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martedì 6 novembre 2012

Il velo del calice e il senso del sacro

Mi scrive un giovanissimo lettore (15 anni!) attento alla liturgia. Vi riporto un estratto del suo messaggio che mi ha fatto sorridere:
.... ero a messa a Tutti i santi in una parrocchia che non è la mia e ho visto che il prete teneva sull'altare il calice nascosto sotto un tovagliolo bianco. Finita la messa ha sistemato il calice di nuovo sotto il tovagliolo. Mi sa dire se è una cosa normale e quale significato ha questa cerimonia che non avevo mai visto?....
E' alquanto divertente costatare come questo giovane e attento ministrante (i chierichetti notano ogni particolare "strano" delle liturgie...non lo sapevate?) descriva ciò che dovrebbe essere assolutamente comune, e invece è talmente raro da fargli dubitare della "normalità" di quanto visto.
Coprire il calice con un "velo" (non con un tovagliolo.... non si chiama tovagliolo neanche quello che il sacerdote usa per purificare il calice - detto appunto: purificatoio - e non si dica tovagliolo nemmeno quello che si usa per asciugare le mani dopo il lavabo - si chiama manutergio), dunque: coprire il calice con il velo non è una prassi stravagante, né tantomeno pre-conciliare. No. E' lecita e addirittura raccomandata nel rito ordinario.
Anzi, sarebbe prescritto al numero 118 dell'Ordinamento Generale del Messale Romano in vigore oggigiorno:
Il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco.
Calix laudabiliter cooperiatur velo, quod potest esse aut coloris diei aut coloris albi. 
Attenzione: non si dice "può essere coperto oppure no", ma "sia ricoperto". Qualcuno ritiene che vada inteso come facoltativo solo perché c'è un "lodevolmente" di mezzo. Ma come la mettiamo con il numero immediatamente precedente, 117, che prescrive "L’altare sia ricoperto da almeno una tovaglia bianca" (Altare una saltem tobalea albi coloris cooperiatur)? Forse si dubita che "almeno" una tovaglia che copra l'altare voglia dire che ce ne sia "almeno" una invece che nessuna? Come mai, allora, lo stesso identico termine latino, ha due intepretazioni diverse? 
A parer mio entra in gioco quella che si chiama "forza dell'abitudine". Le rubriche e ciò che dicono vengono tralasciate e nemmeno ci si accorge di ciò che invece sarebbe previsto. Tanto tutti fanno così (e il nostro chierichetto viene colpito dalla "novità" di "nascondere" il calice sotto il velo!).

Il senso di questa pratica è dato dallo stesso nome "velo". Si compre, in un certo senso si "cela" il mistero e tutto ciò che ha a che fare con esso. Pensiamo anche ad altri veli liturgici, come il "velo omerale" utilizzato per la benedizione eucaristica, o il velo che si pone davanti al tabernacolo... Questo è il modo "liturgico" di esprimere in gesti e atti ciò che è sentito come sacro. "I sacri misteri" vanno "rivelati" (appunto "svelati") nel momento in cui si celebrano. Ecco perché quando sono usciti i catecumeni (che anticamente partecipavano solo alla prima parte della Messa), si svela il calice e lo si porta sull'altare davanti ai fedeli.
Nel rito Armeno, addirittura, il velo lo usa anche il diacono che regge l'evangeliario, oltre che per coprire il calice e la patena (vedi foto).
In Oriente questa pratica non è mai venuta meno, perché non è tramontata la mentalità simbolica. In Occidente, purtroppo, la secolarizzazione ha eroso il senso del sacro e del mistero che si va dis-velando nella liturgia. Pertanto il calice, la patena, il corporale ecc.. sono stati recentemente tutti "ridotti" alla loro funzionalità pratica, trascurando (o a volte combattendo) il loro ricco significato simbolico. Un bicchiere e un piattino dove metto pane e vino non hanno bisogno di particolare riguardo. Ma "questo prezioso calice" in cui deve essere contenuto il Sangue di Cristo nostro Dio, oh questo sì che ha "lodevolmente" diritto ad essere circondato di devozione e rispetto, i quali si manifestano, praticamente, anche nell'uso di velare il calice (e di usare la palla per coprire il contenuto del calice).

Papa Benedetto, come sempre, ci dà il buon esempio. Ecco una foto della celebrazione del 3 novembre 2012 in suffragio dei papi e cardinali defunti: il diacono, all'inizio della preparazione dei doni, sta scoprendo il calice:

Altre considerazioni su questo tema, le potete trovare a quest'altro post.
Per quanti ritengono che queste "quisquilie" non siano degne di nota, faccio presente che la liturgia è in realtà come una cipolla: strato poco importante dopo strato poco importante, si finisce per eliminare tutto e rimanere con nulla in mano. La regola di ogni sacramento è: causare un effetto spirituale per mezzo di ciò che viene significato con segni materiali. Tolti i segni, si rischia di perdere anche l'efficacia spirituale....

3 commenti:

Ubi ha detto...

Grazie!

Querculanus ha detto...

Va notato che l'avverbio "laudabiliter" non compariva nella prima edizione del Messale Romano: "Calix cooperiatur velo, quod potest esse semper coloris albi" (IGMR 1970 e 1975, n.80). Nella IGMR del 2000 viene introdotto il suddetto avverbio, segno evidente, a mio parere, di una resa di fronte alla pressoché totale inosservanza della norma.

Renzo T. ha detto...

Concordo. Ma se prendiamo in mano IGMR e osserviamo un qualsiasi sacerdote mentre celebra la S. Messa, notiamo che le difformità o l'inosservanze delle norme Sono moltissime... Purtroppo con il tempo si tende, non a correggere l'abuso, ma ad iscriverlo a norma.
Un esempio valga per tutti: il canto finale alla S. Messa, in quale normativa è riportato? Non in IGMR, non in Musicam Sacram, né tantomeno nella Sacrosanctum Concilium. Nonostante ciò, lo si fa cantare quasi dappertutto, con l'animatore liturgico che si dimena e si sbraccia per far partecipare un'assemblea che, nella maggioranza dei casi, ha solo fretta di lasciare la chiesa chiacchierando con il vicino di banco.

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