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martedì 30 aprile 2013

La vergogna "buona" e la confessione: un binomio tradizionale ripresentato da Papa Francesco

Papa Francesco ha parlato ieri della confessione, e ha fatto un accenno alla "vergogna" che prende il penitente nel confessare i propri peccati. L'Osservatore Romano cita l'omelia mattutina del 29 aprile:
Tante volte — ha detto il Santo Padre — pensiamo che andare a confessarci è come andare in tintoria. Ma Gesù nel confessionale non è una tintoria». La confessione è "un incontro con Gesù che ci aspetta come siamo. “Ma, Signore, senti, sono così”". "Ci fa vergogna dire la verità: ho fatto questo, ho pensato questo. Ma la vergogna è una vera virtù cristiana e anche umana. La capacità di vergognarsi: non so se in italiano si dice così, ma nella nostra terra a quelli che non possono vergognarsi gli dicono sinvergüenza. Questo è "uno senza vergogna", perché non ha la capacità di vergognarsi. E vergognarsi è una virtù dell'umile".
Papa Francesco ha quindi ripreso il passo della lettera di san Giovanni. Sono parole, ha detto, che invitano ad aver fiducia: "Il Paràclito è al nostro fianco e ci sostiene davanti al Padre. Lui sostiene la nostra debole vita, il nostro peccato. Ci perdona. Lui è proprio il nostro difensore, perché ci sostiene. Adesso, come dobbiamo andare dal Signore, così, con la nostra verità di peccatori? Con fiducia, anche con allegria, senza truccarci. Non dobbiamo mai truccarci davanti a Dio! Con la verità. In vergogna? Benedetta vergogna, questa è una virtù.
Un tema quanto mai tradizionale quello della "vergogna giusta" (la benedetta vergogna di papa Bergoglio) e ben attestato nella storia della spiritualità del sacramento penitenziale.
Uno dei testimoni di questa lunga tradizione a proposito della "erubescentia", cioè il diventare rossi per la vergogna, è naturalmente il Santo confessore francescano Antonio di Padova. Così scrive nel Sermone per la XII domenica post Pentecosten:
Ci sono dei muti, che nella confessione si limitano a mugolare, perché confessano i loro peccati balbettando: essi si vergognano di confessarli, i peccati, e non di commetterli. Dice sant'Agostino: La vergogna è la componente maggiore della penitenza. Qui si tratta della vergogna giusta, quella che conduce alla gloria, quando uno si vergogna del suo peccato e vergognandosi lo rivela in confessione. Dice infatti Isaia: «Vergògnati, Sidone, dice il mare» (Is 23,4). Il mare, vale a dire l'amarezza interiore, fa sì che l'uomo, rivelando nella confessione il peccato, senta vergogna di averlo commesso.
Antonio cita questa frase attibuendola ad Agostino: "Erubescentia maxima pars est poenitentiae". Ma è pseudo-agostiniana; questa locuzione "Erubescentia enim ipsa partem habet remissionis" si trova invece nel Decretum di Graziano (pars II, c. 88). Nella Glossa Ordinaria a Matteo 3,6 troviamo citata questa espressione: "Conféssio peccáti pudórem habet, et ipsa erubescéntia est gravis poena. Ideóque jubémur confitéri peccáta, ut erubescéntiam patiámur pro poena" (La confessione dei peccati suscita pudore, e la vergogna stessa è una penitenza pesante. Per questo ci viene comandato di confessare i nostri peccati, proprio per sopportare come penitenza la vergogna). Questa frase è tratta dalle Sentenze di Pietro Lombardo (Libro IV dist. 17) sotto il titolo: "Non basta confessarsi solo a Dio se tuttavia ci si può confessare anche all'uomo". Tutto ciò fa capire che le argomentazioni contro il confessarsi dovevano essere già fiorenti nel XII secolo... come lo sono fino ad oggi.

Papa Francesco, lo si nota sempre più, utilizza nella sua predicazione un armamentario ascetico e spirituale ben sperimentato dalla tradizione, ma sa ripresentarlo con sapienza e arguzia "moderna", riuscendo a "confezionarlo" in maniera adatta all'uditorio dei nostri giorni. 

1 commento:

Anonimo ha detto...

In questo senso trovo pericoloso rinunciare alla tradizionale grata dei confessionali. Da penitente ammetto che in alcune circostanze preferisco confessarmi senza che il confessore mi veda e senza che io possa vedere il sacerdote.
Le assicuro, caro padre, che ugualmente "culpa rubet vultus meus". Anche se cio avviene in simili, più discrete e in certo modo caritatevoli, circostanze.
Andrea

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