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lunedì 22 dicembre 2008

Quando la comunicazione liturgica va in corto circuito

Guardate i filmati qui sotto, poi li analizziamo:



Altro filmato simile: http://it.youtube.com/watch?v=k0dXeAzGVX4#

Che cosa succede? Un gruppo di danzatrici, brave per la verità e senza troppe esagerazioni, si producono in una performance durante una santa messa, al momento della "presentazione delle offerte". Il canto su cui ballano invita a lodare Dio con il corpo. Il popolo che partecipa alla messa guarda compiaciuto, partecipa sottolineando il ritmo, e alla fine applaude.
Dal punto di vista della teologia della comunicazione, prima ancora che da un punto di vista semplicemente liturgico, quell'applauso cambia tutto il significato della danza, a parole e nelle intenzioni indirizzata a Dio, ma in realtà vissuta come uno spettacolo per gli uomini, a cui essi rispondono applaudendo, come in un teatro.
In Africa, dove i movimenti ritmici accompagnano le lunghe processioni offertoriali, non succede nulla del genere. In un clima di raccoglimento e di gioiosa espressione di gratitudine i fedeli avanzano a ritmo di danza, portando le loro offerte. Non c'è musica in playback, non c'è una danza senza che nelle mani di chi danza ci siano i doni veri e propri (anche in India, dove esiste qualcosa di simile, le danzatrici offrono sempre luci, incensi e fiori).
Una cosa è lo spettacolo, un'altra il culto a Dio.
Anche le parole del sacerdote, che si sente in dovere di spiegare e interpretare questa "novità" fanno capire che la danza nel contesto della liturgia occidentale è fuori luogo. Non in quanto movimento del corpo, ma in quanto è percepita come spettacolo, come momento di svago per lo spettatore, non come linguaggio simbolico che dica a Dio ciò che è altrimenti inesprimibile. Un conto è parlare con Dio, un altro esibirsi per l'uomo. Nella nostra cultura la danza non ha a che vedere con il sacro. Quindi inserire balli nel contesto liturgico, qui da noi, è una forzatura culturale prima ancora che un abuso liturgico.
Lo stesso sacerdote, a sottolineare - senza rendersene conto - che questa danza non è integrata nel rito afferma: "adesso andiamo avanti con la messa". Se quel balletto fosse sentito parte dell'offertorio non ci sarebbe stato bisogno di spiegazioni e non sarebbe percepito come un intermezzo che interrompe la messa.
Non desidero con questo post scatenare urla di orrore nei tradizionalisti né piccati commenti in quanti desiderano una deregulation emozionale della liturgia, ma dar da pensare attraverso le scienze della comunicazione e della significazione: nella liturgia tutto deve avere un senso rivolto a Dio, senza attori e spettatori. Questo è attualmente e culturalmente impedito alla danza, che in occidente - lo ripeto - non ha una valenza liturgica di questo tipo.
Ciò non toglie che l'espressione corporea possa essere una lode a Dio dal punto di vista soggettivo, ma non può entrare come linguaggio condiviso, che trascende l'espressione personale, e deve essere comunemente decodificato da quanti ne vengono coinvolti.

Ascoltate questo potente e chiaro intervento del Card. Arinze. Per chi non parla inglese il Cardinale esprime la differenza culturale fra i popoli Europei e Americani e i popoli Africani e Asiatici. Chiarendo che danza nei popoli occidentale implica ballo fra uomo e donna o spettacolo. Non è così per i popoli africani e asiatici, ci sono anche in questi popoli danze inaccettabili nella liturgia, ma ci sono altri movimenti fisici di preghiera che aiutano la devozione.

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