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lunedì 2 novembre 2009

Matias Augé e la celebrazione dei funerali: alla Morte non battiamo le mani

Riporto l'articolo del Prof. Augé, scitto qualche giorno fa, intorno alla celebrazione funebre e l'ostracismo della morte anche negli ambienti cristiani. Leggere e meditare, cercando di resistere al flusso del "si fa" e insime spiegare a chi "fa senza pensare", come ci propone il padre Mattias, perchè non si deve applaudire o "festeggiare" ad un rito di estremo commiato.

Come celebrare la morte? Applausi ai funerali?
di Matias Augé

Sarebbe da desiderare che nelle esequie ci sia un maggior equilibrio tra le manifestazioni di dolore e quelle di speranza. Alcuni funerali sono diventati una vera festa: fiori in abbondanza, applausi, musica di ogni genere, colore bianco anche per gli adulti. In particolare, gli applausi sono diventati ormai così comuni che qualche giorno fa Altan nella vignetta de L’Espresso si esprimeva così: “Il pianeta rischia la morte. Ai funerali gli fanno gli applausi".Credo che questa maniera di celebrare le esequie cristiane è, in fondo, un modo subdolo di nascondere la dimensione penitenziale della morte e la realtà stessa della morte, frutto della società in cui viviamo che tende a censurare il fenomeno della morte.


Nella nostra cultura il tema della morte è un argomento censurato. Parlare della morte è considerato perlomeno inopportuno. Così come nella nostra società si è oscurato il senso della sacralità della vita (aborto, manipolazioni genetiche, terrorismo, ecc), così pure è stata offuscata la sacralità della morte. Durante secoli la morte è stata considerata la conclusione di una esistenza, il suo naturale e necessario punto di arrivo. Oggi la mentalità al riguardo è in qualche modo cambiata. Nella nostra vita che galoppa velocemente, e che sembra non debba finire mai, la morte è vista come una sgradevole interruzione, come un incidente di percorso.

La morte è considerata il male estremo dell’uomo, quello più terribile perché si tratta di una esperienza irrepetibile. Una esperienza di cui non si può ricavare frutto alcuno per una eventuale riproposta. E’ un ruolo che nel teatro della vita l’essere umano può rappresentare una sola volta. Abbiamo solo l’esperienza della morte degli altri, di cui siamo talvolta testimoni attoniti e pensosi. S. Kierkegaard ha scritto nel suo Diario: “Cos’è questa vita in cui la sola cosa certa e l’unica di cui nulla possiamo sapere con certezza è la morte? Infatti, quando ci sono io, non c’è la morte, e quando c’è la morte, non ci sono io”.

A noi cristiani, “se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura” (Prefazio dei defunti I). Infatti anche per noi la morte è partecipazione alla comune eredità di tutti gli uomini, “ma per un dono misterioso del tuo amore Cristo con la sua vittoria ci redime dalla morte e ci richiama con sé a vita nuova” (Prefazio dei defunti V). La fede cristiana non è, primariamente, nella risurrezione, ma nello stesso Risorto, nel Cristo vivo e presente, garanzia della nostra risurrezione. Il Cristo risorto però è lo stesso che fu crocifisso, che ha sofferto ed è morto. Non si può quindi vivere la speranza della vita futura, dimenticando o mettendo in disparte il cammino della croce. La fede nella risurrezione non può cancellare l’esperienza della sofferenza. La croce e la risurrezione sono due realtà che si completano a vicenda: la croce è superabile soltanto alla luce della risurrezione, ma la risurrezione è visibile solo all’ombra della croce. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1006, si esprime in questi termini: “… Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa è in realtà ‘salario del peccato’ (Rm 6,23). E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua Risurrezione”.

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