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giovedì 26 marzo 2009

Preghiere Fedelmente Tradotte: colletta del giovedì IV settimana di Quaresima

Giovedì della IV settimana di Quaresima (Missale Romanum ed Typica II = III).
La colletta di oggi, nel Messale Romano tradotto dalla CEI, ci mostra in modo lampante l'idea di traduzione che è all'opera in quei testi che vengono quotidianamente usati per la celebrazione qui in Italia. Spesso non si tratta di tradurre, ma come in questo caso, pur sepolto in mezzo ad una settimana di quaresima, il Messale Italiano adatta, interpreta, e alla fine offre una preghiera che dice altre cose rispetto all'originale. Vediamo:

Traduzione CEI
O Padre, che ci hai dato la grazia di purificarci con la penitenza e di santificarci con le opere di carità fraterna, fa' che camminiamo fedelmente nella via dei tuoi precetti, per giungere rinnovati alle feste pasquali. Per il nostro Signore...

Originale latino:
Cleméntiam tuam, Dómine, súpplici voto depóscimus, ut nos fámulos tuos, pæniténtia emendátos et bonis opéribus erudítos, in mandátis tuis fácias perseveráre sincéros, et ad paschália festa perveníre illæsos. Per Dóminum.

traduzione letterale
O Signore, con preghiera di supplica insistentemente chiediamo la tua clemenza, affinchè, purificati dalla penitenza, e divenuti esperti nel fare le buone opere, tu faccia perseverare con lealtà noi tuoi figli nei tuoi comandamenti, e ci faccia arrivare incolumi alle feste pasquali

La preghiera latina inizia chiedendo con insistenza (deposcimus) al Signore (Domine)  la sua misericordia, la sua clemenza (clementiam) perchè possiamo essere purificati dalla penitenza e diventare ben istruiti (eruditos), ben capaci di praticare le buone opere. Ma questi sono due prerequisiti affinchè il Signore ci conceda soprattutto di perserverare con onestà, leali, (sinceros, cioè genuini, non falsi) nella via dei suoi comandamenti (mandatis) e ci faccia giungere senza ferite, senza lesioni (illaesos = evidentemente senza lesioni causate dal peccato in senso spirituale, ma anche - come si dice - sani e salvi in senso globale) a festeggiare la Pasqua.

La traduzione CEI dice a Dio, in modo diretto dice: Padre che ci hai dato la grazia di purificarci con la penitenza e di santificarci con le opere di carità fraterna (siamo già purificati e già addirittura santificati per mezzo delle buone opere, alla faccia di San Paolo: ma allora perchè continuiamo la Quaresima...?) , fa' che camminiamo fedelmente nella via dei tuoi precetti, (come in moltissime preghiere si dà quasi un ordine a Dio, non c'è supplica, nè richiesta di clemenza davanti alla maestà divina, ma un semplice: fa' questo, fammi quello). Poi qui la traduzione dice: "fa tu che noi camminiamo" il latino, più umilmente chiedeva "ti preghiamo che tu ci faccia perseverare, cioè: tienici saldi che non cadiamo dalla perseveranza dei comandamenti". Infine la traduzione CEI si inventa una clausola finale: per giungere rinnovati alle feste pasquali. L'originale chiede a Dio di farci perseverare nel cammino e di giungere senza lesioni o ferite alla meta delle feste. Illaesos viene reso da "rinnovati", che fa perdere la metafora della guarigione o dell'esser preservati dal pericolo che si può incontrare lungo il cammino. 

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie di queste interessanti e precise spiegazioni! Mi chiedo e le chiedo se nel lavoro di traduzione italiana della editio tipica tertia del Missale Romanum si stia procedendo a riformulare meglio la versione letteraria italiana di queste orazioni.
Se potesse avere informazioni sull'avanzamento di questi lavori (non solo sulle traduzioni... dato che è dato un margine di adattamento, che può essere molto utile e interessante, ma anche problematico e abusato) e pubblicarle in post penso che molti le sarebbero grati!
Grazie. Pax.

fr. A.R. ha detto...

Per quanto riguarda le nuove traduzioni, esse devono tener presente la quinta Istruzione sull'applicazione della riforma liturgica, dal titolo Liturgiam authenticam. Questa istruzione è uscita solo nel 2001 (sì proprio nel 2001) e solo in latino. Ha lo scopo di guidare le traduzioni dei testi liturgici con criteri molto precisi (e molto combattuti in certi ambienti). Per la lingua inglese la nuova traduzione è già a buon punto e ampie parti sono già di pubblico dominio. Per l'Italiano, sebbene si sappia che sono già state approntate in linea di massima, questa nuove traduzioni rimangono per ora riservate e non sono state ancora approvate.
Aspettiamo e speriamo. E' certo che ci saranno cambiamenti. Ma mentre quelli del proprio di ogni Messa passeranno inosservati (e speriamo invece siano di qualità e parecchi), faranno più scalpore i cambiamenti nella traduzione dell'ordinario della Messa, perchè è conosciuto a memoria anche dai fedeli. Pensiamo solo alla correzione che sicuramente sarà introdotta per le parole della consacrazione nel canone della messa.

lycopodium ha detto...

L'ultima frase mi mette in allarme.
Verrà tolto l' "offerto in sacrificio per voi"?
Spero proprio di no!
Il valore teologico di quella esplicitazione è stato difeso gagliardamente dal padre Jean Galot, in un articolo della Civiltà Cattolica del 03.04.1993, che sarebbe bene fosse ripreso.
Questo sarebbe un brutto segno, dal punto di vista dell' "immagine dogmatica" che la Chiesa darebbe di sè; sarebbe una conferma del grave imbarazzo nei confronti di un termine che rappresenta "l'oltre della ragione". Imbarazzo che è confermato dalla quasi-censura che del termine avviene in moltissime traduzioni in altre lingue.
Forse è bene aspettare ancora molto tempo, per evitare le scivolate che si sono registrate per i nuovi lezionari.
Soprattutto è bene che che i fedeli non siano costretti a subire ogni volta delle riprogrammazioni neurolinguistiche; un minimo di consenso informato non guasterebbe!

Anonimo ha detto...

Hoc est enim Corpus meum quod pro vobis tradetur

Bisogna tradurre letteralmente sia il tradetur, come il pro multis, la teologia interpreta, ma il testo tradotto deve corrispondere. Come è meglio tradurre "per le moltitudini", così è meglio tradurre "[che sarà] dato per voi" o "consegnato per voi", senza per questo cambiare il senso del sacrificio volontario del Signore.

lycopodium ha detto...

Grazie per la cortesissima risposta, padre.
Ovviamente la parafrasi è tentazione grande del traduttore; non bisogna cadere in tentazione.
Ma tentare (nel senso di osare) non necessariamente nuoce.
Le traduzioni non sono mai pienamente e totalmente “alla lettera”, c’è sempre un qualcosa che sfugge; e d’altra parte la lettera non è tutto, soprattutto in un testo destinato alla liturgia;
Gli stessi esempi che lei porta non sfuggono ad una pluristratificazione della problematica.
Il dilemma molti/tutti e ben noto ed ha avuto recentemente nuovo impulso.
Il "moltitudini" (che lei propone e che condivido!) è però sensibilmente diverso da "molti" (peraltro accolto nel vecchio lezionario CEI): è una scelta felice che tiene conto delle problematiche teologiche.
Allora perché non tenerne conto in altri contesti altrettanto “sensibili”?
Tradurre “tradetur” semplicemente con “dare” o “consegnare” avrà molteplici effetti di banalizzazione dell’espressione.
Il “corpo-per-voi” ha mille sfumature che la pura lettera italiana appiattisce; per raggiungere lo stesso “obiettivo” che si poneva Cristo una esplicitazione mi sembra ineludibile.
Senza l’esplicitazione sacrificale, la frase avrebbe l’effetto di un “prendete quello che vi do/darò”, un cortocircuito di dubbia efficacia, se non a livello di battuta, utile al limite per l’omelia.
Oltre a banalizzare la teologia soggiacente, l’eventuale nuova traduzione cancellerebbe un benefico paradosso della storia della formula italiana: in questi 40 anni, volente o nolente, anche il prete più modernista ha usato quella parola incriminata.
Ciò a fronte del quasi sistematico attenuare l’impatto linguistico di quella pietra di inciampo (lettera per lettera: come si vorrà tradurre il “cuius voluisti immolatione placari”? come si renderà la già riprovevolmente fraintesa “super oblata” di Natale?).
Una traduzione, nata per essere più fedele, registrerebbe l’eterogenesi dei fini di cancellare il termine “sacrificio” proprio nel momento culmine della liturgia sacrificale. Una incongruenza impossibile da imporre.
Per rimanere alle formule consacratorie, altri due brevi appunti:
- come sarà tradotto “accipite”? si sentirà dire “accogliete”, secondo la via politicamente corretta usata per il rito matrimoniale?
- il futuro va esplicitato o no? il teologo Giraudo ha fatto un cavallo di battaglia per il "sì", ma è indubbio che la frase al futuro rischia di essere troppo verbosa, a meno di un colpo di genio.
Non sottovaluterei, infine, la questione della “riprogrammazione neurolinguistica” implicata ed imposta nel/col mutamento delle traduzioni liturgiche: questione che non può essere rimossa, pena l’indurre ulteriore estraneità in noi semplici fedeli.

lycopodium ha detto...

Ho trovato questo link
http://www.giuseppebarbaglio.it/Articoli/finesettimana14.pdf

Scommettiamo che se passa la traduzione da lei proposta, la lettura antisacrificale e antirituale di Baraglio diventerà obbligatoria?

lycopodium ha detto...

E la parola "sacrificio" sparisce anche da oltrove
http://209.85.129.132/search?q=cache:3DHvLe1fsMYJ:www.sanpaolo.org/vita06/0506vp/0506vp52.htm+traduzione+%22sacrificio+per+voi%22&cd=16&hl=it&ct=clnk&gl=it

Il nome di Falsini è garanzia al contrario! [Brutta anche quell'espressione, falsamente ecumenica, di "evangelo"].

Come detto prima, grazie alla "lettera", si sentirà ossessivamente ripetere che l'espiazione di Gesù non ha dimensione cultuale-sacrificale (nel senso di Lv 4; 16; ecc.), ma più banalmente e a-ritualmente come mero interscambio.
E' evidente che le traduzioni liturgiche sono state sequestrate da esperti di fede progressista, che impiegano il letteralismo non per correttezza formale, ma a servizio della loro ideologia.

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