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martedì 6 marzo 2012

La concelebrazione nella spiegazione del card. Cañizares, prefetto del Culto divino

Comprendo che la questione della concelebrazione eucaristica fra sacerdoti non sia uno degli argomenti più caldi e interessanti per molti che dicono, ahimé: "a noi basterebbe averne uno di prete, figuriamoci se pensiamo alla concelebrazione!"
Comunque in altre realtà, soprattutto nelle case religiose, dove parecchi sacerdoti vivono insieme, o nei raduni piccoli o grandi dove convengono parecchi sacerdoti, le domande poste dall'articolo che vi propongo rimangono vive e fanno pensare.
Qui sotto, dunque, trovate una buona parte dell'intervento tenuto ieri sera a Roma dal cardinale Antonio Cañizares alla presentazione italiana del libro, uscito l'anno scorso: La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà di monsignor Guillaume Derville, direttore spirituale dell'Opus Dei e docente di teologia alla Santa Croce. Un articolo in francese dello stesso autore, apparso nel 2009 su Annales Theologici (che potete scaricare qui), anticipava molti dei temi poi rielaborati e completati nella monografia, uscita per ora in spagnolo [La concelebración eucarística. Del símbolo a la realidad (Ediciones Palabra, Madrid, 2010, 136 pp.)] e, ovviamente, in originale francese: La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité (Wilson & Lafleur).
I grassetti e le sottolineature sono mie aggiunte per evidenziare i punti salienti.
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Presentazione del libro:
La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà.
Card. Antonio Cañizares Llovera
(da ZENIT)

...Vorrei soffermarmi precisamente sulle ultime parole del testo appena citato, perché, a mio avviso, introducono un tema delicato che è, allo stesso tempo, il punto centrale dello studio di Mons. Derville. Leggiamole di nuovo: “La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
In altre parole, la liturgia, e al suo interno la concelebrazione, sarà bella quando è vera e autentica, quando in essa risplende la sua vera natura. In questa linea si situa il punto interrogativo posto dal Romano Pontefice davanti alle grandi concelebrazioni: 
“Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta. Anche un’altra domanda ho fatto fare, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore”3.
Il punto cruciale è proprio mantenere la “struttura voluta dal Signore”, perché la liturgia è un dono di Dio. Non è un qualcosa di fabbricato da noi uomini. Non è a nostra disposizione. In realtà, “con il comando «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l'attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento”4.
Per questo motivo, “dobbiamo anche imparare a capire la struttura della Liturgia e perché è articolata così. La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa”5.
Lo studio puntuale di Mons. Derville si inserisce in questa direzione. Egli ci aiuta ad ascoltare i testi del Concilio Vaticano II, i quali, con parole del Beato Giovanni Paolo II, “non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati, come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa”6.
Il Concilio, effettivamente, decise di estendere la facoltà di concelebrare seguendo due principi: questa forma di celebrazione della Santa Messa manifesta correttamente l’unità del sacerdozio e, al tempo stesso, è stata praticata fino ad oggi nella Chiesa in Oriente e in Occidente7. Perciò, la concelebrazione, come ha rilevato anche la Sacrosanctum Concilium, va inclusa tra i riti che dovrebbero essere ripristinati “secondo la tradizione dei Padri”8.
In questo senso, diventa importante affrontare, anche se brevemente, la storia della concelebrazione. La panoramica storica che ci offre Mons. Derville, anche se, come egli ‘modestamente’ dice, è un breve riassunto, ci risulta sufficiente per rilevare alcune zone d’ombra, che mostrano l’assenza di dati definitivi sulla celebrazione eucaristica nei primi tempi della Chiesa. Allo stesso tempo, senza però cadere in un ingenuo “archeologismo”, fornisce prove sufficienti per poter affermare che la concelebrazione, secondo la genuina tradizione della Chiesa, sia orientale che occidentale, è un rito straordinario, solenne e pubblico, di solito presieduto dal vescovo o da un suo delegato, circondato dal suo presbyterium e da tutta la comunità dei fedeli. D’altra parte, la concelebrazione quotidiana in uso tra gli orientali, in cui concelebrano solo sacerdoti, e la concelebrazione per così dire “privata”, in sostituzione delle Messe celebrate singolarmente o “more privato”, non sono presenti nella tradizione liturgica latina.
Inoltre, a mio parere, l’autore riesce a dare una spiegazione soddisfacente sulle ragioni di fondo, che il Concilio menziona per l’ampliamento della concelebrazione. Una estensione della facoltà di concelebrare, che doveva essere moderata, come si evince dalla lettura dei testi conciliari. È logico che dovesse essere così, perché la concelebrazione non ha come obiettivo risolvere i problemi logistici o organizzativi, ma piuttosto presentare il mistero pasquale, manifestando così l’unità del sacerdozio che nasce dall’Eucaristia. La bellezza della concelebrazione, come abbiamo detto in un primo momento, implica la sua celebrazione nella verità. In questo modo, la sua forza significativa dipende dal vivere e dal soddisfare le esigenze che la stessa concelebrazione comporta.
Quando il numero dei concelebranti è troppo elevato un aspetto essenziale della concelebrazione resta velato. La quasi impossibilità di sincronizzare le parole e i gesti che non sono riservati al celebrante principale, l’altare e le offerte allontanati, la mancanza di paramenti per alcuni dei concelebranti, l’assenza di armonia di colori e forme, tutto ciò può oscurare la manifestazione dell’unità del sacerdozio. E, non possiamo dimenticarlo, è proprio tale manifestazione che ha giustificato l’estensione della facoltà di concelebrare.
Nel lontano 1965, il cardinale Lercaro, presidente del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, inviò una lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, avvertendoli di un pericolo: considerare la concelebrazione come un modo per superare le difficoltà pratiche. E ricordava che poteva essere appropriato promuoverla9, qualora avesse favorito la pietà dei fedeli e dei sacerdoti.
È quest’ultimo aspetto che vorrei trattare ora molto brevemente. Come Benedetto XVI ha detto: 
“raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli. Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione”10.
Per ogni sacerdote, la celebrazione della Santa Messa è la ragione della sua esistenza. È, deve essere, un incontro molto personale con Dio e con la sua opera redentrice. Allo stesso tempo, ogni sacerdote, nella celebrazione Eucaristica, è lo stesso Cristo presente nella Chiesa come Capo del suo corpo11 e agisce anche a nome di tutta la Chiesa “allorché presenta a Dio la preghiera della Chiesa e soprattutto quando offre il sacrificio eucaristico”12. 
Dinnanzi alla meraviglia del dono eucaristico, che trasforma e configura a Cristo, ci può essere solo un atteggiamento di stupore, gratitudine e obbedienza.
L'autore ci aiuta a cogliere con maggiore profondità e chiarezza questa ammirevole realtà. E contemporaneamente, con questo libro ci ricorda e ci invita a considerare che oltre alla concelebrazione, vi è la possibilità della celebrazione individuale o la partecipazione all'Eucaristia come sacerdote, anche senza concelebrare. Si tratta, in ogni caso, di entrare nella liturgia, di cercare l’opzione che consente più facilmente il dialogo con il Signore, rispettando la struttura stessa della liturgia. Si trovano qui le limiti di un “diritto o no di concelebrare”, nel rispetto dei fedeli a partecipare in una liturgia dove l’ars celebrandi rende possibile la loro actuosa participatio. Tocchiamo dunque punti che hanno che vedere con quello che è giusto o meno; l’autore, infatti, non manca di riferirsi anche al Codice di Diritto Canonico.
Non mi resta altro che ringraziare Mons. Derville e anche le case editrice Palabra e Wilson & Lafleur per il libro che oggi ho il piacere di presentare. Credo che la sua lettura dia un esempio della giusta ermeneutica del Concilio Vaticano II. “Si tratta, dice il Papa, in concreto di leggere i cambiamenti voluti dal Concilio all'interno dell'unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture”13. Ed è un aiuto e uno stimolo per il compito che il Santo Padre ha ricordato recentemente alla Congregazione che presiedo: “si dedichi principalmente a dare nuovo impulso alla promozione della Sacra Liturgia nella Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II a partire dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium”14. Sono pure sicuro che questo libro contribuirà a far sì che l’Anno della Fede sia “un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia”15.

-----------Note----------

3 BENEDETTO XVI, Incontro con i parroci e il clero della diocesi di Roma, 7-II-2008.
4 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 11.
5 BENEDETTO XVI, Incontro con i sacerdoti della diocesi di Albano, 31-VIII-2006.
6 GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Novo millennio ineunte, 6-I-2001, n. 57.
7 Cfr. CONCILIO VATICANO II, Const.  Sacrosanctum Concilium , n. 57.
8 CONCILIO VATICANO II, Const. Sacrosanctum Concilium, n. 50.
9 Notitiae 1 (1965) 257-264.
10 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 80.
11 Cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 1548.
12 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 1552.
13 BENEDETTO XVI, Es. apost. post. Sacramentum caritatis, n. 3.
14 BENEDETTO XVI, Motu proprio Quaerit semper, 30-VIII-2011.
15 BENEDETTO XVI, Motu proprio Porta fidei, n. 9.

1 commento:

Anonimo ha detto...

mi lascia sempre più perplesso la motivazione addotta dal concilio per giustificare l'estensione dei casi in cui concelebrare ( e che oggi, in molti contesti, sappiamo avviene quotidianamante): manifestare l'unità del sacerdozio. Io credo che ci troviamo di fronte ad una strumentalizzazione della liturgia; lo scopo e la finalità della messa è manifestare l'unità del sacerdozio? Nella concelebrazione la messa viene "usata" per una manifestazione che io non riesco a vedere necessaria. Cristo ha forse concelebrato con gli Apostoli? Sicuramente no, visto che questi ultimi non sapevano cosa Gesù stesse facendo e non capirono cosa significasse mangiare e bere il Suo Corpo e Sangue. Lo capirono a Pentecoste. Ecco per quale motivo io preferisco il rito antico: uno solo celebra, come uno solo era Cristo. E siccome il sacerdote agisce in persona Christi, io trovo molto più eloquente che sia uno solo a celebrare.

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