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martedì 9 febbraio 2016

Chi può imporre le ceneri? Quando e come si danno? Le risposte del Vicariato di Roma

Ogni anno, con il Mercoledì delle Ceneri, si scatena una delle giornate più "fantasiose" dei cattolici: tutti devono avere la loro spruzzatina delle preziosissime ceneri. Molti, soprattutto poco praticanti, affollano le chiese il Mercoledì dell'inizio della Quaresima, perché quando si "prendono le ceneri" , guai, non si può mancare. Pare a volte incredibile l'effetto di questa distribuzione e le proteste per avere le ceneri a qualunque ora e in qualunque momento. Ed effettivamente questo sacramentale è davvero per tutti, perché tutti siamo peccatori (magari i bambini piccoli da poco battezzati no, ma sorvoliamo...), però con un po' d'ordine! La cenere è comunque per tutti, come - d'altronde - la morte di cui la cenere è segno e richiamo: "Ricordati uomo che sei polvere, e in polvere ritornerai", recita l'ammonimento del ministro che impone l'austero segno quaresimale sul capo del penitente.
Tuttavia, meglio ribadirlo a scanso di equivoci, la cenere del mercoledì NON E' UN SACRAMENTO e non è nemmeno strettamente necessario per la salvezza. Quindi si dovrebbero osservare le norme che vi ricopio devotamente qui sotto, onde evitare "Fai-da-te" liturgici. Queste, naturalmente, valgono solo per il rito romano. A Milano, per intenderci, non ho idea di come funzioni (anche perché non hanno il mercoledì delle Ceneri e la quaresima ambrosiana inizia direttamente domenica prossima!)

INDICAZIONI LITURGICO - PASTORALI

PER LA CELEBRAZIONE DEL MERCOLEDI' DELLE CENERI
(a cura dell'Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma)

- La benedizione e l’imposizione delle ceneri si fanno a ogni messa, secondo la forma indicata dal messale (pp. 65-67): dopo il saluto liturgico iniziale segue subito la colletta, poiché l’atto penitenziale è sostituito dal rito delle ceneri. Dopo l’omelia, il sacerdote benedice le ceneri con una delle due orazioni previste e con l’aspersione. Segue l’imposizione delle ceneri e si conclude con la preghiera universale. La celebrazione prosegue come al solito.

- Se è presente un secondo ministro ordinato, questi impone le ceneri al celebrante principale, usando le formule consuete.

- Si invitano i ministri a valorizzare entrambe le formule proposte dal Messale (eventualmente alternandole): la prima (= Convertitevi, e credete al Vangelo) è appello alla conversione, la seconda (= Ricòrdati che sei polvere, e in polvere tornerai) lo motiva. Rimane comunque la possibilità di scegliere e utilizzare una sola delle due formule, recitandola per ogni fedele (nb: meglio la seconda!).

- Le ceneri si ottengono bruciando i rami di olivo e di palma benedetti la domenica delle Palme dell’anno precedente. Le ceneri avanzate si disperdono nella terra.

- Ministro dell’imposizione delle ceneri è soltanto il vescovo, il presbitero e il diacono. Il Messale non prevede di affidare l’imposizione delle ceneri a ministri istituiti o a ministri straordinari della comunione; né prevede di inviare i ministri straordinari perché rechino le ceneri ai malati. Potrebbe essere opportuno che nei primi giorni della Quaresima il parroco e i sacerdoti visitino i malati per incoraggiarli e per confermare loro che la sofferenza, cristianamente accettata e offerta, è atto penitenziale di altissimo valore.

- Il gesto dell’imposizione delle ceneri consiste nello spargere le ceneri sul capo, recitando la formula per ogni fedele. Pur senza eccessi impropri, va assicurata una materialità davvero visibile e percepibile del segno, sia quando si presentano le ceneri per la preghiera di benedizione, sia quando si impongono sul capo del fedele.

- Poiché le ceneri vanno imposte all’interno di un contesto celebrativo, la benedizione con l’imposizione delle ceneri può svolgersi anche durante una celebrazione della Parola. In questo caso il rito si modella sulla Liturgia della Parola della Messa, come indicato a p. 68 del Messale. Tale modalità celebrativa può essere molto utile nella pastorale dei luoghi di lavoro o nelle rettorie (aperte anche negli orari della pausa pranzo per gli uffici), nei luoghi di cura, o qualora la celebrazione si svolgesse in orari serali, per venire incontro a lavoratori e studenti.

- Il Messale prevede il rito delle ceneri solo nel primo mercoledì di quaresima. Non può essere spostato in altro giorno, e mai va compiuto di Domenica, neppure fuori della Messa: il forte monito penitenziale e il digiuno non sono compatibili con il fondamentale carattere pasquale della Domenica.



PS. Vorrei aggiungere un suggerimento utile, preso dalla tradizione: Come si danno le ceneri alle suore? Nell'antichità e nel medioevo tutte le donne andavano a messa con il capo coperto: ad esse le ceneri non venivano messe sopra il velo, ma imposte in forma di croce segnando la fronte con le ceneri stesse. Agli uomini invece si spargevano sul capo scoperto. Per questo, per es., nei paesi anglosassoni, le ceneri si impastano con un po' d'acqua benedetta, in modo che aderiscano alla fronte (e in questa maniera vengono amministrate a tutti i fedeli oggi).
Nulla vieta - anzi questo è il modo tradizionale - di offrire alle suore le ceneri in questo modo, segnando la loro fronte con il pollice intriso delle sacre ceneri.

venerdì 5 febbraio 2016

Novena al Beato Luca Belludi, francescano e compagno di S.Antonio di Padova

Accanto alla celeberrima tomba di sant'Antonio, nella sua basilica padovana, troviamo un altro confratello elevato alla gloria degli altari: si tratta del Beato Luca Belludi, socio del Santo portoghese, cioè compagno di cammino, suo biografo e successore. Riposa accanto al più famoso taumaturgo: gli sta accanto oggi come gli stava accanto durante la vita. 
A Padova è molto venerato dagli studenti di tutti i livelli, avendo fama di essere il patrono locale della "gioventù studiosa". Di lui sappiamo pochissimo, ma in calce alla preghiera della Novena - che qui vi trascrivo da un libriccino del 1964 - vi aggiungo le note biografiche di questo beato francescano. La sua festa ricorre il 17 febbraio.

Novena (8-16 febbraio) in preparazione alla festa del beato Luca belludi (17 febbraio)

Nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo. Amen.

1. - Signore, tu hai detto: «Voi non rallegratevi perché gli spiriti maligni vi sono soggetti; rallegratevi invece perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc l0,20). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, a curarmi prima di tutto e sopra tutto di piacere a te, di esserti intimamente unito, affinché il mio nome sia scritto nel Libro della vita, tra i tuoi eletti. Che importa compiere le opere anche più grandiose, se poi perdessi l’anima!
Tre Gloria al Padre.

2. - Signore, tu hai detto: «Non chi mi dice: - Signore! Signore! - entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: -Signore, Signore, non abbiamo profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo cacciato i demoni? E nel tuo nome non abbiamo compiuto molti prodigi? -. Ma allora io dichiarerò ad essi: - Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che commettete l’iniquità!» (Mt 7, 21-23). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, che il più grande miracolo è di compiere in ogni attimo e in ogni circostanza, con umiltà e amore, con ardimento e costanza, la tua adorabile volontà. Soltanto nella tua volontà è la nostra pace.
Tre Gloria al Padre.

3. - Signore, tu hai detto: «Badate di non praticare la vostra giustizia agli occhi degli uomini, per esser guardati da loro; altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6,1). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, l’importanza essenziale della retta intenzione, che deve guidarmi in tutte le mie azioni di cristiano. Concedimi di osservare la tua legge d’amore senza l’assillo d’esser veduto, approvato, elogiato dal prossimo. Che io non cerchi mai, come ricompensa del bene che ho la grazia di compiere, il plauso delle creature, ma unicamente la paterna compiacenza e l’intima approvazione del mio Padre celeste.
Tre Gloria al Padre.

4. - Signore, tu hai detto: «Quando fai l’elemosina, non farla strombazzando a modo degli ipocriti, per aver gloria dagli uomini. In verità vi dico: - Hanno già ricevuto la loro ricompensa! -. Invece, quando fai l’elemosina; non sappia la tua mano sinistra ciò che fa la tua destra, affinché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,2-4). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, com’è terribile e invadente la vanità, che s’insinua anche nelle cose più sante. Allontana da me ogni ostentazione e ogni stolta compiacenza. Rendimi delicato e discreto quando l’amore fraterno m’inclina ad alleviare le necessità materiali e spirituali del mio prossimo.
Tre Gloria al Padre.

5. - Signore, tu hai detto: «Quando pregate, non imitate gli ipocriti, i quali, mentre sono in preghiera, amano di essere veduti dagli uomini. In verità vi dico: - Hanno già ricevuto la loro ricompensa!". Tu, invece, ritirati, quando preghi, nella tua stanza, chiudi l’uscio e prega il Padre tuo che è presente nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,5-6). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, che s’innalza fino al tuo trono soltanto la preghiera sincera e pudica, non inquinata dalla bramosia di apparire dinanzi agli altri diverso da quel che sono in realtà. Che io mi circondi, anche nella preghiera pubblica, di riserbo e umiltà, cuore a cuore col Padre mio celeste, che è il Dio nascosto.
Tre Gloria al Padre.

6. - Signore, tu hai detto: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6,7-8). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, ad essere consapevole della santità della preghiera, che non devo profanare con superstizioni, con formule recitate senz’anima, per abitudine. Rendimi degno di pregarti, o Signore! E concedimi di non essere egoista mentre elevo a te le mie lodi e ti espongo le mie necessità. Ch’io ti invochi non solo per me, ma porti nella orazione l’eco di tutte le sofferenze della Chiesa e dell’umanità, implorando la tua grazia su tutti, specie i più abbandonati, i più lontani e quelli che mi fanno del male.
Tre Gloria al Padre.

7. - Signore, tu hai detto: «Quando digiunate, non prendete un aspetto lugubre, come gli ipocriti, i quali mostrano un volto disfatto perché gli uomini s’accorgano del loro digiuno. In verità vi dico - Hanno già ricevuto la loro ricompensa! -. Tu, invece, quando digiuni, profùmati la testa e làvati il viso, per non far vedere agli uomini che stai digiunando, ma al Padre tuo che è presente nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Lc 6,16-18). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, a compiere il bene con spontaneità e naturalezza, perché le opere buone non degenerino in strumento di vana affermazione di me stesso; Che per colpa di una malintesa severità e sostenutezza io non abbia a dare alla religione un aspetto antipatico, repulsivo, perché tu vuoi che ti serviamo nella gioia. Ogni mia azione sia disinteressata e limpida, così da riflettere la tua Bellezza e Bontà infinita, e non mai la mia povera umanità.
Tre Gloria al Padre.

8. - Signore, tu hai detto: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-21). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, a improntare ogni mio pensiero, sentimento e azione di spirito soprannaturale. Come fugace e ingannevole è ogni bene di questo mondo: denaro, beni, amicizie, onori, potenza, piaceri... Tutte le cose di quaggiù rapidamente e irrevocabilmente sfioriscono. Mio tesoro sia domare le passioni, superare i cattivi esempi del mondo e le seduzioni di Satana, vivendo soltanto in te, con te, per te! Tutto è perduto tranne quello che depongo nel tuo Cuore!
Tre Gloria al Padre.

9. - Signore, tu hai detto: «La luce del corpo è l’occhio. Dunque, se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà oscurato. E se la luce che è in te diventa oscurità, quanto grande sarà la tenebra!» (Mt 6,22-23). Fa’ che io apprenda dal tuo insegnamento, o mio Dio, e dall’esempio del tuo servo fedele, il Beato Luca, a sentire e amare sempre più la bellezza delle virtù evangeliche. Come l’occhio sano vede bene e l’occhio malato vede male, cosi è della mia vita. Se ho cuore retto, benevolo, paziente, unito a Dio, ogni cosà acquista luminosità e quiete, anche in mezzo alle immancabili prove. Ma se il mio cuore è guasto d’egoismo, di finzione, d’invidia, disprezzo e ambizione, allora tutto in me e intorno a me è tenebra e inquietudine. O Signore, medico divino, guarisci lo sguardo della mia anima!
Tre Gloria al Padre.

V. Prega per noi, o Beato Luca.
R. Affinché siamo fatti degni delle promesse di Cristo.

Preghiera
O Dio, che hai dato al tuo confessore sant’Antonio come compagno e perfetto imitatore, il beato Luca, fa’ che, per intercessione di entrambi, seguiamo i loro esempi in modo da meritare, come loro, la tua ricompensa.

Per Cristo, nostro Signore. Amen.

PROFILO BIOGRAFICO DEL BEATO LUCA BELLUDI

Cappella del Beato Luca - Basilica S.Antonio
Ben poco ci è dato di conoscere intorno a questa nobile e attraente figura di francescano.
Emulando l’umiltà del suo grande maestro S. Antonio, frate Luca circondò di un alone di silenzio e di dimenticanza la sua vita e le sue gesta. Qualche esile notizia conservata nei vecchi archivi cittadini, qualche significativa memoria tramandatasi nei secoli nel convento ch’egli santificò con la sua dimora: è tutto ciò che ci è noto di lui.

Tra i figli del Poverello
Il Beato Luca nacque a Padova in data imprecisata, ma che gli studiosi con solide ragioni assegnano ai primi anni del 1200. Una tradizione piuttosto tardiva e discussa attesta ch’egli appartenne alla ricca e potente casata dei Belludi, che aveva in signoria il castello di Piazzola sul Brenta. Santi non ci s’improvvisa. Perciò è verosimile che il piccolo abbia avuto la fortuna di trascorrere infanzia, fanciullezza e adolescenza in un clima familiare intriso di religiosità sana e operosa.
Nel 1220, S. Francesco, reduce dal pellegrinaggio in Terrasanta, dopo aver approdato a Venezia, fece sosta a Padova per fondare, o forse solo per visitare, alla periferia della città due umili «luoghi», cioè il conventino per i frati e l’altro per le monache del suo giovane Ordine. Fu allora, probabilmente, che il nostro Beato incontrò il mirabile Poverello e sentì germogliare nel cuore la vocazione religiosa.
In quella stessa occasione o qualche tempo più tardi, Luca abbandonò senza rimpianto il mondo con tutti i sogni e le promesse della giovinezza, per rivestire la rozza tonaca di frate minore e cingere i fianchi col bianco cordiglio. Ma l’oblio, da lui assunto come regola di vita, copre col suo velo impenetrabile l’aurora di quella ardente santità.
Accanto alla chiesuola dell’Arcella, dedicata alla Madonna, frate Luca poté conoscere in profondità e immedesimarsi con l’ideale francescano, cui si era votato nell’entusiasmo e nella purezza dei suoi vent’anni. E fu qui - secondo una ragionevole congettura - che, incitato dai superiori e dopo conveniente preparazione, venne ordinato sacerdote. Nella tersa pace di madonna Povertà fu bello, giorno dopo giorno, lasciarsi portare dalla Grazia ad altezze spirituali sempre più luminose.
Il Beato scrisse la sua vita non con carta e penna, ma con parole di verità e con atti di amore: è il Libro della Vita, sigillato, che soltanto Dio conosce e che noi pure potremo leggere, in Cielo.

L’incontro di S. Antonio
1227: nel tardo autunno S. Antonio è a Padova, per la prima volta. Dopo avere abbandonato il natio Portogallo, il Santo aveva peregrinato per le strade d’Italia e di Francia, dovunque svolgendo un molteplice apostolato come educatore del popolo lottando in prima linea contro i vizi e le eresie infestanti, come pacificatore di conflitti politici e sociali, come creatore di centri di studi sacri, come forgiatore di anime apostoliche. Nella primavera di quell’anno, Antonio era stato eletto ad Assisi
ministro provinciale, cioè superiore di tutti i francescani d’Italia settentrionale. Per dovere d’ufficio egli era tenuto a visitare i diversi conventi sottoposti alla sua giurisdizione, accostando personalmente uno per uno i religiosi affidatigli.
Nel conventino dell’Arcella avviene il grande incontro. Anche qui difettano notizie precise. Più che nel 1227 pare probabile che i due uomini di Dio si siano incontrati più tardi, nell’estate del 1230. Da quel giorno S. Antonio e il Beato Luca sono un cuor solo e un’anima sola, due fiamme dello stesso Fuoco spirituale. Il Santo scopre con gioia quale tesoro stia racchiuso nell’anima schiva e generosa di frate Luca, e il Beato comprende subito quale figura straordinaria sia il suo nuovo «ministro», ridondante di sapienza e di santità, dotato di fermezza incrollabile e di tenerezza materna.
Sboccia fra i due uomini di Dio un’amicizia indissolubile e santa, una confidenza e un’intesa reciproca ammirevoli. Da quel momento il Beato Luca avrà un cognome: sarà, in vita e in morte, «Luca di S. Antonio», il compagno inseparabile del Taumaturgo.
Suscitati ambedue dalla Provvidenza in tempo di lotte forsennate tra città e città, di contrasti sanguinari tra classe e classe sociale, di implacabili rancori tra le famiglie più potenti ed ambiziose - S. Antonio e il Beato Luca, preparati al grande compito dall’assidua intimità con Dio, dall’austerità più rigida e dal cordiale amore fraterno, proseguono nelle terre emiliano-lombardo-venete quell’azione francescana che dà novella giovinezza alla Chiesa, duramente provata da tanti mali.
Vicino a S. Antonio, collaboratore impareggiabile, il nostro Beato vive anni intensissimi.
Una volta - è un antico e attendibile cronista che lo racconta - dopo aver tenuto al popolo la predica, S. Antonio, volendo sfuggire all’infrenabile entusiasmo della folla, cercò di far ritorno al convento attraverso viuzze fuori mano. Era al suo fianco frate Luca, «uomo famoso per la sua bontà». Ed ecco farsi avanti una povera madre, che stringeva in braccio il suo piccino gravemente infermo. Antonio, solo spinto dall’umiltà, tenta di resistere alle suppliche della sventurata; ma poi, vinto dalle preghiere del suo Compagno, s’intenerisce dinanzi a tanto dolore e risana il bambino.
La quaresima del 1231 è l’estrema, memorabile prova apostolica del Taumaturgo. Tutta Padova, dal vescovo Corrado col suo clero ai professori dell’università coi loro scolari dalla laboriosa borghesia ai lavoratori della terra si stipa intorno al suo pulpito e al suo confessionale. Una notte Satana, furente per le tante anime strappate alle sue seduzioni, si scaglia contro il Santo; ma la Vergine gloriosa, invocata nella stretta mortale, scende a liberare il suo apostolo. All’amico prediletto Antonio confida l’incursione subita e vinta.
Nel maggio dello stesso anno, di ritorno da Verona dove aveva impavidamente affrontato Ezzelino da Romano, S. Antonio si ferma sui colli euganei, e di lassù contempla commosso e benedice la sua patria adottiva: Padova. Gli è al fianco, come sempre e dovunque, il fedele frate Luca. Insieme combattono le battaglie di Dio, insieme progettano e realizzano, insieme soffrono e gioiscono, insieme pregano. E Luca attesterà del suo maestro: «Era veramente un uomo di grande orazione».
Ormai stremato dalle incessanti fatiche Antonio si ritira nell’eremitaggio di Camposampiero, seguito dall’Amico carissimo. Egli si fa preparare una celletta di stuoie tra i rami di un noce maestoso, ai piedi del quale anche Luca si ritempra nella preghiera e nella contemplazione, e riceve le ultime confidenze del Santo.
Sorella morte è vicina, e Antonio le va incontro all’Arcella. Nel quieto tramonto del 13 giugno 1231 egli abbandona questa terra di esilio cantando un inno d’amore alla Vergine, e illuminato dalla Visione di Gesù. Spira fra le braccia del Beato Luca.

A gloria dell’Amico
La salma del Taumaturgo alcuni giorni più tardi viene portata processionalmente alla chiesetta di S. Maria, in mezzo a un indescrivibile trionfo di popolo. Undici mesi passano, e papa Gregorio IX nella cattedrale di Spoleto eleva Antonio agli’ onori degli altari. Il Beato Luca naturalmente fu uno zelante promotore della canonizzazione; la sua testimonianza era la più sicura e documentata. E’ quasi certo che sia stato Luca stesso, nel 1232, a scrivere la prima biografia di S. Antonio, l’autorevole e fondamentale «Leggenda Assidua». In quelle pagine egli, fedele alla sua abitudine di circondarsi d’oblio, non nomina mai se stesso. Ma da vari indizi appare che lo scrittore, o almeno l’ispiratore, è lui, anche perché molti particolari ivi narrati non potevano essere rivelati che da un amico intimo.
Il monumento che celebra nei secoli la grandezza di Luca è certamente la Basilica del Santo, l’omaggio più stupendo che un amico abbia mai reso all’amico. Sappiamo che Luca fu l’erede dello spirito di Antonio, ed è intorno a lui che ormai gravita la vita dei francescani di Padova. La costruzione del bellissimo santuario ebbe subito inizio; i lavori si protrassero per molti decenni, sotto gli occhi vigili del Beato.
Un altro merito, e non minore, noi posteri dobbiamo riconoscergli. Si tratta degli scritti di S. Antonio: i «Sermoni domenicali» e gli incompiuti «Sermoni festivi» che, con la loro ricchezza di dottrina, hanno ottenuto al Taumaturgo l’aureola di Dottore della Chiesa. Frate Luca, che gli fu vicino durante la contemplazione in qualità di scrivano, diresse il loro riordinamento e la pubblicazione.
Fedele alla povertà francescana, predicatore ascoltato, consigliere di anime sperimentato e illuminato, Luca venne eletto superiore del convento del Santo e, nel triennio 1239-42, fu scelto a succedere a S. Antonio nella carica di ministro provinciale. Ma intanto, nubi foriere di uragano si erano addensate nel cielo di Padova. Per vent’anni la città vive sotto il giogo del tiranno Ezzelino, governata dal suo dispotico rappresentante Ansedisio di Guidotti.
Il Beato Luca si mostra, anche in questa drammatica circostanza, degno continuatore dell’apostolato antoniano. Intrepidamente affronta il satellite del tiranno, protestando contro l’intollerabile oppressione. Tale è il suo coraggio, tale il prestigio della sua figura morale e la sua popolarità, che Ansedisio non osa toccarlo. Nella notte del 13 giugno 1256, mentre il Beato prega e piange accanto alla Tomba dell’Amico santo, viene confortato da una visione S. Antonio gli appare, predicendogli imminente la liberazione della città dal dominio ezzeliniano. Una settimana più tardi Padova riacquista la libertà.
Il 10 aprile 1263 un altro avvenimento portentoso colma di letizia il cuore del Beato. Trasportandosi
i resti mortali .di Antonio dalla chiesetta di S. Maria alla nuova basilica, ormai in fase di compimento, viene ritrovata incorrotta la Lingua del Taumaturgo. La gloria si riverbera sul vecchio frate Luca. Il quale, nel mondo francescano, mentre passano a miglior vita uno ad uno quelli che conobbero S. Antonio, resta il depositario fedele delle memorie antoniane e l’ispiratore veridico di quanto si viene scrivendo nel suo convento intorno al Taumaturgo.

Avvolto nel silenzio
Gli anni, le fatiche, le penitenze sembra non riescano a intaccare la sua forte fibra.
Luca continua il suo apostolato, conducendolo col suo stile sommesso, riluttando ad ogni ombra
di esteriorità. Un documento del 1260, ritrovato recentemente, getta un raggio di luce su questa èsemplare attività. «Presente frate Luca già compagno di S. Antonio», viene composto un acre dissidio tra due famiglie della nobiltà padovana, ricche e prepotenti. C’è una sola spiegazione plausibile: il Beato è lì, con il prestigio della sua santità, a continuare la missione pacificatrice di Antonio, placando un funesto rancore. Il Signore lo favori anche col dono dei miracoli, che egli seppe però occultare premurosamente, attribuendo tutto all’intercessione del suo indimenticabile Amico.
La nobildonna Alice de Manto, nel suo testamento rogato il 9 giugno 1285, lascia «a frate Luca compagno di S. Antonio quattro lire venete per una tonaca». Come doveva essere logoro il saio indossato dal quasi nonagenario frate Luca, se la pia Signora si fa un dovere di provvedervi!
Il Beato vide gli albori del suo secolo: Dio dispose che ne vedesse anche il tramonto. E’ infatti l’anno 1288 circa quando, dopo una lunghissima esistenza tutta consacrata al Vangelo, frate Luca piega il capo stanco tra le braccia di sorella morte. Abbiamo una testimonianza della venerazione che confratelli e fedeli nutrivano per il vegliardo; una sola, ma che rivela tutto. Quando la sua salma fu composta nell’estremo riposo, non si seppe trovare luogo più degno ed onorifico per deporla, che la tomba dov’era stato custodito per trentadue anni il corpo benedetto di S. Antonio. Non era una semplice tomba, ma un altare. Appena morto, il Beato Luca fu spontaneamente venerato come un uomo di Dio, e il Signore ratificò quel culto facendo fiorire intorno all’altare del Beato grazie e prodigi.
Sul finir del Trecento, a pochi passi dall’Arca del Taumaturgo, venne eretta una graziosa cappella, che fu decorata magistralmente da Giusto de’ Menabuoi. Sulle pareti, ai lati dell’altare, due scene riguardano il nostro Beato: a sinistra, è ritratto mentre, in ginocchio e a mani giunte, contempla S. Antonio che gli profetizza prossima la liberazione di Padova; a destra, vediamo in alto il Beato Luca pure in ginocchio dinanzi a Cristo glorioso, in atto di implorare pietà per i suoi devoti che chiedono grazie ai piedi della sua tomba. Anche nell’abside, vicino al trono di Maria, appare l’immagine aureolata e amabile del Beato Luca che presenta alla Madre di Dio un nobiluomo orante.
In questa elegante cappella fu trasportata la Tomba-altare di Luca. Al presente, però, i suoi resti mortali sono custoditi in una pregevole urna marmorea trecentesca, incassata nell’abside, precisamente alla base dell’affresco raffigurante la Madonna in trono.
Se si potesse racchiudere in un’espressione molto rapida la figura di un santo, potremmo definire il Beato Luca un «santo del silenzio». La sua spiritualità ha profonde somiglianze con S. Giuseppe.
Per una singolare legge di contrasto, il nostro tempo, invasato dalle furie della fretta e del rumore, contaminato da una soffocante pubblicità e sconvolto da un’inquietudine senza pace, sta scoprendo la grandezza di questa spiritualità tutta intima, priva di ogni nota clamorosa, fatta solo di profondità. Il 18 maggio 1927 il pontefice Pio XI confermava ufficialmente il culto immemorabile prestato in tanti secoli al Beato Luca.
Di lui poco si conosce, poco si parla, poco si scrive. Mentre S. Antonio e la B. Elena, suoi contemporanei, ebbero chi si prese cura di raccogliere e tramandare ai posteri un riassunto biografico, il Beato Luca non ebbe nessuno che, dopo morto, affidasse alla carta una traccia almeno, qualche dato preciso, qualche ricordo degno di memoria. In questo io amo scorgere una disposizione provvidenziale, quasi una obbedienza postuma al suo desiderio di essere un santo appartato nell’ombra.
Non poche anime lo sentono vicino, lo invocano nelle loro necessità, lo amano. Anime silenziose, le cui pene non possono essere espresse che sottovoce, nel nascondimento del cuore. E le grazie del Beato Luca fioriscono nel silenzio.
Grazie’ soprattutto intime, che occhio umano non vede, che orecchio non ode. Iddio gli ha concesso di essere, anche nella gloria del cielo, il confortatore degli umili, l’amico dei dimenticati.
Al mattino o sul finir della sera, chi entra nella sua devota cappella, nota intorno all’altare del santo vegliardo degli adolescenti in preghiera. Sono i giovani studenti che vengono ad invocarlo nelle loro difficoltà. O caro Beato Luca, intercedi per noi presso Dio!

PREGHIERE DEGLI STUDENTI devoti al Beato Luca

Per il buon esito degli studi
O Signore, che nella sacra Scrittura ti definisti «Dio della scienza», ascolta la preghiera che t’innalziamo dinanzi alla tomba del Beato Luca, unendoci alle sue intenzioni.
Non rimangano per nostra colpa infruttuosi i talenti che ci hai concesso. Illumina, o Signore, la nostra intelligenza; irrobustisci la nostra volontà, stimola la nostra volontà di lavoro, affinché possiamo compiere felicemente i nostri studi. Aiutaci a scrollare il torpore della pigrizia, a vincere il richiamo a una vita frivola e dissipata, a svincolarci dalle attrattive di divertimenti che non fanno onore al nostro carattere di cristiani. Aiutaci, o Signore, ad affrontare di buon animo la monotonia del dovere quotidiano, ad impegnare in pieno tutte le nostre capacità, a formarci una cultura illuminata, vasta, profonda.
Ti domandiamo, o Signore, per intercessione del Beato Luca, di darci un cuore di apostoli, per trasformare le nostre esperienze, le nostre amicizie, le nostre inclinazioni in altrettante prese di contatto con la tua Grazia e la tua Verità. In ogni persona, in ogni cosa, o Signore, fa’ risplendere la tua presenza elevante e illuminante. E che tutti possano vedere in noi, nonostante le nostre fragilità, un raggio della tua sapienza e della tua bontà. Amen.

Per ottenere la Sapienza   (dal libro della Sapienza)

Dio dei padri e Signore di misericordia, *
che tutto hai creato con la tua parola,
che con la tua sapienza hai formato l'uomo, *
perché domini sulle creature che tu hai fatto,

e governi il mondo con santità e giustizia *
e pronunzi giudizi con animo retto,
dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono *
e non mi escludere dal numero dei tuoi figli,

perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, †
uomo debole e di vita breve, *
incapace di comprendere la giustizia e le leggi.

Anche il più perfetto tra gli uomini, †
privo della tua sapienza, *
sarebbe stimato un nulla.

Con te è la sapienza che conosce le tue opere, *
che era presente quando creavi il mondo;
essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi *
e ciò che è conforme ai tuoi decreti.

Mandala dai cieli santi, *
dal tuo trono glorioso,
perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica *
e io sappia ciò che ti è gradito.

Essa tutto conosce e tutto comprende: †
mi guiderà con prudenza nelle mie azioni *
e mi proteggerà con la sua gloria.

Ringraziamento per il buon esito degli esami
Mio Dio, ecco quello che succede: se una cosa mi va storta, mi lascio dominare dalla permalosità e ti tengo il broncio; se una cosa va a gonfie vele, mi lascio portar via dall’euforia. Così, in un caso e nell’altro, mi dimentico di te ...
Voglio ringraziarti per la grazia che mi hai fatto. Tutto è dono tuo, dono però che germoglia sull’albero della nostra collaborazione umana. Ho lavorato, e tu hai benedetto la mia fatica. Ho cercato di far del mio meglio, mettendoci applicazione e diligenza, e tu hai voluto premiare il mio impegno.
Grazie, mio Dio, dell’assistenza con cui mi hai circondato nei mesi di studio, nella vigilia febbrile dell’esame. Se ripenso a come si sono svolti questi lunghi giorni di studio, scopro che ogni mio passo è stato guidato dalla tua luce, ogni mio progresso nella conoscenza è stato illuminato dal tuo amore.
Fa’, o Signore, che a motivo di questo successo non mi lasci invadere dall’orgoglio intellettuale, dalla sicurezza di me; che io sappia mantenermi cristianamente libero dal solletico della vanità, dalla sete di elogi. Ch’io non mi dia mai aria di persona importante, bramosa di lodi vane. La mia cultura non crei una separazione fra me e la gente semplice; fa’ che io scopra quanto tesoro di sapienza c’è spesso nelle persone umili, che il mondo tratta con spregio.
Vorrei assomigliare al Beato Luca, il quale, pur possedendo doti intellettuali non comuni, non volle mai aggrapparsi a friabili apparenze di successo, ma preferì lavorare in disparte, solo preoccupato di piacere a Dio e di essere utile al prossimo. Oh, sì: il prossimo! A quell’esame, o Signore, io voglio essere promosso: all’esame che tu, al tramonto della mia vita, mi farai sull’amore che avrò portato ai miei fratelli.

Dopo un insuccesso scolastico
Sento poca voglia di pregare, dopo questa umiliazione. I bei sentimenti sbocciano a loro agio soltanto nei momenti di euforia. Mi sento amareggiato, stizzito. Istintivamente me la prendo con gl’insegnanti e li accuso di poca giustizia o addirittura di parzialità e d’incomprensione. Me la prendo coi compagni, e rinfaccio loro la buona fortuna; me la prendo con i miei familiari e li rimprovero di non capirmi...
Sono tentato di seguire l’esempio di certi faciloni, che hanno l’aria di prender tutto con leggerezza. Mio Dio, aiutami a comprendere meglio quello che è accaduto; ma liberami prima, dal turbamento d’animo che m’impedisce di vedere le cose con chiarezza.
C’è, nella mia reazione, parecchia vanità ferita, parecchia immaturità di carattere.
Drammatizzo tutto. Quanto ci guadagnerei a essere più semplice, ad affrontare virilmente
i fatti, con lealtà e realismo. Ecco: un successo mi inorgoglisce, uno scacco mi abbatte. Non è questo il primo rovescio che subisco nella vita;  chissà quante altre contrarietà dovrò affrontare,
quante delusioni, quante rinunce e sconfitte mi attendono in futuro. La vita è una maestra severa, con tutti. Invece di irritarmi inutilmente o di afflosciarmi, farei meglio a rivedere la parte di responsabilità che ho in questo insuccesso.
Se avessi studiato con più metodicità e intensità, senza lasciarmi vincere dall’indolenza o da facili distrazioni, forse mi sarebbe andata bene. Sono troppo portato a scaricare una colpa mia sugli altri! Fammi forte, o Signore, nei momenti in cui mi trovo sfiduciato e sfinito. La strada è lunga, difficile,
ma devo percorrerla da cristiano, con ritmo sereno e coraggioso. Sono inciampato mio malgrado, ma ora devo balzare in piedi e riprendere il mio posto, senza sciocche lamentele.
Confido tanto nel tuo aiuto, o mio caro Protettore, beato Luca: non lasciarmi solo in queste ore di tristezza e di scoraggiamento.

venerdì 15 gennaio 2016

16 gennaio 1946: 70 anni fa Sant'Antonio proclamato Dottore Evangelico

S.Antonio compone i Sermoni
Domani si compiranno settant'anni dal giorno in cui Pio XII iscrisse il Santo dei Miracoli, Antonio di Padova, tra i Dottori della Chiesa universale (con la Lettera Apostolica "Exulta, Lusitania felix"). La sua dottrina, contenuta nei voluminosi Sermones, è oggi piuttosto trascurata, anche dai suoi confratelli, rispetto al ricorso alla sua intercessione. Ma non possiamo far passare questa data senza rileggere almeno la lettera che il Santo Padre Giovanni Paolo II inviò nel 1996 all'Ordine Francescano in occasione del cinquantesimo anniversario dell'attribuzione del titolo di Dottore Evangelico al Santo tanto amato dalla devozione popolare:


LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
PER IL 50° ANNIVERSARIO DELL'ATTRIBUZIONE
A SANT'ANTONIO DEL TITOLO DI DOTTORE DELLA CHIESA

Giovanni Paolo II venera
S.Antonio nel 1982
Al Reverendissimo Padre Bonaventura Midili T. O. R.
Presidente di turno dell’Unione dei Ministri Generali Francescani

1. La ricorrenza cinquantenaria dell’attribuzione a sant’Antonio del titolo di Dottore della Chiesa mi offre la gradita occasione per ricordarne la significativa figura di maestro di teologia e di spiritualità. Egli, “al quale - come scrisse un suo contemporaneo - Iddio diede ‘l’intelligenza delle Scritture’ e il dono di predicare Cristo al mondo intero con parole più dolci del miele” (1 Cel XVIII, 48: FF 407), risplende nel vasto panorama di santità della Chiesa per la genuinità del profilo evangelico dei suoi insegnamenti. Per tale ragione, il mio Predecessore Pio XII, il 16 gennaio 1946, lo iscrisse nell’albo dei Dottori della Chiesa universale, additandolo quale maestro sicuro della verità rivelata.

In quella circostanza il Papa, con la Lettera apostolica Exulta, Lusitania felix; o felix Padua, gaude (cf. AAS 38 [1946], 200-204), invitò al gaudio ed all’esultanza i fedeli del Portogallo, terra che diede i natali al Santo, e gli abitanti della città di Padova, che ne custodisce i resti mortali.

Nella Lettera che ho inviato alle Famiglie Francescane per commemorare l’ottavo centenario della nascita del Santo, ricordavo che “dalla sete di Dio, dall’anelito verso Cristo nasce la teologia, che per sant’Antonio era irradiazione dell’amore a Cristo [. . .]; egli visse questo metodo di studio con una passione che lo accompagnò per tutta la sua vita francescana” (n. 4: AAS 86 [1994], 970). Le celebrazioni da poco concluse hanno riproposto la figura di Antonio quale uomo evangelico rivestito di sapienza e di carità.

2. L’intensa formazione culturale, teologica e biblica hanno aiutato il primo Lettore di Teologia dell’Ordine Serafico a percorrere la via di una assidua ricerca di Dio, alimentata da intensa pietà e da insaziata nostalgia della contemplazione. In tale itinerario, la Sacra Scrittura, costantemente meditata secondo il ritmo scandito dalla liturgia della Chiesa, divenne la fonte primaria di conoscenza per la sua teologia, così che questa fu per lui “il canto nuovo, che risuona soavemente agli orecchi di Dio e rinnova lo spirito” (Sermones, I, 255).

Accostando le Scritture attraverso i libri dell’orazione e delle celebrazioni della Chiesa, egli contemplò e predicò i misteri di Cristo, “modello dell’umiltà e della pazienza”, “Salvatore e re”, “Servo povero e obbediente” da seguire sino alla Croce, in compagnia della sua Santissima Madre, “la Vergine poverella”.

Di fronte ad un contesto sociale che stava elaborando prospettive etiche e culturali innovatrici insieme con modelli di spiritualità e di culto ispirati ad un evangelismo senza Chiesa, il Dottore evangelico ripropose con chiarezza e forza una nuova evangelizzazione che non fosse soltanto un’esortazione morale, ma un cammino nella Chiesa e con la Chiesa.

La sequela Christi, così cara al movimento minoritico, lo spinse a insistere con particolare intensità sull’aurea paupertas, che non è soltanto il distacco dalle cose del mondo, ma prima di tutto è riaffermazione del primato di Dio nella vita dell’uomo ed è affascinante desiderio delle “cose celesti” (Sermones, III, 86).

3. Soltanto la Chiesa, pur nella fragilità dei suoi figli, sorretta dall’azione dello Spirito ed abitata dallo splendore della Verità, resta la “terra buona e feconda” dove l’annuncio evangelico porta frutto, perché‚ “la verità della fede stessa nasce dalla madre Chiesa. La Verità però precedette, affinché‚ la Chiesa la seguisse” (Sermones, III, 196). E la Chiesa segue Cristo che afferma “Io sono la verità” (Gv 14, 6). Essa - scrive il Santo - è il totum Christi corpus (Sermones, I, 55), che si lascia guidare da lui, per poter essere preservata dai pericoli (cf. Sermones, I, 493).

Sant’Antonio ha annunciato questa Verità, diffondendola nei sermoni tra i suoi contemporanei “come rugiada che discende dal cielo e reca sollievo alla terra assetata”, per usare l’immagine del mio predecessore, il Papa Sisto V (cf. Bolla Immensa divinae sapientiae, 24 gennaio 1586: Bull. Rom. IV, 181-182). Così, ascoltando la Parola di Dio proclamata e celebrata nella Chiesa, l’uomo non trova soltanto il senso pieno del suo agire, ma ritrova anche se stesso e la luce che gli porta il dono della pace interiore (cf. Sermones, I, 76-78).

4. L’urgenza della predicazione percorre tutti i Sermones che sant’Antonio ci ha lasciato. Colui che evangelizza - egli annota - è un contemplatore festoso di Dio, un testimone della “vita angelica”, che ha raggiunto la “scienza matura” (Sermones, I, 483). Fedele discepolo di Francesco d’Assisi, Antonio ha lasciato l’esempio di un impegno assiduo nell’evangelizzazione mediante una predicazione indefessa, accompagnata dall’accorata esortazione ad accostarsi ai sacramenti della Chiesa, specialmente a quelli della Riconciliazione e dell’Eucaristia.

Occorre, tuttavia, sottolineare che l’azione apostolica di sant’Antonio si nutrì costantemente della contemplazione delle cose celesti. Nella preghiera egli s’elevava a contemplare con gli occhi della fede lo splendore del vero sole, Dio Trinità, e da quella fonte attingeva luce e calore da effondere poi sulle anime (cf. Sermones, I, 332). Così trasmetteva agli altri, in piena comunione con la Chiesa, le interiori ricchezze del suo animo.

5. Auspico, Reverendissimo Padre, che l’odierna circostanza che commemora i cinquant’anni della proclamazione di sant’Antonio a Dottore della Chiesa sia motivo per l’intera Famiglia francescana di un rinnovato interesse allo studio del pensiero teologico e della prassi evangelizzatrice del Santo.

La riflessione accademica, accompagnata dalle programmate manifestazioni culturali, saprà indagare la sua ricca dottrina e gli elementi della sua attualità, così che i discepoli del Poverello d’Assisi, Confratelli del Dottore evangelico, possano continuare con intensificato vigore nell’opera della nuova evangelizzazione nel mondo contemporaneo, in sintonia con la Chiesa.

Con tali sentimenti, invocando l’aiuto del Divino Maestro per intercessione di sant’Antonio, di cuore imparto una speciale Benedizione Apostolica a Lei ed all’intero Ordine Francescano, volentieri estendendola a tutti i devoti del Santo.

Dal Vaticano, 16 gennaio dell’anno 1996, diciottesimo di Pontificato.

GIOVANNI PAOLO II

martedì 5 gennaio 2016

Il viaggio epico dei Re Magi riassunto in cinque minuti

Uno splendido ri-montaggio con le immagini del film Nativity ci fa rivivere la storia dei Magi, dalla decisione di seguire il presagio astrale all'incontro col Dio-Bambino al ritorno a casa. Per gustare l'Epifania con un video: 

giovedì 24 dicembre 2015

L'alleluia della vigilia di Natale

Il versetto dell'alleluia della Messa della Vigilia del Natale va al sodo, al cuore della festa. La venuta del Signore, ormai imminente, è promessa di distruzione del peccato: il Messia viene a redimere l'umanità sulla terra, a strapparla dal peccato attraverso l'incarnazione. E l'essere ricomprati dal Signore fa sì che su di noi regni non più il peccato (come da Adamo fino a Cristo), ma "regnerà su di noi il Salvatore del mondo: l'unico salvatore universale e assoluto, come diceva San Giovanni Paolo II, non ce ne sono altri, a parte lui, che possa regalare la salvezza. 
Temi forti ed essenziali del Cristianesimo: domani nasce Gesù per combattere il peccato e riconquistare per il Regno del Padre suo l'umanità decaduta.
Ascoltiamo questo alleluia nell'esecuzione del confratello francescano e maestro di Gregoriano Gennaro Becchimanzi.

Alleluia.
Crastina die delebitur iniquitas terrae et regnabit super nos Salvator mundi.

Alleluia.
Domani sarà cancellato il peccato della terra e regnerà su di noi il Salvatore del mondo.

mercoledì 16 dicembre 2015

"Che luna è"? Anche quest'anno vi rivelo il giorno lunare per la Kalenda...


Ogni anno, la settimana che precede il Natale - se non mi sono organizzato prima (vedi qui) - sono inondato di email che chiedono tutte quante: "Padre, che cosa dobbiamo cantare nella Proclamazione del Natale (la Kalenda) dove dice luna.... Che luna è quest'anno?"
Bene, ora risponderò all'arcano sciogliendo il mistero. Ma vi ricordo che basta consultare un qualunque calendario del Rito Romano tradizionale (vetus Ordo, Forma Straordinaria, come preferite...) per avere la risposta - se proprio non avete voglia di calcolare il giorno lunare in cui cade il Natale.

Dunque la luna è......rullo di tamburiiii.......:"quinta decima"!

E non chiedetemi "che numero è quinta decima??". Comunque in italiano è quindicesima (perché la luna nuova si verifica quindici giorni prima, e infatti Natale, quest'anno, cade con la LUNA PIENA)

Per conoscere meglio la "Kalenda" o "annuncio del Natale", vedi qui oppure qui
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