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mercoledì 14 gennaio 2009

Pregare perchè gli ebrei trovino il Messia non è peccato.

San Paolo predica agli ebrei nella sinagoga di Damasco - mosaico XII sec.Sorpreso e stupefatto del ragionamento espresso su POPOLI dal rabbino capo di Venezia, persona non solo intelligentissima ed erudita (ma pensavo anche maggior conoscitore della nostra religione cristiana) per giustificare il ritiro da parte ebraica dalle celebrazioni del 17 gennaio.
Invece di denunciare problemi "politici" sul papa Tedesco, la sua difesa per Pio XII che tanto infastidisce, e la sua volontà di visitare Israele, ma senza dargli alcun aiuto nella attuale guerra (anzi esprimendo il suo rammarico e sgomento per quanto avviene a Gaza), ecco che si riesuma la questione della preghiera del Venerdì Santo.
Incredibile ma vero. Ci si attacca al cavillo liturgico per non parlare di ben altri, e ben più concreti problemi a livello di dialogo.
Non ci siamo proprio, e ora cerchiamo di spiegarci.

1) Che i cristiani preghino perchè i fratelli ebrei possano trovare il Messia, non mi pare per nulla uno scandalo. Gli stessi ebrei continuano a pregare perchè il Signore mandi il Messia atteso. Fin qui nulla di strano.

2) Il Messia per i cristiani ha un nome: Gesù, il Cristo, appunto. La loro fede impone loro di sperare che tutti gli uomini lo riconoscano, non solo escatologicamente, ma anche storicamente, ebrei compresi, perchè possano giungere alla pienezza della verità.

3) Questo non è un insegnamento dettato da proselitismo o passibile di revisione da parte di qualsivoglia Concilio o Papa: è un insegnamento neotestamentario, esplicitamente citato dalle lettere di San Paolo, che per tutti i cristiani di ogni confessione sono parte della Rivelazione fondante.
Ecco solo una sintesi dei capp. 9-11 della Lettera ai Romani, che mostra la teologia di Paolo (e il suo amore) per il Popolo della prima Alleanza:

Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen. (Rm 9,1-5)

Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera sale a Dio per la loro salvezza. (Rm 10,1)

Ora, il termine della legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede. (Rm 10,4)

Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poiché non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l'invocano. Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. (Rm 10,11-13)

Io domando dunque: Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch'io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino. Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio. (Rm 11,1-2)

Ora io domando: Forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro gelosia. Se pertanto la loro caduta è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani, che cosa non sarà la loro partecipazione totale!
Pertanto, ecco che cosa dico a voi, Gentili: come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?
(Rm 11,11-15)

Quanto al vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! (Rm 11,28-29)

Come si può notare, non è questione di cambiare una preghiera, ma ci si chiede di far finta che le pagine dell'Apostolo siano "sorpassate".

4) Quando mai - mi chiedo - Paolo VI, che ha certo reiterato il divieto di imporre il cristianesimo (cosa vietata fin dall'inizio) avrebbe proibito di proporre la fede a chiunque, ebrei compresi, che anzi sono di diritto i primi destinatari dell'annuncio? (Proprio lui, l'autore di Evangelii Nuntiandi!).

5) A parte la preghiera del Venerdì Santo "mediaticamente sovraesposta", vorrei segnalare ben altre e numerose preghiere per la conversione degli ebrei presenti nella liturgia cattolica. Non solo nelle preghiere dei fedeli della Messa nell'Orazionale, ma soprattutto nella Liturgia delle Ore, la preghiera che tutta la Chiesa recita quotidianamente.
Per es. :
a) Intercessioni vespri della Trasfigurazione: Hai voluto accanto a te Mosè ed Elia come testimoni della Trasfigurazione, - illumina il popolo dell'antica alleanza perché giunga alla pienezza della redenzione.

b) 29 dicembre lodi, invocazioni: Per la gloria del tuo Figlio, atteso dai patriarchi e dai profeti, desiderato da tutte le genti, - salva il popolo dell'antica alleanza.

c) 31 dicembre lodi, invocazioni: Cristo, Uomo-Dio, Signore e figlio di Davide, che hai dato compimento alle parole dei profeti, - fa' che il popolo d'Israele riconosca in te il Messia e Salvatore.

d) Domenica di Risurrezione (Pasqua del Signore), intercessioni: Il popolo ebraico riconosca in te il Messia atteso e sperato, - tutta la terra sia piena della tua gloria.

e) Ugualmente nella III domenica di Pasqua, II vespri, intercessioni: Il popolo ebraico riconosca in te il Messia atteso e sperato, - tutta la terra sia piena della tua gloria.

Ce ne saranno altre ma queste sono sufficienti. Più chiaro di così!
Lasciamo stare la povera preghiera del Venerdì Santo, che si è davvero ridotta nel messale di Paolo VI all'ombra di se stessa, ma è risuscitata in una quantità di preghiere figlie, ben più esplicite, frutto della riforma tanto lodata in questi anni post-conciliari di dialogo.
Le preghiere citate non le ha fatte papa Benedetto. E allora finiamola di cavalcare la liturgia per mostrare i "passi indietro" nel dialogo interreligioso.
Suvvia, Rav Richetti, non si dispiaccia se come cristiani aneliamo all'unità con il popolo che il Signore ha scelto per primo e mai revocato.
Noi, dopotutto, non possiamo esistere senza di voi e senza pensare continuamente a quello che da Israele abbiamo ricevuto.

L'intervento di Rav Richetti ----------------------------------------

Giornata dell'ebraismo: «Le ragioni del nostro no»


Rav Elia Enrico Richetti
Rabbino capo di Venezia

Il primo passo per un dialogo autentico è mettersi in ascolto delle ragioni dell'altro. Con tale convinzione, che anima la linea editoriale della nostra rivista, ospitiamo volentieri il commento del rabbino Richetti.

L'Assemblea dei rabbini d'Italia ha comunicato che, almeno per quest'anno, non vi sarà collaborazione fra le Comunità ebraiche d'Italia e le istituzioni cattoliche per la celebrazione della Giornata dell'ebraismo (17 gennaio). È la logica conseguenza di un momento particolare che sta vivendo il dialogo interconfessionale oggi, momento i cui segni hanno cominciato a manifestarsi quando il Papa, liberalizzando la messa in latino, ha indicato nel Messale tridentino il modulo da seguire. In quella formulazione, nelle preghiere del Venerdì Santo è contenuta una preghiera che auspica la conversione degli ebrei alla «verità» della Chiesa e alla fede nel ruolo salvifico di Gesù. A onor del vero, quella preghiera, che nella prima formulazione definiva gli ebrei «perfidi», ossia «fuori dalla fede» e ciechi, era già stata «saltata» (ma mai abolita) da Giovanni XXIII. Benedetto XVI l'ha espurgata dai termini più offensivi e l'ha reintrodotta.
Fin dal primo momento, l'Assemblea dei rabbini d'Italia ha preso una pausa di riflessione, sospendendo temporaneamente gli incontri interreligiosi. I mesi successivi sono stati caratterizzati da un susseguirsi di contatti, incontri e mediazioni con diversi esponenti, anche ad alto livello, del mondo ecclesiastico, alcuni dei quali si sono dimostrati sinceramente preoccupati per il futuro di un dialogo che stava procedendo in maniera fruttuosa e che registrava un allargarsi del senso di rispetto e di pari dignità delle fedi.
Purtroppo, i risultati si sono dimostrati deludenti. Si sono registrate reazioni «offese» da parte di alte gerarchie vaticane: «Come si permettono gli ebrei di giudicare in che modo un cristiano deve pregare? Forse che la Chiesa si permette di espungere dal rituale delle preghiere ebraiche alcune espressioni che possono essere interpretate come anticristiane?». Altri prelati hanno ritenuto che l'atteggiamento dei rabbini italiani fosse dettato da una «ipersensibilità» ebraica ai tentativi di proselitismo, ipersensibilità non giustificata dai fatti. Invece, e questa è stata la risposta più o meno ufficiale (una risposta della Conferenza episcopale, sia pure sollecitata, è mancata), gli ebrei non hanno niente da temere: la speranza espressa dalla preghiera «Pro Judaeis» è «puramente escatologica», è una speranza relativa alla «fine dei tempi» e non invita a fare proselitismo attivo (peraltro già vietato da Paolo VI).
Queste risposte non hanno affatto accontentato il Rabbinato italiano. Se io ritengo, sia pure in chiave escatologica, che il mio vicino debba diventare come me per essere degno di salvezza, non rispetto la sua identità. Non si tratta, quindi, di ipersensibilità: si tratta del più banale senso del rispetto dovuto all'altro come creatura di Dio. Se a ciò aggiungiamo le più recenti prese di posizione del Papa in merito al dialogo, definito inutile perché in ogni caso va testimoniata la superiorità della fede cristiana, è evidente che stiamo andando verso la cancellazione degli ultimi cinquant'anni di storia della Chiesa. In quest'ottica, l'interruzione della collaborazione tra ebraismo italiano e Chiesa è la logica conseguenza del pensiero ecclesiastico espresso dalla sua somma autorità.
È vero, la Chiesa non si permette di correggere le preghiere ebraiche (anche se un tempo la censura ecclesiastica è stata alquanto attiva). Ma è da dire che le preghiere che qualcuno vuole interpretare come anticristiane sono in realtà contro «coloro che si inchinano agli idoli» e contro «i calunniatori e gli eretici». Perché dei cristiani dovrebbero sentirsi presi di mira? Che cosa pensano di se stessi?
È vero, non sta agli ebrei insegnare ai cristiani come devono pregare o che cosa devono pensare, e nessuno fra gli ebrei o i rabbini italiani pretende di farlo. Ma è chiaro che dialogare vuol dire rispettare ognuno il diritto dell'altro ad essere se stesso, cogliere la possibilità di imparare qualcosa dalla sensibilità dell'altro, qualcosa che mi può arricchire. Quando l'idea di dialogo come rispetto (non come sincretismo e non come prevaricazione) sarà ripristinata, i rabbini italiani saranno sempre pronti a svolgere il ruolo che hanno svolto negli ultimi cinquant'anni.

© FCSF - Popoli

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