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lunedì 24 novembre 2014

L'inno del Giudizio universale nell'ultima settimana dell'anno liturgico


L'ufficio divino riformato dopo il Concilio Vaticano II suggerisce per l'ultima settimana del tempo Ordinario, (la XXXIV, quella che ci conduce all'Avvento), di utilizzare come inno feriale delle varie ore canoniche il "Dies Irae", distribuito in tre parti, per Ufficio delle letture, Lodi e Vespri. Lo ricordo ad anni alterni, perché pochi sembrano avvedersi di questa possibilità e del suo significato (vedi questo post)
Si tratta della celeberrima sequenza della Messa per i morti, che è stata espunta dalla Messa aggiornata del beato Paolo VI, ma - come si dice - uscita dalla porta è rientrata dalla finestra.
Siamo nell'ultima settimana del mese di novembre, mese dedicato alla preghiera per i defunti. E' l'ultima settimana di un anno liturgico che va verso la sua conclusione. E' la settimana che richiama il giudizio universale in cui apparirà come giudice Cristo Re dell'Universo. Per questi motivi è ben appropriato l'uso dell'inno di indole escatologica e, quindi, possiamo e vogliamo recitarlo (e meglio ancora cantarlo). Tanto più dovremmo farlo con piacere noi francescani, visto che l'autore del testo è ritenuto essere quel fra Tommaso da Celano, coetaneo e primo biografo del Poverello d'Assisi, che ci ha lasciato ben due redazioni della vita del Padre Serafico e il Trattato sui suoi miracoli.

Spartiti, spiegazioni e traduzione li trovate in quest'altro post pubblicato qualche tempo fa.

Riascoltiamo il Dies Irae nell'esecuzione del coro della cattedrale di Colonia (Germania)



Dies Irae, dies illa
solvet saeclum in favilla
teste David cum Sybilla.

Quantus tremor est futurus,
Quando judex est venturus,
Cuncta stricte discussurus.

Tuba, mirum spargens sonum
per sepulcra regionum
coget omnes ante thronum.

Mors stupebit et natura,
cum resurget creatura,
judicanti responsura.

Liber scriptus proferetur,
in quo totum continetur,
unde mundus judicetur.

Judex ergo cum sedebit,
quidquid latet, apparebit:
nil inultum remanebit.

Quid sum miser tunc dicturus?
quem patronum rogaturus,
cum vix justus sit securus?

Rex tremendae majestatis,
qui salvandos salvas gratis,
salva me, fons pietatis.

Recordare, Jesu pie,
quod sum causa tuae viae
ne me perdas illa die.

Quaerens me, sedisti lassus,
redemisti Crucem passus:
tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultionis,
donum fac remissionis
ante diem rationis.

Ingemisco, tamquam reus,
culpa rubet vultus meus
supplicanti parce, Deus.

Qui Mariam absolvisti,
et latronem exaudisti,
mihi quoque spem dedisti.

Preces meae non sunt dignae,
sed tu bonus fac benigne,
ne perenni cremer igne.

Inter oves locum praesta,
et ab haedis me sequestra,
statuens in parte dextra.

Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis.

Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis:
gere curam mei finis.

Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
pie Jesu Domine,
dona eis requiem. 
Amen.


Giorno dell’ira sarà quel giorno
dissolverà il mondo terreno in cenere
come annunciato da David e dalla Sibilla.

Quanto terrore verrà
quando giungerà il giudice
a giudicare severamente ogni cosa.

La tromba diffondendo un suono stupefacente
tra i sepolcri del mondo
spingerà tutti davanti al trono.

La Morte si stupirà, e anche la Natura
quando risorgerà ogni creatura
per rispondere al giudice.

Sarà portato il libro scritto
nel quale 
tutto è contenuto,
dal quale si giudicherà il mondo.

E dunque quando il giudice si siederà,
ogni cosa nascosta sarà svelata,
niente rimarrà invendicato.

In quel momento che potrò dire io, misero,
chi chiamerò a difendermi,
quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?

Re di tremenda maestà,
tu che salvi per grazia chi è da salvare,
salva me, fonte di pietà.

Ricorda, o Gesù pio,
che io sono la causa della tua venuta;
non lasciare che quel giorno io sia perduto.

Cercandomi ti sedesti stanco,
mi hai redento patendo la Croce:
che tanta fatica non sia vana!

Giusto giudice di retribuzione,
concedi il dono del perdono
prima del giorno della resa dei conti.

Comincio a gemere come un colpevole,
per la colpa è rosso il mio volto;
risparmia chi ti supplica, o Dio.

Tu che perdonasti Maria di Magdala,
tu che esaudisti il buon ladrone,
anche a me hai dato speranza.

Le mie preghiere non sono degne;
ma tu, buon Dio, con benignità fa’
che io non sia arso dal fuoco eterno.

Assicurami un posto fra le pecore,
e tienimi lontano dai capri,
ponendomi alla tua destra.

Smascherati i malvagi,
condannati alle aspre fiamme,
chiamami tra i benedetti.

Prego supplice e in ginocchio,
il cuore contrito, come ridotto in cenere,
prenditi cura del mio destino.

Quel giorno sarà un giorno di lacrime,
quando risorgerà dalla cenere
il peccatore per essere giudicato.

Perdonalo, o Dio:
pio Signore Gesù,
dona a loro la pace. Amen.

lunedì 17 novembre 2014

Canto di comunione per S.Elisabetta: il canto della lavanda dei piedi

S.Elisabetta si prende cura di una ammalata - vetrata nella chiesa della Santa a Marburg (DE)
Per la festa di Santa Elisabetta d'Ungheria (o di Turingia) - grande donna francescana; da regina che era si fece povera, infermiera dei poveri, e mendicante per loro - il Messale dell'Ordine Serafico propone un'antifona di comunione peculiare, presente nella liturgia romana solo durante la celebrazione del "Mandatum" del Giovedì Santo, la "lavanda dei piedi", di cui costituisce la V antifona (nel Graduale preconciliare era la VI). Si tratta del testamento di Gesù, che lega l'amore reciproco concreto al riconoscimento dell'essere suoi discepoli (Gv 13,35):

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli,
se vi amerete gli uni gli altri»,
dice il Signore.

In hoc cognóscent omnes quia discípuli mei estis:
si dilectiónem habuéritis ad ínvicem.
Dixit Iesus discípulis suis.

Questo tratto della spiritualità cristiana è fatto proprio da Santa Elisabetta, che spese tutta se stessa e i suoi averi per amare fattivamente e con umiltà il prossimo, soprattutto gli ammalati e gli abbandonati, lavando e rifocillando quanti erano incapaci di provvedere a se stessi. E per questo fu riconosciuta una vera discepola di Gesù, canonizzata ad appena 4 anni dalla morte, nel 1235, dallo stesso Papa (Gregorio IX) che aveva canonizzato san Francesco e sant'Antonio di Padova. Con loro costituisce una terna di santità francescana delle origini, esempio che ha plasmato la spiritualità minoritica (religiosa e laicale) fino ad oggi.

Ascoltiamo l'antifona, semplice ed efficace, come fu la vita di carità di Santa Elisabetta. Sotto il video, trovate lo spartito:


L'antica tomba di S.Elisabetta: circondata da poveri e storpi che chiedono la sua intercessione

venerdì 14 novembre 2014

S. Nicola Tavelić e i suoi compagni: francescani che amavano i musulmani fino al martirio


Sono tanti i santi frati martiri che fin dai tempi di san Francesco ad oggi sono stati ammazzati per la fede dai musulmani. Ed oggi sono più attuali e rilevanti che mai, vista l'attuale rinnovata attitudine (magari inconscia e non voluta) della religione islamica di fomentare odio e persecuzione verso i cristiani.  
Nicola Tavelić nacque intorno al 1340 a Sebenico, in Dalmazia (Croazia). Fu prima missionario in Bosnia, quindi, nel 1381, partì per la Palestina. Con tre confratelli l'italiano Stefano da Cuneo, il provenzale Pietro da Narbona e il catalano Deodato da Ruticinio, preparò un discorso in difesa della fede cristiana, che pronunciò dinanzi al Cadì di Gerusalemme. Invitati tutti a ritrattare quanto avevano affermato, essi si rifiutarono decisamente, e per questo furono messi a morte. il loro martirio avvenne il 14 novembre 1391. (Approfondimenti qui)
Sono stati canonizzati da Paolo VI il 21 giugno 1970. "S. Nicola Tavelić e i suoi compagni" - scrive Paolo VI nell'omelia per la loro canonizzazione - "non odiavano il mondo musulmano. anzi, a loro modo, lo amavano" e cita la Regola di San Francesco seguita dai martiri odierni, per cui, quando piace a Dio, anche a costo della vita si può e si deve predicare il vangelo agli "infedeli", per invitarli alla fede nella Trinità e al battesimo.
Qui potete trovare i testi liturgici per la Messa della loro memoria. Vi riporto in questo post l'intera omelia del beato Paolo VI, sopra citata, offerta in occasione dell'elevazione alla gloria degli altari dei quattro martiri francescani che oggi celebriamo:

CANONIZZAZIONE DEI MARTIRI NICOLA TAVELIĆ, DEODATO DA RODEZ, STEFANO DA CUNEO E PIETRO DA NARBONNE

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

Domenica, 21 giugno 1970

Ecco riconosciuta la gloria della santità a Nicola Tavelić di Sebenico, in Croazia, ed ai suoi compagni Deodato «de Ruticinio», della Provincia di Aquitania, Pietro da Narbona, della Provincia di Provenza, e Stefano da Cuneo, della Provincia di Genova, tutti della Famiglia Religiosa dei Frati Minori di San Francesco; già venerato il primo col titolo di beato ( lSSl), e non meno competente agli altri suoi soci per averne condiviso la vocazione e l’eroica sorte del martirio, il 14 novembre dell’anno 1391 (al tempo di Papa Bonifacio IX, Tomacelli, durante lo scisma d’Occidente).

L’INNO PERENNE DI S. CIPRIANO

Vengono alle nostre labbra le parole di San Cipriano ai Martiri: «Esulto di letizia e di compiacenza, o fortissimi e beatissimi fratelli, riconoscendo la vostra fede e il vostro coraggio; la madre Chiesa è fiera di voi . . . Come cantare le vostre lodi, o fratelli valorosi? La forza del vostro animo e la perseveranza della vostra fede con quale elogio posso io celebrare?» (Ep. VIII; PL 4, 251-252).
Noi siamo particolarmente felici d’aver potuto proclamare la santità di questi martiri della fede, avendo così convalidato di fronte alla Chiesa intera il culto, che fino dal tempo della loro tragica e beata morte era a loro attribuito, a Nicola Tavelić in modo speciale, per merito dei suoi concittadini di Sebenico e dei suoi connazionali, dai quali fu sempre fedelmente conservata memoria di lui, e fu sempre circondata di pietà e di onore. È così compiuto un voto a lungo con tenace speranza nutrito.
Sono passati cinque secoli dal martirio di Nicola Tavelić e dei suoi soci. Sorge spontanea la domanda: come mai la Chiesa ha tanto tardato a canonizzare la loro eroica virtù? Lo studio delle circostanze mediante le quali fu consumato il loro martirio, fu tramandato il loro ricordo, fu autorizzato in pratica e in diritto il culto del beato Nicola, e fu ripreso l’esame della sua causa, può dare la risposta a questa ovvia questione; ma è studio complesso e che presenta un aspetto caratteristico, di non facile interpretazione. Narra la storia che Nicola Tavelić ed i suoi compagni furono martiri volontari, i quali, più che subire l’orrendo supplizio a loro inflitto, ad esso si esposero.

Siamo a Gerusalemme, al tempo dell’occupazione musulmana, in un periodo di relativa tregua, se allora i Francescani potevano risiedere nella città. I quattro Frati, protagonisti della tragica avventura missionaria, sono mossi da una duplice intenzione: quella di predicare la Fede cristiana confutando coraggiosamente, non certo forse cautamente e saggiamente, la religione di Maometto; e quella di sfidare e provocare il rischio del sacrificio della loro vita. È vero martirio? Già il grande dottore di questa materia, Papa Benedetto XIV, nella sua opera magistrale De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, si era posto il problema per risolverlo, in conformità alla dottrina consueta, in senso negativo: se il martirio è provocato intenzionalmente, non è vero martirio. Papa Lambertini, celebre per i suoi frizzi salaci, ci avverte che non bisogna stuzzicare il can che dorme (Cfr. BENEDETTO XIV, De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, lib. III, c. 17, 4).
Sorge allora una quantità di problemi. La tradizione storica della Chiesa non vanta forse altre figure di martiri volontari? Sant’Ignazio d’Antiochia, questa luminosissima figura di martire all’inizio del secondo secolo, non supplica forse i cristiani di Roma di non impedire il suo previsto martirio? Nessuna voce è più alta e lirica della sua, per perorare la sua immolazione. Io sono frumento di Dio, egli scrive con patetica veemenza, oh! ch’io sia macinato dai denti delle fiere, affinché io diventi pane puro di Cristo. «Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio . . . ogni mio desiderio è ormai crocifisso . . .» (C. IV-V, etc.). Non ci ricorda poi il nostro Martirologio i nomi di Martiri, che spontaneamente si lanciano alla morte per causa degna di qualificarli tali? S. Apollonia ad esempio (9 febbraio); S. Pelagia, elogiata da S. Ambrogio (De Virg. III; 9 giugno) ecc. Vi è poi tutta una letteratura che esorta al martirio, da Tertulliano in poi.

MARTIRI VOLONTARI

Ma per il caso nostro abbiamo un testo, che forse è determinante per la spiegazione della psicologia di Tavelić e dei suoi compagni; ed è desunto dalla regola stessa di San Francesco. Vale la pena di citarlo. «I frati che, per amore di Cristo, vanno in missione fra gli infedeli, possono comportarsi in due diverse maniere. Una di queste consiste nel non mai mettersi a discutere con gli infedeli e nell’essere umilmente sottomessi a tutte le creature per (amor di) Dio (Cfr. 1 Petr. 11, 13), dimostrando in tal modo d’essere cristiani. L’altra maniera è questa: quando i frati conosceranno che è volontà di Dio annunziare agli infedeli la parola divina, lo facciano, invitandoli a credere alla Santissima Trinità, a farsi battezzare e a divenire cristiani. Ma bisogna che i frati si ricordino sempre di aver consacrato se stessi e d’aver abbandonato i loro corpi a nostro Signor Gesù Cristo, e perciò devono, per amor suo, esporsi ai nemici visibili ed invisibili, perché dice il Signore: “Chi perderà la sua vita per me la salverà per la vita eterna”» (Regula I, c. XVI; Gli scritti di S. Francesco d’Assisi, Vicinelli pp. 102-103, Mondadori 1955; J. JORGENSEN, San Francesco d’Assisi, nuova ed. 1968, p. 321; e c. XII della Regula II).
La prima maniera fu scelta da San Francesco stesso nel suo viaggio in Palestina nel 1219; sebbene lui pure «per la sete del martirio, nella presenza del Soldan superba, predicò Cristo» (DANTE, Par., XI, 100); la seconda quella dell’ardimentoso discepolo, S. Nicola Tavelić e dei suoi compagni. «I Frati Francescani - osserva il Relatore Generale della Sezione storica della nostra Sacra Congregazione per le cause dei Santi - che si recavano in Palestina nei secoli XIII-XV, vi giungevano . . . con una preparazione psicologica orientata verso il martirio, cioè verso la perfetta imitazione di Cristo, Il beato Nicola ed i suoi tre consoci, quando presero la loro eroica decisione, erano animati dallo stesso entusiasmo religioso del loro Fondatore e dei primi Martiri dell’Ordine messi a morte nel Marocco nel 1220 e 1227».

SPIRITUALITÀ FRANCESCANA

Vi è in tutta l’originaria spiritualità francescana una caratteristica aspirazione, quella della imitazione testuale del Signore, fino alle estreme conseguenze, anche quelle che non sono «de necessitate salutis» (Cfr. Summ. Theol., II-II, 124, 3); ora del Signore non si dice forse che «si offerse, perché Egli lo volle»? (Is. 53, 7) Lui medesimo non afferma: «. . . Io do la mia vita . . . Nessuno me la toglie, ma Io la do da me stesso . . .»? (Io. 10, 17-18) È vero che «nessuno deve spontaneamente darsi la morte» (S. AUG., De civ. Dei, 1, 26; PL 41, 39), che «uno non deve dare ad altri occasione di agire ingiustamente» (Summ. Theol., ibid. 1 ad 3); ma, come nota lo stesso Benedetto XIV, riferendosi al nostro caso, vi possono essere situazioni in cui, o per impulso dello Spirito Santo, o per altre speciali circostanze, l’araldo del Vangelo non ha altro modo per scuotere l’infedeltà che quello di fare del proprio sangue la voce d’una estrema testimonianza. Testimonianza indubbiamente paradossale, testimonianza d’urto, testimonianza vana, perché non subito accolta, ma sommamente preziosa, perché convalidata dal totale dono di sé; testimonianza che mette in suprema evidenza che cosa sia martirio. Esso dovrebbe essere subito, passivo; nel linguaggio agiografico si chiama passio; ma non è mai privo d’un’accettazione volontaria, attiva; che nel nostro caso prevale e perciò maggiormente risplende.

Martirio, come si sa, vuol dire testimonianza, cioè affermazione soggettiva e oggettiva della fede. Soggettiva, perché con essa il martire attesta la convinzione sua propria, che s’identifica con la sua stessa personalità, della certezza ch’egli possiede, e che non può in alcun modo tradire; e oggettiva, perché con tale affermazione il martire vuole annunciare Cristo, vuole provare che Cristo è la verità, e che questa verità vale più della propria vita; è al vertice di ciò che è, e di ciò che preme, di ciò che salva. Diventa così motivo di credibilità (Cfr. Denz-Sch., 2779). Acquista fecondità missionaria: Semen est sanguis christianorum (TERTULLIANO, Apologeticum, c. 50; PL 1).
Martirio, al tempo stesso, è una dimostrazione assoluta di amore. Gesù l’ha detto: «Non vi è amore maggiore di quello per cui uno offre la propria vita per coloro ch’egli ama» (Cfr. Io. 15, 13); e perciò commenta l’Angelico che il martirio demonstrat perfectionem caritatis, attesta la perfezione della carità (Summ. Theol., II-11, 124, 3).
E perciò esso possiede in sommo grado l’elemento volontario dell’azione umana, il coraggio, la fortezza, l’eroismo, il sacrificio. Rappresenta l’aspetto drammatico e tragico del Vangelo: «Beati coloro che soffrono persecuzione per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Matth. 5, 10).

LA MEMORIA DIVENTA ATTUALITÀ

San Nicola Tavelić e Compagni. Oggi noi ricordiamo. La memoria diviene attualità, Noi stiamo a guardare. La storia diventa maestra. Pone un confronto fra queste lontane figure di frati idealisti, imprudenti, ma esaltati da un amore positivo e trascinante verso Cristo e persuasi della necessità missionaria propria della fede: martiri; e la nostra mentalità moderna, che nasconde sotto un mantello di evoluto scetticismo, una comoda e transigente viltà, e che, priva di principii superiori ed interiori, trova logico il conformismo alle idee correnti, alla psicologia risultante da un’alienazione collettiva alla ricerca e al servizio dei soli beni temporali. Sorge in noi un certo sentimento di disagio: noi ci sentiamo al tempo stesso distanti da quei campioni della fede, ma insieme avvertiamo, per tante ragioni, che essi ci sono vicini. Essi non sono figure anacronistiche e per noi irreali: essi anzi troppo ci dicono, e quasi ci rimproverano la nostra incertezza, la nostra facile volubilità, il nostro relativismo, che talora preferisce alla fede la moda. Lontani e vicini essi sono pur nostri, e ci ammoniscono e ci esortano, a noi pare, con parole simili a quelle che Noi, non molti giorni or sono, proferimmo: bisogna avere il coraggio della verità! il coraggio cristiano.

Ed un secondo sentimento succede al primo con una domanda imbarazzante: ma allora dobbiamo inasprire i dissensi con la società che ci circonda, e aggredirla con polemiche e con contestazioni, che rompono i nostri rapporti col nostro tempo e che accrescono le difficoltà della nostra presenza apostolica nel mondo? È questo l’esempio che dobbiamo raccogliere da questi valorosi oggi canonizzati Santi? No; noi non crediamo. A ben leggere nella loro storia e soprattutto nei loro animi, noi vediamo che non è uno spirito d’inimicizia che li spinse al martirio, ma piuttosto di amore, di ingenuo amore, se volete, e di folle speranza; un calcolo sbagliato, ma sbagliato per desiderio di giovare e di condurre a salvamento spirituale quelli stessi che essi provocarono a infliggere loro la terribile repressione del martirio. Questo è importante. È importante per il mondo della nostra così detta civiltà occidentale; il Concilio ce lo insegna. Ed è importante anche per quel mondo islamico nel quale si svolse e si consumò la tragedia di S. Nicola Tavelić e dei suoi Compagni: essi non odiavano il mondo musulmano; anzi, a loro modo, lo amavano. E certo lo amano ancora, e quasi personificano nella loro storia l’anelito cristiano verso il mondo islamico stesso, che la storia dei nostri giorni ci fa sempre meglio conoscere, fortificando la speranza di migliori rapporti fra la Chiesa cattolica e l’Islam: non ci ha esortato il Concilio «a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, non che a difendere e a promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà»? (Nostra aetate, 3)
Sono sentimenti questi che ci inducono a celebrare il Signore nei nuovi Santi, a ispirare la nostra vita al loro esempio, a invocare per la Chiesa, per la Croazia, per i Paesi d’origine loro, per tutta la famiglia francescana, e per il mondo intero la loro celeste protezione.


Per chi non lo conoscesse ecco anche il Racconto del Martirio dei Santi Nicola e Compagni nella narrazione di un contemporaneo (tratto dall'Ufficio delle Letture Romano-Serafico del 14 novembre)

Nicola e i suoi confratelli si consultarono a lungo su come potessero guadagnare le anime che il diavolo cercava di strappare e su come potessero offrire all'Altissimo più copiosi frutti nella città santa di Gerusalemme.
Quindi senza paura, dietro consiglio di alcuni frati molto saggi e maestri in teologia, sorretti anche da valide argomentazioni della S. Scrittura e di autorevoli dottori, nell'anno 1391, il giorno 11 novembre, festa di san Martino, verso le nove del mattino, decisero di attuare quello che da molto tempo avevano in mente, e tutti insieme, avendo nelle mani ognuno un rotolo di carta scritto in italiano e un altro in arabo, si avviarono verso il tempio di Salomone: ma fu loro impedito di entrare.
Condotti quindi nella casa del Cadì, mostrarono i rotoli e li lesserò di fronte a lui. Allora il Cadì si rivolse ai quattro Frati chiedendo con fermezza: «Le parole che ora avete lette, le avete pronunciate come uomini saggi, responsabili di voi stessi, oppure da dementi, insensati o senza riflettere? Siete stati forse inviati dal vostro Papa o da qualche altro principe cristiano?».
Con grande fermezza e desiderando ardentemente la sua conversione, i Frati risposero: «Non siamo stati mandati da alcun uomo, ma da Dio, che ci ha ispirato di indicarvi la verità e la via della salvezza, poiché Cristo dice nel Vangelo: "Chi avrà creduto e sarà stato battezzato, sarà salvo. Chi invece non avrà creduto, sarà condannato"».
Allora il Cadì li interrogò nuovamente: «Siete disposti a ritrattare le vostre parole e farvi saraceni, per evitare così la morte? Difatti se non farete questo, morirete». Essi risposero con chiara voce: «Non intendiamo in nessun modo revocare quanto abbiamo detto, e siamo pronti a morire per la fede cattolica e sostenere ogni genere di tormenti, poiché tutto ciò che abbiamo detto sono cose sante, cattoliche e vere».
Sentendo ciò il Cadì, richiesto il parere dei suoi consiglieri,pronunciò la sentenza di morte. Appena emessa la sentenza, i saraceni insorsero con grande clamore, gridando: «A morte, a morte!». E così li tormentarono con vari strumenti, lasciandoli a terra quasi morti. Ciò avvenne verso le ore tre pomeridiane, e tra lo schiamazzo del popolo continuarono a dilaniarli fino a tardi. Verso la mezzanotte il Cadì li fece spogliare, li fece legare nudi ai pali, e di nuovo li sottopose a sì crudele fustigazione che,orrendamente dilaniati, non potevano neppure reggersi in piedi. Li fece quindi rinchiudere in una tetra prigione, legati strettamente a dei ceppi di legno, in modo che non ci fosse pausa ai loro tormenti.
Finalmente il terzo giorno condotti nella piazza, dove sì usava giustiziare i malfattori, alla presenza dell'Emiro e del Cadì e di una sterminata moltitudine dì saraceni e di soldati con le spade sguainate, acceso un grande fuoco, li interrogarono ancora una volta se volessero ritrattare le cose che avevano dette e volessero farsi musulmani, e così evitare la morte.
Ma essi risposero: «Noi questo vogliamo e vi predichiamo, che vi convertiate alla fede di Cristo e vi facciate battezzare. Sappiate che per Cristo e per la sua fede non temiamo né il fuoco, né la morte del corpo». Udendo queste cose i saraceni, pieni di furore, si scagliarono furiosamente su di loro e con le spade li percossero così violentemente, da non lasciare loro neppure più sembianza umana.
Poi li gettarono tra le fiamme. E per tutta la giornata quella moltitudine stava a vedere lo spettacolo, aggiungendo legna su legna,disperdendo le loro ceneri al vento nascondendo le loro ossa, perché i cristiani non potessero più trovarle e seppellirle

domenica 9 novembre 2014

Un frate in cammino verso gli altari sull'esempio del suo confratello p. Kolbe

Il prossimo 15 novembre i frati francescani conventuali ricorderanno il 70° anniversario dell'uccisione sotto tortura della Gestapo nazista di padre Placido Cortese, religioso della Provincia del Santo di Padova che salvò tante persone, soprattutto ebrei, durante gli orrori della II Guerra mondiale. Il suo silenzio gli costò la vita. Come il confratello conventuale san Massimiliano Kolbe anche padre Placido, già servo di Dio, ha concluso la fase diocesana del processo di beatificiazione e canonizzazione.
Un bel servizio del programma di Rai3 "EstOvest", andato in onda oggi, ne ricorda la figura e l'opera eroica, fino alla morte: una predica fatta senza parole.

sabato 8 novembre 2014

Dedicazione della Basilica del Laterano: l'inno Urbs Ierusalem beata

Per la festa del 9 novembre l'inno vespertino è questo: "Urbs Ierusalem beata" dell'VIII-IX sec. (inno del Comune della Dedicazione di una Chiesa). Canta la città dell'Apocalisse, la Gerusalemme del cielo in cui entrano i santi, pietre vive scolpite qui in terra dai colpi delle persecuzioni sofferte per Cristo. E' la visione della Chiesa celeste, trionfante, in cui tutti i chiamati si ritroveranno alla conclusione del tempo. Ecco il video musicale, il testo con la traduzione conoscitiva e lo spartito:



Urbs Ierúsalem beáta, dicta pacis vísio,
quæ constrúitur in cælis vivis ex lapídibus,
angelísque coronáta sicut sponsa cómite,

Nova véniens e cælo, nuptiáli thálamo
præparáta, ut intácta copulétur Dómino.
Platéæ et muri eius ex auro puríssimo;

Portæ nitent margarítis ádytis paténtibus,
et virtúte meritórum illuc introdúcitur
omnis qui ob Christi nomen hic in mundo prémitur.

Tunsiónibus, pressúris expolíti lápides
suis coaptántur locis per manum artíficis;
disponúntur permansúri sacris ædifíciis.

Glória et honor Deo usquequáque altíssimo,
una Patri Filióque atque Sancto Flámini,
quibus laudes et potéstas per ætérna sæcula. Amen.
1.Città beata di Gerusalemme, chiamata visione di pace, che viene edificata nei cieli con pietre vive, e circondata dagli angeli come sposa dal seguito.

2. Viene nuova dal cielo, preparata per il talamo nuziale, perché pura si unisca al Signore. Le sue piazze e le mura sono d’oro purissimo.

3. Le porte dai battenti aperti risplendono di perle, in virtù dei meriti là viene ammesso ognuno
che per il nome di Cristo è oppresso qui nel mondo.

4. Le pietre levigate da colpi e da tribolazioni sono inserite nei loro posti per mano del costruttore; sono collocate per rimanere in eterno nei sacri edifici.

5. Gloria e onore a Dio altissimo sopra ogni cosa, al Padre e al Figlio e al Santo Spirito insieme, a loro lodi e potenza per i secoli eterni. Amen.



domenica 2 novembre 2014

Requiem aeternam di Pierre de la Rue

Il Requiem di Pierre de la Rue è famoso per le sue note estremamente basse in alcune sezioni, come in questo introito, per cui normalmente viene trasposto per adattarsi meglio alla vocalità dei diversi cori. E' considerato comunque uno dei pezzi più impegnativi, ma anche più attraenti della polifonia del Rinascimento, Lo ascoltiamo e lo studiamo in questa giornata dedicata alla preghiera per i nostri cari defunti. Canta la Cappella Pratensis, coro olandese.


Il sito che fornisce lo spartito è a questo collegamento. Riporto per comodità anche le immagini delle singole pagine, cliccando su di esse possono essere ingrandite:



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