i greci non accettavano la prassi conseguente all'indissolubilità del matrimonio sacramentale che tra i latini era già ben assodata. Questo lo possiamo asserire perché al Concilio fiorentino le relazioni con le chiese orientali non si limitarono ai dialoghi con i greci, ma ne furono interessati anche i copti d'Egitto, i siri e gli armeni. Proprio nei confronti di questi ultimi troviamo alcune espressioni che dovrebbero togliere ogni dubbio sulla chiarezza dell'insegnamento romano, al di là delle cautele tenute in successive situazioni conciliari, per motivi - diremmo oggi - di opportunità ecumenica.

Prendiamo dunque in considerazione la Bolla Exsultate Deo per l'unione con gli Armeni, promulgata da Papa Eugenio IV al Concilio di Firenze il 22 novembre1439, fu qualificata dal beato Paolo VI, durante l'incontro nel maggio 1967 con il Catholicos (ortodosso) di Cilicia Khoren I, in questo modo: "ancora oggi costituisce per noi un testo apportatore di sicura dottrina" (Civ. Catt. II/1967 p. 504). Questa bolla, per la sua importanza, è oggi inserita nell'Enchiridion della Famiglia e della vita del Pontificio Consiglio per la Famiglia (LEV 2014) come primo documento tra quelli censiti della suprema autorità ecclesiale.
In tale decreto, promulgato più di cent'anni prima del Concilio di Trento - quindi in un periodo e in una situazione non di polemica con i Protestanti - troviamo un paragrafo riassuntivo della visione dottrinale sul matrimonio per la Chiesa Cattolica, nell'ambito della trattazione dei sette sacramenti:
Settimo è il sacramento del matrimonio, simbolo dell'unione di Cristo e della Chiesa, secondo l'apostolo, che dice: Questo sacramento è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa (Ef. 5,32). Causa efficiente del sacramento è regolarmente il mutuo consenso, espresso verbalmente di persona. Triplice è lo scopo del matrimonio: primo, ricevere la prole ed educarla al culto di Dio; secondo, la fedeltà, che un coniuge deve conservare verso l'altro; terzo, la indissolubilità del matrimonio, perché essa significa la unione indissolubile di Cristo e della Chiesa. E quantunque a causa della infedeltà sia permesso separarsi, non è lecito, però, contrarre un altro matrimonio, poiché il vincolo del matrimonio legittimamente contratto è eterno.


Septimum est sacramentum matrimonii, quod est signum coniunctionis Christi et Ecclesiae secundum Apostolum dicentem 'Sacramentum hoc magnum est: ego autem dico in Christo et in Ecclesia' (Eph 5,32). Causa efficiens matrimonii regulariter est mutuus consensus per verba de praesenti expressus. Assignatur autem triplex bonum matrimonii. Primum est proles suscipienda et educanda ad cultum Dei. Secundum est fides, quam unus coniugum alteri servare debet. Tertium indivisibilitas matrimonii, propter hoc quod significat indivisibilem coniunctionem Christi et Ecclesiae. Quamvis autem ex causa fornicationis liceat tori separationem facere, non tamen aliud matrimonium contrahere fas est, cum matrimonii vinculum legitime contracti perpetuum sit.
     Come ben si vede, papa Eugenio era convinto di dichiarare la fede della Chiesa, i cui contenuti essenziali dovevano essere tenuti da tutti, compresi gli Armeni che tornavano alla comunione con la Chiesa di Roma. Evidentemente il Papa, nel grande sforzo ecumenico del Concilio fiorentino, non presentava questioni di pastorale mutevole o di prassi legittimamente diversificata o diversificabile da una chiesa all'altra. Richiama invece la realtà sacramentale del matrimonio dei battezzati in riferimento al dato scritturistico (Paolo agli Efesini), richiama i tre beni del matrimonio, cioè gli scopi a cui è indirizzato per quanti condividono la fede cattolica.
       L'indissolubilità del matrimonio è il "bonum sacramenti" (in latino viene chiamata indivisibilitas riferita alla indivisibilità dei due ormai "una sola carne"). Essa non viene sostenuta da argomentazioni umani, di convenienza sociale o di utilità pastorale per la famiglia (che pur ci sono), ma solamente dal fatto che il matrimonio cristiano è sacramento dell'unione di Cristo con la sua Chiesa, cioè il segno e lo strumento attraverso cui si rinnova e si ripresenta nel mondo l'unione indissolubile tra Dio e l'uomo, la redenzione e la santificazione dell'umanità da parte di Cristo che riunisce tutti i credenti nell'unica sua famiglia, la Chiesa.
      Il decreto, poi, riconosce la dolorosa necessità, in certi casi ammissibile, della separazione. E' realista papa Eugenio, sa benissimo che il tradimento è intollerabile in molte coppie, ma non per questo il vincolo matrimoniale può considerarsi sciolto. Nel testo latino si usa la locuzione non fas est: presso i Romani fas indicava in modo generale una norma di carattere religioso, in contrapposizione a ius, la norma giuridica. Il senso è quindi che la non permissività delle seconde nozze non è un comando umano  o di diritto ecclesiastico, che possa cambiare, ma di origine divina, basato sulla volontà stessa di Dio.
        Addirittura il vincolo matrimoniale viene definito perpetuum, cioè "perpetuo", "eterno", che dura sempre, sottinteso "anche oltre la morte". Ed effettivamente, se pensiamo che i cristiani credono nella vita senza fine, sarebbe logico prevedere che l'unione di due cristiani in una sola carne vada al di là della morte. Anche Basilio Petrà insiste sul fatto che questa è la corretta visione antica e patristica, a cui però la chiesa, fin dai tempi apostolici, trova un'eccezione nel permesso dato da San Paolo alle vedove di potersi risposare una volta morto il coniuge (vedi qui). Secondo Petrà, però questa eccezione significherebbe che in caso di separazione irrevocabile è permesso risposarsi (non solo per morte, ma anche allargando ad altre fattispecie). Ma in una mentalità sacramentale, si nota bene invece l'analogia tra la dissoluzione delle specie eucaristiche, che pone termine alla presenza reale sacramentale di Cristo, e la dissoluzione fisica di uno dei coniugi, che pone fine al segno sacramentale del matrimonio, cioè la coppia di sposi (dando perciò al coniuge superstite la libertà di passare a nuove nozze).
Incoronazione nel matrimonio armeno

PS. A corollario di quanto scrive oggi la rivista dei Gesuiti Civiltà Cattolica, è utile, a parer mio, leggere anche come intendeva il famoso canone 7 sul matrimonio del Concilio di Trento un Dottore della Chiesa dell'epoca, il gesuita san Pietro Canisio, nella sua fortunatissima Summa Doctrinae Christianae (1555). Quanto troviamo annotato a margine del canone dal Santo Dottore non pare lasciar dubbi sul significato della definizione ancorché obliqua:

martedì 21 ottobre 2014

Festa di San Giovanni Paolo II, i testi liturgici in italiano

CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI

SAN GIOVANNI PAOLO II, PAPA


S. Messa
Dal Comune dei pastori: per un papa.

Colletta
O Dio, ricco di misericordia, che hai chiamato san Giovanni Paolo II, papa, a guidare l’intera tua Chiesa, concedi a noi, forti del suo insegnamento, di aprire con fiducia i nostri cuori alla grazia salvifica di Cristo, unico Redentore dell’uomo. Egli è Dio e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli.

(qui trovate l'originale latino della preghiera - modificato il titolo da "beato" a "santo" - con un commento)


Letture
Dal Comune dei pastori
Prima lettura 
Is 52, 7-10: Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.

Salmo responsoriale
Salmo 96 (95), 1-2a. 2b-3. 7-8a. 10.
R/. Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore.

Canto al vangelo
Gv 10,14: Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie
pecore conoscono me.

Vangelo
Gv 21,15-17: Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore

Liturgia delle Ore

Carlo Giuseppe Wojtyła nacque nel 1920 a Wadowice in Polonia. Ordinato sacerdote e compiuti gli studi di teologia a Roma, al ritorno in patria ricoprì vari incarichi pastorali e universitari. Nominato Vescovo ausiliare di Cracovia, di cui nel 1964 divenne Arcivescovo, prese parte al Concilio Ecumenico Vaticano II. Divenuto papa il 16 ottobre 1978 con il nome di Giovanni Paolo II, si contraddistinse per la straordinaria sollecitudine apostolica, in particolare per le famiglie, i giovani e i malati, che lo spinse a compiere innumerevoli visite pastorali in tutto il mondo; i frutti più significativi lasciati in eredità alla Chiesa, tra molti altri, sono il suo ricchissimo Magistero e la promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica e dei Codici di Diritto Canonico per la Chiesa latina e le Chiese Orientali. Morì piamente a Roma il 2 aprile 2005, alla vigilia della II domenica di Pasqua o della divina misericordia.

Dal Comune dei pastori: per un papa.
Ufficio delle letture
Seconda lettura
Dall’Omelia per l’inizio del pontificato di san Giovanni Paolo II, papa.

(22 ottobre 1978: A.A.S. 70 [1978], pp. 945-947)
Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!
Pietro è venuto a Roma! Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesareth, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!
Secondo un’antica tradizione, durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: «Quo vadis, Domine?» (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: «Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta». Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.
Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergerci in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.
Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi «un regno di sacerdoti».
Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse in passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua «sacra potestà» in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.
La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.
Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: «O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi».
Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!
Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!
Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa «cosa è dentro l’uomo». Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

Responsorio
R/. Non abbiate paura: il Redentore dell’uomo ha rivelato il potere della croce e ha dato per noi la vita! * Aprite, spalancate le porte a Cristo.
V/. Siamo chiamati nella Chiesa a partecipare alla sua potestà.
R/. Aprite, spalancate le porte a Cristo.

Orazione
O Dio, ricco di misericordia, che hai chiamato san Giovanni Paolo II, papa, a guidare l’intera tua Chiesa, concedi a noi, forti del suo insegnamento, di aprire con fiducia i nostri cuori alla grazia salvifica di Cristo, unico Redentore dell’uomo. Egli è Dio.

Fonte (e testo stampabile in PDF)

venerdì 17 ottobre 2014

Otto secoli di paramenti liturgici dei Frati di Venezia

preziosa dalmatica in velluto con simboli eucaristici e cristologici 
Tutti sanno come San Francesco avesse un particolare gusto per la bellezza della liturgia e una cura speciale per le sacrestie (che spazzava e rassettava personalmente) e quanto circonda di rispetto e onore il Santissimo Sacramento. Da lui i francescani - e soprattutto i conventuali - hanno preso esempio, continuando la tradizione di bellezza liturgica che non è mai stata vista in concorrenza al voto di povertà. Non è infatti per l'uomo, ma davvero "a maggior gloria di Dio".

In quest'ottica i francescani della basilica dei Frari di Venezia hanno voluto compiere una grossa impresa. Con l'aiuto della Prof.ssa Doretta Davanzo Poli, sono stati studiati e catalogati i preziosi paramenti e tessuti liturgici presenti nella sacrestia. Dai cassetti e dagli armadi sono usciti veri e propri capolavori d'arte sacra, alcuni addirittura vecchi quanto l'Ordine Francescano, ricevuti in dono da qualche speciale benefattore 8 secoli fa!
La prof.ssa Poli - una delle massime esperte internazionali di storia del tessile - ha studiato ciascuno dei pezzi, e ne ha descritto fabbricazione, provenienza e quant'altro viene rivelato dall'analisi accurata di pianete e dalmatiche, selezionando poi una sessantina di esemplari più significativi per qualità tecnica ed estetica. Attraverso tali vesti liturgiche, databili tra il secolo XIII e l’inizio del XX, è possibile seguire le vicende stesse dell’arte tessile di Venezia, senza trascurare qualche esempio di alcune tra le più importanti manifatture seriche dell’Europa e del Mediterraneo.
Fra Apollonio Tottoli, valente fotografo, ha scattato immagini bellissime e dettagliate dei diversi pezzi dell'enorme collezione. Testi e foto sono confluiti poi in un vero e proprio catalogo illustrato:
Ne è nato così un libro dal titolo: Otto secoli di arte tessile ai Frari. Sciamiti, velluti, damaschi, broccati, ricami, pubblicato a cura del Centro Studi Antoniani dei Frati di Padova. (il libro è in vendita qui)
Un breve saggio di mons. Ivo Panteghini approfondisce i significati allegorici e simbolici dei paramenti che rivestono il celebrante durante la Messa o le processioni, in un rimando di forme, colori e simbolismi che manifestano il mistero celebrato.
Scrivendo, nella prefazione, del ricco patrimonio di tessili per la liturgia, il parroco padre Lino Pellanda sottolinea che «l’estasi prodotta da architettura, scultura e pittura, nella basilica dei Frari, è ravvivata dai tessili d’altare che hanno colorato nei secoli i riti liturgici e vengono ora custoditi come patrimonio prezioso. Vi trovi oggetti pregiati frutto di donazioni o di acquisti; incontri anche vesti liturgiche consunte e rattoppate, che raccontano di povertà e momenti difficili. Ai paramenti più belli del ‘400 si ispirò Giovanni Bellini quando nel polittico della sacrestia dipinse con tanta grazia le vesti liturgiche di S. Nicola, quasi a ricordare a noi sacerdoti quale dovrebbe essere il decoro dei nostri riti». E termina citando il cardinale Martini, il quale parlava di “scandalo del profumo di Betania” riferendosi a coloro che criticano le spese per il decoro liturgico. Diceva: «Gesù gradisce le cose belle, l’amore per il culto può essere giudicato spesa inutile solo dalla mentalità efficientistica di oggi».
Il volume è stato presentato ieri nella cornice splendida della gotica basilica veneziana con l'intervento del Prof. Sergio Marinelli,docente di storia dell'arte all'università di Ca' Foscari
Il numero dei partecipanti mostra l'interesse che suscita tutt'oggi questa forma d'arte per la liturgia, fino a pochi decenni fa ancora coltivata nei monasteri e nei conventi soprattutto femminili. Perché i paramenti sacri hanno questo di particolare: sono indossati esclusivamente da maschi, ma vengono normalmente confezionati dalle sapienti mani di donne cristiane, in massima parte religiose, che in questo modo, hanno sempre inteso partecipare attivamente con il proprio lavoro artistico, al culto divino e alla lode di Dio.

In occasione dell'uscita del volume viene anche allestita una mostra temporanea con solo alcuni dei migliori paramenti. Questa mostrà sarà visitabile per poche settimane presso la Sala del Capitolo della Basilica dei Frari di Venezia.
La prof.ssa Poli cura l'allestimento della mostra dei delicati paramenti sacri
La mostra allestita nella sala del capitolo del complesso basilicale dei Frari
Per ulteriori informazioni: Basilica dei Frari, S. Polo, 3072 – Venezia. Tel. 041. 272 8611 email: basilica@basilicadeifrari.it

foto dalla pagina facebook della Basilica dei Frari

domenica 5 ottobre 2014

Esclusivo: contributo del Papa Emerito Benedetto XVI per il Sinodo sulla famiglia!


Un titolo così non sarebbe sbagliato, ma mancherebbe di indicare la data di questo contributo.... comunque attira l'attenzione ;-)! Vi riporto un discorso del 2008, fatto da Papa Benedetto a Lourdes, in Francia, e rivolto proprio ai vescovi (leggi qui il discorso intero). Tratta vari argomenti che Ratzinger riteneva (e certamente ritiene tuttora) di importanza capitale. Chissà se almeno i vescovi francesi porteranno nella loro valigetta anche questa pagina luminosa e chiarissima del recente magistero papale. Non sono passati secoli... quello che era vero 6 anni fa, sarà ancora vero oggi? O la Chiesa ha cambiato missione e verità improvvisamente? Vogliamo continuare ad andare controcorrente per il bene del mondo o i nostri vescovi decideranno che è ora di andare come il mondo suggerisce?
Duqneu, dopo aver trattato di problemi del sacerdozio, Papa Ratzinger proseguiva così la sua allocuzione alla Conferenza Episcopale d'oltralpe:

"Quali sono gli altri campi che richiedono maggiore attenzione? Le risposte possono differire da una diocesi all’altra, ma vi è un problema che appare dappertutto di una particolare urgenza: è la situazione della famiglia. 
Sappiamo che la coppia e la famiglia affrontano oggi delle vere burrasche. Le parole dell’evangelista a proposito della barca nella tempesta in mezzo al lago possono applicarsi alla famiglia: “Il vento gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena” (Mc 4, 37). I fattori che hanno generato questa crisi sono ben conosciuti, e non mi soffermerò perciò ad elencarli. Da vari decenni le leggi hanno relativizzato in molti Paesi la sua natura di cellula primordiale della società. Spesso le leggi cercano più di adattarsi ai costumi e alle rivendicazioni di particolari individui o gruppi, che non di promuovere il bene comune della società.
L’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata alla edificazione di un benessere terreno, grazie alla nascita di bambini donati da Dio, non è più, nella mente di certuni, il modello a cui l’impegno coniugale mira. Tuttavia l’esperienza insegna che la famiglia è lo zoccolo solido sul quale poggia l’intera società. Di più, il cristiano sa che la famiglia è anche la cellula viva della Chiesa. Più la famiglia sarà imbevuta dello spirito e dei valori del Vangelo, più la Chiesa stessa ne sarà arricchita e risponderà meglio alla sua vocazione. Conosco, per altro, ed incoraggio vivamente gli sforzi che fate per recare il vostro sostegno alle diverse associazioni che operano per aiutare le famiglie.
Avete ragione di attenervi con fermezza, anche a costo di andare controcorrente, ai principi che fanno la forza e la grandezza del Sacramento del matrimonio. 
La Chiesa vuol restare indefettibilmente fedele al mandato che le ha affidato il suo Fondatore, il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo. Essa non cessa di ripetere con Lui: “Ciò che Dio ha unito l’uomo non lo separi!” (Mt 19,6). La Chiesa non si è data da sola questa missione: l’ha ricevuta. Certo, nessuno può negare l’esistenza di prove, a volte molto dolorose, che certi focolari attraversano. Sarà necessario accompagnare le famiglie in difficoltà, aiutarle a comprendere la grandezza del matrimonio, e incoraggiarle a non relativizzare la volontà di Dio e le leggi di vita che Egli ci ha dato. Una questione particolarmente dolorosa, come sappiamo, è quella dei divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si possono dunque ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime. L’Esortazione apostolica Familiaris consortio ha indicato il cammino aperto da un pensiero rispettoso della verità e della carità".

Dal DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI ALLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE - Viaggio apostolico in Francia, in occasione del 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes (12 - 15 SETTEMBRE 2008), Hémicycle Sainte-Bernadette Lourdes, domenica 14 settembre 2008

sabato 4 ottobre 2014

Messaggio di San Francesco a tutti i fedeli

Storie di S.Francesco, di Benozzo Gozzoli, (Montefalco 1452)
Come predicava il dolcissimo Santo di Assisi? Che cosa predicava agli uomini (sì, a volte parlava anche a loro, non solo agli uccellini....)? Lo sappiamo benissimo! Predicava la PENITENZA, modo medievale di chiamare la CONVERSIONE. Era evangelico in tutto: per questo predicava come Gesù stesso aveva detto ai suoi apostoli, richiamando tutti a FARE, cioè ad una PRASSI conforme alla Parola di Gesù. Anche quando non conviene, e soprattutto dove il mondo suggerisce addolcimenti, sistemazioni "misericordiose". Era un vero medico delle anime, che non dà zucchero ad un diabetico, tanto per farlo contento, perché Francesco cercava la felicità totale, eterna, dei cristiani, non l'effimera gioia di un momento che passa. Questo è il suo messaggio: portare la croce, la croce che salva, nel proprio corpo, fino alle stimmate. Solo così assomiglierai a Gesù e lo Spirito di Dio Padre ti farà risorgere glorioso.
Vi riporto due forti capitoletti della lettera che Francesco d'Assisi scrive "A tutti i fedeli", cioè a tutti i cristiani, dove il Santo insiste sulla necessità della conversione "qui e ora", concreta, non teorica, e sulla necessità di seguire con radicalità il Vangelo, senza tante interpretazioni e accomodamenti "perché i tempi cambiano". I tempi cambiano, sì, ma gli esseri umani e il loro cuore no! Francesco indica una prassi da far corrispondere al Vangelo, ed essa urge anche oggi. La dottrina - siamo tutti d'accordo - non ha bisogno di ritocchi. E' la pratica che deve tendere in alto, non al ribasso.... Fate voi le applicazioni contemporanee che ritenete più opportune.
Se volete leggere l'intera Lettera ai Fedeli, la trovate a questo link

DICE DUNQUE IL SERAFICO PADRE SAN FRANCESCO:

XI. DI COLORO CHE NON FANNO PENITENZA

[Fonti Francescane 203] 63 Invece, tutti coloro che non vivono nella penitenza, e non ricevono il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, 64 e compiono vizi e peccati, e che camminano dietro la cattiva concupiscenza e i cattivi desideri, e non osservano quelle cose che hanno promesso, 65 e servono con il proprio corpo il mondo, gli istinti della carne, le cure e preoccupazioni del mondo e le cure di questa vita, 66 ingannati dal diavolo di cui sono figli e ne compiono le opere (Cfr. Gv 8,49), costoro sono ciechi poiché non vedono la vera luce, il Signore nostro Gesù Cristo.
67 Questi non posseggono la sapienza spirituale, poiché non hanno in sé il Figlio di Dio, che è la vera sapienza del Padre. Di essi dice la Scrittura: "La loro sapienza è stata divorata" (Sal 106,27). 68 Essi vedono, conoscono, sanno e fanno il male e consapevolmente perdono le loro anime.

[FF. 204] 69 Vedete, o ciechi, ingannati dai nostri nemici, cioè dalla carne, dal mondo e dal diavolo, che al corpo è dolce fare il peccato ed è cosa amara servire Dio, poiché tutte le cose cattive, vizi e peccati, escono e procedono dal cuore degli uomini (Cfr. Mt 7,21.23; 15,18-19), come dice il Signore nel Vangelo. 70 E così non possedete nulla né in questo mondo né nell'altro. 71 Credete di possedere a lungo le vanità di questo secolo, ma vi ingannate, perché verrà il giorno e l'ora che non pensate, non conoscete e ignorate (Cfr. Mt 24,44; 25,13).

XII. IL MORIBONDO IMPENITENTE

[FF. 205] 72 Il corpo è infermo, si avvicina la morte, accorrono i parenti e gli amici e dicono: "Disponi delle tue cose". 73 Ecco, la moglie di lui, i figli, i parenti e gli amici fingono di piangere. 74 Ed egli, sollevando gli occhi, li vede piangere e, mosso da un cattivo sentimento, pensando tra sé dice: "Ecco, la mia anima e il mio corpo e tutte le mie cose pongo nelle vostre mani". 75 In verità questo uomo è maledetto, poiché colloca la sua fiducia e affida la sua anima, il suo corpo e tutti i suoi averi in tali mani. 76 Perciò dice il Signore per bocca del profeta: "Maledetto l'uomo che confida nelI'uomo!" (Ger 17,5).
77 E subito fanno venire il sacerdote. Gli domanda il sacerdote: "Vuoi ricevere la penitenza per tutti i tuoi peccati?". 78 Rispose: "". "Vuoi dare soddisfazione, con i tuoi mezzi, cosi come puoi, per tutte le colpe e per quelle cose che hai defraudato e nelle quali hai ingannato gli uomini?". 79 Risponde: "No". E il sacerdote: "Perché no?". 80 "Perché ho consegnato ogni mio avere nelle mani dei parenti e degli amici". 81 E incomincia a perdere la parola, e così quel misero muore.
82 Ma sappiamo tutti che ovunque e in qualsiasi modo un uomo muoia in peccato mortale senza compiere la soddisfazione sacramentale, e può farlo e non lo fa, il diavolo rapisce la sua anima dal suo corpo con una angoscia e sofferenza così grandi, che nessuno può sapere se non chi ne fa la prova. 83 E tutti i talenti e l'autorità e la scienza, che credeva di possedere (Cfr. Lc 8,18), gli sono portati via (Mc 4,25). 84 Egli li lascia ai parenti e agli amici; ed essi prendono il patrimonio e se lo dividono e poi dicono: "Maledetta sia la sua anima, poiché poteva darci e acquistare più di quanto non acquistò!". 85 I vermi divorano il corpo; e così quell'uomo perde l'anima e il corpo in questa breve vita e va all'inferno, ove sarà tormentato eternamente.
86 Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

venerdì 3 ottobre 2014

L'inno che canta la morte di s.Francesco al mondo e la sua nascita al cielo

Il bellissimo inno per i primi vespri della Solennità del Serafico Padre San Francesco d'Assisi, con la musica scritta da fra Gennaro, OFM conv. Il testo completo dell'inno tradotto in italiano (dalla Liturgia delle Ore Romano-Serafica) è seguito dall'inno latino originale: "Iam nocte umbra obduxerat" sempre cantato da fra Gennaro e il coro dei "Cantori Francescani".



E’ discesa la notte sul mondo,
il creato è avvolto nell’ombra:
il Serafico Padre Francesco
la sua vita conclude sereno.

Ha nel cuore un incendio d’amore,
suo Dio ha la mente rapita;
suoi figli lo imploran dolenti:
tu non devi lasciare il tuo gregge.

Leva gli occhi il Serafico Padre,
stende sopra di loro la destra:
«Su voi scenda qual provvida pioggia
la grazia divina.

Allontani da tutti il peccato,
alimenti nei cuori l’amore,
nelle menti riaccenda la luce
che rischiara e conduce alla meta».

Sulle labbra si spegne la voce,
il suo spirito è in cielo rapito:
il suo volto rivela raggiante
la perfetta letizia celeste.

Gloria al Padre e al Figlio cantiamo,
e allo Spirito Consolatore;
Trinità sempiterna e beata
che glorifica gli umili in cielo. Amen.



Iam noctis umbra obdúxerat
diffúsa terris aethera,
extréma Patrem cum dies
urgébat horae praescium.

O quae viri constántia!
Secúra mentis quae fides!
Quae fervidis incéndia
flammis cremant praecórdia!

Plorant geméntes fílii
Patrémque circum cóndolent:
quid, pastor, aegrum déseris
ovíle? Flentes clámitant.

At ille in altum lúmina
mitémque tóllens déxteram:
vos, inquit, alma próvido
perfúndat imbre grátia.

Procul sit error méntibus
vestrísque labes sit procul
impúra tectis: única
virtus nitéscat córdibus.

Haec allocútus, spíritus
humána liquit: síderis
instar niténtis coetibus
nubes beátis ínserit.

Sit laus Patri, sit Fílio,
et par decus Paráclito,
qui nos perénni glória
donent per omne saeculum. Amen
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