Cerca nel blog (argomenti, singole parole o frasi):

Caricamento in corso...

Condividi

martedì 15 aprile 2014

Le sette parole di Gesù in Croce 3 - commenti di Giovanni Paolo II - Donna ecco tuo figlio

Rileggiamo la catechesi del Beato Giovanni Paolo II a commento della parola di Gesù in croce rivolta alla Madre e al discepolo amato. E' la terza delle tradizionali sette parole di Cristo sulla croce:

Terza parola:
"Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre" (Gv 19,26)

Giovanni Paolo II,  Mercoledì 23 novembre 1988

1. Il messaggio della croce comprende alcune parole supreme di amore, che Gesù rivolge a sua madre e al discepolo prediletto Giovanni, presenti al suo supplizio sul Calvario.

Ecco, san Giovanni nel suo Vangelo ricorda che “stava presso la croce di Gesù sua madre” (Gv 19, 25). Era la presenza di una donna - ormai vedova da anni, come tutto fa pensare - che stava per perdere anche suo figlio. Tutte le fibre del suo essere erano scosse da ciò che aveva visto nei giorni culminanti nella passione, da ciò che sentiva e presentiva, ora, accanto al patibolo. Come impedirle di soffrire e di piangere? La tradizione cristiana ha percepito la drammatica esperienza di quella donna piena di dignità e di decoro, ma col cuore affranto, e ha sostato a contemplarla con intima partecipazione al suo dolore:
“Stabat mater dolorosa
iuxta crucem lacrimosa
dum pendebat filius”.

Non si tratta solo di una questione “della carne e del sangue”, nè di un affetto senza dubbio nobilissimo, ma semplicemente umano. La presenza di Maria presso la croce mostra il suo impegno di partecipazione totale al sacrificio redentivo di suo Figlio. Maria ha voluto partecipare fino in fondo alle sofferenze di Gesù, perché non ha respinto la spada annunciatale da Simeone (cf. Lc 2, 35), e ha invece accettato, con Cristo, il disegno misterioso del Padre. Essa era la prima partecipe di quel sacrificio, e sarebbe rimasta per sempre il modello perfetto di tutti coloro che avrebbero accettato di associarsi senza riserva all’offerta redentiva.

2. D’altra parte la compassione materna, in cui si esprimeva quella presenza, contribuiva a rendere più denso e più profondo il dramma di quella morte in croce, così vicino al dramma di tante famiglie, di tante madri e di tanti figli, ricongiunti dalla morte dopo lunghi periodi di separazione per ragioni di lavoro, di malattia, di violenza ad opera di singoli o di gruppi.

Gesù, che vede sua madre accanto alla croce, la ripensa sulla scia dei ricordi di Nazaret, di Cana, di Gerusalemme; forse rivive i momenti del transito di Giuseppe, e poi del suo distacco da lei, e della solitudine nella quale è vissuta negli ultimi anni, una solitudine che ora sta per accentuarsi. Maria, a sua volta, considera tutte le cose che per anni e anni “ha conservato nel suo cuore” (cf. Lc 2, 19. 51), e adesso più che mai le comprende in ordine alla croce. Il dolore e la fede si fondono nella sua anima. Ed ecco, ad un tratto s’avvede che dall’alto della croce Gesù la guarda e le parla.

3. “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio»” (Gv 19, 26). È un atto di tenerezza e di pietà filiale. Gesù non vuole che sua madre resti sola. Al suo posto le lascia come figlio il discepolo che Maria conosce come il prediletto. Gesù affida così a Maria una nuova maternità, e le chiede di trattare Giovanni come suo figlio. Ma quella solennità dell’affidamento (“Donna, ecco il tuo figlio”), quel suo collocarsi al cuore stesso del dramma della croce, quella sobrietà ed essenzialità di parole che si direbbero proprie di una formula quasi sacramentale, fanno pensare che, al di sopra delle relazioni familiari, il fatto vada considerato nella prospettiva dell’opera della salvezza, dove la donna-Maria è stata impegnata col Figlio dell’uomo nella missione redentrice. A conclusione di quell’opera, Gesù chiede a Maria di accettare definitivamente l’offerta che egli fa di se stesso quale vittima di espiazione, considerando ormai Giovanni come suo figlio. È a prezzo del suo sacrificio materno che essa riceve quella nuova maternità.

4. Ma quel gesto filiale, pieno di valore messianico, va ben al di là della persona del discepolo prediletto, designato come figlio di Maria. Gesù vuol dare a Maria una figliolanza ben più numerosa, vuole istituire per Maria una maternità che abbraccia ogni suo seguace e discepolo di allora e di tutti i tempi. Il gesto di Gesù ha dunque un valore simbolico. Non è solo un gesto d’ordine familiare, come di un figlio che prende a cuore la sorte di sua madre, ma è il gesto del Redentore del mondo che assegna a Maria, come “donna”, un ruolo di nuova maternità per rapporto a tutti gli uomini, chiamati a riunirsi nella Chiesa. In quel momento, dunque, Maria è costituita, e quasi si direbbe “consacrata”, come Madre della Chiesa dall’alto della croce.

5. In questo dono fatto a Giovanni e, in lui, ai seguaci di Cristo e a tutti gli uomini, vi è come un completamento del dono che Gesù fa di se stesso all’umanità con la sua morte in croce. Maria costituisce con lui come un “tutt’uno”, non solo perché sono madre e figlio “secondo la carne”, ma perché nell’eterno disegno di Dio sono contemplati, predestinati, collocati insieme al centro della storia della salvezza; sicché Gesù sente di dover coinvolgere sua madre non solo nella propria oblazione al Padre, ma anche nella donazione di sé agli uomini; e Maria, a sua volta, è in perfetta sintonia con il Figlio in quest’atto di oblazione e di donazione, come per un prolungamento del “fiat” dell’annunciazione.

D’altra parte Gesù, nella sua passione, si è visto spogliato di tutto. Sul Calvario gli rimane la madre; e con gesto di supremo distacco dona anche lei al mondo intero, prima di portare a termine la sua missione col sacrificio della vita. Gesù è cosciente che è giunto il momento della consumazione, come dice l’evangelista: “Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta . . .” (Gv 19, 28). E vuole che tra le cose “compiute” ci sia anche questo dono della Madre alla Chiesa e al mondo.

6. Si tratta certamente di una maternità spirituale, che si attua, secondo la Tradizione cristiana e la dottrina della Chiesa, nell’ordine della grazia. “Madre nell’ordine della grazia”, la chiama il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 61). È quindi una maternità essenzialmente “soprannaturale”, che si iscrive nella sfera dove opera la grazia, generatrice di vita divina nell’uomo. È dunque oggetto di fede, come lo è la stessa grazia, a cui è correlata, ma non esclude e anzi comporta tutta una fioritura di pensieri, di affetti teneri e soavi, di sentimenti vivissimi di speranza, fiducia, amore, che fanno parte del dono di Cristo.

Gesù, che aveva sperimentato e apprezzato l’amore materno di Maria nella propria vita, ha voluto che anche i suoi discepoli potessero a loro volta godere di questo amore materno come componente del rapporto con lui in tutto lo sviluppo della loro vita spirituale. Si tratta di sentire Maria come madre e di trattarla come madre, consentendole di formarci alla vera docilità verso Dio, alla vera unione con Cristo, alla vera carità verso il prossimo.

7. Si può dire che anche questo aspetto del rapporto con Maria è compreso nel messaggio della croce. Dice infatti l’evangelista che Gesù “poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre»!” (Gv 19, 27). Rivolgendosi al discepolo, Gesù gli chiede espressamente di comportarsi con Maria come figlio verso la madre. All’amore materno di Maria dovrà rispondere un amore filiale. Poiché il discepolo sostituisce Gesù presso Maria, è invitato ad amarla veramente come la propria madre.

È come se Gesù gli dicesse: “Amala come io l’ho amata”. E poiché, nel discepolo, Gesù vede tutti gli uomini, ai quali lascia quel testamento d’amore, vale per tutti la richiesta di amare Maria come madre. In concreto Gesù fonda con quelle sue parole il culto mariano della Chiesa, alla quale fa capire, attraverso Giovanni, la sua volontà che Maria riceva da parte di ogni discepolo, di cui ella è madre per istituzione di Gesù stesso, un sincero amore filiale. L’importanza del culto mariano sempre voluto dalla Chiesa, si deduce dalle parole pronunciate da Gesù nell’ora stessa della sua morte.

8. L’evangelista conclude dicendo che “da quell’ora il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19, 27). Ciò significa che il discepolo ha risposto immediatamente alla volontà di Gesù: da quel momento, accogliendo Maria nella sua casa, le ha mostrato il suo affetto filiale, l’ha circondata di ogni cura, ha fatto in modo che potesse godere di raccoglimento e di pace in attesa di ricongiungersi a suo Figlio, e svolgere il suo ruolo nella Chiesa nascente, sia nelle Pentecoste sia negli anni successivi.

Quel gesto di Giovanni era l’esecuzione del testamento di Gesù nei confronti di Maria: ma aveva un valore simbolico per ogni discepolo di Cristo, invitato ormai ad accogliere Maria presso di sé, e farle posto nella propria vita. Perché, in forza delle parole di Gesù morente, ogni vita cristiana deve offrire uno “spazio” a Maria, non può non includere la sua presenza.

Allora possiamo concludere questa riflessione e catechesi sul messaggio della croce, con l’invito che rivolgo a ciascuno, di chiedersi come accoglie Maria nella sua casa, nella sua vita; e con una esortazione ad apprezzare sempre di più il dono che il Cristo crocifisso ci ha fatto, lasciandoci come madre la sua stessa Madre.

Nessun commento:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online