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lunedì 10 ottobre 2011

Persecuzioni antiche e contemporanee: l'intolleranza contro i cristiani non è solo del medioevo

I santi Daniele di Calabria e compagni
Il Martirologio Romano e quello Francescano oggi riportano:
10 ottobre: A Ceuta nel territorio dell’odierno Marocco, passione di sette santi martiri dell’Ordine dei Minori, Daniele, Samuele, Angelo, Leone, Nicola e Ugolino, sacerdoti, e Domno, che, mandati da frate Elia a predicare il Vangelo di Cristo ai Mori e patiti insulti, carcere e torture, conseguirono, infine, con la decapitazione la palma del martirio.

San Daniele di Calabria e i suoi compagni francescani non erano sicuramente campioni di dialogo religioso, come potete leggere nella "Passio" scritta da un contemporaneo, che vi riporto qui sotto (si legge come II lettura dell'Ufficio secondo il calendario Romano-Serafico). Ma certo sono dei veri testimoni di Cristo, che con la loro semplicità e caparbietà ci fanno arrossire:

"Frate Daniele, uomo religioso, sapiente e prudente, già Ministro di Calabria, e altri sei frati devoti e pieni di spirito, desiderando con tutte le loro forze la salvezza eterna dei saraceni, non temettero di esporre se stessi per guadagnarli a Dio. Perciò un venerdì s'intrattennero a parlare della salvezza delle proprie anime e di quelle degli altri; l'indomani, frate Daniele ascoltò la loro confessione sacramentale, e tutti devotamente ricevettero la santa Eucaristia, affidandosi completamente al Signore. Così armati nello spirito, questi soldati del Signore, la domenica, di primo mattino, entrarono segretamente nella città con i capelli cosparsi di cenere, e senza alcun timore, corroborati dallo Spirito Santo, si aggiravano qua e là per la piazza annunciando il nome del Signore, e affermando che non vi è salvezza, se non in lui. Le loro parole ardevano come fuoco nel loro cuore ed essi si sentivano venire meno, non potendo sostenere tanta dolcezza di amore divino. I saraceni li assalirono, coprendoli di improperi e di percosse. Infine furono presi e condotti dinanzi al re. Questi li ascoltò per mezzo di un interprete. Dopo averli presi per pazzi e derisi, ordinò che fossero messi in carcere e legati con catene di ferro. Dal carcere essi mandarono una lettera commovente al cappellano dei Genovesi di nome Ugo, e ad altri due sacerdoti, di cui uno era dell'Ordine dei Frati Minori e l'altro Domenicano, rientrati in quei giorni dalle regioni interne dei saraceni, e ad altri cristiani che abitavano a Septa. La lettera diceva: «Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, che ci consola in ogni tribolazione. Egli preparò la vittima per l'olocausto del patriarca Abramo. Questi per comando del Signore era uscito dalla sua terra, pur non sapendo dove andare. Tale cosa gli fu attribuita a giustizia, per cui fu chiamato amico di Dio. Cosi chi è sapiente, si faccia stolto per essere sapiente, poiché la sapienza di questo mondo è stoltezza di fronte a Dio. Abbiate presenti le parole di Gesù "Andate e predicate il Vangelo a tutte le creature", e "Non vi è servo più grande del suo padrone", come pure "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi". Egli ha diretto i nostri passi nelle sue vie per la sua lode, per la salvezza dei credenti e per l'onore dei cristiani, e per la condanna degli infedeli, come dice l'Apostolo: "Siamo il buon odore di Cristo, per alcuni odore di vita nella vita, per altri odore di morte per la morte". "Infatti, se non fossi venuto - disse Cristo - e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato". Per cui è stato annunciato alla presenza del re il nome di Cristo ed è stato proclamato per nostro mezzo che non vi è altra salvezza se non in lui, e lo abbiamo dimostrato con convenienti ragioni di fronte ai suoi sapienti. Sia dunque al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen». La mattina della domenica, durante la recita dell'ufficio divino, i sei frati furono prelevati e condotti dal carcere alla presenza del re. Interrogati se volessero ritrattare quanto avevano detto contro la legge e contro Maometto, risposero di no, e aggiunsero che non avrebbero potuto salvarsi se non mediante il battesimo e la fede in Cristo Signore, per il quale erano pronti a morire. Allora gli invitti soldati di Cristo vennero spogliati, le loro mani furono legate dietro le spalle e andarono gioiosi incontro alla morte, come se andassero ad un convito. Giunti al luogo del supplizio, furono decapitati e così le loro anime imporporate di sangue volarono al Signore".

Eppure queste vicende non rimangono confinate al lontano anno 1227. Purtroppo ogni giorno ci arrivano notizie di nuove persecuzioni - e diciamo pure la parola: persecuzioni islamiche - contro cristiani indifesi. Anche da luoghi che, nella comune immaginazione, sono sinonimo di accoglienza e cordialità (se sei un ricco occidentale....forse). Leggete questa notizia riportata su Zenit. Non è incredibile. Eppure è vero: si può ancora subire il carcere per il semplice possesso di un rosario e di una Bibbia. Che ti accusano di essere Cristiano:

MALDIVE: CATTOLICO INDIANO IN PRIGIONE PERCHÉ AVEVA UNA BIBBIA E UN ROSARIO

ROMA, lunedì, 10 ottobre 2011 (ZENIT.org).- Un cattolico indiano di 30 anni, Shijo Kokkattu, è stato incarcerato nelle Maldive perché aveva in casa una Bibbia e un rosario. Nelle Maldive la religione di Stato è l'islam e non c'è libertà di culto.
Kokkattu, riferisce AsiaNews, è originario dello Stato indiano del Kerala e insegna da due anni nella scuola Raafainu a Raa Attol, un atollo dell'arcipelago maldiviano.
Mentre trasferiva alcuni dati su un computer scolastico, ha copiato accidentalmente alcune canzoni mariane e un’immagine della Madonna. Gli altri professori se ne sono accorti e hanno avvisato la polizia. Gli agenti hanno fatto irruzione nella casa di Kokkattu e lo hanno arrestato dopo aver trovato la Bibbia e il rosario. Da oltre una settimana è rinchiuso in prigione.
“La mancanza di giustizia e l’intolleranza religiosa si riflettono nelle azioni del Governo maldiviano”, ha affermato Sajan K George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic).
“Questa è la peggior forma di persecuzione religiosa. Il Governo indiano deve pretendere le scuse per il trattamento meschino a cui è stato sottoposto un suo cittadino”.
Per Sajan George, il caso di Shijo Kokkattu sottolinea il grande paradosso dello Stato maldiviano: “mentre si vanta di essere una delle mete turistiche più ambite al mondo, arrestando innocenti rivela la sua intolleranza e discriminazione versi i non musulmani, e impone restrizioni della libertà di coscienza e di fede”.
La libertà religiosa, ha aggiunto, “rimane un argomento tabù nell’arcipelago. Tra i musulmani, rifiutare di praticare il culto in modo diverso da quello approvato dallo Stato può condurre all’arresto. Inginocchiarsi, congiungere le mani o usare simboli religiosi, come croci, candele, immagini o statuette possono provocare un’azione del Governo”.
“Tutto ciò – ha sottolineato Sajan George – è una chiara violazione dei diritti umani universali. Mentre i musulmani che vivono nei Paesi non islamici chiedono diritti religiosi, lo spirito di reciprocità dovrebbe esistere anche in Paesi come le Maldive e l’Arabia Saudita”.
Nel 2008 un emendamento costituzionale ha negato ai non musulmani la possibilità di ottenere la cittadinanza maldiviana.

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