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venerdì 4 dicembre 2015

Beatificazione di due frati francescani conventuali, primi martiri del Perù

Il 5 dicembre vengono beatificati nello stadio della città peruviana di Chimbote i frati Minori Conventuali Michael Tomaszek e Zbigniew Strzalkowski, insieme al sacerdote italiano Don Alessandro Dordi. Sono i primi religiosi uccisi in odio alla fede in Perù, i protomartiri di questa terra cristianizzata da almeno 500 anni. Uccisi dai terroristi comunisti di Sendero Luminoso, perché con il loro aiuto alla popolazione poverissima della zona in cui erano missionari, impedivano l'avanzare della rivoluzione proletaria. Il 9 agosto 1991 i due religiosi, prelevati dal piccolo convento di Pariacoto, venivano sommariamente processati e uccisi a colpi d'arma da fuoco. Qui il sito web dedicato alla beatificazione.

Un terzo frate del gruppo di missionari polacchi, fra Jarek, era rientrato per qualche settimana in Polonia nei giorni dell'esecuzione dei confratelli. E' tornato sul luogo del martirio e ha registrato la sua testimonianza:


Il vescovo di Chimbote, diocesi del Perù in cui lavoravano i tre prossimi beati, Angel Francisco Piorno Simon, ha voluto evidenziare l’avvenimento – “senza precedenti nella vita ecclesiale” - con una lettera alla rivista "Mar Adentro”: “Le loro figure ci commuovono e ci danno forza” ha scritto il presule, che dal marzo dello scorso anno vive con misure speciali di protezione per le denunce contro la corruzione e la violenza nella provincia dell’Ancash, 500 chilometri al nord di Lima, di cui si è fatto voce. “Ci commuovono perché se non è facile governare giorno dopo giorno la nostra vita nel cammino dell’esistenza, molto più difficile è affrontare la morte con dignità e coraggio quando essa ci si presenta cruenta, ingiusta e crudele”. La morte, per i due missionari, è arrivata un pomeriggio d’agosto del 1991 quando alcuni incappucciati arrivarono all’improvviso, li catturarono e li fecero salire su un furgone con le mani legate. Lungo il tragitto il processo sommario e la condanna a morte perché il loro aiuto ai poveri frenava la rabbia del popolo e rallentava la rivoluzione. L’esecuzione avvenne poco dopo, vicino al piccolo cimitero del pueblo di Pariacoto. “Possiamo intuire come gli batteva il cuore e come li attanagliava la paura; due erano giovani e dentro di loro doveva emergere il legittimo istinto di vivere” scrive il vescovo nella sua lettera. “La maggior parte degli esseri umani non sono preparati per un momento così. Loro, invece, lo erano, le piccole fedeltà di ogni giorno li avevano preparati per la testimonianza magnifica di fedeltà senza limiti”.

Fra Marco Tasca, Ministro Generale dei Francescani Conventuali, qualche mese fa, ha inviato a tutti i religiosi dell'Ordine una toccante lettera circolare a proposito del significato del martirio di Carità e di Fede dei due confratelli polacchi. Ve ne presento un estratto, potete leggerla integralmente nel sito della Beatificazione 

“Bisogna uccidere quelli che predicano la pace”

“In effetti, i principali capi di accusa che i terroristi di Sendero luminoso (movimento di matrice maoista guidato da Abimael Guzmán) avanzano a carico dei due frati riguardano la fede come realtà che disimpegnerebbe da ogni causa in favore dell’uomo e l’aiuto ai poveri – attraverso la distribuzione di cibo – come forma di colonialismo e condizionamento delle coscienze. Di seguito riportiamo alcune frasi pronunciate nel processo-farsa contro i due frati.

Ingannano il popolo perché distribuiscono alimenti della Caritas, che è imperialismo. Predicano la pace e così addormentano la gente. Non vogliono né la violenza né la rivoluzione. La pace disonora la gente. Bisogna uccidere quelli che predicano la pace. Con la religione addormentano il popolo. La religione è l’oppio del popolo. La Bibbia è un modo per addormentare il popolo, ingannarlo e dominarlo.

Concetti veteromarxisti (siamo nel 1991, due anni dopo la caduta del muro di Berlino) che esaltano la rivoluzione armata e additano la religione come oppio dei popoli. Sarà questa ideologia perversa e alquanto rozza a condannare a morte i nostri confratelli. Ricordiamo l’avvenimento con le parole del “terzo compagno”:

Il 9 agosto 1989 1991 – era un venerdì – dopo la celebrazione eucaristica, Miguel e Zbigniew furono prelevati separatamente dal convento e portati al Municipio di Pariacoto. Insieme, furono fatti salire su uno dei camioncini della missione, insieme a suor Berta HERNÁNDEZ, Ancella del Sacro Cuore di Gesù, che volle andare di propria iniziativa. Più tardi, sulla strada per Cochabamba, prima di attraversare il ponte fecero scendere la religiosa dal veicolo; quindi incendiarono il ponte e condussero i frati in un luogo chiamato Pueblo Viejo, vicino al cimitero. Lì, a sangue freddo, assassinarono fra Miguel con un colpo alla nuca e fra Zbigniew con due colpi, uno alla spalla e l’altro alla testa. Con loro fu ucciso anche il sindaco del paese, Giustino Masa.
Il cartone macchiato di sangue con scritto il motivo della condanna
I corpi non vennero rimossi fino al giorno dopo, quando la polizia fece i rilevamenti e giunse sul luogo anche monsignor BAMBARÉN. La mattina in cui fu celebrata la messa delle esequie, dopo l’autopsia nella città di Casma, al passaggio del feretro la gente rese omaggio ai frati martiri con fiori, bandiere, preghiere, lacrime e cartelli con scritto Paz y bien, Perdónales porque no saben lo que hacen, Nuestros padres no murieron. “Pace e bene”, “Perdonali perché non sanno quello che fanno”, “I nostri padri (Miguel e Zbigniew) non sono morti”.

“Lo stesso luogo dell’eccidio – leggiamo nel libro scritto a quattro mani da fra Jarek e Alberto Friso, giornalista del “Messaggero di sant’Antonio” – fu oggetto dell’attenzione degli abitanti di Pariacoto. Si recarono sul posto con delle vanghe e raccolsero per quanto fu possibile la terra bagnata dal sangue dei martiri, terra diventata sacra. Poi, in processione, la portarono al vicino cimitero, dove si trova ancora, in un cenotafio sotto una croce che riporta i nomi di Miguel e Zbigniew” (Frati martiri. Una storia francescana nel racconto del terzo compagno, EMP 2013, p. 202). La vox populi aveva intuito che quel sangue versato era prezioso e parlante, segno di un amore che non si può soffocare nemmeno con la morte.

In quei giorni drammatici, come abbiamo detto, fra Jarek si trovava in Polonia per celebrare il matrimonio della sorella, proprio mentre Giovanni Paolo II era a Częstochowa per la Giornata mondiale della gioventù. I due si incontrarono brevemente, in privato, il 13 agosto, e il papa, dopo aver chiesto informazioni sull’accaduto, disse: “Sono i nuovi santi martiri del Perù”. Una frase profetica, che da quel momento in poi accompagnerà e sosterrà il culto spontaneo della gente e il percorso del processo di beatificazione intrapreso dai confratelli.

Conclusione della lettera di fra Marco Tasca

Se “ad alcuni il Signore chiede il martirio della vita, c’è anche il martirio di tutti i giorni, di tutte le ore: la testimonianza contro lo spirito del male che non vuole che noi siamo evangelizzatori” (Papa Francesco, Catechesi inaugurale del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma, 17-19 giugno 2013). Mi piace – si legge nel sito - concludere questa Lettera richiamando ancora una volta lo stretto rapporto esistente tra la testimonianza quotidiana e il martiro, declinato da papa Francesco come lotta contro tutto ciò che quotidianamente, per pigrizia nostra e per suggestione del maligno, si oppone allo slancio missionario. Se fra Miguel e fra Zbigniew potessero parlare oggi al nostro Ordine racconterebbero del loro grande entusiasmo per l’annuncio del Vangelo a ogni uomo, a partire dai piccoli che hanno concretamente amato e servito. Parlerebbero di un Vangelo che più che un testo scritto è un messaggio buono e liberante (euanghélion) da consegnare attraverso la parola e l’esempio, soprattutto con stile gioioso e fraterno. Testimonierebbero dell’infinita misericordia di Dio che ha alimentato il loro desiderio di partire per terre lontane, di “uscire” in modo radicale e irreversibile per incontrare e condividere, evangelizzare ed essere evangelizzati. Rimaniamo allora in ascolto della breve e densa esistenza di questi nostri due confratelli e della loro fine più che eloquente, affinché il Signore ci renda evangelizzatori autentici, gioiosi e fecondi.


Il Signore ci ha fatto dono dei nostri fratelli Miguel e Zbigniew quando sono entrati nell’Ordine; attraverso la loro scelta missionaria ci incoraggia a rinnovare il nostro cammino di sequela; con il loro martirio ci testimonia la vittoria sulla morte e sul male di quanti si affidano alla Sua grazia; con la loro beatificazione ci dona degli intercessori. Facciamo tesoro di questo momento di grazia ed impegniamoci a seguire l’esempio dei nostri martiri. A loro ricordo l’Ordine si farà promotore di alcune iniziative e progetti catechetici e di promozione umana per i quali, fin da ora, chiedo le vostre preghiere ed il vostro contributo”.
Il beato Zbigniew in marcia per raggiungere un villaggio della sua missione in Perù

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